Full text of "Memorie"
AT TI
DELLA
■ql E. ACCADEMIA DEI LINCEI
ANNO GCLXXXIII
1886
SIEIR/IE GUJJ^ZUFJi.
GLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE
VOLUME II.
Parte la — Memorie
Parte 2a — Notizie degli Scavi
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ROMA
TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI
IT.OPR(EtX DfiL CAV. V. RAI.Virr. I
V
1886
ATTI
DELLA
E. ACCADEMIA DEI LINCEI
ANNO CCLXXXIII
1886
SERIE GITJJLJEÒT-&.
CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE
VOLUME IL
Parte V — Memorie
Parte 2* — Notizie degli Scavi
ROMA
TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI
PROPRIETÀ DEL CiV. V. SAI.VICCC1
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PARTE PRIMA
MEMORIE
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4", Voi. LI, l'arte 1\
RELAZIONE
letta dal Socio Monaci, relatore, a nome anche del Socio Guidi, nella seduta
del 16 maggio 1886, sulla Memoria del dott. C. De Lollis, avente per
titolo: II canzoniere provenzale 0 (Cod. Vat. 3208).
- Presento, in nome del collega Guidi e mio. la relazione intorno alla domanda
del dott. Cesare De Lollis.
« Il signor De Lollis ha fatto una copia diplomatica del Canzoniere Provenzale
che trovasi nella Biblioteca Vaticana sotto il u. 3208, ed ha chiesto all'Accademia
che voglia pubblicarla nei suoi Atti.
« Una pubblicazione siffatta sarebbe certamente utile agli studi provenzali ; poiché
in quella lirica fino a tanto che non saranno messe a stampa tutte le principali
raccolte mas., non potremo sperare di veder procedere innanzi le edizioni critiche dei
singoli trovatori, ciascuna delle quali per un numero di poesie il più delle volte
ristrettissimo dovrebbe raccogliere il materiale necessario da biblioteche fra di loro
assai distanti, da codici che si trovano quali a Eoma, a Firenze, a Modena, a Milano,
quali a Parigi, a Londra, a Oxford e altrove.
« Nessun dubbio pertanto sull'opportunità in genere di tali pubblicazioni, racco-
mandate del resto già più volte dai più autorevoli provenzalisti.
« Piuttosto è il caso di vedere se fra di esse meriti di essere compresa questa
del Cod. Vat. 3208.
« Indipendentemente dai giudizi che furono dati sul valore di questo ms. dal
Grùzmacher e dal Bartsch, si può fin d'ora affermare con sicurezza che esso non è
copia d'alcuno degli altri canzonieri provenzali che si conoscono; conviene dunque
classificarlo fra i testi che sono fondamentali per la critica e perciò, malgrado errori
e scorrezioni parziali che vi si trovano, esso è uno dei mss. dei quali non si può
non desiderare la pubblicazione, tanto più che contiene parecchie poesie di speciale
interesse per l'Italia.
« Essendo poi la copia presentata dal dott. De Lollis fatta con molta cura e
diligenza, la Commissione è di parere che pubblicandola negli Atti dell'Accademia
si recherebbe un beneficio non lieve a studi che s' intrecciano intimamente con gli
studi della nostra storia letteraria. Soltanto sarebbe desiderabile che, nel caso, le
prove di stampa fossero collazionate sul codice, e che non mancasse di questo ima
illustrazione storica, sia in forma di prefazione ovvero di appendice alla edizione
diplomatica » .
Il Canzoniere provenzale 0 (Cod. Vat. 3208).
Comunicazione del dott. C. DE LOLLIS.
PKEFAZIONE
Federico Diez, discorrendo, 60 anni fa. dello Choix del Raynouard ('), senten-
ziava che un'antologia, per quanto perfetta, non possa esser sufficiente alla completa
e precisa intelligenza della poesia trovadorica, per ragioni inerenti alla natura stessa
di questa ; e veniva poi esplicitamente ad esprimere il voto che tutte le reliquie della
lirica occitanica fossero messe alla portata degli studiosi per mezzo della edizione
complessiva delle singole raccolte manoscritte a noi pervenute. I lavori poi del
Bartsch, del Meyer e del Grober, intesi a determinare il valore dei singoli mano-
scritti, e le loro reciproche relazioni, affinchè nell' utilizzarli si avessero delle norme
certe da seguire, hanno mostrato a che minuto esame essi vadano sottoposti da
chi voglia ottenere dei risultati almeno probabili, e con quanta pazienza e sa-
gacia bisogni raccoglierne tutte le accidentalità esteriori, per poter quindi assurgere
dal complesso di queste a deduzioni significanti. Del resto, non soltanto chi si metta
ad indagare la filiazione dei mss. provenzali, per poi rifarne la storia, ma ancora chi
voglia preparare una edizione critica di poeti occitanici o magari d'un solo poeta, a
mano a mano che si addentra nel lavoro, viene a trovarsi di fronte a molteplici e
svariate difficoltà, dinanzi alle quali, ancorché esse appaian minime, l'indagatore co-
scienzioso deve arrestarsi, per riprendere il cammino solo allorquando sia convinto di
averle appianate : di sovente poi non sono difficoltà reali in cui egli s'imbatte, ma son
dubbi che la sua stessa scrupolosità gli solleva contro e non gli permette di lasciare
insoluti, ancorché debba spendervi intorno molto tempo e fatica. Nel maggior numero
dei casi, alla soluzione di tali dubbi e difficoltà non bastano le stampe, e fa d'uopo
consultare direttamente le fonti, perdendosi in un lungo giro di ricerche e riscontri
sui vari manoscritti esistenti nelle biblioteche di città diverse e l'ima dall'altra distanti.
Cosicché oggimai lo studioso di letteratura provenzale non può non sentire e lamentare
ad un tempo, per più ragioni, la mancanza di edizioni complete dei principali codici, le
quali non solo gli garantiscano la fedeltà ed esattezza della trascrizione, ma gli diano
possibilmente anche sulla esteriorità dei mss. tutte quelle notizie che possono essergli
di qualche utilità e fargli lume nella via della ricerca. È un lavoro come ognuno
comprende, che richiede l'opera collettiva di molti : e chi voglia attendervi non deve
(!) Die Poesie der Troubadours, Prefaz., p. XII, 2a ediz.
portarvi nulla di soggettivo, sacrificando volonteroso la propria opera al beneficio co-
mmi.', senza aspettarsi lodi ed encomi, ma sì appena appena un poco di gratitudine.
TI prof. Monaci, che ha sempre l'occhio vigile inteso agli interessi della scienza
filologica, già da tempo aveva tra sé medesimo valutato qual buon servigio si sarebbe
reso alla medesima colla pubblicazione dei non pochi e pregevoli mss. provenzali che
si conservano nella Biblioteca Vaticana : ed è solo per i suoi consigli ed incitamenti
che io ed altri ci siamo quest'anno accinti a tal lavoro ('). Essendo già innanzi l'an-
nata e non avendo io disponibile tutto il mio tempo, volli cominciare per ora col
cod. 3208, la cui piccola mole mi lasciava sperare di compierne in fin d' anno la stampa.
11 cod. 3208 pervenne alla Vaticana col fondo Orsini. Nell'inventario (Vat. 7205),
che dei suoi libri lasciò il dotto cinquecentista, lo si trova registrato sotto il n. 22 :
« Poesie Proitenzali di diuersi con la grammatica di Leonardo prouenzale in perga-
mena in foglio, et coperto di fattole». È un volume alto cent. 31,08, largo 22,01, con
rilegatura in marrocchino rosso-scuro, sulla quale è impresso lo stemma di Pio VI. Dopo
una carta bianca inserita dal rilegatore, incominciano i fogli in pergamena del testo, che
sono 48. In fronte alla prima pagina si legge: 22 Fai. Urs., il numero cioè del ms. nel-
l'inventario e il nome del possessore. Mi pare sia carattere dell'Orsini stesso. La numera-
zione va per pagine ed è doppia : ai lati, in caratteri romani, della stessa mano del testo;
in mezzo alla pagina poi, in cifre arabiche, di mano posteriore, del sec. XVI. La scrit-
tura del codice, divisa in due colonne, è stata giustamente assegnata dal Grutzmacher
(Ardi. XXXIV, 308) al principio del sec. XIV ; ed è di mano italiana, come si può anche
argomentare da parecchi modi grafici ed errori (2). Il cod. reca in fondo un'appendice
di 3 fogli cartacei, contenenti, il primo, un glossario provenzale-italiano, scritto indub-
biamente sulla fine del 500, e, gli altri due, un indice delle poesie contenute nel codice, con
riscontri e richiami copiosi: li scrisse un'altra mano, però della fine del sec. XVI anch'essa.
I moltissimi errori che deturpano il testo ci convincono che chi lo scriveva non
intendeva nulla di provenzale, e non fu perciò compilatore della raccolta ma sì sem-
plicemente copista (3). Oltre agli errori comuni, quelli cioè che importano il guasto o
la lacuna d'una parola, ve ne ha frequentemente d'un' altra specie; come sarebbe travol-
ger l'ordine dei versi o delle coble in un componimento, oppure lasciare a metà una
poesia per fonderla col frammento d'un' altra (4). Dei primi è senza dubbio da far carico
(') Io ci aveva appena posto mano, quando venne a confortarmi nell'impresa il mio amico E. Lan-
glois, della Scuola Francese, col riferirmi come poco tempo innanzi, a Parigi, uno dei più illustri pro-
venzalisti, cioè P. Meyer, gli aveva espresso non so se il desiderio o l'augurio che qualche italiano si
accingesse all'opera meritoria di pubblicare in edizioni diplomatiche i canzonieri provenzali vaticani.
(2) P. es: a p. XXI, col. 1, riga 16, innanzi ad oblldarai si trova cancellato obiderai (da obbedire) ;
a pag. IV, col. l,riga 3 si legge sensor = gensor, e a p. XXII, e. 1, rr. 24 e 30 zelos e saser ; a p. XXIII.
e. I.,r.l0 zauzenz; ib.r. 23 zenz ; a p. XXXVI, e. 2, r. 13 zanzon e ap. LXDI,c. 1, r. 34 zanson, ecc.:
tutte grafie che fanno supporre un copista dell'Italia settentrionale e più specialmente della regione
veneta. Farò poi osservare a p. XXV, e. 1, r. 16 mondo: a pp. XLVII, e. 1, r. 28, e L, e. 1, r. 9 che
(per que), caso che si ripete assai di frequente; a p. LITI, e. 1, r. 17 conoiscia, e a p. XCII, e. 1, r. 10
conoiscentz. Infine la grafia nh non appar mai, ed è invece normale gn.
(3) V. Grober, Romanische Studìen, n, 419.
(4) Le irregolarità di questa seconda specie furono notate dal Bartsch in Jakrb. XI, 24. Solo
gli sfuggì l'interruzione che ha luogo nel n. 12, al v. 36, al quale seguono 17 versi che non han
nulla a vedere colla canzone di Aimeric de Peguillan. Anch'io me ne accorgo troppo tardi per distin-
guere con un suo proprio numero il frammento intruso.
all'ignoranza e alla disattenzione del copista ; quanto ai secondi ci sarebbe da porre il
quesito se non preesistessero negli esemplari da cui il cod. 3208 fu derivato (*).
I tre fogli cartacei che si trovano in fondo al codice, dopo la pag. 96, non hanno
un'importanza assoluta; ma ne hanno non poca relativamente a noi Italiani che tro-
viamo in essi segnati i primi passi che i nostri cinquecentisti facevano in una disci-
plina che doveva giungere alla sua maturità dopo più di due secoli, fuori d' Italia.
Qualcun altro di questi documenti dei primi tentativi che i nostri eruditi del 500 face-
vano nel campo della filologia neolatina fu già segnalato da altri (2). Auguriamoci che
quando si sarà rinvenuto e raccolto il materiale necessario, non mancherà in Italia
chi, colmando una lacuna nella storia degli studi filologici, riveli ad un tempo, nel
suo complesso, l'opera meritoria di quegli appassionati ricercatori dei primi documenti
delle moderne letterature. Ed è appunto in questa fiducia ch'io mi affretto a pubblicare
il contenuto di questi tre fogli, quantunque dei due primi di essi, quelli contenenti
il glossario, io confessi anticipatamente di non dare una trascrizione affatto corretta,
non avendo avuto il tempo necessario per decifrare con tutta precisione la diffici-
lissima scrittura, resa anche meno intelligibile dalle corrosioni che ha cagionate sulla
carta l'inchiostro a base di vitaiolo. Del resto, io spero che in considerazione di questo
mio desiderio di prevenire l'opera edace del tempo mi si vorrà perdonare se do fuori
questa parte del mio lavoro, ancorché consciente della sua imperfezione.
Questo glossario ci dà probabilmente gli esercizi rudimentali che un Italiano del
500 faceva nella lingua provenzale sotto la guida di un maestro. I primi due terzi
di esso sono di ima sola mano : nell'ultimo terzo con questa prima mano si alterna
un'altra che scrive la traduzione in italiano e che dovrebb'esser quella dell'apprendi-
sta. Sarà forse il maestro uno di quei lemosini di cui parla in qualche sua lettera
l'Orsini? e il discepolo chi sarà? L'Orsini, no di certo: il Colocci, neppure. Ad ogni
modo, a me è stato impossibile identificare quei caratteri. Eicordiamoci poi che nel-
l'inventario dell'Orsini a questo glossario si allude colle parole, grammatica diLeonardo :
è da supporre che l'Orsini sapesse quel che si diceva: voleva egli dire Leonardo Aretino?
Questo è impossibile per l'epoca che va assegnata alla scritturaci più, si potrebbe
sospettare volesse intendere Leonardo Salviati. Io ripeto, non oserei affermar nulla:
intanto avverto qui che distinguo le due scritture, adoperando i caratteri tondi per
l'ima e i corsivi per l'altra.
Ma questa gnau, uni ira, per dirla coll'Orsini, è incompleta nel cod. 3208 e trova
il suo compimento nelle quattro carte annesse al cod. 3205 (:!), dopo l'ultimo foglio
del canzoniere. La seconda e la terza di queste 4 carte sono di formato un pochino
più piccolo che la" prima e la quarta, e sono affatto identiche alle 3 carte poste in
appendice al cod. 0. Inoltre, contengono anch'esse un glossario della stessa mano che
scrisse la maggior parte del glossario del cod. 0, e non sono che la continuazione
di questo. Su ciò non cade dubbio, perchè ad ogni sezione del glossario l'autore
appose il numero della pagina del cod. 3208, da cui le parole eran prese. Difatti,
sotto le indicazioni 20, col. 2a, sono posti i vocaboli: càbellas, leua, lanson, cairél,
(1) Della ragionevolezza d'un tal quesito il Lettore può persuadersi guardando p. es. il a. 87
ove è inserito un frammento estraneo, ma di argomento consimile, e il n. 117. ove l'ordine delle
rime è serbato perfettamente , benché nella successione dei versi abbiano luogo numerose trasposizioni.
(2) V. Bariseli, in fahrb. XI, pagg. 6-8.
(*) V. Archiv, XXXV, pagg. 85 e 96.
desmessa, pessa, gardaz, lo despessas, soior, palais, lausor, flllas ; e sotto il n. 28:
Ines. parialSj nespereSj sagenza, grazis, ab coni cuges, essegnaua, auzes, penesen . dams.
Questi vocaboli si rinvengono rispettivamente nelle pagg. 20 e 28 del cod. 0.
Le carte 1 e 4 contengono versioni dal provenzale in italiano, scritte in quello
stampatello che compare all'ultima sezione del glossario in appendice al cod. 3208.
Non solo: ma esse furono indubbiamente fatte sul testo del cod. 3208. Sul retto della
carta 1 si legge:
Guilielmo di santo Desiderio.
Questa canzoni' al mio giudicio è Limosina o Aluergnaca. Io l'hauerei tradotte in lu-
tino, ma riescono tanto goffe à tradurle motto per motto, et il senso è tanto poco
ingenioso et de si poco gusto, que non m' ha parso degno di farne ancho versi lyrici.
Segue quindi la versione in prosa della poesia di Guglielmo ili Su, ilo Ili-siti, rio,
che è la prima nel cod. 3208; poi quella di una poesia di Rambaldo di vacheiras
(Si dr Irobar agues, ecc. ; n.° 3 in 0); quindi quella di folqueto di Marsiglia {Pei'
deu amor ben sabes ueramen ; n.° 9 in 0), e quella di Bernardo del Ventador {Non
ez meraueilla s'eu cani; n.° 10 in 0) — Nella carta 4 poi abbiamo una traduzione
da Ugo Brunengo (Aisi com l'arbre que per sobre cargar, che il 3205 giustamente
assegna ad Aimeric de Peguillan e il 3208 erroneamente a Ugo Bruneng, inn.°12);
la versione della canzone En greu pantais ecc. (n.° 14 in 0) e finalmente quella di
Manta t/<-ii/ mi mal raisona, di Perotto (n.° 52 in 0).
Questo foglio 4 dell'appendice si chiude con un ultimo brano di glossario che ha in
fronte il numero 80, a designare la pag. del cod. 3208 onde fuxon presi quei vocaboli.
In conclusione, le 4 carte che si trovano annesse al cod. 3205, formavano in ori-
gine un sol tutto col glossario che sta come appendice al cod. 3208. All'epoca, di
Pio VI, una mano poco pratica dovè portarle via da quest' ultimo e allogarle, a spro-
posito, iu fondo al 3205. E furono queste che il Grùtzmacher aggiudicò del sec. XVIII (l).
riportando poi in fondo all'indice delle poesie del 3205 i primi versi delle canzoni tradotte,
in maniera, da trarre in errore il Bartsch, il quale nella classificazione dei mss. prov. con-
siderò quest'appendice come un complemento che il canzoniere 3205 derivava da altra
fonte che non il cod. 31, e la contrassegnò colla lettera g.
Maggiore importanza che gli altri due ha il terzo foglio di appendice nel cod. 3208.
quello che contiene ima tavola di riscontri tra il cod. 0 ed altri canzonieri proven-
zali. Chi la compilò ebbe per iscopo di cercare su per altri manoscritti gli autori
delle poesie date anonime dal cod. 3208. Tali riscontri egli fece assai coscienziosa-
mente e mediante più d' un ms. Quello che più comunemente gli ha servito è stato
appunto il 3205 che contiene la massima parte dei componimenti del 3208 : di ciò
può convincersi ognuno, confrontando il maggior numero dei riscontri, nella tavola regi-
strati, coll'indice del 3205 pubblicato dal Grùtzmacher (2). Questo era il codice che
lo studioso poneva a principal fondamento delle sue ricerche: e solo allorquando
la consultazione di esso gli riusciva infruttuosa, egli passava ad un altro. Così, pos-
siamo anche esser certi che ebbe presente il cod. K, il quale si trova ora a Parigi,
ma che una volta fu in Italia tra le mani del Petrarca, ed entrò poi più tardi col
fondo Orsini nella Biblioteca Vaticana, dove ebbe il numero 3204. — Eccone la prova :
(1) Arehiv, XXXV, 85. A parte i criteri paleografici che assegnano alla scrittura di questi 4 fogli
la fine del sec. XVI, l'epoca di essa vien determinata dal fatto che il glossario in quelli contenuto appar-
tiene al cod. 3208 e fa quindi parte della Grammatica di Leonardo, mentovata dall'Orsini.
(2) Arehiv, XXXV, 85-96.
— 8 —
la canzone Baron ihesus qen crux fo mes e l'altra Baiso don hom a longuamen re-
cano nella tavola i richiami alle pag. 29 e 41 del codice che lo studioso consultò.
Ed io mi son potuto assicurare, scrivendone a qualcuno della Biblioteca Nazionale di
Parigi, che la prima di esse si legge a f. 29ro, col. la del cod. K, e la seconda a
f. 41ro, col. 2a dello stesso ms. E questo ancora sarà, probabilissimamente, il ms.
contrassegnato nella tavola coll'aggettivo il grande, oppure, latinamente, magwus.
Ricordiamo che K conta 189 carte.
Chi sia l'autore della tavola si può già argomentare dal fatto che egli si trovava in
possesso, alla fin del 500, dei mss. 3204, 3205 e 3208 : che sia Fulvio Orsini si fa subito
certo chiunque ne conosca la scrittura. Per identificare la scrittura della tavola colla
sua, basta guardare il visto che egli appose di propria mano all'inventario dei suoi libri :
io poi mi sono anche servito di un suo Virgilio postillato copiosissimamente, che
nell'inventario porta il n.° 4, a pag. 42, e si conserva ora nella Vaticana sotto la segna-
tura Vili, A, 6, 36 ('). Ivi appaiono le molteplici maniere della sua scrittura : quella
che riesce identica a questa della tavola si può vederla p. es. nei due versi di Pa-
cuvio scritti sul rovescio dell'ultima carta.
Circa il metodo da me tenuto nella presente edizione, mi sbrigherò con poche parole.
Ho avuto di mira la fedeltà la più scrupolosa (che alcuno anzi potrà giudicare esagerata)
al manoscritto. Mi sono sforzato di riprodurlo in tutti i suoi minimi particolari. A
ciascuna pagina del ms. ho fatto corrispondere ima pagina della stampa (2), le righe
lio riprodotte una per ima, senza alterarne il numero né la disposizione ; le parole ho
rese esattamente, tenendo conto di tutte le spezzature od unioni erronee del copista : e
infine anche nella punteggiatura mi sono rigorosamente uniformato al codice. Le abbre-
viature non ho sviluppate mai, per amor di sistema, sia che esse non potessero aver
che una sola risoluzione, sia che potessero averne più d'ima. Ai segni d'abbreviatura del
ms., pochi ed elementari, ho trovato quasi sempre l' identico corrispondente nell'assorti-
mento tipografico di cui disponevo : nei pochi casi che ciò non mi è stato possibile, li
ho sostituiti con altri, che paleograficamente avessero lo stesso valore e non potessero
ingenerare equivoco. Del resto, a questa sostituzione, ripeto, sono stato costretto pochissime
volte, e, se potessi esser sicuro della mia memoria, aggiungerei, solo nei casi di er ed r,
le quali sì mediane che finali son sempre rappresentate nella stampa coli' apostrofo (3).
Soventi volte poi delle accidentalità del ms. ho dato schiarimenti in nota.
Insomma, ho voluto fare in modo che la presente edizione potesse dispensare
assolutamente dalla consultazione del ms. ; e poiché un manoscritto può esser studiato
con tanti e diversi fini, io la ho condotta in maniera che con qualunque intenzione e
per qualunque fine lo studioso la consultasse, vi trovasse il fatto suo. Che, se mi si
venisse a dire d'aver fatto sciupo di pazienza con un ms. che, per essere molto scorretto.
non è tra i più importanti, risponderei che appunto in vista di tale scorrettezza ho
voluto essere così pedantemente fedele. Il lettore, avendo presenti tutte le circostanze
e le accidentalità del ms., potrà di esse giovarsi per spiegarsi chiaramente tutto il
processo del copista nel suo lavoro, e, trovando quindi le ragioni degli errori, proporre
delle fondate congetture sulla natura degli esemplari di cui quello si serviva.
(') Me ne fece aver notizia, per via privata, l'egregio sig. De Nolhac.
(2) 11 numero della pagina del codice è quello clic nella stampa si leggo in caratteri romani,
(3) Va escluso, s'intende, il caso di p.
— 9
(i)
Guillem de Sandisder.
1. Ben ohanterai se me stes be damor.
Qan des amaz chant aisi tìnainent.
Qaisi Jiuii tuig li bon trobador.
Mult chat boni mielz cui amor te gaudét.
Saicela noni uol qu mais uolgra amar.
Neu no am cellas q amarion me.
Qar eu sufis etrop tant daut fé.
Qen pe'g nior ep amor chantar.
Al meu chatar si tèg liamador.
Q iamais nus nò am fort lialmè.
Qar mais en an li plus galiador.
NO an aicel qren noi uau uoluen.
Qar eu sui flns cane noni uoil cannar.
Viurai ses ioi seil ella noni retem.
Mais eu no cuig se de be me recre.
Qautra del ino mi pogues alegrar.
Per lalegrar duna dousa sabor.
E pel respeig cai (') sol en lei mentirà.
Sestau mò cor en ioi et en doucor.
Mas dardà tàt p qu mi uaug temen.
AdOc seu fail em deuria enoiar.
A las ualenz edirai uos pur que.
Qar diran se de mi lor soue.
Qe pur leis fan las autras adoptar.
Deus toiz doptar ai chausit las meillor.
Cane dels oilz uist el plus auinen.
E qmielz creis so pretz esa honor.
Sobres totas cu no leu defen.
Nuls hom en lei rè no pot meillorar.
Mais cat ual mi qs de mala merce.
Per lei mes greu q ren descoue.
Qeu nò uolgra ré pogs boni blasmar.
Blasmar de hom un usage que cor.
Q fan dópnas qu nò lor tene a sen.
Lue enqre efanon las plusor.
Quat hom las pga elor ser dauinen.
Car bona dópna sap tost qdeu far.
La follas tarda cane tot alcor liuc.
Cant qil es cara e daqo noiare.
Qel cartaz es eap sap q deu triar
Mais sella tria un drut adesonor.
Epoi otarza un an o dos uerten.
Maier uiltatz es segon sa ricor.
Qe sen breumen ames tal qel fos gè.
Las trichairis el fals trichador uar.
Fan un mercat capretz no aptè.
Lai naura un esa un autre abse.
E leis acel q mais li pot donar.
Amies bertrans aisi mouoil laisar.
De far chanzons edirai uos p q.
Car Ione chantar no estet àc trop be.
Senz ioi damor mais càt sol aioglar.
A la marqsa uei son pz montar.
Cui eu sui hom serai oiase.
Ester midons q dautra noni soue.
Senz ioi iauzir mas can lo desirar.
Guillem de Sandisder.
2. Estat aurai estatz doas saisons.
Qe no chàtei afas amo dàpnatge.
Mais ar magrobs tal uers otal chàzos.
Ca dan ues leis cui fas lige homenage.
E am tengut des pois sii pres auzic.
Qe ren no ai mais qàt lo bon esper.
Qa sei ualre sela pogues uezer.
Cab sol les gart me pogra faire rie.
Ab sol les gart qem mostres amoros.
Magril tant fait p qu dig gràt oltge.
Car le seus cors es tant ualès ebós.
Qe seuentèt ere q faz gràt folatge.
Donna sane hom p sobramar faille.
NO men devez p orgoillos tener.
Mane na el mon ab aquel leis uoler.
Cane mi ne lor for las denz nò eissic.
E pos tant es uostre pz cabalos.
(li \-> sopra questa parola vi è una chiomata, che non però alcuna risposta.
Classe di scienze mokali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. Parto 1'.
(")
10
Bes tani dOpna caiaz ensenoiratge.
Un trobador qus cant de plas pdons.
Qe uos degnetz tener enagradatge.
Aìcel soi eu q anc plus nous q sic.
E seu die ben qus tengues aplazer.
0 se que no q mos fazas saber.
Pois pendez sèu iamais cliàzò dig.
Chanzon nò dig dona mais édroit uos.
Acuì nò aus trametre autre mesatge.
Mais lo sospirs qen faz de genoillons.
Mas mans iontas lai on sai ure stage.
Ano aseinor mielz de cor nò seruic.
Ab quel trobes cnaize oenlezer.
Qeu uos pogues cubertamen uezer.
Qel mon no ai tan mortai enemic.
De ps'uir fos tat auinturos.
Cumelitatz baises tant son coraitge.
Cuns douz alens de son genz ris mefos.
Dulcetamen entrat en mon coratge.
Se anc nuls hom p sobramar fenic.
Eu fenirai se noi pose escander.
Mais sol peo qem pogues mais auen (').
Visqer eu pois ben aluer afte.
Un fol aflc anpres ist enueios.
En contra mor efai o uilanatge.
Suna dOpna lauzas car sera pros.
Clamerà un enfeimdor p usatge.
Ges no men teine ma da pois qanc lauie.
Voil sas honors esó pretz car tener.
Se uals daitan cautra no a poder.
Qem don cel ioi quac plus fori mabelis.
Lo maioi ioi qac en mò sentic.
Fo en dormen qeum soinaua un ser
Qem largaua sa man nuda tener.
Morir eu iei del ioi cant respic.
Trop se uenget sei uegnes aplazer.
E del seu tort lais menaclies uezer.
Qil no faren acel cane no lauic.
Rambakl del nachera.
3. Si de trobar agues meillor razon.
Qeu no ai sapzaz q me plairia.
Mas tal con lai ferai gaia canzon.
Si far làsai tals q la fos grazida.
P' ma donna q no me deuria entèdre.
E tene miros qaillors nò pose atèdre.
E plaz me mais uiure desespaz.
Qeu sen fos p autra dópna amatz.
Viure mes greu nemorir nò sap bò.
Qe farai dèe amerai menemia.
Amar la dei se no faz falizon.
Qamors euol q ma en sa baillia.
Alseu uoler e nò men uoill defendre.
Ni enuer lei de nulla ren còtendre.
Ainz dei ben dir qum tèe p pagata.
Pois qus fas totas sas uolùtatz.
Non uol faz eqr len guierdon.
Qe sa lei platz desamat nomausia.
0 qem fezes oblidar sa faizon.
Qes mos mirals enqual q loe qsia.
E pois amors me uol damar sorprèdre
Men mi deuria amidòs far aprendre.
Cu eu pogues de lei esser prillata.
Pois mauria mos mal guiardonaz.
Crebail mal trait euroar ab pensazò.
De guerriar qu faz nò me desuia.
De uos amar qem tenez enpison.
Offensioii nous fls iorti de mauia.
Ne nò ferai cu q men deia prendre.
Ne nom farez ab autra dópna rendre.
Qe amon cor men soi ben acordatz.
De uos amar sia senz ofoudatz.
A mon diable que bels dizabentédre.
Ten uai chanzon esi te deigna putire.
Pois poiria dir qu sai ben còseillatz.
De mon còseill qes daurenga laisatz.
Rambald del uachera.
i \ ; , . , . .,' ".■ , (Wni mi i/o t, i me correzione.
— 11 —
(III)
4. Sauis efols humils eorgoillos.
Cobes elarcs euolpiz earditz.
Soi qan seschai egauzenz emarriz.
E sai esser plazenz & enoios.
E uils esars euilans eeortes.
Auols epros econosc mais ebens.
Et ai de toz bonz aibs ptz esaber.
E qant ren faill faz op nom poder.
Sen totz afars soi sauis eginos.
Mais mi dons ani tant q§ soi éfollis.
Qeu sui humils cGpecs me fai endiz.
En nai orgoill car est tat bella epros.
En soi cobes cab son bel cors. iages.
Tant q plus lars en soi emeils.
En soi uolpiz car nò laus enquerer.
E trops ardiz qen tant rie ioi esper.
Bella dopila tal gaug me uen de uos.
Qe mariz soi car no soi aissitz.
Qcu soi p uos als pros tàt abelliz.
Qe noi an sen limaluatz enueios.
Ben tenria uil sa uos no ual merces.
Qe om tene tàt car p uos entotas res.
Qe p uilains ine faz alcroiz tener.
E p cortes al pros tant sai ualer.
Damor dig mal en mas autras cazós.
P' mal qem fez la bella enganariz.
Mais uos dopila ab tort bós aibs ?plit.
Me faig tant bens qnienda es edons.
Caniors euos mauez tal ré pmes.
Qe ual cent dons cautra dópna fezes.
Tant ualez mais p qus uoil mais aue' (').
E nos ten mais pdre ouos uoil ?qrer.
Iois eiouéz eauinenz faizonz.
Vos an ptz dat qs meillor chauziz
E p ma fé se mia uentura fos.
Qe ne mos cliant ne mamor uos plags.
Lo mielz de pres auria en uos ?qs.
E de beutat eposc coir emier.
Qe p auzir osai e p uezer.
Rambald del uaehera.
5; Leu pot boni gaug epretz auer.
Sens amor qui ben lo uoil poinar.
Ab qs ejart ben de tot mal estar.
E faza de ben son poder.
P' queu se tot amor me faill.
Fait tot quant pois de ben euoil.
Qe seu pert ma dòpna e amor.
NO uoil perdre ptz ni ualor.
Qe stors pose uiure oratz e pros.
P' q nom platz far dun dan dos.
Pero sai ben seni desesp.
Qel melz de ptz idesampar.
Caniors fai meillos meilloiar.
E plus maluatz pot far ualer.
E sap far de uolpiz uasal.
Els des auinenz (2) de bon faill.
E dona amainz pabres rieor.
E pois tant itrob de lauzor.
E soi tant de ptz enueius.
Qe ben amerà samatz fos.
Mais pso men uoil estener.
Caniors tol mais q né uol dar.
Qem uei p un ben cét mal far.
E mils pesars eontru plazer.
Et anc né deg ioi senz traballi.
Mais con ial uoilla so egail.
Qeu no uoil son ris ni son plor.
E pois nò ai gaug ni dolor.
Se uals no seria mais ni bons.
Elais mestar desamoros (:!).
Alais totz bons aibs uol retener,
la nò remagna p amar.
Pois né poira iois reprozar.
Ni pretz quel meta enO chaler.
(1) Vi i qui rappresentata, come se si trattasse di n, da una lineetta orizsontale sul? e.
(2) Vn tratto d'un : tra fles e anmenz è sialo messo da un' altra mano, con inchiostro sbiadito.
,3, Le due iniziali di quesi, due Ut B ed E non si leggono ien chiari nel I. pe> ' ""'<"' ■
resta jualche linea, tanto da poterle restituire con sicurezza.
(IV)
— 12 —
Ai qem ren ues lor in uaill.
Cuns amoros dezir masaill.
P' tal qel mon no a zensor.
E prent en loc del ben lonor.
Car uoill qu lau en mas chanzus.
Son pretz esas bellas faizons.
La soa beutatz nil seu saber.
Son douz ris ni son bel parlar.
Non cuit ma dOpna uendre car.
Qe bem pois de samor tener.
Mais sol car ucduiz son mirail.
Color de robin ab cristail.
E car la lauzon li meillor.
Mi cuida auer p seruidor.
Tals conor mes se no mes pros.
Mais nò cuit qu lam enpdos.
Ab cor fait uauc midonz uezer.
Caram pot perdre ogazainar.
E se uol mos precs escoutar.
Aura sempre atot son uoler.
E sen aura razon misail.
Nos tain qem tenzon nini barail.
Ablei mais pens dautramador.
Et anc Floris de blanchaflor.
Non pres coniatz tat doloros.
Con eu dopna seni pari de uos.
Joan senz fra se damor.
Nò ai enbreu ben & honor.
Jamais no serai amoros.
E uiurai malgrat damor pros.
Pero se madOpnam socor.
Qes caps depretz ede ualor.
Ben poirem estar eu euos.
Ondratz entrels pretz cabalos.
Bernard del uentador.
6. Cant pt la fior instai uert foil.
Enei lo téps dar eserem.
El dolz chant del auzel pel broil.
Adouza mor cor era reue.
Pois lauzel ebantan alor for.
Eu cai plus en ioi mon cor.
Dei ben chantar pos tot limei iornal.
SO ioi echant qu nò pès derenal.
Qella del mon cui eutant uoil.
E plus am ede cor ede fé.
An de ioia mos diz emacoil.
E mos precs escouta erete.
Eni som iam p ben amar mor.
Eu nò inorai qus (') en mon cor.
Li pori amor tan fin enatural.
Qe fals son tuig u's mi li plus lial.
Cant mi iiibra cui amar soil.
La falsa de mala merce.
Sapzatz ca tal ira macoil.
Puui de ioia noni recre.
Dopna p cui chant edemor.
P' la boccam firez al cor.
Dun dulz baisar de fin amar coral.
Qem metra ioia em iet lira mortai.
Ben sai la noit qant mi despoil.
Eleit q noi dormirai re.
Lo dormir pt qeu <;is Ioni toil.
P' uos dompna don mi soue.
E lai on hom ason tesor.
Voi on ades tenir son cor.
Can pens de uos dopna de cui mical.
Negus tresor mó bo pensar nom ual.
Tals nia q aniais dorgoil.
Qat grand ioi egrand ben line.
Mais ensoi de meillor escoil.
E plus francs eàt deus mi fabe.
Cora q fos damor alor.
De lor soi ben uengntz al cor.
Merees entent niidons de cui mical.
E salci platz nò ai par niengal.
I ' ■ te il cod. ha qins. ma al ti,' sotto dell'i si ,<<■«>• ,7 pmt6 ,/;
l:ì
(v)
Dompna se nous aezon mei oil.
Ben sapzas que mos coi uos uè.
E nous dolez plus i] mi doil.
Car sai com uos destrein p me.
E sei ielos uos bat defors.
Gardatz que no uos batal cor.
s.l uos fai enoi euos loi atretal.
E ia ab uos non gazain ré p mal.
Mon bel uezer gart deus dire limai.
Cari soi de loin edapres atretal.
Sol deus misal mo bel uezer el grat.
Tot ai qàt uoil q né pé"s de ren al.
Folquet de marsseilla.
7. Sai cor plagues ben fora oimais saizos.
De far chanzés p ioia màtener.
Ma trop mi fai ma uentura dolor.
Qat eu esgart los bens el mal qu nai.
Car ries dizon qu soi eq ben uai.
Mais qil dizon non sap ges ben louer.
Car benenasa no pot nuls hos auer.
De nuilla ré mais daizo qal cor piai.
P' qu ani mais un paubre qes ioios.
Cun rie ses ioi qs tot lan cósiros.
E se anc iorn fui gai ni amoros.
Ar nò ai ioi damor ni no leu sper.
Ni autre ioi noni pot alcor plazer.
Enaz me son tuit autre ioi esmai.
P'o damor qal uer uos endirai.
Nom lais del tot mnomé" pose mouer.
Enaz nom nau ni no pois remaner.
Aisi co cel qé" mei de larbre stai.
Qes tàt puiatz q no sap tornar ius.
Ni sus nò uau tàt li par temoros.
Pero nom lais se tot es pilos.
Cades nu poiz ensus al meu esper.
E deuriam dOpnal fin cor ualer.
Pois conoisez q ia nom recrerai.
Cab ardiment apoderom les glai.
E nò tem clan q men pose escader.
1" qus es gétz seni degnatz retener.
El guierdon er aitai conseehai.
Qe nes li don lines fait guierdon.
A cel qi sap dauinenz far lo' (') don.
E se merce anni poder enuos.
Traia senanz se iani uol prò tener.
Qe ìiumen fi en pretz ni ensaber.
Ni en chanzons qar ben conosc esai.
Qe merce noi zo q raison deschai.
E deuria uos ab merce conquerer.
Qe mest eseuz contrai sobre ualer.
Qi es en uos em fai merce en assai.
De uostramor zo qem ueda rasons.
Mais il me fai cuiar qa uiuent fos.
Adaizo sai q so ueins pauros.
Car al coméz tan leu me desesper.
En mas chanzés pois uaug merce qrer.
Ferai odoos (2) si con lo ioglar fai.
Caisi coni mou lo lais lo finerai.
Desesper mai pois noi pois ueder.
Raison p quel degnes de mi ehaler.
Se uals almens aitan ne retenrai.
Qinz enmu cor lamerai arescos.
E dirai ben de lei en ma chansos.
Leu ardimenz sabia zo qu sai.
Dir poiria quna pauc de oeaisos.
Noz en amor mais que noi ual raisos.
folquet de marseilla.
8. A cant gent uenz ca qa pauc dafan.
Aicel qes laissa uenzer ab merce.
Car en aissi uenzon altrui esse.
E auencut doas uez senes dan.
E uos amor né ofai ges aisi.
Qanc iorn merce ab uos nò pog ualer.
Anz mauez tant mostrat uostre poder.
(1) Veramente mi cod. è lo, col l'abbreviatura, cioè, eie ti1 ord rio rappresenta »'n, ma che, qualche rara volta, •>•
ciimto vis. è adoperata a denotare I' t /
(2) Sul econdo a '■ il tratto orizzontale di abbreviatura, che andrebbe, a regola, sviluppato in n.
(vi)
— 14
Car no uos ai ni uos nò auez me.
Pero par fol qi no sap retener.
£0 qem eóquer qu pres ben autretà.
Qe zo reten coni a conques denan.
P' son esforz con fai lo conquerer.
Caisim pogras tener col fol rete.
Lespuer fel qam tem q se des li.
Que le streing tant el poing tro qlauei.
Mais estors uos soi unire pose ben.
Tot zo q ual pot noxer autresi.
Dóc seus tene prò beus poiria da tener.
Et er nierces sab eis uostre saber.
Qe mauez dat do ac iorn nò gaudi.
Vos moug tenzon neus die mal écatà.
Mais no ert fait q iaus imen merce.
Mais uoil soffrir mó dà en paz iase.
Qel uostra cortz sa dreitures clamali.
Non trobarei mais tat de bona fé.
Anc negus boni si mezeis no trai.
Son esient si coneu qus semi.
Tant loniamentz qàc no gaudi dere.
Ar qr merce efarailo parer.
Car qi trop uai seruici reprozan.
Ben fai semblanz qel guiardo deman.
Mais ia de mi 11G cuiez qeul nesp.
E muil bo rei ricart quol qu can.
Blasmet pzo car no passet de se.
Ar len desment si que chascù loue.
Qareires strais p meil ferir enan.
Qel era cons ar es rie reis ses fre.
Mais bon socors fai deu albo uoler.
E sen die ben alcrozar eo die u'er.
Et ar uedem p qa dóc nomti.
Folquet de marseilla.
9. Per deu amor ben sabez uerament.
Con plus desent plus poza humilitat.
Et orgoil oliai co pi' aut es poiaz.
Dondeo auer gaug euos espauent.
Cane seni mostratz orgoil ?t mesura.
E brao respos amas liumils chàzos.
P' ques semblàtz que lorgoil caia ios.
Qa pres bel iorn ai uist far noit oscura.
Mais uos no par poscaz far fallimét.
P'o quant fail cel qes pros ni pzaz.
Tant qant ual mais tà es pi' écolpaz.
Qem la ualor poia colp odescent.
E quat hora tuit pdon la forfaitura.
la del blasme noil sera fait pdon.
Qaicel reniain en mala sospecon.
Qe amaint met tei qi adù desmesura.
Blasme na hom ecliascuns sei asen.
P'o ses nous lengans pi' (') galiaz.
Aicel qel fa qacel qes enganatz.
E docs amor p quel fai tat souen.
Con pi' uos sere eliascus pi' sé ràcura.
E del seruir taig qalq guiardos.
Pretz camics meilloramt odos.
Mens dun daqst par fol q siatura.
Pois fui eu dóes qec mis lo cor el sen.
Sen no fo ges enaz fo gran foudatz.
Car cel es fol qes cuia estre senatz.
E sabon meins ades co pi' napren.
Ano pois merce q ual mais q dreitura.
Noni uales ami ni ac poder enuos.
Pauc mi sembla pogues ualer raisos.
P' qu sui fols car anc de uos aig cura.
Mais ar sui rics car en uos nornten.
Qeu cuiar es ricliesa e paubretaz.
Car cel es rics qi se té p pagaz.
E cel paubres qe trop ricors senten.
P'qu soi rics tan grant ioi masegu'a.
Qan pens co soi tornatz des amoros
Qa dócs era mariz ar soi ioios.
P' qu ino tene agranz bona ueiitura.
Cortesia nò es als mais mesura.
(1) Z'1 sotto V abbreviatura dell' us ha un altro et) 1 < irai; Sicilie •>, reiltà sembra «a b miùiscolo.
(VI!)
Mas uos amors no sabez anc cj fos.
l'Vju scimi tant plus cortes do ims.
Qel maier brio calarai ma rancura.
A nazinia & atote tSps tatura.
Chanzoiis cai' de lur es edelor rasós.
Cantre si ses cbaseiis pane amoros.
Mas sembiante fan daizo do ù Scura.
\_Bernart del uentador] Cl-
io. Non es meraueilla sen chant.
Melz de nuls antro cbaiitador.
Qc plus me trai cor ues amor.
Qou misui faitz a son tale.
Cors ecor esaber esen.
E forza epoder iai mes.
Sim tira ues amor lo fres.
Qe ues autra part nomateli.
Ben es mort qi damor no sen.
Al cor qal qe dousa sabor.
E que ual uiure ses ualor.
Mais p enoilz far ala gen.
Ja dani nideus no mair tan.
Qe ieu uiua un ioni ni mes.
Pois q de noil serai repres.
Ni damor 11O aurai talen (').
Per bona fé eses eniam.
Am la plus bella eia meillor.
Del cor sospir edels oilz plor.
Car trop lam p qu nai dan.
Eu qem pose mais samor mi pren.
E las cartres oil ma mes.
Non pose obrir clau ses merces.
Ni de merces no trop nien.
Aquest amor me fer tan gen.
Al cor duna dousa sabor.
Qe cent uei mor lo ior de douzor.
E reuiu ioi dautre cent.
Tal es lo mais de dous semblant.
Qe mais uals mO mais cautre bes.
E pois lo mais ai tant bon ses.
Mult ual ral bes apres lafan.
Si deus car se foson trian.
Dautres fals fìns amadors.
Qe lausengicr etrichador.
Portes un corn el fron denan.
Tot laur del 111011 etot largen.
I uograuer dat seu lagues.
Si q mi duna conogues.
Aisi con eu lam Aliameli.
Cant eu la uei ben mes pouen.
Als oilz al uis ala color.
Qeissamen tremble de paor.
Con fai la foilla contrai uen.
No ai de sen par un enfan.
Qaisi sei damor entrepres.
E dòpne qes aisi conqs.
Pot dopna auer almosna gran.
Bona dopna plus nous deman.
Mais qem prendatz a seruidor.
Qeus seruirai co bon seinor.
Cosi qe del guierdoman.
Veus mal uostre comandaman.
Frane cors humils genz ecortes.
Ors ni leons non es uos ges.
Qe mauziaz sa uos mi ren.
Ugo bruneng.
11. Pos la drecs téps uè cliantà erizen.
Gai efloriz ioios de bel semblan.
Bel de uem tut acollir enchantan.
Pois el no fail de ioi tan bel psen.
Car gaug nos es donat p alegrar.
E qi no la sii deu far aparer.
Car de eoiiort liaison gaug eplaiser.
Don hom sen pren ades asO melz far.
disi fos bon so q sol esser gen.
Ni grades so q fon benestan.
(1) Questa intestasione è scritta da una mano posteriore in corsivo piccolissimo, con inchiostro motto sbiadito. È indub-
biamente scrittura di Futi-io Orsini.
(2) Veramente, nel cod. l'aporia un' abbret dovrebbe leggersi tanlen.
(vini
— IH —
Jeu ero ql teps ualgra caratretan.
Con anc se fes segon. moneisien.
Mais quecs apren so q degroblidar.
E oblidan so q degran saber.
E le uun sus so q fera leuar.
Tot aisi fan li rie desconoisen.
Cai mes dariers so canaua denà.
Donc e condug gaug esolatz echan.
E cui don prez auer p dreg nien.
Ges arazon nò o podon portar.
Cane boni no fo pros senes prò tener.
Ni nò nac hom ualen senes ualer.
Ni bon ses ben ni lare senes donar.
Ben aisi an atrestornat iouen.
Egaug epretz eualor eboban.
Qel gai donei contenia entrenan.
An li plusor uout endescausimen.
E pois amor ten uil so qes plus car.
Non pot adrec lial nom retener.
Car qi despen tot son gaug euuncer (').
Pois de cent iorn nò pot tari recobrar.
Queo ai damor qel gaug el ris el sen.
Coblatz emotz cordas anel egan.
Sol on pagar li amadoi un an.
Ar es pdut mais dona eprenen.
Qe ia donz fo qel maior don damar.
Voliom mais espar qez auer.
P' cara sai qe laz emplit uoler.
Morol desir. q solol don nafar.
Per so ual mais damor so com naten.
Qel coitoz don des auinen no fan.
Qels mais nes bos eplasenters lafan.
El sospir deus & maltraiz ensemen.
E pois amor no poc loinses anar.
Da qui en an tornon enon caler.
E mudon cor ades amon uoler.
E drutz repent so quel sol desirar.
12. Aisi con larbres q p sobre cargar.
Fraing si mezeis ept so frut ese.
Ai eo pdut ma bella dòpna eme.
E mon enter sen frait p sobramar.
P'o se tot me son apoderatz.
Anc iorn no fi mon dan aesien.
Enanz euit far tot so q fatz absen.
Mas ar conosc q trop sobral foldatz.
E no es ben comsia tot senatz.
Que asaison no segua son talen.
Ese noi a de ebascun mesclamé.
Non es bona sola luna miltatz.
Car ben deuein hom p sobre saber.
Nescis enuen mantas uez folleian.
P' qe seschai com an enlou mesclan.
Sen ab foldatz qil sap gen retener.
Sas qu no ai mi mezeis en poder.
Hanz uau mon mal en qeren ecerca.
Euoil trop mais pdre efar mò da.
Adab uos dòpna qab autra cóquerer.
Qanc se tuie far abaquest dà mò prò
E q sauis ab aquesta folor.
P'o alei de fin fol amador
Mauez a hom despeis mi faz plus bò.
Io sai nul hoc p qu des uostre nò.
P'o souen tornon mei ris en plor.
Et eu co fol ai gaug de ma dolor.
E de ma mort qat mir uostra faizon.
Col basalisc qab ioi sanec aucir.
Cai el mirals se remirec esui.
Tot autresi ex uos mirai ami.
Qe mauciez cat uos uei neus ni.
E no uos cai qat mi uedez morir.
Ab anz en fai de mi tot en aisi.
Cum de len fant qab un marabutin.
Fai on del plor laisar edepartir.
En pren lo cor & eu lo iorn uézaza.
Lo cor del sen qen ac anc se.
(il .1/ di sotto del e si vede il /'mito clic vorrebbe significare la cancellatura: t al di sopra a lem/e a a d'aiti
17
(«)
Et eu del mal édel dan q men uè.
P' lor obs anchausit eu la gensor.
Mei oilz espres segont la lor esmanza.
.Mas araon obs chausiron la peior.
Pois descobrir nò laus ma finamaza.
Qautre sim pose la raina de franza.
Amar aizo noni pot uedar zo ere.
Pois nolen qier ni laus clamar m'ee.
Do nes garetz parages ne ricor.
Dona uasmi mas uostra benestaza.
Qar ben podez faire de bon meillor.
Et er lo pros meu e ura ne' lonràza.
Gar no fai trop cjls ìanzatz ìanza.
Mas quii bumils enanza esoste.
Deu & amics bon pres en reue.
13. Nuls hom no sap q ses gauz nidolor.
Sen son poder no la tègut amor.
Mas eu sai ben la dolor el tornirli.
E res no sai qals es sa benenansa.
Mas qem trai asa bona spanca.
P'o mult mais senuia cel cosen.
Qe nom rete nini noi del tot zeqir.
P'zo q mais me posca far languir.
Mais mi no ten mal traiz da ni dolor.
Ainz sui plus fis om plus ereinalaudor.
Var lei cui son tot seus onom defen.
E pò il prenge dura uenianza.
Amor car faz tan gran desmesuràza.
Car qi poia mais q no deu deisen.
Aras conosc qem uol far penedir.
Daiso q il ma fait tant abelir.
Do lausengier ni de mal parledor.
NO ciani en res àz mes lor brug honor.
1" quel menors de lor diz no desmen.
P'o dan mes mas lo dan mes oranza.
Elai car bes sibella na mbranza.
Qe sters no sab de mi imi mos talen.
Adoncs mespt on eu plus ino cosir.
Et els dizon aizo qu nò laus dir.
Ab uos soi mut egenz par lantz aillor.
Ablas autras eies aitals error.
Nom deu esser eointatz pfalimen.
Buna dopna q inasinì pia sembianza.
Podez saber mo fin cor ses doptanza.
E uos seus platz prenetz nes garamé".
Quii loe de fait Ioli de on gradir.
Aicel qia uolutat de seruir.
Si con ual mais denanz iuem pascor.
Eautresi co lanbre ma douzor.
Es sobres totas de bel captenimen.
Ne mantas nà gelosia epesanza.
Et eu mezeis en muer de sobramanza.
Ca mi son falz tan uos ani filiamoli.
E noni deuez detot entot delir.
C/o cab uos a auiure oamorir.
14. En greu pantais matègut longamen.
Cane nom laiset ni nom retenc amor.
Et ai saiada totas sas dolor.
Si quels del tot ma fait obedien.
E car mi sap forcer si esofren.
Aisi cargaiz de lamoros afan.
Qel meillor tent no soffriron aitan.
Amar mi fa mal mon grat finamen.
Lei qi ma fait chausir p la meillor.
Et agran obs qem fé chausir aillor.
Casatz ual mais gaaingnar en argen.
Qe pdre en aur segon mon escien.
Mas eu lai fag alei de finaman.
Qeu fug mon prò euai segur mon dan.
E seu cu fol seg mO dan folamen.
Ha tot lo mens mes la foudat honor.
Qeu ai ia uist faire mantas folor.
Qe torna ben asaber easen.
Et ai uist far maint faiz sabiamen.
Classe di scienze .morali ecc. — Memorie — Ser. 1 ■'. Voi. II. Parte l*.
(x)
18 —
Qi torna ben afolia trop gran.
P'qom cug far sen can uai foleian.
E uos dópna cauez ualor ualen.
.Visi con es meiller de las meillor.
Val ac merces & obri uos ricor.
Et no gardatz raison mais chausimen.
Qezo que Imi poia lautre deisen.
Quo raison creis merces uauc amerma
Sius platz auzir podez mi raisonan.
Vaue uos calra del meo ennansamé".
Se uos mbratz uostra ualenz ualor.
El dolz esgart abla fresca color.
El cortes die amoros eplaisen.
Can cor mistan al cor uostroilz rizen.
E car eo plus souen nous ueng dona.
A pauc mos oilz ester mon grat noiuà.
Naimeric de putham.
15. Cel que si rais ni guerreia abamor.
Eq sauis no fa al mieo seinblan.
Car hom atart prò de guerra etost da.
Qe guera fa tornar de mal pezor.
Ènguerra troup p qu noia uolria.
Yiltat de mal ede ben carestia.
E fin amor si tot mi falangnir.
A tant de ioi qé pò tost ezauzir.
Li plaiser son plus q li noi denan.
El ben ql mal el soior q lafan.
El ioi ql dol eleo fas ql pesan.
El prò ql dan son più el ris ql plor.
Nódic aiso del tot ql mal noi sia.
El mal coni nai piai plus q q guerria.
Car cel cama de cor no uol guarir.
Del mal damor tant es douz asoffrir.
Enquer sai eo dautres ben ni amor.
Qel uil fa prò el nescis ben parlali.
El escars larcs eleials les truan.
E fol sani el pec conoisidor.
E lorgoillos domesta & liumelia.
Fa de dos cor un tan ferm los lia.
Dones no de hom adamor cótradir.
Poz tant ben sap emendar efenir.
Bona dópna de uos tene edamor.
Sun esaber cor ecors motz echan.
E seo ren fatz qem sia ben estan.
De uen auer lo grat eia lauzor.
Vos eamor qe mi datz la maistria.
E se za plus de ben nomen nenia.
Pro nai càbi sego lo meo seruir.
E si plus fos ben saubra plus grazir.
E eu lai seruit ben ai càbi damor.
Ab q za plus noni fezes mas aita.
Qen manz loe ma fait aut etan gra.
Qe ia senz lui no saubra auer honor.
E mantas uez me gard de uilania.
Qe ses amor nom porrla uenir.
Na zoana dest za dir no sabria.
Tant de lauzor coni auos couenria.
Car uos sabez lo bens melz far qo dir.
Tals bens co deo sobral tres bes gcir.
Na biatrix del oilz del cor uos mir.
16. Cant edeport ioi donei esolatz (').
Ensegnamet largesza & cortesia.
Houors epretz eleials druderia.
Asi baisatz en ian emaluestatz.
yen pane dira no soi desespratz.
Car elitre cent dópnas ni piador.
Non nei una ni un qi bens capteg*.
En be' aman no nei un tà sinfegna.
Qe sapza dir qs deuengut damor.
Gardatz con es abaissada ualor.
Las drutz ia edópnas sin parlatz.
Quis fegneran edira tuta uia.
Qi] son Ieia] & amo senz bauzia.
Pero cliascun nes cobertz ecelaitz.
E tricharan sai dai uas tot h&t
(li II co] passare ad ì HO» fece cape
— 19-
(XI)
E las dSpnas c5 plus ai) domauor. (')
E mais cugen cu apres [or oteigna
Mas aitai bens con ses (-) chai lor nauega
Qa chascuiia es onta edesenor.
Pos soffron drut si poi des re aillor.
Aisi cuiii es mei/, en dùpna beutaz.
iìciiz acollir et auenèz condia.
E licls parlai pretz edouza paria.
Aisi deu melz gardar sas uoluntatz.
Qe rcn no ual cor de doas meitatz.
Ni no es fins pois iuaira color.
l 'una sola mors taing la destreiga.
No die eu ies ca dOpna des coueigna.
Sun la pga nia entendedor.
Mais no deu ies en dos loc far secor.
Tant quàt regnet le almen amistatz.
Fol segles bons esenes uilania.
Mas p..is amors tornet entrichairia.
Fo descagut de iouenz abaisatz.
Et eo rhezeis en uoil dir las uertaz.
Aitant ai pres dels falz drutz t'ehador.
Qe nò es dreitz q iamais en reueiga.
Cu sii magues mal fait fogi de cors.
Can mac estors & enansat e sors.
At aquest torz donam fos pdonatz.
Passat agra lamar part lobardia.
Mas nò crei far anz leial romanria.
Si no mera uas uos adreizuratz.
E p aizo degratz uoler la patz.
Car en uos es pretz beutatz eualor.
En ma chansos q nuls noia reteig3.
Preiar uos ai dousa res qus soueiga.
Ca ientil cor taing fràqsa e dousor.
E deus pdonar als bons pdonàdor.
17. Tot mi cimici de chansos far soffrir.
Era dimeni entro calende maia.
Mas era uei qu nomen pose zeqir.
Per ma reison q totz téps es plus gaia.
E p ini cai del mon plus auinen.
E de smi prez cades poie & enanza.
Car sai euei ecoriois senz doptanza.
Qen degresser plus coinda machasos.
Cai uni ni] platz q son ben numi fos.
Car ma 'luna soplei totas sazos.
Qem nafra gent alcor ses eols de làza.
Dun dolz esgart ab sos oilz amoros.
Lo ior qem det sa ioia esa coindanza.
Ai sei esgart mintret tan dousamen.
Alcor q tot lom reuen emapaia.
E se ses oilz man faig corteisa plaia.
Il men saubra corteissamen garir.
Per qu lo dei conoisser egrazir.
En amor soi pausat tot mei cosir.
Si qen ren al nai poder qel nes traia.
Qeu no soi faig mas p far e p dir.
Tot zo q sia mi dons bons eil plaia.
Cades linelin egran merces li ren.
Ab bona fé & abhumils sembianza.
E grazisc li lo ini eia legranza.
Quem det tan ferm que un rop ni des lios.
P' qu stai alegres cioios.
Nuls 'hnni no poc ses amor far. q pros.
Se noi enten onoi a saspanza.
Sci ini damor es tan fins etan bos.
Qen centra lei no es mais benenàza.
Qe p amor tenom son cors plus gen.
Enual on mais eneffose nasai.
Dauer bon ptz ede lauzor uerai.
En uolon mais caualcar egarnir.
E far q pros edonar eseruir.
Ha ma dona nos cug q dia leum uir.
Ni cautra mor ia lam toilla ni inaia.
i in plus esgart autra dOpna ne mir.
Menz nai poder q ia daleis mestraia.
1" merce il ciani e p enseinguanien.
il) Sul primo o sì scorge vn .:. scritto dalla solila mano, col solita inchiostro sbiadilo*
[2] Ancltequi la stessa ,»"<i>> ha < 'lo >■> piccolo .-<■. i pei denotare che sea e chai vanno uniti.
Cxnl
- 20
( 'aia de mi cosirer emcn bvanza.
E car noni uè ne sei fogna pesanza.
Qeu enstau tan pensiu ecosiros.
i lades iteng Ics oilz del cor amdos.
Bernartz del uentador.
18. Cant la foilla sobra larbre sespan.
Edel soleil son esclarzit li rais.
E li auzel seuan enamoran.
Lus ablautres efan uoltas elais.
E tot qat es sopleia uar amors.
Mas sola uos ehes geo p coutir.
Bella dupna p qu plaing es'ospir.
E uol mes mar entro ris eploran.
Couen la uaug entrels meillor blasma.
Et enmos dig lo seu afar abais.
Por esprouar de chascuns son semblan.
E p saber lo sieu fin pretz uerais.
Si es tengut p tan bon entre lor.
Don trop li pose demandar & auzir.
Adone naug tant achascus de ben dir.
Per qu nai pecs de leo mor deziran.
Anc mais nuls hom nò tis ta, greu afa.
Con faz p leo legier mes or lo fais.
Mas cat esgart son cors el seu sembla.
El genz parlar aichi soi amai frais.
El seu bel eors et safresca color.
Mult se sab genz beutatz en lei assir
Con plus lasgart plus la uei enbellir.
Deu me dò ben càc ren nò amei tan.
Mas car man mori fals amador truan.
Qe p un pauc damor se fa trop gais.
E tant ades lo seu uoler 11O an.
Il uan digan camor tornen biais.
E dautrui ioi sefan deuinador.
E can sui mortz cuion autrui auzir.
De mi uos die q nomen pose partir.
De lausenger za né inane doptan.
19. Iausel faiditz eu uos deman.
Cai uos par quo sian meillor.
Entre li ben olimals damor.
E digatz mal uostre semblan.
Qel ben es tan dolz etan bos.
El mal -tan fer & angoisos.
Qen chascun poc es prò chausir.
Raison sii uolez mantenir.
Albert li mal trait son tan gran.
El ben de tan fina doucor.
Greu trobarai mais amador.
Non ames achausir dos tan.
P'qu die quel ben amoros.
Es maier ql mal p un dos.
Ad amie q sa bon seruir.
Et amar ecelar esoffrir.
20. P'que aqil acuì obs ma cóques (').
Tan qa mos precs saclis sos cors pzàz.
Tro si al cor ab los oilz acordanz
Qal cors pareis qal coraie plagues.
Mi donz sap far de ioi parer pezsaza.
E son uoler gardir & escondire.
Qar dinz son uair e de for feng lirire.
P' qu no sai cor iuiar p sembianza.
Mas si beni noi aura paregues.
Pois aisil soi fis eses tot enganz.
E cel q diz qu pens mas del seu manz.
Qi ra mi cor qi la lo meu còques.
E sol qal cor aia de mi menibranza.
Del plus serai atendenz esoffrire.
Ab que lesgart se baison el sospire.
P' que lamor non torn en desenguaza.
Pois aisi atrestot mon cor cóques.
Qe nomi laise tornar autre talanz.
Sia de mi souinenz emembranz.
Qe mil mal traig de mi plaidei un bes
E ia parlers nò le faizon doptanza.
Qar enels ai apres gein & albire.
(1) // copista fa seguire questo frammento al precedente, sema alcun segno di distinsione, come se fossero un sol
tutto. Ami i pi imi quatti » \ ei si di questo „. 20 stanno addirittura come continuasione della strofi- Albert li mal.
— 21 -
(xm)
Cab los oil bail & ablocm- remire.
Qai en aisi lor eels ma benenanza.
Negus no sap de raon ini uasses.
E sei '1 ditz de cui ses fag mos ehanz.
Al plus sabenz nestau qeit ecelanz.
E fatz cuiar a quo q no es res.
21. Ben aia amor car ano me fez chansir ( ').
Lei qi ìiom noi nini degna nini acoil.
Car sim uolgues aisi coni eu lauoil.
NT' agra pois de qem pogues seruir.
l'recs emerces chausimenz epaor.
Chant edóneis sospir desir eplor.
l-'nron pduf si fos acostumatz.
Car engal ment fos so aman amatz.
As iouenz cor plazenz de gra bcutaz.
Gai amoros cortes de bon agratz.
On es fms pretz renouellatz esors.
Ma si eóques no pose pensar aillor.
Meu no uauc tan autre pensan.
Cades mos cors nò tir lai omei oil.
E sieu aiso nul tens uet ni toil.
la fin amor nomen faza iauzir.
Lautz eplazer men uen on pi' médoil.
E son pagatz tan mes bós asoffrir.
Car mult uoil mais p lei cui ani làguir.
Qautram donso do il me fai orgoil.
E ies no uoil aquist ne trobat.
Dona qi maia trop leu ioi donat.
Car no es ioi si no laduz honor.
Ni es honor si no li dona amor.
Samors ouol em fai merces socors.
leu serai tost garit desas dolors.
E del mal trag on ai Ione tens estat.
Mas sim destrein razos em fer embat.
Qe tot qat pens mi torna dautre foil.
P' fol mi teli car anc lau ni dezir.
Su q no poc ninom deu auenir.
Mas nò ptan eu remain tal consoil.
Mes de inidonz noni pos raisos partir,
i^i eum ciani p dieus ep humilitat.
E se merces trai de lai sa ricor.
leu faz de sai de merce mon oapdoil.
E i''s nò pert son pretz fina lauzor.
Si chauzimenz li daura son escoil.
Qel dieus damor aben p dreg iugat.
Qe dona deu son amie enir.
E ser C2) elamanz mi desuest em despoil:
Anz grazirai sim degna neis auzir.
Amors qi mes capdel eguiz etor.
Eni pas qon ioni de pensameli/, onrat.
De ioi nouel mi tene ben p pagat.
Car lenguanza de rei mirador.
Tot tèps la uoil orar & obedir.
E car tener eqis uol sen ian groil.
22. Amors men uidaem semon.
Qeu enchant faza saber.
Con sim ten amors en poder.
0 si mes trop mala onon.
E pois uei q il men apella.
Ben es dreg q en chantan retraia.
Cossim conors ema paia.
Un ioi qi ses en mon cor mes.
P1 bon respiecs qui ma conques.
E totz los bens qen amor son.
Ai eu ara qal que plazer.
Car ieu ai mes tot mon poder.
Mon pesar ementencion.
En amar dopna coinda ebella.
E son amatz duna pucella.
E qant trop soudadera gaia.
De porte mi cossi qem plaia.
E p tan no son men cortes.
Ad amors sila part entrels.
Amors uol ben que p raison.
le aiin mi donz p mais ualer.
(1) // con. non distingue per mezzo di nessun senno questo componimento da quello e/te lo precede. Soltanto fa Capo-
berso, colla iniziale rossa, come per dar principio ad una nuove strofe.
(2) Ti >< E '■ xhi- si legge, d'altra w"<io, lo.
(xiv)
•).)
Et ani pucella p tener.
E subre tntz qem sia bon.
Sap toseta de p'ma sella.
Oant ies fresqueta enouella.
Don noni cai temer q iam Iraia.
Maicine tari q ab lei iaza.
Un ser odos de mes en raes.
I" paga' ad amor lo fes.
No sap de domnei paue mi proli.
Qi del tot uol si donz auer.
Non es domneis pois tornauer.
Ni cors si rent p guizardon.
Aia noni anel o cordella.
E cug neser reis de castella.
Pros es dòpneis damor ueraia.
Si ioias pren eqani poc baisa.
El sobre plus tene amerces.
Entesaur enò done ges.
Franca pucella de saison.
Mi platz quat mes de bel parer.
Esuen de iosta mi sezer.
Qan soi uengut ensa maison.
E sei uoil baissar la masella.
E le strenc un poi la mamella.
Nos mou nis uira ni ses glaia.
Anz pugna co uasmi satraia.
Tro quel baisar elisia pres.
El doz tocar de loc deues.
De saudadeira coinde epron.
Voil qem don ab pauc de qrer.
Tot so camor noie azaser.
E nò faza piane ni tenzon.
Dostar camisa ni gonella.
Anz danze segon que ueille.
Cel que no a som q sestraia.
De far tot uec camor la fr.iia.
E sii na uia mais apres.
la del enseinar n feisses.
Albertets.
23. Un sonet gai elezier.
Comenz chanzon gai eplaisen
Caster nò aus dir mon talen.
Ni descobrir mon desirer.
Desir ai qem uen de plazer.
El plazer mon de bon esper.
El bons esper de ioi nouel.
El ioi nouel de tal Castel.
Qeu nò aus dir mas arescos.
En aices qem ten ioios.
Ioios son eu & ai mester.
De far plazer a bona gen.
Donrar ioglar damar iouen.
De dar auanz q om nom quer.
E quan del tot nò ai poder.
Sauals q no faz aparer.
Qant autrui fai qem sia bel.
Qa donc faz dautrui fior capei.
E son tengut cortes, pel pros.
Et eniiemics dels enoios.
Enoios son li lausengier.
El gelos quns no sen defen.
Car 011 plus uos feran parné.
Qeus amon ab cor uertadier.
Adoncs uos cuion deseazer.
0 pois naran matin eser.
Con uostre ioi se descabdel.
Sals mon podon mouraus sanbel.
Esius uolez nous fail tenzosi.
Mas soffrez euencerez los.
De ben amar nò ai parier.
Ni trou amador de mon sen.
Car qui plus ama finavnen.
Desi donz diz qeo len quier.
leu nò lai ies mal il puer.
A ben me ses tot retener.
Mas ieu noni doil daital cianci.
23
(XV)
An senz alcor un dolz cairel.
Don tin amoi mes guerizos.
i !ar sol aizo 'ì tain ados.
E pois noni pulii, in mei guerier.
Mermar ni tolrel pesameli.
Qim ten mon cor ai tari iauzen.
Non sai p qem leu eossirier.
E midonz sap aitan ualer.
Qan coras uol mi poc auer.
la noni manz letrani saiel.
Nen dune cordon ni anel.
Mas digam el digs er midos.
A issi coni uos mauez ai uos.
Vaten chanzons not cai temer.
Fol agiir ile cap ni dauzel.
Trosiatz li ogni doisel.
E digatz sim tramet ab uos.
Fols cosils car es amoros.
De mon mal aibs conosc enuer.
Qab fer freit ibat emartel.
Folia ai fac qar ia lapel.
Pliir. de samor mas q sieus fos.
Aissi coni soil tot en pdos.
Raimon iordain.
24. Per qua! forfaig op qual faillimé.
Qeu ano fezes encontra uos amors.
Mi destregnez em tenez enueios.
P' la bella cui mos precs no enten.
Trop demostratz en mi ure poder.
E qui ueneut uenz molt fai pane dfforz.
Siué qsez leis qi nous te nius blan.
Adocs sabrieu qieu au graz annoi gra.
Ben cuiaua laisar ad esien.
E qe nò chantes mais à lira lauzors.
Ni q iamais nom reclames p uos.
Qar meraiz tan de mal acollimen.
Nas aisom tol donai saber ci sen.
Qa tota genz aug dire ad esfors.
Qel Ore pretz uai lo meiUor sobran.
Qe mal parliers nous poc tener clan.
E car sabez dópna certanemen.
Qe dautramor nom uen gauz ni paor.
1" pènsat uos sius poc esser nul pros.
Sem faz morir ab aitan greu tormen.
Ben conoissez si no eo faz parer,
i^nil seu destrui q no fai gran esfors.
Vostre son ieu aissi ses tot enian.
Qe si eu uos pert uos pnez tot le dan.
Car ieu uos am tan desegada men.
Con piecs mi fai la pena eia dolors.
Adoncs aflain eson plus cobeitos.
25. Si con ohi fai diz loffire camian Ci.
Qe sobliton zo don plus es membratz.
Qe qan uos uei soi del tot oblidatz.
Mas psom piai q faillimentz seria.
Seu p deman lobel solatz pdia.
Dópna ben sai q uostra ualor gran.
E ma onda cor esofrain men ricors.
Esi del plus podez faire clamors.
Vos eamors ensiatz amon clan.
E si pzo dona mo chaisonatz.
Car no soi rics sera torz epechatz.
Car tat no ual neguna manentia.
Endreg damor co fis cors ses bauzia.
E pros conitessa lo noms de sobeiratz.
E laug auzitz p tot & enansatz.
P' qu nom part de uostra seignoria.
Nom farai aitan equan uius estia.
26. En aisim pren com fai al pescador.
Qi nò ausa son peis maniar ni uSdre.
En quel lan mostrai ason seingnor.
Qen tal dópna mi fai amor entendre.
Qe quat eo faz siruentes ni clianzon.
Ni nulla ren qeom ere qil sapcha bon.
[li l versi che seguono sotto il n. 25 stanno nel testo come regola e continuasione (lei frammento n. .'/.
ixn)
24 —
Lai lo tramet pso q sen retraia.
So qen nolra eqe de niil soueigna.
E pois al sieu renianen.
De por mabla cortesa gen.
Aissi con fan uolpils en caasador.
Qen cauz souez so q no ausa tendre.
E eug penre abla perdritz Issi
E e..imbat so don nomi pose deffendre.
Col batailler ea pdut son baston.
(Je iau mitrar sotz lantre campion.
E p tot so anol mot dir no deigna.
Qe pson dree arespec q reneigna.
Qe sii fa ges pnatz per (•) een.
P' qu nai maior ardimeli.
Arlimentz ai esai aner paor.
Eqant loes es tenzonar eeoutendre.
E sai celar egen sernir amor.
Mas ren nom ual p qem cug al coi iedre.
■ de son tort no pose trobar pdon.
Ableis q sap q soi serai
Camors qil sen eapteigna.
E ieu niout mais dieus don q bè nieueiu'.
Qar ses lei no ai guarimen.
Xipius poiar si nò deìsen.
- tot enian eses cor triebador.
Maura sii platz caital mi uoilla pndre.
E noi gart ies paratge ne ri
Cmnilitatz de (2) tot oigoil descendre.
E cai il sap cane no fls falizon.
Eneontra leis ni lae talen felon.
Saizo noi ual corteisia noi reigna.
Et en tot bon oomenssamen
Deu auer bon defenimen.
En mais lei nei la tenon p gensor.
Mei "il qem fan afflamar & entédre.
Mas ien sai ben qil a tan de ualor.
lam tol mas merce là poe rendre.
P' qu me stauc en bona suspeizon.
Et estarai trosia oc onon.
E qen baissan ab sos bel bratz mi: _*
Qe ser poc ben qen aissi ses deueigna.
Qaurra brat ai uist ab fonnen.
Et aplom afinar argeii.
27. Bona dona duna ren qus denian.
Me digatz uer segò nostre semblan.
Suns nostre fìns amie uos ama ta.
Cantra uar uos ni raisona ni blan.
Ar me digatz del tot nostre ueiaire.
:^e laniere!! osofrerez son dan.
Qeu soi sei qi lo sabra retraire.
E uvs digatz fé qem deuetz bertra.
Qals elamics qel noi saber enan.
Qeum tem de uos p qu mi uauc doptà.
Qe nò siatz mesager par engan.
Donc sabretz gen qen nai ancor afaire.
-es mentir nomen pogues estraire.
Dópna sen fos aqnel q uos cuiatz.
Qens enqses ben fora enganatz.
Qar uos aug dir so don eu soi iratz.
P" amor eel qes nostren domenzatz.
Eus ama tant q no tem nul mal traire.
P" uostramor euos dópna sins platz.
Voillatz qab ioi lo seu tri>t coi seselaire.
Per uostramor b"tran car me pgatz.
Lamerai eu mas el pane amatz.
noi piomet ni nnl lespee nus faz.
Qil don mamor car ses uas micelatz.
P'qu no crei camors la podei gaire.
1 r sii maiiies nil forses uoluiitatz.
Qil q semblant fora q fos amaire.
Dópna eu soi lo uostramie aitala.
Francs ebumils uer edrecs elials.
E serai uos deseruir tan uenals.
Qe ia nom ner afan asoffrir mais.
E uos dópna si con es de bon aire.
(1) Kexcii ' t«ol>» dtll'abbre
di sopra MI' e, «et codice, s n-
(XVII)
Retenez mi q ben es ùre sals.
Ab tant fju ia de ren nei nos nOnaire.
Amie bertran ben es ioc comnnals.
Qeu am eelui qs mO amics corals.
E lamics uoil q sia sabez qals.
Fins efezels uertaders elio fals.
Ni trop parlers ni iaglos nigabaire.
Mas de bon pretz desò poder siuals.
Caissi couen fors edanz so repaire.
Dópna cel sui q nò enten enals.
Ni ues autra mos cor nos poc atraire.
Amics bertran ben don anar cabals.
Drnt qant es fis fezel enó trieliaire.
28. Autresi con pseuaus èl téps- qel uiuia.
Qe ses bai des gardar.
E anc no sap demandar.
De que seruia la lanza nil grazans.
Et eu sun atrestaus.
Mielz de dópna qat uei Are cors gen.
Qeissamen moblit qat uos remir.
Ieus cug piar enofatz mais cosir.
Del uostre dur cor fos taus.
Co la cortezia qus uè dauinè parlar.
Ben pogratz de mi pensar.
Canz maueiria qn uos piar no aus.
Qinz en mon cor ten claus.
.Mielz de dópna de uos un pensarne.
Tant iauzen q qàt de ren mazir.
De douz pessar pe liren les iauzir.
Abun es gart coraus q afaita lor uia.
Mos oilz ses retornar
Al cor on los ten tan car.
Qe sius plazia caiso fos mos ioruaus.
Dels trabailz edels maus.
Mielz de dona q trag p uos souen.
Tan greu men esili uoil mais morir.
Qautra dónani fes ren ta uos dezir.
Veilla de sen ede lana ioues on iois lia.
Veilla de ptz edonrar.
Ioues de bel doneiar.
Luein (') de t'olia ueilla cu tot fag
Iouenz esaus
Mielz de dópna ueilla en tot bel iouen.
Auinen eueilla senz ueillezir.
E ioues tanz ede bel acoillir.
Bona dópna naturaus merce uos qria.
Qe pogues merce trobar.
Ab uos que p autra far
Gang nO daria merceus ciani e no r? aus.
Merces es mon gabaus.
Meilz de dópna si merces nous en pré".
Veiramen (2) mer p uos amorir.
Bes mas merces noni poc guerir.
Si con la stella iornaus q no aparia.
Es nostra beutatz ses par.
El bels oilz rizenz eclar.
Francs ses feunia adrecs cors lóc egans.
E de t>it;is beutatz claus.
Mielz de dona ede bel estamen.
. Qim defen mon pensar de martir.
Cautra nom poc aiudar ni guarir.
29. Atresi co le leos qez es tan fers età gais.
Qe son leonels qat nais.
Mori ses alen eses nida.
Tro ab sa uox qel es erida.
El fai sorzer eanar.
Ai restai poc de mi far.
Ma bon dopna e amors.
E garir me de mas dolors.
Molt es bos lo guierdos edolz ecar euerais.
Mas tan plazen so li fais.
P' ques sa ualors conplida.
Caissi con la naus perida.
Qe res no poc escapar.
ili Tra ('Ufi è f osto, dall'altra mano, un o.
(2) Sotto l'i è visibile un piccolo punto, che vorrà sì • -oppressione delta lettera.
Classe di scienze morali ecc. — Memoiue — Scr. 1'. Voi. II, Parto 1 '.
(xvm)
— 2fi —
Mas p esforz de nadar.
Atressi forieu resors.
Don ab un pauc de Becors.
Totas las autras sazó uenó ab abrils emais.
Ben degra uenir omais.
La mia ben escarida.
Trop Bes amors adormida.
Qim dona poder damar.
E maintas bellas honors.
Man tolt temensa epaors.
Prat miten cioios.
Soucnz chant souen me lais.
Tose magradis leu men grais.
Eissi ses enmi partida.
Amors ioiose martida.
Abire & ab plorar.
Ab piagner & ab pessar.
Aissim mostra sas ualors.
Amors entre ris eplors.
Marine mon cor mais nom par.
Veg inz en mon cor estar.
Qe sia nul autra ricos.
Nom tengra ni mur ni tors.
30. Atressi con lolifant q ta chai no poc leuar.
Tro li autre ab lor cridar.
Di loc uos loleuon sus.
Et eu uol segra aicel us.
Car mos mesfaizes tà greu epesanz.
Qe se la corz del poi elo bobanz.
El uerai pretz del leials amadors.
Nom releuon iamais no serai sors.
Qe degne sont p mi clamar merce.
Lai on iuiar ni raison nom ualc re.
E sen p los fins amador.
No pose mon ioi reeobrar.
P' tot téps lais de chantar.
Qe de mi noia ren plus.
E uiurai come reclus.
Sol sen solatz caitals es mos talanz.
Car ma uida mes enois & afanz.
E ioi mes douz eplazer mes dolors.
Qeu no soi ies de lamainera lors.
Car qi lor bat el ten nioses merce.
Adoncs engraisse emeillor en reue.
Ben sai qamors es tan gran.
Qe leu mi poc pdonar.
Seu failli p sobre mar.
Ni regnei con dedalus.
Qe dis quel era ioios.
E uolc uolar al cel oltrecuidanz.
E deu baiset lorgoil elo bobanz.
El meus orgoil no es ren mais amors.
P' q merces men pod taire socors.
Qen maint loc es on raisó uéz merce.
E locs on dreit ni raison no saue.
E tot lo monz soi clamanz.
De mi e de trop parlar.
E seu pogues contea far.
Fenis q no es mais uns que sart.
E poi resors sus en ma'sera car soi ta malat.
Pois mos falz dit mensoiners etruaz.
Resorsera absospir e ab plors.
Lai on beutatz eiouenz eualors.
Son q noi fail mas un pauc de merce.
Qe noi siatz asemblat tot li be.
La cliaison ert drogmanz.
Lai on eu no aus anar.
Ni adrecs oilz esgardar.
Tan soi forfaitz eacus.
Eia hom nomen descus.
Mels de dópna seu ai fugit dos anz.
Qar torn ab uos doloros eploranz
Si con lo cers q qat a fait son eors.
Torna morir al crit del cazadors.
Aisi torn eu dópna en nostra merce.
27 —
(XIX)
Mas uos nò cai si damoi neu' soue.
Tal seìgner ai enqet atri deben.
Qe qil mtaii lo ioni no fail enré".
Albert et.
31. Ab ioi cofncei ma chanzon.
Qen ioi es mon cor emù senz.
Eioi\lamor autre ioi uenz.
Eni dis emi prec em somon.
Qeu chant & ai en ben razon.
Pois damor soi en cusirers.
Qeu faza gai son elegers.
Qe cil de cui chat es ben rais.
Qe mon chant degresser corals.
Corals mes tà qu nò pens dals.
Mas de uos beT"cors plazetiers.
Verdient epauc er msonziers.
Ab tot bens es senes tot mais.
E q ben pensa ben es sals.
E qat remir nostra fazon.
Qi uos nos es ni de mi qi son.
Conosc qe gràz es lardimen.
Qeu faz car ani (') tan autamen.
POpna merces ecliausimenz.
Et amors p cui mi raison.
Vos uenz ebon coraie uos don.
Qem dópna ben uolenz.
Pois que uos soi obedienz.
E trans efezels eleials.
E uostre bons amie corals.
E die qu enanz uolùtiers.
Vostre pretz qes bus e entiers.
Entiers efins euertadiers.
Es uostre bon cors naturals.
Com no poc mais ben rè als.
Tant es leials edreituriers.
E de tot bons caps es premiere.
E tant es cortes eplaisenz.
E bel egais econoissenz.
Qe nulla res noil fail de bon.
Sol cor nò mi digatz de non.
Ver namaria a esperon.
Daura mala ten uai correli.
Chanzon car ablas plus ualen.
l'ivn de'prez'contrast etenzó.
Ab plaiser & ab mession.
Et ab honratz fag orfanier.
Ter q nes son prez~plus sobrier.
Qeu naug lauzar los bens el mais.
E ben_aia prez qel aitals.
Semp onratz faig orfanier.
Ni p esser bons cauailler.
Deu estar entrels pros cabals.
(iuielms malaspines ben aitals.
Albertet.
32. En amor ai tat petit deffiansa.
Capenas sai de qem sia ioios.
Ni sai de qem faza gaia chanzos.
Car cel en cui ai maior espanza.
Non mi uol far de mon mal trag effida.
Anz qàt les gart'nó fai séblà qem ueia.
Et en aissi mi fai morir don ueia.
Pero mon cor en autra nò se plaia.
En dreg damor nini chaina ma raisos.
En soi repti denian mos oilz amdos.
Car mi fan lei amar qim pi' guerreia.
E seg mon dan con fols p semblan.
E prec amor pos uol qem lei minteda.
Qe noni faza faire longa atenda.
Car qi ben fai nò es drecs qel car ueda.
Casaz ual mais en es plus saboros.
Qat ses qere es faiz auiné dos.
0 a querre sol trops noli estenda.
Ni ma dona nò taing que far odeia.
Qe deu damor ma na frat de salàza.
Per qe mos cor en ley amar ses làza
Mas tot hom fai gran folia eenfaza.
1) Al ili sopra dell' m e' è il segno orizzontale di abbreviatura, che andrebbe, a regola, sviluppato in en.
(XX,
Qi loniaiTi noi seruir enpdon.
Pois nò lies rendut nul guirerdò.
E cel qil pren fai grà desmesuràza.
Qe de seruir talg ii guierdò renda.
P' qeu no uoil ma bella dopna ereia.
Qe ia del seu seruizi mi recreia.
Ainz sapza bon amor uar qieu steia.
Lam mil aitàt qe mi ni tot càc fos.
El seu gèz cors dolz ear efranc ebos.
Qi de ualor edepretz segnoreza.
Sobre totas aia de mi mébranza.
0 se daitat i] mas chanzos aprenda.
< ) qe merces sii piai de mi liprenda.
Ailnne merces ueng enlei edeisenda.
Qi sap con eu soi destrec ecochos.
E membre li q Ione entencios.
A destorbat maìtas bonas faisenda
P' qes foudat qi damor nò csplaia.
E nO cliausis qe mais abenenàza.
Cauer la pod chira nimalanaza.
Albertet.
33. En amor ai tàt de mal segnoraie
Tat lòc desir etat maluaz nsaie.
P' qeu serai delas dópnas saluaie.
E no cuion omais qeu chat de lor.
Qeu ai estat lor hom elor mesaie.
Et enasat lor prez elor ualor.
E nò itrob mas destric edapnare.
Gardaz seu dei omais chantar damor.
Damor no chat ni uolc auer amia.
Bella ni pros ni sa grà corteisia.
Qanc no no trobei mas enga ebauzia.
E fals semblàz mé"zongier trichador.
On eu melz la cug tenir amia.
Et elatrob pi' sabiaie epeior»
Donc ben es fols tot hom qen lor sofia.
Et eu agui rnapait en la folor.
Ara ueiaz de lor amor sagreua.
Qe primerain sabon qe fon neua
Ca deu fez rompre couéz etreua.
P'qne nos noni en care tot pechador.
Donc ben el tot hom cabellas treua.
Pois hom nò pod conoiser la meior.
Tal las lauda no sap damor qes leua.
Ni anc nò ac ioi pena ni dolor.
Al mon nona contossa ni raina.
Sem uolia de samor far acina.
Qeu pses nes stessa lafina.
De pensa qes de beutat la fior.
De saluda nò unii qen agnexina.
Mi retenga p son entendedor.
Nes contessa biatris sa cossina.
De uianes coni ton p la meior.
Sena alais de castello demassa.
Qi tot bon pretz uolc auer eamassia.
.Mon pregaua tot ensoria lassa.
Anz qe maues conquis p amador.
Ma qi laue. come lae fresca egrassa
i Ben sembla rosa nouella de pascor.
Car sos bels oilz lanson cairel q passa
Lo cors el cor inesciat ab gran douzor.
Sem donaua samor la pros còtessà.
Gii dal caret qes de ptz segnoressa.
Nò farie p lei unesdesmessa.
Gardaz seu die gràz orgoil ofolor.
Qe ies mon cor mais de dòpna nò pessa.
Oi mas lor or apeazar aillor.
Qen nò noill de las mais ladespessas.
E gent inaiar edorrnir esoior.
De saluaia la bolla daura mala.
(^e do bon prez afait palaia esala
No sol tenga ab ergoill ni atala.
NO amerai leis ni saror.
Si de tor prez son en lausor esala
E son fillas de conrat mò seignor.
P'o samor magra ferit soz lala.
20
(ni)
Samar degues mas nò i ai pai ir.
Dópria no noill "i mais óra desmesa.
Ni Gre prez en àssar noit ni ior.
Arqes conrat granz es Ora pmesa.
K nostro fait sera cnqar maior.
Peirols.
34. Coras qem fezes doler.
Amors nini dones esiliai.
Aram ten gaudet egai.
Per qen chant amù plazcr.
Qe ])his ai rie ioi conquis.
I !a mi nos taglieria.
Lai un rieor sumelia.
Humiliat sen ricliis.
Mi donz merees egradis.
La benenansa qeu ai.
E ia no oblidarai (').
Los plaiser qem fez emdis.
Qen mi no a mais poder.
Cil camar solia.
Qem plus franca segnoria.
Voi ses enian remaner.
Der enan mer atemer.
Al reprouer cu retrai.
Nos mona qi ben istai.
Non ferai eu ia puer.
Qe la dama camor noiris.
Mart la noit el dia.
Et eu remac tota uia.
Com fa laur el foc plus fis.
Molt ma grada emabellis.
De dos amis can ses chai.
Qe lus ab lautre nos trais.
E samon de cor uerai.
E sai bon loc eleier
Cardar ses faillia.
Que lor bona ?paignia
Non posca enoios saber.
Souenz lanerai ueder.
La plus auenét qeu sai.
Sos deuinamen com fai,
Noma uegnes atemer.
Si uà mon cor nes le aclis.
Var le o quem sia.
Qe fin amor iuTt elea.
Tal cui par loin de son pars (-,.
Sera part la crux del ris.
Lai on ora nò torna asai.
Nom crezaz qem pogues lai.
Retener nul paradis.
Tant ai asis mon uoler.
Ver ma douza amia.
Qe senes lei nò poiria.
Negus autre ioi plaser.
Chanzon uaté poi temer.
Var midon ta nia.
Qeu sai ben qe la uolria.
Te audir olili ueder.
Contendo Rambaut & alberlet.
35. Albertet dos pros caualler.
Amon doas dOpnas uallenz.
Cortes ebellas eplaissenz.
Et an ani doas prez enter.
E! caualer son don poder.
Digaz me cai deu mais ualer.
P1 sa dópna qe lus es drutz.
E lautre en entendre sapuz.
Qal deuriesser plus amoros.
Ni plus lare ni plus frane damdos.
En rambaut imi consirer.
NO ai da qest dos partimenz.
Qecs deu esser larcs emetenz.
Mas cil qi entet & enquer.
Deu melz amar emetre auer.
P'so qel posca cóquerer.
Sa dópna ensia mantengut.
(1) II copista aveva scritto prima obideraì: ma poi contrassegnò /« parola sbagliata con puntini di soppressione
scrisse appresso oblidarai.
_' Al disopra dell'i .- visibile un ^ncolo i.
(xxn)
— 30 —
Qel dreit ca tot sos gang agut.
En pauc mermar un pauc sos dòs.
Se del tornoil mou messions.
Albertet ia drut uertader.
NO feran p lor dOnas menz.
Anz ol iois los ten plus iauzéz.
E son plus lare emais ufaner.
Qe sei cades so douz plaiser.
Deu tot bons prete matener.
Qel uostre ca sos prec pdut.
E sos fait dópnes deccubut.
Qel fai de si donz enpdos.
Si com uos faiz uras chanzos.
Rarabaut p file cor laugier.
Fan dOpnas drutz desconoissèz.
Qeu nai uist mant drutz recrezèz.
Qeron lare epros de primer.
Mas cel qe sta en bon espcr.
Deu tan'son rie prete far saber.
Tro sia p si donz uolgut.
Qe dantendances prete mogut.
Qeu uic qel dalfins io pi' pros.
Entendere enanz qe drut fos.
Albertet zelos ni lausengier.
Cui no plais ioi ni iauzimenz.
Dira qe bos es uostre senz.
E mi tenran p menzongier.
El pros diran tuìt qeo die uer.
Qe si p far ep tener.
E p zaser ab si don mit.
Degues hom esser recregut.
Ni p entendre fos plus pros.
Tot téps durerà entencios.
Cathenet.
36. Acom dópna rie ceraie.
De pregar & ardimenz.
Mi donz qe dópna espauenz.
Ad antre fin amador.
Qe qant sa dópna aualor.
E beutat ecortesia esen.
No li ausa son talem dir.
P'o mi fait en ardir.
Mais que sii ré nò auia.
On om mais cuida cuquerer.
Maier ardimét deu auer.
En faire gran uasalaie.
Sechai ben con aia sen.
P'o plus ardidamen.
Leu fai qi imescla folor.
Car anc bon enuaziador.
Non uizon si no fez folia.
E nos taing ies com salbir.
To zo qe il poc auenir.
Qe ia ben ren nò fairia.
Qe ai ia ben uist deschaer.
Tal qera pros p trop temer.
Temer de hom uasalage.
Far etot deschausimenz.
E uer si donz faillimz.
E uergogne edesonor.
E daisom don en temor.
Qar seu aizo no temìa.
E uas ma dona mtir.
Trop cuidaria faillir.
P'o eu faz tota uia.
On mais emelz pose son plaiser.
E seu fail nò ai pros saber.
Tant ma grada ure stage.
Dópna etan mi son plazenz.
Etuit uostre captenimenz.
E tan uos port fin amor.
Qe seu più tost qe no cor.
Uns cauals de prez corna.
Can uei lai on es uenir.
Sogon aizo qeu malbir.
Esser ab uos cui deuria.
— 31
fxxin)
Aliar dCpua ab trop gran Leger.
Gardatz seu ai ben mon uoner.
Dompna eu ai ben un usage.
E segon mon escienz.
P' sobre enamoramentz.
Essi semblaria error.
Qan nostra fresca color.
Auinen senz maistria.
El nostre gai cors remir.
Soi tan zauzenz qal partir.
Men ereis ira efeunia.
Qatresim nai gran desplazer.
Can uos uei coni ioi del uezer.
Lausengier grazidau sia.
Lonor qem fais ab mtir.
Cai uos fai cuidat edir.
Qeu am tal p druderia.
En qe anc no mis mon uoler.
Et ab nitir cubres louer.
37. Leials amics cui amor té ioios.
Dei ben esser alegres eiauzenz.
Larcs & ardit adreit & amoros.
Era quan par logai t'mini zenz.
Qi fai la fior espandir p laplaga.
El rosignol chanta iustal uert foil.
Mas eu nóam sos dolz chan tàt ed soil.
Pois midon plaz q tot ioi mi sofralg".
Pero ben sai qe drecs es eraisos.
Qai sei qi es amoros eplaiséz.
De esser brau ede plus mal respos.
Pois no li ual merces nichausimz.
E pois ma dópna mes mala & estrag*.
Leu poc trobar ami mal ni orgoil.
Ja no mauei si no uol tot qat uoil.
Qe ré no fa semblanz qe demi tega.
Tot malmenat foi eu fel ebos.
E uolgra far tot son comandarne.
Qel seu rie pretz es lo meiller cac fos.
Sul qe uermi fos fiel ni plaisen.
Qe ferai dóc si uau osi remagna.
Amor tot téps mauetz mostrai orgoil.
Fols es qi crei tot qat ueon ses oil.
E fol qi pt so q il nò gaagna.
Non die eu ies quo tot téps seu no fos.
E no fezes tot sos comàdamz.
So tot né tain son genz cors orgoillos.
Mas si tot ses amoros eplaisen.
Frane & humils edauiné copaing».
Ja noni aura si no uol tot qàt uoil.
Ai las qem ual si lam osi men toil.
Qen res no fa parué qe de mi taiga.
Pero mestau mariz ecosiros.
Car amei nim fali tàt mos sen.
Car p un ioi don no soi poderos.
Soan alors tot autre iausiinen.
Aici no sai coseil ab qui remaigna.
Quautra no platz e il me des acoil.
Mas le no cai sim pd p qu noni doil.
Ni desamor no ai cor qe ma plaga.
Amors Ione téps ai estat en bretaga.
E faz pechat car mi mostratz orgoil. ■
Seu plus qe lautramador uos uoil. •
Ni mais uos am es dóc drecs q me plaìga
38. Lomal damor ai eu ben tot ap's.
Mas anc lo ben nò pose un ior saber.
Mas se no fos car ieu ai bon esper.
Eu cuidaria ójeu nomagues.
Et agra drecs qem fos desespatz.
Tant ai amat & anc no fui amatz.
P'o sos bens fos tant dolz ni plaisenz.
Con es lo mal angoissos ecoisséz.
Anz uoil morir qeu en car nolateda.
Atressi es me cuit qeu mor ges.
Ouiues a tot téps senz plaiser.
Adone mes mielz qu mora en bo esper.
(xxiv)
— 32
Eu ia uiues e ia prò noni teges.
Asatz e mort tot ior pois uiueratz.
A cui no es ioi ni plazcr donatz.
Qcu soi ben sei cui negum iauzimz.
Noni pot dar ioi p qeum sia iauzéz.
Tro ca midon plaza qe merce] pnda.
E soi eu doncs tan failiz ni mespres.
Car sol uos aus desirar ni uoler.
Ics paizo nom toil de bon esper.
Qe maier tort pdona ben merces.
P'o sei tort mi fos adrecs iuiaz.
Eu no cuies esser trop encolpatz.
Mas uencuz es tot so qe fora uenz.
E pois nul drec nom poc esser guaréz.
P' qe magra obs q merces ni defeda.
La gran beutatz el pz qi eri lei es.
Etat bos aibs qe dona poc dauer.
Mi fai ades estar en bon esper.
Qe ia noni pens qe deuenir pogues.
Qe lai on es tot autre ben pausatz.
Autresi es confes humilitat.
Mi fai soffrir ma dolor bonaméz.
Humilitat merces ecliausimenz.
Men poc ualer sol camidoii se pnda.
Ponti de capalo///.
39. Si con aisel qa pron de ualedors.
Eil failon tuit ia ta no ert amatz.
En la saison qes des auéturatz.
Mi fail niadOpna car conosc camoros.
Mi fai morir p lei agreu tormen.
E si pogues faire nul fallimeli.
Vas mi fera car méz en ual zocre.
Pars qi deschai celili qi uencut ile.
Per zo conos qes danz edesenors.
Qi nò acur lodes apoderatz (l).
Qe ia Castel freuol qes assaiatz.
A gran poder nos tenra ses-acors.
E sii segner de cui es noi deffen.
En sa culpa lo pt pois loniamf.
Aisi pdra midOz ab sieu tort me.
Pois nom socors on pi' li ciani m'ce.
Perdre noni poc pzo qem iur aillors.
P'o sim soi lóc tés de lei loignaz.
E fait semblà caillors mera uiraz.
P' essaiar sii plagra mas dolors;
E sagues mes en autra moli ente
Arai proat qil nagral cor iauzen.
Se iam partis de lei mas noi ual re.
Qil nom poc ies mó cor partir de se
Bella dopna uailam ura ualors.
Cane nul chatius destrecs nimal menaz.
No sap tan gen son dan soffrir en paz.
E pois lo mal mes delecs edouzors.
P' amor dieu ecar uos fora gen.
Trobes ab uos qal aconi chausime.
Qe uostrom sui esim uolez far be.
Nos ifarez fraqeisa ebona fé.
V stre bels oilz Ora fresca colora.
Vre dolz ris uostra fina beutatz.
Vos fan auer uas mi plus dur solatz.
la no magrobs fos fag lo miradors.
On uos miratz tire cors couinen.
Gai eioios amoros eplazem.
Corgoil men faiz e qi bon pretz mate.
Orgoil noi taing uas lo seu nil coue.
40. Ies de Chantal nom fai cor ni raison.
Nini fail saber sei ebant mera grazitz.
Mas eu era ta uar amors faillit.
P' qai estat mariz ecosiros.
E pois faz mes dels failliméz pdos.
Des ar enanz mi couen achantar.
Pois enmidon pose a tot ioni trobar.
Nouel sens enouella ualor.
E beutat plus fina emaior.
Tant su plazenz egais sas faizos.
,1) Una piccola cuna, d'inchiostro assai sbiadito, « vede sotto l'i finale di lodes e l'a iniziale di apoderatz. È
insomma un trailo d'
33
(xxt)
E la coillir gèz ci parlar chausit.
Qe qàt eu laug me cug faire scernit.
Et eu.mespt con plus ma frac respos.
E de paor uau qeràt & caisus.
Con seu era uencue p autra far.
Aqest temer deu gra ualor pregar.
Qe ia nom fera aitals paor.
Si nom uèges de fin amor.
Tot tèps serai de pregar temoros.
Sabetz p q car soi damar ardit.
Qen anz qeron lodon cand es petit.
NO fai un gran don tuit su enueios.
E p aizo car cs tàt rics lo dos.
Si tot lo uoil no laus demandar.
P'o ben sai sillam uolgues donar.
Eu agra del mondo le meillor.
Et ellas el plus fin amador
Si nal tot tèps diam en mas chàzos.
Del seu gét cors cones de pz ga'nitz.
Sei fos merces qes de tot ben raitz.
Mas nò i es & eu uolgra qe fos.
Qe ieu i aia gran dan matas sasos.
P' qer lo dan plus greu asofretar.
Con e mi donz posca eremdar.
E ia no il qer es mendador.
Sii preies dui dema dolor.
Beni pogra far ab un baisar ioios.
Ami no es tan rie ioi escariz.
Ni no lo qer qar no seria auzitz.
Mas p ley men car en soi desiros.
Cusages es don on qes amoros.
Cant als no pot qes de lechaen pa'lar.
Et eu si uals pos al re nò pose far.
E tengral parlar p aunor.
Mas paors men fai parledor.
Dona mal az qi tà nom faz laudar.
A tot lo ruon caini nò cai parlar.
E ia deu nom don ben damor.
Seu nom am. plus bella cmeior.
41. Si beni partez mala dópna de uos.
Nune raises qu mi porta (') de clian.
Ni de solatz car seria semblan.
Qe fos iratz daiso don soi ioios.
Ben fui iraz mas ara men repen.
Car apres ai fire enseignamen.
Con posca leo camiar ma uoluntat.
P' qera (2) chan daizo don ai ploratz.
Plorar nai eu el maier occaisos.
Ven me de tal qe nu ira chantan.
Mas mi nò es se tot mi uai gaban.
Unta ni pros nilui lionor ni pros.
Car sim camiet p lui plus neciamen.
Si ferai hui ben leu plus fol amè.
P' qeu noi sai da qest cangi mal grat.
Tan càmiara tro aial cor camiat.
Mala dopna anc no cuiei qe fos.
Qe seu pdes nomo tenges adan.
Mas la eoillit on uos sabez aitam.
El genz parlar elas bellas faizos.
Vos faizon ben totas sobre uaillen.
Mas era us tol foudatz la coillimen.
El genz parlar es mesclaz ab artatz.
Et en breu tens uos pdretz la beutatz.
Tat qant on fai zo qe de uoson pros.
E tan leials can se garda denian.
P' miels odio q sius lausei anc tan.
Qant croitz ditz uertader es faiz bes.
Jes p aico nò deuez qu men.
Si tot nous tene aora p ualen.
Car qi laissa so ca gen comsat,
Non au pretz p aizo qes passat.
Adrec fora si tot no ses raisos.
Qe si dona fees remalestant.
Coni lancelles el bes trazes enan.
Mas era es pasat aquil sazos.
il) Stili' o di porta si legge m a in corsivo, della solita mano.
(2) Al di sopra dell' e, la slessa mano ha notata la correzione in a
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Sor. I', Voi. II, Parte lf
fxxvi)
34 —
P'qeus deuetz gardar de fallimeli.
A uos odio p totas n enten.
Car se faletz ia nous sera celat.
Anz en uolran mais dire lauertat.
Bela dópna fait mauetz cnoios.
E mal dizen enonagreu talen.
Pero ben sai qa mal mo tornaran.
E qe meins nes pzada ma chanzos.
Mas no pose als qe tant ai loniamo.
Vostre uoler uolgut enteiramen.
P'qe aoras mes tant en us tonat
No pose dir sen q uos fazatz foudat.
42. Per fin amor ses- enian.
Cant car en loc ualen.
Ai mes mon entendimen.
E uos bella douzamia.
\'as eui so lei noit odia.
Car uos mauetz genz cóqes.
A bels die & ab faig cortes.
Per qeus uoil eus dezir.
Tan qen ren als nò enten.
Car uos mi tenez iauzen.
En dormen & enueillan.
P'o uos ani ses bauzia.
Qieu dir nous osabria.
E saizo uertat nò es.
la damor noni uengabes.
Dópna eu ai dezir tan gran.
De uos uezer plus aouen.
Qe dun breu iorn mes paruen.
Qeu naia estat un an.
Tan es dauinen paria.
E seu uos souen uezia.
Las autras uisqis uolgues.
Sol qeus uos uezer pogues.
E ges p mal ni p dan.
Dautras ni p auinimen.
Non odic mas tan mes gen.
Qàt uos pose esser denan.
Qe tot lo mon seu la uia.
E ino poder idaria.
P' tal qeu lacar agues.
Qa des uos uis tan bel mes.
Vostre bel cors benestan.
Sai dieus con lo plus plaisé.
Qeu sai el plus auinen.
El plus gai el mielz parlan.
Et ab mais de cortesìa.
Qe nul autra qel mon sia.
E seu p nom uos dises.
Tuit conogron que uos es.
Lo cor qus ai ses bauzia.
Iueiatz bella doussa mia.
Sius platz enó gardatz ics.
43. Aram requier sa costume son us.
Amors p cui plain esospir eueil
Qe la gesser del mon ai pris ?seil.
Em dis qu ani tat aut con pose ésus.
La meillor dópna elas mels fermesa.
Conors epretz mer epros enó das.
E car il es del mon la plus prezà.
Ai mes en lei mó cor ema spanza.
Anc nò amet tat aut co ieu neg'.
la tan pros dona car noi troba pareli.
Mentent en lei & ani mais so fseil.
Mais q tisbe no amet piramus.
Qe ioi epretz sobre totas lenassa.
Qeles al pros plaisenz & acordà.
Et als autres ab orgoillos semblan.
E dauer larcs ededura coindanza.
Da mó engles nom blasme nimencus.
Sira loin p leu daurenia edel móteil.
Caisim don deu del seu bel cors ?seil.
La plus ualenz ualon de freu en ios.
— 35
IXXVIII
E sitai rei dangletera edefranza.
Lonìeraimen p far lo sieu coman.
Qen leu etot mon cor e mon talen.
Ili es la ren don plus ai demoràza.
Anc pceuals cant cu la cort dartus.
Tolc las amias al caualer u'meil.
Non ac tal gaug con eu 'de seu ?seiì.
Eni fai morir si con mor tatalus.
Qe zoueda de qem deit abundaza.
Mi don ques pros ebella eben està.
Rie egentil iouen eben parlan.
E de son sen ede bella sembianza.
Bona dopna ai tant ardit oplus.
Fui qua, uos qis la ioia del cadeil.
No fo lasaut de eis enmenidus.
Mas ami taing mais de ptz eduiiraza.
Qen dree damor fo lardimen plus grà.
Car beni de far tat ardit Ora anan.
P' uos morai onaurai benenansa.
44. Aissi con cel ca estat senz seingnor.
E son alou francamz & en patz.
( 'an ren nò det nimes mais p amor.
Ni fo destrecs mais p sas uoluntatz.
E poi sai es p mal seignor seignor forsaz.
Autresi fui meu metheus loniamen.
Can ren nófl p autru mandameli.
Ar ai seinor cui nO aus dir nimostrar.
Ni p nul plac partir nomen pose ges.
A nul seinor no fai mas gran paor.
Qe dels autres mi deffen eu assatz.
Qen fo's castels edinz mur oen tur.
On uauc fugen odesnuz oarmatz.
Mas ab aquest noni ual sen ni foudaz.
Qe dìz el cor sen entra esempren.
Si qe nul hom no lau nil uè nil sen.
Tro qe ben la a tot son obs cóqes.
Eni fai semblar lo ioni an clan mes.
Qen dona ai mes mon pensamen.
Don pens qen air/, me sia dan qe bes.
A nul mal trac nom tengra adolor.
Qe p autra suffrir ni fus iratz.
.Mas p uos dopna ai esglaietimor.
Car ab uos ai cOpagna esolatz.
E car uos sui uostra merce priuatz.
Nous sia greu si eu en uos mante.
Car no lo fatz dona p lomeu sen.
Ma pio sen damor qe ma si pres.
Qe qat enquier autra qe mi plagues.
A cublides lo ùre eiitendimen.
La plus bella mi sembla laida res.
AdOcs dopna p ura gran ualor.
Vos mezeisa daiso mi conseillatz.
Qe ben sabez qe ìmls hom uar amor.
Nos puc gardir de ren pois fort li platz.
Qeu men sui tant deffenduz egardatz.
Qe lai on es no uauc nino prezen.
Qeu nò ueial tire cors plazen.
E prec amor qe ial cor noni mezes.
De uos amar dopna car tem qeus pes.
E seu uos prec dopna forsadamen.
Nomen siatz ia piez si mielz num pus.
45. Lo téps aqeu nò chante mais.
Ni saubi far contenimen.
Ara noni tem pluia niuen.
Tan soi i'ntratz en cosire.
Con pogues bos mot assire.
En è son cliai aperit.
Seu tot nu nei fior ni foila.
Mielz mi uà cai téps florit.
Car lanior qeu plus uolc mi uol.
Tot midesconosc tan beni uai.
Eson sabes en cu eu miten.
Nò auses far mon ini paruen.
Del mielz del moli soi iausire.
(xxvm)
36 —
E seu sai chantar ne rive.
Tot mes p lei esclarit.
Ma dona prec qem acoilla.
E poscam ma cn reqit.
No sia qi dona qi tol
le nion tan bon amie nò ai.
Fraire ni cosin ni paren.
Qesim uai mon ioi en qeren.
Qinz en m5 cor noi nazire.
E seu mi uolc escondire.
No sen teigna p trait.
Non noi lausengier mi toilla.
Samor nini leu ental crit.
Don eu mi lais morir de dui.
Ab sol lobel semblan qem fai.
Can poc ni ai ies lo cosen.
Ai tant de ioi q sonc mó sen.
Caisim tormen uolue emuire.
E sai ben can la remire.
Cane hom belezon nò uit.
Qe ies uer mi nos orgoilla.
Amors ainz nai lo chausit.
Dai tan can mars clau ni reuol.
46. A ben chantar couen amars.
Elocs egrazirs esaizos.
Mas seu agues des qatrels dos.
Nom parials autres nes peres.
Qel loc ini dona iois ades.
E la saizons des qe soi gais.
Qies lo tèps qan lerba nais.
Si bel sa genza fuel efior.
Tan no maui daen mon chantar.
Con precs egrazifs de seignor.
E pe amar fo ia chantars.
Grazirs eiois epretz pel pros.
E fo qe sola sospeizos.
Ses autres plus ab com cuges.
Essegnaua com sen anzes.
Vas tot son ben estar des lais.
E qes penesen mainz essais.
Con li gregues prez euallors.
E qes chausis de mes chabar.
El fol uils segnorils honoros.
Ara noni par qe chastiars.
Mi ualgues ni dams ni tenzos.
P'o no cug tane amor fos.
Plus fins amadors trobes.
E qi p dreit la razones.
Tot iorn se meillora eual mais.
Mas si cu finas uerais.
Semblan trafanals trichadors.
E lor en ian fai nom camiar.
Qe pois fai no es fin amors.
De chastiar mi soi tan pars.
Qe puetz nestau cosiros.
Car nei cai) pogner despos.
Non pose tan far qe iois cobres.
P'o si sos ditz aueres.
Mos bels segner lira eies mais.
Qieu nai sofret mi fora iais.
E force eualer e socors.
E deuria sen plus coitar.
Car nini uol nini domanda illors.
Esi eu de far li fos auars.
Don magues mandat ni somos.
Assatz lo porterà razos.
Qe ia couent nò mantendes
Era sii soi uerais pesses.
Sis taing qes uolua ni biais.
Qe la bona spanza am pais.
E ma ?paing ab chantadors.
E ma fait solatz entrobar.
Don mera totz cobrar acors.
E ges déuer nom par afars.
Des q trebail ni messios.
ol —
(xxixl
Non tei coni nò sia ioios.
Cane nò pavec qe ben anes.
A lui cui ioi nò agrades.
Ni sens ni sabers qc ioi bais.
No magrades ni noni atrais.
Qc da zai irada rieors.
E qi qe sapel trop pessar.
Saber eu die tanz es folorz.
A merceiar taing merceiars.
E franqeza als franes amoros.
E contrals sobrerls orgoillos.
Orguels emais car si gares.
Donai traspas anz qei passes.
Ja uil ni sobrerls ni sauais.
Noi plagra q nos taing sapais.
Ental obra don desonors.
Lin remaisses se razonar.
Lau aueni (') entramadors.
Feg uein sobre totz de dolors.
Son li drap e qil sap triar.
Fail si cu pradels sor so de iors.
47. Anc enemics qi eu agues.
Nul teps mitene tàt de dan.
Com mos cor emei oilz fan.
E si eu ai plor mal pres.
Il noi an fac nul gadain.
Qel cor en sospira en plain.
Els oilz en plura souen.
Et on cascus piecs en pren.
Plus uolon lai obedir.
Don sen ton lornal uenir.
Per qeu magrops si eu pogues.
Cai cor & als oilz qen fan.
Auer de ma mort talan.
Fugis mas leu nò posges.
Ainz matur ema copain.
Aplure fis ses remain.
A la dreiturals gai plazen.
Cui il son obediam.
El uoil orar eblandir.
E gen lausar ses mStis.
Las un aitals saizos es.
Qe li plus fizels anian.
E cil camon ses enian.
Son en colpatz emespres.
Et ai cil;'acui sofrain.
Tot so qad amor satain.
Son uolgut enò es gen.
Qa mors falsa lui iauzen.
Qe no sap lo bens gradir.
Nil mais si lo sen soffrir.
Mas de mi uol cui tempres.
Qe falsa tot son coman.
De lei qe noni uol nini Man.
Nil platz res qami plagues.
Qai sim pren eò pres galuain.
Del bel desastruc estrain.
A cui la uenc far couen.
Qel fezes son mandamen.
Et el noi dee far ni dir.
Een qil deges abolir.
Mas pò piecs de morz es.
Qi uai languen desiran.
Et aten eno sai qan.
Li uolgra ualer merces.
Pois ai piecs p qem ?plain.
Qem un iorn fenis efrain.
So com en conqier.
Grieu damor al meu parer.
Dera poinar alfenir.
Ai tan con al còquerir.
48. Tres enemics edos mal seignor ai.
Qa uns qes poina noit eior cu aueia.
Le nemis son mei oil el cor qem fai.
1 1 1 Sul mi. parrekle c/i dover lei/nere alieni
a tu.
ma e visibile, benché a stenla. •<>, piccolissimo px.ito che sovrasta alla
(xxx)
38
Voler celei carni no tangneria.
E Imi seiner. es amors qem bailia.
Ten mon fin cor emoii fin pensarne.
Lautre es uos dópna en que eu unte-.
A cui nò aus mó cor mostrar ni dir.
Co mausiatz denueia ede desir.
Qe farai doc dópna qeu ni sai ni lai.
No pose trobar re ses uos q bo sia.
Qe ferai eu cui serion esglai.
Tuit autre ioi si de uos no auia.
Qe ferai eu cui capdella eguia.
La uostra niors qem fug em sec enprS.
Qe ferai ieu qautre ioi no agèt.
Qe ferai ieu ni coni porai gandir.
Se uos dópna noni uoletz retenir.
Coni durarai ieu qe no pose morir.
Ni ma uida nomes mas malanasa.
< ÌQ durarai ieu cui uos faz languir
Despatz ab un pauc despanza.
Cu durai ieu qe za alegranza.
Non aurai mais si nomiuen p uos.
Con durarai dona qeu son ielos.
Vas tuit home qi uai uas uos niue.
E dai tot cels acni nane dire be.
Conuiurai ieu qe tan coral sospir.
Fatz noit eior qe mouè depesaza.
Conuiurai ieu qe noni pò far nidir.
Autra ses uos re qem don alegranza.
Con uiurai ieu qals ne port émbràsa.
Mas Ore cors uostras bella faizos.
El cortes die humils eamoros.
Con uiurai ieu qe dals no prec dcu.
Mas qem lais ab uos trobar -merce.
Qe dirai ieu dópna si noni mante.
Fina merces siuals daitan qeus. uòsa.
Ab mO fin cor & ab ma leial fé.
Vostra rictat eura gran ualensa.
Qe dirai ieu si uos no faz suffrensa.
Qe dirai ieu cautra nò pose uezer.
Qen drec damor me pescai cor plazer.
Qe dirai ieu qalatra al mO no es.
Qem dones ioi p nul ben qem fezes.
A la ualen contesa de proensa.
Qar sqn sieu fac daunor ede saber.
El die cortes el semblanz de plazer
A ma chanzos car cela de cui es.
Ma comandat ca lei la trameses.
Peirols.
49. Dun bon ucrs uai péssan co lofezes.
Camors ma dai la chaisó eltalen.
Em fai estar del tot al sieu cornali.
Si qe mon na retengut en gaie.
Trop demostra uas mi son poderaie.
Qera ma uei lo trebal on ma mes.
1" lai dòpna qem drent me nosatég.
Aqestain plaz mais qe neguna res.
Alci mautrei litges das erenan.
Si no qam uol mi qen chal catrestan.
Serai ades uer lo sieu seignoratge.
Cu sieu lagues fait eertain liomenatge.
E seria grà torz qime tolgues.
Lodesirer pos tot las men soffraig.
Beni uuel samor mais qere nO laus ges.
Estiers cab ditz corbert leu uau parla.
Mais sii uolgues esguardar mo sebla.
NO ealria plus uertadier mesatge.
Qen sol les gart poc ombé" p usatge.
Lo pessamen conoisser tals uez es.
Mèbrers licasat qi er qis ?plaìg.
Ben sap qeu lam sii amar mi uolgues
Mais nò ouol ni ies noma ptan.
Cuiatz uos dóc ca si uai apessan.
De sa ualor e de son rics lignatge.
Qe noil deia esser fer esauuage.
P'o ualer sol enamor merces.
\Vs la spanza on ma dolor refratg.
_ 39 —
(\XXI)
Iqest conort nò es mais necies.
Car en amor poa trop uaita inan.
No dcu hom pois auer fianza gran.
Qe farai due partiraim de de folatge.
Non eu p qc far iuoil ino dampnage.
Aisi co col ca iogar ses empres.
Qi pt ept p respit de ^adaing.
l'ar p gran sen ai uist uenir diipnage.
E p foudatz uè màtas gran bes.
DOpna en nai tal auentura remaig.
Dópna el u's entendez mó corratge.
El uostre cors francs naturala cortes.
Sap chausir zo ca uos sen ataig.
Peirols.
50. Si beni soi lolg & entre genz estraiga.
Emais cosir damor enqem conort.
E precs du u's co lo faza de la euri.
Tal qe sia bos eplazenz efins.
E car hom mais non chantar migzis.
Et cu mi dei ga'dar qe noi repnda.
Ni diga ren don sauis mi repnda.
Nuli es nulior qinz el cor no deiscéda.
Una dousor qem uen de mO pais.
Lai ione las mans eia estai aeli.
E lai uos die qu uolria esser fort.
Pres de midonz si totz aues mitort.
Cabcl solatz & ab douza cópaigna.
Mi dauret gét so ca ora taigna.
Assatz ai mais qe cossir eq plaigna.
P' pauc lo cor nom part cà mi recort.
Del bel semblà del ioi edel de port.
E del plazers qlam fez eqem dis.
Ha cu fora guaritz sa dós moris.
Qera sii prec qe de mi m'cel pnda.
Sol ueiaire né fai qillo entenda.
Dautra guisa prec deu qla defenda.
Mas ben uolgra q la un ior sentis.
Lo mal qu trai plei sers ematis.
Qen greu perii mi laisset lóc deport.
E no uolgues cautre men aia estort.
Car si fai tàt qlla uasmi sa fraigna.
Anc hom damor no fez gensor gadaigna.
A lei no fail res cabon prcz sataigna.
NO sai dópna cui oli mellor laus port.
Pros ebellas genta pqe mamort.
E doncs damor cui tot iorn obezis.
Poiri esser uunas uez uos chausis.
Aqestal qier ]> dieu ep esmenda.
E sol iamais guiandos no mrenda.
Or Ines mestier qe sofre q atenda.
Con soffrirai pos lei no abellas.
Mielz me fora zo cug qu men partis.
Co no ert ia trop nai pres rie conort.
Bona dópna uostrom sui tol afort.
E no crezaz la mors emi remaigna.
Qen uus amar tem q téps mi sofraiga.
Non laiserai dOpna lo u's nous port.
Qen aissim ten lo desir engren laigna.
NO pod esser qi eu plus zai remaigna»
51. Er sespan la flors enuersa.
Pels trenchan rans epels tertres.
Qals flors neus gels econ glapis.
Qe cortz edestreing etrencha.
Don liei mortz qils critz braitz.
Cis des efuels enrams & engisdes.
Mas mi ten uert iauzen eiois.
Er can uei socs los dolenz crois.
Car en aissi o enuerse.
Qe bel pian mi semblon tertre.
E tee pflor lo tonglapi.
E cautz mi par qel freitz trenche.
E tron mi son chant ecisde.
E par hom folat lidisde.
Sim soi lazat eferms en ioi.
Qe ren no uei qem già eroi.
(xxxn)
— 40
Mas una gèz fada enu'sa.
Qem semblon norrit entertres.
Qem fan trop piecs qe glapis.
Cus qex abla lenga trenza.
Em par lon bas & abtisdes.
E noi ual baston ni gisdes.
Ni menaza ainz lor es iois.
Qan fan zo p coni los dan crois.
Car enbaisan nous en enu'sa.
No ino tollon ual ni tertre.
Dopna nigel ni cSglapi.
Mais no poders trop eiitrechi.
Dopna p cui chant ecisde.
Vostre bels oilz mison gisde.
Qem chastion sii cor ab ioi.
Qeu nò aus auer talen croi.
Anat ai con chaus enuerse.
Totz tèps o er chan uals entertres.
Marritz con boni cui co glapis.
Destregne ma cella trencha.
Cane nò coqes chant meisdes.
Plus qel fel derc coqer gisdes.
Mas er dieu lau malberga. iois.
Malgrat dels fals lausengiers crois.
En mos uers caissi enuerse.
Enol tegnon uail ni tertre.
Lai on boni no sen còglapi.
Ni afreitz poder qe trenebe.
Mandonz lo chant el cisde.
Dar qinz el cor liurrel gisde.
Chel qi sap gen chantar abioi.
Qe nos fai achantador croi.
Dolza dópna amors eiois.
Nos tè èseins mal grat dels crois.
Ograr gran ren ai menz de ioi.
Car nos uei enfaz semblan croi.
52. Manta gentz mimai raisona.
Car eu no chantz plus souen.
E qi daizo mo chaisona.
NO sap ies can loniamen.
Matengut engreu penssamen.
(Jil qe mo cor enpreisona.
P'qu port esiauzimen.
Tals desconort mi dona.
Pero sinfo francha ebona.
Ma dópna al comenzamen.
Mas er noma coil nini sona.
Mas en aissi con lautra gen.
Car conois qeu lani flnamen.
Ha tan mal me guierdona
Amors fora fallimeli.
Saqest tort li pdona.
De tota ioiam deslonia.
Ma dona no les honors.
Cab cai qe plaizen menzoigna.
Mi pogra far gen socors.
Er uei qe no es mais folors.
Aqesta atendanza Ionia.
Don ai fait tantas clamore.
Camita nai euergonia.
Ani partirai eu nò ia.
Car sos pretz esa ualors.
Modeueda emo calonia.
Qe qan cug amar aillors.
P' tot locors mintra lamors.
Si con fai laiga en lasponia.
Totz téps mi plairal dolors.
Cu qem destreing en ponia.
Edes uoil camors masailla.
Em guerreil matin esser.
Contra la soa batailla.
Non uoil ia repaus auer.
Car seu nò ai tot mon uoler.
Tals es cil caisim trebailla.
Qel mon nò a nul plazer.
Il
f XXXIII I
Qo lo iiiifu mal trut iKiilla.
Lausenia ni deuìnailla.
Do noios nulli cai temer.
Sol [usar de lui noni failla.
Nuls hom nom poc dan tener.
El cosirs on eu mabezer.
Mi pais mielz dautra uitailla.
P' mal doler mO cors no sanuailla.
Canson atotz en digaz uer.
Qe mO chan no agra failla.
Sini uolgues damor ualer.
Ma dópna cui iois uailla.
53. Greu fera nuls hom t'ailleiiza.
Si tan temes sos bus sen.
Con lo blasme de la gen.
Qi uit de iab desconoissa.
Qeu fail car lais p temensa.
Del blasme desconouen.
Car cétra amor noni pren.
Catresi notz trop soffrensa.
Con leus cor ses retenensa.
Car en la nostra mantensa.
.Mi; mis amor francameli.
E forai mortz ueramen.
Si nò fos ma conoissenza.
Dono in> aiaz mais priuenza.
Qeu man si cu suel plaien.
Ni mora mais tan souen.
En mas chanzos qn pa'uenza.
Nauion mcins de ualenza.
Asini degratz dar guirenza.
Car mais gazaigna eplus gen.
Qi dona qai cel qi pren.
Si pretz nauion ben uolenza.
Mais uolez ses eus uil tenèza.
Vostra fars zen men.
Con uos sol dar aruos uen.
Mas lais men car ai sabenza,
De maklir edestenenza.
Ja merces nous uenza.
P' ini qu no lai atcn
Anz estarai planameli.
Ses uos pos tan uos agenza.
Francs de bella captenenza.
Si eu pose qen aizo mente.
E cil sofron lo tornirli.
Qi fan p fol atendanza.
An del pecat penitenza.
Lais eu auia credenza.
Tant cat amei folamen.
Enaizo con uai dizen.
Ben fenis qi mal comza.
I" qieu nani entendanza.
Qe p proar mon talen.
Magues mal comzamen.
Mais colluse apresenza.
Qe tot téps magra tenenza.
Naiman al uostre sen.
Et en totz téps eisamen.
.Mi tene damor qe pa'uen.
Fai fatz mas pauc uos agenza.
54. Mult ifetz gran pecat amois.
Pois li plac qes mescs en me.
Car m'ee noi adus ab se.
Ab qe sa douses ma dolors.
Camors son nom en desmen.
Et es des amor planameli.
Can merses noi pod far socors.
E fora li pretz & honors.
Pos il uol uencer totas res.
Cuna uetz la uenqes merces.
Mas trop ma azirat ainors.
Car ab merce si des aue.
P'o mielz qe hom uè.
Classe pi scienze morali ecc. — Memorie — Sor. -1\ Voi. II, Parto 1 '.
ixxxiv)
— 42 —
Mi donz qe ual mais qe ualors.
En pod leu far acordamen.
Qe maier na fait p un cen.
Qi uc evi laneus ci calors.
Sa cordoli onleis semblanz es.
Qamors si acorde merces.
Mas no pod esser pois amors.
No ouol niraidonz zocre.
P'o de midonz no sai re.
Cane tan nome folio folors.
Qeu lauses dir mon pensameli.
Mas cor ai qem chapdel absen.
Et ardimeli qem tolc paors.
P'o espars fai las flors.
Tornar frut edamor simpes.
Qe span lam uenza merces.
Per nous uenz uécut soi amors.
Vencer nous poso mais ab m'ee.
E sentretanz mais uà un be.
Ja nos erdan ni desonors.
Cuiatz uos donc qeus estei gen.
Car mi faz plaigner tan souen.
Anz enual menz Ara lausors.
P'ol mais mi fora dolzors.
Sol lautram 011 eram soi pres.
Mi pleises merceian merces.
Estiers no pose durar amors.
Enó sai cosi ses deue.
De mon cor caisius acus te.
Qe re noni par qen aia lors.
Qe beus ez granz eissamen.
Podez en mi caber leumen.
Cos deuezis una granz tors.
En un pauc mirai el largors.
Es tan granz qe sa uos plagues.
En quer neus icabra merces.
Naiman lo uostre socors.
Et en totz téps uuel ben allors.
Mas ai zo no uuel sapchaz ges.
Ca penas nous osap merces.
55. Quant amors trobet parti
Mon cor de sien pensameli.
Duna tenson masagi.
E podes auzir comen.
Amics peirol malamen.
Vos anatz de mi legnali.
E pois en mi ni enchan.
Non er uostren técios
Digatz quo ualretz uos.
Amors tan uos ai serui.
Enul pechatz de mi nous pren.
E sabez qe tan peci.
Nai agut de chausimen.
Nous enchaison denien.
Sol qem tengatz dor enan.
Bona patz qals nous deman.
Qe uul autre guiardos.
Noni pogra esser tan bos.
Peirols uos metez en obli.
La bella dópna uailen.
Qi tan gen uos acoilli.
E tan amorosamen.
Tot p niiou comandamen.
Trop auez legier talen.
E no era ies ies sen blan.
Tan gais nitan amoros.
Eras en uostras chansos.
Amors anc an mais no faili.
Mas arai fas forsadamen.
E pò nai ezu qem gai.
E qel trameta breumen.
Entrels reis acordamen.
Qel socors uà trop tardali.
Et auria mestier gran.
Qel marqes uaillenz ebos.
43
(xxxv)
Agues mais de conpaignos.
Peirols turcs ni arabi.
Ja p uostren uaziemen.
Non laisoran tor dani.
Bon cóseil uos don egen.
Amatz echantatz souen.
Ires uos el reis noi nan.
Veiaz las gnerras qen fan.
Et es gardatz dels baros.
t lòn sis trobam oceaisos.
Ani .rs se los reis noinan.
Del ilalfin uos die aitan.
Ja p gnerras ni p uos.
Noi laisera tant es pros.
Peirol maint amics partan.
De lor aniias ploiran.
Qi se Saladins nò fos.
Sai remandria ioios.
56. Per dan qi damor maueigna no
laserai. Qe ioi echant no mfi-
teigna. tant cu uiurai. Caisi sni
en tal esmai. nosai qem deueiga.
Car cil on mon cor satrai. nei
camar no deigna.
Neguna bon entreseigna. de lei
non ai. Don ia cohsir mi deuei-
gna. Del mal qeu trai. P'o pre-
garaila. q di' mi li soneigna.
E samor no lamitrai. mercenla
destreigna.
Bella dopna sius plazia far ma-
mistatz. Qals meraueilla seria.
Si mamauaz. Mas ara car no-
us platz. Se ioi men deuenria.
Conosc ben qe maier graz. uos
na taglieria. La noit mi trab.i-
il el dia. nom laisen paz. Tan
mangoisson corteisia esa beutatz.
Las qe forai zo qu faz. qel desir ma-
ncia. Sa lei nò pren pietatz. qe
plus franca sia.
57. Ves uos soplei dopna primeramen.
P' cu eu chat ecoiiiz ma chanzos.
E sa uos platz entendez ma razos.
Qastiers no uos aus descobrir ino tale".
Caisi mauO can nei Ora faizos.
La legna fail el cor ai temoros.
Cor qi nò tem nò ama finamen.
P' qu tene car lo uostre segnoratge.
E sei folei ben ofaz ocien.
Sabez p qe car mi platz era sa bon
E dirai uos p qal entencios.
Ben espatz uenom asaluamen.
Se lam fai ben mult diserai ioios.
E sem destreing sofrir lai p sazos.
Gradirai lo ben el mal eisamen.
Aissi ferai lo conort del saluatge.
Tat ai asis mó desir finamen.
En la uostra mor don ia deu ben nò dò.
Se mais nous ani seruir en pia pdò.
Qe nul autra p far mo mandameli
C a tan gran gauc sa trac mon cor uar uos.
Cac pois uos ui del nò foi poderos.
Tant enueios fui de Ore cors gen.
Car cil metheus remais el uostrostage
Bella dopna merceus ciani p garen.
E pois merces noni pod dar garisò,
P' mercef preg qe m'ces uencal nò.
Qe ia daizo nò serai recrezen.
Anz clamerai tan m'ces ab rescos.
Tro qc m'ee rengas mas mas amdos.
Èntrels uostres éfaretz chausimen.
Cals fi e més del certan homenage.
58. Bon chàtar fai al gèt téps de pascor (').
(1) 11 copista, come solo segno di separazione tra i due componimenti, ha fatta un po' più grande e piti ornata la ma-
iuscola, iniziale di questo primo verso. Sicché nulla di più facile che prendere, come fece il Grùlsmacher, il n. 58 per conti-
nuazione del n. 57.
(XXXVI
- 44
Qan li auzel chanton ta dousamen.
Qi pud auer benenansa damor.
Mas eu no sai coiti pogues davtinen.
Faire cliansos pois nò aus mon tale.
Mostrar alei on uan mei cosirer.
Mas sii sentis de la dolor qeu sen.
Ja nona fora morir de desirer.
Desirer nai qac hom no lac maior.
Mas son rie pretz mi fai tan despauc.
Qe no laus dir mó mal ni ma dolor.
Qe tan tem far cotra lei falimen.
Mas sii sabes co ou lam flnamen.
Tot lo mal trait me semblarO legier.
Mas eu sui fol car ani plus autamen.
Qe no sec-hai ni mauria mestier.
Mestier magra qeni fezes tan donor.
Qe noi fos grevi sen faz ta dardimé.
Qeu retraia enchantan sa ualor.
E son rie pretz far dir amanta gen.
P'o negus no conos nienten.
De cui eu chant ni non tem lauségier.
P' qem podez amar celadamen.
Mas eu sui fol car daitan uos enqier.
Enqereus uol meu ai tan gra paor.
Qant eu mi pens de uos lo prez el sen.
E diz mei cor qeu faria folor.
K pois mi diz dili tot couinen.
Donc qe farai pois no ai ben uoilen.
4 «► i 1 trametrai pfeziel mesagier.
Car iil qeu pois qe sion plus uailen.
Son uar amor uilan cmal parlier.
Dal parlier son p qu mi gait delor.
Eamirai midonz sabiamen.
Tro qe il plaia qe miget del error.
Qeti ai sofert psamor loniamen.
Qel seus bels oilz mi forò ta plaisen.
Elgai sébla qan lani de premier.
Cac pois ailor no aig entendimen.
Ni autra mor noni pod dar ioi entier.
Bella dopna deu pc qeus don cor etale.
Qe maleiez la dolor qu sofres.
Peirol iulaz echantatz coindamen.
De ma chansos los motz el son legier.
59. Tot lan mi ten amor daital saison.
Con estat cel carnai don sen dormis.
Qe moria dormen tan es conqis.
En breu dora etro co lo resida.
Atresi mes tal dolor de mezida.
Qem donamors qe son no sai nisen.
E eug morir ab aqcst marimen.
Tro qe mesforz de far una zanzon.
Qem resida da qest tormenz enson.
Ben fu amor lusage del lairon.
Qan encontra colui destrain pai::.
Qe il fail errere q il son lor aniis.
Tro qel li ditz bels amics tu me guida.
Een aisi es macta genz traida.
Qe lai laduz on pois lolia epren.
Et eu pose dir atresi ueranien.
Car se segui amor car li fu bon.
Tan mi menec tromac ensa prisò.
Ani tene lai pres onò trop raizon.
Mas de ma mort qaisi lor abellis.
Entre mi dons eamor cui soi fis.
Lor platz ma mort elor es abelida.
Et cu soi eel cui merce nò lor crida.
Plus qe aisel qes itiiatz atormen.
Qe sap qe pois noi uaria nien.
Merce clamar aia tort oraison.
P' qeu nien lais qe motz no Lor en son.
Pero nò sai qal me faza ocal non.
Pois p mon dan mlgana asitrazis.
Amor uas cui estau totz aclis Ci
Al seu plaiser eaitai fu ma scarida.
Eni tengra torz aparaula grazida.
(1) E spam che il copista ha lasciato bianco.
15
f xxxvn)
Sinom mostves tà mal captenimen.
Mas si ai niis pel meu descadimé.
Bem fai semblan qem aia cor felon.
Qan p niò dan nò tem far mesprison.
K faz esforz sab ira ini midon.
Car en aissim conort ema foreis.
Contrai en qamor ma assis dezir.
Aissi con cel cabatailla remida.
E sap de pian saraizon es delida.
Qat es encort on om dreit nel cose.
Et ab tot zo se conbat eissamen.
Mi còbat eu encort on om ten prò.
Car amor ma for iuiatz no sai co.
Cabel esp dópna esernida.
E tan gran drec er si damor mal mipn.
Car anc de uos mi pati las dolent.
P' una tals qi ia noni tenran prò.
Anz maueira ensa dousa preiso.
CO. Lo genz tSps de pascor.
Ab la douza uerdor.
Nos adutz follie efior.
De diu'sas color.
P' qe tuit amador.
Son gai ecliantador.
Mas eu plaing eplor.
Cu ioi nona sabor.
A uos mi ciani seignor. De midons
edamor. Car cist dui traitor. Car
me fiaua enlor. Mi fan mure ado-
Ior. P' ben ep honor. Cai fait ala
gensor. Qe noni ual ni macor. Pe-
na edolor edan. Nai agut & ai gran.
Mais soffret o aitan. Nò nm tene
ad afan. Cane ne nit nulla man.
Mels ames ses enian. Si coni las
dópnas fan. Los fon ani dos enfan.
Lani ades elablan.
Los uai mos iois doblan. Acascùs inr
delan. Esi nion fai enan. Amor oboi
semblan. Cant er uielam denan. Qu
laia bon talan. Anc nò uitz drutz
leials. Sordeis oaia sai. Qeu lam
damor coral. Ellam ditz noni cai. En-
anz qe pai. Noni noi ira mortai. Esi
daizoni uol mal. Peeliat fa c'minal.
Las uiures qem ual. Seu nò uei al ior-
nal. Mon fin ioi naturai. En leit
sotz fenestral. Cora blanc tot atre
stai. Con la nous anadal. Sicam-
dui comunal. Mesuren seni engual.
Bon fura omais sazos. Bella dòpna e-
pros. Qem fosdatz arescos. Enbaisem
guiardos. Si ia p als nò fos. Mas car
soi eiioios. Eus bes ual dautres dos.
Qan pforces fauz dos. An niir uras
faizos. El bels oilz amoros. Beni
meraueill de uos. Con es de mal respos.
Esemblan traeios. Qant on par frac
ebos. Epois es orgoillos. Lai on es po-
deros.
Bel uezer si nò mos. Denan totz lais
euos. Sadagra canzos. P' mal des eiio-
ios.
61. Seu fos encort on om tégues dritu'a.
De ma dòpna si tot ses bona ebella.
Niclamerai catangran tort mimena.
Qe nainatè pluit ni couinenza.
E dòc p qem pmet zo qe nò dona.
Nòtem pechat ni sap qe ses u'goigna.
E ualgra mais qem fos al prim eschina.
Qeqem tégues enaital greu racura.
Mas il afait si con c.jI qe cembella.
Cabel semblan maniis enniortal pena.
Don za ses lei no pose trobar guirenza.
Cac mala fos tan bella ni tan bona.
(XXXVIII)
— 46
Dautra far es cortesa echausida.
Mas mal ofai car en mos dan Sabrina.
Qe piecs mi fai e ies no se meillora.
Qe mais dedenz qan dol en la maissella.
Cai cor mi bat mi fer qe nos refrena.
Samors ab leis & ab tota proensa.
De qant no uei mon rainer de marsc-
illa.
Si tut me uiu mos uiure no mes
uida. Qe malautes qe souenz re-
chalida. Gueris mult greu anz
mor can sos mal dura. Donc soi eu
mort sen aisim renoella. Aqest de-
sir qem tol souenz la lena. Amo
semblan mult laurai tari cGqisa.
Car nulla dOpna piecs no sa coseilla.
Ves son ami eon plus lai seruida.
De mO poder eu lai trop umbriua.
DGc car tan lam mult sui plus fol-
atura. Qel fols pastre cab poi bel
chalamella.
Las uenenz es cui amors apodera.
Apoderatz soi qan mi donz ac uista
Car neguna trap lei nosa pareilla.
De gauc entier ab proza complida.
P' qu soi sieus eserai tan qan uiua.
E si noni uol er tori edesmesura.
Chansos uaten ala ualenz raina.
En aragon car mais raina uera.
Non sai el mon esi na manta qista.
E nò trop mai ses totz ni ses coreilla
Mas ille franca elial egrazida.
1" tota genz & a deu agradiua.
E car lo reis sob autre reis sauaza.
Ab aitai reis couen aitai raina.
El castiar uostre pretz segnoreza.
Sobre totz pretz cab meillor faitz
sananza.
62. Lo genz cors onratz.
Complitz de grant beutatz.
De lei q plus magenza.
E qe plus mi platz.
On es plazen solas.
E franca bumilitatz.
E fina conoisenza.
Egais pretz prezaz.
Mi fai chantar souen.
Ses zo qil noni coseu.
Qe ian sia iauzire.
De auer ioi plazen.
Ni de lei nò aten.
Mas len ueia el desire.
Cai del seu cors gen.
Ses autre iauzimen.
Per aitai lim ren. p far tot so tale.
Esiuol pod mazire. Qu no li defé.
P'o bé es mes pa'uè. Q pi' forauinen.
Car li soi frac sofrire. Eu lam finame.
Si fos sas uolfitatz. Qel plagues ma-
mistatz. Si cab douza pa'uenza.
Men fos ioi donaz. Anz qe fos car cG-
pratz. Qen aisi ses faillenza. fo-
rai dons engratz. En cent dobles
doblatz. Epois anziratz. gais sos
enomoratz.
E do fina berme-lenza. Si enfos be
pagatz. Mas pel uilans baratz.
Dels fals piador falz. Ves mei
en mes credenza. Emal encolpaz.
Cels camon finamen. P' qeu prec
dousamen. Mi donz cui soi sernire.
Damar leialmen. Caltrui galiain.
En damnage no uire. Cadreit
iuciam. Er tot simal menpren.
Daudire falimen. Regnali uila-
namen.
— 47
fXXXlXI
DOpnas pqeuom naire. Elas en re-
pren. Qe sima adrut nalen. Cor-
tes ni conoisen. Don poscon gran
ben dire. Greuer loniamB. Car
tengutz ni amaz. Mas un mal di-
segnata. Ab gran desconoisenza.
Er segner damatz. Qe ensai de
fol maluaz. Sen es totateiiiza.
En aut lue puiaz. Emaniers e-
priuatz. Can es pres baissatz. Qi
en fura plus iratz.
E mas p lei nai temza. Emtenc a-
frenatz. Cui anc no piane foldaz.
Ni faiz desmesuratz. Ni maluatz en-
tendanza. Ni auol pchaz. Tal ual
qem nespauen. Enai menz dar-
dimcn. I" lei canbem cosirre so
afurtimen. Si merees noi deisen.
Proai de qe sospire. Qen als no
maten. Ni ai lo cor el sen.
63. Nuls bum no sap damic tro la pdut.
So q lamics liualia denan.
Ma qan lo pt epois es asoli dan.
El notz ai tan com lauia ueilgut.
Adóc conois qe lamics liualia.
P' qu uolgra mi dona conogues.
So qu liliale an qe pdut magucs.
E ia pois al sieu tort nom pdria.
Ben sai qe si eu lagues ai ta nogut.
Con lai ualgut ni sen prez (') tit ena.
Qenagra deit (2) qem uolgues mal pi' gra.
Ca nulla re p qu mi soi conogut.
De ma dópna qe mais me noceria.
Ab leis lo mais nomi ualrials bes.
P' qem fora for bó si ieu pogues.
Qemé ptis mas pdiu no poiria.
De samors ma si douzament uécut.
Qe ieu no pose niiiaus auer takn.
CJe ia de leis qem auci desinili,
l'aita mon cor nilen uir ni leu mut.
Anz si enpren esi ferma qec dia.
P' qe feira chausimenz sii plagues.
Mas tan sui si eus si p sieu me tengues.
l'oissa fezes com del seu asa guisa.
Amors tan ai uostre uoler ualgut.
Etàt ai fait lue tèps ure comantz.
Cane noni trobes de re uer uos tirali.
De tan rie bens co mauez couengut.
Desses men un anz qe del tot mort sia.
Qen tot lo mon no es tan petit bes.
Amors q sol de ina dopila uengues.
Qe nom de ioi enom tolgues feunia.
Cella nom ual ia autra noma iut.
Ni ma coilla nini fasa bel semblan.
Qe cil noni uol ia autra nò deman
Ni sera uol ia amors faire drut.
De nul autra ges ieu no uolria.
E sen lei fai die bé ql mó no es.
Ni chausimenz ni botatz nimeisses.
Ni franqsa el mon ni cortesia.
Ensauaris ges manior no partria.
E (3) de mon amie p re eomendisses.
Entro qe ieu deuer proatz agues
Sii es uertatz aiso comendiria.
64. Aissi con la chandeilla.
Qe si mezeissa destrui.
E fa clardat adautrui.
Cane on trac plus greu martire.
P' plaser dautra gerì.
E car ab dreit escien.
Faz tan gran folage.
Cad autrui don alegratge.
Et ami pena ctormen.
Nula res si mal men pren.
(1) Sull'i di prez c'è il segno orizsontale di abbreviatura:
(2) Proprio così leqye il codice: la parola è riprodotta esattamente nella stampa.
(3) ,,,„,„. E t net cod. in quel piccolissimo minuscolo che doveva pò, esser sostituito dalla maiuscola m rosso.
(XL)
— 48
NO deu piagner del dàpnage.
Pero ben sai p usatge.
Qe lai on amors saten.
Vai fondata elog de sen.
Donc pois tàt ani edesire.
La gensor qel mon se mire
P' mal qem posca uenir.
Nos taing qi em recreia.
Anz mi plus mauei em greia.
Mei li dei ma mori grazir.
Sii dreit damor uol seguir.
Qestier sa corz no plaide ian.
Donc pois daco qem ualria.
Conose qel mer ablandir.
Ab celar & ab soffrir.
Li serai hom eseruire.
E fai sim uol retener.
Veus mi tot al sieu uoler.
Frane fìs ses bauzia.
E sab aitai tricheria.
Posca fa merce caber.
El mon no anul saber.
P' qu camges ma folia.
Lo ioni qe sa corteisia.
Mi mostret nom fez aparer.
Un pane damoros plazer.
Paree ben qem uolc ancire.
Qinz el cor manet saisire.
Lo cors qemes li deisir.
Qe mauei denueia.
Et eu con fols qi foleia.
Fui leus ad enfoletir.
Car crezeo zo p albir.
Qenqer nom pes qesser deia.
E sieu p autra qe sia.
Mi pogues mais enricliir.
Beni nagra cor apartir.
Mas on plus fort mo cossire.
En tant coni 1< > mòz porpren.
No sai una tan ualen.
De negun parage.
P' qeu el seu segnorage.
Remang tot aencudamen.
Car noi trop melluram.
P' force p agradatge.
Chanzos al port dagradatge.
Mon pretz eualor saten.
Al rei qe sab & ente.
Miras enaragon dire.
Cane mais tant iauzenz no foi.
1" fin amor con er sui.
Cab rems & ab nella.
Pora des zo com uos cella.
Si tot no cam faz gran brui.
Ni cono uol sapzon de cui.
Mo die plus qel denestella.
Mais nos ani ges una niella.
NO pretz car ab uos no sui.
P'o als ob uos mestieu qem siaz go-
uerns euella.
65. Baroli ihesus ((en erux fo mes.
P' saluar cristiana gen.
Nos manda totz comunalmen.
Ca nem cobrar In sart paes.
On uenc p nostra mor morir.
E si uol uolon obezir.
Lai on fenran tuit li plait.
Nauziren mant esqui retrait.
Qel sain paradis qenz pmes.
Om nona pena ni tormen.
Voi ara liurar fraiichamen.
A cels qiran ab lomar.
Qes oltra mar p dieu seni ir.
E cil qinol uolran seguir.
Nenia unog un brun iubaich.
40 -
M,l
Qe no pose atier gran esglaich.
E ueiatz del segle qa) ses.
Qe qi] sec plus al piecs senpren.
P'o noi a mais un bon sen.
Com lais lo mais eprendal bes.
Qe pus lamortz uni assallir.
Negus nò poc ni sap gandir.
Donc pois tuit moren atrasaich.
Ben es fols qi uiu mal ni laich.
Tot lo segle uei sobre pres.
Den ian ede galliam.
E son ia tan lamescrezen.
Ca penas-regna dreie ni fes.
Qe chascuns poigna entrair.
S. in amics p sui enrichir.
P'ol trachor sun aisi traici.
Con cel qi beu toiseeh ablaich.
Va talen & aragones.
Ali seignor qan seignor
E lare efrancs econoisen.
Humils & adreit ecortes.
Mais trop laissa enmamentir.
Sos sers cui dieus bais eair.
Ca totz ior estan enagaich.
P' far dan & en paich.
Reis aunitz ual menz qe pagos.
Qan uiu alei de recrezen.
E plurals bens cantre despen.
E pzo che! paire conqes.
Aitai reis faria en aucir.
Et en lait locs asebenlir.
Qes defen alei de contraici],
E nò pren elio dona gamaich.
Donas ueillas nO ani eu ges.
Can uiuon des chausidamen.
Contra amor econtra iouen.
Car tir paratge ansi mal mes.
Per es de coratar ededir.
E fer de scoutar edauzir.
Car fra domnei an si tot fraich.
Qentre lor nò trobon eschaich.
Duna sim tenez cntlefeis.
Qe dal re no ai pensameli.
Mais de far uostre mandameli.
E sen gran seruir uos pogues.
Entrel despoillar el uestir.
,la mais mal nom pogra uenir
Car nostre die euostre faich.
Man sabor de rosa de maich.
\'eis de leon senes nìtir.
Deuetz onrar pretz recoullir.
Cum cel qe se me na engaraich.
Temprat dumur ab dolz yplaich.
66. Aissi con cel rama e nò es amatz.
(I ai eu fait qai ama longamen.
Sol en un loc eies nomen repen.^
Ainz la uoil mais amar desespatz.
Qe dautra auer totas mas uolutatz
E car eu lam finamenz ses eniaii.
Creu qil ual tan p qu noi amia dan.
\ii^it ai dir p qieum sui conortaz.
( !ar qi ben sers bon guiardon atS.
Sol qel seruises sia en loc ualen.
(Ian aisi ier lo mielz guiardonat.
I" qu mi sui auos del tot donat.
Bella dópna qe dals nò ai talan.
Mas deseruir uostre cors benest.ì.
Melz i|eu nos die uos pree qe méntédatz.
Qe mais uos ani eu nos aus far pa'uS
E no men lais mais endreit espaué.
Qe seni fezez de uos trop priuatz.
i ini iliria qeu fos enamoratz.
P'o uers es chan.
Ren no amei tan.
Mas endreit uos nò aus faire senbla.
I
fXLIl)
— 50
Vos aalez tan qeu ere ben qe sapzatz.
Qi mielz ama cel prega plus temè
E cels qe prega ades ardidaniè".
Bona dSpna ia aqels nò crezatz.
Cab enià uà esi e enganatz.
Mas ensui cel qi tem maier araan
P1 qi eu nos pree gaire mas enchata.
SouSz mauè la noit qan soi colgaz.
Qeu soi ab uos psenblat en dorme
Adòc estauc en tan rie gaudimen.
Qe no uolria esser reisidatz.
Sol qem dures aqest plazer pésatz.
E qat mes ueil euit morir desiran.
P' qeu uolgra aisi dormir un an.
Bella dópna souen sui acordatz.
Qeus an uezer esouen uauc doptà.
Qe nous plages p qeu nesta aita.
67. Per grà frachisa me còuen chàtar.
Se uuel auer lare qu plus desir.
Mas ie ne sai on ie puissa trobar.
Bos mot ni son car cil qi creit morir.
Nò puet sò~cor agran ioia tornar.
Mas ni por qant fin amors mo ésega.
Damer celi qi paisiòs esteiga.
E car ne uuelt mo mal guierdoner.
Li tricheor qi sen fegnét damar.
Font les leials agran dolor làguir.
E les dames eu fòt mult ablasmar.
Car amet cels qes gabét al partir.
Dóc sui ie fols qan ie ne sai t'ausar.
Ne pois uiuer mò danaie ni plaig".
Douza dame freit glaiues uos estaiga.
Si me faites de parfont sospirer.
Arai pa'le come fols estre lui.
Ja li pechez ne men ert pdonat
Car maudit ai laren cui plus doi foi.
Seruirai la tot asa uolùtat.
E se li plaist qe me reteiga usui.
Ameraila come ma dama ebeira.
0 si tàt nolamala mort la fera.
Se poi dora nò uolt pensar de moi.
Dousa dame cui ie sers esoploi.
Vrostre serai trestotes mò etat.
Com hom lies. anos qi tes motroi.
De ben seruir de bona liautat.
Con plus uoi eie plus uos teincheire.
Anz fuissiez uos leuee enfroide bere.
Qe ia mais ioni uos de gabiez de nini.
Douce dame ben me deuez aider.
Sul por itat qe losengier felon.
Se sót uàtei qe por lor loseìgier.
Feròt parti dos amàz enpardon.
One noi de uos mais ire edestorbier.
A tàt mar ui Ore belle semblance.
E uoz beaus euzqi mot nafre ses lace.
Males broites les uos puissét sachier.
68. Ara sabrai seges de cortesia.
Dona en uos ne si temez pechat
Qe puis merces ma del ot oblidatz.
Sim socorez er bos enseìgnamz.
E pois en als dòpna ta conoissenz.
Conoscac dòc qe mais uos estaria.
Sentre tot téps nò trobaua ab uos.
Qal qe bel faiz ocalqe bel respos.
Qan desir tan uostra segnoria.
Don mauriaz del tot occaisonatz.
(ie zomenfo niert ia ab mon grat.
Sim deuria plus ualer ehausifnz.
(4e pois enmi nò er ics rardimz.
Qe iaus clames merces si tort auia.
Qab tot lo dreit estauc ie temoros.
Qe no posca ualer ab uos rasos.
E nò es ies uallor ni guaillardia.
Qi destru zo qe troua apodeiat.
.1 —
Ixi. in;
Mas tantas ues uos aurie mostrai
1" qeus sembla mos castiar nienz.
P'o tat cz dòpna sobre uaillenz.
Mas |i orguil sa ualoi idesuia.
Qe ies orgnil pades nò es bos.
Mas ista gét alno easaisos.
Aiic p ma fé sul ca uos mal nosia.
NO ui mais cor tan seni dumelitat.
Con la uostre mais sapzatz de bcutat.
No uos er ia pdona faiz contenz.
Anz salimi ben qe si cròt cincenz.
Qal qe chausis la genser uos penria.
Qel meiler ezab qe merces ifos.
Mais trop pdon pini aibs opdos.
Ai ifaz gransen ogran fulia.
Can sui uostrom rimine sabez grat.
P'o uO uuel qen blasmò la fuudat.
.Mas euolria aem fos lausatz Ios§z.
<'av de limi senz unum bus afortimz.
Cane fols om no ses forzet umlia.
N'irti nò ni anc bon drut. nuaillos.
P' qrii misforz deser auintures.
Vostre sera ia no eas plaisia.
Euostre soi camors ma enseignat.
Qieu nò creia mal respos ni comiat.
Qe sei erezes morz fora recrezez.
Merauil me siqals eqom no uenz.
Mas eu morei on serei poderos.
Aqest respit men rende meilz ioios.
Alexandre de cor ientendia.
Deus qan formet (ire gét cors ioios.
I pareis ben alas bellas faizos.
69. Des en ben uers nò pose faillir.
Xuil bora qe ile miilon ebant.
Cossi poiri eu ren umidir.
<'oiu no es tan mal ensegnatz.
Si parlab lei un mot odos.
Qe tot uilan no torn cortes.
P' qe sasebaz ben qe uers es.
Tot qat eo die tot ai di' lei.
De ren als no pens ni cosir.
Ni ai desirer ni talan.
Mas de lei cu il pogues seruir.
Ni far tot qan il es bon nil platz.
Qeu no ere qeu anc pai fos.
Mais plei faz zo qe il plagues.
Qe ben sai conors mes ebes.
Tot qant eu faz p amor delei.
Ben pose bis autres escharnir.
Caisim soi sabuz trar enan.
Qel mielz del mò saubi seni ir.
Eo odic esai qes uertat.
P'o menz ni aura gellos.
<;i iliran mez e nu es res.
Qeu mi sai coni si ses ile lei.
Grieus mes lo mal fcraitz asoffrir.
El dolors qai delei tan gran.
Don no poc lo cor reuenir.
P'o noni piai autramistat.
Ni mais iois nomes douz nibos.
Ni no uuel qem sia pmes.
Qe seu nauia cent conqes.
Ren noi pres aicels de lei.
P>ona dòpna souenz piane esospir.
Etrac gran pena egreu afan.
P1 uos cui ani mult edesir.
E car nos uei nò es mos gratz.
Mas si be mestau loing de uos.
Lo cor el sen uos ai frames.
Si caici nò sui on tura uos.
Ezo qeu ai tot es de lei.
Jalas q plaing ia tem morir.
Qe as ani trop uioeta.
Qe mor mors hoc nò poc carir.
Eu nò ocom tà sui iratz.
m,v)
— 52
De qe de lei don sui aisos.
Soffra nO ual clamai] merces.
Sina faz noias prò pane not pes.
No qas fai de lei.
Conseil ai cai uuel men partir.
No far si ferai qers fon dan.
Qen pusc als uol ten l)>ii chausir.
I >c mot ere mi era digatz.
Siaz humils frans laros epros.
Sim fai mal sofren pas soi pres.
Tu oc samar uols mas sim cres.
.usi brasar poiras de lei.
70. Coindas razos enouellas plazéz.
1 '"inté ui mais feaian bel solatz.
E gardem nos de nuls edefoudatz.
E recobrem corteisias esenz.
El sen cortes gauez & honors epros.
Enirels ioios deuon esser iauzenz.
Eienz parlanz entrels enrazonaz.
«'atre tan so de bos motz sii tomtatz.
' 'on de foudatz. ni de deschausimz
E genz parlar ab auinèt respos.
Adhuc amics eno creis mesios.
Per qe cuidatz qeus siadefendenz.
Esi auos CO nos apel maluatz.
Qe] tèps auez el poder nos donatz.
E noi uezez metrels lums esardez.
ilaruz uos iqel tèps uen tenebros.
E noi ueirez tro qe il mis er rescos.
Car ili perils uen sobra totas genz.
Morz c|i destai bis romtes els pzatz.
I'' qe mais ual si faiz qe sipesatz.
Qen lir.u ile téps iuen alongamenz.
P' qe lo faitz es auinez ebos.
Qe nosi preigna maluaisa ocaisos.
La- duna re mes uègut pensamèz.
•'em uiura iois si donars nes ostaz.
Ni aqes cors ben aissanz nutriatz.
Si uers nò es niebantàz es nienz.
P' els odic enbronchatz cosiros.
l'ais cauer anqes feignon salamos.
71. Ara no uei luzir solei.
Tan me sui escrnrzir lirai.
E ies p aizo no mesmai.
l'uria clardatz mi soleia.
Damor qinz el cor miraia.
E qan autra gé"z ses inaia.
Eu meillor enanz qe sordei.
!'' qe mos chanz no sordeia,
Part me semblon uert eu'mei.
E inuern c3 e] téps de mai.
Sim ten fin amor coinde gai.
Neis me par fior bràclie u'meilla.
E inuer kallenda maia.
'Je la genser eia plus gaia.
Ma mandat qe mamors lautreia.
Sainqer nula desautreia.
i'anv mifan maluatz conseil.
P'qel segles muer edeschai.
l 'ara sàioston li saluai.
E lus ab lautre conseilla.
l 'ossi fin amors deschaia.
A maluaisa ggz saluaia.
Qi uos nil uostre ?seil creia.
Dominideu perd emescreia.
Da qels me muer cm cóseil.
Qira mifan dol & esmai.
i 'ar possa lor ilei ini qerj ai.
E pois chascus se ?seilla.
l 'el autrui ioi on ses glaia.
■la nuil autre dreit no aia.
l'ali sul deport uenc eguereia.
• 'i-lui qe plus miguereia.
Noit eiorn pens cossir eueil.
(XI.V)
Pian esospir epuis mapai.
i >n mielz mesta ez in mal trai.
Mas uns bos respitz mesueilla.
Don mos coratges sapaia.
Fols sui cai die qe mal traia.
l'uis tàt rie corage uea.
Pro imi ab sol qelenueia.
I >arna de uos meraueill.
Si qer samor nieil die qem lai.
Contra la foudat qen retrai.
Pura genta meraueilla.
Suam pcolla ntbaia.
Ha sera ia crune retraia.
i 'al uos ui ecal uos uei.
1'' bona manza qem ueia.
72. Non pot esser suffert ni atédnt.
Qez eu no chat pos lestiu uei tornai
E li uerzer coma seron canut.
Pareison Mane eu'deion li prat.
AdOc masi coqistat un amor.
Sol p respit dun conine qem fé.
Gardatz qe feira sagues delfaire.
C'a pena deing ad autra auer solai/,.
A snn obs ma de bon cor retengut.
('eia qi ma p amie conqistat.
Asatz ma mielz en breu téps conogut.
Qe tals ia lGcs t'mini pugiiat.
Cuns reprouer me dites ancessor.
Qi téps espa no fai qan téps li faill.
Ben eschai ecoue aqe.
Qe lóc esps amainz plait destorbat
Ab aizo ma ioi ede port rendut.
Emo saber es des emei liurat.
Qen aqez motz cult auer etendut.
Qem uoillem briu far rie desamistat.
Aizo nonosc eu al euseniador.
Can mi cuion mal fai' mó fat be.
E grazisc lor do la mala mere.'.
l'ir sui de lei estorz ni escapatz.
Anc nò auzitz son plait par auengut
Ad orne mais auiàtz Comes anat.
A doble man me enamic ualgut.
Qe no feiron simaie son amat.
Cuizanc mais adaizo uàledor.
Qeu lor miei mal de mori ez il aio,
P'o trait man di' tal loc on ia so.
Soffrir affali efóra perilatz.
.Mas eras ai abon port do salut.
i'e qe uos dei mon nauei aribat.
Er ai lo staing elo plobs recregut.
E p fin aur mon argen cambiat.
Qautreiat ma unas delas gensor.
Dona del mon eies noni desoue.
Qem don samor edun baissar mostre.
Ez es tà pros cus reis en fon ondratz
E p aizo teing p ereobut.
E no en uei el mon nul home nat.
Sim uolc midonz tener uestit onut.
Esser Ione si el lue del meillorat.
Anes al mieu par no fu faiz tals onor.
< 'on ami er sen aisi ses deue.
Qel sieus cors blancs gras escasit eie.
Remir baisan eteing entre mes brasi:.
I.i reis nanifos cui doptan limasmut.
El meiller conts dela eristientat.
Mandauen ost pos ben sii remansut.
E noni de deu farion gran bontat.
Sobrels espars sarazin tràitor.
Ab qe lus dels menes ensems ab so.
Marit seignor qen clau oserete.
No an pecat nò lor fos pdonat.
73. Can hom es en autra poder.
Xo poe tot ses talant Compi ir.
IXI.VIJ
u —
Anz la ucnc souenz azeqir.
I" lautni grat lo sieu uoler
Dono puìs en poder mi sui raes.
1 lanini- si grai los mais el bes.
Els torz els drecs el dàs el pros.
Caisi nios comanda raisos.
< 'ai' qi noi el seigle caber.
Maintas uez lauen asoffrir.
Su qe il desplas abien cobrir.
Ab sembianza de nò caler.
E puis qan uè qe sos locs es.
C'ontra cels qil aura mespres.
Nosia flacs ni nuaillos.
Qen gra, dreit notz pauc ocaisos.
Tàt ai de sen ede saber.
Car sai del tot lo mielz chausir.
E sai eonostre egrazir.
Qim sap ondrar ni car tener.
E tene malus del & enocs.
Ca tei semblatz gai ecortes.
A lor amis sui amoros.
E als cnemics orgoillos.
Bona dópna deu cuc uezer.
Can lo Ore géz cors remir.
E car uos ara tant edezir.
Gran bes men deuria eschaer.
Qe sima uostamor cóqes.
E uencut elazat epres.
Cap tot lo siegle si men fos
Mentenrie paubre ses uos.
DOjina can uos uei remaner.
Emauenc de uos apartir.
Tan malignisi. n li sospir.
P' pauc nomauenc acazer.
Ha dousa dópna franca res.
Eetenez mi ema chanzos.
Si ben peisal cortes ielos.
Si poiria enouol ualer.
Car no sesforza del morir.
Pos la mort noi deigna auzir.
P' despec ep no chaler.
Mal nes ondratz us bos paes.
Don res eplas rendas el ses.
Cros poi rida al cor uermenos.
Viu mal grat de deu edeuos.
74. Si ben sui loing eentre gét estraga(').
Einais cosir damor enqem conort.
Epres dun u's comsil faz de lacort.
Tals qe sia bos eplazenz efins.
E car on mais mò chàtar mi grazis.
Et eu mi dei gardar qe noi refnda.
Ni diga re dù sauis mi repda.
No es imi iors qinz el cor no deisenda
Una ilolzors qem uè de mó pais.
Lai ione las mans elai estau aclis.
E lai uos qe uolria esser fort.
Pres de midoz si tot aues mi tort.
Ca bel solatz & ab douza cópaigna,
Mi dauret gent so ca ora mestag".
Assafz ai mais qe cossir eq plaiga.
P1 jiauc lo cor noni part qa mi recort.
Pel liei semblanz del ioi edel depi.it.
E del plazer qe lam fes eqem dis
Ha con fora garitz sa dOc nioris.
Qera sii prec qe de mi merceil preda.
Sol ueiaire no fa qillo entenda.
Pautra guisa prec deu qela defféda.
Mas ben uolgra qe la un ior sentis.
Lo mal qeu trai p le sers ematis.
Qen greu perii mi laiset Ione deport.
E nò uolgues cautra men aia estort.
Car si tàt fai qela uasmi sofraigna.
Anc liom damor nò fez gèsor gadaig'.
Delei nò fail res ca bon prez ataigna.
Nò sai dópna cui on mellor laus pori.
il) itti ini), imi, c'è nessunissime segno r demi linda m, alt,-., ■
CxLVll)
Pros ebellas g§ta p qe mamort
E doncs amor cui tot ior obezis.
Poiri esser cunas uez menchausis.
Aqesta qer pdons epesmenda.
E sol ia niiiis guiardons nomreda.
Ar mes rnestiers qe soffre qe atSda.
Con sofiirai pus lei no abelis.
Mielz me fora zo cug qe me partis.
Co no ert ia trop nai pres rie conort.
Bona dolina uostrom sui tot afort.
E nò creiatz lo mors enmi remaigna.
Qe uos amar té qe tèps mi sofraigna.
Non laiserai dópna lo uers nous po't.
Qenaisim tè lo defres engreu laigna.
NO pot esser qieu plus zai remaigna.
75. Bona dópna un còseil uos deman.
Qel me donez qe mult magra mester.
Qen una dópna aimes tot mó talan.
Qe nulla re tà no dezir ni qer.
E digaz me si laudatz qeu leu qeira.
De samistatz oqenqer men sofreira.
Qel reprouers retrai certanamen.
Qis eocha pert econseg qi atem.
Segner beus die segò lo meu sembla.
Qe ben ofai qi bona dópna enqer.
E cel sap pauc qi laua redoptan.
Car ano dópna no feri caualer.
Mas si noi plas che samor lipfera.
E noi aplns dan en nulla mainerà.
Qe bona dópna atàt densegnamé.
Cab gen parlar sen part cortesamé.
Dópna eutem qe sii deman samor.
Qem responda so qe mal mi saubra.
E qe esgart son pres esa ualor.
E qe diga qe ia noni amera.
Mielz mes zoere qel serua eatenda.
Tro qel plaisa qe guiserdo me réda.
E digatz men Begon uostrencien.
si ferai ben uscii die fallimen.
Segner tot fols afolia encor.
.Mas cel es fols qi la folia fa.
E qant hom lai om nona ualor.
Pois sen repét qe imi gazaig nò a.
Ainz deu saber qe ia gaire despenda.
Sin poc auer guizardon memenda.
E sii conois qil aia bon talen.
Serua li doncs en patz ebonamen.
Bona dópna pois aisi mi laudatz.
Elenqerai ades senes falir.
E tene p bo lo cossel qem donatz.
Ni ia noi uoill eabiar ni guerpir.
Qe ben sabetz del dopna senz faillanza.
Si uoil amar ni sua entendanza.
E podez me ualer ueirasamen.
Sul qeus plaisa nil cors nos otoissén.
Segner eus prec qe la donam digatz.
On eu uon posca ualer eseruir.
E die uos be euoil qe men creiatz.
Qeu nò sabrai la uertat deseobrir.
E far uon ai aissma ecoissenza.
Mactas saizo sen lei nò trob faillenza.
E digatz la ades de mantelle.
Ni nò doptatz ni aiaz nul spauè.
Bona dópna tàt es cortesa epros.
Qe ben sabez seu uos ani mus uol be.
Qe tal ioi ai qan pose parlar ab uos.
Qe de ren als nom menbra. nini soue.
Adocs podetz saber ama sembianza.
E al conort mos diz uar uos balanza.
Vos es la dona en cui mos cor enten.
Dompna merce qe tan die dardimé.
76. En consirers et esmai (').
S..i dun amor qen las ente.
()■• tan nò uau ni sai ni lai.
Qil ades noni tegnen soffre.
li v,' codici ■"■ vi ' alcun segno «'■ ■ i ■ questo eomp ." ■
(St.Vtlt)
— 56 —
Qera inadat cor etalen.
i !om enqez sua podia.
l'als qe sii reis leu qeria.
Auria fait gianz ardimeli.
A liis cliaitiu qe farai.
Oqal conscil perirai de me.
Qella nosaplamal qeu trai.
Ni eu no laus clamar merce.
Fols neci ben as pauc de sen.
tjela noca ta maria.
P' ne seina drutheria.
i Jancz not laises leuar aluen.
Donc pos l'issamen me inorai
Dirai li la fan qe men uè.
Eu hoc ades lo dirai.
No faria ala mia fé.
Seu sabia qen tenemen.
Enfos totes spagna mia.
.Mais uuel morir de feunia.
Qe mi uengues enpensamen.
( 'a p mi no sabra qeu ai.
Ni autre no lendirai re.
Amie no qer adaqest piai.
Anz pgai deu qe prò mente.
Qen nò prec cosin ni parca.
Qe molt er gran corteisia.
Qamors pmidonz mausia.
Mas alci né istara gen.
Adunca ella qal tortz mi fai.
Qil no sap pqe mes deue.
Mais deuinar degra oi mai.
Qen niur pur sainur & aqe.
Alineu neci captenemen.
Et ab gran uilania.
1" qe il lcngua mentrelia.
Qant eu denan lei mi prezen.
Negus iois almieu ne sechai.
Qan madonam gara nini ne.
Car lo sieus bels esgarz ini uai.
Al cor qe ma dousem rene.
E sim duraua longamen.
Sobre saint uos iuraria.
Qe nec mon mais no sia.
Mas al partir art & ensen.
Los mesatgier noi trametrai.
Ni ami dire noi coue.
Negus coseil de mi in. sai.
.Mas duna re mi conort be.
< io illa sap letras et enteu.
Et agradam qeu escria.
Los motz esalei plazia.
Legis lo alineu saluanieii.
77. Cant ai sufert ISgam grami afan (').
Qe sestes mais qe nò apcebes.
Morir pogra tost eu leu sim uolgues.
l 'ala bella no preira ia dolor.
En cui mala fos beutaz. ni ualor.
Don regardan par forsatz mon corage.
E pois uol platz segrai autre uiatge.
Mas lei no chal nino sei tene adan.
De pdre ini ni] ben dir de m.3 chan.
Pero tal ren ten om uil qes prezan.
Etal ren pert coni ditz qe il nes bc pres
Qe pueis li fai sofraita men re bes.
Mais de midonz estan granz sa ualor.
Qe ren nos te sim pt nini uir ailor.
Donc ben fi eu entra cuidat folage.
Oan peacei ma mort emo damnage.
ì'' unni fol cor qim fez dir enchantaii.
(,'o don degra gen cobrir mon talan.
E pos mos cor cornei oil trait man.
Ema mala dona ema bona fes.
Si qe chascus magra mort si pogues.
(Mainar mendei cun de mais baillidor.
Ni ai mos oilz menzonger traitor.
Non crcrai mais nes fianza senz gage.
EW
(XLIX)
I lai col es fola 'i' l'ai lui uasalage.
E fols qi ore auer~ason coman.
Tol zo M1' "|1 plazen "'I"-'11 estan.
Merauil me*pos ab mìdonz estan.
Prez eualors plazer cilici] cortes.
<'.m pot esser eie noi sia merces.
Km meraueil de lei ont es honor.
Beutatz esenz qe nò isia amor.
Km meraueil de dopna daut parage.
Franca egentil qes mal segnorage.
Ni con pot far ?tra sa ualor tan.
Qe desméta so frac tamil senblan
De tot aizo ai merauilla gran.
E pos lei platz qe no si chaTge res.
Noni tenra mais afrenat so mafres.
Qera men part si tot mes desonor.
Car obs magra qe fos de mal traic sor.
E pos aillors noil mudar mO estage.
BonencOtrem don deu ebó entrage.
Km las trobar dona ses cor traan.
Cab mal seigner ai estat aqest au.
Ab tot ai tal mal ebrau etiran.
Volgren estar uolutier sii plages.
Mais cab autra qe plus de beni fezes.
K pois noi plaz acal uauc por socors.
Don ma ferit al cor plazez douzors.
Bella es epros franca ede bel estage.
Ez ani màdat p un cortes mesage.
C'un pauc auzel enmo puTg qe nos na.
ani mais aicel cunagnia uolan.
Leu bel guazain die ema senes gage.
Qeu ai cóprat grà sen ab grà folago.
E sai danior lo prò el dan triar.
Ni ia mais ioni no auzira pragan.
78. Tot honi caiso blasma qe deu lauzar.
Lanza ausi aiso qe deu blasmar.
Ez eu die zo pò car es amors.
For itiiada p neseis iuiadors.
Qe nò sai adreìl mostrar p qe.
Mas er es tSps quii dizon del be mal.
P' qe lor diz nS esconditz de sai.
Astruingnamt sen deuria apensar.
Col qautru noi reprendre aergognar.
Se nai uist mait repris reprSdedors.
E maiiit baissar qesser cuiauan sors.
P' caicel deu qi reprédre gardar se.
Com no puosca lui reprendre dere.
Qe nanz de hom si mezeis far lial.
Cautrui apel traitor ni uenal.
Amainz homes auc amor acusai.
Ez el maldit damor asotillar.
Qe caualer ai uist etrobadors
Qe de bassez fezauz edauz auzors.
Tan es laysatz qe no tenion tre.
De dir damor tot mal se nes merce.
Aisi con es detracion mortai.
E cil ca fuiz de nien fun aitai.
Ma ges adrec no opodon proar.
Camor fai zo ben totz qe deu far.
Qen amaritz entra en amadors.
Don nais dópneis corteisia eualors.
E tot aizo ca uerais pretz p te.
NO es de plus negus damors zocre.
DOc pos lo be lor mostra eil fan al.
Car ben blasman fun pechat criminal.
De crist mentoli segon zo carni par.
Che nO es reis q puesca ben guardar.
Son regesme totz sols sens ualedors.
Des qe troba sos uasals traidors.
Donc pus amors fui tot zo qe il coue.
E cil cafartz li porta mala fé.
Die coni deu dir dels perdreit naturai.
C,o qel an dit danior se deus mi sai.
Una dópna sai qe no troba par.
Qe de bontat puescablei paregar.
Classe di si ie.n/e morali ecc. — Memorie — Sei-. -la, Voi. II. l'arte la
w
— 58 —
E sa beutatz es entre las gensors.
Cenzer aisi coni entre fueillas. flors.
Ez en ani la trop ci! petit me.
Mas ades nai un conort qera reue.
Cui meinz si tot del sobre plus noni ual.
Tali nai don. ir qe ben cobril cliaptal
Car conuis plus dels autres emate.
Sen esaber etot zoqes de be.
Lenpare che sobrels ualenz ual.
Conoisera seu die ben ornai'
70. Daizo don bum alonguamen.
Ben die entrels conoissedors.
Si endiz pois mal uilanamen.
Es atot lo meinz desonors.
Cai cel qi si mezeis desmen.
Dels bes eadieb no mes pa'uen.
Des qes trobatz ben dizen fals.
Qel deion creire dizen mais.
Si disses al comzamen.
Los mais ainz qel ben diz fos s.irs.
Disera plus cobertamen.
E semblera uer aplusórs.
Mais pò ben auen soueu.
Caizo eom ere blasma deffen.
Dune nò es dome qes aitals.
Lo ben diz ben lo mal diz mais.
Duna qen diz ben priineramen.
Don de bas aut paget amors.
Ne dis apres mal sotilinen.
P' far sos mais semblar neiors.
E p plus decebre lagen.
Ali p uerbis daurag desen.
E ab parauletus uenals.
Yolc far creire del bes qes mais.
Del cornais <m amors senpren.
En sems ardinienz epaors.
Qen sameza alardimen.
El uolpilage en las folors.
E pocis ardiz eissanien.
De larguesa eden segnamen.
E uolpiz descarseza edals.
Qe sos ni lama ìiimals.
Per zoni par qe quii diz mal man.
Del maistre qi dona lo sen.
Com si ohi ualenz echabals.
Ni com se pot gardar de mais.
Car ual plus econois esen.
Na ioana dest ez enten.
Voil segon lo dreit iuge cals.
Deu 011 dir damor ben omals.
!S0. Si tot mi sui atart apcebut.
Aisi con cel ca tot pdut eiura.
Qe mais nò ioc agran bonauìtura.
Mo dei tener car mesoi conoguz.
Del grant engan camor nasini fazii.
Cab ben sSblan ma tengut en fadia.
Mais de dez an alci de mal deptor.
Cassatz promet eren no pagaria.
i ìabel semblant qe fals amors aduz.
Sa trai uas lei fins amanz esatura.
Col parpaillos ca tan fola natura.
Qes fer el foc p la clardatz qcil lutz.
Ez eu meii part esegrai autra uia.
Con mal pagaz ester nomen partria.
E segrai laib de tobon soffridors.
Qi sira fort si confort sumelia.
l'ero no cuc si beni soi iraseuz.
Ni fatz de lei euehaiitan marancura.
Qein diga re qe toni adesmesura.
Mas ben sapzatz casos obs soi pduz.
Cane sobre fre nom uolc menar Odia.
Ainz mi fez far ino podei tuta uia.
E anc sépre canal de gran ualor.
Qim beorda trop souen ereis feunia.
— 59
(u)
Mels fora eu trop mas sui me retèguz.
Cai cel qab plus fort si desmesura
Pai grant foudal nes engra.1 auStura.
Qe de son par esser en poi uencutz.
E tal plus fecol desi fai uilania. pcàl no plac.
Nili plais sobraceria.
P'o ensen deuon gandir honor.
Car sen honit no pz plus qe follia.
Per amor me sui eo retengut Deuos
seruir coi mais no aurai cura. Ai-
si con lumi presa laida peritura.
Cant es de loing tro qom espres ué-
cutz. Preiaua uos mais car nos
conoisia. Esanc uos uolc mais
nai car no uulria. Qaisiin nes ps
con alfol qe ridor. Qi diz car fos
tot so qe tocaria.
Bel naziman samor nos destregnia.
Vos entot téps eus en conseilla-
ria. Si uos mbres cat ieu nac de
dolor ni càt de ben. la mais no-
us calria. En plus leial sab los
oilz uos uezia. Ab si con faz ab lo
cor tuta uia. zo qeu ai die poria
auer ualor. Qieus qer ?seil e-
?seil uos daria.
81. Si con li peis an en laiga lor uida.
Lai eu en ioi etot téps lai aurai.
Camors ma fait en tal dompn chausir.
Don uiu iauzenz sol del desir qe nai.
Tan es ualenz qe qan be men cosir.
Men nais orgoil em creis humilitat.
Mas sira ten iót amor eioi amdos.
Qe ren noi pt mesura ni rasos.
Tot autres ioi desconois eoblida.
Qi uel seu cors coinde cortes egai.
Qen aisi sap dauinen far edir.
A totz plaiser tot so coni di/, ni fai.
i 'ohi ii" poi mal dir senes mentir.
Qen lei es pretz aunor sSs ebeutatz.
E se noni uolc sos lins cors et amoros.
Amor na tort qe me fai enueios.
Bona dopna de tot bós aibs pplida.
Tan es ualenz p la meiller qeu sai.
Mais ani de uos lo talenz el dezir.
Qe dautra auer tot zo cadrut ses chai.
Daitant nai prò car leni el plus failir.
P'o nò soi del tot desespatz.
Qen ricas cort ai uist maintas saisos.
Paubren richir erecebre gen don.
Ves lo paes pros dópna esernida.
Repaus mes oilz ouostre cors istai.
E can de uos plus pres noni poc ausir.
Tene uos al cor cosir eades sai.
Vostre bel cors cortes qem fai languir.
El gent parlar el deport el solatz.
Lo pretz el sen eia beutat de uos.
Don pois uos ui no fui anc oblidos.
Dópna cu prez eiois eiouenz gida.
la no niames tot téps uos amerai.
Camors lo uol acui no pose gandir.
E car conois qeu ai fin cor uerai.
Mostram de uos en tal guisa chausir.
Pensali uos bais eus manei enbratz.
Aqest dopneis mes dolz ecar ebos.
E no mei pot uedar negun ielos.
Don gen cOquist iois epres esolatz.
Vos tenon gai ure gen cors ioios.
P' coni nous uè qe no sataut de uos
P' mon franceis uoil qes nà ma chàzos.
Car es adrecs elarcs eamoros.
82. Densegnamen el pretz elaualor.
De uos dópna cui soplei noit edia.
Ma si mos cor due de bella paria.
fui)
60 —
Con plus mi doil eum chat emsbaudei.
E car amora mostram tan sos poders.
Ves mi tot sol cui troba plus lials.
Mom ual esfortz ?traleis nisaber.
Adoncs dopna uailenz uostre secors.
Euenca uos merces ecortesaa.
Ainz qel talent nil desirer mancia.
Del uostre eors gen qel mon estei.
Cai ure laus dir mi sofreran legiers.
Cai es tan rics ure pretz etan ual
Sobrels meillors ei sausat & ers.
Dopna nos trei uos eu & amors.
Sa ben tuie sol sè"z autra garètia.
Qels fols couen nos taig qc pi' uos dia.
Mas uostrom sou ep uostre mautrei.
Si es mos cor iont enuos cacers.
De fin amor edeseruir corals.
Qen autra part nò es ferm mos uolers.
Dópna ualenz ab auinéz lausors.
Pende mos cor de cu tèg la baillia.
De uos lo telg don tot lo mon tenria.
Sii era meus eqan soue nous uei.
Lai on uos es ?trastan ci tcmers.
Car en mon cor eu uos faison aitals.
Con eras lai al plus plazen uezers.
Dópnal plazers grazisc eia aunors.
Egrazirai tot tèps satant uiuia.
Se tat soifres qen bon respec estia.
Pos auos plaz ben sai qe far odei.
Ma seu mor qem ual mos bos espers.
Sen breu de mi plus coralm nous cals.
Desespars mi feira mos calers.
S3. Siin destregnez dópna uos eamors.
''amar nous aus ni nome pose esf-
raire. Laus mcn chausa lautrem
fai remaner. Luns men ardir ela-
utrem fai temer. Preiar nous
aus p enten de iausir. Aissi co
cel qes naurat p morir. Sap q
mortz es pò sis combat.
Vos clam merce ab cor desespat.
Bona dópna parages ericors.
On plus aut es ede maier af'aiiv.
Deu mais ensc dumilitatz auer.
Cai ab orgoil no pot bon prez caber.
Qi gen noi sap ab chausimen cobrir.
E pois nom pose de uos amar sofrir.
Merces uos clam p gran hiimilitat.
Qen uos trobes alcuna pietat.
Non me noges ùra ridia ualor.
Qac no la pose un ior plus enaut
traire. Pos eu uos ui aie lo se el sa-
ber. Del ure pretz creiser amò poder.
Qen mac bon locs lai die efac auzer.
E seus plagues qem degnases gradir.
Nous qe sera plus de nostra mistat
E gauziran p guiendon los grat.
Tnt lo forfaitz etotas las clamors.
Qem podez rancurar ni retraire.
Es car mauzas abellir eplazer.
Mas dautra ren qe anc poges uezer.
Autra clmison dona noni sabez dir.
Mas car uos sai conoiser echansir.
P' la meiller & ab mais de beutat.
Veus tot lo tort en qe mauez trobat.
Vostre gen eors uostra fresca color.
El dolz esgart plaséz qem sabetz
t'.iiiv. Mi nos fa tan desi™ euoler.
Qe mais uos ani on plus mèdesespor.
E si folei qe no mcn pose partir.
Mas qàt eu pes qi es qem fai làguir.
Cosir launor eoblit la foudat.
E fug mon sen esec ma uoluntat.
84. Anc uas amor nò poc res ^tradire.
61
(lui)
Pos ben iuolc sos podere demostrar.
1" qeu nò pose sa guerra sols atSdre.
Qa sas merces mi ren totz domégers.
K ia mos cor uas leis nò er Ieùgiers.
CJac nuls amanz pos lo primer yqis.
Ni aqi leis noi fon de cor plus fis.
Damor noni feng ni de plus iaudire.
Mas sul daitan qab forni cor et ali clar.
A lei deman me l'ai ental entendre.
Don os sos pz sobautras tan enters.
1 1 enqisa p me no er esters.
Si fin amor qi amo cor asis.
Lo sou rie cor p forza noni languis.
Si deus uolgues sa gran beutat deuire.
tira ren pogra dantras donas ondrar.
Tat qàt mare clau ótras pot estSdre.
Es 1" sene pretz de toz caps eprimers.
Et agra obs lo ioni uilas porters.
Qanl uas leis oqeu tan prin nouis.
Qe mos sabers ai paur qem aucis.
Bona dopna li plazer el dulz rire
Elauiiift rospos qem sabez far.
Mansi ?qes qad autra noni pose rèdre.
Partiramen seu pogues uoluters.
Qel uostre plaz tem q mes sobréeers.
Mas on aisoni eonort eafortis.
Qe paratges es uas amor aclis.
Al forni uoler do uos ani eus desire.
Eua iutgatz esi incluraus par.
Qeus endegnes m'ces al cor descSdre.
Nomo tolla paors de lausengere.
Qei ia negus nomer tan plagSters.
Ab prin saber ni lointas ni uezan.
P' qil sia de mo afar deuis.
Dai tan se pert qim cuida plaiser direz.
Ni lansengas p mo cor cleuinar.
Qautretan ient oniels ine sai defondro.
Qeu sai intir eremanc uertaders.
Tal ueria qes fals emenzOgers.
Qar qi diz so p qamor sauilzis.
\'as si dOz menz osi metzeus trais.
Chanzoneta cel cui es mó pestlers.
Qes gais epros uolgra ben qet audis.
Mas enabanz uai amon ient ?qis.
S5. Luiamen ma treballat emalmes.
Ses iius repaus amors enson | odei
Si qe del tot ma uencut ecòqes.
Mas crani ten gai et en bon esper.
Qa mos oilz amostrada la gonsor.
Et e mon cor enclausa la meillor.
Si qe del tot man gazagnat mei oill.
E tene en car mon core plus q no soil.
Mensura esen qes raiz de toz bens.
Iouen beutat conoissanz esaber.
Pauset on leis deus qan la nos trames.
E uolg qe fos pzo qar sab ualer.
Sa ualenza es plus ualont de ualor.
E sondranza plus onrada damor.
No ere p qeu de leis lauzar noni toill.
Qautra ab tans bes se uesta nis despoill.
Del bel semblan plasen el mot cortes.
• El dolz esgart baissat el plaiser.
Qab mesura diz efaiz qan locs es.
Lafan atot blandir ecar tener.
Qom non laue qe no diga lauzor.
Qa mi meteis fan doblar ma dolor.
Qan lor aug dir coni pa'la ni acoill.
E placz me mais lo mais on pi' me doill,
Ano no cugei mais auenir pogues.
Anni home ni ges no sembla uer.
Qe sa dolors labcllis nil plagues.
Mas ami plaz on plus mi fai doler.
Qe lo meus mais en de fin amador.
P' qes un pauc atepratz endolsor.
P'o souen de lagremas en nioill.
(ut)
ii2
Monuis qar 11O laus dir lo bè qel ni.il.
Ami eis dig lo plus bel preg qeu pes.
Efas co sii apreg ana parer.
Pois ab cor fait qàt ai mori jseil ps.
Yég dona h.-is qel cug dir mo'uoler.
Eqan la uei no sai ses p amor.
0 p son pretz op sa gran ricor.
Tom ses parlar muz enó p orgoil.
Qil me mostra anz mes dumil escoil.
Na beatrix dest anc plus bella fior.
De nostre teps nou trobei ni mellor.
Tat es bona qon plus lauzar uos uoil.
Ades itrob mais de ben q no soil.
86. Res més clamor p qu damar mi lais (>).
Teras es atat tornada amors.
Qàs se sapchan qals es pros ni sauais.
Volon amar las donas a eslais.
P' qem camian plus souen amadors.
Et està pez us asatges q sors.
Qe ses amor pod hom auer arnia.
No dirai ges p q car miels castia.
Qant odiz ient amix q qat sirais.
Pero si fos aitals cu sol amors.
NO die eu ges q log naua decosir
edesmais. Mas qat dels sés qra una
dolzors. Pois era pz séz la'geza ericors.
Ensegnamz saber ecorteisia.
Qe baiset tot qan falset druderia.
Et empo si tot ma mort amors.
Dei me gardar qn trop dir no eslais.
Qe ben leu ses qals q amicx uerais.
Cui paria mos castiars folors.
Et afin drut deu hom taire socors.
Non goi blasmar tat qat seg dreza aia.
Qom pt son dit eson amie pdria.
Tro qel amors psi meteis sabais.
De totz mesters es desebrada amors.
Qe més ia de prò cel qin sab mais.
Qab pane de ioi fai les fols rics eiais.
El pros fers es toz als galiadors.
P'qem senbla qamors sia folors.
Donc beni son eu entéduz enfolia.
Qae ses amor no saubi uiure un dia.
Ni ac ses be tàt ile mal hom no trais.
87. Fonica nuls hom por dura de partea.
Deit estre saus iert dóc saus por razO.
Qonca tortre qi pert so ?paignó.
Ne fut un ior plus de moi esbaia.
Chascus plora sat'ra eson pais.
Qat el sen esses de seus eoraus amis.
Mais il ne nul congez q qelomdie.
Si doloros cum dami edamia.
Lirenoiers mamis en la folia.
Qar gè mestoi gardatz mainta saizon.
Daler alior ai qist ochaizon.
Don gè inorai esi gè uif mania.
Valdra bem mort car cil qi est apris.
Destre enuoisez echantàs e iois.
A pis assez qan sa ioia est falia.
Qe si moreit tost auna faia.
Mult aerossez amoros acointandre.
Dale adeu oderemanoir si.
la nuls pos qe fin amors lasarzi.
No deuroit mes itel afar en pandre.
Si uoiramen congem part adolor.
Las qai gè dit qe nomen de part mia.
Si mes cors uai seruir lire seignor.
Mis cor remain del tot en sa bailia.
Por li men uoi sospirali disuria.
Car gè ne doi faillir mon criator.
Qar qi li faut enses besoing saia.
Ben croi cades li faudroit augreignor.
E sapchan bien li granz elimenor.
Qe lai deit on taire chiualaria.
On hom ?qer paradis ehonor.
i \ i • ■ '-'i\ ■ . •
li.!
(LV)
Bios e pris alamoi de samia.
Dcu est assis cu son gran heritaie.
Or ipaira qon li secorerot.
Imi qel trais de la prison dobrage.
Dot il fu niis ni la croiz qel ture ut.
Hon sion tot ci! qi remandrót
Si ueil nestoit poblete omalage.
Mas tuit li l'ics q sain eiounc sont.
Ne poet pas remanoir ses ontage.
Mult acroissez amoros acomtandre.
Dalet aden ode remanoir zi.
Ja nuls hom pos qe fin amor lasa'zi.
No deuroit mes ital afar enpandre.
Qum ne poet seruir atan seignor.
Pero iceu qi uol auoir honor.
Ne puet mes remanoir sans mes-
pandre. Bella pur ce ne moi deuez
repandrc.
Si ien saus autretàt al empandre.
Qili comgez moi tormtes ici.
Gè laissasse umilia cn nostra merci.
Mas gè irai de graces mercis rendre.
De ze qonqes moi soferta un Lor.
Qe gè fusse baans anostramor.
Mas gè mi tég apaez del intandiv.
Pos q cascus uos ama ici ses padre.
Un cotiort ai de uostra deseuranza.
Qe ie na uoi adeu qe repeller.
Mas can por lun couien de uos Iogner.
Gè ne sai ren de pi' grà reprochasa.
Qe ceu qe dex fai partir eseurer.
De tal amor qe ne puet retrouer.
En surre mais dira ode penitansa.
Qe ne feroit li rois sin laisoit fràsa.
Hai bella tot es fors de balansa.
Partir mestuet de uos ses demorer.
Tant enai fet qe ie nel puet laiser.
E si ne fust del remanoir uiltasa.
E reproche gè aliasse demander.
A fin amor ?seil del demorer.
Mas u. is estes de si fcres gran ualansa.
Qel uostramis ne doit fere fallansa.
En p é fous cel qi uai oltramer.
Qan pren conige ile sa dama alaler.
Mas mandez li de lubardia enfransa.
Qe li comge doblan la deseuransa.
88. Ben farà chanzos plus souen.
Mas enoiam tot ini- adire.
Qeu plang p amor esospire.
Qar osa bori tuit dir comunalm.
P'qcu uolgra motz nous ab so piaseli.
Mas re no troll qautra uez dit nosia.
De gisa uos pregarai does amia.
Aqo meteis dirai dautre seriola.
Qaisi farai senblar noci monchan.
Amada uos ai loniamen.
Et enqer né ai cor qem uire.
Donc si p som uolez aucire.
Non aurez ges de boli razonainoii.
Anc sapchaz ca maior failimeii.
Vros er tengut qadautra no seria.
Cusatges cs et adurat niant dia.
Qom blasma plus qan fail cel q ual tan.
Qe dels maluatz no soten hom adan.
Dopua ben sai certanamen.
Qel mon nò pose dópna eslire.
Don qal qe ben no sia adire.
0 qom pensali no formes plus ualen.
Mas uos passatz sobre tot pensameli.
Et atresi dig uos por nò poiria.
Pensar amor qi fos par alemia.
Si tot nò pose auer aialor tangran.
Endrcit dan-or si uals noi a engan.
Esters sol qa uos estes ien.
Noi trob razo qan ino cóshv.
fl.Vl]
0'4
Qe sim faz mal qe inni naire.
Tan ient lom faiz ses far adir amen.
Al bel senblant & al acoillimen.
Qem rembra mos fol cor tuta aia.
On plus mos sens meli blasma emc
castia. Mas nò sai cu ses chai de fi ani
Qel sen noia poder ?tral talan,
Dópna ab un bai solamen.
Ai eu tot qàt uoil es desire.
Empmetez lom enous tire.
Sauals p mal del enoiosa ien.
Qaurian dol sim ueziam iausen.
E p amor dels adreit cui plairia.
Qar engalnien sa tang acorteisia.
Qom fassa enoi als enoios qel fan.
Cals adrecs fassa tot qant uoldran.
Sf). Totz boni qi ben comensa ebé fenis (').
Logna de se blasme crete lauzor.
Qar deus dona abon comsador.
Bona forsa tan qel bona la fins.
Ni anc ses deu fin ni comésam.
NO uiu frucbar fruit de bona semza.
Mas cel qi deu fenis eben corhsa.
Eét frut de pz efruch de saluamen.
Aqest bon fruch nais primer efloris.
De bona fé epos qàt es enflor.
Bonas obras noi risol ab dol sor.
Qab la fé nais & ab lo bras noiris.
E qi des fruc maniara ueramen.
Voldra morir enom de penetésa.
Don er sa morz iusta eueira naiséza.
Qel ioni qem iiior p deu nais iustamg.
Instarli ex naz cel cui deus grazis.
Puis iustam uiu totz téps ses dolor.
Qan iustam ni ab dousa sabor.
Al frut maniat p qe sarma garis.
E docs anem strestot comunalmen.
Maniar daqest fruch qes la lira garósa.
E trobar lem ultra mar ses failéssa.
Lai on deus fu mortz euius eissamé.
Lasoi mortz fol dreitures camis.
P'on deuem amar tue peccador.
E qi mora p deu loeriator.
Viura totz téps iausenz en paradis.
Qar aitai morz es uida ses tormen.
E uerais fruch de crist a cui aiensa.
Per qe chascus deu auer souinensa.
Da qest morir p uiure loniamen.
Deus asomos tal fruch qe no peris.
Al ualent rei federic moli segnor.
E tot aicels qe p la soamor.
Voldra morir euiure somonis.
Qa nò maniar sobre pagana gen.
Qe descrezon crist esa conoissenza.
E la uera croz on no an credensa.
El sepulcre descrezon malamen.
Seigner uerais ihesus cui son aclis.
Louis dreiturers de uera resplSdor.
90. Tan ina bellis la moros pensamés.
Qe ses uengut en mon fin cor assire.
P' qe noi pò autre nul pcs caber.
Ni mais negus nomes dous ni plaisès.
Qa dócs uiu sans qat mausi oil sospire.
E fins amor aleiam mon martire.
Qem pmet ioi mas trop lem dona le.
Qab bel semblan ma trainat lóiamè.
Ben sai qe tot qàt faz es endrecs nies.
leu qen pois mais sa mors me uolaucire.
Qar ensien ma donat tal uoler.
Qe ia no ier mi nil uens.
Vencuz iert causis man li sospiri'.
Tot so anet car de leis qe desire.
Nò ia coiiort ni dalors noi aten.
Ni dautra mor nò pois auer talen.
A totz ioni mes plus bella eplus plaiséz.
il Xci testo questo componimento non è in alcun modo separato dal precedente.
— 61
('■vn)
P' qen aoil mal als oilz ab qua remare.
Qc ia inr' gral nous poirifl uczer.
<'ar al eden clan neson trop soptilme.
Sion ilan no os pois co pose nò nahiie.
Anz es mS prò dópna p qu malbire.
S.'u mor p uos ia nous estara ics.
Qar lo men dan uostre ei eissamen.
Bolla dópna sius platz siatz sufrens
Ilei ben qus uoil qu sui del mal sufrirc.
E pois lo mais noni poira dan tener.
Anz mer séblanz qel pairan engalms.
E si uoles cab autras partz me nire.
l'artez de uos la bcutat el douz rire.
Kn gen parlar qe men folis mó sés.
Pois partir mai de uos mó escien.
Per so dópna nous am sauiamen.
Anz uos sui fins ea mos obs traire.
Et aqicb pdre eme no pose auer.
( 'rei noser esui ami noisens.
P' so nous aus mS mal mostrar ni diro.
Mas ales gart podez mó cor deuire.
Cai laus qe dir et aras men repen.
Mort me sabon dópna qan uos remire.
Esàc ioni aie dautra dópna desire.
Nomen repen qar aus ani p un toni.
l'roar ai atein captenimen.
01. Noni pose sofrir dópna leu cliazó fairo.
Pos prec eman nai de mó ereubut.
Capies lo mal elafan cai agut.
Couen cab ioi mes baudis emesclairo.
Car apres lafan. cai agut tan gran.
NO agra rason qu ebantes greuan.
Qc-1 mais noni soueigna.
E cobre mon chan ferai der onan.
l'n leu chantaret prezan.
A ne pren als emó maior mal traile
Tan de boli cor no desirei salut.
Mas qe abloi cui aniors ina rondili.
Pognes ancor seruir peti] ogaire.
Car tot lautra fan. no pzeron ungila.
Si niuris onó sol qu lagues tan.
Seruit qol honors epara qem fegna.
I'' qlla mestreigna.
Qe nò die eman. mais al sieu coman.
Soi oserai oli qu man.
Las qu ferai pos ren no laus retrairo.
Anz qan lauei estau alei demiit.
Ni [i autra nò unii sia sabut.
Sa qi mezeis sabi estren paire.
A dou me coman. coni uau trobaillan.
Cab la sospeison nauri autretan.
Qe tan gran ricors nò taing qem niauega.
Mas con qe men preigna.
Fins eses enian li sorai ?tian.
Den ioni en ioni meilloran.
Qel cors el cor el saber el uczaiic
PClardiment elsen eia uertut.
Ai tot en leus q nò ai ren tongut.
Xi pauc ni prò p negunautra afaire.
Na als nò deman ni uau desiran.
Mas qo den midon uezer lora clan.
Qe sa gran ualor tan uas mis destreig*.
Cab mos bratz la eoigna.
Enqen en baisan. tot al men talan.
Remir son cors benestan.
Xa francares cortesa do bonaire.
Merce naiatz q uens inaisi uóout.
E pauc no ront lo baston elosiut.
Con cel qo pi' no pot Iansar ni trailo.
Qe sos bels oilz truan. mon cor enblat ma.
E sa p qe nomi uauc conortan.
Qe oliastels ni tors nò cuiet qes toiga.
Pos granz forssa il ueigna.
Si socors nò an. Cil q dinz cstan.
Mas ami uauc trop tarzan.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Sor. l\ Voi. II. l'urto la.
(l.VIIl)
— 66
De ma chason uoil q tot dreit repaire
En aragon a) rei cui deus aiut.
Car p lui son tot bon fait mantégut.
Plus qe p rei qe anc nasqes de maire.
(.'ai sis uauc trian. sos pretz eses pan.
( io soblel uert chan.
l'ai las blancas fior. P'qu oqem ueigna,
Adescut sen teigna. Euauc razonan.
Son prez enó blan. Due ni rei mainira.
Cab ina chanzon an. enanz cailor an.
E nau meli lai de eors 011 iois epz reig*.
Euuel qe la pigna.
i'oii betat uilan. Epnis enchantan.
De qal guisa on lais deman.
02. Trop ai estat qe boli osps no ui.
P'qes ben dreit qe tot ioi misofraig".
Qar eu mi loig de la soa cópaigna.
P' mó fol sen don anc ior no zausi.
Mais enuar lei no costa re.
Qel dan torna tot sobrame.
Et on eu plus men uauc lognan.
Men ai de ioi emais dafan
Si ma t'oudat mengana emauci.
Ben es raisos q ia hoin noni plaig".
E mor de sei & es dreit seus afi.
Qeu inorai desiran del be.
Qeu naurai desire iase.
Qe nagra tot so qu deman.
Si can fui mi trases enan.
Gran merses er c"ar inorai enaisi.
Qeu estauc siu marriz ent'ra estraig*.
On ai ben dreit eraison qem ?plaiga.
Car lei no nei qi de mori ine gari.
l'ant mi trais de mala merce.
Oi deu culs pechar mi rete.
Qe seu fos mortz estat un an.
Sii degri eu pois uenir deiian.
Sim sent mespres qe ré nò sai cosi.
Ni deuat lei ni nò sai coremaigua.
Car zo fai aseignoi q nos taigna.
Qàt el laura pros eualent efl.
Paor deu auer qat il ne.
Qil pda lo seignor ese.
E seu pt lei cui mi coniali.
P'dut ai mei eioi echan.
Perdre la pose qel no pdra iami.
Eneis lo ioni uoil qe morz mi ?teiga.
Qe ia mon cor de partìsca nis fagna.
De lei en cui tan firmam lai-i.
Qen tot antrafar si descre.
Vas qacel trop de bona fé.
Qel sen el saber el talan.
Sui acordat dun seinblan.
Cel qe diz cai cor noni soue.
Daiso cu ab los oilz no ne.
Mei len desmen tot ploran.
El cor plagnen esospiran.
liei mainer de uos mi soue.
E de mi dós mais dautra re.
E car nos uei efaz mon dan.
Emidon don mor desiran.
03. la nos cug hom qe camge mas chàsos.
Pois nos chania mo cor ni ma raisos.
Qar sem iauzis damor ieu men lflzera.
E seu mtia noni seria imi pros.
Qautresim ten cu si sol en balanza.
Desespat ab aqels despanza.
P'o noni uuel del tot laisar morir..
P'zo qem posca plus souen ianzir.
Mas ara uei zo q né cugei fos.
Qe son tornat de mi meteus ielos.
('nutra mi don qe né lacortezera.
Mais totz ?selz qadamor sion bos.
Nai essazat epois ren nomenuiza.
— 67
(I.IX)
Tot li ferai de desamax Benblanza.
Hai las qai die iam cuiaua cobrir.
E dócs oi mas ia sap tot mon albir.
DSpna ben aei qe noni aal occaisos.
Qamors no noi qu ian sia geignos.
!•' merco us ]>recs qe no me" lais enqra.
'l'an es mos cor de Ora mor cochos.
Voilatz sius jilatz cOplir la deninàza.
1J..111 diz qu ai dautra mor benenSza.
E qeus pogues cubertamen iauzir.
El brug uengues de lui un sol uenir.
Dune spanze paoi ai p uos.
Qar men conort & eram som doptos.
P'ol paors tem qe ma poderera.
.Mas un conort ai damor asaisos.
1'' qe leus cor tol mata benenanza.
Qevjj) uei fallir màt p qeu nai doptàza.
Qels faillimenz dautrui tang coni semir.
P' so qe qar semetems de fallir
Mas ben conusc q grat mellor razos.
Ks de tort fag cant hom nos oblidos.
Iamais amors atal tort noni menerà.
Si iani pogues tornar desamoros.
( 'ab tal poder mi donet sa coindanza.
Qe pieg noni pot donar de mal estàza.
E fai esforz qi sap ensems suffrir.
Et ab poder daicel qel noi delir.
Ana ponza qal esforz faz p uos.
i lar ià conort ni ai nul alegràza.
Qel moiz del mò seignor medesenàza.
Qar uos sabez qel sabia chausir.
Cui deuion honrar ecar tenir.
En azimaii uai palaiz eenanza.
fan totz tèps edi lor ses doptàza.
Qe tot aitals soi con ieu eis albir.
E no men pot nuls facs efadezir.
94. Arondeta de ton chantar maer.
Qe noi che qe qier q nom laisses dormir.
Enoiaz mas nò sai qen responda.
Qei ii" foisson ila qei pasei monda.
E car noni diz esalut emesage.
Ivi bun esper nò enten tot Iaguatge.
Signer amie coz ha zam fé uenir.
P' uos uezer q madópna desir.
E sella fns aissi comeu aronda.
Urli ados mes qil fura alesponda.
E car no sa lo pais nil uiatge.
Men uieng zai saber uostre uiatge.
Arondeta meil de degra coillir.
E plus honrar eamar eseruir.
Cel deu uos sai qi tot lo mód aronda.
Qi forrnet cel et'ra emar preonda.
E seu ai dit uer uos nul uilanatge.
P" merces prec q nom toni adapnage.
Arondeta dal rei no pose partir.
Ca foiosa no comiegna seguir.
Mai zo sapebai mon iordon cui qn gronda.
En mei la pan de laiga de garonda.
De roncarai deuà ui en lcrbatge.
E nom cuit dir orgoill ni uasalatge.
Signer amie deu uos lais aemplir.
Vostre talent caini no poc faillir.
Can men irai qe nom ardo neni ronda
E qat sabrai qe sei enstrangn regrage.
Ben ler acor greu efer esaluatge.
05. Uns uolers ultre cuiatz ses enmó cor aers.
P'o noni ditz mos espers.
la pose esser il cabatz.
Tant aut ses en pens.
Ni no inautreia mos sens.
Qen sia desespatz.
E suii aissi meitadatz.
Qeu noni desesper ninaus espan sauer.
Car tao mes en aut poiatz.
(LXJ
— 68 —
Vas qes petit mos poders.
1'" qem castia comees.
Car aitai ardim§t fai/..
Non aniaintas genz.
Mais dun conort sui iauzenz.
Qem uen de uas lautre latz.
E mostram qe humilitatz.
La lant en poder q bos me poit eschader.
Tan1 ics nion cor pausatz.
liei menzoian senbla uers.
< alitai mal traig esleizers.
P'o sisa qes uertatz.
Qe besatures uenz.
P' qeus prec dona uaileii.
Qe sol daitan me sufratz.
E pois sera gerì pagatz.
Qem laisses uoler. Lo gang qu desir uezer.
Beii parec ne metatz.
E trop sobrar ditz uolers.
Qan solameli uns uezers.
Mac deceubut tàt uiatz.
Qesconduda menz.
Me uenc al cor uns talenz.
Tals dun sui enamoratz.
Mais pois mes tan for doblatz.
Qel matin el ser. Me fai dousamè doler.
Mas ar si chantar né. platz.
Sinien ualges esteners.
P'o laissars no calers.
.Men fura iois esolatz.
Oimais pois nes menz.
Lempariz cui iouenz.
A poiatz els ausors graz.
E sii cor noi forsatz.
Iru feira saber co folz siuol deschazer.
A dousa res couinenz.
Venca uos lmmilitatz.
Pois imi atitre ioi nom platz.
Ni dautre uoler. nò ai cagen ni saber.
Qe taz sospir nai gitatz.
P' qel ioni el ser. pc sospira mo poder.
06. Cant uei la lauzeta mouer.
De ioi solas cétral rai.
Pois soblida laissa cbaer.
P' la dousor qal cor liuai.
Ai tan grSt enueia men pren.
De leo cui uei iausion.
Meraueil mei car neis de se.
Lo cor de desirer nom fon.
Hai las tat cuiaua sauer.
Damor etàt petit ensai.
Car sol damor no pose tener.
Cela don ia prò no aurai.
Tot ma mó cor etol nion sen.
Et si meteus etot lo nion.
Et eaisim tolc nom laxet re.
Mai desirer ecor uolon.
De las dópnas me desesp.
Iamais en lor noni flarai.
Aisi con la soil maintener.
En aissi la desmantenrai
Pois nei q nulla prò noni te.
Var leo qi mauci ecófon.
Totas las dot elasnescre.
Car ben sai car tal eson.
Ane né aigui de mi poder.
Ni nò fui mieu de pose enzai.
Qem lui-set en ses oilz uezer.
En un mirail qe niìt (') me piai.
Pois me in irei en te.
Man niort li sospir de premi.
Aissim pdei co pdet se.
Lo bel narcisus en la fon.
Daizo fai feunia parer.
Ma dòpna p ijn lo retrai.
1 '''' 1 tìbI ' ii chi 'coi grosse apostrofo la cui coda ini
col/'asta dell'I.
60 —
(lxi)
Caizo uol q nò dei uoler.
Ezo eó li deueda fai.
Claut sili en mala merce
Et ai ben faic de fol en pon.
E no sai p qe mi deue.
Mais q trop poigei ?tramon.
Pois amidon n5 pod ualer.
Dig' ni merces ne djeit qeu ai.
Ni alei nu uent a plaiser.
Chi] mania mais no lo climi.
Ai rum part de le enrecre.
Mort ma ep mort li respon.
Cuauc men poise il nom rete
Cais en eisil & no sai 011.
Merces es pduda puer.
Mais eo nu osaubi anc mai.
Cai- eil qi plus en degrauer.
La pduda & on la qerai.
Ai con ma senibla qi la nei.
Qi laiehet ehautrui desiron.
Qi ia ses lei no aura be.
Laisse morir qe no laon.
Tristan ies no aures de me.
Qeu men uauc chaitiu enO saion.
De chantar megee mereere.
E de ioi damar mescon.
07. Ben man pdut laiuer uentador.
Totz meus amis pois madona nom ama.
E nò es dreig car eo iamais lai toni.
Qe trop estai uar mi satinala egrama.
Tot ioni mi fai semblar escor emoris.
Qar en amor em deleig emsoiorn.
Qe de ren als no rancura nini clama.
Si co lo peis se laissa del ebaisorn.
E nò sap mot tro qel es ps alama.
Mi laisai eu de trop amar un iom.
E noni gardei si fui en mei la riama.
Qi mart plus fori noni fora foc de foni.
E ieu de leis nò pose partir un ioni.
Aisim ten pres amore emen liama.
Noni meraueil des amors sem ten pres.
Car genser core nò crei qel mon sémire.
(jais & liumils frane efin & cortes.
Et tot aitai co eu uolc edesire.
Non pose dir mal de lei car no lies.
Ben lagra dit de ioi seu lo sabes.
Mais no lo sai p qes men lais de dire.
Totz teps uolrai son lionor eson bes.
Et sera boni & amie & sentire.
Amarai leo si ben platz oben pes.
Com nò pot cor destregner ses aucire.
NO sai dópna uolgues onò uolgues.
Se uolia camar noia pogu.es.
Car tota res podon en mal escrire.
En prouenza tramet ioi esalutz.
Emais de ben com noli pot retraire.
E sai qeo faz miracles euertuz.
Qeu li tramet zo dont eo nò ai gaire.
Qeu nò ai ioi mas tàt cat men adutz.
•La on bel uezer afatura son drutz.
En aluergnat lo signer de bel claire.
De las autras sui si desescagutz.
Qe se uol mi pot asei atraire.
Ab un eouen qe nom sei car uenduz.
Lo ben el gaug qe ma en cor afaire.
Pegar ses pron sabes qes tot pdutz.
P' mei lo die qeu en sui cófunduz.
Qe trait ma la fausa de mal aire.
98. Conbert ara sai eu be.
Qe ges de mi no pensate.
Pois saluta ìiTainistatz.
Ni messagier nomen uè.
Trop cuig qes -faz long ateo.
Et es ben semblan cimai.
(i.iii)
— 70 —
(,'o cautre pren pois noni ùSc au§tura.
Mon conort cane me soue.
Cum sui ges p uos onratz.
Et cara uos nioi oblidatz.
1" un pauc no moir de se.
Qeo metèps uai en qeren.
Km met de foudatz en piai.
Et ear mi don sobre pren.
De la meia forfaitura.
Qeo len colpe de tal re.
Don mi degra saber gratz.
Mais fé qeu dei auergnatz.
Tot le fei p bona fé.
Et seu en amor mespren.
Tort a qi culpa men dai.
Car qi en amor qi er sen.
Cel nò a sen nimesura.
Per ma culpa mi deue.
Qe ia no sia priuatz.
Qen uar leo nò sui tomatz.
Per foudatz qi me rete.
Tant ai estat loniamen.
Qe deuengna qeu ai.
•Non aus auer ardimeli.
La ou sii noma segura.
Tant er ges seruit p me.
Son dur cor fel & iratz.
Tro sia totz adoizaz.
A" bel dig & ab merce.
Qe ai ben trobat lengen,
Qe gotta daiga cant ebai.
Fert en un loc tan souen.
Tro caua la peira dura.
Qui ben remira ni obre.
Oilz egolle efront efatz.
Tant es sa fina beutatz.
Qe mais ni men noi coue.
C'ors lung dreit ecouinen.
Gens afublan coinfes egai.
Co no pose lauzar tan gen.
Cu la sap formar natura.
Chanzoneta or ten uai.
Vas mó frandes lauinen.
Cui pretz enanza emeillura.
Digatz li qe ben uai.
Qe de mon conort aten.
En qera bonauintura.
99. Aram conseillatz seignor.
\'os cauez saber esen.
l'na dópnam deg samor.
Qai amada loniamen.
Ara sai eu lauertat.
Qella autramic priuat.
i lane de nul compaignon.
Compagna tan greu nf> fon.
Si ia uolautramador.
Ma dùpna noli defen.
E lais eu mais per paor.
Peri qe autre iausimen.
E se boni deit hauer grat.
De nul seruize esforzat.
Ben deit auer guizardon.
leu qi tàt gran tort pdon.
De l.u'ga qe dels oilz plor.
Escriu salutz mais de cen.
Qieu tramet ala gensor.
A la plus bella auinen.
Maintas ues mos pois mbrat.
Lamor qem det alcomiat.
Qe il ui cobrir sa faison.
E nò sab dir hoc ni non.
Los sieus bels oilz traitor.
Qi mes gardauan tan gen.
E sai si gardon ailor.
iMniit ifan grant faillimen.
r-.;
— 71 —
(lxiii)
Sfas daitan man ben honrat.
Qe seron mils aiostat.
Mais gardan lai on iou son.
Qa tot cel denuiron.
Pois soi mes ala folor.
Ben fcrai fol si en nò pTen.
Dai qest dos mais Io meillor.
K aal mais mon eseien.
Bn leis auer la meitat.
Qe tot pdre pfoudat.
Qanc anegun drut felon.
Damai nò ni far son pron.
l'ima re sui enerror.
E estau eri peeamen.
Qa loncs aurei ma dolor.
Si en aqest plag li cosen.
E si eu len die som pechat.
Tene me p deseritat.
Pamor eia deus no don.
l'ois taire uers ni chanzon.
Cai si eo lam adesonor.
Esqerenz er atuta gen.
E tenran men li plusor.
V cornat ep sofren.
E saissi pert ma mistat.
Veus mon damnaie doblat.
Qal qen faz 0 cai qe non.
Res nomen pot esser bon.
Dona apresen amat.
Autrui emi acellat.
Siqeu naia tot lo pron.
Cantra bulla raison.
Qarzon aram chantat.
Ma zanson elam portat.
A mon mesagier qi fon.
Qiel qier ?seil qel medon.
100. Cant herbe uert efoila par.
Efior botona p uerian.
El rosignol aucet eclar.
Leua sa uoiz & mon son dia 11.
Ioi ai de lei ioi ai de la fior.
Ioi ai demi ede midonz maior.
Var totas part esui claus eteins.
Mais cel es ioi qi totz les autres ueìs.
Tant am midOz eia teing car.
Eia dot eo eia reblan.
Qe ges nò Luis de mi preiar.
Ni ren noi die ni ren noi! man.
P'o ben sai mon mal ema dolor.
Qe qat li platz famei ben & bonor.
E qant noi! platz eo men suffert ab meis.
Car eo no uoil aleo si ab la steins.
Molt la uolgra sola trobar.
Dormis 0 enfes senblan.
Adoncs lemblera un dous baixar.
Pois no ual qeo tant li deman.
P' deu amors ben trobatz uentador.
Ab pauc dor mos & asen es segnor.
Ira mi don ni iaueis nò destreins.
Enanz qeo faz del desirer desteins.
Ben deurion dona blasmar.
Qàt trop uai son amie tarzan.
Qe longa paratila damar esgran.
E noil e part deli ian.
< 'amar podom efar senblan aillor.
E ges mtir ho nò a auctor.
Bona dopna sol camar mi deins.
la p mtir eo 11O serai ateins.
Meraueil me cmn pose durar.
Qe noi demostrei mon talan.
Qàt eo nei mi don ni les gar.
Li soi bels oilz fan ben listali.
P" pane maten car en uar leo no cor.
Si fera eo si non fos p paor.
Cane no ui cors meìls tailat ni depeis.
(i.xiv)
— 72 —
A os domar si aton grcic ni leins.
Seo sabes la gent enchantar.
Mei enerais foron enfan.
Qe ia nul saubes pensar.
Ren qi ano tornes adan.
Ailoc uireo p leixer la gensor.
Li soi bels oilz esa fresca color.
E baserai de totz seins.
Se qe dos mcs li paria lo seins.
Ha las co mor de cósirar.
Qe maìtas ues en ?sir tan.
Lairon men poirion enblar.
la nò sabria dit qe fan.
P' deu dona pauc expleitan dainor.
Vasen lo requis & pdon meillor.
Parlar pogron acubert entreseins.
E paisc no ual ardir ualges esgeTs.
Mesagier uai enO mi psez meins.
Si eu sui mi donz uertader enofeis.
101. Gres de chantar nom pren talenz.
Tan mi pesa de so qu uè.
Qe merce soliam en granz.
Cum agues ptz honors elau.
Mais ara no nei ni no au.
Cu parie de druderaa.
P' qe pretz ecorteisia.
E solaz torna enó cbaler.
Del barons comeza lenzan.
Qus nò ama p bona fé.
P' so ses als autres los daii.
E negus bora de lor nous lau.
Ni amor nò reman p au.
Qar ben leu tals amaria.'
Qe sen ten car nos sabria.
A guisa damor captener.
Per ren nò es hom prezan.
Com p amor epdone.
Car qi mou de port eclian.
E tot qàt a proeza bau.
Nuls hom re no uau.
P' qeu no uoil sia mia.
Tota la seignoria.
Se ia noi nò sab auer.
De midon cent aitan.
Qi eu nò sai dir ci ben dire.
Qeu qàt poit mi fai bel senblan.
E sona ami gent esoau.
E mandet mi p qeu mes uau.
Qe p paor remania.
Car ella plus no fazia.
P' qeu hestau en bon esper.
De tals amor soi fins aman.
Dun due ni còte nò enuei.
E nò es res ni amiran.
El mon qe sen auia.
Non ses fes rics cu ieu fau.
E se lanzar la uolia.
Ges tat dire nò poiria.
De ben qe mais nosia uer.
Bona dona coinde prezan.
P' deu aiatz de mi merce.
E za no uos anez doptan.
Del uostre amie fin ecorau.
Far mi podez eben emau.
En la uostra merce sia.
Qeu soi garitz tuta aia,
Com faza tot uostre plazer.
Fons saluda bos drogaman.
N'usiate uas mon signer lo re.
Digatz li qe mos aza man.
Mi te car uus loin nò uau.
Si co acoloine epeitan.
E mar enormandie.
Volgra qe bel coueria.
Qagues tot lo mon en poder.
73 —
fl.XV)
102. Ben magrada la couinenz saisos
Eagradara lo cortes tSps destui.
K a,<,ri'ail:im lauzel qat chanton.
l'ui egiadam floretas eboisson.
Ben magrada tot zo qals adrecs platz.
l'I grada mil tanz lo bels on p ino gratz.
Iauzirai lai breumen.
()n de bon grat paus mó cor emò sen.
Dieus uos sai dOpna car es bella epros.
Mais ia no sa cels qi son mal raes clui.
Mas mi uos sai car uar uos mumeliu.
E ia nò sai lausengier ni gelos.
Dieus sai los pros els adregs els pzaz.
Mas ia no sai los enoios maluatz.
Dieus sai fin drut car ama finamen.
Mas ia nò sai ce! qad enuec si pren.
Bel mes bella dona qàt pres de uos.
E bel car sui el Ore segnorau.
Bel mes qàt naug bo pz noininatiu.
E bel qan nei uostras bellas faizos.
Bel mes qat gar ùras finas beutatz.
E bel car sui tot Ore domeniatz.
Bel mes car ai en uos mon pensamen.
E bel car ara uos solameli.
Dona tant sui de uus uezer cochos.
Dona q dals no ai mO cor p'ensiu.
Dona car uos de mi podez far ebaitiu.
De mi osius platz plus rie ql rei namfos.
Bona dona tàt fort ma poderatz.
Dona q dals non ai ma uoluntatz.
DOpna sius platz aiatz nes gardame.
DOpna de mi qn aiatz chausimen.
Fins gaug entier plazen eamoros.
Ab uos es gaug p q totz biens reuiu.
E no agaug el mon tan agradiu.
Qel uostre gaug fai tot el segle ioios.
Ab uos nais gaug ecreis de uas tot latz.
1'' qeu nai gang emos bels cast mi z.
Eni fai gran gaug rei mentavi souen.
Lo gang de uos ri bel captenimen.
103. Tant ai loniamen cercai.
Tu qe obs no mania.
Qe ma si o ai trobat.
Coni co oqeria.
P'dut ai emesclabat.
Cu caucr solia.
E ren nò ai gazagnat.
Don mon amie ria.
E fol can fai foldat cuia far sen.
E noi cognos tro liuai inalameli.
Qem sui lognatz de plaiser edonransa.
E chausimen ab lei ten nò menassa.
Qe al cors de mi eia ualor.
Ella noni ual meu noni uir aillor.
l'è ioi do agran uiltatz mi fai carestia.
Mal ui sa gran beutatz esa cortesia.
Trazit ma egaliat ab bella paria.
Masi mon cor el blat q ia uol creria.
Lei ama lo cor mais q me p qem repren.
Et en qier mi mon clan aencien,
Qab lei nò trop amistat ni pidansa.
Ni chausimen ni negun acordanssa.
Qeu clam merce ni merce noni sooor.
Merce clam cuit morir de dolor.
Tant ciani ab bumilitat merce casefls dia.
Merces faria pechat. si no mo ualia.
Molt ai chausimen cridat. mas qe pauc me-
ualria (').
Pois ab lei nolai trobat. Eo cug q mort sia.
Ma dOpna mort merce chausimen.
.Sos dolz esgar osos bels oilz desnien.
Ab qem mostret tat cortesa sembianza.
Qeum cugei mais auer qel rei defransa.
Daisum sembla heretge traitor.
Cab bel semblàt met home en error.
I Nel cod. è tutto ài ma riga.
Classe di s.mknze morali ecc. — Memorie — Ser. -la, Voi, II, Parte ]\
10
(lxvi)
74 —
Ar tem qai dit gràt fondai p ma leuieria.
E den meser pdonat car no sai qem dia.
Qeuec miàpoderat del tot asa guia.
E faien sa uolutat q si sofaria.
Bella dópna sius platz aus mi ren.
E si nous platz si ma faz eissamen.
Qe ben conus qe p negima esmasa.
NO uos apoder niolt trai greu malanàsa,
Chaitìus qe oliai en ira desegnor.
E né truba sufert ni uoiledor.
Al bel seigner castiat cu mor de feunia.
Qab bel senblant ma nafrat marnai
enemia. Eges ai tat de bontat noni
demostraria. Qem fez amors de cu-
gnat qab tat ia uiuria. Con sofrai-
tos qai damor atalen.
So q sen pot auer aiso sépren.
Et eu estan en antro tal balansa.
Mais on bona monda nai ma spasa.
Qem secorria delas penas damor.
Qe ualer dei dópna son amador.
Troqaia rode pasat. lai uas lobardia.
No aurai mo cor pagat cóqu zai
mestia. Tant ai de prouenza stat.
qu toni q mancia. Ma dópne aura
no iat so tost ofaisia. Cauer dei be
uergogna espauen. Qar ai estat
de lei tant loniarnen. Sai tat pe-
oliat no fos desespansa. Desespaz
mi foreu ses doptanza. E teli ma-
lei ale de bauzedor. Eil fatz cha-
sos qil torn ahonor.
Oilz de merce bocha de cliausimen.
Nuls boni nons uè q nò fazatz ia-
uzen. P' qeu en uos ai messa ma
flanza. E tot moli cor etuta ma
spansa. Efatz do uos ma d5pne
ino seignor. Eusrént mo cors de b5
cor edamor
Nauierna ben uai p uostra mor.
Ab sul q uis castiat mou seignor.
104. Cant lautra dousa uóta deruei nre
]>ais. Vizaire mes qeu senta, dù
uent de padis. P' amor de la genta
uer cui eu sui en clis. Ou ai missa
mententa emò corage asis. Qe de
tota ptis. P' lei tat ma talenta.
Sol lo ioi qin psenta. sos bels oilz
el clar uis. Qe ia plus noni cosen-
ta. mi degra auer cóqis. No sai p
qeu uos menta, q de ren no sui fis.
Mai greu mes qem repenta, qe una
ueis me dis. Qel prò hom sa for-
tis. el maluais sespauenta.
Do donas ines uezaire. q gran fai
liuian fan. pò car no son gaire.
amat li fin aman. Mai ou nò aus
retraire. mas zo q la uolian. Sai
ben cu tranchaire. adamor acu.
Eplus etrestan. cu sera flns amairo.
Dona q cuiatz faire. de mi qi uos
ani tan. P' qem fai tati mal trai-
re. ni morir de talan. Ai franca
de bon aire, faites un boi senblà.
Tals dot mou cor sesclaire. qe
pene emal tign. EnO dei auer dà.
qeu nomen pose estraire.
105. En abril qàt liei ue'doiar.
Los prat uertz els u'giers fiorir.
Euei las aiguas esclarzir.
Et aug los auzels Chantal.
Lo lor dun erba Boria.
El dulz ebant qel auselet cria.
Mi fai mon ioi rcnouelar.
(l.XVIl)
Eri aiqels tèps ^"i eu pensar.
Cu si pogues damor iauzir.
Ali caualgar e ab ga'nir.
E ab seruir e ab doniar.
Qi .laital mestier sauria.
Vdócs uers la mor seruia.
E poiriati cSqistar
leu chant qi deuria plorar.
Qira damor qem fai laguiv.
Mas ab chat me cug esbaudir.
( lane mais no lauzi euindar.
Qom chates qi plorar deuria.
l"o no desconort ges mia.
Qen cor aurai loc de chantar.
Muli mi sab lo cor enblar.
Qat pres cugei de sai uenir.
Iamais ner ior aueuné sospir.
P' lo senblat qeu laui far
Qe lam dis tuta smaria.
Qe fera la uostra mia.
Bels amics p qem uol laisar.
Ben si deuom meraueillar.
Qat eu la poc pre zeqir.
< 'il me deu mout agradir.
Qat por leis otorn adrezar.
Qi eu sai ben si eu la pdia.
Qe ia mais ioi no auria.
Ni hoin nò lam poiria dar.
106. Tuit cil qi amo ualor.
Deuon saber qe damor.
Mou largeze gai solatz.
Orgoil & bumilitatz.
Pretz da'masf1) seruir honor.
Cent tener ioi ecortesia.
Doncs pos hom uè ben deuria.
Cascus pognar qi bó pz uol auer.
De fin amor leaumen mantener.
E sis l'ali Ioli (,-') meillor.
Cui pretz cSplitz asabor.
Mas li fegnedor maluatz.
\n lasfalsas amistatz.
Voutas en auol color.
E seu uer dir enuolia.
Aqella mezeissa uia.
Vezen al plus delas donas tener.
Da qem sab mal car en pose dire uer,
E si ual seguns lerror.
Las falsas el fegnedor.
Volgra fosson nini an latz.
E cascus fos enganatz.
El fins leials amador.
E las dópnas ses bauzia.
Mantengueson drudaria.
Qe nus es granz en amor auezer.
Qe fals amen i poscan si ebaer.
Las fausas el fegnedor.
Fan tan qel fins pregador.
An pois dan en lor baraz.
Qar tals es piars tornatz. '
Tot p doptanza de lor.
Qe lus en lautre nos fia.
E qi pzos recrezia. (3)
NO afin cor damar ni ferra uoler.
Qamors no uol qamics sedesesper.
Damor agreu cor mellor.
Qe de re mais la dolor.
Sen don sui galiatz.
Et ab tot so nom desplatz.
Nini fan li mal trait paor.
Anz sapchatz qeu amaria.
Molt uoluntier si sabia.
Qem saubes retener.
Mas nai tals sazos cor.
Qe greu trobo bon seignor.
Ni dOpna don sia amatz.
fi) II eod ha propriamente iamars, colf abbreviatura dell'* sul primo a e il ponto di soppressione sotto Vt.
(2) Prima ZasTato scritto n.li: sotto In prima asta dell'* I stato posto ,, punto, e la seconda I stata allumata »
Maniera da diventare 1.
,3) // copista a scritto « luogo di a un n, che poi modificò leggermente per ndurlo ad a.
(lxviìi)
— 7(3
Totz sols ses autre pechaz.
E seu ab franca dousor.
Trobes leial seignoria.
Ben plagra qaissi taing sia.
Qan dui amai) sa cordini dun uoler.
Tot qan lini uol deu lautre uoler.
107. Leni platz enies ien. damic qin oi sa-
ten. Qab fin cor clar ualen. qal que
bon mesfer aia. faz alni pa'uen. SabO ■
obre son sen. Sol qels eri ben escimi.
iois ebes lonue. P' q straig escoue.
cuna ebanson retraie. Coin dap diz
pzatz. qar molt sui gent pzatz. Qeu
chant emas solatz.
R car plus souen. nò chan faz fallim.
Qen tal dópna menten. qi malegre
mapaiei. Donc die enoi men. Al
nieu conoisemen. Qel mó no a tan
gaia. P' qem sa merce. Me sui raes
piasse. Ab cor qe no estraia. Erend-
utz edatz. Eseu ren die nifaz. De be
sensi algrata.
Per aitai couen. Ili fis de moi Jìsen.
Qen mi det dousamè". baisan samor ueraia.
Emdis en rien. amie mo cor uos ren.
E faz enzo qeus plaia. Eqa mi soue.
Pel honor edel ben. ics nió cor no ses paia.
E mestai iratz cabels placers onratz.
Mi ìitin samistatz.
Ges nomespauen*. nini recre de iouen.
I'' fals brui de uni gen qi peza esglaia.
E car caseiìs sen. son cor flac reerezen.
Cuion qel monz desebaia enó séblii me.
Qen sai ecug erre. Qel segles qi qn braia.
Xi enerit ni menatz. es bus als plus piatz
Et auols als maluatz.
sirus sui se.s conten. qaut nolme defen.
E tu chanzos. uaten. ni p ren qom tatraia.
Not tarzar note, tro mó plus auenen.
Ncus qit donai ta plaia. eqar ia malme.
De leis uezer p re. pc li qn dan nò ebaia.
Qe iai soi lazaz. p tal mieiis beutatz.
Pretz & humilitaz.
108. Ce leis cui ani de cor ede saber.
Dòpne segnor & aniic unirai dir.
En ma chanzon seil platz qeuoi lauzar.
Del menor reris damor son gran poder.
P' so car uenz prices ducs emarqes.
Contes ereis elai on sa cort es.
No sec razon mas plana uolùtat.
Ni ia nul téps noi aura dreg iuiat.
Tant es sotils qom no la pot uezer.
Eeur tan tost qe re noi] pud fugir.
E ter tan fori qe res nò pot gandir.
Ab dart dacer don fai colp de plazer.
On nò ten prò auberes fort ni espes.
Si lanza dree epois ira demanes.
Sagetas daur ab son are estezatz.
Pois lanzim dart deplom gSI afilat.
Corona daur porta pson deuer.
Ennuere mas la mi noi ferir.
No fail nul teps tat gé"t sen sap azir.
E uola leu efai se nini temer.
E nais dazaut qi ses ab ini en pres.
E qàt fai mal senbla qe sia bes.
E uiu de gang edefen e< bat.
Mais imi garde paratge ni rie1.it.
Rn son palais lai on seuai iaser.
An. V. portas cqils dui pot abrir.
il rea pasals crei mais nO pot leu pa'tir.
Mas ab gang uiueel qei pot remaner.
E pueis ai boni pqatre gras mout les.
Mas imi entra uitan ni mal apres.
Qab los fals son elbairi albergai.
— 77
(LXIX)
Qe ten del mon plus de luna meitat.
l'i.i-s al peiron un ella Dai sezer.
Ann taulier tal c5 sai deuezir.
(Jr negus lumi no sap tei ioc lezir.
Las figuras noi troba soli plazer.
E ai mi! poinz mas gar q noi ades.
Hom malaciaus de lag iogarmes ps.
E li poinz son de ueire trasgitat.
E qin frain un pt son ioc enuidat.
Aitan qàt mars ni tra i"it tener.
Ni soleil par si fai p tot seruir.
Lo sus fai uiurels autres fai morir.
Los uns ten bas els autres fai ualer.
Pois ustra leu zo q g?t a promes.
E uà nuda mas qan due pauc dor fres.
Qe porta ceng etot sei parentat.
Naison de foc de qe son asenblat.
Al segon terz tain franeheza merces.
El sobeiran es de tan gran rictat.
Qe sobrel celz essaza son regnat.
109. Astrucs es cel cui amors ten ioios.
Camors es eaps detrastotz autres be.
E p amor es om gai ecortes.
Prancs egentils liumils eorgueillos.
Aqi on tain enfai om meilz mil tanz.
Gran res e totz edonc (') efags pzanz.
P' qeu ai mes tot mon cor enamor.
E car ai bon respeig qem faza rie.
Non piane la fan qen trac ni la dolor
Rie magra faig eben auenturos.
Sol qe midOz qi tan ual mi ualges.
E pois enleis nófail neguna res.
De tot qàt tain arie pz cabalos.
Ben deu ualer samors car fis amàs.
Li soi trop mielz no fon ?seutz tristaz.
Don son reame si cusa creis donor.
E no temia bruc ni maluatz castic.
Qen maint bos Ines faz auzir sa lauzor.
IH). DOpna eo uos sui mesagier.
Et el uers entendres de cui.
E salut uos de part colui.
Qi uostre ini alegre pais.
E sapchatz ben dezer oi mais.
Vostri1 mesagiers nertadiers.
Srrai del uers qi qel uos chan.
No «ii qals ses lo caualiers.
Mai seus en pree ges nous enui.
De lira qe auez ablui.
Vos ciani merces no sia mais.
• 'aiiz p mamor nesia pais.
Tant sui nostra mics dreizuriers.
Re noi doptez car eus oman.
Tant a en uos sos còsirrers.
De tot autramor ne ilo fui.
Nul autre uoler noil adui.
Lo desirs qel ten enpantais.
Desiran cuig morir selais.
Qe pecs trai cautre carseliers.
Qel no mor mais languis euidan.
Lamors qel uens el dezirers.
Lansi destreg qe ses autrui.
l'arlautresin con seron dui.
Cab si mezeis diz can sirais.
Pais cor p qe mauci nini trais.
Qe faltz feras eqe leugiers.
Son aisi mauci desiran.
Ics pois enoios mal parliers.
P' cui amor uai ses destrui.
Noil toillatz la ioi qel condili.
Nul bon respec p qe les gais.
Anc pois nò ronpet ni frais.
Vostre pret qes de totz sobriers.
NO comenset en lui engan.
Qengans es ecor uolatiers.
I) /'n porta al disopra il segno orizzontale di abbreviatura.
(l.XX)
— 78 —
E blasmes don tot lo mon bruì.
Damor pois sen fein ercdui.
Var eelui qi plus lies uerais.
Qel no fai fcncha ni talais.
Anz es liumils & leuziers.
Vas tot cui noli tengon dan.
Sabez eals es lo reprocMers.
Qi sobre Iaur li staing endui.
Laraors qei se ioni es de dui.
Pois seres itor (') enbiais.
Et apres lo be uè les mais.
L'i fis iois qes uengutz pmiers.
Abaissa lira euai falsan.
Dos uers sen aissi lam cóqiers.
Mas serai seus qe anc no fui.
Qe nai tilt col soleil relui.
Es la genser qel mon se pais.
El meiler ecil qi ual mais.
P' qeu remir plus uolutiers.
Son pais qe tot meri resplan.
De sol lo bon pesar engrais. ■
El uoler es tan sobranciers.
Qe nul autra mor no reblan.
Bus fatz lo seus amics uerais.
Tramet los uers els motz entiers.
Mas noi li tramet pas ioian.
tll. Non cuigei mais ses comiat far
chanzon. Mas ar mauen mal
grat meri far parer. Lo pensam
qel cor nò pot caber. Tant men
adat cilla cui ieu midon. P' qi eu
comenz alei de cosiros. Esi mos
chant nò es mout amoros. la né
repton (2) mas amors emerce. Qar
sini uolgues son portar bona fé.
la no sim fera mi dons tan estra-
gna.
A penas sai qem sia mal ni bon.
Tan son maritz eples de no caler.
Qar si eu del tot mi desesper damor.
Ges p aitan nO iesc de sa preison.
Qen ferai dócs soffrirai pensazos.
E atendrai tro qe uengal saizos.
Qel desamar sufreu tro bon merce.
Enò dira sautre prò nò cani te.
A tot lo meìs midonz qe mi remag".
Ai fin amors ab pauc de guizardon.
Pograz mon cor en gran ioia tener.
Sol qe feissetz aleis cui ani saber.
De qen bon grat mi mezeis labadon.
E sa daitan nò uolez neis mos pros.
Sauals qe no mostratz. li qi es uos.
Mas noi anez qe no menez merce.
Qa dóc seran aiustat tug li be.
E sobrar lan a cui qedez sofraigna.
De mo dan cug amors qeus mou tézó.
On plus uos die qan nerz midBz uezer.
Qades lauei ses uos aitan ualer.
Qe mais nocre mes oures araison.
Pois auras frag son cors de ten ioios.
Qe sa beutatz mi fai aisi doptos.
Cumilitat chausiment emerce.
E uos mezeissi p pauc nomescre.
Qeus des orgoil sius uol ensa cópaga.
Mas no p qan en drec uos la soinon.
Qal sieu seruir mi degnes retener.
E sa lei platz qeu aia nul plazer.
Menbre li donc ebut li denon.
E si eu son fols no fezes enoios.
Rendarn merces aqom qem tol rasos.
Qar sìeu ab leis nò pose trobar m'ee.
Cui ani cuoil edezir mais qere.
Non sai a cui de ma dolor mi piagna.
112. De totz chaitius sui ieu aice
qi plus.
(1) Sopra l'o c'i il segno ~, che non sarà lì di certo a significar /'n eie andrebbe dopo ti.
(2) Anclie oiii. ni di sopra dell'» i il segno ~ il<<< andrebbe sviluppato in r, se non fosse da i i dei ■ co
' ' dt
Il, XXI)
A grati dolor esofres gran tormen.
P' qeu aolgra morir etnia gen.
Qe maucies pois tat sui espdus.
i;.' uiure mes marimenz & esglais.
Pois morta es madama na alais.
Mal pensar fai lira nil do! nil dan.
Mortz traitrix be' uos pose emier dire.
Qàt no pogues elmon meillor aueire.
Ini edeleig eiouenz es pdus.
Btot lo mon es tornat ermien.
Car eoms ereis emaint baron uailè.
Neran plus pros qàc no laui negus.
Ez mil dópnas uaillam pleis mais.
Ara podom saber qab nos sirais.
Nostre signer qi la fes ualer tan.
Caissi na tolt ioi esolatz erire.
E donat mais de noil ede consire.
Segner ben la deuen piagner cascus.
Qanc no fo boni uezes tàt auine.
Qal saliera mais tan bel captenimg.
Qe ual beutatz ni bon ptz métaubus.
Niqe ual seri bonor ni solate gais.
Genz acuillir de mil cor ies essais.
Ni qe uolon frac digs ni faig pzan.
Segle doler de bon cor uos aire.
Molt ualez pauc pois lo mal nes adire.
113. Ben sai qe p sobre ualer.
Dei far mieil zo cai entalen.
Cai pdut tan de bon plaxer.
Qe bona fei mi tornen adan.
Cheram uol samor aueire.
Car no uei mi don plus souen.
Trait son p bon entendemen.
E car no aus ma culpa dire.
Non uerais cor ma fait far faillim.
Mas ma dona no sab louer.
Qe mi de tener ptruan.
Ni ies aissi noi pot saber.
Seo no lo die ofai semblan.
l'imi lam de cor eia desire.
A issi co eu sai finam.
\ne hom nò trais tan grevi tor n.
Se uals de tot li soi grazire.
Seu ia. nai ben & de mal eissamen.
liaison aucheo no pose uezer.
Tant bella ni tan géz parlali.
Ni mielz faza bon pretz ualer.
P' <jei nò sent mal ni afan.
Cant uei sos bels oilz & remire.
La bella boche el cors plaizen.
Deu qi la fez tàt auinen.
Li met en cor qe nO maire.
Cliei tot mor se nò acliausiineii.
Niu no pose eo ia remaner.
Sen aissi mor plei amali.
Ci pauc mort nò laixei ebaer.
Lo ioni qem parti en ploran.
E pois del tot li soi mentire.
Ses ual daitan sai qeo no men.
Qel plor el plaug mi son guaren.
<;im fan tan greti martire.
Qa pauc lo cor dire desmai no fen.
Plus no podez astro tener.
Qeu noi lan main iointas denan.
E no sai coni eu puesc aner.
Tan dardit qe dèe li deman.
Hai las chaitin qe sabra dire.
Tan naurai estat loniamen.
Mot uenrai denan lei temer.
Et fin cor enai tal aire.
Vorai lo mal & esmestot paruen.
114. Se totz los gaug els bes.
Elas finas lauzors.
El digs el facs cortes.
ILXXIl)
— 80 —
De totas las meillors.
Volgues deus tot cSplir.
En una solameli.
Saber cug ueraraen.
Qe cella cui desir. Naiamais pun een.
Emais de totas cs.
Caps emirailz estors.
Qem posses qel plagues.
Fazam uiuve emorir.
Mas plus ler auincn.
Sem ten gai eiauzen.
CO plus mi fai laguir. 011 plus lam fina-
men.
Car el mon nò es res siam sen ofouda.
Qem pesses qel plagues. no fos gaug
edolzors. Qo qe uol malazir. eam
cels bonamen. Qa son sei ben uoilO.
Almelz qe pot chausir. Son ason
mandameli.
En aissi ma cOqes. esi noni ual amors.
vaila ma bona fes. eia soa ricors.
Samors no uol uenir. el seu bel cors
plazen. El uerai pz uailen. deu ga-
rar de faillir. Car seu mor no ler gè.
Gentils cors ben apris. sobre tot ama-
dors. Agras mo fin cor mes. Ab un
pauc desocors. Qe mort ma li sospir.
euos p chausimen. NO sobratz mon
torni, ni uoilatz falz auzir. Cui er
mal se bem pren.
Ma biatriz grazir. uos fai atuta gen.
Et entier euailen. pz eqin uol uer-
dir. Del bel senblan no men.
115. Meraueil mei co ponul liO chantar.
Si con eu faz p leu qin fai doler.
Qe mas chanzos no pose apareillar.
Dos mot cai terz non lais mariz cader.
Car no soi lai on estai son cors gent.
Douz eplaisentier. qe mauci desirat.
E noni pot morir plus fìnanient.
E car no pose nulla ren tat amar.
la salei platz no deu mamort uoler.
Cane pose laui no pose dal re pensar.
Mas co pogues dir efar son plaiser.
Et ai razon calaus desconoissent.
Es jilus ualen p qeu nani mais lafan.
De leo sofrir qe dautra auer ioi gran.
Las qeu nO aus mó mesage enuoiar.
NO ardar nò maus de lei uezer.
E no lo lais mais car uoil far cuidar.
Al faus deuins caillors ai mo esper.
P'o desir mes ades plus coixen.
El pensamen car no li soi denari.
Mains iointas clins p far lo seucomà.
116. Can uei la fior sobrel sambuc.
Et au lo pie el merle el gais.
E lo refrim del brauairol.
Ma dópna man plus qel no sol.
Totz teps la mei pois la conuc.
Mas ara mes priuatz emol.
Ben me cuia piantar lo due.
Chidis qeu desamor milais.
Non uol me segna ital uirol.
Ancs lamarai se deus lo uol.
Anar i pogra ad oil cluc.
Lo ioni cant son marit no col.
Per lei ma pian lo pel del zuc.
EnO desir guera ni fais.
Cant en la plaza ma cuiol.
Tene mon meillor uesin p fol.
Cant eu lauei tot mabelluc.
Et oclei mai dun ratairol.
E latem candì & pezuc.
Eual tal qi sa preza mais.
— si
(lxxiii)
E negerei entrun moiol.
Qel be plus prira da rocairol.
Ano 11O uhi ren tilt leu sembuc.
E mania alci dune seirol.
Cant me done Ianel daurat.
Eucra dos & pauca ren.
Et fu greu a en cortinar.
Saudis michel caramellar.
Aissi de guerra com remes.
Se no lanes deuant grimar.
Segner lautrer mi fo contai
Qe tatalan de uianes.
Nos cuideront tuit albergar.
Eu los audi frances parlar.
la genser bomes nO uerres.
Et tot garcin de long lamar.
117. la (') nO cuidei uezer camor mi destren-
ges. Tat qe dona tenges. del tot en
son poder. Qe contra lor orgoil. fos
orgoillos com soil. Mas beutatz
eiouenz. el gentils cors plazenz.
El gai dig plaisenter. De mO bel
caualer. Man fait p'uat destrang.
& pois dur cor sa fraig. Vers a-
moi en loc car sap melz sa dona
amar. Cumilz trop amoros. de to-
tas enueios.
Ma dùpnam pot auer. qe nul autra
no ges. P'o car genser es. ecar sab
mais ualer. Caital es co eu uol.
qe ren noi met ni toil. Coinda
gai plazent. bella & auinent. Et
ab fin pretz entier. esen cant la
mester. Et foudat la on tang. &
nul ben nu sa frang. Cab dig &
ab Mirar, se fai atot lauzar. Etamar.
mais mais al pros qi neon meilz razos.
E sim uol retener, ni dar su qem pmes
Mot mes ben damor pres.
Mas trop cui fai loc esper.
Qe del desii mi doill. Qem mostron soi
bel oil. Et sa cava rizent. esimdes s"s
cors get. zo cap son ?seil cbier. uc-
cut agra sobrier. Dauentura galua-
ing. qen sa merces remaing.
Pois ini uolg autriar. qen la pogues.
przar. Et amar arescos. enfeses mas
ebanzos. Eus lam las cóqerer. & uai-
llan drez efez. Qeu sui del tot cSqi
caplei no pose tener. Qen aissi men
destoill. co fé gui de si doil. Acuì fo aui-
nenz. La reine entres denz. Dont li
fant del uergier. pdet & ensufer. En-
ueill en plor en plang. P' lei en pens
en lang. Con pogues conqistar. edeus
co pot formar. Tantas bellas faisos.
Lai on merces nò fos. Esolatz edauer.
es lare enol fai res. Pros dona mais
merces. & merces uol qerer. Qe po-
is uassal acoill. seiner en son capdo-
il. NO les obedienz pauc desforz fai
sii uenz. Ema dona conqer. Abfin cor
uertadier. lini don esclam frane, los
couenz nul gazang. NO pot esmeu
danfar. & farase blasmar. Si eu la
sers enpdos. & pois les mez datz bos.
118. Aissi con es genser pascor.
De nul autre téps caud ni frei.
De gresser meiller uers donei.
P' alegrar fins amadors.
Mas mal aian ugan sans flors.
Qi man tan de dan tengut,
Qen sol un ioni man tolgut.
Tot qàt auia endos anz.
il) Del passaggio a questo nuovo componimento ci fa avvertiti solo V i m mento dell' miniale del capoverso.
i'i. a- se di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 1", Voi. II, Parte la. 11
(lxxiv)
82
Conqis amanz durs afanz.
le inadóne cu & amors.
Er euan dun uoler. tuit trei.
Mas ara ab lo douz aurei.
La rosei chant eia uerdors.
Lan remenbrat qe sa ualors.
Auia trop deissendut.
Car uolc so qe ai uolgut.
P' enoi ac plazers tans.
Calei fos mas sol demans.
Ai qels meron gaug & honors.
Mas noi platz qe plus lo muntivi.
E pois midonz uol qeu ordei.
Ben pot baisar pois il mafors.
Aql sut tot en son esfors.
Pois aissim trobauen tut.
Qeu lai tant son prez cregut.
Qen anssat i aisos enans.
E destarzatz totz sos dans.
Un plag fan donas qes folors.
Qan troban ami qes mercei.
P'o sai li mouon esfrei.
El destregnon tros uir aillors.
Pois cauta loignat lors meillors.
Falz entendedor menut.
Son cabal men retebut.
Dont sera bai cortes chans.
E in sort crims efol mazans.
Eu nò fatz de totas clamors.
Ni mes gent cab donas guerci.
Qar ges lo mal qeu die endei.
No lor es enoil ni paors.
Qar seu dizia dels peiors.
Tost seria cognogut.
Qals (leu tornar en refut.
Qa celui tain melz de mans.
On son totz aibs benestans.
Leis qes decortz bes sabors.
Ai cor caia mercéin plaidei.
Car ges p lo pmier de rei.
Pi, n fas mains & mais plors.
— 83 —
(lxxv)
119. Folquetz (l) si f'o (le marsscill-
la fils dun mèrcader que
fn de sroiiivn \- ac noni sei' am-
P
fos. eqant lo paire morie sii
laissei molt dauer. & ci entS-
,1,-t empretz & enualor emes se
aseruir. & aucniv als ualenz ho-
mes & abrigar con lur. & adar. &
asernir & auenir & anar. efort
fo grazitz & honratz p lo rei ri-
ehart. ep lo bon corate raimon
de tolosa. e p enbaral lo seu segni-
or de marseilla. Molt troua be
emolt chanta ben. emolt fo
auinenz hom de la psona. & en-
tendia se en la moiller de son
sengnior enbarral. epregaua
la. cfazia sas chanzos della.
Mas anc p precs ni p chanzos
noi poc trobar m'ee. p qella li
fezes nul don endreit damor.
p qe totz téps si plaing dam-
or. ensoas chanzos. & auenc
si qe la duna morie. & enbarals
lo maritz della el segner de lui
qi tan li fazia donor el rei rich-
artz el bos coms raimonz el
bons reis namfos. dont el per
tristeza de la dompna. edels p'n-
ceps q uos ai digtz. abandon-
et lo mont. erendet se al orde
de sistel. com sa moiller ecom
dos sos fils qel auia. esi fo faiz
abbas duna rica abbadia qe
es em proensa. qe a nom lo te-
ródet. epois el fo faitz euesqs de
toloza. Elai el morie.
En folqets de marseilla.
120. Pos entrames me sui de far
chanzos. ben dei gardar qe
fals moitz noi tenda. Esieu die
re qe mi donz en grat prenda, bé
men sera rendutz bos guizerdus.
U agra tort semus ehanz nu er
bos. p qe car il me donet lart el
engieng. eso qeu faz nò demet
en desdeing.
E si tot mes de semblant orgoi-
llos. né ai poder qe uas autra
mentenda. qel cor els oils me
mostron qe mi renda, tan mag-
da de sas bellas faisos. eqant
ieu men cug partir nomes pros.
qel sieu amor nies denan. qi ma
teing qem fai tornar uas leis
tant mi destreing.
Luing mes dels oils mas del cor
mes tan pres. cela p cui souen
plaing esuspire. qe on plus nai
defan ede martire, dobla lamors
ecreis enais ades. ecar soi sieus
no cuig qe men ganes. esime
tant el sieu enseignamen. p cai
respeig qe naurai chauzimen.
Ben fora sen se de leis mi loiii-
gnes. anz qem laisses ab la do-
lor aucire. mas amors uol qeu
sia francs suffrire. eia |> re non
aial cor engres. cane dieus no
fes nul hom qe ben ames. qe
no crezes miels amor qe son sé.
p qe mauen afar son manda-
meli.
Anc nuils amanz p si donz no
soffi-i. tan grieu dolor ni aitai
,li La biografia Folletto nel codice e scritta Mia <„ rosso
(I.XXV1)
— 84 —
malananza. p merceil prec qem
diga tal pesanza se cor nò aqes
meillur cu uas mi. p qe uengu-
es plus uiatz ala fi. car ine mal
es morir al meu seniblan. qe totz
tèps uiurab pen & ab fan.
Chanzoneta uai ten ton dreit
carni, lai amidonz en cui ai mesp-
anza. cdigas lini caia cai que
mbranza de me car lam senz e-
nian ab cor fi. qanc p ma fé de -
lora qeu laui. nomi muda ni
cambia^mon talan. anz lam
ades eia dopt elablan.
Enfolqets de marsseilla.
121. En chantan mauen amembr-
ar zo qeu cuig chantan ob-
lidar. epzo chant qoblides la do-
lor el mal damor. car on plus
chan miels men soue. qen la bo-
cba nuilla res no aue. mas sol
m'ce. p qes uertatz esemblable.
qinz el cor port dopna uostra fa-
izon. qem cliastia qeu noni ma
razo.
E pois amor mi noi onrar. tan
qel cor uos mi fai portar, p mer-
ceus prec qel gardes del ardor
qei ai paor. de uos mout maiers
qe de me. epos mos cors uos a du-
na dinz se. si mal liue pos dinz
es sufirir lo coue. pò del cors fa-
ig zo qe uos es bo. el cor gardatz
si con uostra maizo.
Qel garda uos eus ten tan car.
qel cors en fai nesci semblar.
qel senz li met len gieing eia
ualor. Ri qeu error. laisal cors.
prezen qel rete, coni me parla
maìtas ues se deue. qieu no sai
qe. qem saludon enon aug re.
pò iamais nuls boni noni ocai-
zo. sini saluda ueu mot no li so.
l'eroi cors no si deu clamar, del
cor p mal qeil sapcha far. que
tomat la al plus onrat segnor.
etout daillor. on trobarengan
eno fé. mas dreigz torna a so
seignor a nose. p qeu no ere.
qem deing si merces noni mate,
qeil entrel cor tan qel luce dun
rie don. deing escoutar. ma ue-
raia ebanzon.
E sellam deigna escoutar. ini-
donz merce degra trobar. pò obs
mes cublides sa rioor. eia lauzor
qeu nai dig edirai iaee. pò ben
sai mos lauzars prò noni te
con qem mal me. qe lardor mi
creis em reue. el fuec qil mon
sai qel creis abando. eqi uni
mou mor en pauc de saizo.
Morir puesc be. aziman qieu
nom clamdere. neis sim dobla-
ual mais daital faizo. con dob-
lal poingz del tauler p razo.
Chanzos de se. uas mon pes Uri-
nai de part me.
Enfolquetz de marseilla.
122. Molt ifes gran pecbat amors.
pos li plac qes mezes en me.
qe merce non aduitz ab se. ab-
qez adolces mas de lors. camo-
rs pt so noni es desmen. & es
desamor planameli, pos mer-
ces noi] pot far socors. p qeil
85 —
(t.xxvii)
fora pretz & honors. pos il noi uen-
zer totas res. sima aetz la uenqes
niorces.
Mas tvop m'es aduad amors qàt
amerce si des ano. pò mcils del nii-
cls qe (ini ne. mi donz qe ual ma-
is qe ualors. en pot lieti far acor-
damen. qe magier la faig p un
cen. qi uè coni la neus eil eba-
lors. zo es lablanqez eil colois.
Sa cordoli en leis semblant es
E canini- si acort ab nierces. as
no pot esser pois amors. non la
noi ne mi donz so ere. pò de midóz
no sai re. cant tan noma follie
folors. qeu lauzes dir moli pen-
sameli, mas cor ai qem cab del
ab sen. del ardimeli qem tol pao-
rs. pò espan fai la flors uenir
fruig edamor zom pes. qespan
la uenqes merces.
Qestiers no puese durar amors.
eno fai cossi desceue. de mon cor
caissi la en se. qe te noni par qe
naiallors. car si beus esgranz
eissamen pogras emi caber le-
umen. cos deuezis una granz
tors. en un pane mirai] cu lar-
gors. esmenz tan granz qe sius
plagues. en car icaberia m'ees.
Sar nous uenz uencutz soi a-
mors uenzer nous puesc mas
ab m'ee. esentre tanz mais nai
un be. no uos er danz ni deshon-
ors. cuidatz uos dóc qeus stia gè",
car mi fai plaigner tan soueii.
anz en ual meiiiz uostra ualors.
pò mais mi fora douzors. si la-
ut ram aqe mi sui pres. mi ple-
ies merceian merces.
Mal mi son gardatz p no sen. caini
eis ma emblat amors. arqer est-
orti de sas dolors. mac dir puesc
qeu eis mi sui pres. pois qe nom
ual dreigz ni merces.
Xaziman lo uostre soeors. eden
totz téps uoil be aillors. mas ai-
sso nouoil sapchas ies capena
neis o sap merces.
Enfolquetz de marseilla.
123. Si tot me sui trop tart apceu-
butz. aisi con sei ca tot pdut
eiura. qe mais no ioc agran bona
uintura. mo dei tener car men
sui conogutz. del gran enian cam-
ors uas me fazia. cab bel semblà
ma tengut enfadia. mais de. des
anz alei de mal deptor. cassatz
promet eie né paiaria.
Ab bel semblan qel falsamors
adutz. satrai uas leis fols amàz
esatura, col parpaillos ca tan fol-
la natura, qel fer el fuec p la cl-
ardat qei lutz. mas eu men part
esegrai autra uia. sui mal pagatz
qestiers nom en parria. esegrai
laib de tot bo suffridor. qe sira-
is fort si con fort sumilia.
Pero nos cuig si bem sui irascufz.
ni fatz de leis en eliantant ma
rancura, qeu diga ren qe non
semble mesura. anz sapcha be
easos obs sui pdutz. cane sobre
fre nom uolc menar un dia.
anz mi fes far mon poder tota uia.
& anc sempee chauals de gran
(lxxviii)
- 80
nalor. qil baurda trop souen cue-
il fellonia.
Fels for cu be mas sin men retè-
gutz. car qi a plus fort de si desme-
sura. fai gran foudat enes enauGtu'a.
qe dun seu par pot be esser uencutz.
& ab plus freuol de si es uilania. p
cane noni plac ni platz sobranza
ria. pò eu sen deu boni gardar ho-
nor. car sen aunitz no pretz mais
qe folia.
Pero amors me sui eu recrezutz.
de uos seruir cui mais no ai cura,
caisi con hom preza laia penchu-
ra. cant lies loing mais qe qant
lies pretz uencutz. presaua uos
plus cant nous conoiscia. esanc
uos uolc meins nai qeu no uol-
ria. caissi mes pres con al fol qe-
redor. qe ditz eaurs sos tot zo qel
tocaria.
Bel nazimanz samors uos dest-
reìgnia. uos entotz téps eu uos
conseillaria. si uos mbres cant
eu nai de dolor ni cant de be ia
mais nous en calria.
En plus leial sap los oils uos
uezia aissi con fatz ab locor tota
uia. zo qeu ai dig poiria uer ua-
lor. qeu qier conseil uos donna.
Enfolqetz de marsseiUn.
124. Ben an mort mi elor. mei oill
galiador. per qes dreigz qa
bels plor. pos il soan merit. qeu
tal dópnacbauzit. don an faig
faillimen. car qi trop pueia bas
deissen pò ensa m'ee meren. car
eu no crei qe merces aus faillir.
lai on dieus uolc totz autres bes
aissir.
Mas ar conosc damor. qe mos danz
lia sabor. qe zo don ai largor. mi
fai pzar petit, epoignar aestrit.
en tal qe sim defen. zo qe men ca-
uza uau fugen. ezo qen fug eu
Hau seguen. daizo no sai eoissim
puesca suffrir qen senis no pue-
sc encauzar efugir.
Ar uiatz gran follur. carditz sui
p paor. qe tan tem'la dolor, da-
mor. qe ma saizit. qe zom fai
plus ardit. de mostrar mon ta-
len. aleis qem fai ueillar dur-
men. donc ai p paor ardimeli,
aissi con sei qestiers nos pot gà-
dir. qe nai tot sols entre siitf
cen ferir.
Pros dòpna cui ador. restauratz
en ualor. mi euostra lauzor.
camdui uem afreulit. car me-
tes en ublitani qeus am fìna-
men. car cels qo sabon uan di-
zen, mal seruir fai amainta
gen. ecar uos am tant qe dals
noni consir. pert uos emi gar-
datz sim dei marrir.
Neus 'coian p fior nouenz clia-
tador mas pres de mo seignor.
del bon rei cui deus guit. dara-
gon man partit. dire demari-
men. p qieu clian tot forsada-
men. mas al sieu plazen mà-
damen. nò deuon ges sei amie
cótradir. cals enemics uei qes
fai obezir.
Mar san uastrez uai ten corron
s?
(l.XXIXI
lai an raimoti b'engier cui dezir.
ecar liei- bo. fatz li mon chan au-
zir.
liei nazimanz dieus mi gart
do Faillir uas leis qe fai 1 1 uas
me si lauzes dir.
Enfolquetz de mars&eilla.
125. Tant mou de corteza razo.
mos chantavs qe noi pue-
sc faillir. enanz idei miels aue-
nir. cane mais no fìs osabes con.
qe lemparritz nien somon. epl-
agram fort qeu men giqis. sii
mo suflfris. mas pos il es eim & ra-
zis deiiseignamen. no sesehai cai
sieu mandameli sia mos sabers
flacs nilenz. ainz taing qes do-
ble mos engienz.
Esanc parici ema chanzo. dela-
uzengier cui dieus air. aissi los
uoill del tot mal dir. eia dieus
no qa lur pdon. qar an ditz so
cane uers no fo. p qe cella cui o-
bezis. me relinqis. ecuia caillors
ai assis mon pensamen. ben mu-
er donc p gran faillimen. sieu
pert zo qe ara finamenz p zo
qe dizon qes nienz.
Mas ics p tal noni abando. qeu
ai be sempres auzit dir qe mc-
soingna nos pot cubrir. qe no
moira calqe sazon. epois dre-
igz uenz falz ochaizon. encar
er proat edeuis. com li sui fiz.
caissil sui liges & aclis. de boli
talen. qen leis amar an pres
conten. mos ferms coratges e-
mos seuz. cusqecs cuia amar
plus fori ni.ii/
Esi nierces nomen t < ■ 1 1 pi". > p ■ l'a-
rai poir ai men partir, ieu nò car
pres sui del morir, de guiza qe i
sobre bori, qinz el cor remir.
sa faisson. erema-
ran & eu languis. car ciani ditz
qe il' >i il darà, zo qe lai qis. tan
loniamen. eies p aizo noni alien,
anz dobla des mos penssamenz
emoir aissi mescladamen.
Amarailla doncs alairo. pois uei
qe nò deingna suffrir. qe inz e-
mon cor la remir. esai qafar mes
uoillo no. qel cor ten lo cors en
preizon. & al si destreg econqis.
qe nomes uis. qem des poder qe
men partis. enanz la ten. con
la posca uenzer suifren. car loc
suffrir emerces uenz. lai on no
ual foiza ni gieinz.
Ea folquetz. de marseilla.
126. Amors merces no moira tà
souen. qe iam podetz uiatz del
tot aucire. car uiurem faitz e
murir mesclamen. & en aissim
dobla des mon martire, pò me-
itz mortz uos sui hom eseruire.
el seruir mes cen mil ai tan pi'
bos. qe de nulautra uer rics gui-
erdos.
Per qer pechatz amors so sabes
uos. si maucies pos uas uos unni
aire, mas truep seruir ten dan
maintas sazos. qe son amie en
pt hom so aug dire, eus ai ser-
uit & ancar nomen uire. ecar
sabetz cai guiardon en ten. ai p-
(lxxx)
— 8S —
dut uos el seruir eissamen.
Mas uos dòpna cauetz ualor ua-
len. forsatz amor euos cui tan de-
zire. nò ics p mi mas p dreit cha-
uzimen. qe tan plàignien uos
pregon mei sospiro, qel cor plo-
ra cam uezes dels oils rire. ep pa-
or qe nous semble noios. en ian
mi eis etrac mal eni pdos.
Anc nò cuiei uostre cors orgoillos.
pogues en mi tan Ione dezir assi-
re, p cai paor no fezes dù dan dos.
si cuiaua totz mos mal traitz deui-
re. ai car uostroil no uezon mon
martire, caissi nagras m'ces si
donc nom men. lo douz esgar
qem fai merces paruen.
A uos uolgra mostrar lo mal
qeu sen. & als autres celar & es-
condire, cane nous poec dir m5
cor celadamen. doc sieu nò sai cu-
brir qi mer cubrire. ni qi mer
fls seu eis mi sui.traire. qi se nò
sap celar nò es razos. qel celon
cil a cui nò es nul pros.
Mas nazimanz ditz qeu li fui
traire elen totz temps car eu mé"-
fatz gignos. car tot mò cor nò
retrac ad abdos.
Dòpnal fin cor qeus ai nous sai
tot dire. Mas zo qeu lais qeu
nò die p no sen. restauratz ho
en bon entendemen.
En folquetz de marseilla.
Vìi. Chantan uolgra mo ferm cor
descubrir. lai on magrops qe
fos saubutz mos uers. mas p dr-
eg gaug mes faillitz mos sabers.
p cai paor qe noi pesca uenir. cu
nouel ioi en cui ai mespanza.
uol qe mos chanz sia p leis aers.
ecar li platz qieu enanz sa ua-
lor. emon chantar don ai gaug
epaor. car sospretz uol trop sa
ni lauzador.
Per qe nom par qeu pogues
deuezir son cortes pretz qe tii
aut es aers. coni nò ditz uer
qe nò semble plazers. etrob
aitan en leis de ben adir que
sofrachos men fai trop daen-
danza. p qeu men lais qieu nò
die mos esps. con ia pogues
retraire sa lauzor. qe de bon
pretz atriat lo meillor. edels
anianz lo plus fin amador.
Pero ren als nonai mas lo
dezir. non ai donc prò mout
es granz mos poders. Si neis
daitan mi donaua lezers. e-
donc p qem uoil del plus ena-
tir. cai- son bel ris ab sa douza
sembianza, ma pais mos oils
tan magradal uezers. mas
un conort nai qem mou de fol-
lor. cades mes uis qem uoilla
dar samor, sol uir iras me sos
oils plenz de douzor.
Edonc dòpna pos mais non
puesc suffrir. lo mal qieu trae
p uos matins esers. merces na-
iatz qel mont nò es auers. q
senes uos me pogues en req-
uir. ecar nous uei souen ai
gran doptanza. qe uos mi fa-
itz oblidar no chalers. mas
Si) —
I1AWI I
eu qe seni la pene la dolor, nous
ublit qes anz itene noig eior los
oils el cor si qe nols uir aillov.
Ane re n3 dis don no téps es faill-
ir. uas leis fan le.s aturatz mos
uolers. mas der enan no mitouia
ti mera, qeu sai qel fnecs sa bra-
za j> cubrir. el dieus damor ma
narrai de tal lanza. don nom ten
prò sogornar ni iazers. anz de-
sampar pini donz cui ador. tal q
ma fag gran be egran t honor.
mas ben ileu hom cambiar ben
p meillor.
fa tensori de saturnie edeli
prebost.
tóS. Sanaric eu' deman. qem dig-
atz en chantan. dun caual-
ier ualen qa preiat longamé.
vna dópna prezan. & il met len
soan. pueis preia nautra qes
deuen samia eil dona ioni cab
lei sia. p penre tot son ualer.
mas qan lautra sap louer. ma-
dail aqel mezeis dia. li darà ioi
qal iria. dengal pretz edun se-
blan. son eschauzetz aeal an.
Prebost li fin aman. nouan lo
cor camian. anz amon leialmé
si tot si fan paruen. qa no aillo-
rs preian. ges p tan nos part-
ran. de lai on an assis lor druda-
ria, qar ges p una fadia. no deu
hom son cor mouer. anz aten-
dal oesper. de leis qen car si te-
nia, el autra uoil teigna uia qu nò
penz qella lengan. pois er uengutz
ason man.
Seigner eu amai dan. sella qason
coman. la trobat auinen. neuira l ' i
son couen. p zo car la mei Man.
ben aura sen deft'an. sa lei noua
qen grat lo retenia, elais leis 4
laucizia cane ioni noil uolc prò
tener, nil plae sos precs retener.
mas er qan ne qe uiuria. mor t"
ta de ieloria. ep als no il uai ma-
dan. mas qe no noi qe ben lan
Domnab leugier telan. nò ama
tan ni qan. prebost ni non ente,
qe puesca uer gran sen. car ges
doinnas no fan. so qom uol tr<i
qe an conogut coni las ama ses
bauzia. mas cella qa mors nO
lia. uol atotz faire plazer. p qem
pes sautre uenia. qatressi lo colga-
ria. & es miels com moira aman.
qa leis don trach auan.
Seigner amor de fan. doinnas q
uan lor des eprometen. qar qi de-
lia breumen. fai son don aut e-
gran eus dos ual autretan. com
t"st dona con cel com loignaria.
pos sazos passaria. qar dos non
pot tan ualer. con qan hom lo uol
auer. euos tenetz afollia. zo coni
plus grazir deuria, qe sen fai qan
donauan. domna coni nauial
mazan.
Prebost li dur afan. eil grieu mal
traich prezen. qai soffert eil tor-
. meli, men serion plazen. siili
prometia un gan. ma domna
il II cod. ha iiiui..: ■ 'n • to un vestigio del punto rfi '
(.'lasse di scienze morali ecc. — Memorie — ^er. 4a, Voi. U. Parte 1».
12
(l.XXXll)
— Ili) —
ohi disses tan p cuna uetz saubes
qanz qe morria qa son mandameli
iria. ode matin odesser. car ab leis
uoil remaner. p qesai qe mauen-
ria. iois si damor lauia. mas mi
art eleis eschan amors don imi-
er deziran.
Seigner daisso diga] uer. na gui-
llemia son plazer. de ben nauge
na maria de uentadom uoil q sia..
eil domna de mon ferran. qelas
tres son ses engan.
Prebost damor sa bon tan. qeu na-
utrei zo qen diran.
lat&nson de gauseliti faklii:.
Eden saueric de malico edenuc.
120. Gaucelin tres iocs enamoratz.
partisc auos eanugo. Ecbas-
cuns prendetz 1" plus bo. ellais-
satz mi cai qeus uoillatz. Cuna
domna tres preiardors edestreing
la tan lur amors qe qan tuit trei
li son denan. aehascun fai damor
semblan. lun esgard amorozame
lautre streing la man douzamé
causigal pe rizen. digatz acal
jmeis aissi es. fai maior amor de
totz tres.
Seigner sauaric be sapchatz. qe
la mics recep plus gen don. qes
francharnen ses cor felon. dels
bels oils plazenz esgardatz. del
coi meu aqella douzors. p qes ce
tanz maier la mors ede laman
tener die tan. qe noli tem prò
ni dan. qaitals plazers eomunal-
iiien. fai dópna pacuillimen e-
del causigar non enten. cane la-
donamor li fezes. ni deu pamor
li fezes. nideu p amor esser pres.
Gaucelin uos dizetz zo qeus platz.
for qe no mantenete razon. qes
les gardar noi conosc prò. ala-
mie qe uos razonatz. esel li en-
ten es folors. quoill esganlon
lui & aillors. entrili autre poder
no an. mas can la blanchamas
ses gan. estreing son amie dou-
zamen. La mors mou del cor edel
sen. en sauarics car part tan gè
mantengnal calsigar cortes, del
pe qeu noi mantenrai ges.
Nugo pueis lo meils me laiss-
atz. manteing loses dire de no.
don die qel eausigars qe fo. fa-
itz del pe fo fìnamistatz. eelada
de lauzeniadors. epar ben pois
aitals socors. pren lamics ri-
zen cauzigan. qe lamors fo
ses tot enian. eqil tener do la-
man pren. p maior amor fai
no sen. eden Gaucelm nomes
paruen. qe lesgar p meillor
prezes. si tan Com ditz danna
saubes.
Seigner uos qe lesgar blasni-
atz. dels oils elor plazen faizo.
no sabetz qe mesagier zo. del cor
qel sia enuiatz. qeil oil mostro
als amadors. zo qe il rete el co-
rs paors. Don totz los plazers
damor fan. einaintas uetz ri-
zen gaban. causigal pe aniai-
ta gen. domna ses autre ente-
iliinen. enngo mante faillimen.
qel teners del man no es res.
(lxxxiii)
ni non ere enne damor mogues.
Gaucelin en contramor parlatz.
vos el seigner de malleo. epareis
ben ala tenzo. qeil "il qe uos au-
etz triatz. eqe razonatz pmeillors.
an traitz mainz entendedors elic-
la domnab cor truan. sim cau si-
gaual p un een. nO auria mon
cor iauzen. edel man es ses tot
conten. qel estreingners ual p
un cen. car ia si al cor nò plag-
ues. la mors noi agral man tra-
ili.--.
Gfaucelm nencutz es del conten.
vos enugo certanamen. extoill
qen l'assai iutiamen. mos gar-
dacors qe ma conqes ena maria
"li bus pretz es.
Segnier uencutz no sui nien. &
al iutiar el ben paruen. p qe
uoil qei si eissamen. na guillt-r-
ma de be' angues absos ditz
amoros cortes.
Gaucelm tan ai razon ualeii.
nani dos uos fortz emi defen. esai
domna ad gai cors plazen. en
i|i-l iutiaiiienz fura mes. mas
prò uei qe nia de tres.
la temo del comte eden nar-
naut.
130. Amie narnaut cent dópnas
daut paratge uant oltra
mar eson en meia uia enon
podon lai complir lai lur uiat-
ge ni zai tornar p nulla re. qe-
sia estiers puos. p un aitai co-
uen. cun pet fassatz don mona
tan de uen qe las dópnas menez
asaluamen faretz lo non. qe sab-
er lo uolria.
Seigner en comz. ieu hai un tal
usatge. qades mantein ilOnas eco-
rtezia. si tot le pet nomi 111011 da-
gradatge. ieu lo farai, qe sieu no
lo fazia. failliria uas dópnas
malamen. edig uos ben. qe si p
autramen. no podian uenir asnl
uamen. apres lo pet totz unii
conchiaria.
Ainics narnaut uos parlatz fol-
lamen. p qe nauretz blasme de
niainta gen. car anc passetz tfit
bel cors couinen. ab uent de cui
enterra de stima.
Seignier en coms anz ual ma-
is p un een. qieu fatz un pet.
qe se tant cors plazen. sepdiò.
p pet ensegnamen. qem poisc bi-
nar qan concagatz serria.
In temo de naemar ede mira-
Hill.
131. Miraual tenzon granda. uoil
qe fassain si uos sap bon. e-
digatz mi ses faillida. som deu
laissar p razon. si donz pus es
ueillezida. ses neguna utru-
ehaizon. respondetz doc 0 de né.
Naemar tost hai chauzida. la
pari del prec edel pron. Drutz
qa domna conqezida. non deu
moure partizon. qa des ual ma-
is lagauzida. qan dura lunga
sazon. p qai qi nò ueig tenzon.
Miraual molt mes estragna. dop-
ila pus hai pel ferrali, p qeu lau
qab uos remaigna. qamb dui se-
ii.wxn l
— 92
retz ilun semblan. ueils eueilla
sa compagna, eioues ab ioues uà.
\> qeu ueill domnei desiuau.
Na esmar pos emesclagna. uol-
etz tornar aostre chan. ben uoill
sapchom espagna, qe uostra dSp-
na ual tan. qe p men se gazagna
el partir no aos ten dan. per qcs
bona uiandan.
la temo dea pe-
ire gullerm eden sordel.
132. En sordel qe uos es semblan de
la prò comtessa prezan qe tuit
ilizon euan comdan. qe p samor
es sai uengutz. qenautz cuidatz es-
ser sos drutz. qen blacas qes p leis
canutz.
Peire guillenn tol son afan am-
es deus énleis p mon dan. qeil
beutatz qe las autras han. es ni-
entz el pretz es menutz. ieu ebla-
easz fosson pendutz. anz qe nuls
ifos auengutz.
En sordel plus amesuratz uos
faitz damador qanc fos natz. qe
sei comz uenra seguratz. leu se
poiria repentir qautra uos auc l'i
uist seremir. en sordel qius o au-
zes dir.
Peire guillem aos deziratz. alei
di une cui iois no platz. qel conz
es tan ben ensegnatz. qe no leu
qal ia meinz durmir. qoin deu
zo celar ecubriv. qe nO tain ue-
zer ni auzir.
En sordel anc mais amador. noi-
uenc sai daital color, coni uos q ,
lautren tendidor. uolon lo balz-
ar i-I iazer. euos rnetetz en5 cha-
let, zo qautres drutz uolon auer.
Deleis ani solatz & honor. peire
guillem. esi damor i meschatz un
pauc de sabor. p merce. enu p de-
uer. qis uolgues agues tot la-
uer. del "mon & ieu aiqel plazer.
l^i pot al nostre faig gaudir.
en sordel pron sap descremir
Peire guille'm ieu sai suffrir.
1" mal damor el ben grazir.
la tenzon den Gaucelm ede
SOM COSiil.
133. Cozin ab uos uoil far tenzon.
edigatz mi sa uos er bon. cuna
domnab bella faizon. uos colgab
se. p tal razon. qe laisses manen-
tia.
En gaucelm se deus beni don.
p nulla dòpna ius del tron. non
laisserai afar mon pron. anz un-
ii esser rics hom qom zon. que
pecs ab cortezia.
<'"zin p domna ual hom mais.
enes plus cortes eplus gais. en
fai hom guerra & essaitz esauia
dauer mil fais. ala mort noil
ualria.
la no men faran col ni cais. en
gauseran qieu p un lais. donc
qant eu ei emais qe del auer
men uest em pais. emeillur
chascun dia.
• 'ozin be mal sabez chauzir.
qenanz uolria ieu tenir. aui-
ìii-n domna senz uestir. qe tot
laur ni largen del tyr. ni od del
rei dongria.
Eligauseran. al mieu arbir
1) Il C ■ miei 'aporia m m o n,
93 —
I LXXXV)
maini home nauem nisi fai-
1 1 ir. qan fai de lo sieu descusir.
lo chauziment edescarnir, |> qi
< -ti iium desfaria.
' !ozin car os tant mal apres.
i.i nù uolgrerun taizesses res.
qe p donmes hom meilz apres
lauei uos lais qieu noi uoil ges.
Si esser ses amia.
En pauserai! qant auretz mes
tot uostrauer & uostrarnes. nò
aures de las <10in, is ges. eseretz
ses amia.
la tensori den ber-
aart eden elias.
134. Nelyas de dos amadors me
digatz qals ama plus fort.
lus non pot ni adreg ni atort.
mudar qe nO parie souen. de
sa domnab tota gen. lautre no
parla nulla ren qe sia. mas en
son cor remira chascundia pos-
sali, coni leis puesca seruir en
grat. ara chauzetz Io plns en
amorat.
En bemart plus destreingn a-
mors. lamie qi no ha nul conf-
ort, sen parlan nos dona eonort.
de leis qam a plus coralmen. cat
enpot parlar dauinen. qe la pè-
satz qi tostemps penssaria am-
ar pot el mas no assemblarla.
qades parlom da qo qil uen ag-
rat. ese ealom qant nona uo-
lontat.
Nelyas temers ecelars. au ma-
inz fiz amics en reqitz. eparlafs
ha mainz iois delitz. p qem par
qam meils ses enian. cel qi so
ini iauzis celan. qe ben sabetz.
qe res tant noill plairia. qomse
de leis ses dan parlar podia. mas
tant ama p qe dopta faillir. qamors
uol gic del parlar en dir.
Bemart sei uostres raizonars
pot far del dreg tort. si auzit qì-
eus hai lo piegz pel meils giqit.
qe inout ama meils p semblan. la
niics qe trai si ilmiz enan parlan de-
leis lai on adreig li sia. mas la
pensatz par qe no sap qe sia. qen
dreg damor deu hom de si donz dir.
qieu pretz mais bel parlar qe Ione
censir.
Nelyas fiz eferinz uolers. fai sobre
doptar la pensat. & amors hai tan fe-
rm lassat. qe noil laissa dir mal
ni be. de si donz qar prouetz saue.
qe zo qom ditz p ben toma foillia
& en amor notz una leuiaria. ma-
is qe noi pot us granz senz eineii
dar p qes fiz serf esufris de par-
lar.
En bemart molt es granz plazers.
qant de leis qi lai cor emblat. pot p
tot dir sa uolontat. ad honor de leis
ede se. epar meils qamors liame.
sonra si donz enditz ben tota uia.
qe sei pensatz de parlar se suffria.
qe pensanienz ses obre ses parlar,
ual pauc p tot emeinz en domne-
iar.
la temo a den symon eden
lanfranc.
135. Car es tant conoissenz uos uo-
il. segnen lanfranc qerer
damor qi en uoil apenret ai
paor no trassaillis als prims cs-
(i. xxxvi)
94
sais. qal pzatz mais o ualen duna
conqerer. p gran saber. oqe peza
uos enanz tant qe de lei* siatz
ioios.
Simon nò sui tals com ieu soil.
qar ieu cugei ia p error qe sabers
gaides lamador. mais ar daqel
cuiar mi lais. ear amor pais iois.
on granz senz nò pot caber. cab
frane uoler dardit cor uai amors
enantz. egranz senz Ics contrari-
os.
De uostre conseil mi destoil seg-
uen la frane iamais noi cor. qar
uos laissatz sen p follor. ode folli-
ardimenz nais. ab granz es lais.
doncs pos follatges nal poder. gli-
eli pot ualer nuls hom ni far be-
ls faigz prezanz. si noi guida
senz orazos.
Polia noni platz ni la coil. ia
noni dones aitai color, mas graz
senz noma tal saber onamar.
ear mais iual iais ni non retra-
is qem uengues fondatz apla-
zer. anz die p uer. t'/t zo nO es
ges foudatz granz. i]i no es senz
als amoros.
Segnen la frane damor mi doil.
enai pensameli edolor, enò pu-
esc uenzer p ricor ni p ardimeli
tant gran fais. anz mi creis les-
mais qim fa qadadia doler, em
desesp. p qe sei senz nomes gar-
rantz. qim guide morrai adestros.
Amors uol qe cors damic broil.
de ioi de pretz ede ualor. ede
bel solatz chascnn iorn. egranz
ses les dos epantais esen uaus.
dòcs sius deu senz damor ualer.
al mieu parer, partretz uos en
psos comantz. p qes grantz senz
meinz saboros.
Na flors dels pretz esaber. tem
en poder. iutge sii platz deser
enanz. eiacmegrils qes gais
epros.
Simon ab mi si deu tener al mi-
eu parer na flors. esil nes acr-
dantz. nò cbal sen iacmes. tem
ab ims.
la temo den vgo
eden bertran.
136. Digatz bertran de Saint felis
lo qal tenriatz p meillor.
duna domna de gran ualor. co-
inde cortes eben istan. qanc nò
amet p nom de drudaria ni ré
no saup dengan ni de bauzia.
ara chauzetz. ouos lanes preg-
an. o qe prec uos euos am atre-
stan.
Nugo genz iocs sabetz partitz.
Si trobasses bon zauzidor. mas
eu uos farai tant donor. pos nei
qe partetz ses engan. uos qe a-
uetz de pregar maestria, uoil
qe preguetz qe foudatz sembla-
ria. sieu soanes tan rie ioi ni
tan gran, pos concise ben quo
ehauzir don afan.
Bertran ges nò auetz ebauzitz
aguiza de fin amador. ear se-
gon iutzamen damor. ual mais
qe hom lanes pregan. prese
de dona nò dura mas undia.
esel dura nò paT qe dauer sia.
— 95
(lxxxvii)
mas precs damic mettiture uai
enan. el Biens remai) j> qe non
ual ges tan.
Nugo ges aizo nò sconditz. qe pre-
gare nò aia sabors. qe molt pre-
ZMin bon donador. qi ses qerre trai
don enan. enO cuies qe faza leui-
aria. domna si qier amie ses tri-
diaria, nin no] auer un fin. al
sieu coman. qe maini pregon
qe son fals & truan.
Beutran qan uos iois el eòqeritz
ab mal trag & ab greu dolor, ual
mais mas uos auetz paor. qe pn -
gar no uos tenga dan. cent tatz
pretz mais sieu abhonor uench-
ia. qe seu prezes zo qe uencutz
seria, qe non es ges a dópna be-
nis tan. qe fassa zo qe las meil-
lors no fan.
Nugo lo meus iois es cSplitz
ses temer de lauzeniador. euos
remanretz en error. eprec uos
qeus anes muzan. zo qieu uo-
il bai ella zo qil uolria. don sui
ben fols sai segle plus qeria.
qe miels miuatz qa negun sin
aman. qe puese rire qan lastre
uan ploran.
Peirols al mien conoissimen ce]
cuna noig i j ►< > t iazer. deu ben
auer dostantz de iai. qe cel qo su.
epois sen uai qel iazers ha pla-
zers tals cen ses qi ben len sap Ira-
ire, qinz esmeller amaire qel
fars qom en cocha tal pren.
Gaucelm bena gran espauen.
ai cel qes en autrui poder. qi tra-
slot una noig estai, de Ione aizo
qe plus li piai, enon pot auer
son talen. ni sa uoluutat taire
doiics trai negus pechaire. inz
en efern aitai turmen.
Peirols mout uos razonatz gè.
estiers clamor non faitz parer,
qe uos sapchatz tan con ieu sai.
dizetz qom ab si donz maltrai ab-
rassan ni baizan souen. segon
lo mieu ueiaire. no es cortes a-
maire. cui tals mal traigz fai
espauen.
Gaucelm a qi nò ha conten qa
dreg né puesca mantener ses tai-
re nò es qant seschai. bes es. qa-
autre plazer li fai. eqi recep son
ioi breumen. en abantz qel re-
paire. a qel iois dont es laire.
li dura poissas loniamen.
la tensori dea
peirols eden gaucelliii.
137. Gaucelm digatz al uostre seu.
qals drutz ha mais de son
plazer. cel qab sa bona dSpna
iai. tot una nueg enon lo fai
o cel qi uen aparlamen enoi
alezer gaire. mas qan duna
uetz faire. & aqi meteus torn-
aseli.
la teiisoii de peirols ede son, sc-
ignor.
138. Seigner qal penrratz uos. de
doas domnas ualenz. on re-
gnon iois eiouenz. egais telanz
amoros. lunauretz sius platz.
tot leu & en patz. coinde de bon
aire, elautra grieu etart. & ab
gran regart. cil uen mal atraire.
(i.xxwim
96
Peirols si tot sui cochos. daisi ni de
chauzimentz. ia noni degrals
iutiamenz clamor faillir ma razos.
diutz trop aizinatz. si cambia ui-
uatz. per qel fiz amaire. namals
una part abgieng & ab art esser
arditz laire.
Seigner trop seria bos 1" nostro,
razonamentz. mas qan cliai la
ploegel uentz. el fregz destreing
los boissos. elamics aten ason par-
lamen zo qeil fai afaire. ben co-
nosc ecre. si desmantz liuen. qiratz
sen repaire.
Peirols si drutz engignos ben
espanz ni suffrenz. fai tant qa sa
guiza uentz. los fols agachi dels
gelos. adoncs es aders tant sos
uolers. qe no les ueiaire. liaia
tant do nor. ni tant de ricor reis.
ni empaire.
Seigner p ma fé. mais uei marai
be. qe tostemps mal traire.
Peirols p ma fé. mais uan mal
ses be. qe be ses mal traire.
la tensori den Guillem eden nar-
rimi.
139. Seigner arnaut dun iouen son
eduna beutatz doas do uas.
mas rictat ha launa p un cen. ma-
is qe lautra eualor. epart uos un
plait damor. qe la ridia uos a-
mara abautre qestiers no ia. o-
lautra tot sol ses piai, echauzetz
qal amatz mai.
En guillem en la meillor pren.
car sai qe mer plus honrat. qez
• il am mais la meitat. entolo-
sa niaiitenen. qe mO ioi 1 1 il tri-
pador. & am rics domneis sabor.
qar sai qe miels mistara. eplus
lionratz mi sera esim puese es-
fnrsar mai tàt qe lautren geta-
rai.
Seigner atrestan corren. uos
aura lautres gittat. qom uos lui.
esadobat los enan gitra uos en.
p qeu autrei p meillor. lo ab sol
un aniador. qe cella qi lini pe-
nra. qan lautres la laissara. no
sai dieus sidonma fai. qaissim
pogues tener gai.
Guillem sim fai espauen qautr-
rin tueilla sa mistat. uos nai
ieu assegurat. etotz los pretz
engalmen. no uoil domnei ses
lauzor. mon gè loian eprior.
qe ia hom pretz no uolra. dom-
na si bon pretz no ha. etuit li
pron pregon lai. on la meill-
or domila stai.
Segner adreg urtiamoli tieng
dópnei p falsatz. pos domna cor
meitadat. ni en doas partz sente"
euos fezetz gran follor. qan pre-
zes al partidor qe aren piegz
non està, parzoners qom en do-
na fa. p qe eus die qeu amarai-
cella qi enanz sols aurai.
la tensori de domna ysàbella
eden Elias cai rei.
140. Nelyas cairel del amor qieù euos
soliam auer. uoil sius platz
qem digatz louer. p qe lauetz ca-
biat aillor qe nostre chanz no
uai si coni solia. & ano uas uos
— 97
Il A\\[\ì
imin sui saluatz un dia. ni uos dar
mor Dom demandetz anc tan. qi-
eu n" fezes tol al uostre coman.
Madomneysabella ualor. ioi ep-
retz esen esaber. solatz qec ioni
mantener, esieu en dizia Iauzor.
cmon Chantal noi ditz i> drudaria.
mas p honor epron qieu naten-
dia. si con ioglars fai de dSpna
prezan. mas chascun ioni mes
anada cabian.
Nclyas cadrei amador. no nini ma-
is de aostre aoler. qi cambges
dSpna p auer. esieu en disses de-
sonor. <u nai dig tant ile be. qoin
noi creiria. mas ben podetz dobl-
ar uostra t'olia, de mi uos die qa
des uau meillnran. mas en dre-
ig uos nò ai eov ni talan.
Domneu faria gran follor. sistes
gairen nostre poder. eges ptal
noni desesper. sans tot non aie
pron ni honor. uos remantes
tals coni lagenz uos cria. & ioti
irei uezer ma bella mia. el sieu
gen cor graile ebeti istan. que
noma cor menzongier nitruà.
Nelias cairel fegnedor. resem-
blatz segon ino parer, con hom
qis feing. de dol auer. de zo dot
■ el no sent dolor, sim creziatz
boli conseil uos daria. qe torna-
ssesz estar en la badia, enous
auzei ano mais dir mon semb-
lan. mas pregar nei lo patri-
archuian.
Domneysabel en refreitor nò
estei anc mattili niser. mas uos
nauretz (') oi mais lezer. qem breu
t8ps pdretz la collor. estier mon
grat mi faitz dir uilania. & ai inè-
tit qen nò crei qel mond sia. dora-
na tant pros ni ab beutat. tan
gran coni uos auet. p qieu ihai
agut dau.
Sius plazia nelyas ieu uolria.
qem disesses qals es la uostramia
edigatz Ioni cuoi anetz doptan.
qeus en ualrai sola uà ni saseta.
Dopna uos menqerretz de graut
follia, qe p razon samistat en p-
dria. qe p paor qe lauzeugier
ini fan. pero no ans descubrir
n Min talan.
la temon den le-
mozì eden bernart del uéntadorn.
141. Bernart del uéntadorn. del clia
uos sui sai (•) uengutz assaillir
car uos uei estar en cossir. n5 pu-
esc mudar, qen nous denian qo-
us uà clamor, auetz enges. ben
par qe nous cu uenga res.
Lemozin no puesc en chantan.
respondre ni isai auenir. mos
cors ini uol de dol partir, bels am-
ics. adieu uos coman. qe mort.
ma una mala res. qanc nò mi
ualc dieus ni merces.
Bernart sane uos fes bel seni-
blan. enqeraus pot esdeuenir
nos taing qom ab amor sazir.
qan la troba de son talan. pauc
gazagna drutz dira ples. qar p
un dol na dos otres.
Lemozin mout fé grant engà.
la bella qim pogren reqir. qe
qan mi poc de si aissir. & ellain tur-
di Per via d'una rascniaturaj la prima lettera di questa parola non si legge intiera.
i_'i Lungo l'asta dell' * si scorge h<i piccolo taglio: ma noti si p»ò determinare se sìa un lapsus calami del copista
oppure voglia significare l'espansione della lettera.
Classe pi scienze .murali ecc. — Memorie — Ser. 1 ', Voi. II, l'arte la. lo
(xc)
OS
net en soam. noi hai conort qi fo-
rt nom pes. car o il es conseil n5
pres.
Bernart totz hom deu auer da.
sala cocha nò sap suffrir. qa
inors si uol souen seruir. esi zo
tenetz ad afan. tot es pdut sac
reus promes. si eront pleui-
das mil fes.
la tenzon den gui-
senet eden raembaut
142. En raembaut pron domna
daut paratge belle plazen.
araon p druclaria. dui caualli-
er. qi son dengal linatge. mas
hìs ha prctz de gra cauaillaria.
e no ha plus nul autTe faig
ualen. elautres ha totz bes en-
teiramen. mas uolpils es dig-
atz al uostre sen. del qal damb
dos deu miels esser amia.
Enguizenet mout es miels
dagradatge. al mieu semblan
a pron dòpna complia. cel qes
adregz plazen de bel estatge.
larcs ecortes esenes uilania.
a qel uos die qe ual mais p un
cen. ala dópna el es plus daui-
nen. qar no es dreigz p suini
honramen. deiom auer bona
domnen baillia.
Kii rambaut cel qes dardi! cor-
ratge met p si donz son cor es-
emhlaria. qel enmezes lauer
qar tan car gatge no pot metre
elauzom ehascun dia. Bolan
])els colps ep lafortimen.
p que dieu mei] razer ab su-
■ ors gen. lamies arditz qe cel
qi uai fugen. qe sol ableis ia-
zer nò auzaria.
Enguizenet dupnas han en usa-
tge cab gen seruir. & ab bella
paria, conqier hom mais qa
mie brau ni saluatge. nò uo-
lon ia en labir compagnia,
mas bar cortes adreig & cono-
issen p qel laccs (') taing qe na-
ia iauzimen. miels qe lard-
itz qes auols qan dizen. que
combatre nò pot hom cadadia.
En raembautz ai tan gran pode-
ratge. ha lardimenz qe ia gra
segnoratge. nò conqera nuls
liom p uolpilatge. & alixand-
ren trac p garentia. p qe ual
mais ala domne plus gen
qe ani lardit. qe cnbeitatz dar-
gen. diria hom qe len daua
talen. se lai maluas temeros
retenia.
Enguizenet lamies ses dreit
uiatge. qab largueza qel re-
is paris fazia hac elena el
trais de son estatge. qanc noi
fes colp de sespaza forbia. e-
dels amantz poirra comtar ce.
qi foron drut p atrestal couè.
pqe dòpna deu amar drut pla-
zen. qamors no uol qom rau-
be ni auzia.
En rambaut tassali lo iutiamS
naicelma qar ha fin jiretz ua-
len. edigatz qe li membre qom
gen. si fai en sems arditz ab cor-
tezia.
Enguizenet & ieu aoil eissamè.
i i' luogo ilei primo e c/« stalo prteti i sstigia.
— 99 —
IMI'
nai cclma car ha fin pres aalen.
edigatz li qe largaeza esen acn-
ill amore enoil platz ailania.
In tensori dea blancats eden pe-
ire nidal.
t43. Pi-ire ridai pos Cani ensems
tenzon'nous sia gveu sius
deman p cabal. p qal razon auctz
sen tan uenal. en maintz affars
qi nou tenori apron. & en trobar
auetz saber eseu qe qi uiu meils
en aitan long aton. meinz ha de
ben. qe si ia non fos natz.
Blancatz no tieng ges uostre
chant p bon. qar liane partis
piai tan desconiunal. qieu hai
bon sen efln naturai en totz ai-
ars p qem par beni qi son. qe
sai messa mamor emon iouen.
en la meillor & en la plus naie.
nò uoil pdre los garardos els
gratz. qar qis recreies uilas em-
aluatz.
Peire nidal ia la nostra razon.
no uoil auer ab midonz qe tan
ual. qeil uoil seruir atotz iorns
p igal. edelam piai qem fassal
guizardon. ed auos lais lo long
atendimen senes iauzir. qieu
uoil lo iauzimen. qen long atéd
ai uist p qe noni platz. maintz
iois pdutz. qanc us nò fon eob-
ratz.
Blacantz nò sui ges ieu daital fa-
izon. com uos acui damor nò cai.
gran iomada uoil far p bon ostai.
elonc seruir p recebre gran don.
nò es fis drutz qis cabia sou en.
ni bona domna nella qil cossen. nò
es amors. air/, es enianz proatz.
shoi enqerretz ede maus enlaisatz.
la tenson den bertrant de gordon
ede peire raimon.
144. Totz tos afaires esnienz. peire
raimon el senz frairins. enò
ual dos anieums. tos sabers mes
bonas genz. etengi p desconois
cenz. qi be ni honor ti fai. esap-
chas qieu nò darai p nnil mesti-
ci- qen tu sia mais, qar uengnist
4> mi sai.
Seigner flacs erecrezenz estatz
mes uostres uezins. esofrain
uos pans euins. efail uos aur
& argen. el meus mestiers es ua-
lenz. cil uostre dig son sauai. esi-
eu ia ren de uos hai. iamai en
home qi sia. amon ior nò t'ailli-
ria.
Peire mal mauondet senz qar
de tenzo uos eomis. qel uostre
mestiers es fiz. euos es bons epla-
zentz. el uostre arezamentz. es
granz. eil chantar son gai. ene-
gus ioglars nò uai qe plus tard
fezes fallia. ni plus tost fezes
bon piai.
Tant es lares eeonoissenz. qe tot
lauer de paris darias endos ma-
tis. epiai uos iois eiouentz. sei-
gner el uostre ardiinentz es gr-
antz on faitz maint assai, epl'
frane de uos nò sai. esieu ra al
di" uos auia. tot sabehon qe
mentit nai.
Veias del tafur dolentz. qes cui-
(xou)
UH)
del qeu lesqarnis. eqeil lauzes el
grazis sos maluais captenimenz.
esano li passet las dentz boa motz
anegun ioni mai. ia cella qeu am
nò bai. esim dis mal p feunia. p-
don 1" qar sen estrai.
Chaitiuez emarrimenz. es tot là
en uos assis. eqil uostre fag resis
mentau ben emielzimentz. ben pa'
con es conoiscentz. ni qius honra
qel meschai. qeus onre tant qem
despiai. & mi plus honraria. adócs
ipdria mai.
la teiUOS (le In arri
eden falconet.
145. Falconet de guillajmona. \i • ■-
ueig en amorat. ci marqes de
mon ferat fai peehat qe nò lans
(bina, qanc mais tan ben rosian
no uim pmenar putan. ni mi-
els sapeha la uia del bordel. etain
se ben la mal sana almezel.
Nolt fo nostra lanza bona, en ta-
uvel. p mon grat nò fura al des-
barar i|àt anauatz uas cremoa
mainz caualliers euilanz. anziz-
etz «le uostras mans. pero pechat
non aguest el mazel. qe t'>tz pru-
m's fugitz nostre uedel.
Falconet cel qius abeta. nò fa
fj cortes, ni la rauba del marqes. n<
us en còbra la boneta. oi mais pot
uostre roncis. anar plus leu pels
eamis. eqant seres albergat en In-
stai, lanoig siatz segurs de man-
iar mal.
Non crei qeus don nius prome-
ta taurel daqest mes. ronciner
ioglars plaides. pron sabetz de
la l'allieta, se ia de guillem ivi,
tin. trahetz ebaual ni roncin. iu
portaretz armas de mon segnai
pois donara adamdos p igal.
Losegners de tartarona. ueig
qes rneilluratz. bastis Castel efo-
sat eguerreia emet edona, era-
uba ser ematis las estradas els
camis. & apmes al fol de galli-'
an. lo palafre del prumer m'-
cadan.
L'è qien deigna. guillelmona.
taurel psenat. teingl marqes
de mon ferat. ben li taing por-
tar corona, qaissi trais sa guer-
ra sin. cmn fetz rainaltz esengri
qab fianza destruis passiian.
ma miels conquis lempaire
milan.
la ten&os den symoa
eden Iacnie grill.
146. Segnen lacme grils eus de-
man. ear aos ueg lare e ben
estan. eqar p rie pretz sobeiran
ep saber es mentaubutz qe ni<-
digatz p qes pdutz. solata ( dó-
neis mal uolgutz.
Cobeitatz qes uenguda uan
nos ha tot bastit a qest '1.
en symon qc las dòpnas bau.
amor edomnei gen tengutz.
mas p les cobes recrezutz. rics
drutz bes es abatutz.
Segnen iaeme mout es sennatz
eprimamen uos razonatz. mas
qar dizetz qe cobeitatz naiz"
mogut. uos aug faillir. qar to-
si con son ni mieu albir. aii.it
oplus ii"l deuetz dir.
lo]
(xeni)
la tensori den mie dela becek-
alaria. eden Gaueelm faidils.
147. Nuc'de la bachalaria. conseill-
atz mal nostre sen. raa dópna
ani finamen. qe ditz qe no ma-
maria, qamic a don nos partr-
ia. si nò p aitai couen. qe lui
ames apiezen. eqil iagues seg°-
ria. emi cola detamen. esj aissi-
men iauziria.
Gaucelm faidit ses fadia. uos
'Ina conseil auinen. qe premiai/
zo qieus consen. eplus sius có-
sentia. cab suffrir uenz hom tot
dia. en so maint paubre mane.
pueis nos fadia qi pren. qieii
die qe tota es mia qan damor
mi fai paruen. esieu ren als
enuezia. fols sui si lo conois-
sia.
Nugo senes drudaria. esenz
penre iauzinien. uueil mais
estar p un cen. qieu ia suffris
tal foillia. qaurre drut teincha
en bailia. leis qieu am plus fi-
narnen. del marit no cames
gen. gardatz seu dautrui sabia.
qan seria eu en ten. qeu moris
de gelozia. epegiers mais nò
cug sia.
Gaucelin qi donmauria. belle
ecortez eplazen. arescos tot sé
talen. be uol morir qin moria
qeu die qe mi] tanz ualria. qe
qi no agues nien. en aizo non
a conten. qe sieu aitam be na-
uia. qa rescos la mes souen.
tant de plazer li faria. quel
sobre plus conqerria.
Nugo ges cu ii Ci creiria. qeil pla-
zer fossen plazen. anz auria es-
pauen. si tot al drut la follia, o-
en aissi remania, qal qen fos al
eor suifren. qatretal galiamen.
fezes p sa leuiaria. uesmi p qieu
lini defen. sols maura esals ni-
tri»., leis lais csa compaignia.
Gauselin faiditz pane cnbria.
drutz qaissi leugieiramen. si pa-
rt de si donz breumen. enó esges
cortesia, sabetz qeus cu lauzaria.
qe lamasses eissamen con il uos
iugan rizen. & aguesses autra
amia, don ehantasses leialmé.
cleis tencsses tota uia. aissi co
elaus tenria.
Xugo apaue n5 cossen. qe dre-
igz erazos seria, efaza lo iut-
zamen auentador na maria,
on es pretz ecortesia.
Gaucelin leis tene pualen el-
au qal sieu conseil sia. mas el
aia eissamen lo dalfin qe sap
la uia elobra de cortesia.
la temo dena Guill'ma eden
lanfranc cigalla.
148. Na guillelma maint caualliei
arratge. anan denueig pmal
teps qe fazia. si plagnian dal-
berc en lur lengatge. auziron
dui bar qc p drudaria. sen ama-
uan uas lur dópnas nu len. lus
sen tornet p seruir sella gen. la-
utres nanet uas sa dópna cor-
reli, qals da qels dos fes miels
zo qeil taignia.
102
Avnics lafranc miels cumplic son
uiatge. al mieu semblan cel qi tee
uas samia, elautre fes ben mas
son fin corratge. non poc tambe
saber si donz atria. con cil qel nic
denant sos oils pren. qa temlul
la sos caualiers couen. qeu ps
truep mais qi zo qe ditz aten. q
qi en als son corrage cambia.
Domila sius plas tot qan fes da-
gradatge. lo caualiers qe p saga-
illardia gardals autres de mort.
ede dampnage. cil mone damor
qar ges de cortezia. no ha nuls
hom si damor noil deseu. p qel
si donz deu grazir p un cen. qar
desliuret p samor de turmen. tiì
cauallier. qe se uista lauia.
Lafranc iamais non razones ìnu-
zatge tari gran cofes aqel qe tee
sa uia. qe sapchatz be mout if-
es grant ultratge. pueis
bel seruirs tan de cor li moiiia.
car nò seruic si donz primeiramS.
& agran grat de leis eiauzimen.
jmeis p samor pogra seruir s<--
uen. emainz bos luecs qc faillir
noil podia.
Domna p don uos qier sieu die
folatge. quoi mais uei zo qe de
donnas crezia. qe nos uos platz
qautre pelegrinatge. fassan li
drut mas ues no^ tota uia. pò
cauals coni uol qi baurt gerì, deu
liom menar ab mesureab sen.
mas car lo drutz eoe hatz tan ina-
lameli, lur faill podere don uos
sobra feunia.
Lafranc eu die qe son maluatz usa-
tge. degra laissar en aqel meteis
dia. le caualliers qe domna de par-
ratge. bella epros deu auer en ba-
lilla, qen son alberc seruis hom
largameli, ia el noi fos mas chas-
cuns razon pren. qar sai q ha
tan de recrezemen. qal maior ops
poders li failliria.
Domna poder ai eu & ardimeli,
no contra uos qeus uenzes en
iazen. p qeu sui fols car ab uos
pris conten. mas uencut uoil
qe maiatz con qe sia.
Lafranc ai tan uos autrei eus
consen. qe tant mi sen de cor illu-
dimeli, cab aitai gien con dona
si defen. mi defendrial plus ar-
dit qe sia.
la tensori dalberl
eden aimeric.
149. Amics albert tenzos seueo.
fan assatz tuit li trobador.
epartisson razon damor. edals
qan lur platz eissamen. mas
ieu fas zo qanc hom no fez. té-
zon daizo qi ies no es. qa razO
proni respondrias. mas ame
uueil respondatz. & er la tenzos
de non re.
Naimeric pueis del dreg nien.
mi uoletz far respondedor. nò un-
ii autre razonador. mas mi me-
teus mon eiscien. ben par qara-
zon respondetz. qi respon zo qc
res non es. uns nienz es dau-
tre compratz p qal nien don
mapellatz. respondrai cora eala-
raime.
— 103 -
(xcv)
Albert ges calan nò enten. qel
respondres aia ualor. ni mutz nò
respon a seignor. emutz no ditz
u'tat ni men. sa des eallatz con
respondres. iai parlei qeus ai
escomes. nient anom doncs sii
noraatz. parleres malgrat qe
naiatz. onoi respondretz mal
ni be.
Naimeric nuil essernimen no-
us aug dir anz parlatz error
efolia deu hom afolor respon-
drc esaber asen. eu respon eno
sai qe ses. consel qen cisterna
ses mes. qe mira ses oils esa
fatz. esel sona sera Bonatz. de
si meteus cals no iue.
Albert cel sui eu ueramen. qi
son emira sa color. & aug la u /.
del sonador. pueis eu uos sui
primeiramen el resonz es niéz
som penz. doncs es uos enoue
enoi ges. nienz saissi respond-
ratz. esi p tal uos razonatz. In-
es fols qi de ren uos ere.
Naimeric dentrecimanien sa-
betz efai uos boni lauzor. si
nous enten don li pluzor. ni
uos mezeus zo es paruen.
& es uos ental razon mes don
ieu issirai mal qeus pes. euos
remanretz essaratz esi tot mi
matraceiatz. ieu uos respon
mas nous die q.
Albert zo qeu uos die uers es
doncs die eu qei coue no res.
qar sun flum dun pont fort
gardatz lueil uos diran qa des
anatz elaiga cali cor si rete.
Naimeric no es mais ni bes. ai-
zii de qeus es entro mes. qatre-
stam petit petit issegatz. col mo-
linz qa roda de latz. qes mou tot
ioni eno uai re.
latenzoa de
Ros/n. eile domaci. H.
150. Rotili digatz mades de cors
qals fes miels car es conois-
senz. una domila coinde ualenz.
a qi cu sai dos amadors. euol qus
qeigz iur epliua. enanz qels
uoillabse colgar. qe plus mas
tener ebaizar. noil faran eluns
Sabrina, el fag qe sagrameli no-
il tcn. lautres no lauza
far p re.
Domna daitant sobret folors.
eel qe son des obedienz. uas si
donz qe nò es pa'uenz. qamanz
pueis lo destrieng amorz dei ab-
uoltintat forciua. p qieu die qe se-
nes cobrar. (leu pdre la ioiauc-
tiua. de si donz cel qe frais sa fé,
e- lautres deu trobar merce.
A ti n amie no tol paors rofln de
penre iauzimenz. qel desirs el
sobre talenz. Lo destreing tan q
p clamors. de si donz nominati-
uà. nos pot suffrir ni capdelar,
cab iazer eremirar. lamors co-
rals recaliua. tan fort qe nò
autz ni no uè. ni conois cant l'ai
mal obe.
Domna be mi par granz erro-
rs. damic pueis ama coralméz.
qe nuls gaugz li sia plazenz.
(Xl vii
104 —
qa sa donna no si honors. qar nos
deu esser eschiua pena p sa dorxma
onrar. nil deuers (*) p dreg agradar.
sa leis no es agradiua. edrutz can
aissi nos eapte. deu pdre sa dorana
esse.
Rofln dels crois enuazidors. auniz
eflacs erecrezenz. sapehatz qe i'<>n
launitz dolenz. qe ses pdet en mieg
del cors. mas larditz "il pretz sa
uiua saup gen sa ualor enanzar.
can pretz tot zo qe il fon plus
car. niens qeil fon lamors aiziua.
edomna qaital drat mescre. mal
creira col qi se recre.
li'.mua sapehatz que granz ual-
ors fon del amie echauzimenz.
qel fes ganlar de faillimen. espant
cesi donz socors. ecel fes foudat na-
diua. qe sa dona auzet forzar, eq
il mante sap pane damar, qamàz
pueis sinamors uiua. lo destre-
ing ten sa dona eere. de tot qant
ditz qaissi coue.
Oimais conosc ben qoisi uà. ro-
fln pueis qeus aug encolpar.
lo fin el caitiu razonar. qe eissa-
inrn obra eaitiua. fariatz emidSz
de se. nagnexina diga qen tre.
!>.■ mi no cai qieu lo pliua. qel ueren
podetz ben triar. domna sius platz
emout inescar, qe mi donz on pretz
sauiua. naignexina demant ab
se. na cobeitoza de tot bc.
.sane ab bona dona iac. p samor
uos donù poudrel.
Esi lous don enbraierac. nelyas
pbost lo estac. edonc uos selle
panel, esi uos mena pescar en
lac. grieu meteres gost el da-
nesi
Iamais no seretz bos siruentz.
en claustra p portar prezenz.
qaustres cuellas em seni uos. qe
selo brous era boillenz. tost nauri-
atz chautz los talos.
Iamais nò bordretz ab coutels ta
gien con sol far condarels. nitra-
gietz. no uos er bels ni bos. ni i.
nò eompretz dels anels. sen clia-
scuu det no metest dos.
(irieu sabretz cuzir (2) ni taillar. spa-
za furbir ni fren damar, ni no
es bos amonediers. ni uous pc-
ires adreig segnar, ni manz
ioinz uenir al mostiers.
Maior pam- ha de pouzar. qe den-
graillar cel qi uos fier. eqius réd
cncap uostre par. nò tengatz la-
atre p entier.
lo fils deu bertran del boni.
151. Pos sai es uengutz cardaillac.
ilun nouel siruentes uos
pac. qe portes nelian rudel. qe
ili .Ve/ nttl. sttll'w c'è I' abbreviatura tlell't.
• /. prima letta ■■ parola non si leso ' ''" corr°sa '""
105 -
APPENDICE I.
FoLCHETTO "8.
galiador. girami, ballozi (sic), onero, gaba-
dor, prò gabatori.
uiatz. uediate. alias, uolte.
nei 11 ar. uegliar.
il arme a. dormen.
astiers. adesso.
s incen. cinquecento.
e n t r e. fra.
u L'in, uengono.
afreulir. debile fari,
ero i. lasso, stanco.
ni arr ir. corrocciare.
"gan. raggiata (?)
fai ne sci semblar. fa parer pazzo.
se deuer. senza deuer.
mot. niente,
ia d'hora in la-
ne is. ne manco si.
esglais. pauor subitus.
esmais, attonimento, stupore.
manteubus. prò mantegus. mantenuta.
essais. assaggio.
de bon cor uos aire, di buon cuor ai
fuggo-
no s a dire, n'è a dire, deuoi.
truan. infingardo.
guare . . . . riterara.
che uem d'esmai. d'un erstudire (sic).
e s m e z. . . . uerso tutto.
astietenere. intratenere.
del dreg nicn. del puro niente.
* calali, calami".
esca mi in e n. scherni un ni
dentrecimamen. di trastullo, trattenimento
i s sirai, uscii''.
essaratz. serrati'.
atraciare. puntare, motteggiare.
1 u i 1. l'occhii.
issegatz. segati
a b ri il a. s'affretta.
pi ina. periura.
capdelar. captiuare.
recaliua. reaccensi uà .
e se he uà. schiua.
e n u a z i d o r s. inuaditorc.
-|- ai zi uà. facile.
ni e sere, non crede.
p a e. pasco.
pò u del. poliedro.
se 11' è pauel. sella et ualdrappa.
estac. è stato.
-f- gi'st. giusto
-)- el clauest. il capesti'".
siruentz. semidore.
claustra. claustro.
-\- austres cuellas. altra èscutella.
b r o u s. brodo.
los talos. li piedi.
-\- bnrdretz. bordarete, farete ricamo.
-f- amone diers. monastiero.
segnar, segnar con la lancetta.
mostiers. monetario (sic) (')•
-|- pouzar. riposare.
(1) Prima pare t'osse state dritto : monastiero.
Classe m scienze morali ecc. — Memorie — Sei'. 1". Voi. LI. Parte la.
14
— lui; —
-\- engraillar. brauare,
brodaria. ricamo,
b rodor. ricamatore.
condarels. coltellaio.
causigal pe. premere pedem.
lauzeniador. losengadore.
enuiatz. inuidiato.
in ti amen, iudicio.
iutiar. iudicare.
p a r a t g e. pompa,
estiers. nudius tertius.
e o u e n. conuento di donne,
gradatge. di cuore spontaneo,
conchiaria, sconcacare.
e o n i n e n. bello.
ferrali, di colore di castagna.
desman.
mesclagna. mescolanza.
pendii tz. appicato.
scremi r. sciernir (?)'.
seguratz. assicurato.
in anenti a. garontìa.
a is del tron. uis de. st . . .
q u uni zon. come Bono.
essait. assaggio.
n icais. stupido, ruzzo.
empais. è mi pasce.
de s e us ir. descusare.
d e scarni r. smagrire .
taizesses. tacessi.
ni u d a r. mutare.
e al om. curaro (?).
delitz. delegiato.
g i e. oi/'cRè yqv.
giq u it. eseguito.
1 e ui a r i a. leggerezza.
trassaillis. transil. . . to
sais. assagio.
e si ai s. esglais, scandalo, paura.
i a i s.
adestro s. infelicemente.
b r oi 1. bolla.
persos. per li suoi commandamenti.
partit ioes. ioco partito,
zauzedor. electore.
uenchia. uencesse.
rauzan. mutando,
noialezer. et non ui ha otio.
a qui meteus toni à sen. à chi mede-
simo torna bene,
abrassan. abracciando.
poissas. poi.
enabant. limanti.
+ 4
5.
+ 8
+
+
aizinatz. acconciato accommodato (').
uiuatz. uiuanda.
desnantz. d' i danzi.
s'aguiza. vel sua foggia.
plait. lite.
qestiers non ia..[non me sarebbe già
bisogno.
tripador. ingannador che vende trippe.
lautren getarai. V altro ne getterò
fuori.
la'utres gittat. l' nitro è gittata.
lui. egli.
esadobat. e acconcio.
repaire. pigli vendetta, se n ■ repar... (*)
3a persona —
aders. elenato (3).
anarai. hauerò (4).
monge loian e prior. monaco vi ha e
li ci or (5).
falsai falm [> i
parzoners. che da ogni persona
s o 1 a t q e r. solasso guero, spasso.
patriarchiuian. patriarcha oi ha
refreitor. rc.fr attor.
ìompare l'altra mano [quella del discepolo?] V. Prefaz.). Iu la distinguo dalla prima per mezzo dei
corsivi.
(2) Il resto della parola è nascosto nella piega della cucitura.
(3) L'altra mano aveva scritto: adesso, ma non l'assicuro, parole che, e illati con in tratto di io ira le
due; aderì e elenato. Sicché chi scrisse queste ultime dovè tirare il tratto di penna sulla prima interpretazione.
(4) La seconda mano aveva critto: creilo pr aar ■ parole, come sopra, cancellate con un tratto di penna
I .i ai di sopra, ueir interlinea, si legge: sonno delti frati che non vorrebbono donna ne (?) ricc... Il resto e andato
perduto nulla piega della cucitura.
- m; -
lezer. olio.
sasel a n assentando.
-\- sazir. s'adira (M- salir, non me ricordo
bene così l'interpretasse.
-|- aissir. così (-) vel issir, certo issir.
-\- tornei- en so am. pigliarsi sollicitudine
6 cura, soan per rumini, cura.
car •• il es conseil non pres.
.•..di a. fretta, a letto et alhora se prò-
1 ìse coda.
si ero ni pleuidas in il fes.
11 0 Ipils. vile.
,r ,1 g ra da 1 gè. d'agradimento, di piacer.
gatge. arra, rei stipendio.
+
+
Rolan. (iridi,. io
pels colps >-\ per Laforl Linen. per
gli ruìir < ! per In forsa et peso d\
1 d z e v. iazer (3).
anzaria. ardirei eri ardirebbe, osarei.
labit. kabitto, non Va/fermo (>) vestito
extcrmrr legiadro.
bar. che rimi dir barone (•"■).
auols. roiiìi ■uno che volpis.
uolpilatge. truanderia dirobbo altri-
mente, ni (6)
e ob e it atz. desiderato, desideri".
spaza forbia. spada forbita.
e ouen. conuento. conuiene (7). conueniente.
,1) Questa parola è sovrapposta alla prima interpretazione data dall'altro, la quale è cancellata con mi tratto di penna.
e diceva: assentarsi.
[2) Questa parola e cancellata con un tratto di penna.
(3) L'altra mano aveva scritta una parola diversa, che non si decifra, pel tratto di penna che vi corre su.
,11 Queste due parole son cancellate con un tratto di penna, e quelle che seguono sono scritte con altro inchiostro.
(5) Questa interpretazione si legge al disopra d'un' altra che la stessa mano aveva scritta prima e che è cancellata. I.a
n ì 1 interpretazione è scritta con altro inchiostro, come sopra.
(6 11 resto'é nascosto nella piega della cucitura.
(7) Ambedue queste prime interpretazioni sono cancellate eolla penna.
108 -
APPENDICE IL
— Aisi con Parbres quo per sobre cargar. 8. Amerio pugili. 60.
— Amors jnon uida em semon. 13. Deude de Pradas.
- Autrcsi con parseuaus el temps qel uiuia. 17. Richard, et. Berbesill.
- Atresi com lo leos qez es tam fers etan gais. 17. Ricard Berbezill. 63.
— Atresi con lolifant qo tan chai no poc leuar. 18. Richard de Bebresil.
— Aram requier sa costume son us. 26. Rambal de Vaqueras. 65.
— Aissi con col ca estat senz seignor. 27. le monge de montandoli. 91.
— Aben chantar couen amars. 28. Girald. 1.
+ Ano enemics qi eu agues. 29. Nuc de Sant circ. ex coniectura (').
-- Aisi con la chandeilla. 39. Piere Raiinon de Tolosa. 114.
- Aisi con cel cania e non es amat. 11. Cadenet. 95.
— Ara sabrai se ges de cortesia. 42. Arn. Daniel. 90. vcl Girale!. Loros ('-).
— Ara non nei luzir solei. 44. Ventador. 26.
— Ano uas amor non poc res contradire. 52. Arnaut de mereuill. 83.
-f- Arondeta de ton chantar maer. 59. Polchetto. eertissima (3).
— Aram conseillat seignor. 62. Ventador. 32.
— Astruc es cel cui amor teli ioios. 69. Pons Capduoil.
— Aisi con es gcnser pascer. 73. Raiinon de Miraual. 72.
B
Ben aia amor car anc me fez chausir. 13. Deude de Prades. 104.
Bona dona duna ren qeus deman. 16. Bertran. del. Poiet.
Baroli ihesus qen crux fo mes. 40. Peire Vidal. 29.
Bona dompna un conseil uos deman. 47. Pistoleta.
Ben farà canzos plus souen. 55. Givi. Duxell. 127.
Ben man perdut laiuer uentador. 61. Ventador. 32.
Ben magrada la couinenz saisos. 65. Vidal. [131 (4).
Ben sai qe per sobre ualer. 71. Pons de Capoduill. certissima.
Bes inens d'amor per qeu damar mi lais. 51 (').
(1) Colla croce l'Orsini indica evidentemente l'incertezza dell'attribuzione.
0) Il eod. 3205 a f. 90b l'attribuisce ad Arnaldo Daniello.
(3) L'Orsini dovè essere in sullo prime incerto di tale attribuzione, e pose perfidia croce; più tardi trovò la via di accer-
tarsene, e aggiunse: certissima, dimenticando di cancellar la croce
(4) Chiudo tra parentesi questo numero, perchè ho tirato a indovinare, avendo l'inchiostro corrosa affatto la cut..
(5) A l'i" a questo e al in- lente verso era stata messa prima la crocetta, clic ora si vede ,ui.,ibt,
-4- Cani et depori ioi domnei e soìatz. 10. Gauselin Faid. nel grande.
— Coindas razos e nouellas plazenz. 11. Nuc Brunens. 134.
('un hom es en autrui poder. 45. Vidal. 38.
— Cant ai sufert longamen grant affini. 48. Vidal. 47.
— Cant uei la lauzeta mouer. CO. Ventadov. 27.
— Conhert ara sai eu be. 61. Ventador. 17.
— Cant herbe uert e foila par. 62. Ventadov. 29.
— Cant l'autra dousa uenca (sic) deruer nostre pais. 60. Ventador. 33.
+ Can uei la fior sobrel sambuc. 72. Folchet. certissima.
: Celeis cui ani decor e de saber. 68. Inerita, media inter Gauselin Faidit. et Pons Capduill.
D
Des en bon uers non pose faillir. 13. Pere Roger. 130.
Daizo don hom a longuainen. 50. Amerio Piguillan. 11.
Den segnamen el prezz e la ualor. 51. Arnaut de Miraueil. 83.
Dompna de uos sui mesagier. 69. Sandesder. 76.
De tot chaitius sui ieu aicel qi plus. 70. Pons de Capduil. 99.
E
En greu pantais ma tengut longament. 9. Aimeric de Pugillan. 58.
En aisim pren com fai al pescador. 15. Guliel. Magrem (sic) 137.
Er sespan la flors enuersa. 31. Rambald Daurenga.
En abril quant uei uerdiar. 66. Peire Bremon.
En eonsirers et esmai. 47. Ventador. 30.
-4- Fonca nuls hom pordura departea. 54.
G
liivu fera nuls hom faillenza. 33. Folchet. 19.
Ges de ehantar non pren talen. 64. Ventador. 29.
-f- Iauseli faidit eu uos deman. 10. tenzone.
— Ies de ehantar nom fail cor ni raison. 24. Gui Duxel.
— no —
l,i ii, ii oug hom qem camge mas chansos. 58. P (')•
la non cuidei tiezer camor mi destrenges. 7:!. Rambald de Vacheras. 69.
Leials amics cui amor ten ioios. 23. Pons de Cap. 100. t-ì-
Lo mal damor ai en ben tot apris. 23. Perdigon. 36.
Lo temps aqneu non chant mais. 27. media inter Girai de Borneil et lo Monge de Montaudon I i
Lo gens temps de pascor. 37. Vidal. 36.
Lo gens cors onrat. 38. Gauselin faidit. 49.
Luiamen matreballet e malmes. 53. Amene de Pug. GÌ (4).
Lem plat e mes ien. damic qui noi saten. 68. Gauselin Faidit. 17.
31
Manta gent mi mal raisona. 32. Pirol. 109.
Muli i fet gran pecat amore. 33. Polchett. 19.
Meraueill mei com pò imi hom chantar. 72. Folchett. in magno.
Mi donz sap far de ioi parer pesanza. 12. media inter Deudc de Pradas et Ventador ('')■
Mnlt acroisset amoros acoitandre. 55.
N
4- Nuls hom non sap que ses gauz ni dolor. '9. Aimeric de Pugili, certissima.
— Nuls hom non sap damic tro la perdut. 39. Nuc. de. Santa Care.
— Non pot esser suffert ni atendut. 45. Gulielm Ademars.
— Non pose a dompna leu chanzon faire. 57. Per Ramont de Tolosa. 114.
— Non cugei mais ses comiat far chanzon. 70. Deude de Prades. 103.
Na biatrix del oilz et del cor uos rnir. 10 (6).
0
-4- Per tin amor ses enian. 26. media inter Gui Duxell et Rambald de Vacherà
+ Per dan qidamor maueigna non laserai. 35. Pirol. 109.
-4- Per gran franchisa me conuien chantar. 42. media inter Cadenet et Girald. Loros,
il) Il resto è nascosto nella piega della cucitura.
(2) L'ultima cifra non si legge intera perchè nascosta nella cucitura.
(3] Su quale autorità fonda lo sue congetture? ACDFlKMNQRV.i,, attribuiscono concordemente ouesta poesia a Bernard
ile Ventatlorn.
(4) La seconda cifra è quasi tutta serrata nella cucitura.
(5) Donde trae le sue congetture? È attribuita a Ugo Rruneng in tutti i codici.
(G) Sulle prime cinque panili' .li questo Terso è stato tirato un tratto di penna; certamente, perei JO non è in realtà
il princìpio d'un componimento.
Qiunt ì'amors trobet parti. 34. Pirol. 121.
Ili
Q
R
Si bom partez mala dorapna eie uos. 25. Gui .... (').
Seu fos encort on om tengnes dritura. 37. Vidal (2).
Si tot mi soi a tart apercebut. 50. Polchett. 22.
Si con li peis an en laiga lor uida. 51. Ricard. Berb. 03.
Sim destrignis dumpna uos e amors. 52. Amai, de Miraual. 82.
Se tot los gaug els bes. 71. Pons C'apduill. 99.
Si ben sui loing e entre gent estrainga. 46. Pirol d'Aluerna. 107.
Tot mi cuidei de ehansos far soffrir. 11. Gauseli Faidit ... (3).
Tres enemics e dos mal seignor ai. 29. Nuc. de. S. Care.
• Tot Jan mi ten amor daital saison. 36. media inter Viscont. de S. Anton, et Pere Vidal.
Tot bom caiso blasma qe dea lauzar. 49. Amerio Puigillan. 41.
Tan mabellis lamoros pensameli. 56 Folcii. 21.
Trop ai estat qe bon esper non ni. 58. Perdigon. 64.
Tant ai loniamen cercai 65. Vidal. 43.
■ Tuit cil qi anion ualor. 67. Gauselin. Faidit. 52.
- Tot hom che ben comenza ben finis. 56.
- Ves uos soplei dompna primeramen. 35. lo vesc. de S. Ant. 64, nel Gui Duxel {*).
• Un uolers oltre cuiat ses en mon cor aers. 59. Folchet.
Ulva
(1) Non e possibile legger altro, perchè l'inchiostro ha corrosa per lungo tratto la carta. Ma probabilissimamente segun
Duxel. 13S, perchè quella poesia si legge in 3205 a f. 138», sotto il nome di Gui Duxel.
(2) Anche qui l'inchiostro ha rosa la carta e reso illeggibile il numero di due cifro che era senza dubbio 37. leggendosi
quel componimento a f. 3V> del 3205.
(3) Il numero di due cifre non si legge più, perchè è consumato l'orlo del foglio. Doveva essere 52. perchè la canzone -i
legge in 3205 a f. 52a.
(4) Le Vescons de san toltoli» Efjui duxel è la rubrica che nel 3205, a f. 64b, precede questo componimento.
_ -
RELAZIONE
Socio Guidi, relatore. - .retti, nella
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Punton;
Sopra alcune recensioni dello Stephanites kai Ichnelates.
Memoria di VITTORIO PUNTONI.
M MAS I 0
- pò deBe presenti ricerche e n<: i adoperati, Varie recensioni dello Stephar,:-
!.'. V. A. U. P. •>. L*. V*. L. B. -§2. rali. — § 3. Divistone •:
| 4. ] - te racconciai
estranei e insanie olar modo su testi arabi ? — § 5. I prolegomeni
rali da adoperarsi nelle ricerche sul testo detto Stephaait
: primi VII capitoli del libro: I I lato, Il grappo L«. V' è da diri
',. L*. V-. L. B. — g 9. Il grappo A. U. 'la G. L«. V«. !.. B. — § 10. Il
distingue da L. B. — g 11. Schema lenti ricci
', grappo L'. V. - § 13. Esame del grappo A. U. P. - g 14. U si
A. P. — g lo. Esame particolare 'li A. <li U. di P. — § 16. L e B hanno più attinenza con L-. V.
che n - g 17. E roppo I.-. V*. G. - ; eiak del ■.
r_ B ! mto. — g _ interpolato dei primi VII capitoli. — § 21. Gli ultimi
Vili capitoli del libr " n interpolato. — g 2
santo . 'la dichiarativa dell delle vari
| 25. y I 26. ]
paragonate tra loro. — g 27. Li d
noi colla versione di Simeone - - - ne.
§ 1.
animo di ritessere la storia delle molteplici vicende, alle quali ai
origini indiane fino alle sue più
recen-: i occidentali; prima, perchè qo ia. alm 'ratti più
già nota, e basti qui richiamare alla memoria i lavori d< D -
del B ndo luogo, perchè negli studiosi, i quali avranno un qui
■ ces et Extraits de lo. Biblioth. du Jtoi,
tuie Calil'
• . — Th. 1; Thefl.Einl I
■li Max MuelPr -
e m R ■ rad. frane, par ■ "
mbridge 1885, XIII. eeg. - Prima di
della sorte di queste favole E. F. p:
.. Berlin 1811.
— 1U —
interesse a seguirmi nelle presenti ricerche, è presupponibile una più che superficiale
cognizione di tutto questo importante ramo di studi sulla novellistica. È superfluo
parimente il dichiarare, per parte mia. quali ragioni d' indole generale m' abbiano
indotto a intraprendere un lavoro su una questione così intricata, qual' è quella che
sono per trattare, sulle diverse forme assunte dallo Stephanites hai Icknelates,
sulla loro derivazione, sui loro vicendevoli rapporti ; giacché è troppo ben riconosciuta
universalmente l'importanza di siffatti studi, esercitati, è vero, con ardua e paziente
fatica, ma non senza interessanti risultati, su questi che potrebbero chiamarsi i più
splendidi prodotti della letteratura popolare. Occorre piuttosto che io dichiari quale
speciale importanza annetta a imo studio particolare sulle recensioni dello Stephanites.
È noto come lo scopo, forse precipuo, che si propongono i ricercatori intorno alle
vicende subite dal Libro di Calila e Divina, sia la ricostruzione di queir antico
testo indiano, ora perduto, che secondo una moderna congettura (!) avrebbe portato
il nome di Nrpanitigàstram (Libro della condotta dei Re), rappresentatoci attual-
mente, da una parte e pei soli primi cinque capitoli, dal Panciatantra ; dall' altra,
e più completamente, dalla versione araba e dalla più antica versione siriaca (2), unici
rappresentanti di un testo pehlevico disgraziatamente perduto. Dal confronto dell'arabo
e del siriaco da una parte, coli' indiano dall' altra (e non solo coll'indiano del Pan-
ciatantra, ma anche di un grande numero di novelle appartenute originariamente al
così detto Nrpanitigàstram, poscia rimaste disperse in altri scritti e specialmente
nelle varie opere della letteratura buddistica) (3) , da questo confronto, dico, non sarebbe
molto difficile arguire, quale press' a poco fosse l'insieme dell'antico originale indiano
che si vuol ricercare. Ma poiché la versione araba condotta da ' Abdallah ben Almoqaffa1
sul pehlevico è nella sua antica forma disgraziatamente perduta, e a rappresentarla
stanno così le recensioni arabe da essa derivate (4), come le traduzioni di essa in
altre lingue, è agevole il capire, quale speciale importanza abbia (insieme alle altre
versioni (5) e precipuamente a quella ebraica di Joel (6) supplita dal Direetorium
humanae vitae) (7) la versione greca che nell'anno circa 1080 d. C. compì Simeone
Maestro Antiocheno figlio di Seth (8), e che è appunto conosciuta sotto il nome di
(') Benfey, Vorretle XV ff.
(2) Di questa importante versione siriaca, acoperta, com'è noto, dal sig. Socin a Mardìn, vedi
la bella edizione curata dalBickell, Lpz. 1876. Va distinta dall'altra versione siriaca condotta sul testo
arabo e pubblicata recentemente dal Wright, Oxford-London 1884, il quale ne aveva già dato un
saggio negli atti della Royal As. Soc. of. G. Britain a. Ireland, VII nuova serie parte II: A specimen
of a Syriae translation of the Kalilah wa Dimnah.
(3) Benfey, I, 19 ff.
(4) Oltre al De Sacy v. Studi sul testo arabo del libro di Calila e Dimna per Ign. Guidi,
Roma 1873.
(5) De Sacy, Mi-m. hist. p. 37 sgg.
(6) Pubbl. dal Dercnbourg, Parigi 1881. Di essa ava già dato notizia e qualche estratto il
De Sacy NE IX, 1,397 sgg. — Sulla trad. ebraica di Jakob ben Elasar v. M. Steinsehneider in
Zeitschr. der deutsch. Morg. Gesellscli. XXVII. 4 (1873) s. 553 ff.
(7) Bieeetoriirr,! etc. ed. V. Puntoni. Pisis MDCCCLXXXTV.
(«) V. L. Allatti de Symeonum scriptàs diatriba, Parisiis MDCLXTv", p. 181-185. — P. 184: « Legì
eiusdem, habeoque penes me narrationem Tndicam Tà xarà Sreq>aviti]v xal 'iXr,;>MT>tv ». 11 nome
dell'opera sarebbe stato, secondo questo cod., Gybile et Dinne.
— 115 —
2xs<pavkì]q xkì 'l%vrjXaxrfi. Della quale se possedessimo proprio l'originale quale uscì
dalla penna di Simeone, nessun problema avrebbe potuto sollevarsi intorno ad essa :
che, salvo qualche lieve divergenza dall'arabo introdotta per opera del traduttore greco,
nel resto siffatta traduzione greca potrebbe ritenersi equivalente ad una recensione
araba probabilmente perduta. Ma del greco è successo quello stesso che dell' arabo :
La versione di Simeone, come quella di 'Abdallah ben Almoqaffa-. si è scissa in un
discreto numero di recensioni lima diversa dall'altra, e noi non siamo autorizzati a
battezzar l'ima piuttosto che l'altra per l'opera del traduttore antiocheno. Posta in
questi termini, la questione riesce molto seria, ma non del tutto impossibile a risolversi :
e tenuto conto delle varie recensioni arabe che ci è dato conoscere, confrontate tea
di loro le varie recensioni del testo greco, e queste con quelle, dopo una paziente e
minuta ricerca condotta periodo per periodo su tutto quanto il corso dell'opera, credo
di esser riuscito a stabilirne un testo, che se non è del tutto, come vedremo* quello
di Simeone, pur gli si avvicina più di quello che non facciano tutte le recensioni
attualmente esistenti, che io fin qui ho potuto consultare. L' importanza dunque prin-
cipale di questi speciali studi sullo Stephanites consiste nel poter riacquistare, attra-
verso le varie recensioni di questo libro, una recensione prototipo più vicina che non
tutte le altre all'opera di Simeone di Seth, e che alla sua volta ci rappresenta una
recensione araba probabilmente perduta (contingente prezioso per poter poi studiare
proficuamente la questione nel campo dell'arabo) : senza contare il particolare interesse
die ci offre il vedere per quali vicende il libro sia passato nel suo trasformarsi successivo,
e per quali ragioni abbia subito siffatte vicende.
Ognuno capisce che per condurre a termine siffatto studio io non poteva conten-
tarmi dei materiali sin qui conosciuti, e che i miei sussidi io li dovea ricavare per
la maggior parte da codici inediti o tuttora poco esplorati. Il libro dello Stephanites
fu, com'è noto, pubblicato per la prima volta da S. Gottofr. Stark a Berlino nel 1697,
secondo la recensione contenuta in un codice amburghese (') ; e, da questa prima edizione,
poscia riprodotto ad Atene nel 1851 dal Typaldos a complemento della incompleta
traduzione del Hitopadeca fatta dal Galanos (-'). Alla mancanza dei prolegomeni, che
si verificava in questa prima edizione, supplì nel 1780 P. P. Aurivillius, il quale
li pubblicò tutti e tre per la prima volta ad Upsala, estraendoli da una recensione
contenuta in un codice Upsalense, dalla quale attinse anche varianti pel testo sopra
la edizione dello Stark (:!). Ma siffatte varianti, se tutte sono state prese in conside-
razione dall' Aurivillius, ci mostrano chiaramente che nella sostanza la recensione
Upsalense coincide coli' Amburghese. Una recensione ben diversa ci è nota nella versione
che fece di questo libro il Possino, conducendola sopra un codice allacciano attualmente
(') Specimen sapientiae indorimi veterum, Id est, Liher ethico-politieus pervetustus, dictus
arabice àJ^o>^ aJ^IS' grecae Zteqxivixrjg xcà 7/»<^«'n/?, etc. Berolini 1697.
(~) XtTOTTC.Ó'aaOV ìj ìlttl'TGUTUl'TQU (rt 6VTt'<T£V%0$), GVyyQttWSlGtt VTlÒ TOV GOCfOV BtGVOVGCCQUttVOg
xzé. dentavi)... xcà fit'A. r. K. Ttmt'Mov xrè. 'E>' 'J9-tjt'«is 1857.
(3) Prolegomena ad librum -xf<p. x. '//e. e cod. mscr. hiblioth. acad. upsal., edita et latine
versa, dissert. academ., qttam . . . pubi, ex mod. subm. Petrus Pabian. Aurivillius etc. Upsaliae
JIDCCLXXX. E libro rarissimo: ho potuto trovarne una copia nella biblioteca Marciana di Venezia.
— 116 —
perduto ('): in essa, oltre ad un testo alquanto diverso da quello presentatoci dalla
recensione Amburghese-upsalense, compaiono i tre prolegomeni in una forma più
compiuta che non quella pubblicata dall' Auri villius, cioè senza le numerose lacune
che deturpano questa. Notizia e qualche estratto di due altre recensioni, diverse e
dall'auiburghese-upsalense e dalla possiniana, dette, nel giornale di Benfey (2) e nella
prefazione alla edizione del Governo de' Regni (3), il prof. E. Teza, dietro due codici
laurenziani, cioè il cod. 14 del pi. XI, e il cod. 30 del pi. LVII. Qualche utile
estratto da alcuni codici vaticani e da un codice barberiniano ci vien fornito dal
prof. I. Guidi nei suoi studi sul libro di Calila e Dimna. Finalmente io stesso
nel 1881 ho pubblicato dal cod. vai 949 una silloge di favole dello Stephanites
secondo la redazione di un prete Giovanni Escammatismeno, dando nella prefazione
brevi notizie ed estratti di altri codici dello Stephanites (4); e nel 1884 ho dato,
in appendice alla mia edizione del Directorium, una ristampa dei tre prolegomeni,
ma secondo una recensione ben diversa dalla upsalense, e più di questa completa,
([nella cioè contenuta nei codd. Barberino I, 172 e Leidense Vulc. 93, aggiuntevi
varianti estratte dal libro dell' Àurivillius attualmente divenuto rarissimo. — Le recen-
sioni quindi che possiamo dire di conoscer bene per mezzo di quanto è stato stampati!
sin qui sullo Stephanites, sono in sostanza: 1" la recensione amburghese-upsalense ; 2° la
recensione possiniana; 3° la recensione rappresentataci dalla versione italiana Del
Governo de' Renai. Alle quali, se vogliamo, possiamo aggiungere le traduzioni slave,
di cui ha parlato il prof. Teza nel Giornale Napoletano (5). Allo scopo che io mi
era proposto nei miei studi, cioè di rintracciare, almeno nei suoi tratti più essenziali.
la storia delle vicende subite dallo Stephanites. questi materiali non parendomi dunque
del tutto sufficienti , pensai bene di accrescerli, tacendo da me stesso copie e colla-
zioni delle recensioni, o del tutto ignote e poco note, contenute nei codici seguenti :
1. Laur. LVII, 30.
2. Laur. XI, 14.
3. Barber. I, 172.
4. Vatic. 704.
5. Vatic, 867.
6. Leid. Bon. Vulc. 93.
Di queste recensioni non do qui particolare notizia, perchè quale sia la loro strut-
tura e quale il loro valore, credo risulterà abbastanza chiaro da quanto su di esse
saio per dire nel corso delle presenti ricerche (6). Più necessario è qui informare il lettore
(>j II Possine la pubblicò in fine della sua versione delle storie di Giorgio Pachyrneres. I"
citerò l'ediz. 'li Venezia del 1729, che ha in margine i richiami a quella romana precedente.
(2) Orient u. Occident II, 707 sgg.
(3) Del Governo de' Regni sotto morali esempi di munitili ragionanti tra loro. Bologna presso
G. Romagnoli 1873. — Sull'autore di questa versione italiana dello Stephanites (ilNutiV) parlarono
W. Pertsch in Benfey' s. Or. u. Oec. 17., 262 e il prof. Teza iòid. Il, 707.
(4) V. Puntoni, Alcune favole dello Stephanites etc. in Piccolomini Studi di filologia G l
1,29 segg. Loescher, Torino 1882.
(•"■) Voi. VI, novembre 1881 (nuova seri.) p. 161 sgg.
(°) Quanto ai codd., nei quali siffatte recensioni sono contenute, non sarà discaro ai lettori che
io dia qualche breve notizia, non del tutto inutile anche pel nostro scoimi. Pei laurenziani rimando,
— 117 —
intorno ad una silloge di favole dello Stephanites che si leggono in quello sti
collier vaticano 949, da cui ho tratto la redazione di Prete Giovanni. A p. 122 b di
questo codice troviamo il titolo di siffatta silloge nelle parole: cenò rov Xsyofiivov
xvh'kf ' xià (h'ini- • h.ito èxó/AlO* nsQ^aé'ò laioòg- ttqÒc TÓi fiaaili'cc Xoffoóijì. 'Ex inr
ìvdixov • ij' coi GiK}«tr • xià 'Iy_ì i/.cv : Le favole sono in tutto 17, e ci rappresentano
schiettamente, per quanto lo possono nel loro piccolo numero, un testo greco proba-
bilmente perduto, giacché per la forma non hanno subito la sorte di quelle redatte
da Prete Giovanni. Ecco l'elenco di queste favole o novelle coi riscontri della ristampa
ateniese, o d'altri libri, quando la recens. starkiana è insufficiente :
1. L'incanto per rubare. — Dai prolegom. : v. la mia ediz. a p. 318.
2. L'eremita e il ladro. — Gap. I: ed. Aten. p. 13.
3. Le scimmie. — Cap. I: ediz. Aten. p. 31.
4. // pittore. — Manca nello Stark: cfr. Directorhmi p. 99.
5. // lupo ingordo. — Gap. Ili: ediz. Aten. p. 48.
6. La lepre, il topo e il gatto. — Cap. IV : ediz. Aten. p. 60.
7. L'eremita e il becco. — Cap. IV: ediz. Aten. p. 62.
8. La moglie del mercante e il ladro. — Cap. TV: ediz. Aten. p. 64.
9. Il dia colo v il ladro. — Cap. IV: ediz. Aten. p. 64.
10. // legnaiolo e la moglie infedele. — Cap. IV: ediz. Aten. p. 65.
11. // barro. — Cap. VI: ediz. Aten. p. 77.
• ohi',' naturale, al Bandini. Dea-li altri il più antico è il vatic. x07 in pergam., con queste indica-
zioni di tempo :
"{- "Exovg QTtp^s
N B: — è'rovg Qtxfid
[?]
È un cod. miscellaneo, disgraziatamente acefalo, poiché il libro dello Stephanites che è il primo
a comparire, comincia col cap. II, § LXX. (Per questa divisione in paragrafi mi riferisco alla tavola
che può vedersi nel § 3 di questa Memoria). Poco più giù, dopo il f.° 8, è mutilo fé inserita nel
end. una serie di carte in bianco), e così perdiamo tutto il brano che va dal cap. HI, § LXXXYIII
fino al cap. IV, § C'XII. Così il cod., come la recensione lacunosa che vi è contenuta, richiamano
alla mente il laùr. XI, 14. — Il cod. vat. 704, cartac. misceli, di età più recente, è parimente
mutilo per ciò che concerne lo Stephanites: mancano infatti le carte che dovevano contenere i seguenti
brani: cap. I, § I-§XXVI; cap. X, § CXXX, M fino alla fine. Per comodo poi di coloro che vor-
ranno studiare questo codice, avvertirò che i suoi quaderni sono legati male, e che le pagine dovreb-
bero seguirsi in questo ordine :
190tó-197£; 182rt-1894; 174a-181i; 198«-205ì.
Il cod. Leid. Bon. Vulc. 93, cartac. misceli., ha questo di particolare, che una buona parte di
novelle sono in esso scritte di una mano più minuta in margine e in alcuni spazi lasciati vuoti per
figure. Il testo vero e proprio ci presenterebbe una recensione lacunosa, press'a poco come lalaur. XI, 11
e vat. 867.— Per ultimo il cod. Barber. I, 172, cartac. di età abbastanza recente, scorrettissimo nell'orto-
grafia, presenta una recensione affine alla Leidense, meno che le favole marginali di questa sono
state inserite nel testo nei punti stessi dove nel leidense è una chiamata. La recensione barberina
sembra dunque a prima giunta derivare dalla leidense. Nel cod. barb. sono lasciati inoltre, come nel
leid., degli spazi vuoti per figure, alcune delle quali vi sono infatti malamente abbozzate. Quanto
alla singolare recensione contenuta in questo cod., come' nel leid., avremo occasione di parlare più
oltre, verso la fine delle nostre ricerche.
— 118 —
12. // serpe e la cagna. — ■ Cap. VI: ediz. Aten. p. 77.
13. Il Re e gli otto sogni. — Cap. VII: ediz. Aten. p. 78.
14. Il topo e la gatta. — Cap. Vili: ediz. Aten. p. 87.
1 5. // ■pappagallo. — Cap. IX : ediz. Aten. p. 90.
16. / quattro viaggiatori. — Cap. XII: ediz. Aten. p. 104.
17. L'uomo ingrato. — Cap. XI: ediz. Aten. p. 101.
Ma senza tener conto di tutte quelle recensioni dello Stephanites, delle quali io non
ho una esattissima cognizione; che sarebbero: 1° quella rappresentatami dallo slavo
di cui v. sopra ; 2° quella rappresentatami da Prete Giovanni ; 3° un' ultima rappre-
sentatami dalla silloge sopra descritta : senza tener conto neppure di qualche estratto
dai codd. parigini, favoritomi dal prof. Teza, nonché di abbondanti estratti da quattro
codici oxfordiani cortesemente inviatimi dal eh. sig. G. R. Scott; senza tener conto
dunque di tutto ciò che mi può bensì fornire un' idea di altre recensioni del libro,
ma soltanto fin qui un' idea approssimativa e punto esatta : tutte quante le ricerche
che ho impreso nel corso dei presenti studi, si basano quasi esclusivamente sui mate-
riali offertimi dalle recensioni contenute nei seguenti codici :
L1 = Laur. LVII, 30.
V1 = Vatic. 704.
U = Upsalense (Aurivillius).
A = Amburghese (Stark).
P = Allacciano (Possino).
G = Del Governo de' Regni.
L2 = Lam. XI, 14.
V! = Vatic. 867.
L = Leidens. Bon. Vulc. 93.
B = Barberino I, 172.
Quando io ebbi dapprima ridotto nelle mie mani questo materiale, suftì cicute allo
scopo che mi proponeva , incominciai tosto le mie ricerche formulandomi uettameute
queste due distinte domande:
1° Tra le recensioni greche che io ho sott' occhio, ne esiste ima che sia o.
press'a poco, rappresenti il prototipo di tutte le altre, e ci renda perciò più da vicino
l'opera di Simeone? E se non esiste, qual via possiamo tenere per ricostruirla?
2° Quale recensione araba, o tuttora esistente o perduta, ci vien rappresentata
dalla traduzione del maestro antiocheno?
Alla seconda di queste due questioni non ho potuto ancora rispondere, giacché
troppo scarsi sono i materiali fornitimi dalle recensioni arabe conosciute, pochissime
in confronto del numero di quelle che ancora potrebbero trarsi alla luce : ho dunque
impiegato tutte le mie cure per rispondere alla prima, che più si contiene nei limiti
della letteratura greca, e per la quale m'è parso di essere abbastanza fornito di cogni-
zioni e di materiali. Prima per altro di dar principio alle mie ricerche, sentii il bisogno
di stabilire alcuni criteri generali, utili, anzi indispensabili, perchè quelle (malgrado
le non piccole difficoltà che ci presentano) potessero procedere regolarmente e riuscire
ad im resultato attendibile. Questi criteri sono da me brevemente esposti nel seguente
paragrafo.
— 119 —
§ 2.
Per descrivere le successive trasformazioni alle quali andò soggetto il libro dello
Stephanites, era naturale ohe io non mi limitassi a notare luogo per luogo le diver-
genze del testo presentateci dai diversi codici, seguendo l'ordine del libro stesso. Siffatto
lavoro, cbe non differisce in sostanza da ima diligente collazione delle varie recen-
sioni l'ima sull'altra, era certamente indispensabile, ma soltanto preparatorio e del
tutto insufficiente a raggiungere lo scopo che mi son proposto coi presenti studi. E
dii'at i mio scopo precipuo è quello di porre sott' occhio del lettore come un quadro
dal (piale risulti per quali tramiti sia passato il libro dello Stephanites prima di
giungere al punto in cui lo vediamo attualmente, prima cioè di assumere gli svariati
aspetti sotto i quali esso ci si presenta nei codici che possediamo. Evidentemente con
ciò vengo a raggiungere anche un secondo fine, che è quello di rintracciare e rico-
struire per quanto è possibile un'antica recensione, dalla quale sarebbero derivate
gradatamente quelle che possediamo,, una recensione prototipo, che non dovrebbe esser
molto lontana dalla versione di Simeone di Seth, o almeno a questa più vicina che
non alcuna di quelle realmente esistenti.
Questo concetto, come ognun vede, parte dal supposto, che le recensioni esistenti
delle quali ho dato superiormente (§ 1) l'elenco, non debbano considerarsi che come
altrettante trasformazioni, rifacimenti, e, se si vuole, corruzioni di un' unica versione
originaria dall'arabo, quella di Simeone ; sott' altre parole, che le recensioni esistenti
abbiano tra di loro un vincolo così stretto di parentela, che a spiegarne la forma-
zione bisogni ricorrere ad un unico principio genetico. Un tal supposto poi è nel suo
fondamento pienamente accettabile, perchè le recensioni che conosciamo, presentano
una forma esterna talmente analoga da allontanare qualsiasi dubbio sopra una diversa
loro provenienza, sópra la derivazione cioè da diverse versioni dall' arabo. Per altro
tutto ciò non è ammissibile se non dietro una riserva di qualche valore, che cioè la
legge naturale che governerebbe lo sviluppo genetico del testo, da Simeone alle recen-
sioni attuali, possa venire a quando a quando perturbata, o per nuova influenza eser-
citata dall' arabo o da altre estranee versioni sul testo greco in uno qualunque dei
gradi del suo sviluppo, oppure per uno scambio di elementi (interpolazioni ecc.) da
una serie all'altra di codici. Il secondo di questi casi, che del resto si verifica comu-
nemente nella tradizione delle opere manoscritte, quanto specialmente abbia valore
per lo Stephanites. può di leggieri comprendersi da chi tenga d'occhio il carattere
particolare di quest'opera. Trattasi di un libro popolare, molto ricercato, molto letto,
mi cui ognuno poteva naturalmente esercitare il proprio criterio modificando, rifacendo,
mutilando a bell'agio secondo le proprie tendenze, i propri sentimenti: è naturale
quindi che in esso, come le lacune, le trasposizioni ecc., così le interpolazioni, le
note marginali (in un codice da un' altra serie di codici) debbano attendersi in mag-
gior numero che altrove. Ma una volta accettata una cotale riserva, risulta evidente
la possibilità che una recensione qualunque, per esser classata convenevolmente, non
debba considerarsi come un tutto organico indissolubile, ma come un aggregato risul-
tante di parti, ognima delle quali ha una propria storia e perciò deve essere ascritta
a un punto diverso della scala genetica. Il cod. laur. L VII, 30, oltre al testo dello
— 120 —
Stephanites, contiene anche due prolegomeni : è forse necessario che essi spettino cosi
organicamente al restante del libro per modo che al libro e ad essi debba assegnarsi il
medesimo grado genealogico? Posto che essi in quella recensione sieno stati aggiunti
posteriormente, la storia delle loro modificazioni non ha nulla che fare con quella
delle modificazioni subite dal rimanente del libro. E se questo può dirsi dei prole-
gomeni, potrà anche a buon dritto affermarsi per una quantità di novelle, quando si
provi che esse sono state interpolate. Per tali considerazioni, credo innanzi tutto neces-
sario questo lavoro: vedere cioè dove debbano farsi questi tagli in ciascuna recensione
cercando di quante parti congiunte insieme e provenienti da diversa sorgente essa
risulti; affinchè, fatte le necessarie distinzioni, ci sia concesso per ultimo di fissare
una tavola genealogica, quale la desideriamo.
§ 3.
Perchè l'esposizione delle mie ricerche riesca più esatta, e allo stesso tempo perchè
sia possibile in ultimo la compilazione di una tavola che ci ponga sott' occhio con
una serie di cifre le modificazioni subite dal libro da Simeone fino alle forme sue più
recenti ho pensato di distinguere tutto quanto il libro in paragrafi adoperando il se-
guente artificio. Per mezzo delle ricerche le quali ora andrò esponendo , ho rico-
struito una recensione S prototipo di tutte le recensioni da me studiate, e questa
recensione, che confido di dar presto alla luce, ho distinto in paragrafi designati con
numero romano. Questa distribuzione in paragrafi è regolata secondo il senso, in modo
che con essa ciascuno r<u~ji« del libro risulta alla sua volta come diviso in tanti
capitoletti, ognuno dei quali dà un senso compiuto. Tutte queste divisioni sono state
da me riportate dalla recensione prototipo S su ciascuna delle recensioni derivate effet-
tivamente esistenti, e i paragrafi, cosi risultanti, di queste ho designato con cifra araba.
Naturalmente i numeri romani di S non coincidono sempre colle cifre arabe di eia-
scuna recensione derivata da S, sia perchè in S sono brani perduti in alcuna delle recen-
sioni derivate, sia perchè in .queste sono aggiunte o interpolazioni posteriori che non
spettano all'opera originale S, sia finalmente perchè l'ordine di alcuni paragrafi delle
recensioni derivate ci si manifesta invertito e confuso, quando si paragoni con quello
che risulta dalla recensione prototipo. Talora poi di un paragrafo di S non su
o in tutte o in alcune delle recensioni esistenti che una parte, o se esiste tutto quanto,
è stato però spezzato, e le varie parti trasposte: in questo caso ho diviso il paragrafo
di S, romano, in sezioni designate con lettere A, B, C ecc., ad ognuna delle quali
fa corrispondenza una cifra araba delle recensioni derivate. Ne consegue, che dal con-
fronto dei muneri romani cogli arabi si acquista un concetto sulle relazioni delle di-
verse recensioni tra loro e di queste colla recensione prototipo; e che quanto più la
numerazione araba di una recensione si uniforma a quella romana di S, tanto piti
quella recensione è vicina all'opera di Simeone e quindi meno corrotta delle altre. —
Nel seguente prospetto io do la numerazione progressiva in cifra araba dei paragrafi
nei quali va divisa la recensione A(mburghese). l'unica a stampa: e perla i (azione
mi valgo della ristampa ateniese del Typaldos anziché dello Stark più raro e perciò
accessibile agli studiosi. Accanto alla numerazione in cifra araba della ceceri
sione A ho posto la cifra romana di S; affinchè m'Ho stesso tempo che do la divisione
— 121 —
di A in paragrafi, il lettore acquisti subito anche un' idea del valore di A rispetto
ad S, ed inoltre perchè prenda cognizione di S stessa, al quale ultimo scopo ho
aggiunto quei paragrafi in romano di S, che non compaiono in A. I paragrafi poi
di A , in cifra araba , che non hanno riscontro in un numero romano e che ho chiuso
in parentesi quadre, designano brani aggiunti in A , che non si riscontrano in S , e che
debbono quindi riguardarsi come posteriori interpolazioni. Ho distinto finalmente, in
questo prospetto, tutti quanti i paragrafi di A, e respettivamente di S, in tanti gruppi,
che ne comprendono un numero più o meno abbondante; e ciascuno di questi gruppi
ho designato con lettera latina maiuscola. Queste lettere maiuscole vanno secondo l'or-
dine di S e quindi dei numeri romani, per modo che il lettore seguendo l'ordine di
questi numeri, e perciò delle lettere latine maiuscole, riesce ad acquistare notizia della
recensione S ; seguendo invece la numerazione araba, ha l'ordine con cui si susseguono
i paragrafi in A: e per ultimo, paragonando le cifre arabe colle romane e colle let-
tere maiuscole, ha un' idea delle divergenze di A da S, e quindi del valore di A ri-
spetto al suo prototipo S. Lo studioso che voglia tenermi dietro nelle ricerche che
sono per fare, dovrà in primo luogo riportare sul suo esemplare della ristampa ate-
niese la seguente divisione in paragrafi con cifra araba di A, unendovi i numeri ro-
mani di S; in secondo luogo dividere i gruppi dei paragrafi, designando ciascuno di
essi gruppi colle sottoindicate lettere maiuscole; infine aggiungere i numeri romani
dei paragrafi di S che non compaiono in A , e chiudere tra parentesi quadre quei pa-
ragrafi di A che non hanno riscontro in un numero romano e quindi in S, paragrafi
che originariamente non appartenevano allo Stephanites. Senza tener sott' occhio un
testo dello Stephanites munito di siffatte indicazioni precise, il lettore potrà ben farsi
un' idea generale dei miei studi . ma non potrà acquistarne una tanto adeguata da
poter giudicare del valore di essi.
RISTAMPA ATENIESE DEL TYPALDOS
A
1
I
3, 7
II rtòr 'lyd'uìt' Bc«st'/.ivg.
2
II
8,11
Aayerai, lag sfinoQÓg zig.
o
III. A
4.1 S
Kilt ó riQtòxog avzwv.
B
—
III. B
—
_ _ _ — —
—
IV
—
— — — — —
C
4
V
1.21
HavreXel ó'ì ànonitt <i rcivQog.
5
VI
4,29
diijye <ft nXrjalop aviov.
6
VII
5, 7
JlaQtjaav dì èxeìae.
7
VIII
5,20
Aiytna yùg, ojg ni&ijxóg Tig.
8
IX
5,28
'ì tiì 'l/ii^.iTì/i. "Eyyaiv, tprjaiv.
|i
X
8,26
'o iff 'l/i-i/z-tin^ ev&é(os dneì.&tói'.
lo
XI
10,21
Aéyerat yàg, (àg ùXainijS rtg iteivojgc--
11
XII
11. 1
Totovróv r< xtii ijutì'g.
12
XIII
il. r>
I'nì ih' ùneXd-óvioS rriì/.rg xc.iO.ujie.
13
XIV
11,18
li tic. xc.'t là roit'.ÌTc. Xoyi^ofiévov.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. la, Voi. II. Parte I1. 16
— 122 —
RISTAMPA ATENIESE DEL TYPALDOS.
14 XV 12, 1 '0 oin' l/i'i, ■i-é.rtjs ùntXfhojv nqóg.
15 XVI 12,11 kuì 6 fàuni tovto ìSiàv ivftevuif.
16 XVII. A 12,16 "Oneq ìd'ù" ó 'l/i'ifMati; ècffróvijoe.
XVII, B
XXIV, A
17 XXIV.B 12,21 BovXofiai ovv ànoxaxaaxaSijvtti,.
18 XXIV, C 12,21 Kc.ì tu idi' (dna nòe xuxàv.
_ [i;;n [13,17 Etra rrpo\- rovroig ìcpr\ ó Szerpavixrjs].
20 XVIII 13,19 Aéyexai yàq, wg day.ijrfi rivi Sé&oxc
21 XIX 13,25 K«ì f'e nò óitàxsiv avxòv, óqù.
22 XX 1". .".ii Kurdlu^LÒi- (fi trpi nófav vvxxóe.
23 XXI 14,12 Eysq⪙ dà r>; ih',; xatéXvaev.
24 XXII 15,14 II (fé naozQumòs ti)v éavxijg.
25 XXIII 15,24 'Ecpt] (ft ó ùax>ìJì]i • JoxeTg.
[261 — [16, 1 Eira tpipti nqòs avrò» è l/'i,'/.. |
H 27 XXV 16, 3 Asyetai yàq, tàs xóqaS ri;.
28 XXVI 16,12 Aéyexai yàq, ws xvxvos ne.
29 XXVII 17,17 Ila tovto ovi' coi rwif erprjv.
30 XXVIII 17,26 ravza aoi óii'p.lhoc. <u TpiXe.
31 XXIX 18, 2 liior yàq ti? ioxii /AoijCpóqoi'.
32 XXX 19, 8 0 &i SxeTpavixrjs tinti- Et òvvasai.
33 XXXI 19,13 Od pErn 7ioM«s /ore ^ue'pas i/.Vjr.
31 XXXII 20.21 Aéyerm yàq <òg te xwi fopvrjdiw.
35 XXXIII 21.12 '0 efè >.tW fff, -"K/eiue <7oy tò ini'nlnyiii
36 XXXIV 22,19 #S-«ìp ;'«<? ri? fefiviotg nede.
37 XXXV 22.27 Et oir av ròe tavqov ov q>opì).
38 XXXVI 23,25 KaxaXafìiòv ovv » l/n/Mai,;.
39 XXXVII 25,11 ìiyetm ;•('»■ o>s **'""' «?•
IO XXXVIII. A 27.11 liSoixa yovv xàyiò ai].
XXXVIII, I!
|, || XXXIX li 27,26 "Jxovaov di uov eovo'Cxoixaxu aoi.
k" 12 XXXIX. \ 27,31 li -un yàq. mg ir un atyiceho.
I j. . - |:; XXXIX, Bl,is 2s.ll 0 yàq in] àxovu>p rov evvoixàg.
M II XL 28,15 léysxm yàq, ùg è'e un :u,y;, vfjxxui.
I.-, xLl 29, i. '" •' i;/z' .'ì' .•' /'<■ ■ "i:.yi-ior <! ìéysig.
li; \I.II.A 29,27 7'«ùr« ovv à ...• .';,/.'*. .r <foi, i'i/«.
— 12:;
RISTAMPA ATENIESE DEL TYPALDOS
IT XI.II.B 29,29 Hai ó ravgog ■ ov'% o'vTiog ùvcaSiSg.
48 XLIII 30, 3 V.inc iìaìf/.&sv ó zavgog ngóg.
\'.i XLIV 30, S lìagiòv dì z>;vixavTa i> Zxecpavixqg.
50 XLV 31, 7 Aiyettu yàg, ùig xwes nOhpeot.
51 XLVI 31,21 AXXà xaì ai, ti) novijgiu.
.")■_' XLVII 31,23 Aéysxai yàg, mg novrjgóg zig àyjjg,
53 XLVIII 32,22 Aéyexai yàg, (òs xvxvog tu tv tivt.
."il XLIX". A ".'.. il Toixóv ani, ai xixvov, eìgijxa.
55 XLIX. B 33, 8 0 dì viòg aùxov ecprj.
56 XLIX. (' 33.10 TleieMs dì ri» raù, àneì.3iav.
57 L 33,22 Eyaì uìv yàg usi aov tì)v y'kiàxxav.
58 LI 33, 20 Aéyexai yàg, alg s/nnogóg Ttg.
59 LII 34,15 Ourtos £t< zt!t <xii xazuio-yvvdija^.
60 LUI 34,29 Tovxuiv dì 'Aiyouiviov usxul-v.
61
LIV
35, 1
OvXùig air. l'ifij o ifiXuaoopog
62
LV
35, 9
0 ài paaiXevg za} opiXoaóqpm icpi;.
63
LYI
35,12
Meni trjv xov xavgov àvatgcaiv.
64
IATI
35,20
Il/u'ntig de yei'ouei'i/g. àwixsxo.
65
I. VIII. A
36,27
Tavxa o Xétov axovaag.
N
—
LYIII,B
—
— — — _
—
LIX.A
—
— — — — —
—
LIX, B
—
— — _. _ _
0
66
LX. A
37,23
Taf yàg 9-àvaxov ov àì'doixa.
67
LX.B
37,27
YnoXaftuìv de zig xiòv axgaxwxàv.
68
I.XI
39, 5
nnooizag'tv ovv ò Xéiav.
69
LXII
39,10
Nvxzòg de o ZzecpavtTijg TictQaysvófj.evog.
70
LXII1
39,26
Tore ó Sxczpavixi,g ncgÌÀvriog.
71
TXIY
39,28
Tij dì ènavgiov 6 Xéiav.
72
LXV
40,11
Aéyexai yÙQ, log ìazgóg zig.
73
LXVI
40.20
Ovzojg ovv o notiòv xià Xèyoìv.
74
LXVII
41, ii
Aàyexai yàg, (óg dito yvvaìxeg.
75
Lxvni
41,13
Ov'xaig ovv xaì av, ai nguixouàyeige.
76
LXIX
41,17
Kaì èarjjxel<ó!h] èv ygamrf ti: Tìjg àlxqg.
77
LXX
41,24
Eiza xaì uìd-ig nugéoTi} ti» dixaazrjgiia.
78
LXXI
42,15
Aéyexai yàg, o'jg legaxàgióg Tig.
79
LXXII
43, 6
OvTiog àga xceì vueìg mia saite.
80
Lxxm
43,15
Eira ó (fù.óaotfog cine ' ZxonrjTÉov.
81
LXXIV
43,20
'O dì BaacXevg topi] -"Eyviov tu zoictvza.
82
LXXY
43,25
Aéyexai yàg. lag 'év zivi yiógoi zónog tjv.
83
LXXVI
44,23
'HxoXovftet de aga ó xógag~.
84
LXXYII
45,24
'Idlàv ovv ó xóga'g tò TigaySév.
85
LXXYIII
47,13
Mezà dt Tivag rjfxégag 'éqptj 6 xÓQctg~.
86
LXXIX,A
47,31
'Eyiò t>}v rrgoiriji' cnot>;o<iu>jv o'ixijijir.
87
LXXIX.B
48, 7'
0 de gù'og cv9vg ìJqszo zì)v aìxiav.
88
LXXX
48,15
Mia tiòi' •quegùv èyaì xaì xivbs à'Ù.oi.
89
LXXXI
48,24
Aéysxai yàg, ióg thjgevxtj; Tig è!;rjX&e.
90
LXXXII
49, 6
Ovxaig tega xaì oi nXsovéxxat.
1J4 —
RISTAMPA ATENIESE DEL TYPALDOS
ni
LXXXIII
49,18
!I2
LXXXIV
50,25
93
LXXXV
51,20
Ol
LXXXVI
52,20
95
LXXXVII
53, 8
96
LXXXVIII
53,29
97
LXXXIX
55. 0
98
XC
55,11
99
XCI
55,15
100
xcn
58,10
101
XCIII, A
58.1::
102
XiTII.B
58,21
in::
XCIII. i'
58,22
mi
XCIV
58.30
105
XCV.A
HO. 10
106
XCV.B
00.17
in?
X( 'VI
60,23
108
Xi'VII.A
01.17
109
\< VII,B
61,20
110
X( 'VII, C
61.21
111
XCVII. D
01.28
112
xcvin.A
62, 4
li:!
Xi' Vili, B
02, 0
114
XCIX
02. 0
115
C, A
02.10
in;
C,B
02,21
117
CI
62,29
118
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01.11
110
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120
CIV
01.00
121
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CV,B
05.20.
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i'\TI, A
67, 5
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07. 7
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13]
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133
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<'\i\. \
70,26
Oliti» xaì ó fiìg ovrog 6 ùvunSi];.
Tavtct &t,aXoyù£óu£vog sìiìov ròv \èvnv.
Il ó'i /('/mi')] ìmoXafSovgci sìnsr.
Taira xal rovroig naounXrjaia.
Hotc •yoiv ó y.Óquì-, ó fiig.
'itfóvies de ó xÓQag, 6 ftvg.
Mera raira <fs ó lìaaiXsic.
As'ysrca yàg, (Jff Ij» rii'i oqsi.
EioUsi' és 6 tiò>> xoqÙxwv pcotXsig.
l'eira axoioag ó JaotXsrg.
Asysrai yào. un nsrsii'iùr nnzs yévog.
Di' divarili ti Tiòi' TiTi'ii'ùiv avttà.
Kaì yào ó IlaaiXsig. si ri/oi.
Aéyerca iig yrore ùvou^nìa.
Taira vjùv disiijX^ov dia ri)v.
Kaì uri ni divorai rig nooosyyiaai.
Ili' nXrjoiop rinìg ds'vdoov ini}.
Kaì iovtov ròv uv&ov s'/.sèa vuty.
Taira axtiioav rù rtòv 7iTitvtiiv.
Kad-aiQtj&eTaa ds >) yXaì'g sìne.
Kaì yào rò nifi ofle'vvvot tò idioo.
0 ds paoiXsig erptj "Eyvto.
Kafrà-iSQ suiy/avifiavrn xai urie.
Asysrai yàn. lig àox.rj^g qyógaoe.
Tavxt]v n]v naoafJoXiji' dce^elijy.
Koivio oiv ovuifinov sì vai.
iVwxròff dì a! yXaixsg.
Asysrai ya.o. ws- eunoQÓg re yrjpatóg.
"AXXog ds' rig rrntoroovutiovXog.
Aiytiai yàn, tóg àaxijijg rig si/s.
Taira vuìv st:inv. tir. yvtìiri.
0 ds ri]i' arainsoiv armi ffvufìoXsvtXttg.
0 yào sicfnoviòv ov morsisi.
Asysrai yào. tóg rs'xrtov rig.
l'ai a': aot ò'iiXHov. ai ISaaiXsi.
'() ds paaiXevg rtòv yXavxiùv.
0 dì xrjv àvaìnsaiv avtov <Ti -uior'/.n mi .
lionato ovv ii xóoai raìg y'Aavt'i.
' I /.'/.' sii rò àii/aìiir ttov nXàaua.
Asysiai. lag ttaxtjTtjg rig.
AXXà rairà ohi Stprjv, là liaaiXsi.
I) u*ì xiior.i iusvs xaravouiusvog.
kaì stfi, noie tòv xÓQttxa.
Aiysrai yàto, tóg òtfig zig.
niiio xàytò i)ià rotovrov xu'kóv.
CXIV.B
125 -
1,'ISTAMPA ATENIESE DEL TYPALhos
I
136
CXIV.C
71,17
137
CXIV, D
71.22
138
cxv
72, 2
139
(XVI. A
72, 6
140
CXVI, B
74.31
111
CXVH
75, 2
142
CXVIII.jA
76.15
143
('XYIII.B
76,16
ni
< 'XVIII, C
76.18
145
('XIX
76,22
146
('XX
76,26
117
CXXI
77. 6
148
CXXII
77,24
ll!t
CXXI II
78, 6
150
CXXIV
78, 9
151
cxxv
78,17
152
CXXVI
83, 1
153
OXXVII
83,12
154
CXXVIII
83,14
1.-,:,
('XXIX. A
83,19
156
('XXIX. I!
sii. 23
157
< 'XXIX, e
83,28
158
CXXIX.D
86,27
159
CXXIX.E
87, 3
160
cxxx
s7.Hi
161
CXXXI
87,21
162
cxxxn
90, 2
li;:;
cxxxni,A
ili», 5
101
(.'XXXIII. Il
01,27
ir,:,
CXXXIV
: 11.25
imi
CXXXV.A
94,30
1(17
CXXXV.B
95. 1
108
cxxxv.c
95.15
16!)
(XX.XV.D
95,17
17u
( 'XXXV. E
95,19
171
CXXXV.F
95,29
172
CXXXV,G
95,30
173
CXXXV.H
96, 5
174
cxxxv.i
96,11»
175 •
CXXXV.K
97.21
176
CXXXV.L
98, 6
177
CXXXV.M
98,20
178
cxxxv.x
98,28
179
cxxxv.o
99, 5
180
CXXXV,P
99,26
181
('XXXV.Q
99,28
182
CXXXV.R
100, 0
Kaì av&tg etnev n BaaiXevg.
kt'.'r o BaffiXevg' kaì ti ani. mtjffiy.
() de BaavXsvg ttù cpiXoaócpta elnev.
.liytTtii, tjg ni ni&tjxoi.
F.£ covro noii)ato xaì nXai'i/hò.
Aéyexai yàg, (oc toxet Tìnti Xétav.
Tttvta dtijyijaaui^'. in ^eXtóyrj.
Et' yào cnìicn nnttjaio, xttQÓ'iag.
Ovxtag xaì ni xcugov ifttaìtiuii'ot.
O de BaatXn'g nò cpiXooómw ècprj.
Aéytxca, nic ctf&gconóg xtg.
Aéyeica ;•'<('. (óg névrig rie.
Etra ì'rfxf nataci ij tovtov yvi'ij.
Oiixiog ripa xaì ni aTttvtfoi'rtg.
i) t)'t BaaiXevg ciner.
Aéytxca yctQ, <Jc n BaaiXevg ovxog.
Aéyexai yÙQ, ftic «qqtjv xaì Sfocia.
Ovzta xaì ni xov ftvtiov tir] xvQievovxeg.
'EQQÉd-r] ifi nciXiv, tòg àv&Qionóg tic.
kai ani. ri ut'Xti. ni BaatXtv.
Ì2c tavxce ijxnvatr n BaaiXevg.
kaì n BaatXevg ngòg avxóv.
Kai ii BaaiXevg n iO.tr ecprj.
Ture óè eìg aviòv n]r uvtjdvxaxiav.
t> di- BaaiXevg tòt cpiXoaócpm tìntr.
Aéyexai yào. mg éV ti fi rumo.
0 dì BaaiXevg aji cpiXoaómoi tìntr.
BaaiXevg tu lì'irtaxiir t'xtxt/jTn.
0 ó't BaaiXevg tìnti1' FJ uh' av.
O óè BaaiXevg naXiv ttò tpiXoaócpto tìntr.
Eìoijtai, mg ti' Tiri tónta 'hitg ng.
'Etp ' in tu t'iXXa S-t}(tia.
Aètav fiV tic rtiir ihj'iitui' BaaiXevg.
Mtyiih] itnv i) ivvaaxeia.
ktù ónìuaai est BovXouca.
il i)è 6tòg t'pi/' \qi] lovg BaaiXeìg.
I) ili O.òg t'fiy Jvn Ttrt'g.
li. ti ytÌQ t'/ftotìg rnv tgnvataaruv
0 tft BaaiXevg htpi/' Ti» òvxi ovótig.
"F.Ttong <ff i'tftj • l'io ór-ri orilnc.
kaì dieXéyovxo ovriooì Ttpòg ùXXrjXovg.
IlQoatiuiti' nì'i' u BaaiXsvg.
Oì'g àxijxoiùg u Xéiav ài'aiQtUijt'ai.
kaì Stì TteQt rovrav ncivxuiv.
1li>!ttv ovt> ntdag, fi ni xartjynnni.
'H ov/ ÓQtìg tùv yvna Svia.
Tavxa rìjg /iijTQÒg xov Xtnvxng.
■ì-26 -
s
A
S
RISTAMPA ATENIESE DEI TYPALDOS
s
183
CXXXVIII.A
101.12
0 ó'è BteaiXevg nò (pù.oai<p<$ t'f,.
184
CXXXVIII.B
101,16
Jeì xòv BaaiXéa sveQyeTsìy.
185
CXXXIX, A
101,27
Aéyenct yàg, (óg Mtjviài' ttveg Xaxxov.
186
cxxxix.r.
103. 5
Evoav, "> BaaiXsì, tòv ànoxrsivctvxa.
187
CXL
104, 2
0 de BaaiXti'i Stprt ' "Eyraii:
188
CXLI
104,12
E'iQijTut yùn. u>g Ttaauoiì tweg.
189
CXLII. A
106,28
'lì BaeiXevg einev. "Eyviazu.
100
CXLII. B
107, 4
Uqsc^uci'os de nuhiv u tpiXóffocpo;.
101
CXLITI
107,11
AéyEtai yÌQ- o>s Xéttwà tig sire.
192
(CXLIV,A
icXLIV, B
108,13
Eira ó wiXóffocpog tirtf rw ìitiatXst.
R
193
CXXXVI
108,17
'() de BaaiXevg nò rpiXoffóipta tffir
194
CXXXVII
108,26
Aéyerui yito o>g iv enijui'i uri rróXig.
T
10.J
CXLV
110. 8
H (ff BaaiXevg nò cptXoaóqiio nHr.
100
CXLVI
110,13
'H.v h- rivi tónm Aoxrjtqg ti;.
107
CXLVII
111. 1
Aéyetai yàg, i»; xóga£ ng.
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C'XLVIII
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CXLIX
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V
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CL
111. 8
Tovró ani diiifii,!'. iva ;iir
100
CLI
111.17
Taira tiniòv o aoqò*; èGiyijae.
[1]
§ 4.
Comincio ora dal prendere in esame la seguente questione: — Nelle recensioni
attuali dello Stephanites v'ha nessun indizio che la versione araba (o meglio, una
delle recensioni arabe) o qualunque altra abbia esercitato una nuova influenza sulla
versione greca, sia quando ancora questa mostravasi nella sua forma originaria, sia
nel corso delle sue molteplici vicende ? Preme dunque di vedere se il testo greco nel
suo sviluppo ha subito influenze che si potrebbero chiamare esterne per rispetto a
quelle che le recensioni greche poterono esercitare tra di loro; perchè, se tali ele-
menti esterni effettivamente sussistessero, occorrerebbe innanzi tutto distinguerli e
sceverarli.
I fatti che ho raccolto in proposito non sono molti e nemmeno assolutamente
decisivi : tuttavia ho reputato indispensabile sottoporli all'esame dello studioso.
Nel primo capitolo del libro, dopo che è detto del mercante il quale esorta alla
buona vita i suoi figli, narrasi che uno di questi si decise di esercitare la professione
del padre, e che partì con un carro a cui avea aggiogati due buoi. Per la strada uno
di questi cade nel fango, e il giovane è costretto a soffermarsi insieme coi suoi per
liberarlo. Ma, continua il testo greco § III, A, Si' "jv vrcéav^ §(av éfacófisvóg /.•■
xal àvdsXxófxsvog, dionea; xarsXsi<fd-t], niqairtQm .ronywijtì'r in] Svvàfisvog. ***
t; V: Sai navxsXsì <Svti%e-d-£Ìs c'mooùt xià rjgéfiu {iitòiauc. nsSCov evqi ■/}.<> tt<jootn
xià vàatàSeg, ti rp xdì filmi- Siairtófievog . ov noXv òt io év uiain xaì rcavv tiru-
yj'v!}ié xuì tXirrùr!)^ xià '^q'Saio roìq xiouaiv trjv yi]r xaioovaaiiv xaì (léya itrxu-
a'àm. Tutte le recensioni greche che io conosco, hanno una lezione analoga alla pre-
sente, che ho tratta da L1, salvo la versione Bel Governo de' Regni, la quale, dove
io nel precedente testo greco ho segnato di asterischi, aggiunge una novella nella
seguente maniera : — « Laonde il primo fu mandato fuora con mercatanzia, il quale
tolse seco un carro carico di robe, tirato da due buoi, ed accadde tra via, che l'un
de' buoi inciampò e cadde. A che accorrendo il mercatante, insieme co' suoi, lo tras-
sero fuor del fango, nel quale era caduto: ed accorgendosi che egli a gran pena si
traea dietro l'un pie', e che perciò non poteva ire avanti, né quivi fermarsi; [§ III, B1]
lasciando un famiglio quivi fino che il bue guarito fusse, egli si /ornò addietro.
Il dì seguente quel mercenario, rincrescendogli lo star quivi, anch' ci se ne tornò,
con nuova che il bue era morto: *** [§ IV] perciocché ad un contadino che
quindi poco lontano tagliava in un prato il fieno, un lupo sopravegnendò per man-
giarselo, ed avvicinatoglisi se, un che ei lo avesse veduto, si smarrì oltremodo di
paura, e presa la fuga, si era salvato in una villa vicina ad un fiume, ove arri-
vato trovò il ponte che ero rollo, e disse fra sé: « io no, io re non so; che farò io '
È più sicuro che mi ci getti entro. » E così gittatovisi, fu dai ricini raccolto messo
,, Iorio. Ed appoggiandolo ad un muro fino che ei riprese i sensi . gli dimandarono
che loro dicesse che cosa gli fosse incontrato di inule. . l che egli rispose, che rin-
graziava Dio che per lo messo loro, l'ureo salvato. Ed in dicendo questo, minò
il muro n che ero appoggiato, ed il sepellì vivo. Frattanto il bue, che fu detto es-
sere stato lasciato zoppo, pian piano zoppicando, si trovò in un campo erboso ed
acquoso, ecc. » . — La recensione araba De Sacy contiene questa stessa novella ; e ci
indica anzi come colmare una lacuna che appare anche nella versione italiana (l'ho
segnata con asterischi) e per la quale s'introduce bruscamente la novella senza far
sapere a che proposito sia citata. L'arabo De Sacy ci dice come l'uomo che riportò
la falsa notizia della morte del bove, aggiungesse anche : [§ III , B2] « Siehe ! dem
Menschen, dessen Lebenszeit verstrichen ist imd dessen Ende sich genàhert hat, wird
alle Miihe und Austrengung, die er sich giebt, um das von sich abzuwenden, wo-
durch er seinen Untergang furchtet, nichts helfen, und oft zieht er sich gerade durch
diese seine Miihe und Vorsicht den Untergang zu. Wie erz&hlt wird von einem Manu
u. s. w. » ('). Che la novella sia interpolata nel Governo de' Kegni, o meglio nel greco
da cui il Governo de' Regni derivò, danno a sospettare due diverse ragioni: 1° il man-
care essa in tutte le altre recensioni greche e precisamente in quelle che, come ve-
dremo, hanno strettissima attinenza col Governo de' Regni, ad es. quella contenuta
nel cod. laur. XI, 14; 2° l'essere introdotta in modo brusco e senza la necessaria pre-
parazione nel testo italiano, il che dà a sospettare, che trascritta un tempo nel mar-
gine la sola novella, senza introduzione, passasse poi senz'altro nel testo. È ben vero
che, osservando come, ad es. nel cod. laur. LVII, 30, dopo che è detto che il toro
non potè più andare avanti, si continui bruscamente la narrazione colle parole x«ì
(!) Per comodo 'li chi non ha pratica dell'arabo cito il Calila (recens. De Sacy) nella versione
■ li Wolff: Bidpai's Buch des Weisen. Arabische Erzàhlungen oerdeutschi von Philipp Woìf. Stutt-
gart 1839.
— 128 —
jtavteXei avo%tOùi xiL, si potrebbe anche credere che si trattasse qui di una la-
cuna in tutte le recensioni greche piuttosto che di una interpolazione nel Governo
de' Regni, ed ammettere che il Governo de' Eegni, presentandoci nel resto la vera e
completa lezione, sia soltanto lacunoso nel punto sopraindicato e da noi supplito
coll'arabo. Ma questo sospetto appare infondato e svanisce, credo, del tutto, quando,
ammesso pure che tea le parole 7iqox<oqsTv /u] àvvccfisvog e xul navrelnt debba
riconoscersi una lacuna, si restringa questa lacuna soltanto a un corrispondente gl'eco
delle seguenti parole del testo italiano: « lasciando un famiglio quivi fino che il
bue guarito fusse, egli si tornò addietro. Il dì seguente quel mercenario, rincrescen-
dogli lo star quivi, anch' ei se ne tornò, con nuova che il bue era morto « . Il qual
tratto che appar più necessario, quando si consideri come una preparazione alla
seguente novella, fu tralasciato nel greco o per errore o anche perchè giudicato su-
perfluo. — Nelle recensioni arabe avviene un fatto analogo a questo che si osserva
nelle recensioni greche, cioè : alcune di esse hanno la novella dell'uomo che non
può sfuggire alla morte, altre la tralasciano. La raccontano la recensione De Sacy
ed F (') in modo presso che identico; la tralasciano V ed M. Ed anche nell'arabo,
come nel greco, questa novella sembra aggiunta posteriormente, poiché essa oltre a
non comparire nelle recensioni greche conosciute, meno il Governo de' Regni, non si
legge nemmeno nell' Anvdr-i-Suìudli, e manca (secondo Benfey I § 28) in tutte le
recensioni sanscrite, sebbene la sua origine debba in ultima analisi ripetersi dall'India
(Benfey, Nachtràgc s. 529). — Ora, se dall'esame del testo greco risulta che tal
novella probabilmente fu interpolata nel Governo de' Regni, e se interpolata pure deve
tenersi nelle recensioni arabe F e De Sacy, par naturale dover concludere che il testo
greco provenendo da recensioni arabe affini a V ed M non ebbe originariamente tal
novella, e che se essa si trova nel Governo de' Regni, ciò debba ascriversi ad un
motivo analogo a quello per cui essa si trova nell'arabo, cioè ad una inserzione
da altri testi. Ciò tanto più ragionevolmente, in quanto che (come cercherò di mo-
strare in altro studio su questo argomento) il gl'eco mentre quasi costantemente si
mostra affine alle recensioni arabe V ed M, si scosta d'altra parte moltissimo dalla
lezione di F e De Sacy. In questo modo dunque bisognerebbe ammettere come cosa
quasi sicura, che allorquando il Libro di Calila e Diurna era già tradotto in greco,
continuarono ad influire sul trasformarsi di questo testo greco elementi provenienti
dall'esterno e forse da testi arabi. D'altra parte però una conclusione così decisa non
può accettarsi. Simeone stesso infatti potrebbe avere avuto notizia della natura asci-
tizia della novella, per comparire essa in alcune recensioni e non comparire in altre:
potrebbe averla letta, non nella recensione araba da lui presa a base della versione
e che doveva essere affine ad M e V, ma in recensioni quali F e De Sacy; potrebbe
lui stesso averla tradotta, ma non volendola addirittura inserire nel testo, averla
trascritta nel margine o notata in qualche modo come ascitizia : così tal novella
sarebbe scomparsa in tutte le recensioni greche, e sarebbe stata invece inserita nel
prototipo del Governo de' Regni. Coll'esame spassionato di questo fatto dobbiamo
concludere, che se per esso possiamo sospettare una influenza posteriormente eserci-
tata forse da testi arabi sul libro già tradotto in green, questa per altro non può
(M Per le recens. F, V ed M veli Guidi, Studi etc. p. I sgg.
— 120 —
decisivamente provarsi: cosicché fa d'uopo ricorrere ad altri argomenti. Ma prima
di passare a questa nuova ricerea, vien fatto di domandarci: Nell'una o nell'altra ipo-
tesi, che cioè la novella debbasi o no riportare alla versione di Simeone, in quale
attinenza sta essa novella del testo greco colla stessa novella nei testi arabi o in ge-
nere nei testi orientali ? Ne conosco due recensioni arabe diverse ; una più ampliata
e, secondo Benfey, molto probabilmente posteriore, conservataci dalle recensioni F e
De Sacy; l'altra più accorciata e più genuina, rappresentataci da Giovanni da Capua
nel Directorium humanae vitae. Il testo greco-italiano si accosta molto più a quest'ul-
tima; e ciò concorda col fatto generale, che il Directorium spesse volte mostra gran-
dissima parentela col greco, anche quando il greco differisce dalle lezioni arabe cono-
sciute sin qui. Ecco la lezione del Directorium, che il lettore potrà confrontare coll'arabo
(o nel Wolff , o in De Sacy) e coll'italiano del Governo de' Regni : — « Quoniam
cimi exùet bos ad silvam prò pascuis, supervenit ei lupus, et sequebatur eum, ipso
non percipiente ; doriec appropinquaret ad eum. Cum vidisset eum, timuit ; et fugiens
abiit ad civitatem propre numen : quo cum pervenisset, invenit pontem fractum ; et
eum lupus sequebatur. Et ait in corde suo : Quid faciam ? Lupus sequitur me : flumen
vero profundum est, pons confractus, nescio natare per aquam. Non est mihi melius
nisi me in flumine proiicere. et homines me videntes forsitan salvimi faciant. Et cor-
ruit in aquam ; videntesque homines civitatis ipsum, festinaverunt ei succurrere cimi
viris qui salvarent ipsum. Et cum ipsum eduxissent de mimine semimortuum, appo-
diavit se cuidam parieti; et in ipso recreato spiritu, coepit narrare adstantibus omnia
quae sibi acciderant, et a quibus Deus ipsum liberavit ; et dimi eis hoc narraret.
paries cecidit super eum, et fere mortuus est ». — È ernioso il vedere come nel Di-
rectorium ad un uomo che non può sfuggire alla morte sia sostituito un bove, il quale
è anche riprodotto nelle figure dell'antica versione tedesca side loco et anno prove-
niente dal latino di Giovanni da Capita, sebbene il testo, malgrado la sua indeci-
sione, sembri piuttosto accennare ad un uomo : « dz dir nit beschech als eim der
was gangen in einen wald umb holtz zu siner notturfft. und was holtz erfand, das
beducht in untouglich ». Benfey pensa che se l'idea del bove è qui poco adattata.
si trova però in una più stretta relazione colle idee della storia che fa come da cor-
nice del quadro, che abbraccia cioè le novelle secondarie, e dalla quale, egli dice,
evidentemente la novella dell'uomo che non può sfuggire alla morte si è sviluppata :
ma nei Naehtràge 259 confrontando l'analoga narrazione in Stan. Julien. Avàdanas
I 93 u. il faut fuir le malheur » , ammette una più diretta derivazione della novella
dall'India, e sembra rinunciare all'opinione che l'idea del bove si sia svolta prima-
mente e sia stata poi sostituita da quella dell'uomo (').
Alla fine della favola II leone e la lepre (cap. 1, § XXIX) il cod. laur. LVII, 30 [2]
dice che la lepre, condotto il leone ad un pozzo profondissimo e dettogli di piegarvisi
in modo che egli vide nell'acqua e la sua e l'ombra della lepre, parlò in questa
guisa: Idov ó Xéoov ó tì)v àqTcayrjV Ttoiìjrfctg xcà fisr avrai bv àcpslXév (ioi Xayaóv
vjfoósi'iag (continua poi L1) ccvim rag sv vdcat àjxcpoxsQwv ffxidg, v<f wv 6 Isaii
nlavrftùg Mqqixfiev icevròv sv tw vócai, xcà ànsTcviyrj. La stessa lezione presentano
(') Su questa novella dell'uomo che non può sfuggire alla morte v. Benfey I, 101; II. 259.
Guidi, Studi 23-24.
i Ilasse di scienze morali ere. — Memorie — Ser. t ', Voi. IL Parte 1". 17
— 130 —
le altre recensioni greche, mena G. e Possino, i quali aggiungono che la lepre tornò
a dar notizia della morte del leone agli altri animali : « e la lepre ridendosi, ischer-
nendolo con varii motteggi, ve lo volle vedere affogare. Con la quale nuova ritornatasi
a' compagni, fu da tutti con grandissima letizia accolta : e fattigli di molti doni, per
la libertà per lei loro ricovrata ». Governo de'Kegni 36. « Lepore cimi accito e latebris
ductore salvia ad suos redentibus ac magnis ipsorum gratulationibus exceptis etc. » .
Poss. 572. Nelle recensioni arabe abbiamo un caso analogo : il particolare del ritorno
della lepre manca in V, ma si trova in M, F e De Sacy : * Darauf kehrte der Hase
zu den Thieren znrùci und erzaalte ihnen, was er dem Lowen angethan ». W. 49.
E qui non possono farsi a mio parere che tre supposizioni: o tal riscontro delle recen-
sioni greche colle arabe è puramente casuale, il che vuol dire che o per ampliamento
nel Possino- e nel Governo de' Regni, o per lacuna nelle altre recensioni greche si venne
ad avere casualmente nelle recensioni greche un caso analogo a quello delle recensioni
arabe: oppure la varietà della lezione nel greco provenne dall'opera di Simeone stesso,
che trovando tal varietà nell'arabo la volle in qualche modo riprodotta nel greco (il
che è meno probabile, come ognun vede) ; o finalmente devesi ammettere che si tornò
a consultare il testo arabo per introdurre modificazioni nel greco. Ma anche qui non
saprei decidermi (anche scartando, come meno probabile, la seconda) per la prima piut-
tosto che per la terza di queste supposizioni, non sapendo trovare fin qui verun argo-
mento prò e contra per l'ima o per l'altra di esse.
[•">] Ugualmente indecisi, se pure per ottenere una convinzione qualsiasi non ricorriamo
ad argomenti di altro genere (cfr. il n. 9), rimaniamo sopra un altro punto che è nel
primo capitolo al § XLVIII sgg. In im aspro rimprovero che Calila muove a Dimna
per il suo falso operare, il primo fa conoscere al secondo come questi mosso da
egoismo e da malvagità non voglia dare ascolto alle parole di un amico, e gli cita
la novella del norr^òg xcà cs%olcicjrixóq. In essa novella, quando il figlio esorta il
padre a nascondersi nell'albero, questi gli ricorda come talvolta gli ingannatori sieno
presi dalle loro stesse reti, e racconta la novella (§ XLVIII) del cigno che volendo
uccidere un serpe, il quale gli mangiava i tìgli, gli mosse contro una rvn<j>p ma
questa dopo avere ucciso il serpente, uccise e mangiò anche i figli del cigno (su tutta
la favola v. Benfey I, 275). Secondo la numerazione adottata nel nostro testo rico-
struito S, il § XLVII contiene la prima parte della novella novrjqòc xcà ayoicccjuxóg,
fino al punto cioè che il briccone prega il padre a nascondersi nell'albero ; il § XLVIII
contiene la novella xvxvnc xcà vt>(i<pr); il § XLIX contiene la seconda parte della
novella novqqòg xcà axoXatftixóg, e va distinto in tre parti A, B, C; in A è racchiusa
la morale della favola del cigno: Tavtrjv ós (tot vqv Ttaoafìokrjv dts^eirjv, <•> rt'xvov,
Iva /i';'?", toc ò smf3ovXev(ov mi fiera dcpQOffvvrjg aXfaxsiat i it olxi'ct novrjQia:
in B c'è la risposta del figlio: ò àè viòg avzoi tyrf in] cpopov, nàveq, n]i rouxvTitv
ii :qol ;ìd). i]v. fiàXXov f)V, "va xsqórjcscùfisv ice tdXavta: — in C finalmente è racchiuso
il resto cioè la conclusione della novella. Ora il vat. 704, l'amb. e l'upsal. non che
il Possino hanno ima lezione analoga a quella succitata che è del Laur. LVI1. SO;
ma il Laur. XI, 14 e il Governo de' Regni (il vat. si;? è mutilo in questo luogo)
mancano così di tutta la novella del cigno § XLVIII, come dei due seguenti tratti A
e l'> del § XLIX che vi si ricollegano. Il Leidense non ha lacuna, ma evidentemente
l'aveva in origine, e deriva da ima recensione analoga alla Laur. Xf, 14 e Governo
— 131 —
de' Regni. Nel Leidense infetti dopo il § XLVII si salta il § XLVIII e XLIX-A
e B, e si passa al XL1X-C, cioè si ha una lacuna identica al Laxu\ XI, 14 e G. ;
ma poi segue un piccolo tratto, che non ha riscontro in L. LVII 30 e sembra inter-
polato (è il u. 55 della numerazione speciale del Leidense — v. le tavole in fine : —
ttfi de im TtOvriQtp (ciòuì ù natia avrov • ovx ei7tóv Gol, ori èv roTg lo* (mg ùoxvoi
aayì^ev&sTaa sic); poi la novella del cigno § XLVIII, i due tratti A e B di XLIX.
poi di nuovo il C dello stesso paragrafo. Cosicché abbiamo:
XLVII ¥*Y 'XLIX-C. [55. XLVIII. XLIX-A. XLIX-B. 2XLIX-C]
Onde risulta abbastanza chiaramente che la lezione del cod. leid. proviene da una
lezione quale la Laur. XI, 14 e G., meno che, volendosi colmare la lacuna che si
riscontrava in questa lezione, la novella del cigno e le successive parti del seguente
paragrafo sono state inserite in un luogo che loro non spettava. Ma v'ha di più: esa-
minando più attentamente il cod. Leid. noi troviamo che il § 'XLIX-C è stato can-
cellato, che cancellato è parimente il brano aggiunto 55, e che i due tratti XLIX-B
e 2XLIX-C sono scritti da altra mano e in carattere più minuto in uno degli spazi
lasciati vuoti per le figure: cosicché, più esattamente, la lezione del cod. Leid. è da
esprimersi nella seguente maniera :
XLVII. „¥ ('XLIX-C.) [(55.)XLVIII. XLIX-A.] ((XLIX-B. 2XLIX-C))
Da ciò si deducono due conseguenze :
1. Che quando si volle colmate la lacuna del primitivo testo affine ad L2 e
G, uiide nacque L, non fu trascritto XLIX-B (il 2XLIX-C era naturale che non fosse
trascritto, perchè già esisteva in 'XLIX-C) ; e si ebbe :
XLVII „„ XLIX-C. [55. XLVIII. XLIX-A]
2. Che poi si giunse ad una lezione più vicina a quella del Laur. LVII, 30.
cancellando 'XLIX-C ed il n. 55, ed aggiungendo poi il XLIX-B ed il 2XLIX-C. Il
cod. Barberino presenta una lezione uguale a quella del Laur. LVII, 30; ma
poiché il Barberino deriva, come vedremo in queste stesse ricerche, da una recen-
sione quale la leidense, tale regolarità del Barberino, o meglio, somiglianza col
laur. LVII, 30, deriva da ciò che il copista tenne conto delle correzioni ultime fatte
nel leidense (o in cod. analogo) e riprodusse il testo quale risultava dopo di esse,
anziché riprodurre la lezione anteriore. Cosicché resta stabilito che le nostre recensioni
dello Stephanites si dividono in due classi; delle quali una comprende i §§ XLVIII
e XLIX-A e B, ossia la nov. del cigno e i due tratti del seguente paragrafo che le
si riferiscono ; l'altra gli omette. Quale delle due classi ci rappresenta qui più da vicino
la primitiva versione di Simeone di Seth? Si tratta qui di una interpolazione in L1.
V. A. P. IL, oppure di ima lacuna in L2. G. L. B? Questo non possiamo per ora
assolutamente decidere, poiché anche nell'arabo si costata una tal divergenza tra le
varie recensioni, ed F. M. V. pongono la novella, mentre la omette la recensione desa-
cyana congiungendo le due parti della novella novrjQÒg xaì axolaOTixóg nella seguente
maniera : « Darauf gieng der Betrùger zu seinem Vater und verlangte von demselben,
dass er hingehen, sich in dem Baum verstecken und auf die Frage, wer das Geld
— 132 —
weggenonmien habe, den ehriichen Mann angeben solle. Der Vater des Betriigers gieng
hin, usw. » Se la primitiva recensione greca fosse stata lacunosa, allora bisognerebbe
ammettere colla posteriore interpolazione della novella del cigno anche una influenza
esercitata posteriormente dall'arabo o da altri testi estranei sul greco; ma ciò non può
determinarsi, e così rimaniamo anche con questo fatto nel puro sospetto e niente più, che
tali influenze posteriori del testo arabo o di altri sul greco abbiamo potuto aver luogo.
[4] Un altro fatto finalmente, degno di nota, è la trasposizione, od anche la man-
canza assoluta in alcune recensioni greche, del capitolo che è 1' XImo in S e in
Laur. LVII 30, e 14mo nella recensione amburghese pubblicata da Stark, cioè il capi-
tolo del Re dei topi. Esso occupa lo stesso posto, dopo la novella dello sciacallo alla
corte del leone, così in Laur. LVII, 30 come nel Governo de' Regni ; viene più giù, dopo
la novella della leonessa e dell'orso (cap. 13) nella recensione amburghese, e questo
stesso luogo occupa nel Possino (e in Upsalens., come sembra) : infine, manca nel
Leidense e nel Barberino. (II L. XI, 14 e il V. 867 sono compiuti alquanto prima di
arrivare a questo capitolo: il Vat. 704 è mutilo). Il capitolo è molto accorciato e
privo di senso, se si confronti coll'arabo pubblicato dal Noldeke ('): per di più non
trova corrispondenza nelle recensioni arabe De Sacy, M. V. P. Si tratta qui di una
interpolazione nel greco da qualche testo arabo che avesse tal novella, oppure il sunto
in greco di tal novella è pervenuto nello 2-c£<pavCrrjs per opera di Simeone? Osservo
come ammettendo la seconda ipotesi mal si spiegherebbe, perchè tal capitolo si trovi
collocato diversamente nelle diverse recensioni. Questo dà piuttosto indizio di inter-
polazione molto posteriore, ed ha un valore ben superiore a quello del fatto che il
capitolo è talora totalmente soppresso, perchè questo potrebbe altrimenti essere spiegato
per la scipitezza che la novella nella sua redazione greca ci presenta.
Comunque sia di ciò, noi abbiamo qui diversi punti dello Jrsgiavìrrjg, nei quali
tutti si osserva il caso che divergenze nel campo del greco coincidono con divergenze
nel campo dell'arabo. Presi ciascuno separatamente hanno ben poco valore, se forse
non si eccettui l'ultimo, elio sarebbe alquanto più significante : ma raccolti insieme
possono dirci forse, che tal connivenza di divergenze non può esser del tutto casuale.
E se tal connivenza non è del tutto casuale, bisogna ammettere, o che i lettori del
testo greco sien tornati a consultare qualche volta l'originale arabo; oppiu-e che Simeone
stesso abbia dato nella sua versione greca un qualche indizio di cotali divergenze nel
campo dell'arabo. Ma la seconda di queste supposizioni è forse la meno probabile,
e per natura sua, e perchè l'ultimo fatto esaminato tenderebbe ad essere spiegato
diversamente, e perchè infine tali coincidenze delle divergenze nel greco colle divergenze
nell'arabo son poche, mentre dovrebbero essere in maggior numero nel caso che Simeone
avesse avuto sott'occhio diverse recensioni arabe, e avesse voluto trasfondere anche
una sola parte delle loro divergenze nel testo greco. Resta dunque probabile il sospetto
(ma niente più che il puro sospetto) che sia stata esercitata sul testo greco una seconda
influenza dal testo arabo, vale a dire che alcuni lettori dello ìifyavixifi abbiano
talora ricorso all'originale arabo e dietro questo abbiano modificato la versione derivata.
i1) Die Erzàhlung voti Màusekqnig una Seine Ministern. Ein Abschnitt der Pehlewt-Bear-
beitung des AUindischen Fùrtenspiegels von Th. Noeldeke, in Abhandl. d. KSnìgl. Gesellsch. der
IVissenschaften su Gòttingen lx7n. v. XXV.
- 133 —
Dopo aver determinato colla precedente ricerca, fino a qual punto possa aver
valore la supposizione probabile di una seconda influenza esercitata dal testo arabo
sul greco, passiamo ad esaminare le modificazioni subite dal testo greco nel suo svol-
gersi da un'unica versione originaria in altrettante recensioni, quante sono quelle che
conosciamo. Ho accennato nel § 2 di questa Memoria, come a voler classare convene-
volmente le recensioni dello Sreyiavforjg, non si possa, almeno giudicando a priori,
considerare ciascuna di esse come un tutto omogeneo, ma come un qualche cosa risul-
tante di parti, ognuna delle quali può aveajjiibìfco vicende diverse. Conformemente
a questo principio da noi posto, credo necessario farci prima un concetto della storia
dei tre prolegomeni allo Sncfavi'i^g, poi passare al testo vero e proprio ; indi esami-
nare se i risultati a cui porta il primo esame concordano o no con quelli del secondo;
e nel caso che sì, concludere ad un' unica storia, ad un unico sviluppo genetico di
tutto quanto il libro; nel caso che no, concludere che i prolegomeni hanno subito
ima vicenda diversa da quella del testo, e che il posto nel quale si trovano è stato,
almeno in alcune recensioni, da essi occupato posteriormente.
Non tutti i codici dello 1xsyavhr$ hanno i prolegomeni: alcuni di essi poi non
ne hanno che una parte. Tutti e tre i prolegomeni sono contenuti nel Possino, nel Leidense,
nel Barberino e nell' Upsalense ; due soli di essi (2 e 3) si trovano in Laur. LVII, 30 e
Governo de' Regni; mancano atfatto tutti e tre nell'amburghese (v. Stark, Praef. § 25)
e nel Laur. XI, 14. (I codd. vat. 867 e vat. 704 sono mutili). Ecco già un aggrup-
pamento fondato sul numero dei prolegomeni posseduti dai codici: da ima parte
abbiamo il Poss., ilLeid., ilBarb., e l'Upsal. ; dall'altra il Laur. LVII, 30 e il Governo
de' Regni. Questa distinzione è convalidata dall'esame del testo di essi prolegomeni?
Prendendo a fondamento la divisione in paragrafi di essi prolegomeni, quale si trova
nel Possino, e confrontando paragrafo per paragrafo tra loro le varie recensioni, son giunto
a mettere assieme la seguente tabella :
Prolegom. I.
p
L . B
u
Ll . G
I
1
1
•
II
2
2
*
III
3
3
*
IV
4
4
-*
V
5
5
*
VI
6
0
•
VII
7
7
*
Vili
8
8
*
IX
9
9
*
X
lo
10
*
— 134 —
Prolegom. II.
p
L . B
U
L1 . G
I
1
1
1
II
2,
2
2
III a
8
*
3
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6
4
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7
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*
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Prolegom. III.
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L . B
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Ll . G
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13
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6
IX
14
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7
X a
15
—
8
» b
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6
!»
Dalla precedente tavola si rileva:
1. Che le recensioni più complete, quanto ai prolegomeni, sono rappresentate
dal gruppo P. L. B.
(') Nel cod. Dpsal. mancano qui alcune carte.
— 135 —
2. Che i codd. L. B. costituiscono un sol gruppo.
3. Che i codd. Ll e G. costituiscono pure un sol gruppo.
4. Che grandi affinità corrono tra U e il gruppo L1. 6.
11 primo ed il secondo di questi risultati non contrastano con quello ottenuto
precedentemente, avuto riguardo soltanto al numero dei prolegomeni contenuti nei
codici : il terzo ne è ima conferma, poiché appunto si trovano affini per le lacune e
costituenti un sol gruppo le due recensioni che mancano del 1° prolegomeno: il quarto
non contrasta coli' altro resultato se non apparentemente, perchè se il cod. U mostra
affinità con G ed L1, tali affinità provengono da un periodo originario, nel quale non
era per anco soppresso il I prolegomeno, il quale venne a mancare allorquando G
ed L1 da una parte ed U dall'altra si divisero. L'affinità dell' Upsalense col Laur.
LVII, 30 e col Gov. de' Eegni, nei prolegomeni, è confermata anche dalla qualità
della lezione del testo, come ho potuto accertarmi per un confronto del testo di L. B.
con quello di U e di L1 : questi due ultimi infatti si trovano in stretto accordo tra
loro e in divergenza coi primi. Per citare un esempio trascriverò la fine del III
prolegomeno (dopo la lacuna colmata dal prof. Teza in Benfey's Or. u. Occ. II, 712)
nella recensione L1 : il lettore poi potrà fare da sé il confronto tra questo brano ine-
dito e quello analogo delle recensioni leidense e barberina da me pubblicate in appen-
dice al Directorium (338, 2) dove troverà anche le varianti dell' Upsalense (design,
con A). Riproduco la lezione di L1 nella sua scorrettezza: f. 8ò. ròv dì kàxxov ròv
§Cov rovxov TrliqQsg sic xaxiccg xaì izovi^oiag xcà deivi)g dtarqtfiPjg xaì àncùleiag . rovg
de réaactqeg sic oysig rovg riaaaqag ypmovg rovg Gvvovvrag (2a m. - la la avvs-
ffcovvrag?) t([> ccv&Qtómp .otccv yàq zig sf avrmv xivrj&sì xctrà nrog ì'ariv waraq
u oytg à óàxvwv xcà 9-avaràv ròv uvd-qamov èv rrn (paqiicix«i avrov . òtioioiae sic
dì xcà rovg dvo xlàdovg n)v £cd>]v xaì ròv B-àvarov . rovg de dio fivtag sic ròv [xèv
j.tvxòv rrjv fjfiéqav ròv dì (lékaiva sic rrjv vvxrav sic rovg iff&iovrag àsvvàag
(2a m. - la la ccevdwg) xcà (p&siqovrag rrjv £<or)v roì dvOqomov . oOov yàq naqiq-
Xerai ',',"*'<>" ci, ','/<«>« xcà vv'S ri, vvxrì ixXsinsitti fj fa>?j Tur ùvfrqamov xcà ov vosi-
ófioiaffòv xcà cor dqaxovra rò arófia roì ccdov sic o ov dùvarai rtg sic nccoaÓQcc}iaìv
ti) dì itth n]v rcixqàv yXvxvrrjra rov §(ov rovxov rrjv rjdvvovGav sic rag aÌG&rasig
Tiòv àv&Qumtùv xcà cctìyfiXsiav ca'ioìg naqéfovo'av cenò rrtg éuVTtàv tìoarrìqiag. Kcaa-
iiathiir dì zttvra nàvrct iyoà fjqéG&rjv sic ri] sfiavrov nolirdct sic. Kcà fieydXwg
qycovioàfirjv eìg rrjv àycc&osqysiav ovcwg di avrrjg svqoo xaiqòv awrrjqtag t/~c éfiavvov
TtoXirsCccg xaì Griq'§ag sic sv rovroig vnétìrqexpa cirro 'IvdCctg eie tì]v %wqav fiov .
yqaxpccg Ixctvó. fittila unto tv ti avràv VTràqxti rò naqòv fiifìXCov rò xaXoi'fievov
EiXrjXs xccì dtiivt (in marg. 2a m. KiXixi xcà difivai) oneq ècrìv roì' arte/a-
vlrov xcà cI%vi]XaTov sic.
Quanto ho detto sui prolegomeni può esser rappresentato più chiaramente dal
seguente schema:
G1
— 186 —
Cioè: dall'originale si ebbe dapprima ima nuova lezione per l'effetto di ima serie di
lacune, quelle comuni ad U. L1. G. ; e così si ebbe im percorso in direzione opposta.
abd da una parte, ace dall'altra. La lezione d si distinse in due, in P e, per fg e
per nuove lacune, da ima parte in L e dall'altra in B. La lezione e poi divenne, per
altre lacune, U, e, precipuamente per la perdita del 1° prolegomeno, L1 e G.
§ 6.
Passo ora al vero e proprio testo dello Stephanites.
Un fondamento per la classificazione delle varie recensioni di questo testo può
esser fornito dal confronto, oltre che della lezione, anche della posizione diversa che
i capitoli del libro occupano in esse. Questo confronto può farsi in modo perspicuo
dietro la seguente tabella:
Titolo
L1
V1
P.A.U.
G
L8
V2
L
B
Storia di S. ed I. . . .
1
I
II
"1
1
2
1
2
1
2
■"2
1
2
1
2
Corvo, damma ecc. . . .
III
3
3
3
3
3"
3
3
Corvi e nottole
IV
4
4
4
4
-4
4
4
Il cuore della scimmia.
V
5
5
5
5
5
5
5
I disegni vani
VI
6
(3
6
6
6
6
6
Gli 8 sogni del Ee . .
VII
7
7
7
7
7
7
7
Topo e donnola
Vili
8
8
*
*
*
((8))
[8]
Ke e pappagallo ....
IX
9
9
8
*
8 +
n
H
Sciacallo e leone ....
X
io-
10
0
*
*
((io))
[10]
Il Ee de' topi
XI
—
14
10
*
*
•
*
Le bestie nella fossa . .
XII
—
11
11
*
•*-
((11-))
[11]
Il figlio del Ee
XIII
—
12
12
•
+
—
[12]
Leonessa ed orsa. . . .
XIV
—
13
13
*
*
—
[13]
Eremita ed ospite . . .
XV
—
15
14
*
•
—
[14]
Osservazioni. — Il coti. vat. 704 è mutilo in principio ed in fine (v. § 1). — Il cod. vat. 867 e
mutilo in diversi punti sul principio. — Il capitolo IX si presenta in due forme diverse, una di
rappresentata dai codd. L1. V1. P. A. U. G., l'altra da V2. L. B. — Il cod. leidense ha scritti in
margine e in carattere ]iiù minuto d'altra mano i capitoli chiusi tra le pareut. di questa l'orma: (());
si interrompe poi la scrittura col capitolo 11 = XII. — Il cod. barberino, che, come vedremo, deriva
da una recensione quale la leidense, ha inserito nel testo i capitoli, che nel leidense orano in mar-
gine: di più à compiuto la narrazione fino alla fine: ho chiuso tra parentesi quadro quei capitoli
che risultano aggiunti posteriormente.
Da tale prospetto- possono intanto ricavarsi i seguenti dati:
1. Le recensioni L1. V1. P. A. U. costituiscono un gruppo a se ili faccia ad
un altro gruppo costituito dalle recensioni G. Ir. X-. L. P>.: la precipua distinzione
— 137 —
tra i due grappi è determinata dal cap. Vili, che manca in G. L*. V2. ed origina-
riamente mancava anche in L e in 13.
2. Riguardo al primo di questi gruppi è da osservare, come esso debba alla
sua volta distìnguersi in due altri gruppi secondari, cioè, da ima parte L\ e dall'altra
1'. A. U-. ; e ciò in forza della differente collocazione del capitolo XI II re de topi.
Quanta al V1 non possiamo pronunciare im giudizio per causa delle sue mutilazioni.
3. Riguardo al secondo gruppo G. L2. V2. L. B. dobbiamo considerare come
strettamente collegate tra di loro le recensioni V2. L. B, non essendo queste due ultime
se non un ampliamento (per interpolazioni) della prima, e la loro comune natura
essendo eziandio rivelata dalla connivenza della lezione nel cap. IX (= 8 -j-. 9 f. 9 f ),
che uguale in essi tutti differisce da quella che riscontrasi in G e nel primo gruppo
L1. V1. A. U. P.
4. Può emettersi Y ipotesi, che i codici del secondo gruppo G. L2. V2. L. B.
presentino ima recensione originariamente uguale ad una quale quella di L2, cioè
contenente i soli primi sette capitoli; e che poi si sia avuto, 1. il greco del Governo
de' Regni coli' aggiunta degli altri capitoli, meno 1' VIII; 2. il V2 (e quindi L. e B.)
coli' agghmta del cap. IX. Tale ipotesi potrà esser presa più seriamente in esame,
quando ci occuperemo della lezione che presentano questi capitoli nelle diverse
recensioni.
§ 7.
Entrando a parlare della lezione offertaci dalle varie recensioni dello Ire^cain^.
ricorre la medesima questione che si è presentata quando abbiamo classate le recen-
sioni dei prolegomeni ; cioè : la distinzione delle diverse recensioni presentataci dalla
tavola soprascritta è o no confermata dall' esame intimo del testo greco? Effettiva-
mente, le recensioni L1. V. P. A. U. formauo un gruppo a parte dalle recensioni
G. L2. V-. L. B.? Le recensioni P. A. U., nelle quali il cap. XI si trova dopo il 13,
sono poi, quanto alla lezione del testo, in istretta connivenza tra loro?
Ma l'esame dei fatti che debbono risolvere una tale questione, è intimamente
connesso con quello stesso principio che abbiamo esposto al § 2, e che ci ha fatto
poi riguardare i prolegomeni come qualche cosa di staccato dal rimanente del libro.
E che non sia necessario infatti considerare tutto quanto il testo dello Zttyarh^g
talmente collegato da spiegare con un unico principio genetico le sue trasformazioni,
non solo può sospettarsi a priori, ma può rilevarsi eziandio da un esame più accurato
sulla precedente tavola dei capitoli. In questa, oltre ai dati superiormente accennati,
risulta assai manifesta ima distinzione di tutto quanto il libro in due parti, la prima
comprendente i primi sette capitoli (I-VII), la seconda costituita da tutti gli altri.
Questa distinzione ci vien suggerita da diverse considerazioni, ma precipuamente dal-
l' osservare come la seconda parte del libro sembri seguire leggi tutt' affatto diverse
dalla prima: questa invero, se si guardi all'ordine dei capitoli, si trova presso che
costante in tutte le recensioni; l'altra varia notevolmente da una all'altra, e in essa
alcuni capitoli o mancano o sono interpolati oppure sono disposti diversamente nelle
diverse recensioni : la prima trova una perfetta corrispondenza quanto all' ordine dei
capitoli nell'originale arabo, e in sostanza (se si tolga il cap. VII di fonte tibetana)
Ci.>. e di sci] ;ze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II, Parte Ia. 18
— 138 —
ci dà il vero e proprio Panciatantra ; la seconda ha ima disposizione di capitoli tutto
affatto diverso dalle recensioni arabe conosciute, e contiene anche un capitolo (XI :
Il re de' topi) che generalmente nelle recensioni arabe non compare. Dietro ciò
potremmo anche aspettarci che la tavola genealogica delle diverse recensioni risultante
dall'esame di fatti attinti dalla prima parte del libro, non coincida cou quella risul-
tante dai fatti attinti dalla seconda parte del libro stesso, dove molti capitoli sono
interpolati in varie recensioni; e la distinzione tra le due parti è quindi indispen-
sabile per poter acquistare un concetto esatto della storia del testo, e per non trovarci
in presenza di risultati che altrimenti sarebbero inesplicabili. Nel caso poi che la
tavola della prima parte presentasse resultati analoghi a quelli della seconda, tanto
meglio ; esse potranno fondersi in una\ e dalla loro connivenza potrà concludersi, che
una sola è la legge che ha governato lo svolgimento di tutto quanto il testo dello
2rsg>avkr]g. — Ma quello che ho osservato rispetto alla prima e alla seconda parte
di questo libro, parmi si possa affermare anche per ciò che costituisce il vero testo
fondamentale, ossia la cornice del libro, e le novelle o brani di qualunque genere,
che vi sieno inserite ; i quali provenendo da una serie di codici diversa da quella che
dà la lezione del testo fondamentale possono esser soggetti ad ima legge differente, e
debbono perciò esser classati in una tavola genealogica loro speciale. Quindi è da con-
cludere, che per potere acquistare un concetto giusto della storia dello Stephanites,
occorre tenere nei nostri studi un metodo quale il seguente :
1. Fissare una tavola genealogica delle recensioni dello Stephanites con fatti
ricavati dal testo non interpolato dei primi VII capitoli.
2. Fissarne una seconda dietro l'esame di fatti contenuti nelle novelle o tratti
interpolati dei primi VII capitoli.
3. Confrontare le due tavole per vedere se portano o no allo stesso resultato.
4. Imprender lo stesso lavoro e confronto per la seconda parte del libro.
5. Confrontare i risultati ottenuti dall'esame separato delle due parti del libro.
G. Vedere se il resultato finale ' concorda coi resultati ottenuti e dall'esame
della tavola concernente i capitoli e la loro collocazione, e dall'esame intrapreso sopra
i tre prolegomeni del libro.
Determinate le norme che debbono regolare tutto quanto il lavoro, comincio
ad esaminare fatti attinti da luoghi non interpolati dei primi VII capitoli.
§
Alcune corruzioni, che si riscontrano nelle recensioni P. A. U. G. L2. V2. L. B (nel
testo non interpolato dei primi VII capitoli) dimostrano chiaramente come queste
formino una classe a parte delle recensioni L1 e V.
[5] Il nome del Re, al quale il filosofo indiano va raccontando parabole per tutto
quanto il corso del libro, è Dabselim nell'arabo De Sacy, Daislam in V, Dailam
in M, Daislam in F. Nel greco di L1 è J^akà/j,, mentre abbiamo 'A^saoaXèfx
in A . U, Abessalomus in P, Abesalon in G, Apsaaì-àp in L . B. (Resta indecisa per
questo caso la leziono di V1 e V2 mutili in questo luogo. ) Lo Starle notando la
differenza tra il Dabselim del testo arabo e 1' 'Apecatdwn dell'amburghese da lui
pubblicato, cercò di spiegarsi la cosa in questa maniera {Praef. § 26): « Rex bic
— 139 —
appellato Abessalomm, fortasse Abu Salci vel Ala Schalom rectius, quod nomen
videri idem potest cimi Dabsjelim; cuius jussu lume librimi confectimi esse supra
memoratimi est. Potest enim i hoc ex versione Ghaldaica desumtum esse, (nani
in eam quoque juxta Ecchellensem liber noster versus est) in qua litera -\ servire,
atque indicare quasi Genitivum casum solet. In Germanica versione idem nominata
Dysles » . Per noi naturalmente l' Aperracdùii non può esser che corruzione di
JrpaXafi, corruzione forse nata per la facilità di sostituire un nome più noto ad
im più ignoto JrjtìaXàn : ad ogni modo il /lìtGulè\i del cod. laur. LVII, 30 ci
rappresenta la lezione più genuina e più vicina all'arabo (particolamente a V Daislam
o ad F Daislam); e il trovare 'AlJtaaa?Mn o 'A^saaXcàfi nelle recensioni P . A . U .
G . L2 . (V2?) L . B. ci induce a far di queste una classe a parte dalle recensioni L1.
(V1?). — Quanto alla riduzione di V2 nella prima e di V nella seconda di queste
classi, mentre nel luogo discusso così V1 come V2 sono mutili, parleranno altri fatti.
Alla stessa distinzione tra le due classi di codici si arriva esaminando un passo [6]
che si estende dal § XVII al § XXV. Ottima lezione ci presenta in questo punto
il cod. laurenziano LVII, 30, perchè fa esatto riscontro all'arabo nelle recensioni
conosciute De Sacy, M . V . P. Il cod. laur. XI, 14 (e fors' anche il vat. 867, del
quale per altro non possiamo accertare la vera lezione, perchè qui pure, come supe-
riormente, è mutilo) e il Gov. de' Regni hanno una lacuna, poiché omettono i
§§ XVII.B-XXIII, vale a dire tutta quanta la novella dell'eremita e del ladro,
colle novelle o favole incluse. I codd. B ed L, la recensione P, FA. e l'U. contengono
tali paragrafi, ma fuori di posto e con alcune interpolazioni: il che dimostra
chiaramente che tali novelle in tali recensioni sono state aggiunte dopo, e che in
origine B . L . P . A . U. non dovevano differire da L2 e G. In queste due recensioni '
si salta, cora ho detto, dal § XVII-A al § XXIV-A; di più quest'ultimo paragrafo
è leggermente modificato, in quanto non vi si riscontrano le parole ovtu xal tisawòv
s@Xaipag, che in L1 formano ima conclusione morale alla favola dell'eremita; e
dice invece semplicemente, come nell'italiano di G: — "E che ne vuoi fare? »
disse Stephaneto. — In B. L. si passa parimente dal § XVII-A al § XXIV-A,
si osserva ugualmente nel § XXIV-A la modificazione sopra indicata; ma dopo il
§ XXIV-A non si passa al XXIV-B, bensì in mezzo ad essi trovansi inseriti i
§§ XVIII-XXIII e di più, ripetuto, il § XXIV-A, passati evidentemente dal margine
nel testo, e fuor di posto, allorquando per formare B ed L si colmarono le lacune
di L2 e G. Per B ed L abbiamo adunque:
XVII-A „+ 'XXIV-A + [XVIII . XIX .XX. XXI . XXII . XXIII. 2XXIV-A]
XXIV-B . XXV.
Anche l'Amburghese e il Possino provengono da una recensione quale L2 e G; sal-
tano dal § XVII-A al § XXIV-A, presentano la solita modificazione nel § XXIV-A
ed inseriscono fuori di luogo i §§ XVII. B-XXIII. Per altro la lezione dell'Am-
burghese sembra peggiore e lacunosa di fronte a quella del Possino. Questi finisce
così il § XVII-A, nel quale parla Ichnelates (157, col. II): « Inde autem quid
evenit? nempe ut illi per me conciliati felices imperent, rerumque, me exeluso,
potiantur: Rege, cui curam exemi molestissimam, tam sibi utilis mei ministerii
oblito ; et ipsum illuni prius formidatum adversarium . postquam mea industria
— 140 —
sibi subiectum habuit, in mei longe submoti locimi ac dignitatem promovente ».
E continua col XXIV-A: « Vide, inquit Coronatila; et sentire iam incipio non
prorsns vana monuisse me, cimi illa quae dudimi audisti, aggredì ad hoc negotium
tibi paranti disserueram. quid autem circa e$ quae nunc istant consili capis ; quidve
putas agere? Volo, inquit Vestigator, in pristinam reponi gratiam, recuperareque
dignitatem interversam^ et spero viam ad id aliquam inventurimi, tria facendo quae
virimi pnidentem agere convenit, etc. ». L'amburghese invece omette la domanda di
Stephanites e fa che Ichnelates prosegua dal § XVII-A al § XXIV-A non interrotto
il suo discorso (ristampa aten. p. 12):... nQoatvtyxmv ixsmp ròv xaitvaTeqrjauvrù
ftov r<] «£/'« xutù noXv ravQor- | ftovlo/icu ovv tx7ioxccTa0TÌjvoci xii. Ma è da notare
che sebbene Amburghese, Upsalense e Possino concordino con Leid. e Barb. in quanto
alla loro primitiva lacuna ed alla posteriore interpolazione dei paragrafi da prima
omessi, ne differiscono però in quanto tali paragrafi sono collocati in un posto diverso
da quello che occupano in L . B. In queste due recensioni venivano dopo il § XXIV-A.
Nel Possino e nell'amburghese-upsalense invece seguono dopo il § XXIV-B, anzi
nemmeno immediatamente dopo questo paragrafo, poiché tra esso e la novella del-
l'eremita è inserito un tratto (il § 19 della tavola data nel § 3 di questa mem.
per riguardo ad A), che serve ad introdurla, e che è del seguente tenore: (Possino 1. 1.)
« Ad ea Coronatus : Vera loqueris, ait, sed vide, ne ubi perpetraveris qtiod paras,
i in perniciem lavorasse te propriam sero intelligas. multis enim paria machinatis id contigit:
et tanti est quaedam hic eius generis esempla memorasse. Ascetae cuidam etc. » . — (Am-
burghese ; rist. at. 1. 1.) Eira noòc vovroig è'girj ò —Ttyavfric- dhX'liQa, /ifj tovto nM^acti,
cv fiXcciUijOi]. Aéysrai yào, djg icffxtjì^ rivi, xts. La novella degl'eremita in A . P . U non è
dunque addotta, come nell'arabo e in L1, a dimostrare che mal capita colui che s' intromette
negli affari che non gli spettano; ma sibbene a provare che chi tende insidie resta
il più delle volte preso coi suoi stessi lacci. Dopo la novella dell'eremita verrebbe
immediatamente il § XXV ossia la novella del cigno e del serpente: ad evitare
questo brusco passaggio un altro tratto è stato interpolato nelle recensioni A . P . U.
(vedi il § 26 della tavola succitata), che nel Possino, 159 col. II, è il seguente:
« His espositis, concludens sermonem Coronatus, familiariter conversus ad Vestigatorem,
ait: Vide post haec esempla quid de te statuas. Ego quidem male metuo, ne quae
in Taurum te machinari significas, tibi potissimum ipsi noceant. Illi statini Vestigator
reposuit : Non iverim inficias, vera esse quae disisti : tamen et ego illud commemorasse
me autunno, quod iterimi affilino : Saepe potentiores ab infirmioribus vinci. Argumento
Serpens et Cycnus fnit, etc. ». — Così anche dall'esame di questi paragrafi risulta
la posizione di L1 (quanto a V1 non possiamo affermar nulla recisamente perchè mutilo)
di contro a tutte le altre recensioni, le quali, come si è dimostrato, mettono capo
ad un'unica recensione originaria lacunosa. Risulta pure evidente la distinzione da farsi
tra le recensioni L . B ed A . U . P.
[7] Più caratteristico è il seguente esempio, dal quale anche può rilevarsi a quale
delle due classi sovradistinte si debba ascrivere la recens. Vat. 704. Nel capitolo II
le recens. P. A. U. L3. (V2 ?). G. hanno una lacuna nei §§. LVIII-B e LIX-A, ossia
manca in essi la Novella del Pittore. Tale lacuna per altro non riscontrasi nell'arabo
e nemmeno in Ll e V i quali perciò si mostrano migliori dei codd. e recensioni
— 141 —
sopraccennate. Il Barb. e il Leitl. hanno la novella, ma fuor di poeto, il che indica
che è interpolata e che quelle due recensioni derivano (come si è visto anche supe-
riormente) da recensioni lacunose colmate dopo : nel B. e nel L. infatti abbiamo che
dal § LVIII-A si salta al § LX-A : soltanto dopo questo, vengono i due paragrafi
LVIII-B e LIX contenenti la novella. Do questa novella (perchè sin qui inedita nella
sua forma greca) secondo la recensione L1 : f. 32«. Aiysrai yàq mg sr nrt nòXsi rjr
è'finoqóg ne; ì'^mr yvraTxa rtjxrv mqaiav . ìj óè yvrrj avrov syt'Xsi riva £myqà(foi .
più óè twv rjfisqàv Xs'yst y yvrij rov éfiTTÓqov nqòg ròr (iot%òv avrrjg. ov óvraGai
if/jovaacd-cu sic ri sic Tra sqxoju'rov gov [israirov sic nqòg fis sic &smqovGa avrò
s'yw sì-t'qxofiai nqòg gs sic cirsi' qxovig . sic ò óè sins ói'va/iai rovro noiriticti sic
xaì nàov svxòXmg . xaì Xafìmr Givóóra ÌGròqitGtr avtrjv . sic xcà r'jX&sv /.israprfjg sic
nqòg rijv (piXovjAsviqv avrov vvxTÒg sic . i] óè ìóovGa rovror nsqi-xaqsìg sic iysvsro .
Xtyej, oiìr ó ^myqacpog nqòg aihijr orar sXdrjg sic (le n]r Giróóva ravnjv cpmqmvra sic
yirmGxs ori sym slj.ll sic si'xs óè ò cerilo aviitg ò s'finoqog óoì>?.Gì' . eìffeX&àv óè ò
óovXog agiva rjxovGsv dnsq GvrsvovXsvGavro sic nàvra . ànsXitmv ovv 6 £myqày>og
fjuà rwr iusqoir ir tm naXari'm ànijXti-sr v óovXog rov sfinóqov nqòg rrjr nai-
ÓìGxtjv rov £wyqàyov . xuì Xt'ysi avrij sqonm Gè omog /ioi ómGsig ir, sic Giróóvi sic
tov av!)irrog gov . xuì óiuGvrrófioig Tavtrjv Gol (ft'qo) . ì) óè óovXri ói ùxaxiar .m>
siysr dióojxtv avrm sic Tì]r Giróóra . xaì (foqs'Gag sic avrrjr nXS-ev nqòg Tipi xvqi'ar
avrov vvxròg sic . i] óè tóovGa ritr Gir dora sóoixsi sic ròv ^wyqdyor tirai xaì eX-9-ovtia
/ttrà Gnovó^g ffvveys'vsTO avrò) sic . ò óè s'ìsXOo'ìr vneGrq>sxptv zip' Giróóra rov
Lo>yoà(fov sig n]r naióiGxip . sX&tòv óè xaì ri £a>yqdq;og xaì Xafiah' rijr Givóora .
naijXO-tv nqòg n]r (piXovfis'vrjv rìj sic avrìj sic vvxrl xarà rò eìoo&wg sic . rj óè Xiya
avrm sic ri ori Gvrrófioìg \<niGrqtipag sv fuà sic vvxrl xaì nàie rovto . sic xuì ó
go>yqàqog àxovaag sic rai'ia nsqiXvnog ysyorsr . xaì i'yrm ròr dóXov . xaì Grqaytìg
fig ror sic oixor civrov . trvipe rrjr naiótGxijv àytidwg . f; óè xaO-0/.ioXóyi Gsr sic
avrm sic narra . ò óè Xa§mr ròv sic Givóóva . xarixavGtr avn)v rò sic nvqi sic.
Un ultimo fatto che convalida la distinzione di tutte le recensioni da noi prese [8]
in esame nelle due classi sovraccennate si riscontra nel capitolo IV dei gufi e delle
/toltole. Nel § CXIV-B sono in L1 e V le seguenti parole proferite dal corvo come
un voto: ò óè xóqal; '• £V%aqiGTm rm &sm nò vnorà^arri roì'g e%&qovg nàvrag ino
rovg nóóag Gov ót'ofiai óè xaì sìg rò i'gfjg rò ÙGaXevror rijV Grjv fiaGiXet'ar óiarij-
qijGai, xaì sv %uqà xaì slqip'ij rovg vnò rrjv GÌjv (ìaGiXsiar óiaqvXà^ai. E fanno
riscontro all'arabo De Sacy: « Der Kabe versetzte: — Ich will Gott, der deinen
Feind zu Grande verrichtet hat, bitten, dass er Dich lange an der Kegierang lassen
mòge zum Heil Deiner" Unterthanen, und dass er diesen Augeiilrahle zukommen
lassen moge ; denn u . s . w. — » . Ora tali parole mancano assolutamente in Amb.,
Ups., (il Possino è in questo luogo molto accorciato) Laur. XI, 14, Vat. 867 (che
ili questo luogo non è mutilo), in Gov. de' R. e finalmente nel Barb. e nel
Leidense.
Frattanto, dai fatti precedentemente raccolti ed esaminati risulta:
1 . Che le recensioni dello Stephanites da noi studiate debbono dividersi in due
grandi classi, la prima delle quali contenente L1 e V1 (?), la seconda tutte
le altre.
— 142 —
2. Che tra le recensioni appartenenti a questa seconda classe dobbiamo
distinguere fin d'ora tre gruppi che sono: A . U . P. — L2 . V2 . G. — L . B.
§ 9-
Continuo ora le mie osservazioni portando l'esame su questa seconda classe (A.
U . P . L2 . V2 . G . L . B.) così ripartita in tre gruppi.
La distinzione del gruppo A . U . P. dagli altri due L2 . V2 . G. ed L . B. è
confermata da alcune corruzioni generali che si estendono solo ad ambedue questi
gruppi; e che sono le seguenti:
[9] Un primo caso di corruzione nel gruppo L2 (V2 ? è mutilo in questo luogo) G .
L . B., corruzione dalla quale andrebbero immuni i restanti codd. V1 . L1 , A . U . P..
potrebbe riconoscersi nella omissione della novella del xvxvog e della ii'/ty»,
(§ XLVIII), che si riscontra nel 1° di questi gruppi. La novella è inserita nell'altra
novi^iK xcà Gxot-aOTixóg, ed ambedue son raccontate da Calila in un'aspra rampogna
che fa a Dimna. Ma trattasi qui effettivamente di una lacuna nell'un dei gruppi,
o piuttosto di una interpolazione nell'altro? Noi abbiamo esaminato questo luogo
attentamente poco sopra (al n. 3), allorquando abbiamo dovuto addurlo per la
questione, se il libro dello Stephanites in un grado qualunque del suo svolgimento
abbia subito nuove influenze dall'arabo o da altri testi stranieri. E "il vedere che
anche le recensioni arabe si dividono qui in due gruppi, De Sacy da una parte
(che non contiene la novella) ed M . F . V dall'altra (che la raccontano), ci ha tenuto
sospesi nel decidere per l'una o per l'altra opinione, se debbasi cioè ammettere in-
terpolazione in un gruppo o lacuna in un altro. Ora però, dopo alcuni fatti che
abbiamo già superiormente notati per la questione circa i rapporti dei diversi codici
in ciò che riguarda il testo non interpolato dei primi VII capitoli, possiamo deciderci
alquanto meglio in favore dell'una piuttosto che dell'altra delle due supposizioni.
Da ciò che abbiamo veduto poco sopra risulta infatti, che le recensioni da noi prese
in esame debbono schierarsi nella seguente maniera : da una parte sono da porre
i codd. V . L1, dall'altra i restanti; questi poi debbono per lo meno suddividersi
in due gruppi, A . U . P. da una parte, e dall'altra L2 . V2 . G. nonché L e B. Per
tutto questo, ognuno vede come sia molto più probabile l'ammettere, che la mancanza
o la presenza della novella Kvxrog xcà vvi«jir risulti da lacuna estensibile a tutto
quanto il gruppo L2 . V2 . G . L . B. (in questi due ultimi è stata aggiunta posterior-
mente), piuttosto che da interpolazione in V . L1 ed A . U . P.; ed invero, poiché
V1 ed L1 formano un sol gruppo a parto, fin dall'origine, da A . U . P., bisognerebbe
ammettere (nel caso di interpolazione) che casualmente ambedue questi gruppi avessero
subite la medesima aggiunta e nella medesima maniera; mentre d'altra parte la
supposizione che qui trattisi di una lacuna estensibile a L2 . V2 . G . L . B, resta
convalidata dal fatto generale delle corruzioni e lacune abbondanti elio, a distinzione
da A . U . P, e quindi da V . L1, si riscontrano in quel secondo gruppo.
[IO] Nel caso notevole, che ora son per citare, rilevasi anche come il vat. 867 trovi
il suo posto nel gruppo stesso di L2 . G . L . B. — Allorquando nel III capitolo (del
corvo, del topo, della damma, della testuggine) il topo si accinge a tessere la
— 143 —
narrazione delle proprie vicende, i codd. L1 . V1 . A . U . P. seguono un ordine regolare
di paragrafi, che coincide coli' arabo, e che va dal § LXXIX-A fino al § LXXX1II :
e nel LXXIX-A il topo incomincia la sua storia narrando com'egli vivesse dapprima
nella casa di un monaco e mangiasse i resti del cibo, che il monaco appendeva in
alto dentro una cesta : e come un giorno essendo capitato in quella casa un forestiero,
mentre questi parlava, il monaco batteva le mani per ispaventare così lui come gli
altri topi : nel LXXIX-B il forestiero chiede il perchè di questo strepito che faceva
il monaco, il quale avendo esposto la sua ragione, l'altro continua dicendo che il
topo non può aver tanta baldanza senza un motivo: ed introduce la novella: uvx\
i] ym] <h ' ceki'av viva (jvii/j.a'ii vòv xa&aQUSfiévov tìrjtìafiov avrrjg nQÒg uxad-àqwSxov :
nel LXXX si narra la prima metà di questa novella; nel LXXXI la novella inserita del
cacciatore e del lupo ; nel LXXXII la seconda metà della novella precedente della donna
che cambia il sesamo: enei LXXXIII finalmente il forestiero continua il suo discorso,
riattaccando: ovxwgxaì òfivg ovxog ovx avev aìxiagxàv xoiovxwv xaxaxoln^.ìSa nell'altro
gruppo di codici L2.V2.G.L.B. si riscontra una notevole lacuna: mancano cioè
i paragrafi LXXIX-B . LXXX . LXXXI . LXXXII : il § LXXIX-A è poi congiunto
col LXXXIII per mezzo di un piccolo brano inserito, che tien le veci di tutto quanto
è stato tolto: ó òè £ì'io? sQmxrfiag xrpi aìviav àvéfia&ev, wc Si' i[iè ol xqotoi
yivovxai, xaì eìnev ò àvc<t(h]c ovvog ó pvg xrè. (L . B.). Cosicché tutto quanto il
brano è ridotto ad im passo che è del seguente tenore nel Governo de' Eegni 75 :
[LXXIX-A] * Molto volentieri, disse il sorce : e dei sapere che io da prima avevo
preso casa appresso un monaco, e di nascosto mangiavo tutto quello ch'egli per sé
apparecchiava : e satollo eh' io era, ciò che mi avanzava distribuiva a gli altri sorci.
E molte volte il monaco appiccava alto in un cesto tutto il suo mangiare, ed
allora io non potevo sfuggire il danno che da me stesso mi faceva. Un giorno poi
tra gli altri, un certo forestiere fu ricevuto da lui, e cominciarono tra loro a ragionare :
e in ragionando il monaco battea le mani per ispaventarci : [LXXIX-B . LXXX .
LXXXI . LXXXII.] di che dimandando il forestiere la cagione, intese che questo
rumore si facea per me, e disse: [LXXXIII] o che sorcio manigoldo! come è sfac-
ciato! cerchiamo un poco se lo possiamo prendere, ecc. ».
Nel capitolo IV, dopo che il quinto consigliere ha manifestato al re de' corvi [11]
le ragioni della loro grande nemicizia colle civette, il re' col § XCVIII-A gli domanda
parere intorno al da farsi, e quello risponde doversi ricorrere all'astuzia, e col
§ XCVIII-B dice: xqìvco ovv avfupéqov sìvai, Ttoirjffai (uj^vip- xoiavxrjv, wffneo
xivèg è/i ijar incerto xarc't xivog àdxrjx'ov. Nel XCIX poi raccontasi la novella
dell'eremita e dei ladri, e si termina nel C-A colle parole xcà vavxrjv aoi i£eùtov
zip/ nccQafìoXrpi 'iva yvyg mi il injjcn] nsyàla óvvarcu Ttoirjtìat, dette dal consigliere
stesso, il quale nel D-B espone e propone il suo divisamente. Questo ordine successivo
dei paragrafi è quello dell'arabo e al tempo stesso delle recensioni L'.V'.A.U.P.
Ma L2 . G (in V- deve anche qui lamentarsi una lacuna) mancano dei paragrafi
XCVIII-B . XCIX . C-A, vale a dire omettono la novella dell'eremita XCIX, e le
sue necessarie introduzione XCVIII-B e conclusione C-A. Nel Leidense notasi codesta
lacuna, ma da altra mano è stata colmata in margine, dove sono riportati di scrittura
minuta i §§ XCIX e C-A, omesso il XCVIII-B. La chiamata del testo al margine
— 144 —
è per altro fuori di luogo: essa è posta avanti il XCVIII-A Cosicché abbiamo
dapprima :
XC VII. XCVIII-A.^ C-B.
e quindi :
XCVII. ((Y . XCIX . C-A)). XCVIII-A „, C-B.
Il cod. Barberino nasce dal Leidense, perchè il tratto marginale di L è stato inserito
nel testo di B al falso posto assegnatogli in L, e perciò in B i paragrafi si succe-
dono con quest'ordine: XCVII . XCIX • C-A . XCVIII-A . C-B.
[ 1 2] In tutto il tratto del capitolo IV, che va dal momento in cui il corvo è trovato
steso per terra dalle battiture, fino alla vittoria completa dei corvi sulle civette,
si osservano notevoli lacune nel secondo gruppo di codici, di fronte al gruppo A. U.
e perciò L1 e V1, che presentano una lezione più completa e più regolare. Difatti
Ll . V1 . A . U . (diremo fra breve di P) presentano un ordine regolare di paragrafi,
che va dal CI al CXI. L'arabo segue quest'ordine: solo è da notare che in DS
mancano i §§ CV-A e CVII-C, ma quest'ultimo si trova in M . F . V. (Guidi 54):
« Quindi disse quel gufo il cui consiglio era uccidere il corvo: o re! se non vuoi
ucciderlo, almeno allontanalo da te, e tiello in conto di nemico temuto e non riposarti
in lui e nel suo parlare, poiché egli è istruito, furbo, ingannatore, fraudolento ed
astuto, giacché non è venuto se non per giovare sé stesso e i suoi e glorificare il
suo re etc. ». — Il Possino differisce qui eccezionalmente da A e da U, in quanto
compendia in poche parole tutto quanto il brano dal CI al CXI, omettendo del
tutto le novelle incluse, cioè: // ladro, il vecchio e la moglie giovane (CU);
l'eremita, il diavolo e il ladro (CIV); l'artefice e la moglie infedele (CVI);
l'eremita e il topo (CIX). Tale omissione del Possino e la sua divergenza dai
codd. confratelli non disturba per nulla la legge generale sulle attinenze strette che
corrono tra Amb., Upsal. e Possino; poiché quand'anche tale omissione non fosse
opera del traduttore latino, ma risalisse al cod. greco del quale egli si valse,
dovrebbesi in essa riconoscere uno scadimento peculiare di lezione in quel codice,
che forse potrebbe esser cagionato dalla conoscenza di quelle recensioni (l'altro gruppo)
nelle quali appunto mancano tali novelle : ma non offrirebbe argomento di identificazione
tra Possino ed L2. G ecc. Del resto il Possino stesso nella prefazione ci fa sapere
che, almeno di una buona parte di cotali lacune, l'autore è lui stesso, che ha
giudicato siffatte novelle o spurie o così indecenti da non doversi riportare: - Itaque
cum animadvertissem auctorem ipsum in morum censura, valde serium : Perzoem
vero primum eius interpretem in eius praefatione observassem rigidum castitatis fuis-
se cultorem: a qua severitate nec ipse graecae interpretationis auctor in sua praefatione
se abhorrere demonstrasset, vix me tenebam quin suspicarer, tres obscoenissimas et
peccare docentes Fabulas mala cuiusdam nugatoris intrusas marni : praesertim cum
duae illarum in Diss. 4 (che ò appunto il capitolo delle civette e dei gufi) ad
propositum nihil facerent. Quare Mas inde sustuli, irti et tertiain similiter ÙTcqoadióvvtiov,
et ineptissimam ». — A differenza del gruppo L'.V'.A.U. (Allacciano?), il cod.
L! e Q (il vat. 867 anche qui è mutilo) presentano notevoli lacune, in quanto
manca lei §§ CU . CHI . CIV . CV-A . CV-B . CV-C . CVI . CVII-A . CVHI-B . CIX.
CX ; che è quanto dire, press' a poco, il testo delle novelle inserii Ielle parti che ad esse
— 145 —
novello immediatamente si riferiscilo. Il Leid. deriva, al solito, da una recensione quale la
laur. XI 14 o G. colmate in margine Le lacune e richiamate fuor di posto. Il Laur. XI 14 ci
dà • CI CVII-B . CVH-C . CVIII-A * CXI. 11 Leid. aggiunge in margine d'altra mano
e di scrittura minuta i *S CU . CHI . C1V . CV-A, i §§ CV-C . CVI . CVII-A .
CVII-B .- C VII-C, e quindi i §§ CVIII-B . CIX . CX; ma, oltre che ne aggiunge
alcuni, dei quali non ci sarebbe stato bisogno, perchè c'erano di già (CVII-B .
CVH-C), e ne omette sempre altri (CV-B), colloca poi fuor di posto con chiamate
una parte di queste aggiunte. Difatti colloca i CU . CHI . CIV . CV-A tra il CI
e il CVII-B, mentre tra il CVH-C e il CVIII-A inserisce i CV-C . CVI . CVH-A .
CVII-B . CVH-C; i paragrafi poi CVIII-B . CIX . CX sono regolarmente collocati al loro
posto cioè tra il CVIII-A e il CXI. Abbiamo dunque: CI ((CU . CHI . CIV . CV-A))
'C V 1 1-B . 'CVII-C ((* . CV-C . CVI . CVII-A . '-CVI 1-B . 2CVII-C)) CVIII-A. ((CVIII-B .
CIX . CX)) CXI. Il Barberino ha inserito nel testo quanto il Leid. aveva aggiunto
in margine: soltanto ha omesso il '-'CVII-C; ed è resultato: CI [CU . CHI . CIV .
CV-A] 'CVII-B . CVII-C [CV-C . CVI . CVII-A . 2CVII-B] CVIII-A [CVIII-B . CIX .
CX] CXI.
Nel capitolo VII (Gli otto sogni del Re) trovasi nel § CXXVIII la favola [13]
della scimmia, che per raccogliere una lenticchia le perde tutte, ed è raccontai
da Palarios (Iblad) al Ee, per esortarlo a non volersi occupare troppo di una sola
donna, mentre ne possiede tanto numero. Questa novella si trova in L1 e in V1.
In V1 (vedi Guidi 76) è di l'orma più ampliata, ma meno genuina, poiché l'arabo
si accosta più alla lezione di L1. Ciò è confermato dal fatto, che una dizione più
vicina a quella di L1 trovasi in A.U, e quindi in P. Manca invece la novella
in L2.V2 (che qui non è mutilo) e in G. Nel Leidense è aggiunta in margine;
donde è passata nel testo, sotto la stessa forma, nel cod. Barberino.
Subito dopo la favola della scimmia vengono (§ CXXIX.A-E) 18 sentenze, che [14]
Palarios proferisce alla presenza del Re, ogni qual volta questi apre la bocca per
lagnarsi della perdita di Palàs (Iràkht). L'ordine di queste sentenze qual'è in L1 .
V . A . U . P può ritenersi il fondamentale e il migliore che ci presentino le recensioni
greche, se si confrontino coU' arabo non tanto DS. che contiene soltanto un numero
limitato di sentenze (S), quanto anche M . V . F, intorno ai quali vedasi Guidi 77 sgg.
Ciascuna di esse studieremo piti particolamente in altra nostra memoria, quando
avremo occasione di confrontarle diligentemente col testo arabo corrispondente e con
altre versioni orientali. Frattanto giova notare, che dicontro a tanta abbondanza
di sentenze nei codd. greci sopracitati, leggesi invece in L2 . V2 . G una sola di esse.
cioè la prima; che le sentenze 2-18 mancanti in L2 . V2 . G sono state aggiunte in
margine d'altra mano più minuta in L, con falsa chiamata avanti la sentenza 1;
che finalmente passato nel testo di B quello che era in margine di L, è risultato
per le sentenze del cod. B l'ordine 2-18. 1.
Mettendo insieme i risultati parziali ottenuti iu questo paragrafo per l'esame
dei fatti concernenti la distinzione del gruppo A . U . P dal gruppo L2 . V2 . G e dall'al-
tro L.B, giungiamo ad una conclusione analoga a quella già espressa alla fine del
§ 8, che cioè, mentre dobbiamo distinguere innanzi tutto due gruppi principali, da
una parte L1 . V e dall'altra A . U . P . L2 . V2 . G . L . B , in questo secondo gruppo sono
Classe di scienze morali ecc. - Memok.e — Ser. 1". Voi. II. Parte l3. 19
— 146 —
pure da distinguere due classi, cioè: A.U.P e L2.V2.G.L.B. In questa seconda
classe poi L e B si distinguono da L*.V*.Gr, in quanto quelli colmano per addi-
zioni successive le numerose lacune che si riscontrano in questi. Il Barberino infine
ci si mostra un derivato del Leidense. — Passo ora a studiare più attentamente la
elasse L2.V2.G. L.B, per vedere se in effetto L e B costituiscono una sezione a
parte da L2 . V2 . G , e quindi da tutto il restante dei codici.
§ 10.
I codd. L2.V2.G devono distinguersi dai codd. B ed L per alcune corruzioni
che hanno luogo nel campo della sezione L.B, senz'aver riscontro nell'altra. Esse
sono le seguenti:
[15] Al § VII è detto nel cod. L1: Uaq^aav ót sxetos avv zoìg vii uvròv Vcòsg
óvo, ò [lèv 2rey>avÌTr)g, ò óè *Ip>r}Xàzr)g xaXov[isvoi, ctfiyózeooù noixiXoi xcà clyyj-
vovtfTcìToi, nh)v oh ò 'Iyrilcni^ novrjqóg zig rjv zfj ipvy,] xcà itXéov èyiéfisvog
zrjg toìv 7TQayii«ro>v xazceXrjipsoog. Con questa lezione concordano A. U. P. L2. G (i due
vaticani V1 V2 son qui mutili). Ma L e B hanno nell'ultima parte del periodo sem-
plicemente: novrjQÓTSQog òì ioi<iwv o 'IxvrjXàrrjg.
[16] Al § XIII nel soliloquio che fa il leone, dopo avere inviato Ichnelate dal toro,
e temendo esser da lui tradito, è questo passo che riferisco nella lezione di L1 e in
quella di L.
Laur. LVII 30 Leid. Bon. Vulc. 93.
Ov oh yàq nianhir ròr fioraia- Ov ófì yào, q rat, nùfTEVeiv ròr ì£ov-
rr";i' r'ìì f7r' tzXsìov xcciqòv àvunmc Gzuaiìv
7taQE(OQafiév(j), rj zy TzXsovéxzr} xcà cinXr}- nXsovsxTrj xcà ani-
<Tto> avóqt, ìi zcp ni] sv xraoiò nfoiGTc'c- ano sic uvdqi, 1] nò (lèv èv xcaqiò ,TtQtarci-
aewg olxi'ag tickq' ccvzov Gvvsqyrj&évTi , aiaig n]r olxtav yvcófirjv xcà nitìziv xa-
rt nXovzov xcà óóìciv ccijcaotDtrn xcà d-ccqàv ccTroón'ìccrn.
ring rotar ioi;.ò yào ' IyviJ.àri^ ex noi- 6 yàq ' lyj-i/.tir^g nXovzov
Xov rjàrj avvszctìzarog wv /rqòg ti] t'iti^ xcà óó'ìccr dgirjqrjfiévog ri] i/1%
rzvXtj GvvtQQinTO . ì'awg yào dici Iorio ov "7./, TTQoGtgrjirrro • xcà òsóoixa in]
TiGiag ixòovXsvGsi fis . ì] svqoòv zò /ifya- siqàv zovro zò
Xocj miotici or Tono £wov ifiov fieìgov nj ixeyaXócfwvov £mov [lettovi fiov xcà sva&e-
ovvccfiei xcà svad-sviGzsqov, xovtoj Ttqoti- véGzsqov zr, Svvccfisi, cerno nqoGqvst xcà
ovattai (?) xcà avayyeXsì rà sfià s'Xaz- avayysXelxà éfià èXatTW(iaza,xoà£XTOTe
nuora ce. (){, retti ring èxdovXsvtìSl 1101.
La lezione del leidense è, come ognun vede, più accorciata o lacunosa, e pos-
siamo anche dire scorretta (cf. Xàniaxy e la trasposizione della frase xcù ì:xion-
ov nitizcòg txóov/.cran noi) della lezione di L1. L'arabo (cfr. W. I 23) è ancor più
diffuso. Ora delle altre recensioni la sola B ci dà una Lezione identica ad L. Il vat. 704
è mutilo: A e quindi U si avvicina ad L1. Il Possino (157, eoi. I) sebbene non sia
traduzione letterale né dell'una né dell'altra recensione, mostra tuttavia, ili derivare
dà un cod. quale L1 , piuttosto che da L o 15. Anche L- ha una lezi presso che
identica ad L1. 11 vat. 867 è mutilo. Il Governo de- Regni 28-9 va errato per di-
retto di interpretazione, ma appartiene lui pure alla classe di LV
— 147 —
Nel § XXIV-C Ichnelates parlando a Stephanites e manifestandogli il suo divi- [17]
samento di volere ad ogni costo riacquistare l'onore perduto dacché il bove era entrato
nella corte del leone, dice: óaXoytcràii^r ovv xàyw sìg n]v nqoréqav fiov là'ìw sic,
XICI OV% BVQOV 7T0Q0V (CTTIIXlll '"«ffl'HfffWC ìj [17] 101 Oo/.OÌ vov tcivqov anoxvstvai • TOVVO
yào fiot XvtfixeXég, ì'dwg xal tw Xeovri (L1). Le ultime parole i'cftog xul tw Itimi
manfano in B. L; ma si trovano in tutte le altre recensioni (però V V2 son mutili)
ed hanno riscontro nell'arabo DS. = W. 37 : « Denn weirn dieser nicht mehr um den
Lowen ist, werde idi wieder meinen vorigen Rang behaupten "kònnen, und vielL
wàre das aneli fi'ir den Lòwen gut, denn das, dass er dem Stier so ubermassig Ehre
erweist, kiinne ihm mit der Zeit Schande und Schade bringen ».
Nella novella delle due donne nude (§ LXVII) dov'è detto: i) fila è£ ccvràv [18]
òàxi-t rivi GvvTV%ov<ta iii^ìaiiiiw rrjv oìxsiav avrrjg aìó%vvr]v neoiexalvipe .smtfrqa-
<jH<>« ó'ì ì) ìit'occ TTQÒg àvTtjfv sinsv • ovx «ìoyvvil yvfivr] p<xò*C£ovGa; (L1), mancano
per salto di copista nei soli L. B le parole da 7TSQisxccXv%psv fino ad aìff%vvr].
Sulla fine del capitolo II, e terminato il racconto Zikjidìi iqg xal 'IxvrjXdxrjg, [19]
i cod L. B hanno: xal oviwg àjioifiatov rtXog xwv s'oycov ccvrov ò 'IxvrjXcctrjg s3s§ccto:
poi non introducono il filosofo a dire il resto, che è anche in L1: <Sxonr]xéov va
TOiavru xrt. Le parole xal ovxcog àfioi^aìov — fót^aro mancano in tutte le altre
recensioni greche come nell'arabo.
Nel capitolo III, § LXXVII, allorquando il sorcio parla col corvo intorno all'ami- [20]
cizia che questi gli aveva proposto, dice: « yào non xatoov àiaatotipug rag fjfiexéoag
tìvvd-rixug, ovx àr ì'yoig slnstv, ciig svocòv rùv (ivv àtìvvsxov rpià\rpu roìnov xaì
fàiXt'arra (L1). Così tutte le allre recensioni greche e così press' a poco l'arabo DS. :
« solltest du mich demnoch betriigen, so sage denn nicht: ich habe an der Maus
gefunden, dass sie leicht betriigen làsst. » Ma L e B erroneamente: « yào tiots xaiqoi
àvaOTQt'ipsig rag rjfisxéoccg avvS-rjxag, ovx itriiitÓQijTov sàffrjg (sic) fis . ò ó't xóoa'S
si'tisv iv xovxm tytig eìnslv log evocar tov fivv dcvvexov mtcetipsa ioviov xal sdeXéaffa.
Continuando nello stesso paragrafo, abbiamo in L1 e così quasi in tutte le altre [21]
recens. greche meno L. B: eira rrootxvipe xrjg lói'ag xaTccdvaswg . ò ó'ì xoqcc£ . vC [ir]
xéXsov i'Stqyti Ttqòg fié; ò óì fxvg sinsv. In L. B sono saltate le parole da ò xóoa'ì
fino a noòg in'. Ma questo fatto non ha un valore assoluto, perchè la stessa lacuna,
senza essere in G, si trova però in L2. V2. Su di che vedi più ampiamente al n. 55.
§ II.
L'esame dei fatti, che abbiamo discussi nei §§. 8. 9. 10 ha portato ad una con-
clusione, che può graficamente enunciarsi collo schema seguente:
L-. V
(1)
A. U. P
(2)
L-. V». G L
(3) B
(4)
— 14S —
Cioè : — la versione di S(imeone di Setti) diramò dapprima in due recensioni,
delle quali una rappresentataci da L1. V1, l'altra da a, che dette luogo da una parte ad
A.U.P, dall'altra a /?, da cui, in direzione opposta, si ebbero L2. V2.G ed L.B. —
[1 cod. B è sottoposto ad L, in quanto abbiamo traccia di dipendenza di quello da
questo. — Da S ad a, da « ai differenti tre gruppi numerati (2) (3) (4) siamo
scesi per successive corruzioni del testo: il gruppo (1) ci rappresenta quindi fino a
questo punto la lezione più genuina, perchè più vicina a quella di S.
Ora esaminiamo ciascuno di questi quattro gruppi separatamente, per tentare
una distinzione anche tra i codd., onde ogni gruppo è costituito, e per mettere in
rilievo alcune delle particolarità peculiari di ciascun codice. I fatti son tolti, al so-
lito, dai primi sette capitoli del testo. Comincio dal gruppo (1) che comprende L1 e V1.
§ 12.
Diffìcile molto è il determinare quali relazioni intercedano tra L'eV; tanto
più che V1 è mutilo in molte parti e non offre campo a raccogliere dati sufficienti
a risolvere la questione. L1 forse è meno discosto da S: V1 ha sofferto maggiori dete-
rioramenti, specialmente in fatto di interpolazioni. Eccone tre esempi:
[22] Al § LXXXXI, dopo la citazione di Esiodo: xaì yùo d(i<pi§oXoeqyòg dvrjQ axrfii
naXaisi, aggiunge il solo V1: chi yàq an)o àffv/xfiovXog xar'aviov 7roXt'[iiog.
[23] Nello stesso paragrafo, poco più oltre, dopo la sentenza: ò dì tò ofxnor ur-
tSvrjctiov ctTtoxQVTCTmv xcà tsvvvrjqmv dvo ravva xeQÓavsì xaì xavù Svo xqónovg tòipe-
hjO-ì)cl£Tcti ■ ì) yùo rvy/urti xoì icfsxov xcà èri Ffjì ìSitn (pQOvrj/Mxvi yéyijd-sv ■ \
ù.Torv ■/_■<>)■, ràv èm xft tirai vyja (léfii^sav èx<pevyet: dopo questa sentenza, dico, il
solo V1 aggiunge le parole: oig tic, toh aotpwv tìvvaivsl- o fis'XXsig tzoieìv >a] too-
Xeys • druiv/wv yùo ytXaG &>]<}>] .- che appaiono di per sé stesse una interpolazione.
Alla fine della novella della scimmia e delle lenticchie ( § CXXVIII) leggesi
nel solo V1. JiSoixa oiv, a fÈatìiXtv , /n] noxs xaì èrti Ooì io roiovzo ysv^tìsxai,
Ihoi.rùr là ihhcòi] sic xaì i'ò fisxafiéXf me£ó[tsvog (fVfijSfj Gol nUràrai xtà ovxwg
v(Sii:Q>tdi]<sa- xcà reti loirràc (Cfr. Guidi 76): le quali parole, che non si riscon-
trano in nessun' altra recensione greca , non trovano il loro corrispondente neppure
nei testi arabi conosciuti.
[25] Del resto anche L1 non è immune da siffatte interpolazioni, e noi troviamo che
nel §. XCI sta scritto in L1 : Taìta yvwvxsg Seàc&s xtà va snòfieva ■ tìxonrjtìaxi
ovv Ttùg òsi avxovg noXsfisTv, Tra vovvovg vixrjtìcafisv. Queste ultime parole tìxo-
nt^arfr-rixi^oìHi-r mancano in tutte le altre recensioni. Il Possino amplia, ma sembra
riferirsi sempre al pass.) zavxa-ènófisva : (117, col. I) «Agite, cousulite in medium,
quid emendando incommodo, praecayendis in posteram damnis similibus, opportùnum
factujudicetis, promite -. E così pure L'arabo DS = W. 184 (cfr. (laidi ài) dove per
altro il discorso è posto in bocca non al re ma ai suoi sudditi : « Wir gehoren aber
ganz dir an, o Konig, dram mdgest du far uns und fiir dich sei list besorgt seyn : -
Cfr. anche il Panciatantra (Benfey 11.214). dove il re dice ai suoi ministri: - Was
is1 also in dieser Lage angemessenerweise unter folgenden sechs Mitteln zu wàhlen :
Priede, Krieg, Marsch, Abwarten, SchùtzbùndnissoderDoppelzùngigkeit? Dies iiberlegt
nini sugi rasch eure Meinung ».
[24]
— 14!» —
§ 13.
Quanto al gruppo (2) comincio dal notare alcune corruzioni generali che si esten-
dono a tutti e tre i codici ond' è costituito; le quali corruzioni generali distinguono
vie più il gruppo (2) non tanto da (1) quanto da (3) e da (4). — Ecco esempi di
interpolazioni in tutti e tre i cpdd. A . U . P .
Al § Vili in fine della favola della scimmia e il leguaiolo è in A.U: Orna [26]
xcà a e ;ui:jmc av « rotg roiovvoig '/_q(<: che manca nell'arabo DS. = W. 9 e in tutte
le recensioni greche, ma non nel Possino che ha, 155 col. I: « nihil mitius impendet
tibi, si curiosus esse pergis ».
Nel § X, quando Ichnelate si è presentato al leone ed ha parlato, questi dice [27]
(in L1) ai suoi sudditi: ó svtìvvsiàrjzog xcà fojytog dvriQ àyvoeVcai noXlàxig cr/Q1 ",■-"
òjxiliag ' xtt&aTcep tò vnoxovTtxónevov ttvo , onótav tic (f>wg è^éqysxM, àtQioì' xov
(plóya ccTTsqy cifrai. Così l'arabo DS. = W. 18 che finisce appunto colle parole :
« gleichwie die unterdrùckte Feuerflamme hoch aufzuloden strebt » . E così pure tutte
le recensioni greche, meno A. U. P. Invero A. U aggiungono : nuoaTTXrfiiM; xcà ovrog
xainoì' vvyoàv, f'x fióvrjg vfjg òfJuXlag oióg effit xaxccórjXog yìvextu. E il Possino 156
col. I : » ita hunc quaedam demum fortuna congressus nostri, in notitiam protulit .
indignum profecto, qui lateret » .
Alla fine del § XXIX, dopo la favola del leone e della lepre, aggiunge A ed U : [28]
Ovxeo xch/co Dccoom sm nani /mi niaxsvovxa xòv xavqov , che il Possino 160 col. II
rende : « Ad hoc exemplum confido me quoque persuasurum Tauro quae illuni stulte
credulum in exitimn praecipitent ». Tale aggiunta manca così all'arabo, come a tutte
le altro recensioni greche, ed ha anche di per sé l'aspetto di una interpolazione.
Alla fine del § XXXII, dopo la novella dei tre pesci, trovasi in A.U l'ag- [29]
giunta che segue, mancante all'arabo e a tutte le altre recensioni greche, meno il
Possino: Ovtoi xa) tticc àvòrpog nefoexai, rijg avxov (irj nqovomv tìwxrjQtag. Possino
161 col. I: « Similia patietur quisquis denunciato iudormiens periculo, neglexerit
vel tempestive praevertere, vel solerter eludere insidias lido indicio praecognitas - .
Altra interpolazione della stessa natura è nel § XL alla fine della favola della [30]
testuggine e delle due anitre, dove A.U aggiungono: xoiavTtx neiaexai xoù ò <n] àxovcov
avT'ò òniAoirii: e il Possino 164 col. I: « Talis mina manet non morigerum recta
monentibus » .
Così pure alla fine della novella del corvo e delle scimmie (§ XLV) A.U: [31]
Toiovxov Si] xa/xè xoiavxd aoi TcccQuivoìna óoxsl elvai. E il Possino 165 col. I am-
pliando : « Par exitus ne me maneat equidem vereor. non cessabo tamen adhuc, cha-
' ritate provectus vera tui, et hoc denunciare, si forte tandem vel hoc postremo ex me
audiendo exemplo moveri ad salubrem resipiscentiam possis *.
Oltre che per casi di interpolazione, le recensioni A . U . P si distinguono da tutte
le altre per ima serie di lacune loro proprie. Eccone tre esempi:
Nel § X sono in L1 ( e così generalmeote nel greco) le parole: òsi yàg ròv [32]
(lèv (<oy<irra (fatxoi'isiv rovg vtx' avxóv, xòv ót GToctxtjyòr xovg GTQariaixag, ròv ó'è
dg%i£Qéa xovg loyiovc avóqag xcà gttovóm'ovc. Ora A. U mancano dell'ultimo passo :
— 150 —
iùi ó'ì doxuotcc - anovSaiovg; e il Possino pure 156 col. II dice semplicemente:
- Tanti refert notos penitus Principi subditos, Imperatori milites esse ».
[33] Mancano in A. U. P le parole che dice Iclinelate al § LXVIII, dopo raccon-
tata la novella delle donne nude : Toiovvog ovv xcà av oì, nqMvoixùytiQt, xcdJtcm.-
xag, xcà tìavvòv ov TrtqtffxoTrtTg £%<iìv èv r/~ aaqxì tiu'ìXorrag, tira xctcaroXiiàg ttciqì-
gtug'&cu fiaatXtì xaì n)v roviov òiairav iitraxtiQiXtci^ai (L1). Questo brano si trova
press' a poco nella stessa forma, così nell'arabo DS = W. 128, come presso le altre
recensioni greche.
[34] Nel capitolo III, quando il topo tesse la storia delle proprie vicende, e preci-
samente alla fine del § LXXIX-B, prima che venga introdotta la novella della
donna che cambia il sesamo, è detto in V1. L1 (e così nell'arabo e generalmente nel
greco): ò óè £évog eìtcev • oixog o iivg uìxìav riva t'xet (così V1, ma L1 aì't^Giv oi'x
è 'yti) ■ è/m yào tit'itvijiat àv-d-QWTtov tìnóvxoq- carri (L1 Stori) i] yrvi] ài' cariai! uva
a in 'illaì tv (L' Gvvi]Xt'ìtv) rò (L1 ròv) xalhaqiailtvov ffyffafiov (L1 a^daiiitov) avrrjg
rroòg clxa'JcioicSrov . ò óì (iova%òg ti'rrtv • xaì rrùg fjv torio: Ma queste parole man-
cano affatto in A. U. P.
Una terza classe di corruzioni peculiari ad A. IL P sono le seguenti :
[35] Nella favola della volpe e del timpano (§ XI) è detto nella maggior parte delle
recensioni (compreso anche Prete Giovanni; v. Studi di filologia greca pubbl. da
E. Piccolomini I 29 sgy.), come una volpe affamata, trovandosi in ima selva . s'im-
battesse in un timpano, che sospeso ad un albero produceva rumore; dal quale im-
paurita la volpe, non osava appressatisi ; ma vinta poi dalla fame, credendo che
quel timpano potesse apprestarle una buona quantità di cibo, si avvicinò ad esso.
L1 : Aiytrai yàq mg àXamr^ rtq Trttvwffa xaì rooifìtv trci^ijovcla 7tQ0tìxsxv%ì]xsv tv
rivi vXr, trii:iav<<ì uvì (ìtvógoi d7rrj(OQrjfjtsvci) , xaì tv t <<ì virò rmv ctvt'itùtv iitiaxt-
vtTclU-ai àXalaynòv ttoiov/iìvoi cita tmv xXoviov ■ unto *] àXor/rr^ axovcfada tdtiXiatit
TTQocifyyi'ffai • tira i jj TxeCvrj xaì xfj lìot'itt fyi t ifltìaa y.at ti oXnipt xovxov, xcà tx'/.i-
tìiàdaCa /Vitro TtoXkfi TitntXvj xaì xoiari arvrr/tTv. no fityilffi rov rvfiTtavov i ttv oxpiv
7TiavitihtTcsa. Così racconta pure l'arabo De Sacy (W. I, 22: Er der Fuchi fand dieselbe
die Paucke sehr dickleibig, uud glaubte deshalb sicherlich, dass sie viel Fett und Fleisch
haben unisse) , quanto V . M . F . Il cod. F (Guidi 26-7) racconta « che una volpe
affamata venne in ima selva nella quale era un timpano gittato accanto ad un albero,
e tutte le volte che spirava vento i rami dell'albero battevano questo timpano, onde
dava un suono spaventevole. Quando la volpe sentì questo suono ne stette in guardia,
poi si fece alquanto sopra al timpano per la gran fame che aveva e pel desiderio
di trovare qualche cosa con che saziarsi : vide che non si moveva uè faceva niente,
onde gli avvicinò e lo tkovó grasso né dubitò che fosse pingue e di buona
carne » . Ma A . U . P raccontano invece (presentando con ciò una lezione più cor-
rotta) che la volpe avea già trovato dei cibi nella selva, e che era stata costretta
ad allontanarsene per lo spaventoso rumore di un timpano appeso. A = risi at. 10,
Stark 38: ttoXJmv yàq xaì nintXwv xqscctwv hqotbqov t'.rii lyoroa. r$ ó'ì- utyt.'itt
tOV tvii rrc'cvov xcà nò rj%si TtXavi^ltTcra, àné<S%exo roilXWV, K il Possino 157 COI. I :
- Quam in rem accipe quid vulpi contigorit. Haec famelica praedam quaerens, largam
ex voto reperii in quadam sylva: sed ne secure resceretur obstabat fcerribilis strepito
— 151 —
ex alto ingruens. nempe fcympamnu quispiam de ramo vieinae arboris suspenderat : et
motae aura frondes ad illud allisae fragorem edebant alte resonantem, et formidolose
minacem. Eo turbata misera vulpes saginam ante oculos paratam pinguis et copiosao
ferinae, pressa licet acri desiderio edendi, attingere non audebat, timide circumspicions,
sese contrahens, et ad omnes impulsus tympani (crebri autem hi erant adspirante vento)
totis artubus contremiseens ».
Nella favola della testuggine e delle due anitre (§ XL) quella è da queste tra- [36]
sportata in alto per mezzo di un piccolo legno, al quale sta attaccata coi denti, e col
patto naturalmente che non parli in verona circostanza. Passano degli uomini, xal ìdóvreg
tr>v %eXoavr}V àvr)QTr}(iév7]V, è&ccv(ia£ov Xéyovreq' Vósts Ts'qag. (is'yiffTOV, x^wvtjv ino
dio vnzràv sv déoi gisQOfiévrjv. E la testuggine non sa resistere alla tentazione di dar
loro una risposta; che è nell'arabo DS. = W. 86 : « Gott moge eucb verblenden, ihr Men-
sehen - ; e nelle recensioni greche generalmente press' a poco come nell' italiano del
Governo de' Regni 49 : « si, a vostro dispetto » . Ma A . U . P fanno che invece la testug-
gine, insuperbita, si rivolga alle anitre stesse, invece che agli uomini, e dica loro:
(Possino 164) « En . . . etiam vos, o Anates, supervolo". — : (A = risi aten. 29,
Starli 118) c(iont'otl . . . Vm«(im vfiwv.
Nel capitolo III, quando il corvo persuade il topo a mutare la sua dimora [37]
(§ LXXVIII), questi gli risponde, in A.U:- ^vnnoQivdoiia! dai . . . xàyió • §ovXofxm
yào ròv tónov ixsìvov (quello indicatogli dal corvo) slósvcct • tv' , orar tovvov sdtìo),
jtsqi uviK aU.ov óiuywyfjv, eìg sxsivov àntl!}io. E così pure il Possino 174 col. I:
« Ait Mus : Ibo et ego perlibenter tecum. soleo enim non uni receptaculo contidere.
Sed me semper juvat duas saltem habere mansiones, quarum in alteram confugiam, si
altera excludar *.Ma la lezione genuina, quella cioè più vicina all'arabo, ci è man-
tenuta da tutte le altre recensioni, che fanno parlare il topo nella seguente maniera :
avn.Ti)Q:-v(Ji)H(tl tìot xrcyo) • è )u'gi Gcc yào trp> èvcav&cc dlaywyqv, di* ctc, iit/.lio r,<n
à(fìjt'éa«a,'>((i unteci, off vòv tónov sxsivov (xaTa)Xrj'i)0[isv (L1). Gfr. 1 arabo DS. in \\ .
158. Il cod. V (Guidi 49) è ancor più vicino al greco : « Gli disse il topo : anch' io
vengo con te, poiché ho in uggia questa mia dimora. E il corvo : che cosa hai in
uggia della tua dimora? Rispose il topo: ho su questo dei racconti ecc. ».
Nella novella della donna che cambia il sesamo dice il padrone di casa alla [38]
sua moglie (§ LXXX): povXonut aìioiov xaXstìm itvàg voi Smtvrfica tìiv èpol:
parole di L1 che coincidono coli' arabo DS. = W. 161: « Ich will auf Morgen eine
Gesellschaft laden, dass sie bei uns esse, dram liereite Speise tur sie ! » : e che si
trovano press' a poco nella stessa forma in tutte le recensioni greche, meno A . U . P.
In queste difatti l'invitati non saranno persone estranee, ma lo stesso monaco e i suoi
amici, che coni' è detto precedentemente nella stessa novella, erano stati ospitati per
quella notte dal padrone di casa. Possino dice 174 col. II: » Volo istos, quos teeto
excepimttSj honestos, ut apparet, viros convivio etiam adhibere cras ». In A.U man-
cano le parole xoì dsmvijo-cu avv èfioi, e il nvàg è cambiato in rovrovg.
Nella stessa novella, parte seconda (§LXXXII), è in A.U una corruzione gra- [39]
fica, che ha indotto in errore anche il Possino. Ecco in che consiste. Nella novella,
secondo tutte le recens. meno A.U.P, è detto che la donna avendo scortecciato
e preparato del sesamo e messolo al sole ad asciugare, un cane passando lo corruppe
— 152 —
cou immondizia; e che quindi la -donna ricorse all'espediente di cambiare il sesamo
scortecciato e già preparato con sesamo da scortecciare e preparare. Il greco L1 (e
press' a poco gli altri codd., meno A . U . P) dà una lezione, che espone il fatto tanto
succintamente da renderlo appena intelligibile : Kafraoiaaaa de tov a/jaafiov rjnXia-
(Jtv aviòv èv T(ò rjXCai tov ^tjQav-d-ijvai, xal ccnijX&sv slg lótuv SovXeCav. xarà avy-
xvqi'ccv Jì iXxhàv tic, xvoav ovQTjtì" èv avito ■ ìò uva a óì ruvio rj yvvrj *{ldiXv-/J}>j iur
(Tifite/ior, xal X a /?o va a tovtov xarrjXXa^sr avi òr TTQÒg àxa It dotar ov.
Le ultime parole, come ognun vede, non sono molto chiare, e la conclusione della
novella resta, nel testo greco, alquanto insipida e senza senso. Come debbano esse
interpetrarsi, ce lo dice l'arabo DS.=W. 164, e il testo stesso del Panciatantra, che
qui trascrivo nella traduzione del Benfey II, 176 : « Sie". . . weichte die in Hause befind-
lichen Sesamkorner in weichem Wasser auf, " enthiilste sie mid setzte sie in die Sonne.
Mittlerweile, wàhrend sie mit der Hausarbeit beschaftigt war, liess ein Hund mitten
in die Sesamkorner sein Wasser ab. Als sie das sah, dachte sie : « Ah ! Da sieh einer
die Tiicke des feindlichen Schicksals, dass es selbst diese Sesamkorner ungeniessbar
gemacht hat. So will ich denn mit ihnen in irgendem Haus gehn und mir uuaus-
gehulste tur ausgehiilste ausbitten! Diesen Tauseh wild alle Welt eingehn ». Sie legte
sie darauf in eine Wanne, ging von Haus zu Haus undsagte: « Nehmt ausgehiilste
Sesamkorner tur unausgehiilste ! » So trat sie denn auch in ein Haus, in welches ich
gegangen war, ura zu betteln. Auch hier bot sie mit den friiher angegebenen Worten
ihren Sesam zum Untausch an. Da nahm die Horrin dieses Hauses voli Freude die
ausgehulsten Korner fur nicht ausgehiilste an. Und nachdem dies so geschehn war, kam
ihr Mann hinzu. Dieser sagte zu ihr : « Liebe ! Was ist das"? » Sie erzahlte : « Ich habe
zurecht gemachte ausgehiilste Sesamkorner fur unausgehiilste eingetauscht ». Darauf
iiberlegte dieser und sagte dann: « Wem haben diese Sesamkorner gehort? » Da sagte
ihr . Sohn Kàinandaki : « Der Mutter Sàndilì » . Da sagte er : « Die ist sehr schlau
und im Handel geschickt. Darum miissen diese Sesarnkorner weggeworfen werden. Denn:
Nicht umsonst hat Mutter Sondili erìthMste Sesamkorner fur unenthulste a
boten: sie hatte sicher ihten Grand ». — Da questo tratto si capisce come L1, seb-
bene racconti il fatto concisamente, tuttavia si tenga fedele al prototipo arabo per
la sostanza, e perciò rappresenti molto probabilmente la versione stessa di Simeone.
Ma A.U.P offrono una lezione notevolmente deteriorata. La parola (fisT)rjXXa^e
cambiò (detta della donna che va a cambiare il suo sesamo scortecciato con sesamo
non scortecciato), corrottasi, passò sotto la forma di un ì-'iti'i? in A..JJ: xal Xupovaa
in (irt xtxaDaotankvov oqffafiov, t/tiì;- tmù iuv xty.ulhcoiatiiiov èmGqg. E il Pos-
sila» 174 col. II tradusse in questo modo ed ampliò: « Quo animadverso foemina,
pollutum urina cibimi abjecit , escludi autem se tempore seutieus, ne alimi Sesa-
mum ablueret, quod quantitate necessaria pridie parato adjungeret. e cista deprom-
|ii mi mensuram eius priori parem; immundam, ut erat, frugem, antea mund
admixcuit; [haec secum mussitans: En quam espe | 175 col. I | diat, quidquid vir
meus contra disputet, repositum servare aliquid in crastinum. nempe uisi ciani ilio,
ut soleo, providissem partem aliquam sesami purgati, uiliil haberem quod ventili
eonvictum convivis hodie apponerem. mine cuìn salterà pars ad manum aliqua sit
sesami mundati, minore incommodo ei adjungi pars alia non purgata poterit. Modus
est ridelicet in rebus; et minia et nulla providentia pariter in vitto sunt]. Quae illa
duui et ageret et dieeret sapiente! et morate, vix tamen vitavit temerarium judi-
cium eujusdam, qui eam videns facere quod dixi, quam, inquit, causam habet ista
mulier fruges mundas impuris admiscendi ? » Il testo greco era appena intelligibile,
allorquando ancora non era corrotto 1' rjXlags in fyuSe ; una volta poi avvenuta questa
corruzione, bisognava fantasticarvi sopra e ritessere una nuova storia, come ba fatto
il Possino, per cavarne un costrutto. Insomma resta provato che anche qui A.U.P
ci danni» una lezione più corrotta che non quella delle altre recensioni greche ; e con
ciò resta confermata la separazione del gruppo A.U.P da tutti gli altri, cioè il (1),
il (3) ed il (4).
§ 14.
Per quello che riguarda le attinenze scambievoli tra ciascuna recensione di questo
stesso gruppo (2) = A . U . P , abbiamo una serie di fatti, dai quali può ricavarsi che
l'Upsalense ci presenta una lezione meno corrotta che non sia quella di A e di P,
vale a dire che corruzioni speciali ad A. P, che non hanno riscontro in U, determi-
nano a classare a parte il gruppo A.P di faccia ad U. Si avrebbe dunque:
U A.P
I fatti che ci inducono a questa classificazione sono i seguenti:
Nel capitolo I, § IX, dopo che Stephanites ha sconsigliato Ichnelates dalle sue [40]
mire ambiziose, di presentarsi alla corte del re, e gli ha narrato a ciò la favola della
scimmia e il legnaiolo, risponde Ichnelate nell'arabo DS. = W. 9: « Was du da gesagt
hast, lasst sich horen, alleili du musst wissen, das nicht Jeder, welcher sich Konigen
nahert, sich bloss seines Bauches wegen denselben nàhert, sondern auch, um seinen
Freund zu erfreuen, und seinen Feind zu iinterdrucken » . Differiscono in questo tratto
A.P da U e da tutte le altre recensioni greche, poiché queste, compreso U, hanno
una lezione alquanto più. vicina al testo arabo. Difatti abbiam in A: "Eyvwv . . . .
ansq [tot ugovreivag ■ cìll'ìaDi un xcà dófyg è(puafrca Set, evqiQaivovarjg /(tv rovg
tpCXovg, àviwtìrjs Sì rovg è%&Qovg. — P. 115 col. I: « jam noveram quae mones . sed
et illud scias velina: esse tamen praeclarum attollere aliquando animum ab humili-
tate status sui, audereque aspirare ad gloriam, cuius qui fiunt compotes, et amicis
gaudium , et iuvidis maerorem de se creant : quo quid praestabilius ac maius ? »
Invece abbiamo in L1 (e così in U. Cfr. Amivillius p. 44) : eyvmv uneq nqoéreivag ■
à'/.X' Ta !)i wg oì> nàg ò nctoo-fyyi^wv Toìg §adi).f vai Sia piar arrarà/.^v ngótìsiGi
[seines Bauches wegen) , aXX' Saviv ore Só'^ijc èqnépevog , evtpqaivovrjg /tir rovg
olxeiovg ipiXovg, àvi(ó<Srjg Sì rovg £%d-oovg.
Una notevole lacuna in A . P trovasi nella favola dei tre pesci (§ XXXII) . A : [41]
'0 fjièv ovv (tvvsToaTCCTog Tovreov (cioè rùv ìx$v<oi) «,«« r«j> àxovoai rmv zoiovtwv
(le parole dette dai pescatori) à/rsS^ui^s tfjg XCfivrjg nqòg ròv naqaQQkovrtt iroxa-
!«'»■■ oi Sì XoatoX Svo, àfieXr'jffavxeg i /]; èavxmv tìmfqqtag, TrqotfexaQTéqrjtìuv.
"Omo ìóoòv ò yjztov è%é<pq(ov 1%0-vg fiere ■peXrj&rj t.il tv, tov Séovxog dpXeìpiy, xcà
elnt rtgòg savTÓv, xrè. Il Possino 1G1 col. I ha veramente : « Secundus moras adirne
Ci.j i ze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II, Farlo Ia. 20
— 154 —
in loco traxit, quarndam voluptatem sequens : quod jam expeditis retilms a dorsi ne-
gotium Piscatores agere ferreque lacunam coeperant. Time ille vel sero sapiens, in-
tercluso jam exitu in flumeri, mortuum simulans, resupinus fluitavit, successu stra-
tagematis non infausto ». Ma abbiamo qui una parafrasi piuttosto che una tradu-
zione, e il codice allacciano, che non doveva differir molto da A, molto probabil-
mente era qui deturpato dalla medesima lacuna. Questa invece è colmata in tutte
le recensioni greche, compreso U, che inserisce un tratto del seguente tenore: oi //ir
àfaeìg ì]X!>ov {xcà) <fQ«y!i'ò (cod. <pQay[tòv) xòv /itTa'^v tov XtfivrjòCov xcà tov tto-
ra/tov nóqov xaTwyj'Qcoaav. Anche in G. 38 leggesi : « I pescatori tornando, chiusero
con una siepe il buco, onde dal lago si passava nel fiume » . Perfino Prete Giovanni
Vili ha: oi Sì cdiiìc n)v iitraiì' tov ttotcciiov xcà / /~c h'iivìfi dt'oòov (fQci^KVTf;
xaxéxleiaav )]6rt zovg ìyOvuz. avrovc aayì^tvaai. E l'arabo DS. = W. 54: « Als er
aber ihre Absicht erkannt, wollte er auch durch den Kanal eintritten, allein die
Fischer hatten tini verstopt. Da sprach der Fisch bei sich selbst, usw».
[42] Alla fine del § LVIII-A ha il cod. L1: et óè ///} tovto nomasi, ovx tya ttqÒc
riva xcnacpvyeìr, all' ìj ttqoì xrjv {tov &sov) £vtìnXa%viav tov è^excc^oìTo; xctodfac
xcà vi-<fQovc. E così pure U e le altre recensioni greche, meno A. P. Difatti in A leg-
gesi : ti ,'(»} Tiqng ròv rei nàvxa. §Xéizovxu tov &eoì ó<p&cc[ióv: e in Possino, simil-
mente, 168 col. I: « nunc restat tanta fortunae saevitia exercitis, testem invocare
Dei cuncta intime pervidentem oculum » .
[43] Nel § LX-B ha il cod. L1: "va ri //* di' ivòg ógpg ofifiaxog; ovx oia'/a. wg
rjjf.Traì (à rwv èad-Xàv tpoevec eìtìi, xaxù xrjv noirfi iv ; (Om. I. XV 203) àkk oow,
ok Trina-;, xarcì tov nqoffrjxxp (Salmi XIII 3) s^éxXivav afta, rftosim&rjtìav. La
citazione di Omero e dei salmi non ha naturalmente riscontro nella versione araba,
ma è probabilmente da attribuirsi a Simeone di Seth, poiché trovasi cosi nei codd.
del grappo (1) come in quelli dei gruppi (3) e (4): per lo meno è molto antica.
Quanto al gruppo (2) trovasi la citazione in U ; ma A omette la citazione dei salmi.
P ambedue : A e P dunque si trovano daccordo contro U nel tralasciare la citazione
seconda. Il Possino 168 col. II traduce liberamente nella seguente maniera : - Altero
nimirum, o Domina, me etiamnum intueris oculo , cui calumniosa praeiudicia gras-
santis in nostrum exitium invidiae , caliginem offundemnt. Tu vero vide, an non di-
gnum potius fnerit ista aetatis et nobilitatis auctoritate, periclitantium causis totani
et liberam aequae mensis aciem advertere, circiunspicereque omnem in partem cun-
cta, ac nullum vestigium negligere indagandae veritatis. Eei, heu! hodie omnium exo-
sissimae, quam ut impune, sic passim, omnes aversantur , omnes libere oppugnant:
Kege, qui unus posset absistere, connivente : dum prae nimia facilitate, ac benigni-
la) ia ostentandae studio, nullum in maìum pronum comminando deterrete; neminem
compertum nefflecti officii, castigare obiurgando sustinete ».
[44] Nel § LXXXIII leggesi in L1 e generalmente: xcù ó',arreo u) òXiyov iSwq ov
dvvccrca xòv olxelov rónov ijyovv rrjv d-àlctCtìccv xaxaXapsTv, dvifiàfisvov vnò <////•>
ctéoog x«ì vf, yft ìi^jduoitnnr, ii'iuo xià ò in] svnogwv nXovxov xuxaXafieìv àiperùv ov
Svvaxca. Tutto questo tratto è ridotto brevemente in A alle seguenti parole: [xcù
ifivrja&rjv Mg xk'/.Òk sì'qtjxsv ò eìnmv ] ori n', òXiyov vJwo udvvctxov /òr oìxsìov
TÒnov,o ètìxi n]v 9-dXcexxcev xaxaXa^sìr. 11 Possino ha 157 col. 1: - Inopes aquae
— 155 —
rivali tenue illud liquoris filum aon perferant ad mare. Flumen plenum sic oportet,
ut ad Oceanum pertiugat ».
Nel § LXXX1V ha L' : èjral ovósfiia véo\f)ig èv ti? fiiy iffxì ti} tmv <pCXov avv- [iól
(<r/.i<< napófioiog . i'yvwv yùo eymyt Sia Ttelqccg, mg ov Sei tur èyécpQova nXefova èv
tv) (ii'o) rit'ìv ccqxovvtcov èmCrjteìv. Nel codice A è una notevole lacuna: il copista
del prototipo da cui A derivò, omise le parole èatì 11] Tmv tpCXmv - tmv àqxovvtav:
causa della lacuna la ripetizione della stessa parola §Ujt in due punti diversi dello
stesso periodo. Iu A dunque il passo surriferito ha assunto la seguente forma : sTtsita
ih' ovfisfiicc tt'oéig èffrìv èv ròì t3i<<i mg iù àqxovvta èmfcrjtsìv (la corruzione ha fatto
modificare poi il cmv dqxovvcmv in r« àqypvvtct, per ricavarne un senso). Il Possino
175 col. H rivela lo stesso guasto nel cod. allacciano: * Piane summum vitae bo-
li uni. voluptas maxima, in moderandis immensis desideriis est sita». Ma U e così
tutte le altre recensioni greche presentano una lezione analoga a quella di Ll.
Un'altra corruzione singolare, che riscontrasi nei soli A e P, è questa. Al [46]
§ LXXXV dice il cod. L1: Aéyevca yàq, mg rama iati tmv aXkmv ùaraTunequ ,
io tov vétpovg GxtaG/ia, xaì rj Tmv (io%\)-rjqmv cfilia, xts. Il tò rov vétpovg Oxiuana
ha riscontro nell'arabo DS. = W. 172 : « die schwarze Wolke, welche in Sonne auf-
steigt ». Ma in A il vétpovg fu corrotto in véov , lo tìxiafffia fu per conseguenza
tramutato in un <pgóri0ua ; e ne venne fuori un rò tov véov fpqóvrjfia, che da Pos-
sine 176 col. 1 fu tradotto: « animus adolescentis ». U e tutte le altre recensioni
stanno con L1.
Nel capitolo III, quando al topo, al corvo e alla testuggine sopraggiunge la [47]
gazella, è detto in L1 (§ LXXXVI) : Tavta xcà xà tovtoig ixaoanhjaiu Xéyovtog
coi' xóoaxoc , óooxàg 11; iiifivm nuQsyévsxo-' rjv ìóiòv i> xóoul; ènì óéviorp è ^éntvt ,
xaì r] fskmvr, ii'j vòati TvsqisxaXvqid'r}, xul ò fivg v7t£iGrjh{r£V tic xataàvGiv . rj ó'ì
ókiyoffTov [leTàXccfioÌGa vóatog i'Gxi nsQCdsiXog , tvlltv xàxsld-sv tovg otp&aXfiovg
TtQtGrot'ifovGa. Queste ultime parole ij dì oXiyotìtov - 7tsqixftQé(povo'a mancano affatto
in A e in P (176 col. I). Si trovano invece in U e in tutte le recensioni greche.
Dal vedere che tali parole mancano anche nell'arabo DS. = W. 194, potrebbe credersi
che esse fossero interpolate nel greco, e che perciò la lezione più genuina ci venisse
qui rappresentata da A e da P. Ma tale argomento è illusorio: perchè quelle parole,
se non si trovano nell'arabo DS., dovevano però trovarsi nel prototipo, onde il greco
derivò : ed invero esse hanno pieno riscontro nel corrispondente passo della versione
ebraica di Joel e nel Birectorium umanae vitae. Joel dice (Derenbourg 51 sg.):
» Pendant que le corbeau parlait ainsi, parvint un cerf. Terriflés, l'amphibie se glis.-a,
dans l'eau, la souris se cacha dans un trou et le courbeau monta sur un arbre. Le
cerf toucha à l'eau, bui un peto et s'arréta anxieux » . E Giovanni da Capua H-r-
H'v, p. 141) traduce : « Et factum est dum loqueretur corvus, ecce supervenit ei
cervus ; et timentes, submersit se testudo in aquam, et nius ingressus est caver- .
nani suam, et volans corvus posuit se arbore. Cumque venisset cervus ad aquam
bibit aliquantulum, et stabat timidus.». Non v'ha dubbio dunque , che trattisi piut-
tosto di una lacuna in A. P, che di una interpolazione in tutte le altre recensioni
greche.
— 156 —
§ 15.
Classato così il cod. U a parte e di contro alle due recensioni A. P, accennerò
come ciascuna di queste tre recensioni si sia poi individuata per una serie di pecu-
liari lezioni o meglio di corruzioni ; e citerò a questo proposito alcuni esempi.
[48] Nella favola delle anitre e della testuggine (§ XL) è una corruzione in U cau-
sata da lacuna. Dice L1 e con lui le altre recens. greche: xal XapovGai al vrjrTcei
£vXov uTtevd-VGfiévov STtSTQstpav ravrij óaxeh' rò fiétìov cahov , xal avXXafiovaai
txcititq tÒ tov 1-iXov ccxqov, ijoav stg diga di'avrov rijr ysXévrjV. In U invece delle
parole %vXov ànsvd-vtì^évov -ccxgov, è scritto: ^vXàqiov /ttxoòy t'ig xa!}* sig àn' dxgwv
to' £vXov. CH óì •/fkaj}')] xoaruh' sic dia fisti ov xrè. (Aurivillius 46).
[49] Nel § CXXIX-G è una lacuna notevole nel cod. A. Dice l'Upsalense e con
lui P e tutte le altre recens. greche: Kaì ò BaaiXsvg ngòg avróv IIìqìXvtiÓì sì/m
i^; i-vvova retrive (ioti yvraixog, w HayXdois . Kal ò IlayX.doiog • /ivo àv&QU7rovg ót?
kvTTSÌoD-at, tov tcoqvov xal tov /</} dya&oeQyrjdavTd noie, firjàè iivrjuovsvaavi a
rrjv èdxKcrjv rjfJkéQtxv . Kaì ò BaGiXevg ' sàv lóto r/;r IltXceóu, ovx svi iiéXXti fioi
TTfQi' Tirog . Kaì ò IlayXdoiog • di'» dvii-QcÓTlovg òsi ftlj Xvnsitìd-ai , tòv rò dya'Jòv
noiovvxa xal tòv /uy d/iaon'jdai'id rcore . Ma A ha la seguente lezione : xal ó Ba-
ffiXsvg iToòg ccvzóv ■ IIsQiXimóg slfii rìjg svvoixfidvrjg fiov yvvaixóg, o> TlaXdqis . xal
ò Ualdoiog ■ óvo av&Qwnovg ov òsi XvTrsìtf&tzi, lòv dya!)orroiòr xal tòv ovÓs'ttotì
àiutorijGavia. La causa della lacuna in A deve cercarsi nella ripetizione delle pa-
role xal ò JlaÀuoiog in due punti differenti : il copista saltò da uno all'altro di questi.
Quanto alle peculiarità del Possino, molte cose sarebbero da osservare ; ma que-
ste più si riferiscono al traduttore, che non seppe o non volle esser fedele al testo, di
quello che al codice allacciano, del quale il traduttore si valse. Abbiamo già avuto
occasione di notare poco sopra, come il Possino nella prefazione all'opera sua avverta
lui stesso di aver lasciato da parte alcune novelle o favole, o come poco decenti, o
come affatto insignificanti. Ma le modificazioni che esso introdusse, non si riducono
soltanto a questo : egli modificò ancora per altre ragioni, come si rileva dal seguente
brano della prefazione, che stimo opportuno riferii- qui per intiero, onde il lettore si
faccia un giusto concetto di quel che valga l'opera possiniana. Il Possino scrive :
« Graecum interpretem , etsi ejus facundiam laudo , et beneficium praedico, non ile-
cesse duxi sequi , quoties haud contemnendis indiciis deprehendebam ab archetypo
eum esemplari deflectere. Veluti cum Philosophos apud Iudos memorai, quales ab
auctoribus optimis habemus illic consuevisse nominali vocabulo tali, cui graecum
Gymnosophista respondeat, quod latini quoque veteres usurparunt , ubi de Indis sa-
pientiam profitentibus incidit mentio; cum e libris canonicis testimonia, et versus
Homerici aut Graecorum vatum aliorum citari, et recitari verbatim facit ab Auctore
inillum christianissimi , aut notitiae graecarum litterarum characterem praeferente :
cum praeterea dimidiate quaedam exprimit ; et ita obscure ut Apolline Lector indi-
ge.it : cum Parabolarum membra vini significandi praecipuam continentia luxat aut
supprimit. quae omnia nos ex scopo scriptoris toto contestili indicato in sententiam
intelligibilem, et proposito eongruam supplendo, aut mutando panca, formavimus. Raro
tanien id factum, et tantum ubi summa necessitas compulit. Pleraque, ex Gracco, ut
— 157 —
jacent, expressimus. Suspicabanmr etiam magnani partem istorum mcomraodorum .
non ipsi Symeoni Sethi, sed Exscriptoribus Merpretationifl eius imputandum : qui li-
centiam sibi sumpserint, mutilandi, interpolandi inferciendique sua; qualis ausi non
rara extant in aliis quoque libris esempla ». Ampliamenti notevoli nella versione del
Possine, se ne possono trovare ad ogni tratto ; e nei luoghi che abbiamo avuto oc-
casione di citare, il lettore li avrà già avvertiti. Si è già visto anche, come, resosi
il testo greco inintelligibile per una corruzione qualsiasi, il Possino abbia talora rites-
suto di suo tutta quanta la narrazione, in modo da darle un andamento tutto diverso ;
e riscontrisi a questo proposito la novella della donna che cambia il sesamo , della
quale abbiamo parlato poco sopra. Qui mi limito a notare alcuni casi di divergenza
curiosa del Possino da tutte le altre recensioni greche e dall'arabo, in alcuni dei
quali può restar anche dubbio, se della corruzione debbasi far carico al Possino,
oppine al cod. allacciano, da cui egli attinse.
Nella favola della scimmia e del legnaiuolo (§ Vili) dice l'arabo DS. = W. 8-0 [50]
(e con lui tutte le recens. greche, compreso Prete Giovanni) : « Da kamen seine Hoden
in die Spalte zu hangen, und er zog den vordern Keil heraus und die Spalte klaffte
zusammen -. Ma Possino 155 col. I: « quando ecce discendentibus latius segmentis,
fragmen quoddam acutìssimum curiosali se genitalibus infixit ».
L'arabo continua nella stessa favola : * Da fiel er in Ohnmuth. Nach einiger [51]
Zeit kam der Zimmermann, und wie er den Affen an seiner Stàtte sah, nahte er sich
demselben und schlug ihn tiichtig durch. Die Schlage aber, die er von den Zim-
mermann erhielt, verursachteu ihm nodi àrgere Schmerzen, als ihm das zusammen-
klaffende Stiick Holz verursachte ». Le recensioni greche non specificano tanto, ma
dicono semplicemente : xal tov ztxiovog xarcdafióvcog, svifMOQ^S-rj xà fuyioza (L1)-
Solo il Possino 1. 1. aggiunge qualche cosa di più : « Respectans ad sonimi Faber.
molestum interpellatorem operis plagis contusum, calce proeul abiecit » .
Al § XX1V-C dice Ichnelate in L1 : ó Xéav oloc avxov ìytyórti tovg lomovg [52]
7isQi(fQOvr]<fccs . alla ài' l'| nQayiidiwr ò fìatiilsìg Ttequpqovsttai xaì xa&aiQstxai • (1)
"> !", 7.'ì',a')a[ T0'$ TTQoaqóovii rw xmjw, all' trita Set ccvtìxrjQtug xivòg iialuxf-
£sa&ai, xal trDa dtt xolaxtiag d-QatìvvsoS-ai • (2) xal xò (irj ixavàv xul avvtxav
evtioqeìv V7trjxócov xaì oìxa'wv ovjifiovl(tìv • (3) xal xò GxaGtaQtiv xovg in avxov ■ (4)
xa] xò i)xiàattai xaìg àlòyoig òosì-tair • (5) xaì rò vrteìxstv un 1)vhm-(C>) ttqoc tov-
roig, xal xaTg rwv xaiowv tttrapolaìc. Così press' a poco tutte le recensioni greche,
meno il Possino. Per giudicare della sua lezione mi parto dal prototipo arabo; e
riferisco la lezione di DS. = W. 38 sgg., chiudendo tra parentesi quadre ciò che v'è
in più, paragonata col greco. « Durch sechs Dinge macht sich ein Konig Feinde
und verdirbt seine Sache : [durch Yerkennung seiner Leute, durch Burgerkrieg den
er aufkommen lasst, durch Leidenschaften, denen er ergeben, durch Harte und Grau-
samkeit, durch Muthlosigkeit in Ungliickszeit, durch verkehrte Handlungsweise.] (I)
Erstlich also, wenn er verkennt dienigen unter seiuen Dienern, welche rechtlich und
aufrichtig mit ihm meinen, so wie die seiner Beamten , welche Einsicht und Muth
besitzen und ihm in Treue ergeben sind, und sich nicht bemuht Manner zu suchen, welche
genannte Eigenschaften haben . (II) Zweitens, wenn seine Unterthanen unter einander
in Krieg gerathen. (Ili) Drittens, wenn er sich von Leidenschaften beherschen lasst, wie
— 158 —
von der Liebe zu Weiberu oder Knaben, von der zum Spiel, zum Trunk, zur Jagd
nini was dem ahnlich ist. (IV) Viertens, wenn er iu ungestiinier Harte seine Zunge
gleich Schmahungen ausstossen iind seine Hand gleich Gewaltthat ausiiben litsst. wo
es gar nicht am Platze ist. (V) Fiinftens, wenn er zur Ungliickszeit , bei Seuchen,
bei Ungersnoth, bei feindlichen Einfiillen und dergleichen, gleich alle Fassung ver-
liert. (VI) Sechstens endlich, wenn seine Handlungsweise eine verkehrte ist, so dass
er streng ist, wo er mild, und mild, wo er streng seyn solite ». Cfr. Dìrectorium 56.
È evidente che nel greco, che faccio qui rappresentare da L\ si trovano le stesse
sentenze che nell'arabo, meno che è messa nel greco al 1° posto quella che nell'arabo
viene da ultimo. Designando con numeri romani le sentenze arabe e disponendole in
ordine successivo, le sentenze del greco numerate per cifra araba possono a quelle
riferirsi nella seguente maniera :
I. II. III. IV. V. VI.
6 12 3 4 5
La peculiarità del Possino consiste in ciò che egli riduce la sentenza I (=6 di L')
a due sentenze, e riduce le sentenze III e IV (= 2 e 3 di L1) ad ima sola. Pos-
sino 158 col. I : « Sex autem errata regum sunt , quibus auctoritatem perdunt , et
gladios rebellium in se acuunt : Fri mimi est ibi resolvi in lenitatem flaccidam, ubi
austera severitate opus fuerat. Secundum in contrarium extremum peccans ; ibi se
ferocem et implacidum praebere, ubi mausuetudinem, et speciem clementiae affectari
res poscebat. Tertium, non dare ipsos operam. ut eruditiorum, prudentium. fidonmi sem-
per apud se consiliarioram copiam habeant. Qrmrtum, permittere digladiari inter se
subditos ac in factiones scindi. Quintum non moderari aifectibus, sed cupiditate, libi-
dine, ac praesertim ira eiferri se sinere. Sextum denique. non invigilare jugiter iu-
tentos eos in contingere plerumque solitas mutationes temporiuu ; et adversum casus
omnes, quotquot existere quavis conversione possint, non ex longo providisse idonea
praesidia, parataque ad manum tenere ».
D>3] La favola della pulce e del pidocchio (§ XXXIV) è introdotta nel greco (e così
nell'arabo DS. = W. 58 da una sentenza che in L1 è del seguente tenore: (§ XXXI II):
ityi-nti y«o, log si/tsq fff Sfrctywy^ffsi eie, tu] rrooitoov vfjV suveov TVKfTsvffm (Tcn i-
qìccv, tiqìv ij r/;'i' xovxov òuc!/taiv yrwc, iva nrj zccvtov ii 7id-9-rjg nv> i i]e y&siQÓc.
Ma Possino 161 col. II introduce la favola in una maniera diversa, e quella sen-
tenza pone al fine di essa : « veruni quod per se non potest , per alios faciet ; aut
de industria concitans inde populimi , aut occasionem rebellionis praebens . odiosuro
te reddendo. sicut aliquando pulex... ». Segue la favola; poi si conclude: « In summa
sic colligo: peregrinanti per ignotam regionem certissimis pignoribus debere constare
de fide ac sincera benevolentia ejus cui se ductandum tradit -.
[51] Al § XXVI è nel greco (L1 e le altre recens.) la comparazione seguente : ovrooc
/ rhovtxi ixi] yi(óinl imnvi.m nt r>vu:r i oófiat i TCSQlércXsl^S, TtOCQÓ/lOlóv ri mx&ÓVTCt
mìe <<(j goffi tu/Jaaiac' cuzivac atìTiaOzòv nyovfievcu n) èinxu&nfSxhca totg rwg irtt-
(paiag (i . v. mancano in A) av&sffiv, ov tzqotsqov ca/i'ai avrai nqìv j; ffvfifivévroùv
KÒr ifv'/.Uov anonviyàffiv. Ma il Possino 162 col. II singolarmente fa che le api
— 15!) —
sieno vittime o di uccelli rapaci o di un peso che cada loro addosso : « passi quod
apiculas imprudentes perdit : quae dum mordicus inhaerent dulcibus flosculis, volu-
crum rapacium praeda riiiiit, aut superlapso forte pondere, in compiesti intemperanter
amatae voluptatis opprimiuitur ».
§ 16.
Resta da portare il nostro esame sui gruppi (3) e (4), vale a dire sulle versioni
IA V*. G ed L. B. Prima però di parlare con specialità di ognuno di questi gruppi,
è da fare qualche osservazione sulle attinenze che vigono tra l'uno e l'altro di essi.
Abbiamo fin qui notato che L. B derivano, in ultima analisi, dal gruppo IA
Y-. G, e se non precisamente da questi codici, almeno da codici molto somiglianti.
La divergenza tra il gruppo (3) e il (4) sta principalmente in ciò, che le numerose
lacune che si riscontrano in L'-. V2. G, sono in queste recensioni rimaste incolmate,
mentre altra mano le ha colmate, o bene o male, tutte quante in L donde poi pas-
sarono in B. Ora si domanda : se L (e quindi B che è suo derivato) provenne da
una più antica recensione, che attualmente ci viene in complesso rappresentata dal
gruppo Ir. V2. G, quale di questi tre codici ci rappresenta più da vicino il proto-
tipo di L. B? Noi non abbiamo ancora parlato delle divergenze che sussistono tra
questi tre codici, ma ognun capisce da se, come nella loro somiglianza debbano avere
del resto anche delle particolarità loro proprie, per le quali ognuno di essi ha un'esi-
stenza a parte e individuale. Si domanda adunque a quale di quei tre codici o re-
censioni si accosti di più il prototipo di L. B.
Un fatto da me osservato nel capitolo III può dare una risposta abbastanza [55]
attendibile a questa domanda. Quando nel § LXXVII il topo sta per uscir fuori del
suo buco , dietro le persuasioni del corvo , è detto nel cod. L1 : èira nqosxvxpt Tiéc
ISiccc xaraòi'Gttog . ò óì x<>occ% ' ti tu] rt'/.tov £%éq%si rroòc tu' : ò ót fivg einfi xrì.
Così ha pure, oltre il primo gruppo L1. V1, anche il 2°, compreso il Possino 173
col. II, che traduce : « His dictis , ad os cavi sui Mus accessit, et caput dumtaxat
foras protulit. Tum Corvus : injuriam mihi facis , ait . qui nondum videare metum
mei deponere. quin tu totus ad me prodis ? aut quid times post tam sinceras espres-
siones meae tibi addictae voluntatis ? Ad ea Mus haec respondit etc. » Ma del terzo
gruppo IA V2. G il solo G ha questa lezione, 74: — E detto fatto corse entro la sua
terra. « E perchè, disse il corvo, non esci un poco a me ? » A cui rispose il sorce ecc. —
I codd. IA V2 mancano della interrogazione del corvo (cfr. n. 21) ed hanno: Etra
TtQos'xvxps (jiQoxvipag V2) n]; ISCag xaxadvdsai; xaì tirrtv. Ora la lezione lacunosa
si ritrova tal quale in L. B : segno evidente che il gruppo (3) deve scindersi in due
sezioni, G da una parte ed IA V8 dall' altra ; e che il prototipo di L. B ci vien rap-
presentato, non già da G, ma sibbene da IA V!. Insomma invece di avere :
x ■'"
si ha :
'-. G
.);
!
L
B
|
r
L- Vs
L
B
— 160 —
Dal quale schema apparirebbe a prima giunta che Ir. V- ed L. B fossero tra loro
più affini che non G con L2. V2. Ma ciò devesi intendere soltanto per quel che
riguarda il fondo del testo ; poiché, quando in L. B furono colmate le lacune, ag-
giunti i prolegomeni, e, in certo modo, rifusa quasi completamente la recensione, essi,
nel loro complesso, vennero a rappresentare una recensione che non ha in apparenza
nessun rapporto colle recensioni G ed L2. V2.
§ 17.
Considerando ora più specialmente il gruppo G. Ir. V2, ripeto che in forza del
fatto esaminato precedentemente, esso devesi scindere in due sezioni , G ed L2. V2 ;
e su G in particolare faccio alcune osservazioni, le quali hanno il valore medesimo
di quelle fatte a proposito di P nel gruppo (2) ; cioè, debbono per una buona parte
essere intese riguardo al traduttore piuttosto che al codice , sul quale il traduttore
condusse l'opera sua.
[56] Nel § II. abbiamo nel greco (L1): Aéystcu yàq mg e/.in:oQÓg ne rroXvoX^og av
xcà fii'ov 67trj£T«vov xcerà trjv noiraiv (Esiodo op. 31) svtioqwv xrs. L ' irrrjfzccrov è
divenuto nella penna del traduttore italiano niente meno che Epitteto. G. 16: « A
me è stato altre volte raccontato, che e' fu un ricchissimo mercante, il quale avendo
bisogno, secondo eh' e' disse il Poeta, della vita di Epitteto ; etc. » .
[57] Poco più giù nello stesso paragrafo è detto nel greco (L1) : ó év n» §ìcì àva-
aroecjóiievog Tpuòr astrai Troctyiicirinr, aùrcipxovc nsoiovffi'ag, xcà Só!;)lc Ttaoù <xv&qw-
ttoic1 xcà s7iiTV%iag xmv UTTOTttjuavofiévwv exiìas ring óixaioig ccynlrtòr. L'ultima di
queste tre cose è così designata in arabo DS. = W. 2 : « und Schiitze die er mitneh-
men kann in das Jenseits ». Il traduttore italiano 16-17 pare non abbia capito,
poiché dice : « o figliuoli, chiunque travaglia in questa vita di tre cose ha mestieri :
di abbondante facoltà, di gloria appo gli uomini, e di buona fortuna in conservare
della roba quietamente acquistata*.
[58] Parimente nello stesso paragrafo è la similitudine seguente : si yàq xcà rag
ócmc'cictg tXcr/jacag rroitnca, ai imyivofiévrjg rnvcoig rivòg tcqog'ó rjxyg, laica ozt
xcà uncug avzov ò nXovTog txvaX(ù9rj<S£rai ' xa&ànsQ rò ariani, otti-q xca ci
fxixoòv xcà iòg %rovg fiszaóióófievov óarrcaùica. L'arabo ci dichiara il valore della
parola ariani e ci fa capir meglio la similitudine : « wer weiter sein Geld hinlegt
und es nieht zu Nutzen anzulegen versteht , dem wird es , wenn er gleich immer
nur wenig davon ausgibt. doch scimeli ausgehen, gleichwie das Augenpulver, wenn
gleich immer nur einige Stàubchen \~<m demselben auf den Stift genommen werden,
dodi schnell ausgeht ». Male quindi traduce il Governo de' lì, 17: « che se anco
farà le spese a minuto, e non vi aggiunga, ei consumerà il tutto ; siccome L'ai
;i poco a poco frustandosi, si riduce a nulla -.
[59] Un grave errore di traduzione leggesi anche a p. 20 nella novella della scim-
mia e il legnaiuolo (§ VIII): « Perciò che e' si racconta die una simia, reggendo
un legnaiolo che fendea un legno con due cogni, cavandone uno e ponendovi l'altro.
e passando quivi un cavaliere, ne menò seco il legnaiolo per fargli un servizio ».
11 cavaliere non è nel greco, se non come similitudine. L' : AsysTai yàg • :ii'>i^
ii: ìtiàv rt'xzova £i>Xa a/Coitu naXoiq àvoìv, ';> iòv è'rce àcpaiqeVv xcà .njirrta vov
— Ili] —
s'rSQOV, xaì lovrov i a oh il a i m a a g iijf 1.110 ttVÓQt, oic 'hit ma yotfav ó
tt'xzwv ansar] [it](fsv tot Ifvkov, xit.
A p. 21 troviamo in G : « 0 pur uou sai tu, che il cane del montanaro gli [60]
fa carezze fino a tanto che gli dà del pane ? » TI testo greco (§ IX) ha invece : si
ovx oialhc ròv xvva n» n ronfio aaivovra, xts (L1). Il traduttore ha evidentemente
confusi) in ovQectov codn con oqsiog = Sqeirós peri, a montagna.
Un' aggiunta notevole trovasi in G a pag. 27 : » E non solo contentarsi di [(il]
quelli che hanno intorno a sé, ed a questi attendere, ina anco di vicino, di lontano.
a quelli che sono, e chiamare a se i prudenti e di scienza ornati ; e di questi pa-
rimente fare stima molto maggiore non tanto per loro utile quanto per proprio » .
Queste ultime parole non hanno riscontro nel greco (§ X).
Nella favola della volpo affamata (§ XI) non si fa in G menzione del timpano [62]
nominato in tutte le recensioni greche, ma soltanto si parla di « alberi, i quali mossi
dal vento, facevano co' rami un gran rumore » (p. 28).
In fine del § XX VII, le parole o Sì) xaì ÒQtéaag ó xó^a^ àirìjXXuyij rov otpsas [63]
(L1) che si trovano in tutte le recens. greche ed hanno riscontro nell'arabo DS. =W. 44,
mancano in G p. 34.
Nella fine della favola La lepre e il leone (§ XXIX) dice il greco semplice- [64]
mente: vy>' àv ò Xs'oov nXavrj&sìg SQQiipsv savròv èv tm vóan, xa< ànsnviyr^ (L1).
Ma G 36 amplia nella seguente maniera : « dalla quale ingannato, molto iracondo
vi si lanciò per vendicarsene : e trovatosi in fondo , ne cosa trovando , e gridando
.. aiuto, aiuto, che io mi affogo » e la lepre ridendosi, ischernendolo con varii mot-
teggi, ve lo volle vedere affogare ».
Al § XXXI è detto nel greco: ov òsi yào oìlrs ròv vnrjxaov i i]v nqòg iovg [65]
dsaitòrag svvotav avyxaXvnrsiv, ovts xts. Manca il corrispondente di queste parole
in G 37.
Un' ampia lacuna in G notasi nel paragrafo XXXIII, poiché manca in G 40 il {,^2
corrispondente di tutto quanto il seguente brano del greco : xaì tao nqòg rovroig
sìScòg ùk xgsirrav èv vrr^xóoig xaì (fiXoig èxùvòg èanv ò TÌtg svvoiag àvrinoioiifisvog
xaì /ir xait'yioi' xaì àjioxovTTiOìv n]v svvoiav ■ sv ó'ì roTg tgyotg nàXiv fìsXriov san
io ayad-fjV syttv ànòftaaw • èv òt roìg inaCvoig av!)ig ò Ttaqù rmv aya&àv aióowv
OqvXXoijisvog inaivog-èv óè roìg rfysfiòffiv ò in] 1 1] oìrjasi xaì vnsqrfpavia èxóióovg
savròv • èv ói roìg nXovafoig ò (ir) vnò rov noXXov fióyd-ov aws^ò/isvòg rs xaì nt-
HG.rioti; -rag • èv óè roìg (pi'Xoig ò (irj àvdsqifcav (L1).
Al § XXXVI, G traduce (43) : « uno de' suoi amici fidatissimo e virtuosissimo [67]
m'avvisò che il leone ha avuto a dire ad uno de' suoi, di trovarsi di mala voglia
t,er a neri i esal fato tanto ». Ma il greco ha: eìtte yào [tot rig tàv maroràroìv aìmo
xaì àXrjif-àv, mg ò Xs'oov jHovXsrai as qaytìv olà rò XinavOìpai xaì nayvvO^vai
xaì óyxoo&rjvai.
Più giù nello stesso paragrafo, dove si parla delle api che rimangono chiuse nei [68]
fiori della ninfea. G non è meno singolare del Possino nel tradurre ; dice infatti (44):
- e mi è intervenuto ciò che avvenne già alle sciocche api, che si pensano che faccia
molto per loro il sedere su' fiori della ninfea; da' quali non si lievano anzi che abbiano
finito di bere tutto il veleno che è sulle foglie; col quale quid sì strangolano ».
i 'lasse di scienze mokai i ■■>■'■■ - Memorie — Sor. 1'. Voi. II. l'arte la. '-'1
- 1(52 —
[69] Al § LX-B dice il greco: rf óì /.irjTtjQ tov Xs'ovrog eirce • ovx olóag, m Ixvi.Xàta,
oGu sìgydffw Stiva: ò dì slnsv • ò àsirà sQya^ó(isvog xil. (L1). <i. 61 dà, per omis-
sione delle parole <> dì slnsv, tutto quanto il discorso alla madre del leone: « A cui
la madre: « non sai tu, Ichnilate, quanti mali hai commesso? Colui che un eccesso
abbia fatto, non è benevolo ad alcuno, nò meno ritinta le future calamità » .
[70] Nel cap. IV, § LXXXX, dice 6 86 : « Perciò che e' si racconta che in un certo
monte fu già un arboro molto alto e frondoso, sopra il quale abitavano mille corvi.
de' quali era un solo conio d'indi non mollo lontano ». Ma il greco, invece delle
ultime parole, ha: sv rp xÓQtxxeg diijyov yiXioi, àv rJQX£ xóqcc% tic.
[71] Nello stesso paragrafo, quando parlano i consiglieri del re de' corvi, G confonde
insieme il discorso del 4° consigliere con quello del 5", in questa maniera (90) :
« E però e' bisogna armarsi di pazienza e di arme per la guerra, ' perciò che essi
sono di noi più potenti. E chi non conosce se stesso, ecc. » . Cosicché appaiono quat-
tro discorsi pronunciati da quattro consiglieri, sebbene G stesso a p. 88 avesse detto
che i consiglieri eran cinque.
[72] Nel capo IV, § CXVI, ha G 108-4: « A che persuasa la scimia. montò a ca-
vallo della testuggine, la quale si mise in mare; nel quale levatosi un poco d'onda^
si fermò, pensando di far annegare la scimmia ». Ma il greco (L1) : ntia^tig ovv i>
niìhfè ènéfliq tÌjc %sX<àvr]g, xaì èytQtio naq ' avxrfi sv rw TtsXdyst . (is'ffov ài ti]c
d-aXdfXtìrjg ysvofisvrj ,"(7m; xià SisXoyl^sto sv éounij ncòg xatanovritìsi tòv ntihrjxa.
[73] Nel capo VI, § CXX, è detto nel greco (L1) : nXX' tuixag ixsCvy to> àvÓQÌ rm
àfivvXwg ovroog tò iit'Xi xaì io §ovrsiqov xaxayvGavTi Ma G106: k E ti assomigli
a colui, che mise insieme il mulino ed il butiro ». — - Il traduttore confuse il
micie col nudino: il testo ha \iéh ». Teza, Avv. XXII.
Si potrebbero aggiungere altri e numerosi esempi; ma credo che i sopracitati
basteranno a procacciare un' idea esatta di quel che sia la traduzione italiana dello
Stephanites: certo nessuno penserebbe ad incolpare di tanti errori il codice greco su
cui il traduttore lavorò, anziché il traduttore stesso.
§ 18.
Quanto al gruppo (4), contenente L e B, abbiamo già veduto in che relazione
esso stia con gli altri, e in che relazione stia B per rispetto ad L. Il gruppo L. B
proviene da una recensione analoga a quelle rappresentateci dal gruppo (3) cioè Ls.
V2. G; più precisamente il prototipo di L.B deve cercarsi in una recensione più
vicina a Ir. V2 che non a (i. 11 cod. B poi ci è apparso fin qui come un derivato
di L; la loro differenza non consiste se non in questo, (dir in L le numerose lacune
provenienti dal suo prototipo sono colmate in margine e d'altra mano: in lì esse sono
[74] colmate nel testo, che è tracciato tutto da uno stesso copista. Il cod. li poi si distingue
da L anche per alcune notevoli scorrezioni, delle quali noto qui una soltanto, che si
trova nel § LXXXIV. Sono in L le parole: olà [rama <ivv uh ijimfri ròv (iiov
SQTjHixòv dvtaXXa^dfisvog un' iv oìxrjiiecGtv olxsìv . stypv db xaì (piXrjv '.'<"| tìtsqav,
rjtig xiì.; ma in 1! sono saltate tutte quelle i he io bo chiuso dentro parentesi
quadre.
Iti:', —
§ H».
Cosicché riassumendo brevemente i resultati, ai quali siamo giunti esaminando
fatti tolti dal testo non interpolato dei primi VII capitoli, possiamo dire, clic la
storia di esso testo andò soggetta alle seguenti vicende:
La versione di Simeone di Seth si scisse dapprima in due recensioni a e fi;
la scissione fu eausata da una serie di corruzioni che si propagarono in fi. Da a
proi lero V1 ed L1. Invece fi si diramò in due altre recensioni che furono y e <?:
y produsse, da una parte il cod. U, dall'altra i codd. A. P: da à derivarono L'\ V".
Gr. Da una recensione molto simile ad L2. V- derivò L, da cui inline si ebbe B.
i uà più accurata descrizione di queste vicende daremo più oltre, quando anche
potremo accompagnarla da una tavola che ne sia l'espressione grafica corrispondente.
Frattanto passo ad esaminare succintamente alcune particolarità relative a favole
o novelle interpolate in qualche serie di codici (sempre nei primi VII capitoli), pel-
le quali, come si è dimostrato al principio di questa memoria, dobbiamo aspettarci
una legge genetica ben diversa da quella che governa lo sviluppo del testo non interpolato.
§ 20.
Le novelle e i luoghi interpolati nei primi VII capitoli sono:
1 ) nel gruppo A. U. P. L. B.
L'eremita e il ladro {colli' favole inserite) § XV1T-B — XXIII [ni 6]
2) nel gruppo L. 13.
// cigno, § XLVII1 [n. 3. 9]
// pittore: § LVI1I-B — LIX [n. 7]
L'eremita e i ladri, § XCVIII-B — C-A [n. 11]
Il ladro, il vecchio e la moglie giovane, § CU [n. 12]
L'eremita, il diavolo e il Indro, § CHI — CV-A [n. 12]
L'artefice e la moglie infedele. § CV-C — CVII-A [n. 12]
L'eremita e il topo, § CVIII-B — CX [n. 12]
La scimmia e le lenticchie, % CXXVIII [n. 13]
Le sentenze di Palarios, § CXX1X-C [n. 14]
Le vicende subite dal testo di queste favole e sentenze introdottesi posteriormente
nei codd. A. U. P. L. B. non hanno nulla che fare con quelle subite dal testo rima-
nente di tutti e sette i primi capitoli; quindi per esse non vale la classificazione
che siamo andati determinando finora. A conferma di quanto diciamo, può citarsi il
seguente esempio, dal quale emerge che il testo di ima novella interpolata in L. B
si trova in peculiare accordo con quello di V1 ; mentre per il restante del testo pos-
siamo affermare che il gruppo L. B e il cod. V1 formano, per dir così, gli anelli
estremi della catena.
La novella del pittore è interpolata e messa fuori di posto in L. B (cfr. n. 7). U-U
Difatti l'ordine dei paragrafi in questi due codici è: LVIII-A. * * * LX-A. [LV1II-
B. LIX-iV. LIX-B]. LX-B. Il § LIX-B non ha riscontro nelle altre recensioni greche,
ineii.i che in V. 704 : Tavra ditl-iwv ì> lyjif/.tii itc rraù^ irjv kscavav tcjil ai rf, • a
— 164 —
xvQia fiov, òi'xaióv fdci 7/-r {3a(tiXixriv cov fuyaitiònju in) maitvtiv , unsq
dxr.xoag xar'tuov • Trt'cpt'xe ydo tot xaì rù ìpsvdrì vfj dXrj&si'a TtttQOfioiova-9-ai (poi
si continua con un piccolo avanzo del § LX-A, ed al § LX-B : èyd dì ov (psióofiai
èfiavTÒv dia ti)v voi ftccaiXt'ù>g «qétìxsiav xiì-). Il vat. 704 però offre questo di no-
tevole, che omette del tutto il § LX-A, che è anticipato nel Barberino. L'arabo DS.
parrebbe avere un qualche cosa che corrispondesse a questo paragrafo LIX-B, cosic-
ché mentre la lezione di B. L si allontana dall'originale per la trasposizione della
novella, offrirebbe per altro nella novella stessa un piccolo passo perduto nelle altre
recensioni meno V. L'arabo DS. = W. 112 così continua dopo la novella al § LIX-B:
» Dieses Beispiel, setzte Dimna hinzu, habe ich erzahlt, in der Absicht, den Kònig
(nel greco è messa invece la leonessa) zu vermogen, dass es nicht voreilig in mei-
uer Sache handle nud nichts thue in Ungewissheit. (LX-A) Ich habe aber dieses
nicht gesagt aus Schauer vor dem Tode, denn wenn einer vor demselbeu schauert, der
wixd ihm nicht entgehen, und alle lebende Wesen miissen ja sterben. Nein ! hatte
ich undert Leben nud wiisste ich, dass der Konig gefallen hatte sie zu Grund zu
richten so wiirde ich mieli ihm dazu mit aller Bereitwilligkeit ergeben ». Qualun-
que giudizio però si porti sopra questo fatto della speciale attinenza dell' arabo col
testo L. B, resta stabilito che il testo della novella del pittore interpolata in L. B
ha una notevole affinità col testo del Vat. 704 ; il che esce fuori, com'è naturali',
dalle leggi precedentemente determinate circa lo sviluppo delle altre parti non in-
terpolate del testo.
§ 21.
Passo ora ad esaminare gli ultimi Vili capitoli. Anche per questi bisogna far
distinzione tra testo interpolato e testo non interpolato ; e necessario dunque vedere
innanzi tutto, quali novelle o brani sieuo stati posteriormente aggiunti negli ultimi
Vili capitoli di ciascuna recensione.
Se si tenga sott'occhio la tavola dei capitoli dello Stephanites, che abbiamo trac-
ciata al § 6, scorgesi subito che interpolati debbono ritenersi in L. lì i capitoli 8.
10. 11-14 (=VIII. X. XII-XV di L1) cioè tutti quanti gli ultimi 8 capitoli meno
il <) (= IX di L1) che era già nel prototipo di L. B. e il capitolo XI di L1, // re
dei Topi, che manca del tutto in L. B. Cotali interpolazioni coincidono con tante la-
cune in L2 e V2 ; e questo fatto ci fa presentire che la legge che governa lo svi-
luppo del testo negli ultimi 8 capitoli sarà quella stessa che abbiamo determinato
per il testo dei primi. È noto infatti, che per questi, ogni qualvolta si aveva una
interpolazione in L. B, essa coincideva con una lacuna in L2. V2. G; ossia sotto al-
tre parole, che il prototipo di L. B andava cercato in ima recensione attualmente rap-
presentataci dal gruppo L'. V-. (i. Quello che fa a prima giunta meraviglia negli ul-
timi 8 capitoli, si è il vedere come G si stacchi da V- e da L2 per la sua singo-
lare compiutezza ; perchè mentre in V2. L2 si desidera presso che tutta la seconda
parte del libro (in V2 è solo il capo 8°), in G invece si trova tutta quanta, non escluso
[76] lo stesso capitolo del re de'Topi che manca in L. B. Del capitolo IX (Ile <• pappa-
gallo) v'ha due recensioni diverse, una più accorciata, l'altra più ampia : la prima
è rappresentata da L. Be anche da Va (L! non ha questo capitolo) ; parrebbe quindi
— 165 —
che anche G dovesse contenere il capitolo in questa stessa recensione; ma G invece
dà il capitolo nella recensione più ampia e quale la presentano gli altri codici L'.
V. A. U. P. — Per altro, questi fatti che a prima giunta sorprendono, non sono
che una conferma di quanto abbiamo veduto al n. 55, quando abbiamo esaminato le
ittinenze che corrono tra il gruppo L2. V2. G ed L. B. in quella occasione abbiamo
fatto vedere come il gruppo L2. V2. G dovesse scindersi in due sezioni, G ed L-. V'-'.
e come il prototipo di L. B dovesse cercarsi piuttosto in L2. V- che in G. Il cod. L
ci rappresenta una recensione anteriore a quella rappresentataci da V2. In V- il cap.
IX (Re e pappagallo) è evidentemente aggiunto, poiché esso si trova qui in forma
compendiata: da V2 derivò L, colmate marginalmente da un'altra serie di codici tutte
Le lacune (meno il capitolo del re de' topi), e da L, inserite le aggiunte marginali
nel testo, provenne B.
Resta una questione da fare ed è questa: Delle due recensioni L! (e quindi V-')
e G, quale ci rappresenta più da vicino la recensione-stipite di tutto quanto il gruppo
1/-. Y-\ G4? Da una recensione come G si passò forse ad L2 (e quindi a V*) per la
sottrazione di tutta quanta la seconda parte del libro, oppure da L2 si passò a G,
interpolando nel prototipo di G tutto ciò che mancava ad L2 cioè gli ultimi setti,'
capitoli (T VILI manca) ? La questione è in questo luogo interessante, perchè appunto
trattasi qui di determinare quali passi degli ultimi 8 capitoli del libro sieno interpolati.
Io credo che negli ultimi 7 capitoli di G delibasi vedere un'ampia aggiunta fatta
sopra una recensione come L2, che sarebbe appunto il codice che può darci un' idea
del prototipo da cui derivò tutto quanto il gruppo L2. V2. G. L'argomento su cui
mi appoggio per sostenere questa tesi, è il seguente : — Il testo degli ultimi sette
capitoli in G ha notevoli attinenze con una recensione quale L' e perciò V, men-
tre notevolmente differisce dalle recensioni A. U. P, e da quella interpolata di L. B.
Difatti: In primo luogo, la disposizione dei capitoli in G è tale quale si riscontra
in L1, poiché la favola del re dei topi vien dopo quella dello sciacallo e del leone
(crr. la tavola) : nelle recens. A. U. P. essa vien dopo quella della leonessa e l'orsa ;
in L. B manca del tutto. Inoltre, nel cap. XII (Le bestie nella fossa e l'orefice) è C77J
una notevole interpolazione dopo il § CXXXVIII-A peculiare a G e ad L1 (V1 è mu-
tilo); dico interpolazione, poiché il luogo non ha riscontro nell'arabo, ha di per se
stesso il carattere di un brano inserito, non avendo nulla che fare col resto; e per
di più sappiamo che proviene dal 1° prolegomeno (V capitolo del Possino). Esso suona
così nel Governo de' R. 136-7 : - per otto maniere di virtù si conosce l'uom pru-
dente. La prima è la mansuetudine e la benignità. La seconda nel conoscere in che
stima egli sia e nel conservare la riputaziene. Terzo, nell'obedire al principe, e fare
il suo volere. Quarto nello scoprire i suoi segreti ad amici buoni e fedeli. Quinto,
nel conversare nelle corti dei re con prudenza e con adulazione, e col blandire del
re e de' suoi. Sesto, nell'occultare i suoi segreti ad uomini scellerati. Settimo, nell'a-
steuersi colla lingua di non dir mal d'alcuno, o cosa che porti danno altrui. Ottavo,
nel noli rispondere a cosa che non è dimandata. E chi ha queste otto virtù appa-
recchia e a sé ed ai posteri suoi molti beni, e sarà superiore ad ogni persecuzione ». —
Nell'ultimo capitolo. XV. manca in A. U. P ed anche in L. B la favola del falco- [78]
niere (§ CXLVHI-CXLIX) che si trova invece in G e in L1 (V1 è mutilo anche
— 166 —
in questo luogo). Essa tavola è in G 148 del seguente tenore: — E reggendol'un
altro corvo, gli disse : « o pazzo, a che ti giova questa tua vana fatica ? e' ti è in-
tervenuto il caso dello sciocco falconiere. Il quale tenendo in mano il suo spar-
gere, ne vide un altro, che volava ; e parendogli maggior del suo, lasciatolo, fu die-
tro a quello che volava. Il quale non potendo prendere, perde anco quello che avea.
come hai fatto tu ineschino -. — La recensione G ha in capo due prolegomeni, il
2° e il 3°, precisamente come il cod. L1, e non come le altre recensioni, che gli hanno
tutti e tre o punti : di più la lezione del cod. L1 coincide con G, come può rica-
varsi dalla tavola dei paragrafi dei prolegomeni tracciata in principio di questa mi
moria. — Questo latto di un accordo singolare di G con L1 (e lors'anco con V. clic
per altro è mutilo), mentre G discorda poi da A. U. P. e da L. B (le recensioni in-
termedie E2. V- son qui generalmente lacunose), parla abbastanza chiaro. Esso con-
trasta colle leggi genealogiche fissate pei primi sette capitoli : il che vuol dire, che
il testo degli ultimi sette capitoli iu G ha avuto un'altra storia, ha subito altre vi-
cende, ossia è stato aggiunto posteriormente. Dopo che il gruppo L2. Y-. <; si era
staccato da tutto quanto il gruppo più comprensivo A. U. P. E2. V2. G. L. B, le
modificazioni che potevano avvenire in L2. V2. G non potevano essere che corruzioni
individuali : questo osserviamo infatti per L; e Y2. che arrivarono a perdere tutta
quanta la seconda parte del libro : ma in G troviamo invece tali connivenze col gruppo
diversissimo L1. V1, che non possono esser casuali. Nemmeno può ammettersi che il
gruppo L1. V abbia influito posteriormente in G in modo da modificarlo tirandolo
alla propria somiglianza ; poiché le connivenze tra G ed L1. V sono di earatti re gì -
nerale, implicano perfino l'ordine dei capitoli e l'aggiunta di due prolegomeni. E ne-
cessario dunque supporre, nello stato attuale delle cose, che il prototipo del gruppo
E2. V2. G debba, cercarsi in una recensione molto simile ad L\ priva cioè della se-
conda parte del libro, ammettendo che in V2 il capitolo compendiato IX sia stato
aggiunto posteriormente, e che aggiunti posteriormente nel greco di G delibano ri-
guardarsi tutti quanti i sette ultimi capitoli, poiché il primo, cioè ITI II. fu omesso.
§ 22.
11 testo non interpolato degli ultimi otto capitoli si riduce dunque a tutto ciò
che troviamo di testo nei codd. V1. E1. A. U. P ed anche, se vogliamo, il cap. IX
quanto a Y2. L. B. Dai fatti raccolti su questo campo dobbiamo dunque aspe
una legge genetica identica a quella dedotta dal testo non interpol ito dei primi
capitoli: a meno che tutta quanta la seconda parte dello Ztsyuvhrfi e in tutte le
recensioni non abbia vissuto fino ad un certo periodo una wu affatto indipendente.
E i fatti (sebben pochi se ne possan raccogliere) dimostrano realmente che. >■•
testo non interpolato dei primi sette capitoli, come quello, pure non interpolato, degli
ultimi otto, sono sottoposti alla medesima legge : e quindi può concludersi ad un'unità
di sviluppo di tutto quanto il libro per tutte quelle parti che non sono un'aggiunta
posteriore e che noi abbiamo indicate. — Il gruppo L1. V. A. E. V. si distingue da
V2 (E2 è lacunoso. G <■ interpolato) e da 1,. B per il capitolo IX. poiché Le prime
di questo recensioni danno di questo capitolo una redazione più I rpleta, mi atre iu
V'2. E. B si trova più raccorciato. — Il gruppo A. I'. I' si distingue poi da 1. Y
— 167 —
oli ìhè per La disposizione diversa del capitolo il Re de' topi, anche per una serie
di peculiari corruzioni, delle quali ecco un saggio:
Alla tine del cap. Vili (Il topo e il gatto) dopo il § (JXXX1. le recens. A. U. P [79]
ungono una morale detta dal filosofo, la quale non ha riscontro nell'arabo. A. U :
Ovxmg «re. elnsv ó (piXÓGotpog, Svo {-/Unni èv TteQitìzàtìei ;itr (jihnniia • avwreqoi
\v xtvSvviov y;yintii:c. sv lì] TtQOTéqa 7tai.iv dia/xévovOiv £%d-Qq. P. 186 col. II:
- Fabula docet, (ìuxas esse ac tidei sublectae amicitias, quas utilitas, et necessitas
conglutinant, genio et natura reluctante » .
l'n tatto analogo si ripete alla line del capo X (Lo sciacallo e il leone), [80]
§ t'XXXV-K: la morale aggiunta da A. U. P non ha riscontro nell'arabo, e non si
trova in L1 (V è mutilo). - A. U : Ovva del tovg fiaffiksìg ittici qsipsiv Tcqòg avrovg
tovg éavzàv (ptXovg, o'vg ààixcog note èdiw^àv vs xcà drriGÓfiifiav. P. 191 col. I:
- Restitutus inde thos est in pristinae fastigium dignitatis, ingenti et honoris et
gratiae angmento: talique exemplo declaratum , posse interdum recte Reges inniti
securos reconciliare prius a se vexatorum benevolentìam ». Il gruppo L. B ha pure
una morale di questo genere: Ovtcù òet zòv vovvsyr^ xcà cto'ufooia tipàv xaì svsq-
yfTsìv tòv tiityia D-évta 7vuq' uvtov. Ma in L. B il capitolo (come in generale tutta
la 2a parte del libro) è interpolato: quindi il parallelismo in questo luogo non prova
nulla.
§ 23.
Restano i passi interpolati; che sono di due specie, 1° le aggiunte in G, 2° le
aggiunte in L e quindi in B. Quanto alle prime abbiamo veduto quale sia la loro
fonte : esse provengono da una recensione che ci è rappresentata attualmente dal
gruppo L1. V1. Quanto alle aggiunte in L. B non è difficile dimostrare che esse pro-
vengono da una recensione affine a quelle del gruppo A. U. P. — Manca in fatti in [SH
L. B (cfr. n. 77) come in A. U. P l'interpolazione del passo concernente le otto virtù,
che si legge in L1 al principio del -capitolo XII. — Manca parimente in L. B come [s-]
in A. U. P (cfr. n. 78) la favola del falconiere, che è in L1 e in G, nel cap. XV. —
A questi due argomenti si può aggiungere, che i prolegomeni messi in capo al gruppo
L. B son tre come nel Possino, e l'ordine dei loro paragrafi (v. la tavola) coincide
([nasi esattamente. Solo è da notare che in L. B il capitolo del Re de' topi (XI)
non si legge (il che forse può far sospettare che esso sia interpolato in A. U. P e
fuor di posto) : e il capitolo X Lo sciacallo e il leone è molto accorciato. — Chi
ricorda quanto abbiamo osservato poco sopra, quando abbiamo parlato delle interpo-
lazioni nei primi sette capitoli, saprà che in una novella interpolata in L. B, la no-
vella del pittore, abbiamo trovato una stretta attinenza tra L. B e V. Ciò che ab-
biamo invece determinato ora per gli ultimi otto capitoli, non coincide con siffatta
conclusione, poiché il testo interpolato di questi si avvicina più al 2° gruppo = A.
U. P, che non al primo L1. V1. Questa contradizione può spiegarsi in diversa ma-
niera : o il testo interpolato degli ultimi capitoli in L. B non è stato attinto dalla
issa fonte, che il testo delle interpolazioni nei primi sette capitoli : oppure, nella
i onnivenza di V1 con L. B nella novella del pittore può scorgersi una influenza
esercitata da L. B su V, tanto più che V, come abbiamo veduto, omette il § LX-A
che è spostato in L. B, cosa che fa sospettare una derivazione di V da L. B in que-
sto punto.
168
S 24.
Comunque sia di ciò, è certo, che non tenendo conto di piccole difficoltà (pro-
venienti dallo scambio di lezioni parziali da una serie all'altra di codici per via di
note marginali), una stessa legge genetica governa lo sviluppo di tutto quanto il testo
non interpolato dello Stephanites ; e del testo interpolato sappiamo in generale indi-
care la provenienza. Ora non abbiamo altro da fare, che riassumere in una conclu-
sione generale tutti quanti i resultati ottenuti nel corso di queste ricerche, rifacendo
per via sintetica tutta quella via che abbiamo percorsa con un'analisi paziente e mi-
nuta. A questo scopo sarà opportuno che il lettore tenga sott' occhio la tavola qui ap-
presso, nella quale ho disegnato graficamente lo svolgimento genealogico del testo dello
Stephanites. e alla quale mi riporto colle parole che ora sono per dire.
In essa tavola ho espresso per mezzo di linee semplici le derivazioni di un co-
dice da un altro per via di lacune o di corruzioni : ho espresso invece con linee pun-
teggiate le interpolazioni. I numeri che si trovano nelle linee di derivazione (liner
semplici e punteggiate) rimandano alla numerazione marginale progressiva dei fatti
che abbiamo esaminati e sui quali ci siamo fondati per costruire la presente tavola.
In essi dunque riposa la ragione, per cui da una recensione qualsiasi vengono a stac-
carsi successivamente le sue derivate. L'ordine di esse recensioni è il seguente :
Si ebbe dapprima una recensione S, che era immune da tutte le corruzioni se-
gnate dai numeri che si veggono nella tavola :• questa recensione S era vicinissima
alla traduzione di Simeone di Seth, sebbene, come vedremo, non fosse una cosa stessa
con quella. Da S derivano due recensioni diverse, una che chiamo «, l'altra che
chiamo fi, ambedue perdute : la recensione fi soffrì minori deterioramenti che non a,
e dette luogo da una parte al cod. L1 per la corruzione indicata al u. 25, e dal-
l'altra per i un. 22-24 al cod. V1, che ci è arrivato in istato di fortissima mutila-
zione. I codd. L1 e V costituiscono la. Ia classe. Ma a andò soggetta a due grandi
serie di corruzioni: per una di esse, indicata coi un. 9-14. a divenne y ; per l'altra,
indicata dai un. 26-39, 79-80, essa divenne d. In t) furono interpolati alcuni luoghi
da x, recensione incognita che non saprei ben definire ; e queste interpolazioni furono
fatte per colmare alcune lacune che <J aveva ereditate da « (cfr. tra i nn. 5-8 quelli
dove trattasi di una lacuua in a). La recensione ó poi si scisse in due, cioè: in U
per il n. 48, e in 0 per i un. 40-47 : da & derivarono, da una parte, n. 49, A, e
dall'altra, nn. 50-54, P. Di questi tre codici, U, A e il greco di P, il cod. A perde
affatto i prolegomeni, U ebbe a soffrire nei prolegomeni stessi fortissime lacune.
Quanto alla recensione y. essa per i nn. 56-73 divenne G, e pel n. 55 divenne f.
Ma a formare G concorsero interpolazioni di testo proveniente da codici della la elasse,
e che sono provate dai nn. 77-78 : furono aggiunti a G i due prolegomeni, che sono
in L1, cioè il (2) e il (3), ed inoltre gli ultimi sette capitoli (omesso il cap. Vili).
poiché gli ultimi otto capitoli del testo erano andati perduti così in G come in t-.
La recensione s passò in L2 e in ? ; f si formò principalmente per l'aggiunta (n. 76)
di un compendio del capitolo IX // re <• il papp ^agallo, che passò in quella forma
uelle recensioni dipendenti da f. Due di queste recensioni sono: V-. che contiene
appunto il cap. IX nella forma sopraindicata, e la recensione ri sulla quale è necessario
trattenerci un poco. Nel cod. B e nel cod. L (che sono derivati da rj) v' ha una introduzione
— 169 —
CO -
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II, Parte Ia.
22
— 170 —
che manca iu tutte le altre recensioni ; introduzione che quando pubblicherò il testo
dello 2reg>avh qg darò per intiero. In essa, tra le altre, sono anche queste parole :
Mv^ixi) /ììfiXog, ff Ivdixìfi Gotfiu*.
Il()OtìtVt%i}H(SK, 7TQÒg TTeQGlXìjV naiSsiav.
ìiiarg. dùg Alviyjiano ó w g sic^ GVVTSVVOVtìa rag 7TQCt^fig.
' H sic /isTa^Xrjd-sTaa, TTQÒg yXùzrav tmv 'EXh'p'wr.
'££ (tQccftixov, xcà fiaqpaQfóóovg v&lov sic.
Jlagà tov Gocpov, svóó^ov xal fxsyàXov.
Tov xal afilla sic^ xal (ityòg Cixeh'ag.
marg. 'JraXias Kahifioi'ag Tf, nqiyxvnog rrcxaXiag.
OvOttìq svQixàg, còg yiaiGrixovg xoìg nàm.
Tovto ótóioxs, nqòg r,(i«g zò fìi(ì).iuv.
SìtìTtsq ó(OQTj/j,a, óióaGxali'ag Tritai.
Evyevfjg Evys'viog, ò tftg TlavÓQiiov: -j-
Parrebbe a prima giunta, che qui si trattasse di una nuova traduzione dello Stepha-
nites condotta sull'arabo per opera di questo insigne personaggio, cui si accenna alla
metà del soprascritto brano ; ma in realtà chi esamini i due codici L e B non tarderà
ad accorgersi, che qui non si tratta di una nuova traduzione, ma del raffazzonamento
di un materiale già vecchio, di quel materiale cioè che ancor sussisteva della versione
di Simeone di Seth. Certo poi non sarà stato il principe stesso che si sarà messo al
lavoro ; poiché, se è detto che egli ne fu l'autore, ciò vai quanto dire (chi intenda
il linguaggio del tempo e ponga mente a casi molto analoghi), che e' fu l'ordinatore
di esso lavoro, colui che lo commise e per cui ordine fu eseguito. Ma questa recen-
sione, che chiameremo Eugeniana, in che cosa consiste ? Deve ritenersi per recen-
sione eugeniana quella contenuta nel cod. Barberino ? Non pare ; perchè questa stessa
prefazione trovasi nel Leidense, della stessa mano del testo ; e nel cod. Leidense
sono di seconda mano così quasi tutta la seconda parte del libro (lo Stephanites è
qui interrotto coi capitolo XII Le bestie nella fossa e l'orefice), come una gran parte
delle novelle e favole dei primi sette capitoli. Parrebbe pertanto che la recensione
eugeniana ci sia rappresentata dal cod. Leidense, tolte tutte le aggiunte posteriori,
che sono di altra mano ; ma in questo caso il lavoro del principe italiano sarebbe
ridotto all' avere aggiunto i tre prolegomeni in principio e quella prefazione che
abbiamo nominata, ad una recensione già nota e della quale vediamo il rappresen-
tante nel cod. Y.2. Comunque sia di ciò. io riconosco questa recensione eugeniana
appunto nella recensione /, che da y ricevè i suoi prolegomeni e la prefazione, e si
andò deteriorando per le scorrezioni nn. 15-21. Da essa provennero L e B. Il cod. B
ci presenta, a differenza di L, la corruzione n. 74 ; B inserisce nel testo tutte quelle
aggiunte marginali che si riscontrano in L, delle quali abbiamo parlato più volte e
che provengono da un cod. della 2a classe (nn. 81, 82). Ciononostante, trovansi dei
rapporti tra L. B e V (n. 75), ma non so se in questo caso abbia V esercitatola
sua influenza su L. B, o viceversa. Quanto ai rapporti tra L e B, il cod. B deriva
effettivamente da L ? Può obiettarsi che il cod. L tronca le sue addizioni marginali
bruscamente al cap. XII ; ma come può darsi che B derivi da un codice molto affine
ad L, ma più compililo, così può ammettersi che B derivi, se non proprio da L,
— 171 —
almeno da un codice della stessa forma e compiutezza 'li L, avendo potuto I! com-
pletarsi attingendo da altra sorgente. Ad ogni modo n sta ferma la grandissima atti-
nenza che riscontrasi tra L e B. — Riassumendo : i derivati di « devono dividersi
in tre classi : La 11 classe, che contiene U-A. P; la Ili classe, che contiene G-L2.V8 ;
la IV classe, che contiene L. B.
La classificazione dei codd. dello Stephanites, che or ora ho compiuta, potrà esser
leggiermente modificata nei particolari ; ma nei suoi tratti fondamentali credo che
resterà in quella forma, qualunque nuovo codice dello Stephanites venga ad aggiun-
gersi. Iu sostanza la legge di svolgimento, che ha subito tutto quanto il libro dello
Stephanites può ridursi a tre fatti : corruzioni, lacune e interpolazioni. Le corruzioni
successive fanno diramare un sol codice in un numero indefinito di codici tutti diversi;
e tali corruzioni non sono un fatto speciale che si osservi nel solo libro dello Stephanites.
Quello che v' ha di peculiare nello svolgimento del testo di questo libro si è che le
lacune stesse sono soggette ad una legge, che trova la sua ragione nella natura del libro
stesso. Se si osservano le lacune, che da una recensione più ampia rappresentataci
dalle classi I e II, ci han fatto passare ad una recensione più accorciata come nella
classe III, è facile scorgere, come esse sieno procurate a bella posta per tagliar di
mezzo novelle e favole che o presentano carattere osceno (per es. le novelle: Il pit-
tore, § LVIII.B -LIX ; Il ladro il vecchio e la moglie giovane, § CU; L'artefice e
la moglie infedele,, § CV.C -CVII.A), oppure mettono iu iscena eremiti (per es. le
novelle : L'eremita e il ladro, colle favole incluse, § XVII.B - XXIII ; L'eremita e
i ladri, § XCVIII.B - C.A ; L'eremi la. il diavolo e il ladro, § CIII-CV.A; L'ere-
mi in e il topo, § CVIII.B-CX). Certo molte lacune possono dipendere dalla solleci-
tudine del copista (per esempio : Il cigno, § XLVIII ; La scimmia e le lenticchie,
§ CXXVIII), o dalla noia di un lettore (per es. il lungo tratto contenente le sentenze
di Palarios, § CXXIX. C) ; ma principalmente pare a me di scorgere in esse la mano
monacale che taglia tutto ciò che può in qualche maniera offendere la religione o la
morale. — Da questa serie di recensioni lacunose se ne sviluppa naturalmente una
quarta, allorquando si tenta di restituire il libro alla pristina forma, e le interpola-
zioni da altre serie di codici si vanno accumulando l'ima sull' altra, senza prendere
sempre il posto conveniente che loro si apparterrebbe.
Fatti notevoli che contrastino alla legge da me posta sullo svolgimento del libro,
non credo possano trovarsi : un piccolissimo numero di varianti non trova a prima
giunta una spiegazione in quella legge ; ma esse sono insignificanti, come potrà vedere
chi si darà la pena di studiare le collazioni che porrò in fine alla mia edizione ; e
d' altra parte non è escluso il caso che, per annotazioni marginali, qualche lezione
possa esser passata da una serie di codici ad un altra. Il che, coni' è evidente, non
disturba per nulla la legge più generale posta sul fondamento del maggior numero
dei fatti, e dei fatti più significanti.
Occasionalmente mi si permettano due parole sulla versione slava dello Stepha-
nites pubblicata dal prof. Danic'ic' nel 2° volume delle Starine (U Zagrebu 1870),
della quale ha dato notizia il prof. Teza nel giornale napoletano novembre 1881,
— 172 —
p. 101 sgg. Essa ci attesta l'esistenza di un originale greco appartenente alla III classi;
(L2. V2. 6) e più precisamente una recensione intermedia tra G ed Ir. V2. Non
avendo potuto consultare da me stesso il testo slavo in tutte le sue particolarità,
rimetto ad altra volta un giudizio più determinato sul posto che occupa questa recen-
sione in mezzo alle altre, limitandomi ora a porla nella III classe dei codici da me
studiati. Di tanto potrà convincersi il lettore, esaminando le lacune che lo slavo ci
presenta, se si confronti col testo amburghese ; lacune che il prof. Teza (1. e. 170-171)
va enumerando in questa guisa sopra il testo Starkiano nella edizione berlinese :
i Dalla pag. 2 si procede ordinatamente fino alla 48 e qui d'un salto passiamo alla 60
(Dan. p. 272, 15) : e perdiamo la novella dell' Fremita con tutti i racconti che vi
si racchiudono. Mancano le pag. 114, 6-116, 12 e 120, 3-122, 17 (Dan. p. 279, 21 e
280, 3) e la novella dell' Alcione: le pag. 134,1 8-138,7 (Dan. p. 281, 31) e la
novella del Cigno : le pag. 206,1 - 210,19 (Dan. pag. 291, 20), con la novella del-
l' Ospite e con quella del Lupo : le pag. 248, 6 - 252, 1 (Dan. p. 295, 3 ab inf.) : le
pag. 252,1 8-266, 13 (Dan. p. 296, 7) con le novelle dell' Elefante e della Lepre
e scoiattolo : le pag. 270, 2-270, 21 (Dan. p. 296, 21) e la novella dell' Ascetico : le
pag. 278, 16-292, 9 (Dan. p. 297, 12) e le novelle del Mercante -, dell' Eremita, del
Fabro: le pag. 294, 17-302, 19 (Dau. 297, 27) e la novella dell' Eremita : le pag.
326, 15-334,3 (Dan. 300, 27) e la nov. dell'amo: le pag. 364,6-364, 14 e 366,
5-378, 17 (Dan. 304, 5 ab inf.) e la novella delle Lenticchie: le pag. 380, 6-394, 3
(Dan. 374, tilt.) cioè- il capo Vili dello Stari:: le pag. 402, 21-408, 11 e 410, 10-
412,7 (Dan. 306, 13 e 306, 25): le pag. 434,6-434,15 e 436,2-436, 15 (Dan.
309, 11, 14): le pag. 438,2-438, 6 (Dan. 309, 17): le pag. 438, 1-438, 10 (Dau.
309, 23) e le pagine 442, 1-472, 19 (Dan. 309, 9 ab inf.) cioè i libri XI. XII e
XIII. Il libro chiude con la pagina 480 {all' wg dàvvarov statìccv x«ì naQsTSov) e
non tocca quindi il libro XV0. » Il capitolo del re de' Topi viene, nello Slavo, nello
stesso ordine che è nel Governo dei Eegni e in L\ a differenza di A. U. P.
§ 26.
Le seguenti tavole indicano numericamente tutte quante le vicende principali
subite dal testo greco, dal supposto S (versione molto vicina a quella di Simeone
di Seth) fino al codice barberino. Quanto al valore della numerazione in cifra romana
ad araba, vegga il lettore quanto abbiamo esposto superiormente al § 3. In calce
poi a queste tavole ho creduto utile metter dei richiami alla numerazione progressiva
dei luoghi trattati uel corso delle nostre ricerche. I segui convenzionali adoperati
suno i seguenti :
— mutilazione del cod.
. . . mutilazione parziale di un §.
lacuna generale.
* * * lacuna parziale in un $.
[ ] interpolazioni.
(( )) aggiunte marginali.
( ) |)n ss i del testo cancellati posteriormente.
17::
V A . U L"
Capitolo Primo
V
I
I
—
II
2
—
III. A
3
—
» B
#
—
IV
*
—
V
4
—
VI
5
—
VII
6
—
vni
7
IX
8
—
X
9
—
XI
10
—
XII
11
—
xm
12
—
XIV
13
—
XV
li
—
XVI
15
—
XVII, A
16
—
» B
17
—
XVIII
18
—
XIX
19
—
XX
20
—
XXI
21
—
xxn
22
—
xxm
23
—
XXIV, A
24
—
7> B
25
—
» e
20
—
•XXV
27
—
XXVI
28
-1
XXVII
29
2
XXVIII
30
3
XXIX
31
4
XXX
XXXI
32
33
5
6
XXXII
34
7
XXXIII
35
8
XXXIV
36
9
1
1
—
I
1
2
2
—
2
2
3
3
—
3
q
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5
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6
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—
6
6
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—
7
7
8
8
—
8
8
9
9
—
9
9
10
10
—
10
10
11
11
—
11
11
12
12
—
12
12
13
13
—
13
13
14
14
—
14
14
15
15
—
15
15
16
16
—
16
16
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*
—
*
*
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*
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[19]
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19
—
27
27
27-
20
—
28
28
28
21
—
29
29
29
22
—
30
30
30
23
—
31
31
31
24
—
32
32
32
25
—
33
33
33
26
—
34
34
34
27
—
35
35
35
28
—
36
36
86
29
—
37
37
1
(i) A. U. [20] . - {-) A. U. 19.
— m —
A . U
L2
XXXV
XXXVI
XXXVII
XXXVIII, A
B
XXXIX, A
B
XL
XLI
XLII, A
» B
XLIII
XLIV
XLV
XLVI
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XLV III
XLIX, A
» B
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L
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LUI
LIV
37
38
39
40
[42]
+11 [43]
44
[45]
[46]
47
48
49
50
51
52
53
54
55
50
57
58
59
00
01
10
11
12
13
*
[15]
+ 14 [16]
17
[18]
[19]
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
34
37
30
—
38
31
—
39
32
—
40
33
—
*
—
[42]
#
—
+ 41 [43]
34
—
44
35
—
[45]
*
—
[40]
*
—
47
36
—
48
37
— .
49
38
—
50
39
—
51
40
—
52
11
—
53
*
—
54
*
—
55
*
—
50
42
—
57
43
—
58
44
—
59
45
—
60
40
—
61
47
—
38
38
39
39
40
40
41
11
*
*
[43]
[43]
+ 42 [44]
+ 42 [44]
45
45
[40
[46]
[47]
[47]
48
48
49
49
50
50
51
51
52
52
53
53
[56]
54
[57]
55
((58))
56
54) (i) ((59))
57
00
58
61
59
62
00
63
01
04
62
LV
LVI
LVII
LVIII, A
» B
I.1X. A
» B
LX, A
» B
LXI
LXII
LXIII
62
03
04
65
00
07
08
09
70
71
72
35
30
37
38
39
40
41
*
42
13
44
Capitolo Secondo
02
63
04
05
66
67
08
09
7o
48
—
49
—
50
—
51
—
*
—
*
—
*
—
52
—
53
—
54
—
55
—
56
—
65
60
07
08
[70]
[71]
[72]
09
73
74
75
70
03
01
05.
66
[68]
[09]
[70]
07
71
72
7::
71
(') L. (55).
— 175
LXIV
LXY
LXVI
LXVH
1, XVIII
LXIX
I.XX
I.XXI
LXXII
I. XXIII
73
71
75
76
77
78
79
80
81
82
V
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
A . U
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
Capitolo Terzi
\-
57
58
—
59
—
60
—
61
—
62
—
63
-1
01
2
65
3
60
4
LXXIV
83
50
81
LXXV
84
57
82
LXXVI
85
58
83
LXXVII
86
59
si
L XX VIII
87
60
85
LXXIX. A
88
61
86
.. B
89
62
87
LXXX
90
63
ss
LXXXI
91
01
89
LXXXII
92
65
90
LXXXIII
93
60
91
LXXXIV
94
07
92
LXXXV
95
68
93
LXXXVI
96
69
94
LXXXVII
97
70
95
LXXXYIII
98
71
96
(17
68
69
70
71
72
Capitolò Quarto
LXXXIX
99
72
07
xc
100
73
98
XCI
101
74
99
XCH
102
75
100
XGTH, A
103
76
101
» B
*
77
102
» C
*
[80]
103
XCIV
*
[81]
104
6
7
s
9
10
73
11
93
74
12
94
75
13
95
70
14
96
77
15-
97
78
98
79
—
80
—
81
—
82
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83
—
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78
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81
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91
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91
92
93
94
95
96
99
97
100
98
101
99
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— 176 —
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CXI
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CXIV, A
» B
» C
» D
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
111
115
110
r
117
118
110
120
121
122
123
124
125
12G
127
128
120
130
131
132
133
[82]
[83]
[84]
[85]
(78) [86]
(79) [87]
88
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92
03
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95
90
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
105
106
107
108
109
110
111
112
***113
111
115
110
117
118
119
120
121
122
123
121
125
120
127
128
129
130
131
132
133
131
135
*
136
137
84
85
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87
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89
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*
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[130]
[131]
132
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[137]
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CXVI, A
» B
134
135
[138]
Capitolo Quinto
no I 138
117 139
118 no
98
20
99
21
*
*
142
138
143
139
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[140]
(') L «112» «113». - («) B [110].
17'
CX VII
C'XYIII; A
[139]
[140]
136 [141]
137
119
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CXXII
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142
143
114
145
146
Capitolo Sesto
123 145
124 1 16
125 147
126 148
127 11!»
102
24
103
25
104
26
105
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28
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151
152
153
145
146
147
148
149
CX XIV
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CXXVI
(XXVII
CXXVIII
CXXIX. A
B
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147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
Capitolo Settimo
128 150
129 151
130 152
131 153
132 1 5 1
133 155
134 156
135 157
136 158
137 159
107
29
108
30
109
31
110
32
*
*
111
33
112
34
*
#
113
35
*
*
154
155
156
157
((158))
159
161
((160))
162
((163))
150
151
152
153
[154]
155
157
[156]
158
159
CXXX
(XXXI
157
158
Capitolo Ottavo
138 160
139 161
((164))
((165))
[160]
[161]
cxxxn
159
CXXX 111. A
160
» B
161
140
141
142
Capitolo Nono
162
163
164
166 4;
167 4
162 +
163|
CXXX1V 162
CXXXY. A 163
» B 164
Capitolo Decimo
143 105
144 16(3
145 107
((168))
((169))
[164]
[165]
i i : di sci en/.] morali ecc. - Memorie — Ser. la, Voi. II. Farli 1°
178
v
A . U
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CXXXVI
• 'XXXVII
CXXXVIII. A
1)
B
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((175)) +
((176))
*
dlTTii \
Capitolo Undecimo (=XIV Amlmrgh.)
180
181
193
194
Capitolo Dodicesimo (=XI Amburgh.)
182 (1)
184
1 85
186
183
184
! 85
186
((178))
((179))
((180))
Capitolo Tredicesimo (=XII Amlmrgh.)
187
188
187
188
<X1.II. A
189
» B
191
CXL IH
192
CXI. IV, A
#
Capitolo Quattordicesimo (= XIII Amburgh.)
189
190
191
192 +
190
* #
# *
* *
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B
[160]
[167].
[168]
[169]
[170]
*
[171]
*
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[173]
[174]
[175]
[176]
[177]
[178]
[179]
[180]
[181]
[182]
[183]
[181]
(i) L" 183.
17;l —
L1
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A . U
L2
Capitolo Quindicesimo
CXLV
193
CXLV!
194
CXLV II
195
CXI. Vili
100
CXLIX
197
CL
198
CLI
199
195
196
197
198
199
* *
[185]
[186]
[187]
[188]
[189]
1 = 5. II = 55, 56, 57, 58, 83. ILT-V = 1. VII = 15. VITI = 26, 50, 51, 59. IX = 40, 60.
X = 27, 32, 61. XI = 35, 62. XIII = 16. XVII-XXV = 6. XXIV C = 17, 52. XXVI = 54. XXVLT =
63. XXIX = 2, 28, 64. XXXI = 65. XXXII = 29, 41. XXXIII-XXXIV = 53. XXXIII = 6G.
XXXVI = 67, OS. XXXVLTI-XLIII = 84. XL = 30, 36, 48. XLV = 31. XLVII-XLIX = 3, 9.
XI.VII = 18. LVIH-LX = 7. LYLU A = 42. LLX = 75. LX B = 43, 69. LXVLlI = 33. LXXLU =
19. LXXVII = 20, 21, 55. LXXVLTI = 37. LXXIX-LXXXIII = 10. LXXIX B = 34. LXXX = 38.
LXXXII = 39. LXXXIII = 44. LXXXIV = 74. LXXXV = 46. LXXXVI = 47. XC = 70, 71.
XCI = 22, 25. XC'III-XCVII = 85. XCV1TI-XCIX = 11. CI-CXI = 12. CIV A = 8. CXVI-
(XVIII = 86. CXVI = 72. CXX = 73. CXXVIII = 13, 24. CXXIX A-E = 14. CXXIX C = 49.
CXXXI = 79. CXXXII-CXXXIII = 76. CXXXV R = 80. CXXXYM XXX VII = 4. CXXXVIII =
77. 81. CXLVn-CL = 78, 82.
§ 27.
Con queste nostre ricerche possiamo dire di esser giunti a due resultati abba-
stanza interessanti ; cioè :
1° abbiamo rintracciato la via percorsa dal testo greco nel suo successivo deviare
dall'originale di Simeone di Seth.
2° ci siamo avvicinati più dappresso alla versione stessa di Simeone, giungendo
ad S, prototipo di tutte quante le recensioni da me studiate.
Sorge ora un' ultima questione, non meno importante di tutte le altre che ab-
biamo trattate, ed è la seguente : — È un fatto, che lo scopo precipuo che ci siamo
proposti nel ricostruire la versione di Simeone di Seth, si è quello di riavere nelle
mani un rappresentante di ima recensione araba perduta, utile a conoscersi in uno
studio ulteriore per una edizione critica del testo arabo di 'Abdallah ben Almoqafta .
Noi siamo giunti ad S ; ma S , per quanto vicina alla versione di Simeone, non deve
confondersi con essa. Per apprezzare quindi il valore dello Stephanites pervenutoci,
in quanto rappresenta una recensione araba perduta, è necessario vedere quali atti-
nenze corrano tra la versione vera e propria di Simeone e questo nostro Stephanites
ricostruito. Ci rappresenta questo del tutto l'opera di Simeone? oppure esso ha già
subito delle corruzioni che si sono poi propagate in tutti i suoi derivati? Ecco la
questione che si deve risolvere.
— ISO —
Io non credo che nemmeno la ricostruzione nostra del libro rappresenti del tutto
la versione di Simeone di Seth ; ed ecco per quali osservazioni.
[83] Nel cap. I, § II, a me pare di scorgere una notevole corruzione comune a tutte
le recensioni da noi studiate. Il mercante volendo incitare i figli al lavoro fa ad essi
questo discorso: w réxva, ó iv r<ò tìiin avtt0rosq;ó[isvog tqiùv òùicu nqayiiàxwv,
av tàoxovg Tctotovaiccc, xcà dó^rfi nctoà cìvd-Qiónoic, xcà snitv%Cag rwr aTto-cafiisvo-
iifiiov sxsttìs roTg Sixaioig cìyalhùr • ravrce ói rqicc ovx ctXXcag èmytvsTttC rivi, sì
ni ye olà TtGGÓ-Qwr, Toi' ts ìtuxtÙgU-cci ttXovtov ótxcci'ov, svnÓQOV re xcà ei'Xóyoi'.
xcà coi' rà smxxrftèvxu xcdùg oìxovofisTv xcà tfiel-àysiv, sha xcà rò fisradiSóvai
lùv ènixrijVtiTwv roìg ósofis'voig, otisq XvGireX.eT iv zi} {isXXovarj ptonip [su xcà
mi èxxUveiv rà smaviipaivovia avfimm para o<fov rò xarà 6iva\uv\ Il testo arabo
Dg_ __ -yy. 2 (e, come pare, M. F. V) differisce qui notevolmente dal greco. Le quattro
cose, per mezzo delle quali le tre, onde ogni uomo ha bisogno, si acquistano, son così
esposte nell'arabo DS.: « Die vier Dinge aber deren er bedarf, um diese eirei zu
erreichen, sind : einmal, dass er sich sein Vermogen auf rechtliche Art erwerbe ;
dass er sodann seinem erworbenen Gut wohl vorstehe ; dass er temer es zum Nutzen
anlege, und endlich, dass er dasselbe, wie zu eigener Lebensfristung, so zum wohl
imd Dani Anderer verwende ; so wird dann hoher Gewinn ihm in andern Leben zu
Theil werden ». Chi confronti il greco coli' arabo, non tarda ad accorgersi che il greco
ha tralasciato la 3a delle cose dette dall'arabo, e ne ha aggiunta una 4a in ultimo,
che nell'arabo non ha riscontro.
Ar. 1 . 2 . :'. . 4 . * .
Gr. 1.2 «.3.4,
E che qui si tratti di una corruzione nel campo del greco rilevasi dal passo che
segue nel greco e nell'arabo, dal quale risulta che il greco dovè avere in origine
nel passo surriferito una lezione migliore. Di ognuna delle quattro cose sopracitai;'
dimostrasi la necessità : ora, nel testo greco, non è più fatta menzione della 4a cosa
che non ha riscontro nell'arabo, mentre in una locuzione certamente lacunosa si al-
lude alla 3a che nel greco è andata perduta.
[84] Nel capitolo I e precisamente nel dialogo tra Ichnelate e il bove, quando il
primo cerca di ingannare il secondo, calunniandogli il leone, è narrata da Ichnelate
la favola dell'alcione, con entro quella delle due anitre e la testuggine. Queste fa-
vole per altro sono mal collocate. 11 cod. L1. e con lui tutte le altre recensioni
greche meno L2 e G (V2 è mutilo), presenta il seguente ordine : Vien dapprima il
§ XXXVIII, A, nel quale il bove esprime i suoi timori e dice di essere apparec-
chiato a resistere vivamente contro il leone, quando questi lo assalti ; e Ichnelate lo
riprende esortandolo a ricorrere piuttosto all'astuzia. Il § XXXVIII, B manca e
corrisponde all'arabo DS. = W. 83 : «Wie magst du daher dich messeli mit dem
Lowen der so kiihn und stark ist? Wer aber seinen Feind ob seiner Schwache gering
jchàtzt, dem wird begegnen, was dem Herrn des Meeres durch den Eisvogel begegnet
ist. _ Wie war das? fragte Schenzeba. Da erzàhlte Dimna folgendermassen : — » Invece
di questa introduzione alla favola dell' alcione, il greco mette il § XXXIX, B vale
a dire ciò che serve ad introdurre la inserita favola della testuggine e delle anitre :
ma cambia il "' rf,g %sXmvr,g iu rò tftg veqaWog. Tale introduzione spostata non ha
— 181 —
naturalmente nulla che fare colla morale della favola dell'alcione. Segue il XXXIX. A.
ossia la prima parte della favola dell'alcione ; poi il XXXIX, B {bis) introduzione
alla novella della testuggine, che viene immediatamente dopo al § XL : la seconda
parte della novella dell'alcione è al § XLI, colla sua conclusione nel § XL1I, A. —
Si aveva dunque dapprima :
XXXVI 11. A . XXXVIII, B . XXXIX, A . XXXIX, B . XL . XLI . XLII, A . XL11. B.
Si volle togliere la favola dell'alcione contenuta nel § XXXIX, A e § XLI :
allora bisognò omettere anche l'introduzione XXXVIII. B e la conclusione XLII. A :
cosicché si ebbe :
XXXVIII, A * * * XXXIX, B . XL * * * XLII, B.
cioè, dopo il XXXVIII, A, che è una parte del dialogo tra il bove e Ichnelate. La
novella della testuggine § XL, colla sua introduzione § XXXIX, B. Quando nuova-
mente si volle riferire la favola dell'alcione, una parte di essa fu mal collocata tra
la introduzione alla favola della testuggine (§ XXXIX, B) e la favola stessa (§ XL) :
poiché tra questi due paragrafi furono inseriti i §§ XXXIX, A (cioè la prima
parte della favola dell'alcione) e, di nuovo, XXXIX, B. I §§ XLI e XLII, A torna-
rono al loro posto ; il § XXXVIII, B andò del tutto perduto. — Tutte queste vi-
cende erano già avvenute nel prototipo di tutte quante le recensioni greche che co-
nosciamo. I codd. della III classe però continuarono il guasto, in quanto di nuovo
soppressero la novella dell'alcione ; cosicché da :
XXXVIII, A * * * » XXXIX, B [XXXIX, A. 2 XXXIX, B] XL.
[XLI . XLII, A]. XLII, B.
che rappresenta la corruzione^ già avvenuta in S , si ebbe in G e in L2 (V- è mutilo) :
XXXVIII, A * * * XXXIX, B * * * XL * * * XLII, B.
Fatti analoghi credo di poter riconoscere nella lacuna che il cod. L1 ci pre- [8-r>]
senta dei §§ XCIII, B — XCVIL A, e nella trasposizione nello stesso codice dei [86]
§§ CXVI, B — CXVIII, B. Ma nella tavola contenuta nel precedente paragrafo
sono indicati chiaramente ambedue questi casi, e lo studioso potrà confrontando far-
sene da sé stesso un'idea.
Del resto, se lo Stephanites così ricostruito non è proprio uguale alla versione
stessa di Simeone di Seth, ce la rappresenta però molto da vicino, cosicché ci è le-
cito affermare che questo S può far bene le veci di quella recensione araba, su cui
Simeone di Seth lavorò, ogni qualvolta noi vorremo studiare lo svolgimento del
testo arabo, profittando anche dei suoi derivati.
§ 28.
Risultando da tutte quante le ricerche accumulate in questa Memoria, che i
codici della I classe sono quelli che più da vicino ci rappresentano (almeno riguardo
all'ordine delle novelle e alla compiutezza) l'opera di Simeone, è naturale che per
una edizione dello Stephanites noi dobbiamo presceglierli sopra tutti gli altri. Di-
sgraziatamente ne ho alle mani due soli L1 e V. e di questi V1 è oltremodo mutilo.
— 182 —
Ma già mi è noto che e tra i colici Oxfordiani e tra i codici Parigini (senza ac-
cennare ad altri) esistono recensioni analoghe alla Laurenziana LVII 30 ; su queste
dunque sto facendo attualmente uno studio (e pei codd. Oxfordiani mi aiuta con
somma cortesia il sig. G. R. Scott), affine di potermene in seguito valere per la edi-
zione che sto fino da qualche tempo apparecchiando.
Prima di chiudere voglio notare come la presente ricerca, oltre ad essere im-
portante di per sé, schiuda poi l'adito ad un'altra, non meno importante, che po-
trebbe imprendersi sulle varie recensioni del testo arabo. Nello Stephanites ricostruito
noi possediamo una recensione araba perduta : che posto occupa questa recensione
in mezzo alle altre del testo arabo? Quali sono i vicendevoli rapporti tra queste, e
quale quello tra queste e l'originario testo di Abdallah ? Non ho deposto la spe-
ranza di potere un giorno rispondere anche a tali domande : ma fino ad ora mi manca
presso che tutto il materiale opportuno, sepolto per la maggior parte nelle biblio-
teche ; e se risponderò, certo sarà non tra breve. Cosicché non posso non esprimere
fin d'ora il mio vivissimo desiderio, che altri, con più agio e con più tempo a sua,
disposizione, collazionando e copiando le varie recensioni del libro di Calila, para-
gonandole tutte tra loro e coi testi affini, derivati e paralleli, possa prevenirmi in
una siffatta ricerca, che non è di piccol momento per avvicinarci sempre più, com'è
desiderio, alle origini indiane di questo libro.
— L83
RELAZIONE
Letta dal Socio Schupper, relatore, a nome anche del Socio Serafini, nella
seduta del 17 gennaio 1SS6 sulla Memoria del sig. Luigi Chiappelli,
intitolata : Glosse d'Irnerio e della sua scuola.
« Avendo preso in esame il lavoro del sig. avv. Luigi Chiappelli, intitolato : Glosse
d'Irnerio e della sua scuola, (ratte dal manoscritto capitolare pistoiese dell' Aut he li-
ti cura, crediamo che la sua pubblicazione possa realmente giovare per la storia del
diritto romano nel! età dei glossatori, specie per giudicare della parte che ciascuno
di essi prese al movimento scientifico del suo tempo.
« Proponiamo perciò l' inserzione della Memoria del sig. Chiappelli negli Atti
accademici - .
— 184
Glosse d' Irnerio e della sua scuola
tratte dal manoscritto capitolare pistoiese dell' Authen ti cum
con una introduzione storica dell' aw, LUIGI GHIAPPELLI
S O M M ARIO
INTRODUZIONE
PARTE I.
Gap. 1. Descrizione del manoscritto capitolare pistoiese AeWAuthenticum. Sua epoca. Glosse
contenutevi.
Cap. 2. Esame delle più antiche glosse contenute nel manoscritto pistoiese AeWAuthenticum.
Loro specie. A quali glossatori appartengono. Loro sigle. Furine delle citazioni delle fonti.
Fonti di queste glosse. Loro importanza per la storia dell'attività scientifica dei glossa-
tori. Rapporti delle glosse pistoiesi all'Authenticum eolla precedente letteratura giuridica.
Rapporti di queste glosse colla glossa dell'Accursio. Osservazioni sul valore di questa.
In quale epoca, e in qual luogo furono raccolte queste glosse pistoiesi. Chi ne fu il rac-
coglitore? Il manoscritto pistoiese AeWAuthenticum ha rapporti di affinità cogli altri
codici AeWAuthenticum glossati, e ricordati dal Savigny?
Gap. 3. Criteri seguiti nella presente edizione.
PARTE II.
Edizione delle antiche glosse aWAuthenticum contenute nel manoscritto pistoiese.
1 " Glosse d' Irnerio.
•1" Glosse di Bulgaro.
:'," Glosse di Martino.
I" Glosse di Iacopo.
5° Glosse di Ugo.
il" Glosse di Rogerio.
7" GÌ «se di Alberico.
8° Glosse di Piacentino.
9° Glosse di Giovanni Bassiano.
Hi" Glosse di Pillio.
1 1" Glosse di < lipriano.
APPENDI! I
Serie delle Novelle contenute nel manoscritto pistoiese AeWAuthenticum.
— li
INTRODUZIONE
Per ottenere un sicuro progresso negli studi intorno all' ' Authenticum, occorrerebbe
in primo luogo, che l'opera cominciata dal Sayigny, cioè l'esame della distribuzioni'
delle Novelle nei manoscritti, e 1' esame del contenuto di questi fosse esteso a tutti
i più autorevoli fra di loro, dei quali si dovrebbero indagare i rapporti di filiazione (').
In secondo luogo sarebbe necessario, conosciuti tutti i codici deWAntheiiticum^ di clas-
sificare tutte le glosse che si conservano, onde ottenere una idea precisa intorno all' inda-
gine scientifica dei dottori medioevali sopra questa parte delle fonti dell' antico diritto.
Questi pensieri m'incitarono a pubblicare la presente edizione di alcune antiche
glossi' all'Autentico, che si leggono nel manoscritto capitolare del duomo di Pistoia,
del quale se non affatto sconosciuto fino ad oggi (2), almeno non convenientemente fu
apprezzato il valore che esso ha per la critica del testo, e per la storia dei glossatori.
In appendice a questa edizione abbiamo esposta la serie delle Novelle, secondo la distri-
buzione che hanno nel manoscritto in esame.
A preparare questa edizione di glosse dell'età irneriana ci ha indotti anche un'altra
osservazione. Quantunque sopra 1' attività scientifica dei glossatori iu un breve periodo
di tempo sia apparsa una letteratura assai estesa, ricca di nuove vedute, e di più giusti
apprezzamenti sul valore di quelli antichi dottori, pure da molto tempo si è trascu-
rato di aumentare il materiale scientifico, pubblicando testi inediti appartenenti a quella
epoca. Dopo la edizione del glossario dei primi interpetri bolognesi fatta dal Savignv.
poco cammino si è fatto sopra questa via.
Per studiare convenientemente il nostro glossario, 1' abbiamo posto in raffronto colla
letteratura prebolognese, colle altre glosse del tempo, ed anche colle opere posteriori.
Gran numero di analogie con altre antiche scritture non ci è stato possibile di porre
in luce, ma accenniamo a questa parte non molto fruttuosa dell' opera nostra, perchè,
almeno da questo punto di vista, non venga mosso rimprovero di manchevolezza al
nostro lavoro.
Porre in rapporto queste glosse colla compilazione acc 'rsiana è stata una delle
nostre principali cure, e le -osservazioni che abbiamo potute fare in proposito, crediamo
possano avere qualche importanza. Prattanto abbiamo fiducia che anche questo glos-
sario potrà servire di base a nuovi studi circa il metodo tenuto dall' Accursio nella
compilazione della Glossa Magna, e intorno al suo valore scientifico.
(') Ancora di molti manoscritti dell' Autentico non si conosce il contenuto ; fra gli altri ci
piace di nominarne uno non adoperato fin qui, il quale si conserva nella biblioteca ili Wurzburg.
(2) Di questo manoscritto abbiamo già data una breve notizia in una Memoria pubblicata
nell'Archivio Giuridico (a. 1885, voi. XXXIV, fase. 3-4, voi. XXXV, fase. 1-2), intitolata: Gli antichi
manoscritti giurìdici di l}ixtoia, nella quale promettemmo di curare una edizione delle antiche
glosse di questo codice pistoiese.
Classe di ;.; ; «orali ecc. - Memorie — Scr. la. Voi. II. Parte la. ■ -I
— 186 -
Soltanto ci duole di non avere potuto corrispondere in questa parte del nostro
studio a tutte le esigenze della sana critica storica, poiché non ci è stato possibile
confrontare il glossario raccolto colle più antiche edizioni della glossa accursiana
(sec. XV), con quelle cioè incorrotte, e che conservano la genuina lezione. Perciò abbiamo
dovuto fare uso della edizione di Venezia del 1584, servendoci sussidiariamente anche
della edizione veneta dell'anno 1569. Pure anche di esse abbiamo tenuto conto colle
maggiori cautele, per non incorrere in errori, nei quali facilmente si può cadere con-
sultando con poco discernimento le edizioni della glossa pubblicate nel secolo XVI.
Pistoia, 1885.
Avv. Luigi Chiappelli
PARTE PRIMA
Capitolò 1.
Descrizione del manoscritto capitolare pistoiesi' dell'Authenticum,
e sua epoca. Glosse (ire vi sono contenute.
Il manoscritto, dal quale abbiamo estratte le glosse che ora diamo alle stampe,
fa parte dell' archivio capitolare del duomo di Pistoia. Pochissimo sappiamo circa la
sua provenienza, poiché soltanto nell'ultima pergamena che serve di coperta si legge
il seguente ricordo;
<4/ 1493
Dominus Hieronymus Zenonius Canonicità
donanti hunc librum Sacristie sancii Zeno-
nis prò remedio unirne sue.
Dalla indole delle glosse che vi si conservano, possiamo invece argomentare sicura-
mente, come esso provenne dalla vicina scuola bolognese, e in seguito per la ricordata
donazione passò a far parte della libreria di S. Zeno, annessa al capitolo del duomo di Pi-
stoia, insieme ad altri manoscritti giuridici, che già appartennero al medesimo donatore.
L'antica legatura a tavole e cuoio porta la intitolazione liber Autenticorurn, scritta
certamente nel secolo XIV. Secondo l'antica numerazione dell'archivio capitolare il
codice aveva le seguenti indicazioni E. 4. 2 : secondo la nuova porta il numero 1 03
della rammentata libreria.
Le prime due pergamene le quali servono di coperta a questo manoscritto, appar-
tenevano ad un altro codice contenente opere di antichi giuristi di non poco valore:
dalla grafìa e dal contenuto si deve concludere che queste scritture sono state copiate
da un amanuense della prima metà del secolo XIII. Questi due fogli comprendono,
— 187 —
1" un frammento di un commentario anonimo aiil'Arbor actionum dol Bassiano.
2° diverse Quaestiones disputate, alle quali è preposta la rubrica.
Liei pili iit dinerse qicestiones disputa/e (1).
Esse - cominciano colle seguenti parole:
la Titius . concessit . p . seruitutem tigni immittendi
2a Desevant fratres . qui eos nomine
3a Cura causa inter titium et meuium clericos uerteretur commissa est ado-
mino . papa
4a Queritur anremota appellatione in rescripto domini pape
5a Mortilo pontifice betheleé
6a Cautum est legibus ut soluendo pupillo sine tutoris auctoritate
7a Titius fecit iniuriam Sempronio
8a Cum quidam mercator duo inuolucra de ultramontibus afferret
9a Rex francorum cumlongo tempore guerram habuisset cum rege anglie
10a Gaifredus promisit se soluturum pecuniam mercato ribus in proximo foro
dereno
Verosimilmente queste Quaestiones sono o nella totalità, o almeno in gran parte
opera di Azone. E difatti di giureconsulti posteriori ad esso non è fatta menzione, mentre
in un luogo è riferito il parere del Bassiano. Inoltre la prima Quaestio porta la sigla Az.,
la quale è ripetuta verso il fine della seconda. In vari luoghi viene riportata l' opinione
di quel dottore colle espressioni dicit A:-. (Quaest. 3a) , hauc questionerà denuntiat
Az. (Quaest. fla) : né fra queste scritture apparisce differenza alcuna di dettato, o di
trattazione. Del resto sappiamo che anche oggi esistono altre raccolte di Quaestiones
di questo giureconsulto, fra le quali peraltro il Savigny (2) non ricorda questa pisto-
iese, rimasta sconosciuta fino ad oggi.
L' ultima pergamena che copre il manoscritto contiene una così detta Formata
exceptionis scritta nel secolo XIV, le rubriche dei titoli dell' Authenticwm, ed il ricordo
che abbiamo sopra riferito, parlando della provenienza di questo codice.
Il manoscritto, racchiuso fra queste pergamene, del quale è necessario ora dare
notizia, è membranaceo, e misura 37 centimetri di altezza, e 22 di larghezza. Peraltro
originariamente doveva essere più alto e più largo, poiché i fregi delle miniature, e
le glosse non di rado rimangono in tronco, e talvolta s incontrano nel testo alcuni segni
di richiamo, i quali si riferivano a glosse, che ora non si leggono più nel manoscritto.
Esso è assai guasto nelle prime carte, del resto è in buono stato di conservazione. Si
compone di carte 71 anticamente numerate, ed è scritto con carattere minuscolo cor-
sivo del principio del secolo XIII. Il testo è diviso in due colonne, comprendenti cia-
scuna cinquantacinque linee: onde fossero tracciate regolarmente, l'amanuense ha fatti >
uso del compasso, del quale si scorgono i fori nel margine. Le linee poi sono state
fatte mediante uno strumento a taglio, e l' inchiostro adoprato dall'amanuense è di colore
(l) Il seguito di queste Quaestiones si trova nel manoscritto n. 92 dello stesso archivio capi-
tolare, in una pergamena che serve di coperta al Liber sententiaaum di Pier Lombardo.
('-) Savigny, Storia del diritto romano uri medioevo. Traduz. di E. Bollati, v. 2. n. 257.
— 188 —
molto intenso. Per tutte le già ricordate caratteristiche, come per quelle che presenta
la grafia ('), noi riteniamo che senza alcun dubbio si possa far rimontare questo mano-
scrittto al principio del secolo XIII, se non forse alla fine del secolo precedente ('-).
Di ciò siamo resi ancor più persuasi dalla antichità delle miniature, le quali sono
collocate al principio di ciascuna Novella dell'Autentico. La prima fra queste minia-
ture, nella quale sono figurati uomini in forme e situazioni stranissime, è incompleta ;
le altre rappresentano figure, o animali leggendari, o simbolici di forme fantastiche,
i quali terminano spesso in lunghi fregi, che si distendono negli spaziosi margini del
manoscritto. Le rubriche dei titoli delle Novelle nel testo, e le rubriche dei capitoli
collocate in margine, sono scritte a minio: per le iniziali è stato invece adoperato pro-
miscuamente il rosso e il turchino.
Questo manoscritto contiene il testo AeUl' Authenlicum ('■). il quale è notevolissimo
perchè il testo è assai corretto, onde è da deplorare che non ne sia stato tenuto conto
nelle recenti edizioni. Nella appendice a questa Memoria per comodità degli studiosi
abbiamo riferita la serie delle Novelle secondo questo manoscritto pistoiese.
Nei margini di questo codice si distinguono quattro specie di glosse. La prima
è scritta dal medesimo amanuense, al quale è dovuto il testo; difatti vi si osservano
eguaglianza d' inchiostro, e di grafia, e le iniziali sono spesso disegnate e colorite, come
quelle che si vedono nell'Autentico.
Queste glosse sono interlineari, e marginali: alcune sono anonime (4); altre, e sono
più numerose, portano le sigle d' Irnerio, e di alcuni fra i suoi primi seguaci fino a
Cipriano da Firenze. Di queste ultime immite della sigla, come quelle che servono
a determinare maggiormente il valore scientifico di ciascun glossatore, diamo alla luce
il testo nella presente edizione.
La seconda specie di glosse, che occupa la maggior parte dei margini, è l' appa-
rato accursiano, al quale si possono riconnettere alcune brevi glosse interlineari, con-
sistenti nella spiegazione di qualche parola usata nel testo, giacché in generale portano
la sigla dell'Accursio (Ac). Tanto queste brevi glosse, quanto la Glossa Accursiana
(') Così è notevole, 1° la rigatura fatta a taglio. 2° la misura delle linee presa col compasso,
3° la larghezza dell'interlinea, 4° il modo irregolare di aggruppamento delle parole, 5° la mancanza
del segno di divisione, allorché una parola in fine alla linea resta spezzata.
C2) Che questo manoscritto appartenga alla prima metà del secolo XIII. lo hanno giudicato anche
i sigg. Gaetano Milanesi, e prof. Cesare Paoli, ai quali inviai un lucido di un passo del manoscritto.
(3) Lo Zaccaria [Bibliotheca Pistoriensis, P. I, p. 2-1), conobbe per primo questo manoscritto,
ma ne indicò il titolo, senza neppure descriverlo. Neanche il Bfuhme {Iter Italicum, v. 2,p. 116) ne
fece oggetto di studi speciali: soltanto affermò che è uno dei più antichi ed autorevoli dell'Autentico,
non facendo alcuna osservazione intorno alle glosse che vi si conservano. Nessuna menzione di questo
codice si trova nel Savigny (Op. cit. 2, 80); fu ricordato mila edizione berlinese doli,, Scimeli (1880-83),
ma non apparisce che sia stato finora usufruito per quella edizione. Noi ne abbiamo già data una
breve notizia nella Memoria intitolata. Gli antichi manoscritti giuridici di Pistoia, pubblicata nel-
l'Archivio Giuridico (anno 1885, v. XXXIV. e XXXV i.
(4) Queste glosse anonime sono contemporanee a quelle aventi la sigla, e provengono dal mede-
simo amanuense. Vi si vedono citate le opinioni di Martino (M.i, di Albori,,, (Al.), e ,li Cipriano (Cy.).
Del resto la maggior parte di queste glosse anonime consisto in citazioni di luoghi paralleli dolio
altre fonti ilo! giure.
— 18SI —
provengono da un amanuense posteriore ili iui secolo all'amanuense del testo: difatti
sono scritte in carattere gotico, e con un inchiostro di peggiore qualità, il quale è ingial-
lito cui tempo. Che le glosse le quali diamo qui alla luce sieno dovute a un copista
più antico, oltreché dalla l'orma della scrittura, e dal colore dell' iuchiostro, si può dedurre
anche dal fatto, che esse sono situate parallelamente al passo del testo illustrato, cosicché
1' apparato dell'Accursio in non pochi luoghi viene per tal modo interrotto. Non di rado
si scorge ancora, che nei margini del manoscritto sono stati cancellati i fregi delle
antiche glosse e del testo, per trascrivervi sopra la Glossa Magna.
Una terza specie di glosse comprende alcuni commenti di un canonista : essi sono
stati inseriti nel manoscritto da im amanuense del secolo XIV.
La quarta ed ultima classe di glosse comprende diversi commenti trascritti da
due nuovi amanuensi del secolo XIV; in queste glosse sono citati soltanto i pareri
di Azone e dell'Accursio, ed alcune di esse sono contrassegnate dalle seguenti sigle,
od. e yy.
Scendendo ora a parlare delle glosse che prendiamo in esame, ossia delle più antiche
immite di sigle, non possiamo affermare che tutte vedano per la prima volta la luce.
Poiché alcune, ma sono pochissime, si trovano riprodotte già nella Glossa Accursiana,
o nel glossario edito dal Savigny ('): pur non ostante ci è sembrato opportuno di intro-
durre nella nostra edizione anche queste, poiché nel manoscritto pistoiese presentano
non poche varianti, degne di qualche attenzione.
Capitolo II.
Esame delle antiche glosse
contenute nel manoscritto pistoiese dell'Au llien licum.
Le glosse che prendiamo in esame, tanto per il loro contenuto, quanto anche per
la forma possono essere distinte in tre classi. Alcune sono interlineari, d' indole lessi-
cografica, o illustrative di un termine del testo, e queste sono assai rare : altre, e sono
marginali, riferiscono le citazioni di luoghi paralleli, contrari, o illustrativi del testo,
desunti dal corpo del diritto civile, o dalle fonti del giure canonico. Queste glosse sono
molto numerose : ma copiose alla pari di queste, e di molto maggiore importanza sono le
glosse che comprendono un vero commento giuridico, esponendo antinomie, controversie,
etimologie, o interpetrando il testo. Queste sono collegate al tasto mediante un doppio
segno di richiamo, che talvolta manca per l' incuria dell' amanuense.
Nel manoscritto pistoiese dell'Autentico, e quindi nella edizione presente, sono rac-
colte glosse d'Irnerio, di Bulgaro, di Martino, di Jacopo, di Ugo, di Rogerio, di Albe-
rico, del Piacentino, del Bassiano, del Fillio e di Cipriano ; però questi commenti appar-
tengono tanto all' ima, quanto all' altra delle due opposte scuole dei glossatori, sì ai
(!) Nelle note alla presente edizione abbiamo indicate quelle glosse che formano già parte della
Glossa Magna, o della raccolta del Savigny. Non ci è sembrato opportuno omettere la pubblicazione
di quelle glosse, anche perchè altrimenti non avremmo data una idea adeguata del contenuto del ms.
pistoiese. Inoltre il porle in rapporto colla Glossa Magmi dà lungo a delle utili osservazioni, che espor-
remo nel seguente capitolo.
— 190 —
Bulgariani che ai Martiniani. Non già che tutte le glosse da noi qui pubblicate pro-
vengano direttamente dalla penna dei glossatori, ai quali sono riferite, poiché alcune
di esse ci sembrano opera dei loro discepoli ('). che raccoglievano le opinioni dei
famosi legisti.
Le sigle colle quali sono contrassegnate le glosse che prendiamo ad esaminare hanno
Le forme seguenti;
Imerio.
Bulgaro.
Martino.
Jacopo.
. Ugo.
A. — Al. — a. —
P. — p. — piac.
Iob. — Io . b. .
al.
Alberico.
B. - - b
M. — m. .
Iac. — la.
V. . . .
Piacentino
Bassiano.
Pillio.
Cy. - - Cypr. . .
Cipriano.
R. - - r. —
rog. .
Rogerio.
Queste sigle corrispondono perfettamente con quelle dal Savigny (2) indicate per
ciascuno dei glossatori. Peraltro non vogliamo trascurare ima particolarità, che ci è"
offerta dal manoscritto pistoiese. Mentre il Savigny (3) in seguito all' esame di nume-
rosi codici contenenti antiche glosse ha affermato, che la sigla d' Irnerio si vede ora
in principio, ora in fine delle glosse sue, laddove gli altri glos.-atori sogliono apporre
le loro sigle sempre alla fine, invece in questo manoscritto sovente le sigle dei glos-
satori sono collocate al principio dei commenti. Anzi è notevole che tale cosa diviene
regola costante, allorché queste medesime glosse consistono nella citazione di un passo
delle fonti. Alcune volte perfino si trova la sigla posta a principio, e ripetuta alla fine
del commento.
Passando ora ad esaminare il contenuto delle glosse che diamo alla luce, e inco-
minciando la nostra indagine dalla forma delle citazioni delle fonti seguita nei testi
che ri occupano, ci preme di rilevare anzi tutto che le citazioni dal Corpus ìuris non
hanno tutte le medesime caratteristiche : tanto vi si trovano esempi di citazioni nelle
quali sono ricordate la fonte, e il titolo, e riferite le prime parole della legge (4), quanto
esempi di allegazioni nelle quali alle prime parole della legge è sostituito il numero
di essa. Riguardo alle Novelle devono distinguersi pure due forme di citazioni: in una
di esse vengono indicati il numero della collazione ed il titolo della Novella, e nell' altra
riferisconsi il titolo della Novella, e le prime parole del passo al quale ricorre l' inter-
petre per il commento. Le citazioni poi del Decreto sono fatte mediante l' indicazione
del numero della distinzione, e delle prime parole del capitolo, oppure col ricordare
il numero della causa e della quaestio, e le prime parole del capitolo.
Anche da queste osservazioni è lecito dedurre, quanto è difficile potere stabilire
dei canoni circa alla forma delle citazioni (Ielle fonti nella letteratura giuridica medioevale.
(') Vedi la glossa di Alberico, n. 72. — Glosse di Cipriano, n. 15 in fine, e n. •">(!. — Forse
e anche opera di qualche discepolo la glossa da noi posta sotto il nome di Bulgaro, n. 3.
l'-'i Savigny. op. cit. 2, 35P.
i Savigny, op. cit. 2, 30.
l'i È noto nini!' questo era il modo abituale per i glossatori di fare citazioni. (Landsberg, /)<<■
Glosse des Accursius io,,/ ihre Lehre vom Eigenthum, p. 46. — Stintzing, Oeschichte der pop
Literatur des ramiseli kanonischen Rechts in DeutscMand, p. 92).
— 191 —
Le fonti di questo glosse sono tutte lo partì ieìl'Authentieum, le Istituzioni, le
tre parti del Digesto, il Codice, compresivi gli ultimi tre libri, il Decreto di Graziano,
e 1' Epitome di Giuliano. Dal prospetto seguente il lettore scorgerà quali sono le fonti
di ciascun legista, secondo le glosse da noi prese in esame :
Glosse d'Irnerio. (Fonti. — Autentico. Codice).
Glosse di Bulgaro. (Fonti. — Autentico. Codice)
Glosse di Martino. (Fonti. — Autentico. Digesto).
Glosse di Jacopo. (Fonti. — Digesto).
Glosse di Ugo. (Fonti. — Digesto).
Glosse di Kogerio. (Fonti. — Autentico. Codice. Digesto. Tres libri. Decreto 'li
Graziano) (')•
Glosse di Alberico. (Fonti. — Autentico. Digesto. Codice. Tres libri. Decreto (-).
Epitome Juliani (:i). [Novella]).
Glosse del Piacentino. (Fonti. — Autentico. Digesto. Codice. Decreto) (').
Glosse del Bassiano. (Fonti. — Autentico. Digesto).
Glosse del Pillio. (Fonti. — Autentico. Digesto. Codice).
Glosse di Cipriano. (Fonti. — Autentico. Digesto. Codice. Tres libri. Decreto.
Istituzioni. Epitome Juliani. [Novella] (5). La Novella 24. raramente citata nel
medioevo) ((i).
Fra le fonti adoprate da questi glossatori attirano in modo principale la nostra
attenzione il Decreto, e 1' Epitome di Giuliano.
Quanto al Decreto osserviamo, come le glosse del manoscritto pistoiese rendono
ancor più verosimile, che anche i primi glossatori non restarono estranei allo studio
di quelle leggi, sulle quali una altra classe di giureconsulti, i canonisti, poco tempo
(') Quantunque sembri che la citazione contenuta nella glossa di Kogerio, n. lb'9 (Infra, decret.
libro. IIIL). si riferisca piuttosto alle Decretali che al Decreto, pure devesi ritenere che sia relativa
a questo ultimo, perché la glossa è anteriore al 1234, che è l'anno della pubblicazione delle Decre-
tali. Anche qui come in molti altri casi l'amanuensi ha commesso uno dei soliti errori di copia. —
Le altre citazioni del Decreto, che si trovano nei commenti di Rogerio, si hanno alle glosse seguenti ;
Glosse di Rogerio, n. 123, 175, 183.
(«) Glosse di Alberico, n. 36, 237, 238, 239, 24(5.
(3) Glosse di Alberico, ri. 9 (Juliani, Epit. const. Vili. Ediz. Hànel), n. 17 (Juliani, Epit.
const. XXX. e. CV.), n. 114 (Juliani, Epit. const. LXVI. e. CCXXVIII.), n. 270. — L'Epitome è citata
sempre col nome di Novella.
(4) Glosse del Piacentino, n. 8, 9. 10, 11, 28.
(■'■) Glosse di Cipriano, n. 24 (Juliani, Epit. const. LXVI. e. CCXXXVI.). n. 15 (Juliani. Epit.
const. LI\ .). — Benché in altre glosse l'Epitome di Giuliano non venga espressamente citata, pure
se ne scorge una manifesta influenza. Difatti oltre qualche passo evidentemente inspirato dall' opera
di Giuliano, vi si trovano perfino dei luoghi letteralmente trascritti dalla sua Epitome. Vedi nelle
Glosse di Cipriano, n. 19 (Juliani, Epit. const. LXVII. e. CCXLIIL prin.), n. 33 (Juliani. Epit.
const. LXXTV. e. CCLXX.), n. 34 (Juliani, Epit. const. LXXV. e. CCLXXX.), n. 3(5 (Juliani, Epit.
const. LXXXIII. e. CCCXXIV.), n. 39 (Juliani, Epit. const. LXXXLTI. e. CCCXXV.), n. 16 (Ju-
liani, Epit. const. C. e. CCCLXI.j.
(6) Questa Novella è collocata fra le non glossate. — Landsberg, Ueber die Entstehung der
Regel, Qmcquid non agn-osci! Glossa, nec agnoscit forum, p. 20). — Savigny, Beytr. z. Gesch. d.
Novellentext, Zeitschr. f. gesch. Rechtswiss. II, 105). — Vedi glosse di Cipriano, n. 3 e 4.
— 192 —
dopo fondò i suoi vigorosi attacchi contro i dottori imperialisti. La necessità dello studio
delle leggi canoniche era già sentita dagli interpetri del diritto romano, avanti che la
lotta apertamente incominciasse fra queste due classi di legisti. Relativamente a Eogerio
devesi ricordare, che Giovanni d'Andrea contradicendo alle opinioni da altri espresse,
non lo collocava fra gli antichi canonisti, e che il Savigny (') affermò non avere egli
scritta alcuna glossa alle decretali.
L' esame da noi fatto non contradice a quelle asserzioni, ma da esso resulta che
Rogerio conosceva le fonti del girne canonico, e se ne valeva nella sua indagine scientifica.
Maggiore importanza storica hanno secondo noi le citazioni dall' Epitome di Giu-
liano, e l' uso di essa. È ormai noto che quella scrittura servi largamente ai legisti
dell'.età preholognese, e che la sua influenza andò col sorgere della scuola irneriana
decadendo, fino al punto che l'Accursio stesso non conobhe 1' opera di Giuliano ('-').
E ancor dubbio che ne facesse uso Irnerio (3); è certo invece che ebbero conoscenza
dell'Epitome, Ugolino, Alberico, il Piacentino ('), il Bassiano, l'autore delle glosse
all'opera di Vacario (5), TJguccione, e Odofredo (,;). Forse anche, non ostante i dubbi
del Savigny ("), Azone possedette quella antica fonte. A questi giureconsulti adunque
aggiungiamo Cipriano, e rechiamo nuove conferme quanto all' uso che Alberico dovette
fare della ricordata Epitome. È degno di nota, che, nelle glosse delle quali ci occupiamo,
questi due giureconsulti riferiscono interi passi di quella fonte, i quali possono giovare
anche alla revisione di questo testo; anzi talvolta Cipriano li riporta letteralmente, senza
citare la fonte onde li ha tratti. Ciò corrisponde al costume spes o praticato dai glos-
satori di non indicare le fonti ; onde per chi studia le sorgenti delle loro scritture, è
necessario frequentemente di allargare le proprio indagini oltre l' angusta cerchia delle
citazioni che vi si trovano. In ogni modo i due ricordati legisti hanno adoprato il testo
di Giuliano soltanto come fonte sussidiaria per l' interpetrazione dell'Autentico, ma in
modo da mostrarne una conoscenza diretta. Sono, si può dire, le ultime traccie di ima
gloriosa influenza che Giuliano aveva esercitata nella letteratura giuridica del medio-
evo. Questo fatto serve a collegare sempre di più colla scuola dei glossatori, la scienza
giuridica prebolognese, poiché nelle prime epoche di quella scuola si ritrovano le traccio
del materiale scientifico del quale si erano precedentemente giovati gli studiosi.
Assai rare sono le citazioni dalla letteratura giuridica bolognese, che incontriamo
in queste glosse. In quelle di Bulgaro, o forse dei suoi scolari, è ricordato Ugo; questi
alloga un parere di Martino; Rogerio si riferisce al proprio apparato sopra l'Autentico,
(') Savigny, op. cit. v. 2, p. 110.
(2) Haenel, Epitome Novellarum Juìiani. Introduz. p. XLV. — Ciò era creduti' verosimile anche
dal Biener (Geschichte :l<,i' Novellen Justinian's, p. 302), quantunque almeno cinquantaquattro sieim
i lunghi della Glossa Magna, nei quali sono fatte allegazioni da Ixiuliaii". Mi fatti quasi tutte quelle
citazioni debbono attribuirsi, a Alberico, e ad Azone.
(3) Il Biener (op. cit. p. 209) ritiene verosimile, ma non ancora provate, questo uso di Giuliano
per parte d' Irnerio.
f4) Savigny, op. cit. y. 2, p. 1 l-'i e seg. — Piacentino. Summa in Cod. I. 1 e I, 5.
(5) Wenck, Magister Vacarius, p. 2 Hi not. 152, e p. 139.
(6) Biener, op. cit. p. 302.
(") Savigny, op. cit. v. I, p. Timi. n. li. — contro Haenel. Introd. cit. p. XLV. — Biener,
op. cit. p. 302.
— 193 —
chiamandolo liber R(ogerii). Alberico cita Cipriano, Ugo. Jacopo, e il liber #(ogerii),
e Cipriano infine ricorda alcune decisioni del Piacentino, e di Bulgaro.
Esaminando anche più addentro il contenuto delle glosse da noi raccolte, ci duole di
dover dire, che sventuratamente non è possibile determinare con sicurezza il valore intrin-
seco di tutte, poiché La copia che uè abbiamo è piena di errori, dovuti alla fretta di
un amanuense molto negligente. Ciò non ostante il glossario presente può giovare, tanto
per una più completa storia dei dogmi della scienza giuridica, quanto per meglio porre
in chiaro Le qualità scientifiche di ciascun interpetre, cui esse appartengono. Peraltro
una vera storia dei dogmi del diritto, dell' influenza di ciascun glossatore, e del metodo
tenuto nella compilazione della Glossa Accursiana, non potrà mai essere dettata, fin tanto
che non verranno pubblicate tutte le glosse pre-accursiane che ancora si conservano.
Alle scarse notizie sopra Irnerio e la sua attività scientifica, le quali ci sono offerte
dalla compilazione dell'Accursio, dalla letteratura giuridica bolognese, e dal glossali-
raccolto dal Savigny, poco aggiungono le glosse da noi trovate nel manoscritto pisto-
iese. Le prime due consistono in un sommario relativo al contenuto del capitolo XXI
della Novella De nuptiis, che quasi alla lettera fu riprodotto dal Bartolo; le altre non
sono altro che citazioni di luoghi paralleli tratti dalle fonti. Esse non ci rivelano il
valore che certamente ebbe Irnerio nel commento delle leggi, ma danno una conferma
della estesa conoscenza che egli possedeva delle varie parti delle fonti.
Troviamo invece maggior larghezza di commento nelle glosse di Bulgaro, le quali
hanno non poca importanza. Assai al di sotto di queste stanno le glosse che pubbli-
chiamo di Martino, di Ugo, e di Jacopo: quasi tutte quelle di Martino conservano la
forma degli scolii usati comunemente nella età prebolognese, nei quali veniva formulato
il principio giuridico contemplato nel testo. È ancora notevole che nel nostro glossario
le opinioni di Ugo sono ricordate e discusse dagli altri interpetri, mentre, dal non
vedere citate le decisioni di quel glossatore, il Savigny aveva dedotto, che le sue glosse
fissero di minor valore scientifico di quelle appartenenti agli altri primi seguaci d' Irnerio.
Il giudizio generalmente espresso dagli storici intorno a Eogerio è assai sfavore
vole, poiché ordinariamente si ripete, che egli non era un giurista di primo ordine,
e che mancando di originalità di pensiero, d' ordinario raccoglieva le opinioni dei prin-
cipali maestri; soltanto per questa caratteristica i suoi commenti acquistarono un valor,'
storico ('). Le glosse di Eogerio che abbiamo raccolte invece sono poco, o punto inspi-
rate alle opere altrui, e perciò giovano a valutare convenientemente la sua importanza
scientifica. Molta • profondità di pensiero, e molto acume d' interpetre esse non pongono
in luce, poiché molti fra i suoi commenti hanno contenuto grammaticale; più- non ostante
è notevole la varietà della loro indole. Difatti talvolta riferiscono citazioni di testi,
altra volta formulano regole di diritto, o riguardano la critica del testo oppure di-
scutono la sua pratica applicabilità (-). Infine sono numerose anche le glosse intor-
petrative del significato giuridico delle fonti. Questi commenti di Rogerio perciò acqui-
stano nello stato attuale degli studi una notevole importanza, tanto più che le sue glosse
furono pressoché trascurate dall'Accursio nella compilazione del suo apparato.
(!) Landsberg, Die Glosse des Accursius etc, p. 18,
P-) Glosse di Rogerio, n. 18 e 20.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 1', Voi. II. Parte Ia. 25
— 194 —
Anche le glosse del Piacentino e del Bassiano, quantunque non sieno numerose,
né molto estese, e sebbene le opinioni del Bassiano sieno frequentemente citate nella
Glossa Accursiana, hanno qualche valore, poiché se ne conserva un numero ristrettis-
simo ('). Al contrario notevoli sono per il numero, per 1' estensione, e per la ricchezza
del commento le glosse di Alberico, che abbiamo potute raccogliere dal manoscritto
in esame.
Uno dei glossatori meno apprezzati fino ad oggi è stato Cipriano (2), e la ragione
probabilmente si è, che delle sue opere raramente è fatta menzione nella Glossa Magna.
Anzi è assai strano questo fatto che l'Accursio poco valutasse l' opera di im suo con-
cittadino, così famoso fra gli antichi interpetri, da essere additato come uno dei pre-
cursori dell'Accursio. Le glosse di Cipriano da noi raccolte meritano tutta l' attenzione
degli studiosi, poiché sono le più estese fra quelle contenute nel manoscritto pistoiese.
Inoltre sono notevoli per il numero delle fonti alle quali attinge il legista, per il valore
scientifico e pratico del commento, e perchè giovano ad una più piena conoscenza dell'uso
dell' Epitome di Giuliano dm-ante la scuola irneriana. Non ostante questi pregi delle
sue glosse, riteniamo ben fondata l' asserzione del Savigny (3), che cioè egli non sia
stato un precursore dell' Accursio nel compilare un apparato, dove fossero condensate
le glosse degli anteriori legisti. Le asserzioni in contrario di vari antichi scrittori man-
cano di qualunque fondamento reale (4).
Osservando in generale il glossario raccolto possiamo dire, che molti fra i commenti
che lo compongono sono d' indole pratica, e che perciò i glossatori non debbono essere
considerati soltanto come teorici. Vi mancano quasi assolutamente le glosse, non rare
nella età prebolognese (5), relative alle varianti della lezione del testo.
Non ostante la negligenza dell' amanuense del testo, per la quale non poche glosse
sono diventate incomprensibili, e la insufficienza di alcuni commenti, crediamo che questo
glossario abbia una assai notevole importanza per la storia della scienza del diritto
romano nelT età dei glossatori, tanto più che l'Autentico fu la fonte meno studiata da
essi fra i testi componenti il Corpus iurisJ e che la compilazione accursiana in questa
parte è straordinariamente ristretta.
Le glosse fino a qui esaminate appartengono al secolo aureo della nostra lettera-
tura giuridica medioevale ; pure paragonandole alle scritture del periodo prebolognese,
si vede chiaro come vi rimangono ancora dei vestigi dell' antico metodo di trattazione
del diritto.
È certamente un punto molto oscuro, siccome scrive il Landsberg (6), quello di
(') Savigny, op, cit., v. 2, p. 134. — Landsberg, Die Glosse des Aecursius rie, p. 20.
(2) Vedi Landsberg, Die Glosse d. Aecursius, p. 21. — Anche il citato scritture giudicando delle
sue glosse finora conosciute, lo addita come un interpetre di secondo ordine.
I :) Savigny. op. cit., v. 2, p. 189.
(4) Villani, De origine civitatis Florentiae, lib. 2, e. 8. — Raffaele Volterrano, Commentarli
urbani, lib. 21. — Panciroli, De ciarli leg. interp., lib. 2, e. 29. — Weiss, ffistoria litter. novella, -ih,',
p. 35. — Biener, op. cit., p. 287.
(5) Vedi la nostra edizione della Glossa Pistoiese al Codice Giustinianeo, glosse critiche. (Memoria
stampata dalla R. Accademia di Scienze .li 'l'orino. Issò).
((1) Landsberg. Dir Glosse <lrs .[rcwsius, p. 11
— 195 —
sapere in qual modo si collegano la scuola dei glossatori, e la scienza giuridica pre-
bolognese; ma intanto ci sembra di potere osservare che in queste glosse, come del
resto anche in non poche fra quelle riunite nella compilazione accursiana, si rinvengono
delle forme di commento più vetuste. In queste specie di glosse che attengono ancora
all'antico modo di commentare le fonti, si possono riunire, 1° gli scolii o regole di
diritto tratte dal testo, alle quali è preposta la parola Nola ('); 2° le citazioni di luoghi
paralleli delle fonti (2) ; 3° le etimologie, e le definizioni per la trasmissione delle quali
specialmente si conservarono nelle scuole del medioevo i principali concetti giuridici (3) ;
4° le spiegazioni grammaticali del testo che fan fede dell' antico connubio dell' insegna-
mento del giure colle arti liberali (4). Queste quattro forme di commento sono antichis-
sime, e spesso adoprate nella glossa torinese, e nella ricordata glossa pistoiese al Codice ;
la loro persistenza, secondo noi, è un argomento di più che convince della continuità
della tradizione scientifica sopra il diritto romano durante 1' età di mezzo.
Per tal modo si scopre un legame fra 1' antica letteratura giuridica prebolognese,
e la scuola irneriana. Anche alcune espressioni poco tempo indietro riguardate quali
caratteristiche delle sole opere prebolognesi, si notano in questo glossario ; come la deno-
minazione di legis capitula (5) data ai testi del diritto romano, la menzione della fal-
cidia (6) come parte di diritto nella successione. Anche l' uso di Giuliano ravvicina
queste glosse alla letteratura pre-irneriana.
Accanto a questi vestigi dell' antica trattazione del diritto, in questo glossario tro-
viamo anche le nuove forme della glossa che resero celebre la scuola di Bologna, cioè
l' indagine piena, e penetrativa del testo, la sua acuta analisi, non dipendente più da
reliquie di antico sapere, ma dalle nuove forze intellettuali.
In esse vi è l' uso di tutte le principali fonti del diritto classico ; vi sono contrap-
posti e spiegati i testi discordanti ("), vi si osserva un intelligente ravvicinamento di
tutti i passi che fra loro hanno qualche rapporto, e invece dell' uso continuo delle note
definizioni vi si trova una casuistica assai minuta, e una deduzione sana delle regole
generali per i dettagli della vita del giure.
Un'altra indagine, e forse la più importante, si presenta ora alla nostra mente
(') Questi sonlii si trovano nel presente glossario specialmente fra le glosse di Martino, di Ugo,
di Alberico, del Piacentino, e del Pillio.
(?) Questa forma di glossa è comune nelle glosse d' Irnerio, di Rogerio, di Alberico, e di Pia-
centino, da noi raccolte.
(3) Quanto alle etimologie si ha un esempio india glossa n. 26, del Piacentino. Intorno alla tra-
smissione delle antiche definizioni di diritto vedi la nostra Memoria : La Glossa Pistoiese ai Codice
Giustinianeo, 1885, cap. 2, prin., e vedi in essa l'edizione degli scolii, e delle glosse interpetrative. —
Fittine, Zar Geschichte der Rechtswissenschafl im Mittelalter, 1885, p. 148, e segg.
{*) Quest'ultima forma di commento si trova frequentemente nelle glosse di Rogerio. Vedi intorno
ad essa: Chiappelli, La Glossa Pistoiese al Codice Giustinianeo. Glosse interpetrative.— Conrat,
Die Epitome Evactis Regibus, p. CCLI, segg. — Fitting, Zac Geschichte dee Rechtswissenschaft
im Mittelalter, p. 25 e segg.
(5) Glosse d' Irnerio, n. 1. — Glosse del Piacentino, n. 27.
'(") Glosse di Bulgaro, n. 1,
C) Glosse di Rogerio, n. 182. — Glosse di Alberico, n. 32, 103. 173, 203. — Glosse di Pillio,
n. 5. — Glosse di Cipriano, n. 7 e 08.
— 196 —
a proposito di queste glosse all'Autentico. Quali rapporti intercedono fra esse, e la Glossa
Accursiana? Dai testi qui raccolti può trarsi qualche argomento per meglio giudicare
del modo, onde l'Accursio compilò il suo grandioso apparato? Come, ed in qual pro-
porzione si giovò dei communti che per la prima volta diamo alla luce? Queste inda-
gini ci portano a emettere qualche considerazione sopra 1' antica, e variamente risoluta
disputa intorno al valore scientifico dell'opera d'Accursio, contro la quale fino al Savigny
si erano fatte delle critiche acerbe, ed arditissime. Oggi possiamo dire prevalente una
soluzione media, per la quale, più- riconoscendosi alcuni gravi difetti della Glossa Magna,
se ne dà un giudizio assai favorevole, tenuto conto della difficoltà dell' impresa, e della
sua utilità pratica, e storica. Vediamo ora se questo nuovo materiale da noi raccolto
può giovare in proposito a formulare un giudizio più sicuro.
È ormai reso indubitato per le dotte, e accurate ricerche del Biener ('), del
Savigny (2), e del Landsberg (:i), che l'Accursio si fermò a raccogliere con speciale
diligenza le glosse dei bulgariani, a confronto di quelle dei seguaci di Martino. E in
specie fondò la sua compilazione indirettamente sopra i commenti di Bulgaro, e diret-
tamente sopra quelli del Bassiano, e di Azone (4). In modo secondario tenne conto
delle opinioni di Alberico (fi): meno ancora ricordò le decisioni di Martino, del Piacen-
tino, e di Bogerio, raramente poi quelle d'Irnerio, d'Ugo, di Jacopo, di Fillio, e di
Cipriano (,;). Inoltre l'Accursio trascurò quasi tutte le glosse interlineari, che spesso
consistevano in spiegazioni grammaticali del testo; tal cosa se non fu un danno per
la pratica, giacché dopo un secolo dalla loro composizione dovevauo avere poca utilità,
fu una perdita per la storia. Da questo riassunto si scorge come i giuristi dei quali
abbiamo raccolte le glosse sono fra i più trascurati dall'Accursio, e quindi tanto più
importante è il contenuto di questi nuovi testi.
Che queste glosse da noi edite sieno state vedute, esaminate dall'Accursio, e che
egli se ne sia giovato, quantunque in generale non le abbia trascritte nel suo appa-
rato, è cosa sulla quale non può sorgere dubbio. Alcune fra queste le ha copiate let-
teralmente ; a ltre gli han servito di modello, o gli hau fornito qualche elemento da
rendere più completo il suo commento. Dalla nostra edizione e dalle note che vi abbiamo
apposte vedrà da se il lettore i rapporti che intercedono fra questo glossario e la Glossa
Accursiana: ivi abbiamo distinti quei commenti i quali sono stati riprodotti alla let-
tera (7), da quelli che sono stati parafrasati dall'Accursio, o dei quali qualche elemento
è passato nella Glossa Magna. Le glosse che hanno servito all'Accursio sono in gran
(') Biener, Gesrh. der Novell, l".'T
(8) Savigny, op. cit., v. 2, p. .'Ino, ,. segg.
{'■) Landsberg, Die Glosse d. Aceunius, p. 18, 20, 21, 58, 90, 202, 203.
(') Schrader, Prodromus Corporis iuris civilis, p. 231 e 237.
(') Landsberg, op. cit., p. 203. — Il contrario, ma a senso nostro senza fondamento, è ritenute
dal Biener, (op. cit., p. 297), secondo il qual" Alberico sarebbe citato copiosamente dall'Accursio.
(c) Biener, Gesch. .1. Novell, p. 298 e 3eg - Savigny, op. cit., 2, 380. - Landsberg, Di ■ G
l. Accursius, p. 18, L'I. 202, 203.
P) Lo Schrader (Prodromus Corp. Jur. Oiv., p. 242) affermò mi poco troppo recisamente, che
fra la Glossa di Accursio e le glosse precedenti esiste soltanto questo rapporto, che cioè per le più
esso ne riferì sellanti, il senso, niiesd. giudizio almeno in parte deve essere modificato, per la com-
parazione da. imi l'atta fra quell'apparato ~- ir glosse tratte dal manoscritto pistoiese dell'Autentico.
— 197 —
mimerò; dal presente glossario resulta che l'Accursio si giovò principalmente dei com-
menti ili Jacopo, 4i Rogerio, e di Alberico; poco riprodusse delle glosse degli altri
giureconsulti ; anzi delle glosse di Cipriano, quantunque molto estese ed importanti
uon ha tatto alcun uso. Ma quasi sempre invano si cerca nell'opera accursiana la sigla
dell' interporre cui le glosse sono state prese; e ditatti, riferendoci sempre al glossario
raccolto uel manoscritto pistoiese, neppure una volta si trova la sigla d' Irnerio e di
Ugo per le glosse passate poi nell'apparato dell' Accursio. Invece facendo uso dell'unica
glossa di Bulgaro, suo prediletto giureconsulto, ha mantenuta l' antica sigla: così una
sola, volta è conservata la sigla di Jacopo.
Delle glosse di Rogerio, come abbiamo detto, l'Accursio ha fatto largo uso, difatti
alcune sono letteralmente trascritte, altre imitate, e soltanto due volte ha riferito a
Rogerio la paternità. Quello che abbiamo detto di Rogerio può ripetersi per le glosse
di Alberico, del quale è fatta menzione tre volte ; nessun ricordo poi è fatto del Pia-
centino, il legista inviso all'Accursio. Adunque si può concludere in generale, che quan-
tunque abbia profittato anche dei commenti dei seguaci di Martino, contrario alla loro
scuola, ba trascurato di ricordare i loro autori (').
Queste osservazioni fondate sull' esame di questo nuovo materiale storico compro-
vano la verità della censura, di parzialità mossa già da molto tempo contro l'Accursio.
Era naturale cbe in una opera monumentale come la sua dovessero passare inosservate
non poche dottrine formulate dai vecchi legisti (-); male invece s' intende, se non pen-
sando a rivalità di scuola, come venga taciuto il nome di giureconsulti insigni, le cui opere
giovarono alla compilazione del grandioso apparato, mentre a profusione vi si trovano
ricordati i nomi del Bassiano, e di Azone. Sta in fatto che alcuni autori pose assolu-
tamente da parte; per altri a lui sgraditi non sempre mise in luce il lato migliore
delle loro dottrine (3), o introdusse nelle altrui interpetrazioni alcune modificazioni così
gravi da danneggiare la fama dei loro autori. È ormai noto lo sfavore col quale trat-
tava le glosse del Piacentino, che talvolta sformava in guisa da renderle ridicolo.
Per effetto adunque dell' opera dell'Accursio forse alcuui giuristi furono tenuti in
poco conto, cbe erano degni di alto nome, e fra questi ricordiamo Cipriano (4): per
questa causa potè affermare il Laudsberg (5) che i commenti di Rogerio sono rarissimi
nella Glossa Accursiana. mentre il presente glossario fa prova dell'uso assai esteso delle
sue chiose. Un' altra conseguenza che discende dalla indagine fino a qui fatta si è, che
1' opera originale dell'Accursio deve essere racchiusa in confini molto più ristretti di
quello che può apparire dall'esclusivo esame della sua compilazione. Perciò siamo indotti
(l) Tutto queste osservazioni potrebbero essere ripetute anche a proposito delle antiche p;los.-.e
raccolte «lai Savigny (op. cit., v. 3). Egli stesso che le pose a confronto colla Glossa Accursiana (op.
cit, i'. 380), intravide il metodo clic realmente era stato seguito dall'Accursio. Anche lo Schrader
{Prodr. Corp. Jur. Giv., p. '_':;!) osserva che nella Glossa Magna raramente vi è traccia delle glosse
ili Martino, che si leggono uri .MS. delle Istituzioni {Jus. civ. lat., 33) die si conserva a Monaco (CXVI),
(-) Wenck, Magister Vacarius, p 150.
(3) Landsberg. Die Glosse d. Accursius, p. 5-1. — Claussen, Denuo edendae Accwsianae Olossae
Specimen, ffalae, p. XJVJLU.
i'i Landsberg, />. Glosse d. Accursius, p. 21.
(5) Landsberg, //. Glosse d. Accursius, p. 18.
— 198 —
a non accettare senza riserva tutte le giustificazioni che a proposito del lavoro gigan-
tesco dell'Accursio hanno fatto il Sanguinetti ('), ed il Landsherg (2). Quella opera
accanto a grandi pregi contiene grandi difetti (3), fra i quali principalissimi sono la
poca originalità del pensiero (4), e la parzialità nel giovarsi della precedente lettera-
tura giuridica. Si ricordi che la gran fama della quale godette, per non piccola parte
fu dovuta alla deficienza generale di originalità scientifica del secolo durante il quale
apparve. Anzi i giureconsulti, anche di poco posteriori, i quali si elevarono al di sopra
della cultura generale, come il Bellapertica (5), Gino da Pistoia (6), il Bartolo, e il
Cuiacio (7) non ristettero dal porre in luce i difetti di quel colossale apparato. Ad
una vera e propria polemica dettero origine gli umanisti del secolo seguente, che è
importantissima per la storia scientifica del giure (8).
Per le precedenti osservazioni si scorge chiaramente, come per giudicare con sicu-
rezza sopra la parte che ciascun legista prese nel movimento scientifico dell' età dei
glossatori, non basta l' esame esclusivo della Glossa Accursiana. Essa deve essere posta
continuamente in rapporto colle antiche glosse conservateci dai manoscritti: quindi
sarebbe utilissimo che tutti quei commenti fossero dati alla luce, onde conoscere le
fonti della compilazione dell' Accursio (9).
Le indagini che necessariamente debbono essere compiute intorno alla patria,
all' epoca, e all' autore di qualunque antica scrittura, nel caso presente sono di facile
soluzione. Come i caratteri della scrittura provano che il manoscritto è di origine ita-
liana, così la qualità delle glosse contenutevi dimostra che questa raccolta proviene
da Bologna mater, et magistra legum.
Siccome poi i più recenti interpetri, le cui glosse si leggono in questo glossario.
Ci Sanguinetti, Accursio. Bologna 1879, p. 42 e segg.
('-') Landsberg, D. Glosse d. Accursius, § 4°. — Vedi anche Berriat-Saint-Prix, Histoire du droit
limitimi. Paris 1821, p. 297 e seg.
(3) Haenel, Dissentiones Dominorum etc. Lipsiae 1834. p. IV.
i1) Bethmann-Hollweg, lice Civilprozess des gemeinen Rechts ,,i gesckichtlicher Entwicklung.
Sechster Band. Erste Abtheilung, p. 11.
(5) Bellapertica, Com. in Dig., leg. 4, 16. Dig. 44, 4; hoc interdictum. Dig. 43,2; In inter-
dici;*. Dig. 43, 1; Alt. Dig. 43, 4. — Terrasson, Hist. de la jurisp. Romaine, p. 447-456. — Warnkonig,
Com. iur. priv. Rem., Introd. 1, 87.
(6) Cino, Com. in Cocl. sin autem. Cod. 3, 1; ad haec. Cod. 7.40; certuni. Cod. 6, 15; edicto
divi. Cod. 6, ::::-. quoniam avus. Cod. 8. 45. -- Vedi il nostro libro, Vita e opere giuridiche di Ci
Pistoia, 1881. p. 178 e segg. — Baldo. Super Feudis. un apud iudicem.
l"l Cuiacio, in lib. 3, Pauli mi alici.-, ad 1. 14, iureiurandì ; lil>. 7, respon. Papin.; ad 1. 57,
de tisu/c; lib. 9, id.; ad 1. 58, de cond. un/.: lib. 20, quacst. Papin.; ad 1. 72. de leg. 2: lib. 13,
resp. ni.-, ad 1. 15, §. fructus; ad 1. fole.
isi Vedi la nostra Memoria: La polemica contro ilegisti dei secoli XIV, XV, e XVI (Archivio
Giuridico, a. 1881. XXVI, f. IV). — Di Rabelais sono note alcune accuse lanciate contro l'Accursio
(Pantagruel, cap. 5, lib. 2, Ediz. Jacob.): per altro potrebbesi citare qualche altro luogo finora non
osservato, ove sono ripetute simili accuse. Vedi a modo d'esempio il cap. X, lib. 2, ove le sue opi-
nioni sono dette asottes et desraisonnables raisons, et ineptes opinions».
P) Questo desiderio era stato già espresso dal Savigny (op. cit.. 2. 380). Quando quest" voto
sarà soddisfatto sarà possibile giudicare del valore dei glossatori, del metodo tenuto dall'Accursio
nell'opera sua, e del pensiero originale che vi dove avere espresso. — Claussen, Demw eden. A
Glos. spec, p, \ Villi.
— 199 —
hanno vissuto fino alla fine del secolo XII, è necessario dedurre, ciò che abbiamo già
provato per mezzo di altri argomenti, tanto che questo codice deve rimontare o agli
estremi anni del secolo XII o tutto al più al principio del secolo seguente, quanto
anche che questa raccolta di glosse deve presso a poco attribuirsi alla medesima epoca.
Tale raccolta peraltro dovette precedere di qualche anno la copiatura del manoscritto.
Difatti se è facile persuadersi per il numero delle glosse di Rogerio, di Alberico, e
di Cipriano, che questa raccolta fu preparata da un loro scolare, giacche quei tre legisti
fiorirono contemporaneamente verso la fine del secolo XII, è facile altresì intendere
come il manoscritto pistoiese non provenne direttamente dall' opera di imo studioso,
ma da un amanuense di professione. Ciò è dato argomentare dalla mancanza di pre-
cisione che si riscontra principalmente nella riproduzione delle glosse. Ed infatti non
è cosa strana il trovarvi delle ripetizioni di glosse ('), errori grossolani (-'), e gravi
lacune. Perciò in alcuni luoghi l' intelligenza dei testi da noi raccolti è dubbia, e in
altri l' interpetrazione è anche impossibile; ed è questo il motivo per il quale il più
delle volte ci siamo astenuti da ricostruire il testo. Da queste osservazioni ne discende
la conseguenza, che il manoscritto pistoiese ha ricevute le sue glosse da un codice
anteriore, del quale manca oggi ogni traccia.
Un' ultima domanda resta a proporsi ; a quale classe cioè di manoscritti glossati
dell'Autentico appartiene il codice pistoiese? Il Savigny (3) ricorda cinque manoscritti,
ove sono contenute glosse dei medesimi interpetri, dei quali sono conservati i commenti
nel pistoiese, cioè il MS. viennese Jur. civ. 19, i Monacensi Augustani 14. e. 44, il MS.
Monacense di Frisinga, e il MS. parigino 4429. Quest'ultimo peraltro è quello che mag-
giormente ha analogia con quello in esame, poiché comprende glosse di tutti i giuristi
dei quali pubblichiamo i commenti. Il Biener (4) osservò come i cinque già ricordati
manoscritti hanno un legame di affinità, e come in essi si leggono presso a poco le me-
desime glosse. Il contrario si osserva nel manoscritto pistoiese, il quale, salve rare ecce-
zioni, comprende glosse che non si trovano negli altri codici, e neppure nel parigino 4429.
Però il pistoiese appartiene ad un' altra classe di manoscritti glossati dell'Auten-
tico (5) , e presenta ima maggiore ricchezza di commento, per cui crediamo di aver
l'atta cosa non disutile, rendendone conto agli studiosi dell' antica letteratura giuridica.
(') Glusse (li Cipriano, n. 9 e 11; 10 e 12; 42 e 43; 48 e 49; (il e 02 e 56 e 57.
(2) E inutile che citiamo qui i gravi errori grammaticali e di grafia che s'incontrano in queste
glosse, poiché sono assai numerosi, e il lettore facilmente può verificare da sé nella edizione del ti ito
la verità della nostra asserzione.
(3) Savigny, op. cit, v. IH, ediz. delle glosse.
(4) Biener, Gcsch. d. Novell, p. 280.
(5) Questa osservazione desunta dal numero e dalla qualità delle glosse del manoscritto pisto-
iese, confrontato col parigino 4429, trae una conferma anche dall'esame del contenuto del testo, cioè
dalla comparazione delle Novelle in essi trascritte. Difatti manca nel codice pistoiese la Nov. 59,
e vi sono comprese le Nov. 110, e 03 la quale non è glossata: in questo è differente il suo contenuto
da quello del ricordato manoscritto che si conserva a Parigi (Savigny, Beytrag sur Geschichte des
Lateinischen Novellente.vtes etc. Zeitschrift fiir geschichtl. Kechtswissenschaft, 1810, seconda parte,
p. 100 e segg.). Circa la distribuzione delle Novelle nei due manoscritti non abbiamo potuto isti-
tuire un paragone, poiché non conosciamo l'ordine di esse secondo il parigino: quanto al pistoiese
il lettore potrà consultare l'appendice alla presente edizione.
— 200 —
Criteri seguiti nella presente edizione.
Abbiamo creduto opportuno, piuttosto che pubblicare la raccolta delle glosse secondo
l' ordine che esse hanno nel manoscritto pistoiese, riordinarle e classarle sotto il nome
di ciascuno degli antichi legisti dai quali provengono. Così più agevole sarà per lo
studioso la indagine sul valore scientifico di ciascun giureconsulto, e l' apprezzamento
del metodo seguito da ognuno di essi nel commento/
La presente edizione riproduce esattamente il testo che abbiamo avuto sott' occhio,
con tutte le imperfezioni che ha : con tutti gli errori grammaticali e ortografici, e le
arbitrarie unioni di diverse parole, e con tutte le lacune che presenta. Il manoscritto
è molto inesatta stante l'incuria del suo amanuense: perciò molti luoghi di queste
glosse snno inintelligibili, poiché anche intere parole sono state omesse. Di tal fatto ci
ha resi persuasi sempre ili più il paragone che abbiamo instituito fra queste glosse e i
luoghi corrispondenti della Glossa Accursiana, nei quali esse sono state o completamente
o sommariamente riprodotte.
Ciò non ostante raramente abbiamo corretto fra parentesi il testo errato: le cor-
rezioni che vi si osservano sono poche, e le abbiamo poste soltanto là dove era chiara,
e sicura la vera lezione originaria del testo. Dove la migliore dizione è offerta dalla
Glossa Accursiana o da passi corrispondenti del glossario del Savigny, abbiamo sup-
plito in nota, 11 completare queste glosse, e renderle intelligibili ove non lo sono, poteva
a buon dritto essere giudicata cosa arbitraria, e poteva condurre non di rado a svi-
sare il vero concetto del giureconsulto. Perciò ce ne siamo astenuti; e gli studiosi
più profondi conoscitori della letteratura irneriana, o in seguito a comparazione fatta
del testo pistoiese con altri manoscritti che riferiscano queste glosse, i quali non devono
probabilmente mancare, potranno con maggior sicurezza ricondurre alla vera lezione
i commenti che pubblichiamo.
Inoltre nei luoghi ove il manoscritto non è più leggibile o per abrasione, o per
qualunque altra causa, abbiamo collocata ima linea di puntolini, corrispondente in esten-
sione al passo non decifrato.
Nella edizione di queste glosse in primo luogo abbiamo indicata la pagina del
manoscritto, nella quale esse sono disposte. Quindi precedentemente al loro testo abbiamo
riportati i numeri della collazione, del titolo, e della novella, il principio della rubrica,
e le prime parole del capo-verso al quale la glossa si riferisce : non abbiamo mancato
di trascrivere anche le parole del testo, le quali sono dalla glossa medesima illustrate,
allora che per im segno di richiamo del manoscritto è stato possibile riferire ima glossa
ad una determinata espressione del testo. In caso di mancanza di quel richiamo, ci
siamo limitati a citare il principio del capo-verso al quale è relativa la glossa, oppure
a riportare con un interrogativo quelle parole del testo, egualmente commentate nell'appa-
rato dell'Accursio.
Tanto per il parag di questo glossario colla Glossa Magna, quanto ancora per le
citazioni dei luoghi dell' Auihenticum, abbiamo l'atto uso della edizione veneta ili quel
testo del 1584, e sussidiariamente della edizione di Venezia del 1569, le quali due stampe
(•diitengono anche la glossa dell'Accursio. Infine abbiamo assegnato a ciascuna glossa un
numero progressivo, perchè le citazioni da questa raccolta riescano semplici, e brevi.
— 201 —
In calce m1 testo delle glosse si distinguono duo specie di note; la prima, con-
trassegnata da lettore greche, serve alla critica del testo, quale si può dedurre dalla
Glossa Accursiana, dal glossario del Savigny, o dall' esame del manoscritto. La seconda.
cui servono di richiamo i numeri arabici, indica i luoghi paralleli, eguali, o analoghi,
contenuti nell'opera dell'Accursio, nella raccolta di glosse fatta dal Savigny, o nelle
altre opere giuridiche medioevali.
PARTE SECONDA
Edizione delle glosse all' A u then ticum
contenute nel manoscritto pistoiese.
Glosse d' Irnerio
f. 23 r. — (Auth. Coli. IV, tit. 1, Nov. 22. — De nuptiis. II ine nos alia. — v. lex a.
nobis).
1) .... Id est . capitulum . XXXI . (a) Mulier que secundas nuptias contraxit . quem ad modum
fìlli sui successionemeapitur . tam extestamento tum in eodem capite . et de fratris succes-
sione . y . 0)
(Ibid. — v. nostrani constitutionem).
2) .... Quoniam mater ueniens ad successionem flliorum cum illorum fratribus . et accipiens uirilem
portionem . propter testamento . ab intestato enim uirilem portionem solius usus . scilicet .
accipiens et hoc per istam ultimam constitutionem . y . (').
f. 30 r. — (Coli. V, tit. 4, Nov. 49. — De iis qui ingred. ad appetì. — Illud etiam
iudicavimus).
3) .... y. Cod. de fide instrumentorum . comparationes . (-).
f. 34 r. _ Coli. VI. tit. 3, Nov. 74. — Quii. mod. natu. filli etc. — Sed igitur licentia.
in fine).
4) .... y. Cod. de naturalibus liberis.
f. 42 r. — (Coli. VII, tit. 1, Nov. 89. — Quii. mod. natu. effic. sui. — Et quoniam varie).
5) .... y. Supra . (Cod. ?) de naturalibus . liberis . Communi . (Communium ?).
f. 43 r. — (Ibid. — Si quis autem defunctus).
6) .... y. Supra . detrihente.
f. 44. — (Ibid. — Ultima si quidem).
7) .... y. Cod. deincestis nuptiis.
f. 46 r. — (Coli. VII, tit. 9, Nov. 84. - • De aequal. dot. etc. — pria.).
8) .... y. Supra . const . de nuptiis . leg . VILI (b).
f. 47 r. — (Coli. VII, tit. 11, Nov. 99. — De duoli, reis prom. — prin.).
9) .... y. Supra . defideius (3).
(a) L'indicazione del numero è erronea, poiché si riferisce la glossa al cap. XXV di questa medesima novella.
(b) Cap. Vili.
(1) Queste due glosse insieme unite hanno una somiglianza notevolissima colla rubrica del cap. XXV di questa costitu-
zione, la quale rubrìca porta la sigla del Bartolo.
(2) Eguale in Glossa Accursiana ibid.: ma vi è omessa la sigla d* Irnerio.
(3) Vedi: Glo. Accur. ibid.: v. electìme. Vi è omessa la sigla d' Irnerio.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. l-\ Voi. II, l'arte I". 26
202 —
Glosse di Bulgaro
f. 27 r. — {Coli. V, tit. 3. Nov. 18. — De iureiur. a mor. praest. — Sancimus. v. et
alia similia).
]).... Quid igitur erit siiuraucrit . se dumtaxat duos aureos habere . curri centrai haberet (?)
heredes quidem agent adquartam inquantumpossunt fraudavi nisi excausa ingratitudinis . se-
cundum . b . la . uero asserit eos nonposse agere . et hoc taliargumento . siipse testate nomina-
tini uetuisset ne falcidialo haberent . nunquid poterit habere . minime . sed illud autem . loqui-
tur . inquarta que debetur iure institutionis . non inea que debetur iure naturae . secundum b .
f. 44 r. — {Coli. VII, tit.2, Nov. 90. — Et quoniam scimus dudum. v. gestis perlatis).
2) .... Ad probandam aeritatem faeti . uel instrumenti . postulatis testibus qui sunt alibi desti-
nati . littigatores . uel procuratees ut(i?) depositionibus . id est . attestati. mibus (a) subutrius-
que partis presentia factis . Siuolunt interesse . etqui producit . et aduersus quem . res ad-
priorem iudicem refferatur . sciente eo qui producit . quod si ab initio cognouerit . uel didi-
cerit postea testificata . non babebit ulterius lieentiam uti testium productione, nec si diuina
inssio preceperit . Siuero neque per se . quia forte abfuerit . neque per aliquem aduocatorum
suorum . testificationem cognouerit . neque perdispntatìonem aduerse partis . lieentiam habei
« dieta testium » etiam productione uti . Sed et quarta . sacramento abeo dando quod neque
subtraxerit . neque percontatus est attestatìones . neque per dolum . neque per artem quartam
producttonem fieri petit . Sed quia nonualuit primitus uti denuntiatis testimoniis . ei uero
contea quem fit produdtio testium . nullatenus nocet interfuisse producioni partis aduerse .
Sed poterit obesse Siinterfuit suarum producioni . posset . Scilicet . forsitam (») et sic propter
usum intelligi . ut depositionibus sub utriusque partis presentia factis . id est . sacramentis
publice factis . Sed parte . uel partibus testificatorum ignwis . res adpriorem iudicem refe-
ratur . B.(')
f 51. — {Coli. Vili, tit. L'i, Nov. 112). — De litig. et de etc. — Ideoque sancimus ».
rem vendicare).
3) .... Debitore possidente quinondum tradiderat eam emptori . Vt Supra . de fìdeius . et hec
secundum . V . Vel forte etiam emptore possidente . et ita biccorrigitur quoddictum est . Supra .
defideius . et hoc secundum . b . ('•).
f. 57. — {Coli. IX, tit. S. Nov. 119. — Ut sponsalitia larg. etc. - Aliud ad hoc capitulum).
4) .... Qui tamen nonsit dominus . posset enim dominus et possidere mala fide . ut siui . uel metu
emit ubis .. (//) Quodui emit alii tradidit nondenegabitur hec longi temporis prescriptio
secundo emptori . Exmala fide prioris . prescriptio quia non innuitur . prescribere reni . sed
repellere preteias acciones . Ut Cod. quod metus cau. 1. Ili et Ut. ar. Cod. decensi . et . per
1. Ult. — Ex hoc corrigitur . quod scientia domini scientis rem suam alienari non preiu-
dicat ei nisipost decennium sed sipresens esset siquidem iuris putauit ius suum ubique durare.
nonnocet ei si sit minus peritus uidetur ius suum statini amittere ut sit alius nocerent in-
scientia . aliud inpresentia . B .
Glosse di Martino
f. 12. r. — {Coli. II, tit. S, Nov. 10). — De refersnd. etc. — Gum "Ins. in fine.
1) .... m. Multitudo honemsa (numerosa) nihil habet honestum.
(«) Liber iuris fiorentinus. (Edi?.. Colimi.) VI. 38, 4.
\b) Qui il testo è mancante di due lettere per eausa di una abrasione, che vi e stata fatta,
HI luliani. Epitome (Ediz. Hanel. const. IAXXIII. e. 825).
(2) Vedi trio. Accur. ibid. : v. rcudicare. Ma la redazione nella Glossa tacursiaiu è alquanto differente da quella del ms.
pistoiese. Vi è conserrata la sigla B, ma invece di quella di Ugo iVi ha la sigla Ir. (Irverio.)
— 203 —
f. 16. - (Coli. Ili, tit. I. Non. 17. — De mand. prin. — Ex libris antiquis).
2) .... Sicut et cimi episcopo cognoscit supra facto amministratoris . ut . supra . ludici . sinesuf .
fiant . Siquis . Supra . ut . iudices . m.
f. 19. — (Coli. li', hi. I. Nov. 22. — De nuptiis. — prin).
3) .... in. Matrimonio(a) si (sic?) — forte honesta ut uideantnr humano generi introducere tm-
mortalitatem (l).
f. 41 r. - {Coli. VII. tit. U Nov. 89. — Quii. nat. ef —'prin.).
•1) .... — Malum esse fugiendum . bonum inueniendum . m.
f. 42. — Ubai. — Si quis igitur fuerit).
5) .... Modos oblationis curio perquam(os) naturales tiimt leghimi, m.
f. 48. — (Coli. Vili, tit. 1, Nov. 100. — De temp. non sol. pec. — v. quinijui'itiiittnt Imbauli).
6) .... Scilicet . annos. M.
f. 66 r. — oli. IX, tit. fì, Nov. 123. — De sanctis. episc. etc. — Si qua mulier).
7) .... ni. Monachos proprias res possidere.
f. 69. — (Coli. IX. tit. 17, Non. 134. — Necessanum vero).
8) .... ff. ut . . ci. monia.. . M (2).
Glosse di Jacopo
f. 33 r. — (Coli. V, tit.24, Nov. 09. — Ut omnes obed. ind. etc. — Sì igitur fuerint
ambo. v. rebus compleatur).
1) .... Scilicet . simandauit . Vel ratum habuerit (a) alioquin nontenetur . Vt ft'. quodui aut . ciani.
1. deuique . et hoc . secundum Jae. (3).
f. 34. — (Ibid. — Arripiat autern. v. nisi forte).
2) .... dixi causam non esse traendani . adalienam (b) prouintiani, nec ad liane felicissimam eivita-
tem. Iac. (4).
f. 38. — (Coli. VI, tit. 8, Noe. 70. — Apud quos oporteat causas etc. — Rem cagno-
scentes. v. in omnia).
3) .... loca . la.
(Ibid. — v. distendente^ ?).
4) .... legeui . la.
(Ibid. — v. ea quae).
5) .... loca . la.
f. 44 r. — (Coli. VII, tit. 2, Nov. 90. - De testibus. — Et quoniam scimus. v. non editis.).
H) .... Scilicet . atestibus tirbanis . id est . non debent testes urbani . improuintiis remitti adte-
stificandum. la ('>).
f. 67. — (Coli. IX, tit. 6, Nov. 123. — De sanctis . episc. — Si monachus reliquerit).
7) .... his licet succedat successionis tamen nullam habet petitionem prope sed prius monaste-
riuiii mule exuit. la.
Glosse di Ugo.
f. 29 r. — (Coli. V, tit. 10, Nov. 55. — Ut de caet. commut. eccl. etc. — in fine).
1) .... Venerabilia loca inter se perpetuimi cinphyteusin celebrare. V. (6).
(«) " habuit n in Glo. Accur. il)id. v. FA rie absentis.
(4) " aliam , In Glo. Accur. ibid.
(1) Glo. Torinese alle Istit. (Ediz. di Bollati, Appendice al/a Storia D. lì. nel Medioevo del Savigny v. Ili, p. 58) f. 4. 5:!.
§ 1. De patr. pot. (v. sive matrimonium). * Matriinoniinn enim sic est honestuin ut uideatur in genus lmmannm ìmmortalitatem
introducere «.
(2) Questa citazione è evidentemenftr erronea, e non sappiamo a qual testo sia riferibile.
13) Simile in parte in Glo. Accur. v. Et de absentis: ma von vi è riportata la sigla di Jacopo.
(4) Simile in parte in Glo. Accur. ibid. : ed è senza la ^igla di Jacopo.
15) La Glossa Accursiana in questo punto e una copia della presente gk.ssa di Jacopo, e ne riferisce la sigla (Glo. Accur. ibid.).
(61 Qualche elemento di questa glossa è nella GÌ. Accur. v. ad invicem, ina vi manca la sigla di Ugo.
— 204 —
f. 37 r. — {Coli. VI, tit. 7, Nov. 78. — Ut liber. de caet. aur. etc. — sei conscri-
ptione).
2) .... Nuiihabenti uxorem legitimam . ncque filioslegitimos. V.
f. 56 r. — {Coli. IX, tit. 1. Nov. 118. — De haered. ab intest. ven. etc. — Si igitur
defunctus).
3) .... Primi gradus . uidelicet cum patre et matre . alios autem ascendentes excludent . secundum
martinum . Vel aliter uocantuf cum ascendentibus prosimi gradus . h . id est . cum his qui
Mint proximi Lngradu dicuntur . quos nemo precedit. Ut ff. de uulgari sub . ex duobus .
Mortuo ergo patre et matre . auus et auia proximi dicuntur. Idem in aliis ; et sic fratres
non excludunt aliquem ascendentium . secundum . V. (').
Glosse di Rogerio
f. 3 r. — {Coli. I, tit. 3, Nov. 3. — Ut deter. sit num. etc. — prin. v. iis).
1) .... scilicet . locis . uenerabilibus. E. (2) {interlineare).
f. 9. — {Coli. IL tit. 1, Nov. 7. — De non. alien, etc. — in fine).
2) .... Scilicet . dantis . scilicet . ut bonus asuo patrimonio auferret . etecclesiamque conferret .
qui se ecclesie consulere . buius rei honor se decore fingebat. R.
{Coli. II, tit. 2, Nov. 8. — Ut iud sine etc. — v. tempore).
3) .... Scilicet . nuper . R (3) {interi.).
f. 9 r. — (Ibid. — prin. Cogitatio igitur . v. prò ipso).
1) .... Quod ipse contraxit . ut daret administrationem danti . aut promittenti . R.
{Ibid. — v. delictum).
5) .... Id est . delictimpunitatem . R.
{Ibid. — v . praestent).
0 .... Id est . preferuntur . nel presunt. R.
{Ibid.) - v. hinc?)
7) .... Occasione accepta. R. (4).
{Ibid. — v. confusio).
8) .... precedunt . etpresumuntur fieri . R.
(Ibid. — Haec autem omnia apud. v. ne praestet).
9) .... Scilicet . quod occasione suifragii dat . R.
(Ibid. — v. maximum).
10) .... Quod antiquitus darisolebat . R.
(Ibid. — Illud tamen decernimus . v. IlluJ). (rettifica — Haec autem . v. UH).
11) .... Scilicet . amministrationem suscipienti . R. (5).
(Ibid. — v. officiis).
12) .... Scilicel . uicarii . et iudicis . R. (6).
(Ibid. — v. nominando).
13) .... Scilicet . uno . id est . comes . frigie . pacatiane tantum inorietur . R.
(Ibid. — v. administrationem).
14) .... acomite sic denuntiatum I.'.
f. IO r. — (Ibid. — Quod autem primitus).
15) .... Quid ergo sic destinantur . Inuincula perpresidem redacti sunnmiin peiiculum Bubstinebunt
aprincipe etqui buius mudi eispreccjita dederant . in XXX . libraa . auri mulctetnr (entnr?). K.
(1) -Il Savigny {Storia del II. /,'. ,te! .Vediamo, voL 111, |>. 3S7) ha pubblicata parzialmente i|iu-»t.i ^Ins^.i, ma ha trovata
nel tu s. Parigino 44'J9 una redazione assai differente da quella elle pubblichiamo noi.
V2) Eguale in Glo. Accur. loc. cit. Non riferisce la sigla di Rogerio.
(3) Eguale in parte in Glo. Accur. ibid. Non riferisce la sigla di Kogerio.
(4) Eguale in parte in Glo. Accur. ibid. : ma senza sigla di Kogerio.
(5) Eguale in Glo. Accur. ibid. Jlaec olitevi, v. itti: senza sigla di Kogerio.
(6) cimile in parte in Glo. Accur. ibid. : senza >ij;la di Kogerio.
— 205 —
t. 12. — {Coli. II. tit. 4, Nov. 0. — Ut eccl. rom. etc. — v. laesionem).
16) .... Cum habeanl accionem inrem. R.
17) .... Iti est. rei proprie annuissi, meni . 1*. (').
(Ibid. — in fine).
18) .... liane non habere mallet rog(erius?) est quippe italicis urbibus penitus inutilis. E.
f. 13 r. — {Coli. III, tit. 1. Nov. 14. — De lenon. — in fine).
19) .... In libro rog. casta a. ma..
f. 14 r. — {Coli. Ili, tit. 2, Nov. 15. — De defen. eiv. — prin).
20) .... Quidam liane inutilem sed non recte iudieant. E. (*).
f. 15. — {Ibid. — v. actorum).
21) .... publicorum. E. {interi.).
{Ibid. — Ius iurandum vero).
22) .... r. Cod. t(it.) e (ad.) 1. mi.
{Ibid. — Et ac/i apud. v. lurisdiclione).
23) .... Scilicet . ordinaria . ut causa criminalis . et liberali» . et de alimentorum transaceione
cognitio . et deminoris lapsi restitutione . et de eius predii alienatioiie . uel suppositione
examen. E.
f. 15 r. — {Et si cadere, v. decretis).
24) .... Quis uero furat ut confirmentur immunere. E.
f. 19 r. — {Coli. IV, tit. 1, Nov. 22. — De nuptiis. — prin. Unum itaque).
25) .... r. Infra . deiure . in . amor . Inprin.
f. 20. — {Ibid. — Si vero decretum).
2G) .... r. ff. deiur . do . simuli . Ult.
{Ibid. — Deportatio tamen).
27) .... r. ff. de penis. 1. H.
28) .... r. ff. ad. 1. ini. pecula. 1. III.
29) .... r. Cod. de donat. inter uirum . et uxorem • Ees.
30) .... r. Cod. de repudi. 1. I.
f. 21. — {Ibid. — Soluto igitur matrimonio. — in fine).
31) .... r. Cod. debonis . quecumopor . p. Siautem.
32) .... ff. depubli . etuec . Imperai
f. 21. r. — {Ibid. — Primae si quidem . v. alios).
33) .... Supra numeratos. E.
{Ibid. — Sed quod sancitum . v. Vindicabunt).
34) .... Si patris qui hec alienauit, hereditatem agnoscant. E.
{Ibid. — Venient autem talia . v. nuptiis).
35) .... Scilicet . ex secundis nuptiis . aliis. E.
{Ibid. — v. illi).
36) .... Scilicet . mortili filii liberi. E. {interi).
f. 22. — {Ibid. — v. . . . ).
37) .... — (S)Icuti omnium filiorum equaliter sunt parentes . taliitaque ordine mortalitatis illis
premorientibus equaliter succedunt . sic praedictis lucri distribuendi inter liberos adimitur
eis arbitrami. E.
{Ibid. — Et super iis . v. cum eis).
38) .... id est . superstitibus. E. (3) {interi.).
(Ibid. — v. filio).
39) .... Scilicet . acciderit. E. {interi.).
(1) Eguale in Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Rogerio.
(2) Questa glossa fu già pubblicata dal Savigny {Storia del D. R. nel Medioevo, v. Ili, p. 420) , che la trasse dal ms.
Monacense Augustano. 14.
(3) Uguale in Glo. Accuv. ibid.: senza sigla di Rogerio.
— 206 —
(Ibid. — v. ad pietatem).
40) .... Scilicet . parentibus exibendam. E. (').
41) .... licet in modice sit promissum. E.
(Ibid. — Quia vero haetenus. v. quod plus.).
42) .... Scilicet . datum . quoinodo uitrico . quam fllios (a) habet ilio (b) qui minorai! portionem
babuit. E. (2).
(Ibid. — v. optimum).
43) .... Id est. inspici debet quodplusest. R.
(Ibid. — v. eam).
44) .... Scilicet . que tempore mortis est. E.
(Ibid. — v. quod).
45) .... Id est . quod Alio sit datum. R.
(Ibid. — Quia vero lucra, v. frequentiam).
Ili) .... frequentius enim morte quam diuortio soluitur matrimonium. E. (3).
(Ibid. — v. punii.).
47) .... eius cuius culpa (e) matrimonium . dissoluatur (d). E. (4).
(Ibid. — v. causa).
48) .... Scilicet . diuortii. E. (5) (interi).
40) .... Scilicet . eius cuius culpa matrimoniom dissoluitur. E.
f. 22. r. — (Ibid. — Si vero solum. v. eum).
50) .... usumfructuin. E. (6) (interi.).
(Ibid. — Eiusdem quoque, v. principi*).
51) .... Alexandri. E, (') (interi).
(Ibid. — v. illud).
52) .... Scilicet . preceptum. E. (8) (interi).
(Ibid. — Si autem tutelam. v. mulierem).
53) .... Que comtempto iure ni . conuolauit ad seeunda uota. E.
(Ibid. — v. pestifere).
54) .... Id est . ius . iuraiidum . contempnea(atV) . et defunctì memoriali] et caritatem filiorum. R.
f. 23. — (Ibid. — Quae vero nunc sequitur. v. praesentia).
55) .... Id est . decreta. E. (interi).
(Ibid. — v. existentcs).
50) .... Tantomodo. E. (interi).
(Ibid. — v. iurare sacramintum).
57) .... Scilicet. ut (e) ad secundas nonuenirent (/') nuptias . prediete mulieres. E. (s').
(Ibid. — v. quod Dcuìiì).
58) .... propter periurium. E.
(«) " filiifs n (Glo. Accur. ibid.). Dopo la parola « ritrito « la Glossa aggiunge - vel novercae
(i) La parola « ille » è omessa nella Glossa Aecursiana. ibid.
(e) * prò culpa causa ». Glo. Accur. ibid. v. procacitalem.
i"'l - dissoluitur n. Glo. Accur. ibid. v. procacità
i-i - ut * omette la Glo. Accur. v. hoc iurare.
(/) u venire n in Glo. Accur. v. hoc iurare.
(1) Eguale in Glo. Accur. ibid. senza sigla di Rogerio.
(2) Quasi eguale in Glo. Accur. ibid.: colla sigla di Rogerio.
(3) Questa glossa è inserita e amplificata in Glo. Accus. ibid. v. Sane ani i sigla di Rogorio.
ili Eguale in Glo. Accur. ibid. v. procacitatem : senza sigla di Rogerio.
15) Vedi Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Rogerio.
l'i! Eguale in Glo. Accur. v. illum: senza sigla di Rogerio.
(7) Eguale in parte in Glo. Accur. ibid: senza sigla di Rogerio.
(8) Eguale in parte in Glo. Accur. v. pro'Cij'is : senza sigla di Rogerio.
(9) Eguale in parte in Glo. Accur. v. hoc iurare : senza sigla di Rogerio
— 207 —
(Ibid. — i aufei entes).
59) .... Scilicet . ne olterius iurenl non nupturas esse K. (>).
(in) .... Iil est . ius . Iil . est . perceptio aero est admissa. Et.
61) .... r. ff. de legat. IH . Nondn . contea.
62) .... tt'. de condici etde . Quotiens . contea.
[limi. v. defunctì).
68) .... Id est. duo inconuenientia sequuntur . alterum inalio casu . alterum inalio . sienim iubeal
air ne mulier nubat.et lex custodiat hoc . proamaritudine est.iterum siuoluerit aubere et
accipere quod relictum est. scelus est R,
(Ibid. — v. fluctuantem).
i.li ... Scilicet . testatus. R. (interi.).
65) .... Scilicet . coniugem. R.
66) .... Mulierem uaccillantem. R.
67) .... l'I est . legitimam. R.
(Ibid. — v. nubendi i.
68) .... Scilicet . conditionibus . scilicet . percipiendi legatum . etsic inuiduitate morandi . nel
adsecundauota ueniendi etsiclegato carere. R.
(Ibid. — v. relictum est).
69) .... Ealege nenubat. R. (*) {mtcrì.).
(Ibid. — Unde sancimus v. prohibuerit).
70) .... Scilicet . prohibuerit . ad aliud uenire matrimonimi]. R. (3).
(Ibid. — v. et post) .
71) .... Quoniam ad secundas nuptias sit conuolata. R.
72) .... r. ff. decondict . etde . Cumitaque . p . metile.
73) .... r. ff. de Ver . Insulam.
(Ibid. — >'. hoc quod).
74) ... Scilicet . ypothecam rerum percipientes predictum legatum. R. (*).
(Ibid. — v. duri quod).
7",) .... Scilicet . uolumus. R. (5) (interi.).
(Vini. — r. nini nule).
7ii) .... Iuratoria. R. (6) (interi.).
il In il. — o. hypothecis).
77) .... Tacitis R, C) (interi).
(Ibid. — v. aliud).
78) .... Seilicet . apecunia nu. (a) R, (s) (interi.).
(Ibid. — v. restituì).
79) .... Precipimus . R. (interi.).
(Ibid. — v. medeatur partem).
80) .... Id est . res arciat . R.
81) .... Id est . restituat quod diminutum fuerit. R.
(Ibid. — v. usuris).
82) .... Restituantur peccunie legate. R.
(a) « numeratine » in Glo. Accur. ibid.
(11 Quasi eguale in Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Rogerio.
(2) Quasi eguale in Glo. Accur. ibid. : senza sigla di Rogerio.
(3) Eguale in parte in Glo. Accurr. v. marìliim : dopo la glossa sopra edita la Glossa Accnrsiana riferisce un comple-
mi'nto, e vi appone la sigla di Rogerio.
(4) Eguale in parte in Glo. Accur. v. dniiins: senza sigla di Rogerio.
(5) Eguale in Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Rogerio.
(6) Eguale in Glo. Accur. ibid. : senza sigla di Rogerio.
(7) Eguale in Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Rogerio.
(S) Eguale in parie in Glo. Accur. ibid. : senza sigla di Rogerio.
— 208 —
(Ibid. — v. indicando).
83) .... Iti est . usurarum perceptarum augmento. lì.
84) .... persona relictum capiens. R.
(Ibid. — v. centesimae).
85) .... scilicet . in rem suam. R. (interi).
(Ibid. — v. fideimsorem dare).
86) .... derestìtuendo legato eumfructibus si ad secundum itum fuerit matrimonium. R.
87) .... r. ff. dere . uen . Siquis hac.
(Ibid. — v. vindicetur).
88) .... Qui hoc relictum soluat. R. (interi.).
f. 23. r. — (Ibid. — v. habeat).
89) .... Scilicet . legatarius. R. f1) (interi).
(Ibid. — v. conditionem).
90) .... Scilicet . ne secundas . ineat . miptias R. (•) (interi).
(Ibid. — Et quia parum. r. accipiens).
91) .... Scilicet . sit . R. (interi.).
(Ibid. — v. mairi).
92) .... Id est . admatris utilitatem . R. (3).
(Ibid. — v. tenere).
93) .... Scilicet . de usuris (a) uel de cautiuiiilms . R. (interi).
(Ibid. — ». Ilinc nos alia).
94) .... existentibus flliis . R. (interi.).
(Ibid. — v. post haec).
95) .... Id est . post liane legem . R. (4);
(Ibid. — v. necesse).
96) .... nos qualiter eisuccedatur dispoti.e . R.
(Ibid. — v. substantiam).
97) .... futurani . R.
(Ibid. — v. correctione).
98) .... Quiaindimidiam partem vocabatur mater pertertulianum cum sole sorores superaxant de-
functo non etiam fratres. R.
f. 26. — (Coli IV, tit. 18, Nov. 39. — De restii et ea etc. — prin. v. eas expendisse).
99) .... Cum forte dos inestimatadiceretur . R. (5).
(Ibid. — v. non existentibus).
100) .... Id est . premortuo fratri . R.
(Ibid. — v. praeceperat ei).
101) .... Id est . superstiti . R, («).
(Ibid. — v. satis faci in).
102) .... Id est . restitutio ut perceperat (preceperat ?) deranctus . R.
(Ibid. — v. restituti.onem).
103) .... Id est . per substitutionem Reliquisse . R.
(Ibid. — Quamobrem praesentem. v. excipere).
104) .... Scilicet . concediti!! . R. (interi).
(a) Qui per lo spazio *li tre lettere il testo ò quasi inintelligibile , cosicché diamo come molto incerta la lezione
» usu/ris n.
(1) Eguale in Glo. AcCUr. ibid.: senza sigla di Rogerio.
(2) Simile in Glo. Accur. ibid.: v. suo tali condilioM: senza sigla di Rogerio.
(:tl Eguale in parte in tìlo. Accurr. ibid. v. conscriptum est malti: senza sigla di Rogerio.
(4) Eguaio in Glo. Accur. ibid. : senza sigla di Rogerio.
(5) In parte simile al Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Rogerio.
(6) Eguale in Glo. Accur. ibid. : senza sigla di Rogerio.
— 2H9 —
f. 2ti. r. — (Ibid. — Unum siquidem . v. hunc).
105) .... Scilicet uirum . R. (').
{Ibid. — ». eo).
106) ... Scilicet . uno . R. {interi).
{Ibid. — v. concupiscenti"' )
L07) .... Scilicet . dicebat . R. {interi.).
f. 27. r. — (CWZ. K, tò. 5, Nov.48. — Z)e ìiircm,- etc — prin.v.et in hòc aèquiescmt).
L08) .... Scilicet . ut sint heredes . sicut testator disposuit . R. (2).
100) .... r. ff. de legat . I . filius . diuus.
110) .... r. Cod. de non numerata . pc. Generaliter.
Ili) .... r. ff. de leg . Ili . cumpater . et 1 . Vlt .
112) .... r. ff'. T.de leg . filius . fa .
{Coli. V, tit. 2, Nov. 47. — Ut praep. et,-. - prin.).
11:'.) .... r. Cod. de liberis . le . Aurelius . Eumque.
Ili) .... r. Cod. de iur . deli . Quidam.
11.">) .... r. ff. de aministrat . t . eum queritur.
1 1C) .... r. Infra . de bonis . lib . nonabsur . (Dig . de bonis . lib . nam absurdum ?i
117) .... r. Supra . deher . et fai . Nonautem.
118) .... r. ff. sipars . her . pet . permitten.
f. 30 r. — Coli. V, tit. 4, Nov. 49. — De iis qui ingred. etc. — prin.).
1 loi .... r. Infra . de appellat . in . VHI . coli.
f. 32. — {Coli. V, tit. 16. Noe. 61. — Ut imrnob. ante etc — in fine).
120) .... Inlibro . R . nouerit . forte alienationem secuudum adhiberis consenstim . R,
f. 35. — {Coli. VI, tit. 3, Nov. 74. — Quib. mod. etc— Quoniam autem iriterpellationibus).
121) .... r. Cod. de iure delibera . Cumque.
122) .... r. Cod. de nupt. caligato.
f. 35 r. — (Coli. VI, tit. 1, Nov. 72. — Ut qui oblici, etc. — in /ine).
123) .... r. Infra decret . VE . q. I . Quiaperi.
124) .... r. Cod. deagrico.et contra . contra . quem ad.
125) .... r. ff. de acquir . pos . Quodmeo . Si.
f. 36. r. — (Coli. VI, tit. 2, Nov. 73. — De instr. caut. — in fine. v. respublicn).
126) .... Ita inlibro. R. (interi.).
f. 37. — (Coli. VI, tit. 7, Nov. 73. — Ut liber. de caet. etc — prin. v. discernentes).
127) .... Inlibro R . discernente.
f. 37 r. — (Si quis autem libertam, v. cuiuslibet).
128) .... Ergo et senator libertam uxorem habere poterit . R.
(Ibid. — v. observationem).
1201 .... Scilicet . et . R.
(Ibid. — v. pristinum).
130) .... Sincopa. R. (3).
(Ibid. — v. liberati).
131 1 .... postulatione . R.
(Ibid. — v. et haec appellatio).
132) ... Quiautem ciuis romanus non fuerat . cuius (cives'r) romanus appellari possit postea quam in
ciuitate romana habitauerit . (Ut . Supra . de statu . ho . Inurbe . Vt Dig . de statu hominum .
In orbe ?) R.
(Ibid. — v. subiectorum).
133) .... Scilicet . quiaduene fuerant . R.
( 1 ) Eguale in (rio. Accur. ibid. : senza sigla di Rogerio.
(2) Eguale in parte in Glo. Acuir, ibid.: senza sigla di Kogerio.
(3) Vedi Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Rogei'io.
Classe di scienze .morali ecc. — Memorie — Ser. 4*. Voi. II. Parte la. 27
— 210 —
(Ibid. — v. peregrini).
134) .... Id est . aduene . R. (interi.).
135) .... r. Cod. de iure . liberor.
(Ihid. — v. die).
136) .... Scilicet.ius romane ciuitatìs . I!. (').
(Ihid. — v. subiectus donauit).
137) .... Quasifacto auxilio . E.
(Ibid. — occasionem).
138) .... Scilicet . regenerationem . B. {'mirri.).
f. 38. — (Coli. VI, tit. 8. Nov. 79. — Apud quos op. etc. — v. qui Idem .
139) .... Scilicet . conuentionalem . lì.
(Ibid. — v. proferre).
140) .... Episcopus monachimi adsuum aocet examen . R.
(Ibid. — ». repelletur).
141) .... Scilicet . tempus . protempore . R.
p. 39 r. _ (Coli. VI, tit. 11, Nov.82. — De iudic. etc. - Nullo quoque).
142) .... r. Cod. quor . appellat . non recip . li . (1. I?).
143) .... r. Cod. nelieeat . iimna eademque causa.
(Ibid. — His qui causas . curabunt).
Ili) .... Scilicet . eligantur . R.
1'. 40. — (Ibid. — Omnis autem.v.legem).
145) .... priorem. Vt. Infra, coli. VHI.Vt.cumdeappellat. co. et (Cod. ?)t. delegibus . et const.
leges . et constitutiones . R (2).
f. 40 r. — Coli. VI, Ut. 13. nov. 84. — De consang. — prin. v. fratribus).
146) .... r. Id est . attinent . E.
(Ibid. — v. vwra).
117) .... Scilicet . habentibus . R.
(Ibid. — ». hoc ipso).
148) .... Scilicet . quod fratres sunt . R.
149) .... Supra . ammonet . R. Supra . habentibus . lì.
150) .... Supra . Qui fratres dant . R. Supra . uiri . R.
f. 41. r. — (Coli. VI, tit. 17. Noe. 88. — De deposito. — prin. v. ilh\
151) .... depositores . R.
(Ibid. — v. conditionibus).
152) .... Indepoitendo dictis . R.
(Ibid. — v. vii ).
153) .... Contea depositarmi!) . R.
(Ibid. — v. depositum).
Ioli .... depositi accioni (a) ueluti illudne ei compensatio obitiatur . R. (3).
i ////',/. - /■. compellatur).
155) .... Scilicet . depositarius . R. (interi.).
(Ibid. — v. mandatis).
156) .... Principum . lì.
f. 43. — (Coli. VII, tit. 1, Nov. 89. — Quii), mod. etc. — Gencraliter autem).
157) .... r. ff. de his quisui. 1. ult.
(«1 " actione » in Olo. Aerar, v. data sunt.
ili In parte eguale in ilio. Accur. ibid.: sensa sigla 'li Kogerio.
(2) In Vitrle situilo in Grlo. accorr, ibid:: senza sigla 'li Rogerio.
;i \"h Ciò. Accorr, v. data sunt: senza sigla 'li li'
— 211 —
f. 13 r. -- {Ibid. Sì auis autem defunctus . co liuge)
158) .... Qua esistente . consuetudinem adconcubinam habere omni modo interdicitur . Ld [uè
extalis concubine coniunctione nati . huius legis beneficio sunl omnino .anturi. E.
f. 1 1. — {Ibid. - ni /ine).
159) .... r. Cod. quando . mulier . tu . offi . fun. 1. alt
L60) .... r. Cod. qui petant . tu . 1. alt.
L61) .... r. il', deconfi . tut. 1. alt.
f. t5 r. - (Coli VII, tit. 6, Nov. HI. -- Ut sine prohib . etc. - m fine. u. aliquae).
162) .... Scilicei . mulieres. E. (') {interi).
f. 16 r. — {Coli VII, tit. 9, Xor. 97. {De aeqml . dot. etc. - Eoe igitur).
163) .... i'. Cod. de [>act. con. tam. 1. Exmort.
i. 17. — {Ibid. — Quia vero et).
164) .... r. t-'"il. detesti . 1. I.
L65) .... r. Cod. denonnumera . pe . Generaliter.
f. 17 r. — {Ibid. — IH mi quoque sanorrì
L66) ■■■■ i'. Supra . Ut imno . ante . nupt. do . Id est.
167) .... r. ff. de stata li. 1. pennlt.
168) ... r. ff- de erudii . instit . mulier. I.
f. 50 r. — {Coli. Vili. Hi. li'. Xor. ni). Haec const. etc. - {prin.).
169) .... r. Infra . decret. libro . mi . contea.
f. 55. — {Coli. Vili. tit. 18, Xor. li;. — ri Uceat matn etc. — Quia vero plurimas.
r )■
170) .... Scilicet.ut exhoe p {a) appareat iuste etante aecusationem. Ut sic hoc nonueteres.
Otquidain praue sentiunt . tollat leges. Sed secundum illas ut amepotius exponatur acertis. 1.'.
f. .'.li. — {Ibid. — His quoque etiam)
171) .... r. ff. ad. leg. lui. de aduli. Marito.
f. 58 r. — {Coli. IX, tit. 3, Xov. 120. — De alien . et emph. etc. — Ea vero 7 e».' ab).
172) .... r. ff. leg. IH. Ut cornuta.
{Ibid. — Si vero quis a
17:'.) .... r. ff. locati . quero. Inter.
f. 60. r. _ {Coli. IX. Ut. 11. Xor. i::i. — De eccles. tit. — Si autem legatum).
1711 .... r. ff. ad leg. tale. 1. I, contea. Soluti., illa teahitur ad istani.
f. 64. — {Coli. IX. tit. 6. Xor. 123. - De sanctis . epis. - prin.).
17.",) .... r. Infra . decret . XXV . q. Ult. e. pennlt.
f_ g5 r. _ (ibid. — Presbiteros autem diaconos . v. Presbiteros).
176) .... Scilicet . qui non sint rectores loci uenerabiles. Ut . supra . de ecclesia . ti . Interdici. I.'.
177) .... r. Cod. de episcopis . Cumleges . presbiteri.
f. 66. r. — {Ibid. — Omnibus autem laicis . v. archiatri
178) .... Id. est . libro . rog. archiatris.
f. 68. {Coli. IX. tit. 17. Xor. 131. — Ut. nulli imi. lic. — Nulli vero Uceat).
179) .... r. Cod. quesit . lon. con. 1. II.
180) .... r. ff. delegibus etconstit. Quodnon.
f. 69. {Ibid. — Si quando vero . v. ir, ir).
181 1 .... Posita . Supra . Ut . lieeat matei et mi. qniauero. I.'. (2)
1 Ibid. — Quia vero aliqux I.
1 .,.. Infra . desanctis episcopis . Siq.ua . .'..idra . Solutio . Ufi corrigit istam . Vel hicloqùitur
. uni iniiiti- (us?) quis un. misteri uni intrat. E.
[a] Probabilmente la lezione del testo è incompleta od «rata, poiché il suo significato re ta oscuro.
(li Eguale in Glo. Accllr. ibid.: senza sigla di Rogerio.
ei| Eguale in parte in Glo. Accnr. ibid. : senza sigla di Rogerio
— 212 —
(Ibid. — Si quis vero accusatasi.
183) .... r. Infra . decretis . XXXI . q. 1. Illud.
{Ibid. — Quia vero nos . v. fures).
184) .... Inhac causa intelligi. E.
f. 69. — (Ibid. — v. leyalibus).
185) .... Id. est . legis iulie. E.
180) .... r. Cod. depen. depor.
f. 70. (Coli. IX. tit. 15, Nov. 132. — De interi, roti. huer.).
187) .... r. Cod. de . hereticis . 1. Cuncti.
188) .... r. Cod. de . episcopis . et cler. Conuenticnla.
Glosse di Alberico
f. 9. r. — (Coli. II, tit. 2, Nov. 8.— Ut iudices sine quo . etc. — Illud tamen . v.asianae).
I ) .... a. Scilicet . prouintie . (interi.) (').
(Ibid. — Eos autem qui).
2) .... a. Infra . ius . iurandum quod prestatili' (2).
3) .... a. Infra . scriptum exemplar . huius.
(Ibid. — Necessitateci habente).
II .... a. Cod. ut omnes . tarn ciuiles . qu-.ini militare(s) iudice(s) post administratorem (admini-
strationem) (3).
f. 10. r. — (Ibid. — Quod autem primitus).
5) .... a. Infra . Ut . omnes . obed . iudic.
0) .... a. Supra . e(od . tit . ?) Volumus.
f. 11. — (Ibid. — infine).
7) .... a. Cod. ut omnes tam ciuiles . quain militares iudices . post . deposita™.
8) .... a. Supra . eod. (tit.). Volumus.
f. 12. - (Coli. II. tit. 4, Nov. 9. — Ut Uccie. Rom. eh: - prin.).
9) .... a. Infra . nouell. presens constitu . iubet (*).
lui .... a. Infra . constit . quod medicamta (medicamenta) morbis . incoi] . Vili (5).
11) .... a. Infra, eod. (tit). Quod.
(Ibid. — v. propaganda-m).
12) .... Id est . extendendam . a.
f. 12. r. — (Coli II, tit. 5, Nov. 10. — De re fere,,.. — in fine).
13) .... a. Supra . ut determinatus sit . num . clericorum.
(Coli. II. tit. 7, Nov. 12. — De ine et. nef. nupt. — Ut hoc quidem . e. dissolvi).
14) .... a. Scilicet . ante . legem istalli (6).
f. 13. (Coli. Ili, tit. 1, Nov. 14. — De lenon. — prin. n. humana).
l"i| .... Id est. abilia (labilia) et proni .(prona) (a) a. ("') (interi.),
f 15. — (Coli. Ili, /il. :'. Nov. i5. — De defen . civit . — lusiurandum vero).
16) .... a. ff. de officio . procon . Solet .
17) .... a. Infra . nouellis . test . atque . (8).
(a) " Id est . labilia et prona . « in Glo. Accorr, ibicì.
(1) In parte eguale in Glo. Accur v. ita nuncupari: senza sigla di Alberico.
(2) Vedi Glo. Accur. v. epentesi senza sigla di Alberico.
(3) In parte eguale in Glo. Accur. v. priore! co/isti/ ■ttionei : senza sigla di Alberico.
(4) Iitlimìi. — Epitome Novell, const. Vili.
(5) Coli. Vili, tit, 12. Nov. 111.
(0) Eguale in Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Alberico.
(7) Eguale in Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Alberico.
isi Tuliant — Epitome Novell, const. XXX.. ■. VX.
— 218 —
18) .... a. Infra, ut t'ratri . filio successiti . Illud.
19) .... Apud defensorem testamenta insinuar! . a.
f. 15 r. — (Ibid. Et si cadere . e Audient quoque).
20) .... a. Supra . scriptum . esemplar huiusmodi . dominicq (').
21) .... a. Avdient et eriroina.
22) .... a. ff. de offitio . procon . Siquid . (*).
23) .... a. Cod. e (od. tit.) defensores . (2).
(Ibid. — in fine).
24) .... a. e (od. tit.). Indefensoribus.
•_'ò) .... a. Supra . de non alien . aut pcrmut . ce . Neque.
(Coli. Ili, tit- 3, Noe. 16. — De mens. ord. cler. — prin.).
26) ... a. Supra . ut determinatus sit . num . clerici (elericorum) (3).
f. io. — (Coli. Ili, tit. 4, Nov. 17. — De mani. prin. — Deinde competerà, v. forma-
rum).
27) .... a. Scilieet . fatiendarum . uel sternendarura .
28) .... a. Infra . no . Siquis crimen .
29) .... a. Infra . ut omnes obediant iudicibus.
(Ibid. — Sei etiam . v. emolumenti).
30) .... a. Scilieet . bonis . (4).
f. 16. r. — (Ibid. — Sed etiam).
31) .... a. Supra . Ut iudi . sino quoquo sufragio.
32) .... hic Squittir dehis qui ad ecclesias . confugiunt . et iudiciali se formidant . presentare eon-
spectui . quibus fides publica prestanda est . et hocinferior littera uidetur mu(tare ?). se-
cundum . al .
(Ibid. — Non permittas itaque curialibus).
33) ... a. Cod . de fundo . rei . priv . Quieumque .
f. 19. r. — (Coli. IV, tit. 1, Nov. 22. — De nuptiis: — Duo igitur haec. v. disposuerit).
34) .... a. ScUicet . forte . sidexerit (dixerit) (a) uir . nolo uxorem meam amittere proprietatem do-
nationis propter nuptias . et si transierat (it) ad secundas nuptias . uel contra (5).
35) ... a. Infra . e(od. tit.). Siuero . solum.
(Ibid. — Distrahuntur itaque).
36) .... a. Infra . decret . e . XXXIII . 0 . I . C . Siquidem.
(Ibid. — Sed et captivitatis).
37) .... a. ff. de repudiis . Uxores.
f. 20. — (Ibid. — Sed et captivitatis).
38) .... a. Infra . Ut liceat matri . et auie . predictis.
(Ibid. — Deportatio tamen).
39) .... a. ff. qui sine . inanu . ad . li. Senio.
10) .... a. Cod. de ex positis . infan. 1. I.
11) .... a. ff. proderelicto . 1. Ult. contra.
f. 20 r. — (Ibid. — Si cero altero).
42) .... a. Infra e(od. tit.). Prope.
43) .... a. Cod. de repu . Consensu.
(Ibid. — Sic itaque matrimonia).
44) .... a. Infra . de exiben . et in . reis . quum.
(ni « cticat » Glo. Accur. v. ave rìr.
(1) Ir. parte eguale in Glo. Aceur. v. consti! itlum : senza sigla di Alberico.
(2) Vedi Glo. Accur. v. viilteiit : senza sigla di Alberico.
(31 Eguale in Glo. Accur. v. legem scripsivms : senza sigla di Alberico.
(4) Simile in Glo. Accurr. ibid : senza sigla di Alberico.
(5) Eguale in parte in Glo. Accur. v. sìve l'ir: senza sigla di Alberico.
— 214 —
45) .... a. hoc innouatur . Infra . ut lice(at) matri . et auie . Quia uero.
46) .... a. Infra . Ut nulli . Imi. lic. Ult.
(Iòid. — v. minorem).
47) .... a. Scilicet . substantiam liabens(').
(Iòid. — V. («lime ut quantum).
48) .... a. Scilicet . tantum dampnificabit (a), l-'i
49) .... a. ff. de Verb. Sign. Subsignatum (3).
50) .... a. ff. de collat. bonor. Cum. (3).
(Iòid. — v. rausis).
51) .... a. Scilicet . netemere matrimonium . dissoluatur cautio prestatur . immo de quarta pre-
standa cauentur . sidiuortium sino causa fiat.
52) .... a. Infra . colla . no . 1. Ult. (ò).
53) .... a. Infra . innouatur hoc . Infra . Ut liceat ni atri . et auie. Quia . uero . id est . reparatur.
Infra . Ut fratrum tilii. Ult.
f. 21. — (Iòid. Soluto igitur).
54) .... a. Cod. deoperis li. Ut. Ult,
(Ibid. — v. extraneos).
55) .... a. Scilicet. eos filios . licet (e) exanteriori(e) matrimonio . Ut . Infra . eod . Nec illum . Cod .
de .1 . e.n. Siquis . etl . hac . edic . Infra . fil . et . 1 . generaliter . Infra fil . Nu . . . (d) autem nisi
expressim transponant inalios . presumitur conseruare . eistalia iura transponere autem possimi
preter dotem . et propter nuptias . donationis quam coguntur conseruare liberis . et sisecundas
nuptias contraxerint . Ut . Infra . neque uirum (4) quod portionem autem proprietatis habe-
bunt pronumero liberorum siad secundas nuptias nontransierat . Ut . Infra . Ut . fratriis filii.
(Iòid. — defluirli tiiiiijiiinit).
56) .... Scilicet . filii quinonextiterant . ingratus (ingrati?). l't uel patris . quodmagis littere con-
sonat . s» (5).
f. 21 r. — (Iòni. — Primae si quidem. v. coheredes eim ? )
57) .... a. Scilicet . coheredes mulieris (6).
{iòid. — Venìent autem talia. v. non recte).
58) .... a. Nani impubcribus praescriptio . XXX . annorum . non incipit curere . sed tantum puberi-
bus . Ut . de . praescript . XXX . annorum . 1. III.
f. 22. — Iòid. — Qìlia reni liire>>.
59) .... a. Supra . eod . Sic itaque.
(ili) .... a. Cod.de repudiis . 1 . Ult. (").
f. 22. r. (Iòid. — Non tamen permittimus).
61) .... a. Cod. de nupt . Curate (s).
62) .... a. ff. ad municipa . filii (8).
f. 23. — (Iòid. — Que vero nunc).
r,:;i .... a. Il', de end. et <lenimi . heres incus.
(ll\ " ihlìil,ri[ìcobillir n in (Ho. Accur. ibid.
(li) Questo è una rara citazione delle Novelle, fatta mediante l' Indicazione del numero della (Mita/ione (Collatio nona)
della Novella.
(e) u /,,.,/ „ omette la Glo. Accur. v. extraneoS <", ■ ■
[d] l'er lo spazio ili tre [ettere M passa del testo è qui indecifrabile per cansa ili una ibra
(1) Eguale in parte in Clio. Accnr. ibid.: senza si^ht ili Alberico.
il'i Eguale in (ilo. Accnr. ibid.: senza sigla di Alberico.
Ili) Vedi per ambe in Glo. Accur. v. pura debitis'. : senza sigla di Alberico.
(4) In parte simile in Glo. Accur. v. extraneos omnes : senza sigla di Alberico.
:.i Suini., ni Glo. Accur. ibid. Fra dm' opposi., opinioni l'Accursio accoglie la decisione di Alberico, senza nominarlo,
(G) Eguale in Glo. Accur. ibid.: senza sigla di Alberico.
(7) Eguale in Glo. Accur. V. COfiStìiutiO '. sin/i sigla ili Alberico.
osi Vidi (ilo. Accur. v. fu, (unavi senza sigla di Alberico,
— 215 —
64) .... a. Cod. de episco . aud . di creai io
65] .... a. Cod. de pri . agen . in re . Multi*.
t>6) .... a. Cod. de communia . deleg .1.1.
67) .... a .Cod. do donat . ante . nup . Cuin no .
f. 23. r. — (Ibid. — Hinc non alia).
68) ... a. Supra . de negligen.(a) seruo . nu . (ì) Cum igitur . (')■ •
69) .... a. toc innouat . Supra de non . eligendis . seruo . IH . Cum igitror.
I. 26. {Coli. IV. tit. 13, Nov. 33. — Nuli. crea, agi: etc.
70) .... a, Ethodie quoque interest . nam sitestator rogauit heredem siumi . sidecederet Bine liberis
restituere quod super est exhereditate . quartam tantum institutionis cogitar restituere . Ut
Infra . coli . Vili . t . de restit. Siuero simpliciter hereditatem restituere rogetur . dodrantem
débet restituere . quadrantem nero sibi retinere potest . Ut . Cod .adtiv . et t . ad leg.falc.
(Ibid. — v. modis omnibus).
71 ) .... a. Creditoribus tana priuatis . quam militibus . nontamen omnibus debitoribus . quondam ina-
grìcolis tantum locura habent . a (2).
72) .... a. hinc conitiunt quidam liane legem generalem esse inomnibus tam rusticis quain aliis .
licet initio specialiter in agricolis loquatur . Ut . Cy . sed Al . entra,
f. 26 r. — Coli. IV, tit. 23, Nov. 44. — De tabell. etc. — prin.).
73) .... a. ff. de donat . Inter uirum . et Uxorem . hec rati" .
(Ibid. — V. et tubuli',-. a.
711 .... Aliter inlibro . al . tabularli.
f. 27 r. — (Coli. V, tit. 3, Nov. 48. — De iureiur. a mar. praest. etc. — prin.).
7.5) .... a. ff. do usucap. heredes (3).
70) .... a. Infra . de his qui ingredi . adappell . (3).
f. 28. — Coli. V, tit. C. Nov. 51. — Scen. non sol. etc).
77) .... a. Infra . de act . e . XXVII . cap . Si.
781 .... a. ff. prò de leg . I . Siquis . Siquis.
f. 28 r. — (Coli. V, tit. 7, Nov. 52. — Ut non fiant pignor. etc. — in fine.).
79) .... a. Cod. de quadrien . pre . 1 . Ult . (4).
(Coli. V.l'it. 8, Nov. 53.— Da eaikil. et introd. reis. etc. - TUudquoque, o. fideiussione).
80) ... a. uel iuratoria cautione . nel nuda promissione prò qualitate persone . Nam possessor
rei immobilis non cogitur satis dare iuditio sisti . sed tantum cauere . alii uero debent satis-
dare sipossunt . sivero dixerint senon posse satisdare . tunc apud iudicem aquo causa exami-
nanda est . sanctis prepositis euangeliis . per sacramentum hoc ipsum affirmant . et sic iura-
toriam cautionem exponant . nisi sint clerici qui non conpelluntur iurare iuditio sisti uel
extraneos fideiussores dare . sed uicariis fideiussoribus contea dantur . quamuis tamen stìpu-
lationum solempnis cautela uallauerint . aut oautioni . et professioni proprie . ac facilitatimi
suarum obligationibus committantur . Ut . Infra .. instit. de sat. et ff. qui satisdare . sciendum .
et Infra . de litig. et Infra . Ut nulli . Iud. lic. habere lo. ser. et Cod. depisc. et cler. Cum-
clericis et 1. omnes quibus ubique . et Infra, de sanctis ep. Si quis aufeni pri. Al. (5).
81) .... a. hoc innouatur . Infra . Ut omnes obedi . iudi . sec . quosdam.
82) .... a. Infra deexecutoribus . et . qui . con .
83) .... a. Infra . de medio . litis . non . (ieri . sacras . formàs.
(a) u non eligendo » in Glo. Accur. v. lex.
(b) « seno nu. » omette la Glo. Accur. v. lex.
(1) Eguale in Glo. Accur. v. lex : senza sigla di Alberico. — Si riferisce alla Auth. Coli. I, tit. 2, Nov. 2, il cui titolo
è qui errato.
(21 Questa glossa è già pubblicata dal Savigny {Storili di'/ ÌK /.'. nel iui'i/ioito. v. Ili, p. +27) secondo il ms. Parigino, n. 4429.
(3) \'di in Glo. Accur. \. s.'iiza sigla di Alberico.
14) Eguale in Glo. Accur. v. constihUio : senza sigla di Alberico.
(5) Vedi i-lìv. Accur. ibid. \ pei tsiotie: senza sigla di Alberico
— 210 —
f. 29. — Si vero seme! . v. declarati).
84) .... a. LI est . petita . (a) uel quod melius probati . negotio sumatim esaminato . Ut Cod.
quor. appell. non . eius . et debonis . ac . pos . Cumproponas (').
85) .... a. — Id est . certifacti . Ut . Cod. de bonis . ano . Iud. pos. 1. Ult.
(Ibid. — v. debiti).
86) .... a. forsan . uel . sacramento actoris . Ut . Infra . decoll.
(Ibid. — v. occurrerit eie.).
87) .... a. Cod. de bis. qui . ad . ec . con . qui.
(Ibid. — optimum quoque).
88) .... a. rt'. de net. empt. Credito.
89) .... a. Cod. de inofficioso testa . omnimodo.
f. 29 r. — (Coli. V, l'I. 9, Nov. 54. — Const. quae ex adscript. etc. — in prin.).
90) .... a. Cod. de infantibus . Expositus.
91) .... a. Cod. de agricolis . et cen . Nediutius.
(Ibid. — Quia igitur).
92) .... a. Supra . ecclesiasticum . re . alie .'(2).
(Ibid. — in fine. Excipimus edam).
93) .... a. Infra . de al. empiii, hoc uero.
94) .... a. Infra . de eccl . immo . rerum . Ult . (3).
(Coli. V, Ut. Il, Nov. 56. — Ut ea quae voc. etc. — Rubr. v. super).
95) .... a. Id est . supra clericorum ordinationibus.
(Coli. V, tit. 4, nov. 49. — De his qui ingr. ad app. — prin. v. personam).
96) .... a. Scilicet . suam propriam . uel . promittens iuditio sisti . uel procuratoris scilicet quod
inalia notauimus closula (4).
(Ibid. — v. firmam).
97) .... a. Id est . firmantes personam procuratoris sui iniuditio periudicatum solili . satisdationis
solenpnes clausolas . Ut infra insidi de satisdationibus.
f. 30 r. — (Ibid. — v. biennii).
98) .... a. Id est . spatii.
(Ibid. — Quid ergo in fine. v. monstraverint.).
99) .... a. Scilicet . siex ipsa rerum ueritate . et non ex circumuentione . nec exteinpore quodam
uoluerint sententias Armari . Ut . supra . eod. t(it.).
(Ibid. — Quia igitur nos. v. nulli).
Imi) .... a. Causacontentionis litigare . Vel aliter . hoc . scilicet . sacramentimi nulli concedentes .
id . est . remittentes.
f. 31 r. — (Coli. V, tit. 45, Nov. 60. — Ut def. seu firn. eor. ete. — Illud etiam recte.
v. coram ipsis).
lui) .... a. Scilicet . agitantur cause (5) (interi.).
(Ibid. — v. tvrrore imminente).
102) .... Scilicet . ut teneri et cugi possint testinionium ferro . Vel aliter . Ut uerberibus subiti
possint . suorum uoces falsitate uel fraude non carere perspexerint iudiees . Ut . Cod. de
testibus . 1. nullum . et . Infra . detestibus . Nos . a . (6).
(Ibid. — v. . . .
103) ... Solatio . ibi loquitur deiudice ordinario delegato . lue vero deeo delegato quinon eral
(a) - peliti » in Glo. Accur. ibid.
(1) Vedi (ilo. Accur. Ibid.: senza sigla di Alberico.
I-M Eguale in Glo. Accur. v. dalxd ter: *en^a sigla di Alberico.
(3) Eguale in Glo. Accur. v. etùm priori : sen/.a ^-igla di Alberico.
il) Vedi Glo. Accur. v. et personam faciestes: s.Mi/.a sigla di Alberico
|5) Eguale in Glo. Accur. v. administratoribns : senza sigla di Alberico.
ini Eguale in parte alla Glo. Arcui-, v teslìbus'. senza sigla di Ubei
— 217 —
ordinarius . et hoc posi dici perverba illa (") • scilicet . alios autem omnes (b) . quinullarn am-
ministrationeiD habent . nel hoc (e) corrigit illam sccundum V (d) uel aliter . hic non prohibe-
retar (e) delegati (/') delegare prorsus . sed non possunt (q) litis . con(testationem) (h). audire
tantum . et rursus immedio semel . Infine omnia . et hoc secundum . la . Al. (').
{Coli. V, tit. 16, Nov. 61. — Ut immob. ante nupt. etc. — prin.).
lui) .... a. Infra . dequalitate dotis. Ult.
f. 33. — (Coli. V, ut. 22, Nov. 67. — Ut nuli. fabr. etc. — in fine).
L05) ... a. Infra . de al . Infra . coli. Vini . 1.
f. 33 r. (Coli. V, tit. 24, Non. 60. — Ut omn. obed. iud. etc. — prin.)
106) .... a. Cod. de consti . pec . adiuo.
(Ibid. — Si igitur fuerint . v. ex iussione).
107) .... a. Scilicet . rei quicouvenitur . non actoris . nani actor ex iussione imperiali potest tra-
here . reum inaliam prouintiam . Ut Cod. de iuris dit. omni . I(ud?). lucri . et t. dedilat . Si
quando . et supra . de . etintroduc . (2).
f 35. _ Coli VI, tit. 3. Nov. 74. — Quib. mod. natu etc. — Quoniam autem in in-
terpellationibus).
108) .... a. Supra de nupt. Si quis autem.
109) .... a. Supra . de exibendis . et intro. Ult.
110) .... a. Infra . Ut liceat . matcr . et a(uie). Quia.
f. 35. r. — (Coli. VI, tit. 1, Nov. 72.— Ut Mi qui obi. etc. — Quod si quis. e. utilitatem ?).
Ili) .... a. Scilicet . sibi parandam . Infra . inser . 0 (3).
112) .... a. ff. de reb . cor . quisunt . sub . non fit centra.
(Ibid. — Quoniam autem).
113) .... a. de amm. t. 1. Tutor . qui rep.
f. gè. _ (Coli. VI, tit. 2, Nov. 73. — De insti: caut. — Si quis igitur. v. testes dicant.).
1 1 1) .... Iil est . testiflcationes . id est testimonia . sic exiberi oportet . ut dicant testes . quod subpre-
sentia sua . uel susceptum est depositimi . nel quod depositarius suscepisse se consoripserit .
Ut . Infra . nouell. quia adominio depositum caute dari potest . Al . (4).
(Ibid. — Sed et si quis).
115) .... a. Cod. qui potiores in pignore . hab . Scripturas.
(Ibid. — v. cuispiam).
116) .... a. Scilicet . rei seucontractus (5).
(Ibid. — v. subscriptionibus).
117) .... a. Silitteratì fuerint («).
(Ibid. — v. alii quidam).
118) .... a. Scilicet . illiterati . Ut . Infra . eod. oportet . (7).
(a) * quae h'c suiU * aggiunge la Glossa Accur. v. midiaiìt cmsam.
(4) « etc. e aggiunge la Glo. Accur. v. midiant causante e omette le parole » qui nullam admmistrationem habent ■
(e) a kaec » in Glo. Accur. v. audiant cmsam.
(d) u Ir. « in Glo. Accur. v. mdiant cansam.
le) « prokibetur » in Glo. Accur. v. audiant causavi.
(/) u delegato n in Glo. Accur. v. audiant cansam.
{</) " posse n in Glo. Accur. v. audiant cansam.
/ * litem contestatam « in Glo. Accur. v. audiant causam.
Il) Eguale in Glo. Accur. v. audiant causam: senza sigla di Alberico.
{2\ Vedi Glo. Accur. v. privilegio : senza sigla di Alberico.
(3) in patte eguale in Glo. Accur. ibid.: è ricordato ivi Alberico, ma nella parte qui n"ii contenuta della giusti. Pei" è
necessario concludere o che l'Accursio riprodusse a modo suo il concetto di Alberico, o che questa glossa che qui pubblichiamo
è incompleta.
(4) Mitmi. — Epitome. Const. LXVI, e. 228. « Testimonia autem sic exliiberi oportet, ut dicant testes, quod sub prac-
sentia sua vel susceptum est depositum, vel quod depositarius se suscepisse conscripsit ».
(5Ì In parte eguale in Glo. Accur. ibid. : senza sigla di Alberico.
(61 Eguale in Glo. Accur. v. atlestentur : senza sigla di Alberico.
(7) Eguale in parte in Glo. Accur. v. lesti/icentur: senza sigla di Alberico.
1 '], ISSB ni SCIENZE morali ecc. — Memorie — Srr. la. Voi. II. l'arte I. 28
— 218 —
(Ibid. — v. exammatione).
1 19) .... a. Incomparatione.
120) .... a. Cod. de testibus . 1. Iurisiurandi.
121) .... a. Supra . de her. et falc.
122) .... a. ff. de probationibus . Census.
123) .... a. Cod. de Ade instru . Coinparationes.
f. 36 r. — (Ibid. — In his vero).
124) .... a. Cod. t(it.) eod. Coinparationes.
125) .... a. Supra . de his . qui ingre . ad appella . Illud.
126) .... a. Cod. de iure . deli . 1. Ult.
(Ibid. — Haec autem v. scripsimus.).
127) .... a. Scilicet, facere (a) omnibus suis subiectis (b) (')
(Ibid. — v. ut omnibus).
128) .... In libro . al . omnibus.
f. 37. — (Coli. VI, tit. :, Nov. 78. — Ut lib. de caet. aur. etc. — prin.).
129) .... a. Cod. de . latina liberta . toll. (-').
130) .... a. Cod. de . delitia . liber . toll. (3).
(Ibid. — v. discernentes).
131) .... a. In libro Eog. discernente.
f. 37 r. — (Ibid. — Propterea saneimus. v. licei).
132) .... a. Id est . de numtiare ita . scilicet, ut fìat manumittendus latinus nel deditìtìus.
(Ibid. — Si quis autem libertam).
133) .... a. Supra . de triente . et se.
134) .... a. Infra . " de gradibus eog. " instit.
135) .... a. Supra . de triente et se . Ult.
loti) .... a. Cod. de comparato! . urb . romae . pianile.
(Ibid. — in fine v. indigens auctoritatè).
137) .... Quoniam liberti non solebant facile restituì natalibus . nisi consentìente patrono . et eius filio.
Ut . ff . denaturali (r) resti . Interdum . et 1. Nec . et 1. patrono . al (4).
f. 38. — (Coli. 17. tit. 8. Xov. 79. — Apud gros. opor. etc. — o. eius fiat).
138 In libro . al . ei (interi.).
(Coli. VI, tit. 9, Non. 80. — De quaest. — v. liberaverint).
139) .... a. sese.
f. 38 r. — (Ibid. — Super hoc autem).
140) .... a. Supra . quomodo oportet . e . ador . (5).
141) .... a. Infra . de coli . Super . (5).
f. 39 r. — (Coli. VI, tit. II, No». 82. — De indie, et ut nuli. etc. — Ilio custodiendo
». nostrorum).
1 12) .... a. Scilicet . in regi') eivitate forte constitutorum
(Ibid. — ». deputare [dclegaverint]).
143) .... a. Id est . delegare.
(Ibid. — v. causas).
1 1 1 .... a. Scilicet . forsan apnd se iam agitatas . Ut . Supra . Ut defunctis . seu . lun . eorum . UH.
et in . I.
(a) « quoti facùmt manifesta * in Glo. Accur. ibid.
(/.) » subditis » in tìlo. Aci-ur. ibid.
Ir) « natalibus n in Glo. Accur. v. occasionem.
(1) Simile in Glo. Accur. ibid. senza sigla di Alberico.
(2) Eguale in Glo. Accur. v. exclusimus; senza sigla di Alberico.
(3) Eguale in Glo. Accur. v. liberavimuss senza Bigia di Alberico.
(4) Eguale in Glo. Accur. v. occasione»),; senza sigla di Alborico.
(5) Vedi Glo. Accur. v. cinr/ulum; senza sigla di Alberico.
— 219 —
(Ibid. — Nullo quoque).
145) .... Appellationes apedaneis inter duoa tantum menses intimandis(as) adquos appellantnr. a.
146) .... a. Cod. de pedaneis . I(udicibua). 1. III.
147) .... a. Cod. de temporibus appell. Tempora fatai.
148) .... a. Cod. de magia trat. con. 1. peault.
1 19) .... a. ff. ad municip. 1. Imperator.
150) .... a. Infra . de coli. Iubemua . adhoc.
(Ibid. — v. curabunt).
151) .... Resarciri (')•
f. 40. — (Ibid. — in fine).
152) .... a. Infra in medio litis . non . sacras.
(Coli. VI, tit. 12, Xor. 83. — Ut cler. ap. episc. — prin. v. propter causaé).
153) .... a. forte aceionis iiiiiirianim que intenditur . ex leg r . in qua episcopua iudes(x) esse
prohibetur quia sobrinu.s . prior uè sobrinus vel cognatus est actori.
I Ibid. — v. propter quondam).
154) .... a. forte piante episcopatum eius lites(is?) aduocatua fuerit . Ut . ff. «le iuris . dict . o(mn.)
I(ud.) . pretor . et Cod. depostulando . quisquis . al.
f. 40 r. — Coli. VI, tit. 13, Nov. 84. — De aonsang. — ». legitimis).
155) .... Quoniam uterini fratres uocantur cura conaanguineis fratribus ad successionem premortili
fratris. Ut . Cod. de legi . ber . Al. (2).
(Ibid. — v. aliqui).
156) .... In libro rog. aliquid.
f. 41 r. (Coli. VI, tit. IT, Nov. 88. — De depo.).
157) .... a. Supra . de mandat . prin.
f. 42. (Coli. VII, tit. 1, Nov. 80. — Quib. mod. natur. etc. — Si quisigitur fuerit)
158) .... a. Infra eod. (tit). Siuero.
159) .... a. Cod. de episcopis . nulli.
160) .... a. ff. de censibus . forma.
f. 42 r. (Ibid. — Si quii autem legitimos).
161) .... a. Sapra . de trihente . et se.
(Ibid. — De naturalibua itaque).
162) .... a. Cod . t(it.) . e(od.) . «lini .
f. 43. (Ibid. — Generali ter autem in ).
163) .... a. Cod . de testamentaria . man. 1. Ult.
f. 43. r. — (Ibid. — Si vero effusa. Si quis igitur habens).
164) .... a. ff. deagno . liberis . Siquis .
165) .... a. ff. Cod . eod . t. (it).
f. 44. (Ibid. in fine).
166) .... a. Cod. de eonfir. t. 1. Ult. (3).
167) .... dictum est supra qualiter naturales filii efficiuntur legittimi . quoti quandoque solet negari .
scilicet eos factos esse legittimos . hoc autem testibus intenlum probari solet . Inde sumpta
ce isione . generaliter detestibus . ponit . Vel aliter . dictum est defide . et cautela instrumen-
torum publica(o)rum . uel priuat(o)rum . quo speciea probationis sunt . Nino colligitur . simi-
liter detestibus . qui et ipsi species probationis sunt adnectit . Al .
(Coli. VII, tit. 5, Nov. 90. — De test . — v ■ iìirenimus .).
168) .... moris erat ut testatores litterarum ignari . uel scribere prepediti . salti(e)m marni propria
uenerabile signum proponere(nt) . ut conici potest deiure deliberargli . in . Cod. 1. ult. Al. Ci.
(1) Simile in Glo. Accur. v. curare: senza sigla di Alberico.
(2) Eguale in Già. Accnx. iòidi senza sigla di Alberico.
[3l Vedi Glo. Aconr. v. qmbttsdam constiiutioìàbus: senza sigla di Alberico.
(4) Quasi eguale in Glo. Accnr. v. venerabile: senza sigla di Alberico.
— 220 —
(Ibid. — Sancimus miteni . v. derogatione).
100) .... Exceptìone que opponitur testìbus . ut eomm fidei derogetiir . Nani quidam repelluntur ate-
stimonio iudicis oilitio . quidam exceptìone opposita . Al.
(Ibid. — v. militiae).
170) .... Quidam dicunt istud . aut . prò . et . accipiendum . et testerà ni.si hec omnia ineo adsint re-
raovendum . argumentum sumentes exabutroque . Alii antera ex disiunctivo modo accipinnt .
et exutroque . id est . si non testimonium proutraque parte ferat accipii . Al.
(Ibid. — Et licci dudum . v. mani festam).
171) .... Alio modo . uelutì siper famam consentìentem . nani et consentiens fama confirmat fidem rei
dequa agitur . et sinon interfuerunt solutioni . uel confessioni creditoris . dicentìs pecuniali!
sibi fuisse solutam . uel causam testes . facere manifestato, cum eorum uita ostenditur incul-
pabilis . et moderata . quod fi(eri?) debet Side ea dubitetur . Ut . supra . Cod. t(it.) . et ff. de
questionibus . deminore . etale . Al. (').
f. 44 r. — (Ibid. — v. deposuit ? ).
172) .... a. Id est . qui (a) mercede accepta auero debitore . confessus est impresentia testium et ta-
bularii . se debere . dicendo se ticium . (//) cum esset gaius (e) decessit . ticius nero . (</) exa-
ctus est debitum . (e) quasi ase confessimi . id est . (/') inconfessione dednetum . quod abalin
quodam . id . est . agaio inconfessione deduetum fuerat (2).
(Ibid. — Quia vero multi, v. maxime).
173) .... Una tantum dilatione adtestes producendos tributa . Nani licet tot testes producanttur .tan-
tum non nisi semel inpecuniariis causis . dilatio est tribuenda.Ut.ff.de t'eri is . 1. Ora-
tionem . et I. ult. Nec illud . perhoc corrigitur . secundum . al.
(Ibid. — Et quoniam scimus).
174) .... a. Infra . de sanctis . e . Siquis episcopus.
(Ibid. — v. propter editionem).
175) .... a. facta prius renuntiatione testium non producendorum . Ut . supra . eod. quia vero (3).
f. 45 r. —(Coli. VII, tit. 3, Nov. 91. — Ut exact. dot. eie — prin. secundae essent).
170) .... a. scilicet . ypothece . (interi.).
f. 46 r. —(Coli. VII. tit. 0. Nov. 07. — De aequal. dot. etc. — Aliud quoque).
177) .... a. Cod. quipotiores . impy . habeantur . 1. Ult.
178) .... Infra depriuile . do . her . manichii (mulieribus) . uel . Nonprestando(is) (4).
f. 47. — (Ibid. — Ilis consequens est).
179) .... a. Infra . t . de cessione honorum.
180) .... a. Cod. qui potiores inpi . 1. Iicet.
181) .... a. ff. qui potiores inpi . 1 . Inter dum . et 1. hii.
182) .... a. Supra . eod. Quia.
(Ibid. — v. priores).
18?>) .... a. Id est . pociores).
(Ibid. — Hic consequens . Quia vero et huiusmodi).
184) .... a. Supra . exiben . et hit . reis.
185) .... a. (.'oli. qui poti . inpy.l. Ult.
((/) « aliqiiis * in Glo. Accur. v. deposuit.
(//) « rerum deiìtorum » aggiunge la Glo. Accur. v. deposuit.
l'I « et iste n aggiunge la Glo. Accur. v. deposuit.
\d) * verus debitor v Glo. Accur. v. deposuit.
(e) " debitum « omette la Glo. Accur. v. deposuit, e aggiunge » quia eritatis *.
(/ 1 Invece di « id est r> la Glo. Accorr, v. deposuit ha - e' n.
(1J Eguale in parte in Glo . Accur . v. causam : sonza sigla di Alberico.
iji Eguale in Glo. Accur. v. deposuit: vi e la sigla di Alberico.
(8) N'di Glo. Accur. ibid: senza ^i^ìa di Alberici'.
(4) Vedi (ilo. Accur. \ : senza sigla di Alberico.
— 221 —
f, .17 ,-. _ {Ibid. — Tllui quoque . v. dotem |.
186) .... Scilicet . paruam . al .
{Coli. VII. tìt. il. Nov. <■)',)■ — De duob. seis promit. — prin.).
187) .... a. Cod. de fideius ius etmanda.
(Coli Vili, tìt. 1, Nov. 100. — De temp. non sol. pec. - prin.).
188) .... a. 'Cod. denon mini'' . pe . Incontractibus (')•
1'. 18. - {Ibid. — Si ergo annis.v. vel).
189) .... a. prò id est . [interi).
{Ibid. — in fine).
190) .... a. Cod. ne des tata dettine . post .V. quen . Simater.
191) .... a. Cod. denuptiis . Sancimus.
[Ibid. — v. coniuncta ).
192) .... a. Scilicet . marito maiori .nel minori (2).
{Ibid. — v. et decimo).
193) .... a. Id est . per . XIIII . annos.
{Ibid. — ». aetate).
194) .... a. Scilicet . sua et non fratris . cui successerat . et (a) e..s(ex cuius?) persona iudicio dedote
conueniebatur . scripserat eniin pater se dotem accepisse.
195) .... a. Cod. dedote cauta non . I. Ult.
f. 48 r. — {Coli. VII, Ut. 5, Nov. 93. - De appellai v. ex conscripto).
196) .... madxime . sec . Al. {interi.)
f. 49 r. — {Coli Vili tìt. 8, Nov. 107. — De test, imper. etc. — Nos igitur . v. primum).
197) .... Id est . dispositiones . a.
{Ibid. — v. sub eius subscriptione).
198) .... Id est . scripturam . a.
{Ibid. — v. dispositi onemì).
199) .... Etultimam uoluntatem . al (3).
f. 50. {Coli. Vili, tìt. 9, Nov. 10S. — De rest. — v. occasiones).
200) .... al. Scilicet . legum condendarum . a.
f. 51. — {Coli Vili, tìt. 13. Nov. 112. — De litig. etc. — Ad e.ccliulenclas v. decimam).
201) .... Forte tertia (4) nec excedat triginta et sex aureos . Ut . Supra . de excut. incoll. VII . Vel ali-
ter prestabit decimam partem quantitatis comprehense inlibello . licet excaedat triginta et
sex aureos . ethoc cumlis contestata est . lite enim noncontestata . cautio nondebet excedere-
quantitatem triginta et sex aureorum . Ut Supra . de executoribus . Al . (4).
{Ibid. — v. partem).
202) .... Sitamen reus amplius seexpendisse iurauerit . Indice prius taxante . et hoc. recipiat . Ut Supra .
de exhi . et . intro . reis . Quia vero . Al.
f. 51 r. — {Ibid. — Omnem vero . Si vero apitd iudicem).
203) .... Innovata hic quoddicitur . Ut Supra . de exhiben . et intro . reis . Sincro . A.
f. 54. — {Coli. Vili, tit. 16, Nov. 115. — Ut cum de appell. corjno . etc. — in fine).
204) .... a. Infra . inst . de accionibus . deconsti.
f. 55. {Coli Vili, tit. 18, Noe. 117. — Ut liceat mot. et an. etc. — Ilio indubitanter).
205) .... a. hoc innouat . Supra . de nup . Sicitaque .
{Ibid. — Quia vero plurimas).
206) .... a. Infra . utnulli indie . liceat.
(<() Qui il testo contiene varie correzioni che lo rendono intelligibile per lo spazio di aldine lettere.
{l'i « decima „ in Glo. Accur. ibid.
(1) Eguale in Glo. Accur. v. sancita: senza sigla di Alberico.
(■1) Eguale in Glo. Accur. v. contra matrem: senza sigla di Alberico,
(t!) Simile in Glo. Accur. ibid.: ivi è attribuita al » liber R(ogerii) n.
|4I Vedi Glo. Accur. ibid: senza sigla di Alberico.
— 222 —
f. 55 r. — (Ibid. — Si autem filios non habuerit ex eodem).
207) .... a. Infra utnulli indie . Quiavero . contea.
208) .... a. Infra . de sanctis . e . Siuero.
f_ 56 r. — Coli. IX, tit. Nov. 118. — De ber. ab . int. ven.ete. — Ex bis autem . v.
tutelae).
209) .... id est . honus . a.
f. 57 r. — Coli. IX, tit. 3, Nov. 120. — De alien, et empii, etc. — rulr. v. locis).
210) .... Scilieet . religiosi» . a.
{Ilici. — Sancimus igitur . Si vero quaedam sunt).
211) .... a. Cod. de sacro . sanctis . ec. hoc innouatur (').
212) .... a. Supra . de . non . al . ant permut. siquis autem (2).
213) .... Infra . cod. t(it.) quecumque.
(Ibid. — r. in tertia parte).
214) .... Li est. tertia pars pensionimi que exhabitationibus adhuc stantibus colligebatur . prestetur
nomine pensionis abinitio emphiteoseos . due nero partes pensionum remittantur . et hoc per-
penditur . exhis . scilieet . ut enphiteosis procedat . intertiam partem pensionum . scilieet .
remittendam . id est . tertia pars pensionum que colligebatur durantibus edifìciis remittatur .
duo vero prestentur . et hoc secundum la . a . (3).
(Ibid. — v. ex adiectis).
215) .... ili est . sieius refectione aliquid adatur antique pensioni . eius quod additum est . medietas
prestetur uenabili (venerabili) domui . alia medietas ei remittatur . qui inenphiteusin accepit .
integra uero antiqua pensio ei prestetur . a.
f. 58 r. — (Ibid. — Hoc vero iubemus. Ea vero quae).
210) .... a. Supra . de . non . al . aut permu . Quiavero.
a. Cod. de . sacro . san . ecc. Sancimus.
(Ibid. — Si vero quis).
a. Supra . de . non .al., aut permut. Scire.
(Ibid. — Sanctissimas vero ecclesias).
a. Cod. dereb . alienis . non alien . 1. Ult.
a. Infra . de ecclesia . ti . Siautem armale . — Infra . Cod. de sacro . s. ec. iubemus.
f. 60. — (Coli. IX, tit. 14, Nov. 131. — De eccle. tit. — prin.).
a. Supra. Ut romana ecclesia . cent . ann . habeat . pre. (4),
(Ibid. — Si quis in nomine).
a. Cod. de episcopis . Siquis ad.
f. 60 r. — (Ibid. — Si autem haeres. v. vacante).
quod (a) forte locumhabet . eum heres que adpias causas relictasunt ab initio sponte adim-
plere noluit . sienim sponte testatori.» aoluntati abinitio paruisset falcidiam habere posset.
Ut ff. ad 1. fai. 1. 1. adeos. a. p).
224) .... a. ff. decon. et demon. Sicui.
(Ibid. — Interdicimus autem. Si quis autem episcopus).
225) .... a. Cod. de episc. et cler. Siquis presbiter.
220) .... a. Cod. de saems. eci'le. (.ienerali.
f. 61 r. — (Coli. IX, tit. 11, Nov. 128. - De collat. — prin. Et in hoc. v. mitti).
227) .... a. Scilieet oporteat.
I i 7 tilt * in G'.o. Accur. v. Falcìdia.
217)
218)
219)
220)
221)
222)
223)
(1) Vedi Olo. Accur. Si vero aliqms. v. domorum; sen2a sigla 'li Alberico.
(2) Vncii Glo. Accur. ibid.: senza sigla 'li Alberico.
(:[) Vedi Glo. Accur. ibid: senza sigla di Alberico.
(4) Eguale in Glo. Accur. v. sacerdotum: senza sigla di Alberico.
(5) Eguale in Glo. Accur. v. Falcidia: è attribuita ivi questa glossa a Rogerio, e ad Alberico.
— 223 —
[Ibid. - 's'<« autem aliquando).
228) .... a. Cod. d ini agro de serto 1. 1. q.ui utilia.qui fundos . quiperpo.
(Ibid. — v. enlhecis).
229) .... M esl . penu . seri suppellectile . a.
(Ibid. — Eos autem).
230) .... a. -Cod . de . episcopali . au . Jubemus (').
f. 62.
231) .... a. ff. de . decret . abordi . faeien . quod p).
232) .... a. ff. de numeri . et hone . Ut gradatila (2).
f. 64 r. — (Coli. IX, tit. 6, Noi). 123. — De sanctis ep. — prin.).
233) .... a. Supra.de eccle . ti . Interdicimus.
(Ibid. — Alium autem fieri).
234) ... a. Cod . de . excusatio . Volontarie . 1 . 1 . contea . et 1. II, et 1. III.
235) .... a. Cod. de quisponte munera.p. 1. II. III.
236) .... a. Supra de heredib. et fale. contea.
f. 65. — (Ibid. — Omnibus autem).
237) .... a. Infra . de . cr . ca . II . Q . I . e . nemo . ep.
238) .... a. Infra . cr . ca . XI . Q . Ili . Si ep . for.
239) .... a. Infra, decr. di XXXVI . e . nonliceat.
240) .... a. Supra . eod . Ininitìo.
211) .... a. Supra . eod . Ininitìo . t.
212) .... Supra.de monachis . Siquisant.
243) .... a. Infra . eod . contea . Siraonachus.
f. 65 r. — (Ibid. Si quis oratorii. v. regulari).
211) .... LI est . ecclesiastico . a.
(Ibid. — Si quis vero sanctissimorum).
245) .... a. Supra . de manda . princi.
246) .... Infra . decr. . II . ca . Q . V . cap. Siquis putaverit.
f. 66. — (Ibid. — Si quis episcopus).
217) .... a. ff. (lo indie. Ut semel.
248) .... a. Supra.de testibus . Quum etìam.
219) .... a. Supra . Ut . differe . I . infi . t . et inp . col.
f. 66 r. — (Si qua mulier).
250) .... a. ff. de coli. 1. II. portio . re.
251) .... a. Supra . ut . nulli . Iud. liceat . lociseraut . contea.
f. 67. — (Ibid. — Si monachus reliquerit).
252) .... a. Supra . de monachis . Sivero . Siquis autem.
(Ibid. — Si quis rapuerit).
253) .... a. Supra . quo . opor . contea.
254) .... a. Supra . Ut . nulli . indi . Sivero.
255) .... a. Supra.de eccle . ti . Siquis autem.
256) .... a. Supra . Ut . cum de . appell . co . Siquisdep.
(Coli. IX, tit. 41, Noi\ 159. — De rest. fideicom. — rubi: v. nomine).
257) .... a. Cod . de Ver . si . Suggestioni.
f. 67 r. — (Ibid. — Si enim et ipsi filios).
258) .... a. ff. de legat . I . Siffliusf. Cum erit.
f. 68. — (Coli. IX, tit. 17, Noo. 13 4. Ut nulli iud. etc. — prin.).
259) .... Supra . de coli . adhec . et . prohibemus.
260) .... a. Supra . demandat . princi . Uhul.
(1) Eguale in Glo. Accur. v. exiyere eos: senza sigla di Alberico.
(2) Eguale in parte in Glo. Accur. v. denominane eos: senza sigla di Alberico.
224
261) .... a. Supra . de coli . adheo . et . Iubemus.
262) .... a.- Cod . de curiosis . 1 . 1.
f. 68 r. — (Ibid. — Quoniam vero contingit).
263) .... a. Supra . Ut nonfiant pignorationes (').
264) .... a. Supra . deman . prin . Ulud . oportet (2).
(Ibid. — v. contro).
265) .... facta dico . a.
{Ibid. — Si vero quis).
266) .... a. ff. depenis . absentem.
267) .... a. Cod. derequir . reis . 1 . Ult.
268) .... a. Cod. deaccusat . 1 . absentem.
269) .... a. Supra . Ut omnès obe . Indi . II.
(Ibid. — v. suo periculo).
270) .... Id est . eius . quisuscepit publicas litteras. Vel eius quimandavit. Ut . Infra . novell . t (it.) e
(od.), a . (3).
(Ibid. — Et hoc vero iubemus . v. accipiat).
271) .... Scilicet . iussionem nostrani . Al . (4).
272) .... a. Supra . demandat . prin . deinde.
273) .... a. ff . ad veli . seri . con . Siproaliquo.
f. 69. — (Ibid. — Necessarium vero.)
274) .... a. Supra . de litigiosis . adexclu.
275) .... a. ff . de . custo . reor . diuus.
276) .... a. Supra ut liceat raatri et auie, quiavero (5).
(Ibid. — Si quando vero. v. si dotalia).
277) .... Id est . sidos data non fuerit. Al.
(Ibid. — Quia vero aliqui. v. legem).
278) .... a. Supra . ut liceat inatri. quia.
279) .... a. Supra. ut liceat matri etauie. Quiavero.
280) .... a. Cod. deincestis nuptiis. Siquis.
281) .... a. Infra . derap. mul. que nu.
(Ibid. — Si quis vero accusatus).
282) .... a. Cod. ad. 1. iul. deadult. Siquis (6).
283) .... a. Infra . de sanctis . e Siquis rapii.
284) .... a. Supra . Ut liceat ma . et a . quiauero (6).
285) .... a.' Supra . de eccle . ti . Siquis in sua do.
(Ibid. — Quia vero nos).
286) .... a. Supra . demandat . prin . Coges . coli. III.
287) .... a. Cod. defugitivis . Sifugitivi.
f. 69 r. — (Ibid. — in fine).
288) .... a. ff. depenis . 1 . Capitalium.
289) .... a. Cod. ad . 1 . iul . maie . (7).
(Coli. VI tit. 15, Nov. 86. — Ut diffe. ind. etc. — prin.).
290) .... a. Infra . de sanctis epi. Siuero.
291) .... a. Supra . de exhiben . et intro . contea.
ih Villi filo. Aerar, v. coinprekexdere: senza sigla di Alberico.
l-'l Vedi < ilo. Aerar, v. hominilus: Bensa sigla ili Alberico.
(!) Qui il Glossatore evidentemente si riferisce ad un passo dell'Epitome di Giuliano; ma non siamo riasciti a ice
prime il luogo, causa forse l'erroneità dell'indicazione data dall'inesperto amanuense.
(I) Eguale in Glo. Accur. ibid: colla sigla Al.
(5) Vedi Glo. Aecur. Si quando v. lege: senza sigla di Alberico
(6) Eguale in Giù. Aecur. v. turpiter conversalus ; senza sigla di Alberico.
17) Vidi l'i" Ai'iur. %•. /-'/■-; senza sigla di Alberico,
— 225 —
292) .... ii. il', dcrecept. Sed si. contea.
(Ibid. — v. dissolvant).
293) .... Scilicet . sine scriptnra . Al.
294) .... a. Cod. de indie, placnit.
[Ibid. — Si quis vero existimans).
295) .... a. Snpra . utìudices sinequoquo soffira.
296) ... ii. ff. de iniuriis . Necmagisteat.
297) .... a. ff. de iuius uoc. 1. II.
f. 71 r. — (Coli. IT, tit. 8, Nov. 125. — Ut iudic. non. expect. ctc).
298) .... a. Supra . iusiur. quod praestatur abhis.
299) .... a. ff. de . re . iudi . duo . et 1. Inter.
300) .... a. Cod. quando . prouo . non est necesse . 1. ITU.
Glosse del Piacentino
f. 11. — (Coli. Il, tit. 2, Nov. 8. — Ut iud. sine quo.suf. — in fine).
1 Infra, hec constitutio . interp . prior . corat . dehis quiingred. p.
f. 12 r. — (Coli. II. tit. 5, Nov. 10. — De referen. sac. pai. — in fine).
2) .... ff. deuerb . obli . Continuus . Cumquis . p.
f. 19 r. — (Coli. IV, tit. 1, Nov. 22. — De uupt. — prin.).
3) .... Infra . instit . ad . 1 . Inprin . p.
(Ibid. — Distrahuntur itaque . in fine).
4) .... p. Post trihennhvm cohire non poterit.
f. 21. — (Ibid. — Si quis enim ex eis).
5) .... ff. de bonis . lib . communium . p.
(Ibid. — Primae si quidern nuptiae).
6) .... ff. exquibus . caus . Infra . Uxores . p.
f. 21 r. — (Ibid. — Si vero expectet).
7) .... p. (a) piena uiri etmulieris nonseruata affeetum priorùm liberoium.
f. 22. — (Ibid. — Optime vero nobis).
8) .... Infra . curo de . appell . cogno . p. Siue igitur . p.
9) .... Infra . decret . XXVII . Quifinera . p.
1 0) .... Infra . decret . LX . di . Siquis par . p.
11) .... Infra . decret . di . L. domino facto . p.
(Ibid. — Et hoc decernens).
12) .... Cod. desecundis nuptiis . 1 . penult . p.
f. 31 r. — (Coli V, tit. 15, Nov. 60. — Ut def. seu fan. etc. — prin.).
13) .... Cod. de episcopis . et clericis . presbiteri . p.
14) .... Infra . dee . 1 . di . Quiasanetitas . p.
(Ibid. — illum etiam recte).
15) .... Cod. depaganis . Ult. p.
(Coli. V, tit. 16, Nov. 61. — Ut immob. ante nupt. — prin.).
16) .... p. Permissa est.etin rem accio mulieri protali donatione.
f. 42 r. — (Coli. VII, tit. 1, Nov. 89. — Quib. rnod. natii, etc. — Et quoniam varie).
17) .... ff. siomissa . causa . test . etsinontotam.
f. 44 r. — (Coli. VII, tit. 2, Nov. 90. — De test. — Et quoniam scimus).
18) .... p. Cod. de . rebus . creditis . 1 . penult.
f. 48. — (Coli. Vili, tit. 1, Nov. 100. — De temp. non sol. pec. etc).
19) .... Inhoc autein triasunt specialia . primum quod exceptio non numerate dotis tollitur minori
tempore quam sit biennium . puta siperraensem duraverit matrimonium . exinde enim currit
(a) Le prime parole di questo seolio per causa <\i abrasione sono rese illegibili.
Ci \^f di scienze M'irai i ecc. — Memorie Ser. K Voi. II. Parte 1".
— 220 —
unus . secundum quod ultra biennium durat exceptio . puta sipost biennium soluatur matri-
raoniiun ; tertìum quod hoc graduili tempus minori nec seruatur ipso iure illesus. aliter cnim
nonrestitueretur . recuudura . P.
f. 54. — (Coli. Vili, tit. 16, Nov. Ilo. — Ut cum de appell. cagno . etc. — Ilaec autem
disposuimus).
20) .... piac. Cod. de prescri . XXX . annoi- . sicut . cum.
21) .... piac. Cod. de anna . eicep . 1 . penult.
22) .... piac. Cod. de iur . deliber . Scimus. donec.
23) .... piac. ff. quando accio . depecu . ami . 1 . II.
21) .... piac. ff. deeollus . deteg. 1 . II (').
f. 50. — (Coli. IX, tit. 7, Nov. 134. — Ut litig. "ir. in etc. — prin.).
25) .... Istmi . ar . contra eos qui dicunt quodactor debet carere . contea eos quidieunt . quod actor
debet cadere . a . causa . ut Cod. de iur. propter . n . (propter . calunni?) . L . II . Quod siactor .
ipso iure . quod nonplacet. P.
f. 66 r. — (Coli. IX, tit. 6, Nov. 123. — De sanctis . ep . etc. — Iubemus igitur . v. ar-
chimandritam).
26) .... Mandros . grece . latine . auriga . inde abbas . dicitur mandra . quiaregit monachos . archiman-
drita non dicitur quianonsolum monachos . sed etalios regit abbates . ut potè princeps . P.
f. 68. — (Coli. IX, tit. IT, Nov. 131. — Ut nulli imi etc. — prin.).
27) .... Plura capitala perse spectanda.
f. 71 r. — (Coli. IX, tit. 25, Nov. 143. — De rap. inni, eie.)
28) ... Infra . decret . XXII . Siquis ep. p.
29) ... Cod. de nupt. Et si. contra. p.
Glosse di Giovanni Bassiano.
f. 51 r. — (Coli. Vili, tit. 13, Nov. 1/2.— De litig. et de dee. etc. Omnem vero. v. et
.si hoc minime fecerit).
1) .... hic queritur . ntrum exnecessitate debeant istatria edicta proponi . dicunt quidam quod sic.
aliter enim sententiam forre nonpoterit . LU . sed Iob. dicit quod non . Immo nonpoterit . ubieius
appareat contumatia etiatn uno . e(dicto?) . proposito . poterit . ferre sententiam . hoc . enim .
scilicet.ut tribus . e(dictis?) . absens uocetar inductum est . ut sipostea nonuenerit . eius ap-
pareat ■ • oiitum atia . Ut . ff. de re iudic. 1. contumatia . ubiergo hoc certuni est . non oportet
amplius procedere . nani in iiicertis . non incertis . locus est coniuncturis. Ut supra . IIII
coli. VI . (8). contra . derestitutionibus . et eaque . pa. Ult. et ff. de . Ver. Obi. contimius . Item .
secundum . Iob.
f. 7i r, _ (Coli. IX, tit. 8, Nov. 125. — Ut iud. non exp. etc. — v. mudare).
2) .... .Supra . ut . nulli . iud. hoc nero in. Sed hic intelligas . cumliqueat ei decausa . cum nero du-
bitili . adire principerà . secundum . Io. b.
Glosse del Pillio
f. 16 r. — (Coli. Ili, tit. 4, Nov. 17. — De mand. prin. — Neque occasione).
1) .... Infra . scenicas . nonsolum . fideins . non prest pi.
f. 22. — (Coli. IV, tit. 1, Nov. 22. — De nupt. — Quia vero lucra).
21 .... Cod. de secundis nuptiis . Quum . p. ult. pi.
3) .... Infra . nequeuir . quod . ex dote.niud. pi.
1 1 1 Vedi Glo, V'' un. v. . ■■!'.' ■' igla de] Piacontino.
(2) Questa citazione è importante perchè m riferisce alla Nov. 75, la a.uale dal Savigny (B
Novellextexles - i» Zeitschrift f. gesch. Recltswiss. p. II) è collocata fra le non glos ate. In I i i lai e n ni la
i.ilt.r... il Landsberg (Ueber d. Entstehmg cler Reyet Q ■ ■ ■ Bonn. I 80, p. 20),
— 227 —
•1) .... Cod. de repudiis . consensu. Siuero . e< 1. Iubemus . pi.
f. 35 r. — (Coli. VI, tit. I. Nov. 72. — Ut Hi qui obi. etc. — Quoniam autem. v. plus est).
5) .... Scilicet , condistinguit . quantum sit ergo corrigit.que ff. de amministrat. tut. 1. Ita autem.
continentui- . pi.
f. 42. — (l'oli. VII, tit. t. Nov. 8'9. — Quìi. mod. nata. eff. etc. — Si quii igitur.
6) .... Villàs etuicus persoluere tributa civitatis . pi.
C. 53. _ (Coli. Vili, tit. 16, Nov. 115. — Cum de appetì, cogno.etc. Alia,/ quoque.
v. se libero tamerì).
7) .... Plusigitui inhoc casu iuris habent . constante luxuria . contraillud supra derestitutione . etea-
que parit . in . XI . in . infine . pi.
f. 69 r. — (Coli. VI, lil- J.'>, Nov. 86. — Ut dijf. iud. audire etc. — Si quii vero
existimans).
8) .... pi. ff. si seruit . pop. act.
9) .... pi. Cod. do euict. siue poss.
Glosse di Cipriano
f. 12 r. — (Coli. II, tit. 7, Nov. 12. — De ine. et nef. nup. = Et hoc quidem).
1) .... Initio ascendentibus usque adtercium graduili primo defertur . ut . Infra . ut nulli iudicum
Ult . descendentibus . et novent istmi . Ut Infra . i . ergo. Cy.
f. 15. — (Coli. Ili, tit. 2, Nov. 15. — De def. cip. — Deinde eosqui).
2) .... Nonergo potest nuberè et possidere . quia et imperii est . et iuris dictionis magistratura im-
perii . ut ff admuni . Ea . Cy.
f. 15 r. — (Coli. Ili, tit. 3, Nov. 16. — De men. orci. elee).
3) .... Species constitutionum . quibus quimittitur . adprouinciam regendam . monetar (a) quidest (b)
eum oporteat agore . et aquibus abstinere . ut . Infra . depretorie pysidic . infine . e costit. Cy. (')•
4) .... I . de inscriptionibus secundum quem modum rogant (regant) administrationem . ut . Infra do
pretorie pysidic . Infine . C . Cy. (2).
f. 19 r. — (Coli. IV, tit. 1. Nov. 22. — De nupt. — Nuptias itaque . ». augmento).
5) .... Preter quam inter eos quimaximis dignitatibus sunt decorati . Ut . Infra . ut liceat raatri et
auiae . Quia uero dudum . Cy.
f. 20. — (Ibicl. -- v. . . ).
6) .... Scilicet. si dehis qui cum eis manumissisunt nullus exisse non potuisset aut quoniam ot ipsi
liberti essent doside detrudentur itaque filii post manumissionoin. Nani inservitutem licet
ingenui sintnati. Cy.
f. 20 r. — (Ibicl. — Sic. itaque matrimonia).
7) .... Quiavero comgit ipsa por illam. Ut fratris filii. Ult. Cy.
f. 27 r. — (Coli. V, tit. 3, Nov. 48. — De iureiur. a mor. etc. — Sancimus igitur v.
mensuram ?).
8) .... Quod hic demensura idem est et sisine ullo iure iurando exstimauit quanti emptum smini.
Ut . ff . delegatis . II . Cum pater . pater quifilio . arg . contra . est . Ut . ff . «le legat . II . lege .
Titia . Gaius . et 1. Ult . II - Cy.
(Ibid. — v. simili o).
11 1 ... Certuni (Ceterum). cessante agone . et laboriosam (a) quisitione . siqnid contractus ajmd here-
deni invernatili- . abillo reetissime partialiter prestatili- . Cy . (e).
(<■) » moiieretur » Ediz. Savigny (Storta del D. R. nel Medioevo v. Ili, r. -MS ; dal ras. Pirig. 4420).
(li) " est r, omette Savigny (op. cit. v. Ili, p. 448; dal ins. Parig. 4420).
(e) Questa glossa può correggersi con quella eguale che si trova poco più sotto, e che ne è una ripetizione.
(1) Questa citazione * Infra de pretore pusìdìe » si riferisce alla Nov. 24 che è fra quelle non glossate, ma sempli-
cemente citate nel Medioevo (Savigny, Beytrag sur Gesclrìchlc dei- Lateìnischen NuceilenlexU's - in Zeitschrift fur gesch. Rechts-
wiss, parto II, p. 105). Questa glossa è edita dal Savigny (Storia del D. II. nel Medioevo, v. Ili, p. 44S).
(2) Aneli.1 questa glossa cita la non glossata Nov 24 (Savigny, Storia nel D. II. nel Medioevo, v. Ili, p. 448).
— 228 —
(Ibìd. — v. quaerere).
10) .... Nondefunctum et searguant deperiurio . curo enim est idem et defunctus et heres .Ut . Supra .
e (od. tit.) Cy. (a).
11) .... Ceterum cessante agone . et laboriosa inquisitione siquid subtractum apud coheredem inue-
niatur . abalio rectissime partialiter prestatur. Cy.
12) .... Nec defunctum sed ipsos arguant deperiurio est . cuna idem defunctus . et heres . Ut . e
(od. tit.). Cy.
f. 29. — (Coli. V, tit. 8, Nov. 53. — De exliib.et in.reis etc. — v.pronihilo).
13) .... hoc verum proincommodo intelligentes quidam interpretantur curo, liane observationem factain
contestationem noninterriunpere . Ego autem contra quiaquod lue dicitur pronichilo esse quod
adhoe dicitur utpertalem litis contestationem non impediantui iudicem refutare . Antiquitas
ceterum sicut insuperiori paragrapho . Illud significatur post litis contestationem nonpoteral
refutari potest mine presidibus obitiatur prescriptio nonpotes't . Ut . Cod. depre . XXX . an .
Manifeste exprimitur rnteromptam prescriptionem sipostulatio iniudieium fuerit deducta con-
uentio . 1. Sicum iurem hec autem omnia colligere potest exuerbis eiusdem constitutionis ei
cui consonat . Inde dicens expostulatione deposita et per excurem (executorem?) insecuta
conuentione interrumpi prescriptionem et hodie apud consulem . Ut . ff . dedilat . 1 . 1. Cy.
f. 31. — (Coli. V, tit. 15, Nov. 60. — Ut de}, seu fan. etc. — princ).
11) .... Siuero neque intulit iuiuriam inutiliter nec eo mortuo exequos prohibuit licet uertentes
afunere tenuit . uel aliter illos molestiis exercuerit . noncadit abaccione nonpatitur has penas . si
post Villi dies suas permittitur acciones exercere . ut . Infra . cumdeap . co . Meminiraus. Cy.
f. 31 r. — (Ihid. — pria.).
15) .... Quisunt inconstantinopolitana civitate . Infra . novell . (>) cum innuitur . loqui de aliis . t . (vel?)
decreditoribus quimorientibus debitoribus suis imminent . cap . II . de aliis enim qui nonsunt
inciuitate de auclientibus causis exprincipis iussione faciunt . Infra . e (od. tit.). alios . Cy . Ar.
quod maioripositus dignitate magis puniatur fidelinquat . Ut liic similiter . Ut . ar . contra .
Ut Cod. depag. 1. Ult. p.
f. 32. — (Coli. V, tit. 16, Nov. (il. — Ut immob. ante niipt. etc. in fine).
1G) .... prò hoc dicit . quiarepetit sanctita (sancita?) dedote que dicebant ex frequenti consensi! . non
ledebatur et simulici- consensit . tamen non ledebatur. Set ego credo quod ex vero consensu
dicetur hic ledendam . in . dote sicut in propter nuptias donationibus. Cy.
f. 33 r. — (Coli. V, tit. 24. Nov. 69. — Ut omnes obed. iud. — Si igitur faerint
v. civitatem).
17) .... Et si fuerit contractus ante quam preses sit aditus . remittendus est ad smini presidem . nec
dandum est responsum . Ut . supra . demand . prin . deinde. Cy.
(Ibid. — v. ex privilegio).
18) .... Impetratione prcstita . Ut . Infra . e (od. tit.) . arripiat . secus sine impetratione exeonstitutione
impertìtum . Ut . Cod . Siquando impera . inter pup. Aut forte per liane. Cy.
f. 35. — (Coli. VI, tit. ■'!. Nov. 74. — Quìi . mod . nat . etc. in fine . v. $i quid autem).
19) .... dixit ubimatrimonium sine dotaliura constitutione contrahitur adhibendam sollepoitatem su-
pradictamea . autem nonseruata non erunt filli legitimi set uaturales.it Ime est quoddicit. Cy. (-).
f. 36. — (Coli. VI, tit. 5, Nov. 73. - - De instr. caut. etc. — Sed et si quis. v. sub-
scriptionibus).
20) .... Priuatum non ita sit publieum . uel . Ut . Infra . de equalitate dot . Quiauero . et ff . de proba! .
1. Census . et monu . et Cod. de testibus . Nolumus. Cy.
f. 36 r. — (Ibid. — Si vero moriantur . v. si quidem).
21) .... Post quam sit fìdes scripture . secus si producatur noxuiua preferatur scripture . id est. seri-
jitura adcollationem adducatur. Cy.
[a) Questa glossa poco più sotto è ripetuta con podio modificazioni.
U) luliani, Epitome court. LI].
mile in Giuli ino, !■'> Home, ■ osi LXVII, e. 248 prin.
220 —
fa ,\ vero . ». iti que dudum).
22) .... Inueniat tam ininatit. ipsius peiquem instrumentum conscriptum esl . quam cui mentiu pe-
cuniae . scilicet . si nonabsint Cy.
23) .... U est . aduoeantur instrumenta aliaeiusdeni tabellionis qui hoc compleuit . et alia instrumenta
mquibus idem est es subscripserunt aut etiam ipsi contraentes. Cy.
24) .... Si instrumentorum imperitus litterarum l'acero uoluerit necessarius est . tabularius siinillo .
t(estes) . snnt . set et testes nominus . V . scientes imperitum litterarum . et abeo cogniti . et
postquam imperitus nel sanctam crucem fecerit.uel paucas litteras unus exhisdem . V . testi-
bus proeo subscribidebebant . quod etpresentìbus eis . et imperitu(m). cognoscentìbus omnia
prncesserunt . (a) Cy. (').
f. 37. — (Coli. VI, tit. 7, Nov. 78. — Ut iib. de caet. aur. etc. — prin).
25) .... Olim sicdicebatur . Abi . Aiote ciuem romanum secundum morein quiritum. Cy.
f. 37 r. — (Ibid. — prin. . . . ?).
26) .... hocest operas officiales (officinales?). que enimubi plurimum dicuntur obsequiales . quumenim
consistunt inartissimo . ut ff. de cond. indeb. Si non sors . Libertus . infine. Cy.
f. 38. — (Coli. VI, tit. 9, Nov. 80. — De quaest. — v. unde venerunt).
27) .... Eesultantes contra dominos . et agentes . et proponentes aliquas causascontra eos. Cy.
(Ibid. — v. et egentes eis).
28) .... Quia iuter se litem habent, et ne uenerint ad dominum . ut supplicent ei . et litigent supra
eo . Cy.
(Ibid. — v. quae insta).
20) .... Iudicantes . Cy (interi.).
(Ibid. — v. multi ludo).
30) .... LI est . similitudo (multitudo) rusticorum uener.t adhanc civitatem nolens agere contra do-
minum. Cy.
(Ibid. — v. qui secundum).
31) .... Id est . secundum ordinem collegiorum litigantium quilitigant persindicum. Cy.
(Ibid. — v. sit adueniens).
32) .... sint agricole. Cy. (interi).
f. 33 r. — (Ibid. — Si vero vitae occasione).
33) .... Id est . sidominirusticorum institerint . id est . neglexerint agricolas adeos uenientes . etin-
terse litigantes . cito remittere . aut etiam iudiees cognoscentes inter agricolas . etJominum .
uelinter agricolam et alium , contra quem litìgandum uenit agri(cola) . distulerint inter eos
indicare . tunc questor partes coram se deducat . sine formali prescriptione ('). Cy.
f. 39. — (Coli. VI, tit. 10, Nov. 81. — Const. quae dign. etc. — v. liberare valens).
34) .... Sunt autem hec queliberant acui-ia . patritiatus . consulatus . et quiconsularibus honorantur
codicillis . dignitas magistrimilitum . dignitas prefectorum pretorio . siue sit prefectus orientìs .
siue illirici . uel urbis patronus fisci . dignitas principato agentium inrebus . digni-
tas praeterea eius . quiest factus spectabilis uir prosimi sacri scrinii . et sacrarum epistola-
rum . necnonsacriscrinii libellorum . et sacrarum cognitionum . et dispositionum . hec liberant
lìlium a patria potestate . Ut . Cod. uel de decurion . 1 . ult. Nemine . et monachatus. Cy. (2j.
f. 43 r. — (Coli. VII, tit. 1, Nov. 89. — Quib. mod. nat. eff. etc. — Discreti! igitur.
v. intestatis parentibus).
35) .... Alimentorum autem appellatone et nedum aduictum necessaria . sed et uestiarium et habi-
tationem constat contineri . ut if. dealim . leg. 1. ult. et penult. Cy.
(a) Per le correzioni del testo di questa glossa vedi Giuliano, Epitome const. LXVI, e. 23G.
Il) luliani, Epitome, const. LXVI, e. 236. « Si instrumentum litterarum impeiihis componere maluerit, necessarius erit
tabularius, si in ilio loco tabularti sunt, sed et testes non minus quinque scientes imperitum litterarum, et ab eo cogniti, et
postquam imperitus vel sanctam crucem fecerit, vel paucas litteras, unus exhisdem quinque testibus prò eo subscribat ; omnea
antera quinque testes subscrilwve aebent, quod et presentibus eis e» c.-.giiM-centibU9 imperitum, omnia processerunt ».
IJ) luliani. Epìtome con-t. I.XXV, ■■. -Jso.
— 230 —
f, 44. _ [Coli. VII, lil. 2, Nov. 90. — De test. — Et licei dudum. 0. solutae).
36j .... Sed nec tabulario(rum) presentia sola sufficit . nisi testes rogati quoque subscripserint et ipsa
participalis persona . silitteras sciat suas depositiones . perscripturas . declarauerit. Cy. (a). (').
f. 44 r. — (Ibid. — Ncque igitur ?).
37) .... Quidam etiam fiderà licet forte pauper quiomnibus superioribus preponitur . ut hic dicitur ut
supra . deheredibus . et t'acuita (falc?) . p. buie nobis. Cy.
(Ibid. — Quia vero multi, v. adversantes ?).
38) .... Ex quo adversario conice tuo . inspicere licere attestationes . et ei aiudice dandas . Ut . ei
Infra . e . dicitur . hoc exhoc Cy.
39) .... Lì. est . et bis quideduxit . concludens probationes suas in his quos produxit renuntiauit
productioni testium. Cy. (2).
(Ibid. Et quoniam scimus . v. in pecuniariis quaestionibus).
40) .... hoc in omnibus tara ciuilibus quam ciiminalibus indistincte decreta exigunt . Ut . Indecret.
C. V. Q. H. Kelatum. Cy.
f. 47 r. — (Coli. VII. tit. 9, Nov. 97. — De acquai, dot. in fine).
11) .... Qui sic esset minor restitueretur . et huic collige . exquo possit mulier mouere accionem.de-
dote contra mariti (maritum) . uergenteni . ad . inopiam . sed dig. ex ali» tempore initium ac-
cipiat . Ut . ff . soluto . matrimonio sicut constante. Cy.
42) .... Id est . magne quantitatis sit . et non apatre data , sed abauo . qui non sit stipulata sibi
reddi . Cy.
43) .... Scilicet . simpla . etmagne quantitatis sit . non apatre data . siabalio qui non sit stipulata sibi
reddi. Cy. (3).
f. 48. — (Coli. VIII. tit. 1, Nov. 100. — De temp. non sol. etc. — Si ergo annis. v.
annos a tempore).
44) .... Id est . abetate nubili . ergo sifuerit masculinus . primum quidem etunum solum annum habebit
dequadriennio . infra restitutionem implorabit . eius enimetas nubilis est . XIIII . annorum . et
Infra XII . annorum restituì debet currentem post quartumdecimum habebit unum annum
dequadriennio . Sivero fuerit femina . cumeis . etas nubilis sit annorum . XII. et Infra . XH annos
sit restituenda . post suam etatem nubilem currentes . necusque ad suamlegittimam porrige-
ivtur restitutio.XII.enim .et Xn.faciunt .XXHII.p. Ego antera credo quod iustinianus
dieit hic etatem nubilem . XV . annorum licet pubertas sit masculi . XIHI . et femine . XII .
l"t sic post . XV . annum queri possit . infra . XXVII . annum . et sic habet XII . annos dequa-
driennio . etmulier similiter . utriuscme enim statuit etatem nubilem esse - XV . annorum . licet
eorum pubertas sit inmare XIIII . infemina . XII . cura . dicat novimus eos inillo . submascu-
lino comprensos est . et femininus . quod moris est eius . ( ly.
f. 48 r. — (Coli. VII, tit. 5, Nov. 93. — De appell. prin.).
ir,) .... Si quis appellauerit . etappellatione introducta . apud prefectum pretorio . uel alium quemuis
iudicem compromissarios arbitros elegit . cura aduersario suo non sit exclusus interim ad ap-
pellatorium iudicium . quamuis biennium fuerit transactum . quod si postquam acompromis-
sario recessus . est biennium transierit dicimus priorem calculum finnumesse . et appellato-
riuni iudicem non exe(rce)ri cetera uult iura que deprouocatione proposita sunt insuo robore
il 11 rare . Cy.
f. IH r. — (Coli. VIII, tit. 8. 107. — De test, imper. etc. prin.).
-40) .... Siuelit instituere excertisuntiis . sine non instituere . sed res aliquas legando relinquere . siuelil
(«) he correzioni al testo possono farsi eoli' Epitome di Giuliano noi citila, e della quale è riferito l'eguale lasse della
censi. LXXXIII, e. 324.
(1) Vedi Giuliano, Epitome const. LXXXIII, e. H24. " Sed nec talralarievuin praesentia sola suffioit, ni-; testes quoque
rogati subseripsorint, et ipsa prineipalis persona, si lilteras seiat, suas depositiones per scripluram ileelaravevil -,
(1) Ha qualche analogia con Giuliano, Epitome, const. 1AXX11I, e. 825.
(:ì) Questa glossa non e che la ripetizione della precedei I ioni
- 281 —
instìtuere . sed res aliquas legando relinquerc . siuelit instituere tantum cxcertis uerbis omnes-
tili.is ani qaosdam qui litteras scit.et scribere potest . Et volucrit . ctiam extraneis inhac
ultima uoluntate adaliquid largunur . lice omnia obseruet sollepmnia . dumtamen nulli filio-
rum nuntiis (untiis ?) legitima relinquatur . Cy. (').
(Iòid. — Et si quidem, v. sed rursus).
17) .... Dixi'quod successiuum VII . dirinolle priorem ualere rumpitur prior . sicrursus siuult aliam
fouere.et bac secunda rumpitur . prior dummodo sequens fit perfectum. Cy.
f. 50. — (Coli. Vili, tit. 10, Nov. 109. — De priv. dot. etc. — pi-in.)
18) .... Id est . agendo prodote prefertur eunctis creditoribus inipothecis . prodonatione autem propter
nuptias . quamuis inboais marti (mariti) habeat tacitas sicut prodote . tamen ius comniune
sortietur . eum eunctis ypothecis inbonis mariti precedentibus ut qui prior tempore pntior sit
iure . preter quam si fnerint creditores nauem fabricare procurantes . aut reparare aut donium
edificare . aut ..(«).. m(agrum) . aut aliquid horum . his enim mulier prodonatione propter
nuptias . post ponitur licet prior facta fuerit donatio . et ideo ceperunt prius bonamariti uni-
lieri ypothece supposita . Ut . Cy. (-).
f. 50 r. — (Iòid. v. In donationibus autem propter).
10) .... Id est . agendo prodote prefertur ceteris creditoribus in ypothecis prodonatione autem . propter .
nuptias . donationibus . quamuis inbonis mariti babeat tacitas ypothecas sicut dedote tamen
ius comniune sotientur cum ceteris ypothecis inbonis mariti precedentibus ut quid prior sit
iure propter quam si fuerint creditores nauemfabricare procurantes aut reparare aut domimi
edificare aut agrum emere aut aliquis horum his enim mulier precedens ypothecas prò do-
nationibus . propter . nuptias . post ponitur licet prior fuerit factadonatio et ideo ceperunt bona
mariti mulieri primo esse . ypothece supposita . Ut . Supra . de equalitate . do . his . Cy.
f. 51. — (Coli. Vili, tit. 12, Nov. 111. — ffaec const. inno).
50) .... haec enim perpredicta nonreuocabatur nisitricennali . annalibus enim etbiennalibus . et trieen-
nalibus . et quattuor . et quinque . et deceni et uiginti annorum prescriptionibus nonderoga-
batur . set et contra ecclesiam integre seruabantur . Interior autem . t. (titulus?) decclesiastìcis
titulis solam decem et uiginti . et triginta tollit . ceteris uero ut diximus integris seruatis . Cy.
(Ihid. — v. triennio vim roburque).
51) ... liei' constitutio permittit usucapionem inrebus ecclesiasticis nisi sacre sint . Ut ff.deusucap.
Usucap . quamuis publice pupilli romani. Item ciuitatum nonusueapiantur . Ut eadem lege
deusucap . Unde deterioris conditionis uidetur ecclesia quam piuitas. Cy.
f. 51 r. — (Coli. Vili. tit. 13, Nov. 112. — De litig. — excludendas . et Causas vero
quae).
52) .... Scilicet . nemine eorum abapparitore uocato nisi nec subscriptione huius modi faeiendam nec
fideiussionem aut cautionem istam exponendam immo nec libellum porrigendum esse . existimo
quod falsnm est . libellus enim exnecessitate debet porrigi . Ut Supra . deiudicibus . oportet . Cy.
(Ibid. Omnem vero . v. aliis autem omnibus).
53) .... Nonsolum ordinariis iudiciis quieximperiali iussione iudicant permisimus proponere edicta
licet nonsint ordinarli . Cy.
(Ibid. — v. Si vero).
54) .... Ime usque ubilis contestata erat . modo quidiuris sit ubilis contestata nonerat . etaccionem
deseruit . Cy.
f. 52 r. — (Coli. Vili. tit. 16, Nov. 115. — Ut cum de appetì. — prin.).
55) .... Cum autem dicat eos qui cum ipso filli uenturi erant exereere suas accioues contra prohi-
bentem . delata est ergo hereditas fisco linde ille affectus est dampno . nel dicanius nonesse
(a) Per lo spazio di tre lettere il manoscritto ha, una lacuna, ma il testo facilmente si restituisce mediante il confronto
culla glossa che seguo.
(1) Vedi Giuliano. Epìtome, const. C. e. 361.
i'2) Questa glossa è ripetuta nella seguente: anche il confronto di queste due glosse, che dovrebbero essere eguali, di-
mostra quale fosse la negligenza del copisti, il quale ha deformata rum glossa e l'altra.
— 232 —
delatam fisco hereditatem quia factum fratris non nocet fratti. set forte per preoeptioneni
aliquid erat habiturus . et istius dampnj monuit accionem habebit . Cy.
(Ibid. — Aliud quoque capitulum. v. testamento).
■50) .... Iure perfecto nam inminus perfecto . siue legando siue «istituendo . ei debitam porrectìonem
dederint seruabitur intereos uoluntas minus solempnis . asciente litteras . cum predici» sol-
lempnitate facta . Ut supra . detestamentis . inpri . Cy. uel loquitur hoc enim extraneos intcr
liberos constituit . ceterum si inter solos hereditatem suam disposuerit . siimi filio aliquid
detitulo relinquerat alios instituerit licet intestamento minus perfecto filius tamen nonprorsus
preteritus testamentum nonsubuertet sed aget adsupplementum . Ut . Sup . tit . ilio . et 1 . Ut
liceat . matri . etauie . Inprin . contra.
f. 53. — (Ibid. — v. portionem).
5?) .... Bxtraneis interliberos institutis ; ceterum siinter solos filios hereditatem suam disposuerit;
siue infilio aliquid quoquo titulo reliquerit . alios instituerit ; licet in testamento minus per-
fecto filius non pror(s)us preteritus testamentum non subuertit . sed agit ad supplementum.
Ut S. de testamentis . in p. Cy.
(Ibid. — v. se libero).
58) .... Nonseruo permatrimouium . est enim turpius matrimonium cumseruo contrahere . quippe ina-
trimonium cumuoto perpetuitatis contrahitur . quod nonfaeit stuprimi . siergo permatrimonium
senio iungantur . exhereditari poterit . Cy.
f. 53 r. — (Ibid. — Si quis de praedictis ....).
59) .... B. et p. dicunt tunc liberis imponi neeessitatem instituendi parentes . cumiure communi testan-
tur . Secus similitarri . Ut Cod. demilit. test. Siafratre . ergo (n) contra . Cy. (') moribus etlegibus
est institutum . utrum fìlli sunt eius etatis . ut sibi nonpossuut faeere testamentum ; pareli s
eorum faciant . Ut ff. de pu . sub . 1 . II . Ergo sicut pupillus sitestamentum faeere possunt
compellitur matrem auiam heredes instituere . uel exheredare ; itaet pater debet faciendo ei
inbonis ipsius filii . Ut autem instituat . aut exheredet easdem porsonas quas filius cogeretur .
etsic nonualebit testamentum factum filio inbonis ipsius filii . Nec perirne deficiet testamen-
tum patris . filii enim testamentum sequela est paterni testamenti ; nec sequela sublata fol-
li-tur principale. Nec obloquitur quoduiium est testamentum nec unum patris puta ipsius
proparte rumpitur . Ut if. de inofficioso . testa . papin . Set nec . Sed nec conuerso . Ut . Infra .
instit . de . pu . sub . ar . contra . ff . de inoffi . testa . papin . sed nec. Hec constitutio uitiat so-
lam . institutionem in ipso iure . quod olim fiebat perambages querele. Sicut ergo mater in-
puberis filii testamentum nonex pugnabat perquerelam ; sic nec preteritione matris uel auiae
facta intestatio filii sequelari hodie irritantur secunde tabule . cui respondetur quod dicitm
deinofficcioso testamento . in . ff . 1 . papin . Sed . nec uerum est quod mater nondicebat testa-
mento filii inofficiosum quod abona patris . sed quod abona filii nonuetatur . potest etiam dici-
quod ibiloquitur detestamento mili . needebeat ibi esse cyrographum . Cy.
f. 54. — (Ibid. — lustum autem perspeximus . v. nullam vini).
60) .... Scilicet . (b) statini nullam uimhabent . (e) ergo statini utrum (d) ipso iure . Sienim irritan-
duni esse (e) perquerelam . Ut quidam dicunt . ergo ante sententiam superquerelam (/) latam
uim haberet sicut contractus minoris antequam restituatur efficaciter tenet . Sed lue dicitur
statini nullam uim habere . Ergo statini irritum . Cy (!).
i ..) - ego r, in ediz. Savigny (Storia del D. R. nel Medioevo, v. 3, p. 3871.
(4) " Si » in ediz. Savigny (Storia del D. II. nel Medioevo, v. 3, p. 440).
I ■■) » habet » in ediz. Savigny (op. cit. loc. tit.).
(d) u irritum n in ediz. Savigny (op. cit. loc. cit.).
(e) « esset r in ediz. Savigny (op. cit. loc. cit.).
(f) * querela « in ediz. Savigny (op. cit. loc. cit.).
(1) Kino a questo punto la glossa In odila dal Savigny (Storia dei D. lì. nel '' evo, v. 8, p. 887. Me. P&rig. 442i.
Us. Mon.ic. August. 14)
(2) Quc la ;l>> a è itala già pubblicata i il Savigny (Storia ilei !>■ ffi. 1 1 ' V ■< oevo, v. HI, r- 449, ms. Monac. \"±. 111.
— 28:5 —
{Ibid. — v. legatis videlicet).
61 i .... Quod hicdicitur iure institutionis aliquid relinquendum hoc uerum est uttestamentum facil
extraneum interfilios heredem instituit . Siautem pater testamentum etinter solos filios here-
ditatein suam disposuit . Si uni filio uel modicum quocumque titulo reliqucrit . alios insti-
tuerit imminus perfecto testamento filius nonproriis prestatur (non prorsna preterite?) te-
stamentum non subuertit sed ad suplementum tantum agit.Ut.Supra.de testamento inp.
Voluinus . Cy . (l).
{Ibid. -).
62) .... Quod Ine dicitur iure testationis aliquid delinquendum hoc uerum est ubitestamentuin non
facit . etextraneum intcr filio(s) heredem instiiuit . siautem testamentum pater nonfecit . etinter
solos filios hereditatem suam disposuit . siuni filio . uel modicum quocumque titulo reliquc-
ìit. alios instituerit minus perfecto testamento . filius nonprorsus preteritus . testamentum non
subuertit sed ad supplementum tantum agit . Ut Supra . detestamento hip. Volumus . Cy . (2).
f. 54 r. — (Coli. Vili, tit. 18, Nov. 117. — Ut liceat mairi etc. — Ad hoc autem et
illud . v. perspeximus).
; ;i .... Nonhabens filios legitimos qui enim habet legitimos naturalibus nequaqnam post legitimum
prestare . nisi duobus modis aut percuriam . aut perconferctionem dotalium . Ut Supra . t. II.
quibus modis . nat . sui effi . Generali . Cy.
{Ibid. -).
i31) .... Ut Supra.de exibend . et intro . Ult . coli . V . quum . dat hec constitutio quartam mulieri
indote siue siue siue sit sine causa repudiata sive sit maritus mortuus cum distinctio(ne) hic
posila . Cy.
{Ibid. — {Quia vero legem. v. celebratas).
65) .... Quem oportet mulierem probare legitimis modis . ut quibus . mod . nat . eff . leg . quondam
autem . Cy.
{Ibid. — Quia vero dudum. v. Uxorem autem).
66) .... Inopem existentem . Ut Supra . deexibendis et intro . Ult . hic distinguit utrumsit inops . uel
non . sicut nec . Infra . ut nulli (ind.) li . lo . ser . Si quando . Cy.
{Ibid. — v. eius).
ii7) .... Dum tamen hoc casu prohac parte . subiaceat cseditoribus hereditariis . tamquam heres suis
enim rebus creditoribus mariti nonsubiacentibus . Ut Supra . deexiben . et intro . Ult. Cy.
f. 55. — {Ibid. — Causas autem prò quibus. v. passura).
68) .... Corrigitur ut infra nulli . iu . si quando . Cy.
f. 59. — {Coli. IX, tit. 7, Nov. 124. — Ut litig. iurent. etc. — prm).
'59) .... Prestat ergo hoc iuramentum . bis unde argumentum sumipotest quod ex hoc sacramentimi .
etin causa addimentum . decalumpuia . sit sacramentum . et incausa appellationis sit prestan-
dum sed nonprincipale . quiaidem est . negotium . Ut . Cod . de appell . eos . satis enim possit
esse . quod primo indici nondedisset . sed huic daret . et ideo hoc solum additanientum pre-
statur . ar . etiam est . ff . de dampno infec , Qui bona . si quis . Cy.
{Ibid. — Si quis autem ex litigatoribus).
70) .... ex his colligitur quod hoc ius iurandum tam in cuiuslibet (ciuilibus?). quam incriminalibus
prestatur per quod innuitur quod et sacramentum calumpnic eius pars est et in criminalibus
prestetur . Cy.
f. 60 r. - (Coli IX, tit. 14, Nov. 131. - De eccle. tit. — v. . . . ).
71) .... Omnis clecicus aut est rector aut testate decedit . aut intestatus . tectores libere testante.
intestibus ante quesitis uel post quam usque ad quartum gradum . et in his rebus enim le-
gitirao successores accipient . si intestati decesserint . uero deficientibus legittimis . et testa-
ti) Parte di questa glossa alquanto modificata si legge anche nel foglio 52 r. del ras. Pistoiese, come abbiamo già mo-
strato, e nel foglio 53, cioè ai numeri 56 e 57.
(2) Questa glossa parzialmente già l'abbiamo pubblicata dai fogli 51 e 52 del ms. Pistoiese (n. 56 e 57), ed interamente
è contenuta nella glossa precedente. Peraltro sono numerose le varianti che presentano, e provano sempre di più la scorrettezza
dell'amanuense. Questa seconda glossa è più corretta della prima, e serve assai alla restituzione del testo originario di essa.
Classe di stanze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. l'arte 1\ '."
— 234 —
mento concondito . inomnibus tam ante quam post . quoquo modo succodot ecclesia . Qui au-
tem amministrauit libere testantur . et inhis que ante dicatum . et inhis quepost quocumque
modo adeum peruenerint . dura tamen perueniunt exrebus ecclesiae . inomnibus inquibus
libere testantur . legitimos suecessores accipient . si intestatis decesserint legittimi deficienti-
bus . et testamento noncondicto inomnibus succedet ecclesia . hec uera sit (sunt) in bisqui
perseverant inclericatu . quienim adsecularem conuersationem remeauit . omnes eius res ec-
clesie illi competunt exiure . regularium autem romanorum etmonacborum eque est conditio
ut illìs succedat tota ecclesia . Cy.
f. 66 r. — (Coli. IX, tit. 6, Xov. 123. — De sanctis . episc. etc. — in fine).
72 1 .... Utrumque igitur oportet quod sielerici nel diaconisse fiant et perseuerant (ent) ineadem uita .
et ad pia(s) opares (operas) expendant uel relinquant bec dieta sunt . inbisquisunt clerici
nel diaconisse . sed inhis qui monasterium uel asi(sterium'r') ingrediuntur tibi (ubi?) absolute
et ibi a principio ingrediuntur sunt res . asisterii uel monasteri! . et hoc est quod subdit in
personis . et ideo . Cy.
(Ih ai. -).
73) .... Id est . neque prò ingressu mouasterii neque exeoquod fiat clericus aut assisteria . aut dia-
conessa . Cy.
{Ibid. -).
7 II .... nontamen testabitnr . perillud aut ingressi monasteria.se et sua deducant . dum ergo nec te-
stata quippe et amicus arbiter diuidit inter aliquos non uidetur sed pat . . . Cy.
f. 67. - (Ibid. -).
7ì) .... Exhis collige laieumfilium . licet inpotestate patris monachi constitutum posse testamentum
tacere . sed hoc intellign . si quid alienum habuerat . non apatre enim ad bue . sunt patris .
Ut . Supra . e (od. tit.). Siqua mulier . nec ergo inhis testabitur . Cy.
76) ... Exhoc collige etiam sidereliquid (t) monasterium . honore et quere aliam et succedere non de-
sinere esse sua antequam mittatur inmonasterium abepiscopo . ar . est . Ut . Infra . decre XVIII .
e. 1. Cy.
(Ibid. -).
77 1 .... Consensum abbatis sui nani absque consensi; non liceret . Cy.
f. 68 r. — (Ibid. — Coli. IX, tit. 17, Nov. 134. — Ut nulli iud. etc. — prin.).
78) .... Quadam sunt . quibus secundum leges : interdicitur appellatio . ut . Cod . quorum appellatorum
(appellationes) . non recip . 1 . II . Cy.
79) .... Punitili' autem iudex qui nonsusenpit . XXX . pò . ciuil . Ut . Cod . de appell . Qmim . Cypr. (').
(Ibid. -).
(So .... Aliud (a) cuilibet . ex traneo (b) dicit (e) quod inolimi casu intercessionis est hoc uerum . ut ipso
iure sittuta qualitercumque . prò cuicumque (d) intercedat . ut (e) hoc probetur . excipitur (/')
inomnibus casibus (g) in quibus olim non iuuabatur per uelleianum . nec (k) hodie iuuatur . (i)
ipso iuuatur (k) ipso iure. Cy. (2).
(Ibid. -).
■li .... Cy. Cod. in quib . e . r . n . n . 1 . Ult.
(a) « aut n in ediz. Savigny, Storia del D. R, nel Medioevo, v. Ili, p. 4n:ì).
(/-) " />. « aggiunge l'ediz, Savigny (op. cit. lue. cit.).
(e) " Pia, « aggiunge l'ediz. Savigny (op. cit. lue. cit.).
[d) u prò cuicumque * omette L'ediz. Savigny (op. cit. loc. cit.).
[é) * Risi « in luogo di " ut n in ediz. Savigny (op. cit. loc. cit.).
(/) - excìpere * in ediz. Savigny (op. cit. loc. cit.)
il - cau&ìs t, in ediz. Savigny (op. cit. loc. cit.).
(À) u negue * ediz. Savigny (op. cit. loc. cit.).
(/) " iwoetur « ediz. Savigny (op. cit. loc. cit.).
(/■) u ipso idratici- * omette Tedi/.. Savigny (op. cit. loc. cit.)
di Vedi Glo. Accur, \. udicesi Benza sigla di Cipriano.
(2) Pubblicata dal Savigny {Storia dei D. R. nel Medioevo, v. IIF, p. 433, ms, Parig. 4429).
— 235 —
APPENDICE.
Serie delle Novelle contenute nel manoscritto pistoiese dell' Authenticum.
Quantunque non fosse nostro intendimento di esaminare il testo dell' Authenticum,
secondo la lezione offerta da questo manoscritto, pure seguendo i suggerimenti dati
dal Saviguy in proposito , crediamo che possa essere utile per gli studi relativi al-
l'Autentico, indicare quali Novelle sono contenute nel nostro codice, quale è la loro
distribuzione, e quali sono rimaste prive di glossa. Riportiamo quindi per ciascuna
Novella le indicazioni date dal manoscritto, aggiungendovi anche le relative indica-
zioni secondo la edizione di Lipsia del 1872, poiché quella berlinese dello Schoell
è ancora in corso di stampa.
Coli. I.
CN. I. De hered. I. (Ediz. lipsiense Const. 1.
Coli. I, tit. 1, Nov. 1).
CN. II. De non elig. C. I . I . (2. 1 . 2 . — 2).
CN. HI. Ut det. sit. Const. Ili (3. I. 3. — 3).
CN. UH. De fìdeius. C. IDI (-1.1.4.— 1).
CN. V. De mon. C. Quinta (5. I. 5. — 5).
CN. VI. Quo . op. (6. 1. 6. — 6).
Coli. II.
CN. I. De non al. (7. IL 1. -7).
Cost. H. Ut rad. sine (8. II. 2. 3. — 8).
Cost. III. De ante XIIII . kal. id.
Cost. UH. Dat. bilis. uiee. iil.
Cost. V. Iusiur . quod. id.
Cost. VI. Ut eccl. rom. (N. 0. II. 4).
Cost. VII. De ref. (10. H. 5. - 10).
Cost. VIII. De incesi et (12 IL 6. — 12).
Coli. III.
Cost. I. De lenon. (14. ID. 1. - 1-1).
Cost. DI. De priv. arch. (non glossata) (N. 11).
Cost. III. De arni, (non glossata ) (N. 21.
Cost. 21).
Cost. IIII. De op. nov. (non glossata) (66.
15. — 63).
Cost. V. De pret. (C. 13. N. 13).
Cost. VI. De def. (15. HI. 2. - 15).
Cost. VII. De meiis. (16. DI. 3. - 16).
Cost. Vili. De mand. (17. III. 4. - 17).
Cost. IX. Da trién. (18. IH. 5. — 18).
Cont. X. De fil. (19. m. 6.— 19).
Cont. XI. De unni. (20. ni. 7. — 20).
Coli. mi.
De nupt. (22.IVM.-2l',
De appell. (N. 23. IV. 2).
De cons. (34. IV.::. -105).
Ut nuli. (N. 33. IV. 4).
Nuli. cred. (N. 34. IV. 5).
De rest. (41. IV. 6. — 39)
De tabell. (45. IV. 7.— 11).
Coli V.
I. De eccl. ini. (46.46. V. 1. — 40).
II. De iuviur. (47. V. 2. — 48).
m. Ut ip. nat. (48. V. :'.. — 47).
mi. Ut seen. (50. V. 4 — 51).
V. Ut non fiant. (51. V. 5. — 52).
Cont.
I.
Cu
IL
Cont.
III.
Cost.
un.
Cost.
V.
Cost.
VI.
Cost.
vn.
Cost.
Cost.
Cost.
Cost.
Cost.
236 —
Cost. VI. De exib. (53. V. 6. — 53).
Cost. VII. Const. que. (54. V. 7. — 54).
Cost. VITI. Ut de cet. (55. V. 8. - 55).
Cost. IX. Ut ea que . (56. V. 9. — 56).
Cost. X. Ut cler. (57. V. 10. — 57).
Cost. XI. De his qui . (58. V. 11. — 49).
Cost. Xn. Ut in priv. (59. V. 12. - 58).
Cost. XEI. Ut def. (61. V. 13. — 60).
Cost. Xin. Ut iium. (62. V. 14. — 61).
Cost. XV. Ut facte (68. V. 16. — 66).
Cost, XVI. Ut nuli. fab. C.LHI(69. V. 17. -
XL.
Cost. XVn. Ut ab ili. C. XVII. (71. V. 18. -
XLim
Cost. XVin. Ut ord. pref. XL. Vie. (72. V. 19.— 70).
XLH
Cost. XVniI. Ut omn. C. C. XLIIII. (73. V. 20. -
69).
67).
71)
Cost. I.
Cost.
Cost.
Cost,
Cost.
Cost.
Cost.
Cost.
Cost.
Cost,
Cost.
Cost.
Cost.
Coni
II.
III.
mi.
v.
vi.
VII.
vm.
IX.
x.
XI.
XII.
XIII.
xim
Cont.
I.
Cn.
II.
Olì.
m.
Cn.
mi.
Cn.
V.
Ciì.
VI.
Cn.
VII.
Ciì.
VIII.
cn.
IX.
dì.
X.
Coli. VI.
Quib. mod. C. XLVIII. (74. VI. 1 -
74).
Ut hi qui. (75. VI. 2. - 72).
De instr. (76. VI. 3. — 73).
Hec const. (77. VI. 4. - 76).
Ut non lux. (78. VI. 5. — 77).
Ut. liber. (79. VI. 6.— 78).
LII
Apud quos. LHII. (80. VI. 7. - 79).
De quest. C. L. V. (81. VI. 7. - 80).
Const. que. (82. VI. 9. — 81).
De iud. (83. VI. 10. — 82).
Ut cler. (84. VI. 11.-83).
De cons. (85. VI. 12. — 84).
De ar. (86. VI. 13. — 85).
De dep. (88. VI. 14. - 88).
Coli. VII.
Quib. mod. (89. VII. 1. - sui
De test. (90. VH. 2. — 90).
De inni. (91. VU. 3. — 92).
Ut sine (92. VU. 4. - 04).
Ut exact. (93. VII. 5. - 91).
De amm. (94. VH. 6. - 95).
De execut, (95. VII. 7. — 96).
De qnal. dot. (96. VII. 8. — 97).
De ras (97. VU. 9. -99).
De temp. non (98. VII. 10. - 100).
Coli. Vili.
Ciì. I. Neque vir. (99. Vm. 1. — 98).
Cons. IL De appell. (100. Vili. 2. — 93).
Cons. m. De don. a cur. (C. 101. — N. 107).
Cont. im. De test, (102. VITI. 3. — N. 107).
Cont. V. De restii (103. M. 4. — 108).
Cons. VI. De priv. dot. (104. Vili. 5. - 109).
Cons. VII. De usur. (105. Vili. 0. — 110).
Cons. Vm. hec const, (106. VIE. 7. - 111).
Cons. IX. De litig. (108. VHI. 8. — 112).
Cont. X. Ut neque. (109. Vili. 9. — 116).
Cost. XI. Ut div. ius. (110. Vin. 10. — 114).
Cont. Xn. In med. lit. (111. VHI. 11. - 113).
Cost. Xffl. Ut cum de (112. VHI. 12. — 115).
Cost. Xml. Ut lic. mat. (113. Vili. 13. — 117).
Con. vini.
Cost. I. De her. ab. (114. IX. 1. - 118).
Cont. IL Ut spon. (115. IX. 2. - 119).
Cont. m. De alien. (116. IX. 3. — 120).
Cont, mi. Ut litig. (118. IX. 5. — 121).
Cost. V. Quom. op. (C. 119. - N. 130).
Cost, VI. De eecl. tit. (120. IX. 6 — 131).
Cost. VH. Ut frat. (121. IX. 7. — 127).
Cost. Vm. De collat. (133. IX. 14. - 128).
Cost. Villi. De renov. vie. pontif. (non glossate)
(Imp. Iust. Edictum 8 const, 122).
Cost. IX. De sam. (non glossata). (C. 123. —
N. 129).
Cost. X. Ut decet. (non glossata). (C. 124. -
N. Ili).
Cost. XI. Ut hic. heb. (non glossata). (C. 125.
N. 146).
Cost, Xn. De rei. pub. (non glossata). (C. 126.
— N. 147).
Cost. Xm. De sanct. ep. (134. IX. 15. - 123).
Cn. Xnn. De rest. (127. IX. 8. - 159).
Cri. XV. Ut nuli. imi. (128. IX. 9. — 134).
Cri. XVI. Ut diff. iud. (129. IX. 10. -86).
Cn. XVII. De us. naut. (130. IX. 11. — 106).
Cn. XVm. De int. coli. (131. IX. 12. — 132).
dì. XVnn. Quom.opo. (glossata nel sic. XIV).
(C. 107. — N. 133).
Gii. XX. De rapi (132. LX. 13. — 143).
dì. XXI. Ut iud. non (senza glossa Accnr.,
ma con antica glossa). (117. IX.
4. - 125).
— 237
RELAZIONE
Letta dal Socio Pigorini, relatore, a nome anche del Socio Capellini, nella
seduta del 16 maggio 1886, sopra la Memoria del prof. Stefano de Ste-
fani, intitolata : Notule storiche delle scoperte paletnologiche fatte
nel comune di Breonio- Veronese.
« Il comune di Breonio nella provincia di Verona ha pei paletnologi particolare
importanza a motivo delle molte scoperte fattevi di antichità primitive, e per le quali
è dimostrato che ivi si fabbricarono colla selce piromaca utensili ed armi dalla età
della pietra fino a giorni molto vicini, cioè circa al secolo VII di Roma. In conse-
guenza di ciò le stazioni che in quel territorio rappresentano l'età della pietra sono
numerosissime, e talora, massime le meno antiche, contengono oggetti di tipi mai ve-
duti altrove in Europa, che alcuni furono indotti a credere di- moderna fattura.
« Il De Stefani è quegli al quale si devono le più importanti fra le menzionate
scoperte, avendo per vari anni praticato colà esso stesso le ricerche. Nella Memoria
che ora esaminiamo espone la storia delle esplorazioni eseguite, indica il metodo al
quale si attenne, mette in evidenza tutte le cautele avute nell' accertare ogni più mi-
nuto particolare delle singole scoperte. La narrazione è genuina, completa, corredata
delle citazioni opportune ; a cui inoltre sono aggiunte la esatta descrizione del terri-
torio e della configurazione dei punti esplorati, non che la carta topografica delle varie
stazioni antiche rinvenute, indicate con segni differenti secondo l'età cui rimontano.
k II lavoro del De Stefani è di notevole utilità pei paletnologi, e la Commis-
sione propone che sia inserito negli Atti dell'Accademia ».
— 238 —
Notizie storiche delle scoperte paletnologie
fatte nel Comune di Breonio-Veronese.
Memoria di STEFANO DE STEFANI.
(Con una tavola)
Inauguravasi in Verona nel giorno 20 febbraio 1876 una prima esposizione pre-
istorica veronese con un dotto discorso del compianto mio predecessore ed amico eav.
P. P. Martinati ('), nel quale (pag. 29 e nota 48) si accennò alle scoperte già fatte
in quei giorni a Sant' Anna del Paedo, frazione del Comune di Breonio, dal sac.
don Luigi Butto, maestro comunale in quel villaggio, di oggetti litici, cioè « freccio,
coltelli, giavellotti, con rozzi cocci, ed ossa di bruii, avanzo di pasti ». Tali sco-
perte mostravano la molta importanza dei depositi giacenti in grotte o ripari naturali
o dall'arte scavati. Seppi più tardi dallo stesso don Buffo, e dalle mie guide A. Vi-
viani e G. Batt. Marconi die egli aveva ammaestrate, che il dott. Eugenio Largajolli
durante alcuni mesi dell'anno 1874, nei quali trovavasi medico condotto nel comune
di Breonio con residenza nel paese e frazione di Sant' Anna, erasi ivi occupato di
ricerche preistoriche, raccogliendo qua e là arnesi e stromenti di selce ed avanzi di
scheletri umani, che, a quanto si crede « mandava a Trento e forse a Vienna » .
Di queste prime ricerche nulla, per quanto io mi sappia, fu pubblicato ; e sono
poi dispiacente di dover dichiarare, che rimasero senza risposta le ripetute preghiere
da me indirizzate al Largajolli per averne notizia. Essendomi peraltro recato, nel
novembre dell'anno 1883, espressamente a visitare il Museo Civico di Trento, ho po-
tuto verificare, che una raccolta esiste nelle vetrine, di selci ed oggetti preistorici pro-
venienti dalla stazione, o grande riparo delle Scalucce sotto Molina nelle alture di
Breonio. Seppi inoltre che altra collezione di avanzi simili della menzionata località
trovavasi nei magazzini del detto Museo. Ad ogni modo tuttociò è ben poca cosa in
confronto di quanto io mi aspettava, e di quanto asserivano od almeno sospettavano.
che il medico Largajolli avesse asportato da quei luoghi.
Dopo ciò il Martinati, che a buon diritto fu proclamato il « fondatore della
paletnologia veronese » , ed alla cui iniziativa ed alacrità dovevasi la prima esposi-
zione preistorica di Verona, chiese ed ottenne che una somma di circa lire mille fosse
dal Municipio di Verona assegnata al Museo Civico per procedere, mediante scavi, alla
ricerca degli antichissimi avanzi dell'umana industria esistenti negli indicati luoghi.
(i) Martinati, Storia della paletnologia veronese. Verona 187G. Estr. dagli Atti dell'Accad. 'li
^griciil. ili Verona, Voi. LUI.
'— 230 —
A lui quindi anche il merito di aver aperta la via alle importanti scoperte di selci
lavorate, in tanta copia sparse Ira quelle rupi che alla parte occidentale dei monti
Lessini appartengono.
Tali scavi furono con buon successo eseguiti nei mesi di aprilo, maggio e giugno
dell'anno l'876 nella stazione di Scalucce, iu Val Cesara sotto Molina, e precisa-
mente n idi' angolo meridionale del grande riparo sotto roccia, e fruttarono, allora,
la interessante e copiosa raccolta che si conserva nel Museo Veronese e della quale
in altro lavoro dovrò occuparmi. Il merito di tali ricerche va attribuito al Martinati,
al prof. Goiran, ed al cav. A. Bertoldi conservatori allora del Museo, e per la intel-
ligente ed assidua sorveglianza, al lodato maestro don Buffo.
Io visitai per la prima volta quella pittoresca regione, nell'autunno dell'anno 1878.
Mi accompagnavano alcuni carissimi amici, e fra questi il compianto prof. Gaetano Pel-
legrini al quale dobbiamo la importante scoperta della nota officina preistorica di
Rivoli veronese, situata sulla destra dell'Adige, il cui materiale litico trova general-
mente riscontro con quello della ricordata stazione delle Scalucce sulla sinistra dello
stesso fiume.
Da Molina (frazione di Breonio) ricca di copiose sorgenti, che da secoli volgono
ruote di mulini terragni, discendendo per difficili e talvolta aspri sentieri nella dire-
zione nord-est, dopo aver veduti i ripari cosi detti delle Litere nel Vajo Vacca rote,
il mio compagno ed io ci siamo inoltrati nel Vajo di Cà ole per, vero arniajo di sta-
zioni litiche, per fermarci brevemente ad altro ampio riparo chiamato i Covoloai, in
parte soltanto e con poco successo esplorato.
A breve distanza, e proseguendo nella stessa direzione verso la contrada di Zi-
velongo, o dei Zivelonghi, ci siamo fermati ad esaminare la imponente tettoja, o ri-
paro, che fu denominato delle Scalucce.
Là un vecchio ottuagenario della contrada, volle narrarci antiche tradizioni e
leggende; di spiriti e di apparizioni fantastiche, di tesori nascosti; di frequenti rin-
venimenti di avanzi di scheletri umani; di assassini e romiti, che in tempi molto
lontani avrebbero abitato quegli antri, tane, covi o ripari, da noi comunemente chia-
mati Covali (').
Non potemmo allora fare che alcuni assaggi nel banco esterno rimaneggiato e nel
piano interno del riparo delle Scalucce, i quali ci fruttarono pochi esemplari di selci
lavorate, cioè cuspidi di freccia, giavellotti, e coltelli dei tipi cornimi della collezione
prima del Museo Veronese.
Da quel giorno sorse in me vivissimo il desiderio di intraprendere colà e nei
dintorni nuove ricerche convinto, com' era, che esse avrebbero condotto ad altre e forse
più interessanti scoperte. Senonchè non potendo allora contare sopra il concorso, ne
del Governo, né del Municipio; recatomi nel 25 maggio 1881 a Sant'Anna per diri-
gere gli scavi nel Campo del Paraiso (Paradiso) presso Breonio, dove erano stati
trovati in copia fibule, bronzi ed altri oggetti delle prime età del ferro (2) pregai il
(') Certo da Cavo o Covo. Così si chiamano in molti luoghi del Veneto le tane, gli antri, le
piccole grotte che possono servire di rifugio all'uomo ed agli animali.
(*) De Stefani, Sopra molti e diversi oggetti di alta antichità ecc. Est. dal voi. VII, serie V.
Atti del R. Istituto Veneto, 1881.
— 24D —•
citato don Buffo di intraprendere, a mie spese, qualche ricerca negli altri covrii o
ripari inesplorati di quei dintorni. Una sua lettera dell' 11 giugno, dello stesso anno,
mi annunziava, * che in Val Cesara presso la stazione in parte esplorata delle Sca-
lucce, cioè sotto la contrada di Cà de per (') era stato così fortunato da scoprire « fino
dai primi colpi di zappa, ossa di animali, armi di selce alcune delle quali di
nuovo tipo » . Colla stessa lettera mi mostrava anche in rozzi contorni le strane forme
di alcune di queste selci.
Recatomi tosto sul luogo, ho potuto convincermi, che sei piccole grotte, a breve
distanza l'ima dall'altra, prossime ad un corso d'acqua purissima, che scaturisce dal
fondo di un' ampia caverna detta della Zuana (Giovanna), davano a quel luogo tutto
l'aspetto di un villaggio preistorico al quale si convenne di dare il nome di Stazioni'
Sotto Cà de per, serbando così quello della sovrastante contrada.
Animato dal buon successo, feci pur eseguire allora, a mie spese, altri scavi
nella stazione all'aperto sul ciglione destro del Vajo Campostrin (2) dove io stesso,
colle mie mani, anche assenti le guide, raccolsi nel 1882, oggetti di selce di tipi non
veduti ancora né là né altrove.
Ma prima di interrompere il corso delle mie ricerche, non mancai di ordinare
e diligere qualche scavo anche nella Stazione della Fontanella posta nel Vajo della
Marchiora in prossimità ad una fonte perenne: piccolo antro che mi fornì fin d'al-
lora pregevoli e rari esemplari di selci lavorate. E finalmente innanzi di partire da
Sant'Anna feci alcuni assaggi altresì nella stazione che chiamasi Covolo della Cam-
pana nel Vajo della Marchiora, pittoresco aggregato di antri e celle, talora comu-
nicanti, che offrono comodo rifugio ai pastori ed ai boscaiuoli, ma che si mostrò rela-
tivamente il più povero di selci lavorate. Ciò si spiega anche pel fatto, che nell'in-
terno degli ambienti diversi manca il terriccio, e che il banco esterno per franamento,
evidentemente antico, venne travolto nel fondo del sottoposto burrone. Così si chiuse
la prima campagna de' miei fortunati scavi, intrapresi nei mesi di giugno, luglio ed
agosto dell'anno 1881.
Nel settembre dello stesso anno doveva adunarsi in Venezia il terzo Congresso
geografico internazionale. Desideroso di richiamare l'attenzione di alcuni illustri paletno-
logi, che dovevano intervenirvi, sopra le importanti scoperte preistoriche veronesi, e
di avere da loro un giudizio ed un appoggio morale, mi determinai di prendervi parte.
Portai meco la grande carta topografica della provincia di Verona, nella quale erano
indicati i vari luoghi dove si raccolsero oggetti di archeologia preromana, e presentai
audio oggetti di bronzo del Campo del Paraiso e gli arnesi litici più curiosi o rari
fino allora scavati nelle grotte di Breouio.
Nella seduta 17 settembre del Gruppo IV, mi fu gentilmente accordato di fare
in argomento una breve comunicazione (3) , la quale diede origine al seguente voto
della Sezione, confermato poi dall'Assemblea generale due giorni appresso: - 11 Con-
« gresso geografico internazionale udita la comunicazione dol cav. Stefano de Stei mi
n
f1) Nel dialetto così detto Cimbro per equivale orso. Cà ili pèr= Casa dell'Orso.
(8) Vajo o Vaggi chiamano nel dialetto veronese, quelle fenditure e crepacci più o meno pro-
fondi e larghi (burroni) che convogliano le acque dei monti nei sottostanti torrenti.
(3) Terzo Congr. geog. internaz. tenuto a Venezia 1881. Voi. I. pag. '218.
241 —
- sopra gli oggetti litici ili forme singolari rinvenuti a l mt'Anna d'Alfaedo, in pro-
li \inria di Verona, esprime il voto, che il Ministero della Pubblica Estrazione faccia
«da esso eseguire scavi sistematici nel luogo della, scoperta, per accertare il modo
. di giacitura degli oggetti medesimi ».
E qui in omaggio alla verità apro una, parentesi per dichiarare: che dopo la
seduta, un collega presente mi aveva avvertito, che un dotto paletnologo italiano ed
mi non meno valente antropologo francese avevano espresso qualche dubbio sopra l'an-
tichità e l'autenticità di talune di quelle selei singolari, molte delle quali erano
anche state in posto da me raccolte in varie stazioni, in terreno vergine, come si suol
dire, od alla presenza di curiosi e di testimoni autorevoli.
Se nessun dubbio in me poteva sorgere sopra la fedeltà delle due guide, o per
dir meglio scavatori pratici, che lavoravano a due lire al giorno, con tutto ciò per lunga
. sperienza, era i^ià esperto delle insidie e dei lacci sovente tesi ad uomini di scienza
da maligni od ambiziosi rivali. Ma io non era, e non sono che un fortunato caccia-
tore di anticaglie, un pioniere della scienza novella in costruzione, senza ambizioni
e senza scopo di lucro, e per questo non poteva destare invidie. A Breonio, a Sant'Anna.
ad Erbezzo e Chiesanuova nessuno sa lavorar selci e non ne avrebbero avuto l'inte-
resse lavorando, come dissi, a giornata. Certo mi abile artefice, anche senz' essere un
Benvenuto Cellini, avrebbe potuto, non dico imitare, ma anche creare nuove forme più
liane e di lavoro finito, ma come preparare e nascondere tanta suppellettile, in luoghi
diversi e taluni quasi inaccessibili, in terreno intatto ed a profondità diverse?
E come procurarsi le stoviglie antiche, i cocci e le anse, i martelli levigati, le
pietre da focolare e da mola e finalmente gli antichi scheletri umani interrati con
funebri ricordi di squisito lavoro, e tanta congerie di ossa di bruti ed avanzi di pasti?
Tuttociò senza che alcuno se ne avvedesse ? Ad ogni modo tale dubbio per me disgu-
stoso, mi indusse a moltiplicare le cautele per guisa da esagerare, dirò così, in fatto
di sorveglianza occulta e palese, tanto da suscitarne talvolta il giusto risentimento
delle mie guide e scavatori.
Mio tiglio Vincenzo, pittore, che aveva assistito per un autunno intero agli scavi
del suo maestro di scienze naturali il prof. G. Pellegrini nella officina e stazione
litica di Rivoli, scelse S. Anna per recarsi a fare alcuni studi d'arte, e potè cosi per
un mese e mezzo vegliare, non sospetto, e stare in orecchi senza che per questo sor-
gesse in lui alcun dubbio di mistificazioni.
Io mi recava sovente sul luogo degli scavi, il più delle volte inatteso, ed in mia
assenza, anche dopo la partenza di don Buffo da Sant' Anna, il sig. Michele Moran-
dini sindaco del Comune, il segretario, il geometra Pietro Arieti, non solo tenevano
conto di ogni particolare e delle ore di lavoro, ma visitavano anche i luoghi più peri-
colosi, com'è à dire il Covalo del Folco o dell'Orso, dove io non avrei potuto accedere
senza grave pericolo. E per non tacere di testimonianze autorevoli che potrei citare,
come quelle che furono talora presenti a questi fortunati rinvenimenti, noterò anche
di aver più volte condotti sui luoghi ufficiali del nostro esercito, i quali assistevano
per ore ai lavori di scavo, e passavano poi in rivista gli oggetti che io portava nella
mia stanza per ordinarli e prenderne nota.
Chiudo l'ingrata parentesi, dichiarando: com'io avessi già serbato in ogni stazione
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 1', Voi. II, l'arte 1 '. :''l
— 242 —
un pezzo di terreno intatto, ed invocato replicatamento dalla Direzione generale delle
Antichità con molto calore in lettere ufficiali e private, la presenza, almeno tempo-
raria, di uno specialista sul luogo, per poter constatare la verità dei fatti, ed attin-
gere da esso nuovi lumi e consigli. Essendo state infruttuose le mie sollecitazioni, per
finire il lavoro della relazione di tali scavi, e per evitare il pericolo che altri oggetti fossero
sottratti alle mie indagini, e menomare così l'importanza della raccolta, anche quei tratti
di terreno non manomesso furono con buon frutto interamente esplorati nel 1884.
Se io avessi per caso ignorato il dubbio insorto in quei due eh. professori al con-
gresso di Venezia, non avrei forse condotto le cose con tanto scrupolo e rigore, ond'è
il caso di ripetere il noto adagio: tutto il male non ridir per nuocere; e perciò
mi professo loro grato e riconoscente.
Dopo il voto del Congresso geografico feci nuove pratiche perchè mi fossero dal
Ministero conceduti i mezzi indispensabili per proseguire gli scavi, ma senza fratto ;
causa le allegate strettezze del bilancio. Finalmente nel giugno del 1882 mi sono
deciso di inviare alla Direzione generale un atlante di N. IX tavole, nelle quali
erano disegnati i più interessanti e curiosi stromenti litici fino allora raccolti, accom-
pagnando i disegni con una sommaria relazione preliminare, che pregai, ed ottenni,
mi venisse assieme alle tavole ritornata senza darne conto nelle Notizie degli scavi.
Questo desiderio aveva sua ragione dal fatto, che io aveva in animo di pubbli-
care una relazione colle tavole a lavoro compiuto, e dal timore che cultori ed ama-
tori di tali studi, udita 1' importanza dei rinvenimenti, venissero sul luogo a fare
ricerche per loro couto portando via oggetti rari, che avrebbero menomato il valore
materiale e scientifico della raccolta e della relazione. Con questo scopo feci prose-
guire a mie spese gli scavi anche nel! anno 1882, nell'interesse di questi studi, e
mi sia lecito dire anche per contagiosa gelosia di mestiere che il timore di ima
invasione mi aveva destata.
Tali ricerche, da me dirette e personalmente vegliate, intraprese dm-ante i mesi
di agosto e settembre nella stazione allo scoperto chiamata dal luogo Cengio Gam-
postrin, ed in quella della Fontanella, solo in parte prima esplorate, mi fornirono
fra molti materiali nuovi oggetti litici di rare forme. Questi li raccolsi io stesso sul
luogo, assenti i miei scavatori e rassomigliano a croci, a fiocine o pettini, a tri-
denti ecc. ecc.
Adunatosi in Verona nel settembre il convegno dei membri della Società geologica
italiana, l'intera colleziono esposta nella mia casa fu visitata da alcuni di quei dotti
con vivo interesse ed ammirazione; e fra questi tengo a ricordare gl'illustri Capellini,
Guiscardi e Scarabelli, l'ultimo dei quali notava con compiacenza alcune selci per
forma e per tecnica di lavoro rispondenti ad altre da Ini scoperte uell'Imolese. Nes-
suno mosse dubbio sopra l'autenticità di quelle selci con ogni cura esaminate, ed io
fui ben lieto che tale occasione mi fosse offerta per avere un giudizio da persone
lotto ogni riguardo stimate e competentissime in silì'atto genere di studi.
Mandai allora l'intera collezione litica delle stazioni di Breonio e Sant'Anna a
Roma, ove venne del pari apprezzata, sicché mi sono deciso più tardi di cederla per
quel i'. Museo preistorico, rifiutando lusinghiere offerte e proposte che mi furono Tutti1
dall'e lei'"
— 243 —
Ottenuto finalmente un sussidio dal governo per le ricerche paletnologiche uel
colmino di Breonio, ho dovuto impiegarne una parte nelle esplorazioni di alcuni ripo-
stigli e stazioni drlla prima età del ferro. L'altra parte destinai alle stazioni litiche.
(Ili scavi fatti da me eseguire nella parte meridionale ancora inesplorata del granilo
riparo dello Scalucce presso Molina, furono coronati dal più fortunato succe 30 avendo
scoperti e -cavati vari sepolcri dell'età della pietra dai quali usci una svariala e
copiosa suppellettile funeraria, che forma il più interessante gruppo della raccolta
veronese oggi esistente nel .Museo Preistorico in Roma.
Appresso le mie guide, animate vie più da così inattesi rinvenimenti, prosegui-
rono qua e là le ricerche, quando per mio conto a giornata colla vigilanza del sindaco
del luogo, e talvolta anche a tutto loro rischio. Per tali ricerche si rinvennero nel 1884,
altri molti e non meno rari oggetti di selce i quali giacevano nei Covoli del Sabbion
e del Falco e in quello dell' Orso. Anche questa seconda collezione, la quale per
novità e varietà di forme non è la meno pregevole, meritava di essere aggiunta al
materiale preistorico veronese nel Museo Preistorico in Roma, e così avvenne. Non
potendola conservare in Verona non doveva almeno uscire dall'Italia. Ed è noto (')
che i mezzi pecuniari per acquistare la collezione stessa furono forniti al detto Muse,
dal generoso straniero conte coirmi. Carlo Landberg.
Le cose come ognun vede, erano bene avviate. Io poteva contare sulla somma e- 1
ricevuta per proseguire e compiere le mie felici esplorazioni, ed aveva già approntata,
la relazione: Sopra gli scuri falli nelle antichissime capanne di pi, 'ira tiri monte
Lo/fa a Sant'Anna del Fan/o (2), quando un disgustoso incidente venne a turbare
il sereno orizzonte dei miei studi e delle mie scoperte.
Fra i vari oggetti scavati nel novembre 1884, nel Cavolo dell' Orso, presso
Sant'Anna del Faedo, e precisamente nel Vaio dei Falconi, era un arnese colossale
di selce piromaca scheggiato, foggiato a cuspide triangolare con gambo ed alette, die
il prof. Pigoriui ha illustrato nel Bullettino di paletnologia italiana (À). Di questo
mirabile ed unico arnese io avevo fatto fare parecchi modelli in gesso, non bene riusciti
per regalare ad alcuni amici e cultori di questi studi. Avendone inviato un esemplare
al Museo di Saint-Germain en Laye, aggiungendovi in rozzi contorni anche il disegno
di altri arnesi litici provenienti dalle grotte dello stesso comune di Breonio: il
prof. Gabriele de Mortillet, con sua lettera del 31 marzo 1885 mi rispondeva : che
aveva ricevuto tutto a dovere, ma che « disgraziatamente non poteva collocate il mio
« modello nelle sue raccolte, avendo il convincimento che quel pezzo era falso - .
Chiudeva la sua lettera dichiarandosi « dispiacente di dover disingannarmi per tal modo,
- ma. nell'interesse della scienza e del mio, creder suo dovere di dirmi la verità » .
Comprenderà il lettore che per poco ci sarebbe stato da perder la testa, se le
precauzioni da me prese, come già dissi, non fossero state portate fino all' esagera-
zione. Ad ogni modo occorrevano nuove testimonianze autorevoli ed imparziali. Presi
i dovuti concerti col prof. Pigorini il quale non poteva assumere la parte di giudice
perchè con me compromesso, almeno in parte, pensai che ci voleva un uomo sotto
C) Rendic. della r. Accademia dei Lincei, ser. 4a, voi. I, pag. 65.
(2) Memoria con 3 tav. Estratta dagli Atti dell'Accad. d'Agricol. ecc. Verona voi. LXTT, ser. 3a.
(3) Ann. XI, tav. IV.
— 244 —
ogni riguardo rispettabile, al quale affidare il grave e delicato incarico di istituire
un vero processo pel trionfo della verità. Non era il caso del qtutero hominem perchè
l'uomo c'era, tutti ne dovranno convenire, nella persona di quella perla di galantuomo
e di scienziato che era il proi Gaetano Chierici dai paletnologi italiani e stranieri
vivamente compianto. Egli venne da me nell'aprile dello scorso anno (1885).e poster-
gando (com'egli scrisse) l'amicizia per l'onore di comuni studi, vi rappresentò la
parie del più sonerò inquisitore ('). Passò in esame primieramente tutte le selci
degli scavi di Breonio raccolte dall'anno 1876 fino allora, esposte nel Museo di Verona
che sorpassano il migliaio, ed altre parecchie centinaia destinate al Museo Preistorico
di Roma che erano ancora presso di me. — Osservò le selci, le schegge, ed i rifiuti ;
martelli e palle forate di pietra, macine granitiche e trachitiche, e fondi di focolare ;
poi gran quantità di cocci e di anse; fusaiuole piccole e grandi di terra cotta; pun-
teruoli e stromenti d'osso ; corna di cervi , avanzi di pasti della fauna vivente :
e finalmente oggetti funerali, ed avanzi di scheletri umani. In omaggio alla verità
sedetti anch'io sul banco degli accusati mettendo a disposizione del prof. Chierici, note
e disegni e la mia corrispondenza privata ed ufficiale sopra questi scavi. Egli sotto-
pose a lungo e scrupoloso interrogatorio, ed a vicendevoli confronti la guida Angelo
Vlviani ed il suo compagno Giov. Batt. Marconi, ed a- testimoniare il sig. Pietro
Arieti ex furiere del genio, che in mia assenza specialmente con quell'onorevole Sin-
daco vegliava ai lavori di scavo. Da ultimo potò udire anche l'egregio sig. Gustavo
Bonetti sottotenente del 68° regg. di fanteria che col suo capitano sig. G. B. Sotta-
mino ebbero per circa un mese l'opportunità di vedere giorno per giorno a loro piaci re
tanto gli scavi, quanto i diversi materiali che vi si estraevano.
Fatalmente il Chierici non poteva recarsi con me sul luogo delle scoperte. Il
tempo era burrascoso ; nessun scavo era in corso, e dopo tutto bisognava disporre
almeno di quattro giorni, ed egli doveva trovarsi inesorabilmente al suo posto di
professore di filosofia nel r. Liceo di Reggio-Emilia, e partì escludendo ogni dubbio
di mistificazione.
Ma io insisteva perchè anche il prof. Pigorini venisse sul luogo, ed egli lilial-
mente venne (così l'avesse fatto prima!) e fu nel ■Hi agosto 1885.
Non è mio compito riferire minutamente l'esito fortunato delle sue ricerche nei
monti di Sant'Anna del Faedo. Percorse e visitò gran parte delle stazioni litiche e
dell'età del ferro esplorate: altre in corso di esplorazione; raccolse in posto sotto i
suoi occhi e colle sue mani anche oggetti litici di strane forme. Fu a contatto colle
autorità del luogo, colle guide, cogli escavatori, col geometra sig. Arieti, e da ultimo
si stese un errimi, ■ e dichi razione del Sindaco sig. M. Morandini, firmato da parecchi
testimoni degni di tutta fede comprovante anche la autenticità delle precedenti sco-
perte l'atte da Don Luigi Buffo sotto la direzione del prof. A. Goiran e da me in
quelle stazioni.
Dichiarazioni consimili mi avevano inoltre rilasciate in iscritto lo stesso
prof. Coiran direttore degli scavi del L876, ed il dott. Giuseppe Alberti chimico e
naturalista, scopritore di alcune palafitte della, rivieni veronese lei La.^j di Carda.
('i Bullett. .1. Paletnol. il diana, ami. XI, pag. 13 -
— 245 —
il quale aveva avuta L'opportunità ili vedere ed esaminare, non solo il materiale che
esisteva nel Museo di Verona, ma anche gran parte di quello chea! Museo Preistorico
di Roma doveva i eri spedito.
A sua volta anche il prof. Francesco Dal Fabbro che assistette agli scavi del
prof. Pellegrini a Rivoli, e che disegnò così abilmente quegli oggetti nelle tavole che
a» pagnano la Memoria del Pellegrini, invitato più volte da me ad esaminare le
selci che mano mano io raccoglieva, lui, uomo esperto in argomento, diligente e coscien-
zioso, escludeva qualunque sospetto di falsificazioni anche parziali.
Insomma l'esimio prof. Pigorini partiva da sant'Anna colle sue note, coi suoi
documenti, colle sue selci ed accessori come l'uomo più felice della terra dopo aver
scritto una cartolina postale al prof. G. De Mortillet, che chiudeva col motto: - Veni.
vidi, vici "
Io rimaneva sul luogo per proseguire per conto dell'Accademia di agricoltura di
Verona le mie fortunate ricerche nelle antichissime capanne di ■pietra del monte
/.n//'". contento che il risultato delle inchieste del Chierici e dello stesso Pigorini
avesse superalo la mia aspettazione. — Ma del pari soddisfatto non volle mostrarsi il
De Mortillet, e l'articolo stampato nel giornale ì'Eomme (') col titolo: Faux Pa-
léoethnologiques sia là ad attestarlo. L'umile scrivente ed il suo benevolo amico di
Roma, non possono certo essergli grati e riconoscenti, né in nome della scienza co-
smopolita, nò per quanto loro riguarda personalmente.
Difatto il Pigorini, certo del fatto suo, non tardò a pubblicare sopra tale disgu-
stoso argomento una nobile protesta sei e ali fica sul giornale l'Opinione di Roma del
18 settembre (2). Fu riprodotta nel Bollettino di paletnologia italiana (3), e fa per
così dire seguito ad un importante articolo del Chierici suR' ascia In mi In di pietra
ili Italia, ove è riferita ed esaminata l'insorta controversia sopra l'autenticità delle
scoperte in Breonio.
Ma il De Mortillet non sembra disposto a ricredersi, poiché nel giornale
l'Homme ( ') dopo aver per sommi capi riprodotta la protesta del Pigorini, conchiude :
- J'ai toujours dit que Breonio est ime localité fort intéressante, qui a fourni des
- pièces nombreuses et excellentes. Mais j'ai ajouté et je maintiens qu'on a mele à
« ces pièces des objets faux, et quii importe grandement de séparer l'ivraie du
« bon grain - .
Ignoro ciò che sarà per dire il prof. Pigorini sopra tale argomento. Non sarò
così ingenuo, né così ottimista per credere che anche le selci di Breonio non possano
in un tempo più o meno remoto, venire falsificate e poste in commercio o per incen-
tivo di lucro o per altre cause o scopi accennati dal De Mortillet che fino al pre-
sente da noi non esistono. Questo solo devo per coscienza e per intimo convincimento
affermare, d'accordo in ciò col mio collega prof. A. Goiran che mi ha preceduto in
queste ricerche, che mistificazione parziale non possiamo ammettere: le selci fino ad ora da
noi raccolte nei ripari e nelle grotte di Breonio e disposte nei Musei di Verona, di
(') 1885, 10 settembre, n. 17.
•i '."i XI. pag. 171.
(3) Bull, di paletn. ital. ami. XI, pag. 134.
(*) 1885, 10 novembre, N. 21, p. 663.
— 246 —
Roma e di Torino, al quale pure ne è toccata una serie, nonché qualche centinaio
che conservo ancora presso di me, o sono tutte falsificate, od appartengono tutte col
resto del materiale, alla remota antichità che comprende coli' età neolitica anche
quella del bronzo e del ferro. Ciò si verifica nelle antichissime capanne di pietra del
monte Lotta, il cui periodo si chiude colle fibule di bronzo e di ferro del tipo la
Tene, colle draniine massiliesi e con qualche asse onciale col Giano Bifronte.
Ma prima di chiudere questo capitolo un altro particolare merita di essere re-
gistrato nella storia di questi scavi. Il comune di Breonio, quantunque posto sul ci-
glione sinistro della celebre valle dell'Adige, appartiene al distretto di san Pietro
iu Cariano, del quale è regio ispettore degli scavi l'avv. cav. Ettore Scipione Righi
che si occupa con molto studio ed amore specialmente d'arte e di archeologia clas-
sica. Ma poiché il mio erudito Collega non poteva per le sue gravi e molteplici
occupazioni attendere ad un lavoro così lungo e penoso, che pel corso di alcuni anni
richiedeva sul luogo degli scavi la presenza dell'ispettore per settimane e mesi, così
di buon grado acconsentiva che le incominciate ricerche fossero da me proseguite.
Ora anche il Righi con molta mia soddisfazione trovò utile e conveniente di venire
a Breonio e sant'Anna nei giorni 15 e 16 del settembre (1885). Visitò accurata-
mente le stazioni del monte Lotta e quelle del Campostrin; esaminò il materiale ar-
cheologico già scavato e che si stava scavando, e fatta levare alla sua presenza per
alcuni metri la zolla erbosa, in quest'ultima stazione, sotto un terreno vergine e
compatto attraversato da radici di piante alpine potè raccogliere colle sue mani alla
profondità di circa cent. 30 un pezzo di sega di selce lungo cent. 12, piano sopra
una superficie ed a costa rilevata nel mezzo dell'altra, a taglienti rettilinei dentati
a fini ritocchi, come sono la più parie delle seghe di selce delle palafitte del Garda
e del Mincio, ed a pochi palmi ed allo stesso livello anche una di quelle selci fog-
giate a croce, particolari di queste stazioni, alcune delle quali potevano forse essere
adoperate come cuspidi di freccia. Ciò valse a confermare anche il Righi nel giudizio
per altre ragioni già emesso, che cioè non si potessero ammettere uè mistificazióni,
né frodi nei materiali colà fino ad ora raccolti, sotto gli occhi di tanti testimoni e
con tante cautele.
Topografia. Lungo il lembo settentrionale della provincia veronese, al contine
del Trentino, circoscritto dai comuni di Erbezzo, Gre/zana. Prun. Marano, Fumane.
Dolce, trovasi l'alpestre conni, /e di Breonio che presenta presso a poco la figura di
un triangolo rettangolo, di cui uno dei cateti viene determinato dal versante di sera
dalla vallata coerenziata del territorio di Erbezzo. comprendente le contrade deno-
minate: Selvaveechia, Vaitene, Provalo e Ronconi; presso la base trovatisi le con-
trade di Pissolana, Molina, G-orgwsello, Zivelongo e Cona; e l'ipotenusa viene de-
scritta dalla linea Breonio, Coste, Prelà, trovandosi quasi al centro nella parte infe-
riore sant'Anna d'Alfaedo <o del Faedo ed in quella superiore le Fosse.
Il detto Comune, la cui istituzione data dal principio di questo secolo, risulta
dalle frazioni Breonio e sant'Anna d'Alfaedo, la prima delle quali, anteriormente
alla costituzione del medesimo, faceva parte del Comune di Dolce, e l'altra di quella
di Erbezzo. La vasta superficie sulla quale si distendono le due fra/ioni, che ammonta
— 247 —
complessivamente a CMlom. q. 38,74; la loro costituzione topografica ed altimetrica
molto accidentata ne consigliarono la fusione in un solo comune colla residenza muni-
cipale in sant'Anna, dove attualmente si trova fino dall'aprile 18(57.
La frazione sant'Anna ha le sue comunicazioni tra le contrade Coste, Fosse e
sant'Anna mediante una eccellente strada carrozzabile, facente capo a mezzodì al con-
fine del comune di Prun, mentre dalla parte del settentrione la strada stessa s'ar-
resta alla contrada Fosse, alle radici del monte Costarella, il cui versante meridionale
confina col Trentino.
Un'altra strada che ha principio alla contrada Vallene serve a congiungere le
contrade di Provalo e Ronconi. Altre di minore importanza, più o meno carreggiabili
si prestano ad unire le suddette contrade nonché quelle di Cona e di Zivelongo,
mentre viottoli e sentieri mulattieri e pedonali servono a legare le suddette linee di
comunicazione.
La frazione di Breonio possiede la sola strada carreggiabile in manutenzione, che
partendo dalla contrada Fosse mette capo al confine del comune di Fumane. Un'altra
strada discretamente carreggiabile congiunge Breonio con Molina, mentre un'altra,
alquanto difficile pel carreggio, lo unisce alle contrade di Zivelongo e quindi con
Cona e sant'Anna.
A questi brevi cenni tratti per maggior precisione dagli Atti del Consiglio Pro-
vinciale di Verona (<), ho stimato necessario aggiungere la carta topografica del co-
mune di Breonio nella scala di '/«M0 colle indicazioni altimetriche e delle diverse
stazioni da me fino ad ora esplorate e delle quali in separato lavoro dovrò in se-
guito parlare (2).
Geologia del paese. Per le notizie geologiche di queste regioni che possono
interessare anche il paletnologo, cedo la parola all'amico cav. Nicolis al quale dob-
biamo la carta geologica della nostra provincia da tanto tempo desiderata, che come
sempre, mi fu cortese anche di questi cenni che fedelmente riporto:
L'altipiano di Breonio è lo spartiacque del contrafforte che divide la valle d'Adige
dagli alti confluenti della Valpantena; Marchiora, Lindo, Falconi, ecc. e nel quale
cominciano le prime incisioni della profondamente scolpita valle di Fumane che più
a sud la divide.
È grande l'interesse geologico di questo territorio poiché la pila di strati di cui
viene formato è profondamente incisa e largamente posta a nudo dalle forze esogene.
Ove la successione stratigrafica offre sezioni più potenti come in vai Marchiora ad
est di Campostrin e Busa ecc. si risconti-ano in basso i calcari grigi, compatti, lia-
sici a Lithiotis problematica Gumb, seguiti superiormente dalle grandi masse Dog-
geriane delle ooliti gialle gremite di strati di Pentacriniti di Rhynconella Clessii
Lep. ecc. cui formano tetto i calcari rossi ammonitici rappresentanti i piani di Klaus,
l'Oxfordiano, Kimmeridiano Titonico rosso ed a facies cretacea. Sovraincombono le
assise della creta inferiore, e sull'estensione superficiale delle maggiori aree affiora
l'j Anno IV, 2870, pag. 049 e seg.
(2) Nella annessa carta topografica le stazioni litiche in n. di 11 sono distinto da quelle con
bronzi dell'età del ferro, in numero di 7, mediante sot'iii particolari.
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la creta media marnosa e selcifera, a ( hondriles, la quale nelle lievi alture del monte
Loffa e dove si adagia il paese di Breonio è sepolta dalla creta superiore Seno-
niana a Stenonia tubercolata di Frane, ricca di Ananchytes ecc.
Su questo territorio così istruttivo restarono anche rispettati dall'abrasione lembi
di terziari antichi intersecati da formazioni vulcaniche. Sono Brecce basaltiche e
Tufe basaltiche intercalate fra i sedimenti dell'eocene inferiore e medio, i quali of-
frono vestigia organiche caratteristiche specialmente al monte S. Giovanni e tino ai
pressi di Breonio.
Al Paraiso specialmente in un calcare grigio è annidata una bella fauna del
Parisiano.
Tenuto conto che gli strati pendono a sud-ovest circa gradi 10, e che l'ondu-
lazione dell'altipiano di Breonio è minima, la citata serie stratigrafica è facilmente
riconoscibile dalle roccie che son poste a nudo ed incise.
Quanto alle poche varietà di selce piromaca o pietra focaia della quale sono
formati gli arnesi e stromenti raccolti sul luogo, credo indubbiamente ch'esse appar-
tengono a quelle che giacciono fra le roccie calcari o fra i banchi della creta infe-
feriore e specialmente del cosi detto marmo maiolica, quando stratificate e quando
in grandi geodi od arnioni che presentano sovente le forme più bizzarre, da simulale
talora avanzi di colossali mammiferi di razza scomparsa.
Cronologia ed etnografia. Sarebbe questo il luogo di aggiungere qualche notizia
sopra le origini dei popoli che nei tempi preistorici e protostorici aiutarono queste
regioni. Ma se le origini italiche, in onta agli studi indefessi e profondi di tanti
eletti indegni, si avvolgono ancora nella notte dei tempi, lo stesso fatalmente deve
ripetersi riguardo a quelle delle famiglie preromane dei nostri retici monti. Si citano
sempre gli indispensabili Aborigeni, Autoctoni, ed Lai i geni, per discendere agli
Arusnati della nostra celebre Valpolicella, non meno che gli Etruschi, Galli, Reti,
Euganei . Eaeti, ecc. ma senza nessun accertamento od accordo di successione
cronologica.
Gli attuali abitanti di sant'Anna d'Alfaedo o del Paedo, che soltanto dal prin-
cipio di questo secolo, come ho notato, furono aggregati al comune di Breonio,
mentre prima appartenevano a quello di Erbèzzo; si credono figli dei cosidetti Cimbri.
Quelli di Breonio invece di origine gallica. Merita forse notare il l'atto che una
certa demarcazione si osserva nella carta topografica annessa fra le stazioni litiche
in numero di undici, e quelle dell'età del ferro miste in numero di sette, essendo
ipielle della pura età della pietra sparse nella regione nord-est, cioè verso il Tren-
tino ed il Veneto, mentre le miste di avanzi anche di bronzi e di l'erri Gallo-EI ru-
schi sono allineate per così dire verso il sud-ovest, cioè verso la valle del Po,,
la Lombardia e la Svizzera.
Attendiamo quindi che ulteriori scoperte e studi coordinati ci porgano argomento
di procedere con minore incertezza nei nostri criteri, i quali mancano talvol a di un
solido fondamento anche per tempi meno remoti, e clic pur si chiamano sturici.
Quanto ;i me, umile pioniere di questi studi, se il tempo ed i mezzi Don mi
vengono meno, mi sono proposto di pubblicare in separata Memoria la descrizione
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delle singole stazioni litiche di Breonio, e 1' atlante illustrato dei più rari ed inte-
ressanti arnesi di selce in essa scavati e che destano l'ammirazione di quanti ebbero
l'opportunità di vederli nei citati Musei di Verona e di Roma.
APPENDICE
Le bozze di stampa del presente lavoro mi giunsero il giorno 6 settembre a
Sant'Anna d' Alfaedo sede del Municipio di Breonio.
Era con me fino dal giorno 31 agosto il collega E. Ispettore prof. Pompeo Ca-
stelfranco, venuto sul luogo espressamente per visitare le varie stazioni di questa re-
gione, e farsi un chiaro concetto di esse.
Fu questa una fortunata combinazione, che mi permette di poter aggiungere a
questo scritto anche il suo autorevole parere sopra queste scoperte, che per la loro
stranezza, avevano destato in qualche paletnologo ed in me stesso dubbi e sospetti.
Come nello scorso anno il Pigorini, così in questo ho messo il prof. Castelfranco
alla testa dei miei scavatori, lasciandolo interamente padrone del campo. Egli lavorò
da mane a sera indefessamente come un negro, scavò una intera capanna del monte
Loffa, visitò e fece ricerche nelle diverse stazioni, ed ottenne per fortuna risultati più
che soddisfacenti , come il lettore potrà convincersi dalla presente dichiarazione , che
egli spontaneamente mi rilasciava prima di partire, invitandomi a pubblicarla.
* Sant'Anna d' Alfaedo 8 settembre 1886.
« In questi giorni (dal 31 agosto all' 8 settembre 1886) ho percorse le varie sta-
li zioni del comune di Breonio, fatte conoscere dal mio collega cav. Stefano de Stefani.
« Ho visitato accuratamente il covolo di Cà de Per, la grotta della Zuana, il gran
« ri-paro alle Scalucce, i covoli del Sabbio/i, della Fontanella e della Campana, il
« Campo del Paraiso e i dossi di Zivelongo ; ho dato un'occhiata ai covoli dei Ca-
« merini e della roba; ho fatto scavi all'officina di Campostrino, alle Capanne del
« Loffa, alle Scalucce; ho interrogato le autorità e le notabilità del paese e gli sca-
« vatori. Da tutto il complesso dell'interrogatorio, delle escursioni e degli scavi, porto
« meco la convinzione che le scoperte del benemerito de Stefani sono di straordinaria
« importanza paletnologia. Ho cavato colle mie proprie mani ed ho veduto scavare da
« terreno vergine alcune forme strane, che, dapprima, mi avevano sorpreso e fra queste
« alcune crocette, un pettine (?), selci a tre punte e cuspidi a quattro alette ecc.
« Oltre queste forme insolite, s'intende che rinvenni numerosissime le solite forme di
» coltellini, sgorbie, azze, scalpelli, selci-ovolari, cuspidi di lancia e di freccia, ecc.
- Non ho ora più il minimo dubbio, ed è per me un compiacimento ed una soddisfa-
« zione il poter concorrere colla mia povera testimonianza, e questa nuova conquista
« della paletnologia italiana.
u Pompeo Castelfranco
« R. Ispettore degli Scavi e Monumenti <T antichità
« per la provincia di Milano »
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. K Voi. II, Parte la 32
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— 251 —
Il fenomeno sensibile e la percezione esteriore
ossia i fondamenti del Realismo.
(Parte prima).
Memoria del Socio LUIGI FERRI
letta nella seduta del 19 giugno 1881.
Che noi conosciamo le cose esteriori per mezzo dei sensi, che senza i sensi il
mondo tìsico non esista per noi, che intìne senza il loro aiuto non si comprenda nemmeno
l'esistenza e lo sviluppo della conoscenza umana, la quale nei suoi primordi è tutta
sensitiva o per lo meno involta nelle sensazioni, sono proposizioni ammesse dalla ragion
comune degli uomini e consentite dalla universalità dei filosofi d'accordo con essa, finché
si tratta di usare im linguaggio conforme all'esercizio spontaneo e volgare della facoltà
di conoscere. Ma questo accordo cessa dal momento che si domanda quale è il valore
delle conoscenze che dobbiamo ai sensi, in qual modo si formano, qual parte vi ha il
soggetto e quale l'oggetto ; se i termini delle nostre sensazioni, ossia i fenomeni sen-
sibili , esistono in sé come ci appariscono , ovvero se ci appariscono soltanto in un
modo relativo a noi. Allora colla riflessione filosofica nascono il dubbio e la critica.
La cieca adesione alla supposta identità di ciò che è percepito con ciò che è, di ciò
che esiste per noi con ciò che esiste in sé, non è più possibile ; la questione della rela-
tività della conoscenza è posta e deve essere risoluta. Un grande contrasto è apparso
allo spirito, quello cioè fra il mondo fenomenico e il mondo reale, e lo sforzo per com-
porlo risponde al bisogno di filosofare sorto appunto dalla coscienza impressionata da
questa grande novità. E di fatto, caduta quella fede primitiva nell'assoluta realità dei
fenomeni sensibili che si chiama il Realismo naturale, le discussioni filosofiche vi
hanno sostituito un Idealismo, nel quale la realtà esteriore svapora in concetti e
forme subbiettive di senso e di pensiero, o un Realismo il cui valore dipende da quello
della percezione, dagli elementi e dalle condizioni che vi si comprendono, dal modo
con cui il soggetto è congiunto coli' oggetto.
Questa questione della percezione esteriore, pel gran numero delle sue attinenze,
interviene in tutte l'altre relative alla natura e alle leggi della umana cognizione,
e si può riguardare come centrale e dominante, oggi sopratutto che gli sforzi dei cam-
pioni più illustri delle varie scuole intendono da ogni parte al suo scioglimento. Nò
la cosa farà maraviglia per poco si consideri quanto profondamente nella distinzione
del di dentro e del di fuori, del soggetto e dell'oggetto è implicata quella dello spirito
e della materia, e che se nel loro nesso si fonda la significazione idealistica o rea-
listica della conoscenza, d'altra parte nello studio delle funzioni che concorrono alla
percezione esteriore si presenta non meno necessariamente la questione di sapere se
— 252 —
bastano i sensi e i loro dati per conseguirla, o se vi contribuiscono, come condizioni
preambolo o concomitanti, i processi e le forme proprie dello spirito senziente e in-
telligente, in guisa da non potere riguardar l'esperienza come puro effetto delle forze
esteriori. In breve, tutti i grandi sistemi filosofici moderni, Empirismo e Razionalismo
critico od ontologico. Realismo e Idealismo, Spiritualismo e Materialismo gravitano
per così dire verso la questione della percezione come verso un centro comune.
Non è mia intenzione di percorrere tutta la estensione di questo vasto campo.
Non ne trascurerò nessuna parte, ma farò di una sola lo scopo principale del mio lavoro,
applicando alle altre una indagine proporzionata alle relazioni che sostengono con essa.
Il problema a cui rivolgerò specialmente la mia attenzione è quello del fenomeno sensi-
bile, o esterno, che chiamerò semplicemente il fenomeno, e del quale mi sforzerò di sta-
bilire la natura e le attinenze colla forza o energia di cui è la manifestazione, al fine di
contribuire alla dimostrazione di un Dinamismo metafisico, o Monismo ontologico della
forza, a cui gli studi filosofici e scientifici odierni mi sembrano da ogni banda confluire.
I filosofi antichi, segnatamente Platone e Aristotele, hanno accuratamente distinto
il sensibile dalla sensazione, e, senza disgiungerli, il che sarebbe impossibile e assurdo,
ne hanno nondimeno notato le differenze; e benché le loro speculazioni su questo punto
non siano complete ne coerenti sempre e in tutto, e non prevengano le ricerche cri-
tiche fisiologiche e psicologiche dei moderni, esse hanno nondimeno determinato il carat-
tere del fenomeno con una sicurezza d'intuizione e rettitudine di dialettica propria di
una dottrina più sintetica e obbiettiva che analitica e subiettiva, mentre le scuole
dei nuovi tempi, improntate da un carattere opposto, ne hanno ridotto generalmente
la natura, con recisa e assoluta ripartizione, a un modo del soggetto o dell'oggetto.
Mentre presso dei due maggiori pensatori della Grecia, il fenomeno è qualcosa di
reale che dipende dall' uno e dall' altro termine e pone l'uno in comunicazione con
l' altro mediante una sintesi naturale immediata , la filosofia moderna , spezzando
questa unità vera si è svincolata dall'opposizione degli elementi contrari che vi sono
compresi, sostituendovi la falsa unità di un fenomeno allatto soggettivo od oggettivo
nella sua essenza; per cui o dal soggetto non è stata capace di varcare all'oggetto,
o 1' oggetto condensato, a così dire, nei fatti di estensione e di moto è apparso loto
coelo, nonché diverso, diviso dal pensiero, e il dualismo è sembrato divenire inevi-
tabile e irresolubile.
Prima dunque di accingerci direttamente allo studio della questione attingendo
all' analisi psicologica e ai risultati delle scienze positive , domandiamo alla storia
quale è stato 1' andamento del pensiero filosofico circa questo importante problema ,
contiamo le principali soluzioni che ha ricevute, notiamo le differenze che le dividono
e le ragioni su cui si fondano, onde dai loro stessi conflitti pigliar le mosse per ri-
costruire il concetto del fenomeno e la dottrina della percezione. Cominciamo dalla
filosofìa greca.
I. La filosofìa greca prima di Pia Ione.
Atomisti - Vi sono nella filosofia greca tre soluzioni principali della questione
che ci siamo proposta; 1° il soggettivismo individualistico di Protagora, derivato
dalla dottrina di Eraclito sul moto universale della materia e dalle sue conseguenze
— 2H3 —
sul rapporto della sensazione col sensibile ; 2U 1' oggettivismo di Democrito e di
Epicuro ; 3° quello di Platone e di Aristotele ; 4° lo scetticismo della scuola
che s'intitola appunto dalla scepsi e dei loro seguaci, i platonici e aristotelici
immediati o remoti. Rendiamoci conto del significato di queste dottrine. Le altre
scuole greche o non hanno trattato espressamente il problema della percezione e
per la insufficienza delle loro idee rudimentali in Psicologia , non offrono sotto
questo rispetto , un interesse sufficiente come sono generalmente le presocratiche
salvo L'atomistica; o non fauno che modificare più o meno leggermente l'insegnamento
dei fondatori, o lo allargano unendolo, in certi confini, a dottrine di altra provenienza
come fa appunto F eccleticismo di parecchi Alessandrini, o finalmente attenuano ed
estenuano teorie già esistenti sul medesimo soggetto , e questo sarebbe il caso della
scuola stoica, che sulla questione della percezione non sembra differire dalla peri-
patetica, se non per l'indebolimento del concetto della esperienza.
E noto che i sofisti hanno non poco contribuito a mettere in luce il carattere
relativo delle sensazioni e dei fenomeni sensibili e più generalmente della conoscenza;
ma quegli che vi ha concorso sopra gli altri è Protagora, del quale, come tutti sanno
è la celebre sentenza: che l'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono,
come sono, e di quelle che non sono, come non sono ('). La sua adesione alle idee
di Eraclito sul moto o flusso universale dell'essere lo condusse a una dottrina della cono-
scenza il cui carattere è non soltanto la soggettività e la relatività, ma una fenomena-
lità affatto individuale. Egli non ammetteva la possibilità di qualsiasi affermazione
al di là delle sensazioni di ciascuno e di ciò che contengano nel momento in cui si
provano, cosicché la scienza diveniva, dal suo punto di vista, impossibile, e una sola
verità soprastava alla instabilità di tutte le altre; e cioè che tutto è instabile (2); punto
di vista vicinissimo a quello dei Pirroniani e degli Scettici greci del periodo poste-
riore, i quali, fra i motivi di sospendere il giudizio, comprendevano essenzialmente la
relatività delle percezioni sensibili e distinguendo i fenomeni dalle cose in sé, da essi
dichiarate inaccessibili , differivano da Protagora in questo solo : che egli professava
(') lli'wxiav xQr]ui'd(0f ftÌTQoi' ó (<i'9qu)ttos rajv (lèv ovriav wg lari, rUv Si jxij ovruìf ws- ovx
tarli'.
C2) Il prof. Peipers nelle sue Untersuchungen uler das System Platos Lipsia 1874 (p. 47)
mette in dubbio la connessione storica della dottrina di Protagora con quella di Eraclito parendogli
che la prima non sia altro che un sensismo le cui conseguenze coincidono con quelle del flusso uni-
versale Eracliteo nell1 ordine della conoscenza , sensa derivarne direttamente. — Certo è per altro
che la maggior parte dei critici e degli storici si attengono al concetto che di Protagora ci porge
Platone nel Teeteto e l'interpretano nel senso della connessione suddetta (Vedi il Bitter, lo Zeller,
il Prantl, e ultimamente il Siebeek nel primo volume della sua Storia della Psicologia (prima parte,
pag. 157 e seguenti). Non è poi inutile l'avvertire che Sesto Empirico nelle sue Ipotifosi conferma
Platone. Al capo XXXII del libro primo egli distinguendo la Scepsi dalla dottrina di Protagora e
dopo averne spiegato il principio espresso nella celebre forinola che Platone riferisce nel Teeteto,
determina il dogmatismo protagoreo col flusso continuo della materia e l' incessante vicenda del
moto. Il Peipers, mette pure in dubbio l'estremo individualismo della dottrina sensistica di Prota-
gora. Esso sarebbe solo una conseguenza estrema impostagli dalla dialettica di Platone. Per altro
anche su questo punto Sesto Empirico conferma l' esposizione dell' autore del Teeteto.
— 254 —
la certezza assoluta del moto universale, mentre essi ricusavano qualunque specie di
dogmatismo (Sesto Empirico, Ipotiposi Perroniane Capitolo 32).
La dottrina della scuola atomistica è più particolareggiata e più istruttiva delle
precedenti per la questione che ci occupa. Secondo Democrito emanano dalle cose sen-
sibili degli effluvi di atomi che fanno impressione sull'anima, composta essa pure di
atomi, e la penetrano, cosicché si ritrova in questa dottrina la massima generale della
filosofia presocratica secondo la quale la conoscenza non è possibile che dal simile
al simile ('). La percezione visiva particolarmente proviene, secondo Democrito, da
effluvi fatti ad immagine delle cose e che egli chiamava sìSala, simulacri. Tuttavia
i sensi dai quali derivano generalmente le nostre cognizioni non bastano a rivelarci
la vera sostanza dei corpi che occorre domandare alla ragione. Incapaci di penetrare
fino agli àtomi che costituiscono la realtà quale esiste in sé, i sensi ci permettono
soltanto di comunicare coi corpi in un modo relativo, mentre spetta alla riflessione ra-
zionale il procurarci una nozione obbiettiva degli elementi invisibili e intangibili da
cui risultano i fenomeni. Quindi nelle cose corporee una distinzione che corrisponde
a ciò che i moderni chiameranno le qualità primarie e secondarie. Poiché mentre De-
mocrito attribuisce agli atomi il peso, la durezza e la densità, considera come stati
del soggetto senziente modificato il sapore , il colore e la sensazione della temperatura,
con questo riserbo per altro che tali qualità hanno una base obbiettiva nella figura ,
posizione , quantità e ordine degli atomi (-).
Questa teoria dalla quale han preso generalmente le mosse quelle che sono state
escogitate dalle scuole materialiste, ha in sostanza un carattere essenzialmente fisico
e si cura appena del lato psichico della questione, notando la differenza che passa
fra la conoscenza delle cose esterne limitata dal senso e quella che è dovuta all'in-
telletto. Aggiungasi pure che essa rende conto della verità e dell'errore delle sensa-
zioni ammettendo un rapporto normale o anormale nel commercio dell'anima colle
cose esteriori e nell'influsso loro scambievole. Diversamente dal punto di vista nega-
tivo di Protagora e da quello universalmente sospensivo degli scettici, la dottrina di
Democrito assegna alla percezione sensitiva im valore che dipende dalla regolarità delle
sue condizioni e dalla costanza dei fenomeni percepiti (3).
(') Questa massima è ricordata da Aristotele nel 1. del De anima ed espressa in quei versi
di Empedocle:
rulfì uèv yàg yuluv SniónafÀSf, vduii ó'vthop.
.li.'ifQi tfaìdéga Stuv, drag nvgì nvg atdrjXov eccetera.
(-') Aristotele nel ln dei Metafìsici parlando di Leucippo e Democrito Tanrec; (<tìr:«<) fisvtot
rgeìs etvai ìéyovei, a/ìj/ni <f X(" '"i"' x"> »'£<?"' ' cfiagiégeiv yàg (fieni rò or (natio) xià ctiaS-eyg
xiù TQonjj /uòvo)', rotino;- &è <> (lèv §vctuòg a/i^ut; ìoxiv, >'; (fé à'mlhyì] r«fl£ ', (fé iootiì'j fUoig. Ànst.
Metaj.li. I, 985 b, ed. Bonito Bonnae 1848.
(3) I seguenti passi del libro del Siebeck sulla storia della Psicologia forniranno qualche schia-
rimento sulla dottrina di Democrito intorno alla conoscenza sensibile e ai suo oggetti.
u Anche per Democrito la sensazione si spiega essenzialmente considerando che certe parti delle
cose esterne entrano in immediato contati U'organo del senso Alla produzione della sensaz
occorre in prima linea una certa forza dell'impressione (Teofrasto de sensu et sensili) la quale di-
pende dalla densità delle partì prementi. I scusi sono valichi per lui essenzialmente come pi t
Eraclito e per Empedocle. I' mzi 1. nella costituzione dell'occhio è la finalità umida e spugnosa
— 255 —
Notiamo in tino a compimento di questi rapidi cenni l'importanza della nozione
di spazio, e il valore obbiettivo di che essa è fornita in questa dottrina. Poiché non
solo i corpi sono percepiti ed esistono nello spazio, ma la loro composizione e le dif-
ferenze della loro leggerezza e della loro gravezza, in altre parole la loro densità e
rarità si spiegano mediante di esso , cioè per gli intervalli che intercedono fra le
particelle di cui sono formati. Grande o piccolo, interstizio di atomi o contenente dei
mondi, lo spazio nella dottrina di Democrito e di tutta la scuola Atomistica ha un
significato ontologico , è reale ; senonchè questo vuoto che gli atomi e i corpi occu-
pano, e che dividono in apparenza, non si conosce nella sua verità che dall'intelletto
solo capace di comprenderne l'essenza una, infinita, eterna, immutabile.
Nessuna differenza veramente sostanziale separa la dottrina di Democrito da
quella di Epicuro e di Lucrezio, e generalmente da quella degli Epicurei. Come l'antico
fondatore dell'atomismo essi ammettono che i nostri sensi non sono tocchi diretta-
mente dagli oggetti, ma dalle immagini loro. Anche per essi le sensazioni, da cui
dipende la conoscenza dei corpi, sono relative ; i colori per es. non esistono nelle
cose vedute, ma si generano per certi ordinamenti delle loro parti e posizioni per
rispetto alla vista ; cosicché la percezione sensitiva non ci offre che un mondo feno-
menale, mentre il solo pensiero conosce il mondo obbiettivo, il mondo in sé, cioè
quello degli atomi con le proprietà fondamentali della estensione, della figura, della
durezza, dell'ordine e del moto col vuoto immenso che li contiene (').
Vi sono dunque tre tesi principali alle quali si possono ridurre le dottrine di
Democrito e degli atomisti della sua scuola intorno alla conoscenza delle cose
delle suo parti; nell'orecchio egli vede semplicemente un canale per la penetrazione dell'aria
nell'interno del corpo. D'altra parte non si può disconoscere in lui uno sforzo diretto a intendere le di-
verse classi di sensazioni mediante un certo riferimento alla speciale costituzione degli organi sin-
goli. L' essenziale nel processo della sensazione è il trasporto della impressione esterna all' anima
mediante la dilatazione della medesima in tutto l'interno del corpo, (Ibidem). Quindi la impossibilità,
secondo Democrito, di una trasmissione perfettamente fedele in conseguenza della cooperazione e
mediazione degli elementi che intervengono fra il soggetto e l'oggetto.... ». Democrito distingue negli
oggetti qualità soggettive e oggettive (riassumo il resto del passo) qi antunque non lo designi con
questi nomi moderni e non tenga sempre presente questa distinzione nello sviluppo della sua teoria
della sensazione, come per esempio allorquando rappresenta la visione come uno specchiamento del-
l'oggetto nell'occhio mediante le immagini. Più coerente coi principi del suo atomismo è la spie-
gazione che dà del tono, il quale è un flusso ((>evfia) di atomi che, movendo dall' oggetto, pone
in moto gli atomi dell'aria e si spinge a traverso il corpo sino all'anima.
Separando le qualità dei corpi che dai moderni furono dette primarie e secondarie, Democrito
attribuisce in proprio agli atomi peso durezza e densità. Il peso per esempio, in quanto differisce
dalla leggerezza, è un divario nella obbiettiva posizione degli atomi e nel loro rapporto al vuoto che fra
essi si trova. Invece trattandosi di proprietà che possono valere soltanto per uuo stato del soggetto
modificato, egli nomina il sapore, il colore e la sensazione della temperatura. Per altro anche a
queste qualità subbiettive corrisponde qualche qualità obbiettiva per la forma , posizione e ordine
degli atomi delle cose che operano su di noi, quantunque nella percezione stessa questi rapporti
come tali, non vengono appresi.
(Vedi Geschichte der Psy citologie von D. Hermann Siebeck professor an der Universitat Basel,
erster Theil, erste Abtheilung: Die Psychologie vor Aristotelcs p. 109-130).
(') Per più particolari sull'epicureismo vedere la Filosofia dei Greci, di Edoardo Zeller, terza
parte, prima sezione; ed Enrico Ritter, Filosofia antica.
— 256 —
esteriori; la prima è la mediazione dei simulacri o immagini fra i corpi in sé e i
nostri sensi ; la seconda è la relatività delle nostre percezioni sensitive e la necessità
del pensiero pel concepimento delle sostanze corporee quali sono in sé; la terza è la
divisione delle proprietà fisiche che in linguaggio moderno si direbbero subbiettive
e obbiettive, dipendenti e indipendenti dai sensi.
La prima di queste tesi fu del tutto abbandonata, benché ricevesse coll'ipotesi
nell'emissione un momentaneo appoggio dalla fisica. Le due altre sono di gran lunga
le più importanti e rappresentano nella teoria della percezione, o piuttosto nella sua
parte ontologica, un acquisto imperituro sotto im certo rispetto, in quanto che la
fisica, considerata come studio analitico dei fenomeni e separata dalla indagine delle
loro cause e sostanze, ossia dalla metafisica, ci rappresenta necessariamente i corpi
come complessi di atomi estesi e mobili, figurati, duri, indivisibili e impenetrabili.
II. Platone.
Ma affrettiamoci ad esporre la teoria di Platone su questo medesimo soggetto.
Essa si collega naturalmente con le sue dottrine della conoscenza e dell'essere.
Il filosofo ateniese è il primo fra i greci dei quali ci sono pervenuti gli scritti,
che abbia trattato con precisione e ampiezza la psicologia. Egli non solo distingue
le parti dell'anima in razionale e irrazionale, le descrive e ne discorre le attinenze
col corpo in modo sintetico nel Timeo, ma nel libro sesto e nel settimo della Repub-
blica, traccia un quadro delle potenze conoscitive (dwàfiEig) in cui l'ordine sogget-
tivo e l'oggettivo si corrispondono in modo simmetrico (:). Disposti gerarchicamente fra i
due estremi dell'ignoranza e dell'intellezione pura da un lato, del non ente e del puro ente
dall'altro, i termini delle due serie vanno dal minimo al massimo del conoscere e dell'es-
sere e viceversa. Nella realtà ci è l'intelligibile e il visibile o sensibile (rò votjtóv-tò
oqutóv-xò altìS-rjzóv), il mondo dell'essenza e del vero essere (ovaia, tò ovroog bv) e
quello del fenomeno o dell'apparente (va yaivòftevov, tò óuxovr) e ciascuna di queste
parti si divide in due ; sono nella prima le idee (sVóy) e gli oggetti matematici (tu
lAu&rjiiuvixà); nella seconda che si immedesima con le cose generate o con la gene-
razione (ytito'is) sono le piante, gli animali, le opere tutte della natura e dell' in-
dustria (tpvru, fwa, axsvaatu) come pure le immagini reali (slxóvsg) quali sono le
ombre (ffxua) o le apparenze di cose specchiate nelle acque (tu iv totg rateai tpav-
tàa/xaTa). Medesimamente due sono le divisoni della conoscenza, e cioè la funzione
che ha per oggetto il fenomeno e l'apparenza reale e quella che si riferisce all'essere
sostanzialo delle cose, la dosa ((J7i£«) e la noesi (vórfiig), in altri termini, la cono-
scenza sensitiva o fenomenale e l'intellettiva, e mentre la prima comprende, oltre la
sua base che è la sensazione (aiaS-rjitig), la fode o adesione (mavig) e la funzione
rappresentativa e opinativa (eìxcasia); la seconda abbraccia il pensiero discorsivo (óiàvoia)
e il pensiero intuitivo, ossia la scienza in senso assoluto (sntaiijt^).
(') Cf. Untersuchuncjen ùber das system Platos gefuhrt von David Peipers. Leipzig. 1874, e
Ontologia Platonica ad notionum torminorumque historiam symbola scripsit Dr. David Peipers.
Lipsiae 1883.
— 257 —
Il posto (li quella specie di conoscenza che i moderni chiamano percezione
fiore nel quadro platonico non è dubbio. Esso è nella #«£«, e dal dialogo il Teeteto,
nel quale essa è ampiamente descritto e discussa, risulta che ha per elementi sog-
gettivi: 1° l'impressione dell'oggetto (o agente) esterno; 2° la sensazione corrispon-
dente (cua&TjGic); 3° l'attività dell'essere senziente che alla passione dell'anima
(.Tallitine) aggiunge il giudizio empirico o opinione {do^àtsiv, ào£a); 4" la fede
(.riaiu) o adesione; la quale può essere compresa in un opinare (tfo£a£etr) imme-
diato o mediato, senza discorso o con discorso (<ttià Xóyov), e nondimeno rimanere
nella cerchia della facoltà conoscitiva dell'apparenza sensibile e coincidere con la verità
fenomenica, essere opinione vera, senza perciò confondersi con la scienza o intellezione
o pensiero noetico.
Il conservare esattamente l'ordine nel quale Platone, nel detto luogo della
Repubblica, enumera e dispone gerarchicamente le funzioni conoscitive è cosa di
molta importanza per che voglia stabilire con qualche sicurezza il rapporto della per-
cezione e dei suoi aspetti, quali i moderni gì' intendono, con ciò che vi ha di più
o meno equivalente nella psicologia platonica, stante la gran differenza delle espres-
sioni e delle analisi ; e appunto per questa ragione occorre avvertire che la fede
(m'cfTic) è collocata da Platone al disopra della rappresentazione conghietturale (sìxaaia),
precisamente al modo stesso che le realtà fenomenali degli oggetti esterni a cui ade-
risce la prima sono poste al disopra delle loro ombre, e dei loro riverberi, a cui si
attiene la seconda.
Non v'è per Platone sapere in senso stretto e per conseguenza esercizio di un'in-
telligenza che si renda piena ragione delle cose, senza riferimento consapevole dei
fenomeni alle idee o senza ritorno da queste a quelli; quindi la conoscenza delle
apparenze sensibili, anche retta, anche accompagnata da discorso, e coincidente col
vero, non è parte della scienza, né quindi della funzione intellettiva propriamente
detta, non appartiene alla intelligenza discorsiva, né alla intuitiva ('); di guisa che
la percezione intellettiva dei moderni, quella cioè che applica le categorie di sostanza e
di causa alle cose sensibili, non avrebbe il suo esatto correspettivo né in quella parte
del conoscere platonico onde è esclusa l'idea, né in quella dalla quale è segregata l'appa-
renza. La percezione intellettiva non sarebbe per Platone la pura intellezione (rójjtftg)
che ha per oggetto il puro essere, ma il pensiero che afferra il rapporto fra il feno-
meno e l'idea, fra i sensibili percepiti e il lóro tipo ontologico, base del giudizio com-
parativo, imo stato insomma di mente che partecipa della dóga fiera Xóyov e della
diàvola, un processo che va da una forma dell'opinione a una forma della scienza.
Ma non insistiamo di più sopra un problema che Platone non si è proposto espli-
citamente e stiamo nella sfera della percezione sensitiva, di quella stessa che gli espo-
sitori e critici tedeschi chiamano Sianliche Wahrnehmung e vediamone la natura e
il risultato.
La dotta-ina di Platone, come quella dei greci in generale, sul problema della
(') E pure l'opinione dello Zeller che la &6ta àhj^ e la o°ó£« fiera Xóyov siano escluse dalla
sfera dell' iniat^fxtj — Vedi pagine 493-494 della seconda parte, prima sezione, della Philosophie
der Griechen, 3* edizione e note ibidi m.
1 1] isse di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4", Voi. II, Parti 1 -' 33
— 258 —
percezione, salvo gli scettici, esclude il punto di vista critico che è proprio dei
moderni. Essa è dogmatica, cioè riposa sulla affermazione di un nesso positivo fra la
conoscenza e l'essere, nesso, che essa determina colla distinzione e partecipazione
del sensibile (afotìijróv) e dell'intelligibile (vorpóv), di ciò che esiste pei sensi e di
quello che è per sé (rò xuV •' avrà), del fenomeno e dell'idea (slóog).
Il significato ontologico della idea platonica non deve far credere che Platone
fosse un idealista secondo il concetto moderno della parola, cioè secondo la dottrina
che nega la realtà esterna del mondo sensibile affermando solo la realtà soprasensibile.
Per formarsi un concetto chiaro della teoria platonica a questo riguardo, occorre
precisare la natura del fenomeno o del sensibile oggetto della sensazione e della
fede compresa nella dóga o facoltà conoscitiva dell'apparente. Ora il fenomeno non
è per Platone un'illusione soggettiva, ma il riverbero dell'idea, la sua apparenza, e
quest'apparenza è reale. Vediamone le prove. Vi sono, ha egli detto nel Timeo, due
cose da distinguere : ciò che sempre è e non ha genesi, e ciò che sempre si genera
e non è giammai; l'uno accessibile al pensiero imito a ragione e immutabile ; l'altro
conseguibile per l'opinione (óó'Sa) unita a sensazione irrazionale, soggetto alla gene-
razione e alla morte e non esistente realmente mai (')• Ma questa opposizione famosa
che si ritrova in tutti i dialoghi metafisici di Platone e che signoreggia tutto il
suo sistema, non è quella dell'essere e del nulla. Il fenomeno per lui non è il non-
essere assoluto, ma il non-essere relativo, il non-essere che esiste per partecipazione
alla vera realtà dell'idea, al rò ori Mg or, a ciò che è essenzialmente. Il fenomeno
è la medesima cosa che la generazione (yévsaig). Esso è pure l'apparente (óoxovr)
ed apparisce nella sensazione alla dó§a, facoltà conoscitiva dell'apparenza. È infine
il sensibile.
Platone si è occupato nel lineo del processo proprio di ciascuno dei cinque
sensi e ne ha descritto i particolari fisici con più minutezza assai che non si creda
generalmente (2). Ma non sono questi ricordi di una fisiologia antiquata e sovente fan-
tastica che ci interessano in questo luogo, mentre ci preme di conoscere il suo pen-
siero sui punti essenziali della teoria generale della percezione ; uno dei quali, anzi il
più importante per la metafisica, è la natura del fenomeno o del sensibile.
A questo scopo dividiamo la questione in due parti e domandiamoci quali sono
le condizioni fondamentali del fenomeno nell'ordine della conoscenza sensitiva, e quali
quelle da cui dipende nell'ordine ontologico anteriore alla percezione ; poiché Platone
(!) "Eanv avi' J/; xat' èfirjv óóìav itQwxov iiai^stsov ràdi -il xò 6v fièy ufi. yéveaw <fì or*
evov xaì ri rò yiyvófisvov (ààv àei, ÒV éi oviénore. tò fiìv dij, vojjtfei iifrà Xóyov nsqiXrjnxòv , un
■/.ara taira òv. rò ef av dofj per' alad-qaems dXóyov , doSaaxàv , yiyvópevov xal ànoM/Aevov, orno;
tfè ov&énoxe ov. Platonis dialogi Timaeus V, 28, D-B ex recog. Hermanni Voi. IV, p. 332 Lipsiae
Teubner 1852.
(2) Il progresso, dice il pTof. Siebeck nel 1° volume della sua Storia della Psicologia, com-
piuto dalla psicologia della sensazione pressi. Platone censisti- essenzialmente in questo : che le partì
rispettive del fattore obbiettivo e del subbiettivo non sono soltanto pit chiaramente distinte ma
, con più speciale ricerca determinate in quello che hanno di proprio. Plat non si sforza sol-
tanto ili dimostrare che ad ogni specie di sensazione corrisponde una specifica maniera di movimento
psichico ''"ine un modo particolare ili influssi, >■ -t. tì mv. ma i tndia pure di rappresentarne, al pò -
sibilo senza lacuna, 1" sviluppo nella continuità dei suoi singoli staili. — Siebeck, voi. cit. p. 212'
— 259 —
ne ammette la esistenza in queste due sfere, ce lo mostra al principio della creazione
che si agita caoticamente nella materia da cui è inseparabile, lo segue nell'ordina-
mento successivo a cui lo sottopone l'efficacia delle idee e la potenza del bene. In
altri termini il fenomeno si presenta presso Platone con la sensazione, come suo
usciti! immediato e connesso, e quindi come tatto relativo alla psiche, ma anche come
anteriore ai senzienti particolari, agli animali cioè e all'uomo, e quindi come elemento
dell'essere e parte ontologica del mondo. Come si conciliano questi due aspetti che
sembrano contraddittori, o sono essi e fino a qual punto inconciliabili ? Platone ha
egli avuto del fenomeno una idea coerente, e costante, e quale è dessa ?
Notiamo prima di tutto che Platone ha tenuto questo procedimento come risulta
da tutto il Teeteto. Egli ha applicato la sua dialettica a circoscrivere esattamente il
calore e descrivere con precisione il contenuto della percezione sensitiva, discutendo
il sensismo di Protagora e mostrandone il nesso con la dottrina eraclitea del moto
e flusso universale. Il sensibile si distingue profondamente dalla cosa in sé come la
sensazione dalla scienza ; tale è certamente la conclusione finale alla quale egli mira
ed arriva. Ma l'analisi della conoscenza sensitiva che è, per così dire, la premessa
del suo ragionamento, contiene alla sua volta una determinazione dell'attinenza che
passa fra la sensazione e il suo oggetto immediato, ossia il sensibile, sulla quale ci
occorre di fermare particolarmente l'attenzione.
Il sensibile e la sensazione nascono, ad un parto e sempre appaiati, dal con-
corso e influsso reciproco di due cose in movimento, di cui l'ima è agente e l'altra
paziente, e come nascono insieme, così diminuiscono e crescono, si alterano e muoiono
insieme. Suscettivi o no di ricevere sempre nomi appropriati, i termini delle due
serie parallele e congiunte sono, per altro, sempre distinti, poiché unitamente alle
visioni, alle audizioni, agli odoramenti, toccamenti e gustazioni vi sono i colori, le
voci-, gli odori, il caldo e il freddo, i sapori. Inoltre mentre nell'una e nell' altra
schiera si notano classi diverse, havvi per ognuna delle due una natura specifica
unica come vi sono proprietà comuni ad entrambe. Poiché da una parte tutte le
sensazioni sono passioni o modi passivi e mutazioni, e dall'altra tutti i sensibili sono
moventi in moto e apparenze di essere, non esseri veri o in sé, e come la sensazione
si determina e distingue pel suo sentito, così il sentito per la sensazione e nella sen-
sazione, di guisa che l'uno e l'altra sono relativi, e lo sono scambievolmente pel
nesso che li annoda, come lo sono rispettivamente alle singole classi a cui si rife-
riscono per la condizione di universale mobilità che avvolge il sensibile e il senziente.
Il sensibile è dunque un'essenza intermedia ('), che non è nò il soggetto né l'og-
getto in sé, ma che dipende dal divenire dei due ed è non già un' apparenza fissa,
ma mutevole e mossa in ogni istante al pari delle sue condizioni fra le quali prin-
cipalissime sono lo stato degli organi sensitivi e l'operare dei corpi sentiti o degli
elementi loro, essendo costante dottrina di Platone che la cosa sensibile è ora grande,
(') Ecco un passo decisivo del Teeteto (154 a) ove il sensibile è spiegato coli' incontro di due
movimenti, del soggetto cioè e dell' oggetto ed è definito per un risultato intermedio di entrambi :
Kai rhuiv oi'rw jiélttvie xul Xevxòv xaì ónovv «Mo XQtòftct ex xrjg ti qog §oXì,g xiài* òputhiov ngik xrpi
nooatptovauii (pagai* ipuvehm yeyeprjjj,évov, x<à o <fi] èxciaroy riveli qiapsp /£<«,(<«, osta rò nQoojàMoì'
or te xò rrQoa§u).Xriu£vov hax«i, àXXù petccl-v ri txiiaxio 'iSiov yeyoi'óg.
— 260 —
ora piccola, ora pesante, ora leggiera, ora bella ora brutta, sempre diventa e nou
mai è stabilmente.
In questa relatività, mutevolezza e contraddizione del fenomeno consiste per
Platone la sua opposizione all'idea, mentre dalla imitazione (fiCfnnaig) e partecipazione
(lu'Vi-Ztc) dell'idea dipende la sua forma determinata e tutto ciò per cui è parvenza
conoscibile della rispettiva essenza.
Chiaro apparisce da questi concetti che il fenomeno nella percezione platonica
non è né un puro modo soggettivo, né una illusione, e molto meno un nulla, quan-
tunque sia chiamato non-ente per riguardo all'ente vero del quale è la parvenza reale.
Ma a meglio mostrare in che senso e fino a qual punto il fenomeno, secondo la
mente di Platone, abbia valore di realtà, occorre parlare delle sue cause fisiche e
connetterle coi principi dell'essere e del conoscere secondo le attinenze che questi
e quelle hanno nel sistema e nella genesi delle cose descritta nel Timeo. Poiché se
i fenomeni corporei appariscono al senso sotto la condizione dell'incontro e influsso
reciproco del senziente fornito di organi e dell'agente esterno, la esistenza di questi
deve precedere e determinare le sensazioni e i termini loro immediati. E di fatti Pla-
tone distingue accuratamente negli oggetti sensibili le qualità loro relative al senso,
quelle che i moderni chiameranno secondarie, da quelle che esistono anteriormente
alle sensazioni e costituiscono la natura dei corpi ; i quali, come è noto, si spartiscono
tutti nelle classi dei quattro elementi, fuoco, aria, acqua e terra. Or bene che cosa
sono questi corpi elementari dei quali si compongono tutti gli altri corpi, e quali ne
sono le qualità essenziali? Ridotti alle loro particelle essi sono, secondo il filosofo
ateniese, piccoli tetraedri, ottaedri, icosaedri e cubi, volumi formati da superficie a
figura diversa e diversamente mobili, di guisa che, per quanto dipende dalla loro
natura, il mondo fisico ha una base geometrico-meccanica. Ma penetriamo più avanti
fino ai principi della loro genesi, poiché essi sono generabili e finiti. Due sono questi
principi, uno è la materia e l'altro è l'idea. Dall'imo tengono la estensione o gran-
dezza, la mobilità irregolare e ima formazione rudimentale e incerta; dall'altro la loro
figura definitiva e il loro movimento regolare conformati alle ragioni geometriche.
Effettivamente descrivendosi nel Timeo la generazione del cosmo si richiedono
come necessarie a spiegarla quelle tre cose che furon dette impropriamente la trinità
platonica, e sono : 1° l'esemplare (tò nreodJdy^a), ossia l'idea, sussistente in sé,
principio eterno di ordine e di stabilità ; 2° il generato (rè ysyovóg), esistente per
l'idea e fatto a sua immagine; 3° il luogo della generazione (')■ Ora quest'ultimo, che
è assomigliato alla madre, è non solo il luogo (rÓ7roc) di ogni genesi del sensibile
{altìdrjTÒv) o visibile (ÒqcctÓv), la natura ricevente (deponevi) <fvaii) o ricevitrice
({'ìtuóoxi]), non solo è la quantità suscettiva dei contrari, cioè del piccolo e del
grande (fis'ya xcà fiixQÓv), esistenza interminata (ocTteigov) e informe [àuoQifov) caratteri
che la identificherebbero unicamente con lo spazio degli atomisti, ma è anche principio di
moto e di divisione caotica; natura strana e oscura non accessibile direttamente al senso,
ma conoscibile indirettamente e con una specie di ragionamento spmio (XoyiouM vivi
(>)'/> d'avi' rea naQÓvTL %QTJ yévtj $t,avorj8rjvttt, tQi/ird, tò jj.hv yiiyvójJLevov, tò cf it> co ytyvetai,
rò eP odsv àcpofiiovfifvov cpvtiai co yiyvóji.èvov , xcà àrj xcà nQoatixùaia nciinti ni (lèv óf/ousiov
(IijtqL, ni cf ' oBev nc.rQÌ, ci'ji' ilf iiau^v tovuov cpvaiv èxyóvco. Timeo, 50, C-D.
— 261 —
vóBrjì), contrapposta perpetuamente al] idea e condizione necessaria delle sue parvenze (l).
Questo terzo principio del Timeo platonico, alveo materno della generazione, è dunque
sede eterna di estensione e di moto, mentre dal principio intelligente che Platone
assomiglia al padre deriva la regolarità della l'orma e del moto che appartengono al
figlio. Questo dualismo di principi chiaramente significato nel Timeo, ai sa, non è ammesso
da tutti gli storici e interpreti come l'espressione vera del pensiero più profondo di
Platone. Sono note principalmente le difficoltà che riguardano l'interpretazione della
materia quale è presentata nel dialogo suddetto e la sua conciliazione con le idee
dell'acro e del non-ente (opposti all'imo e all'ente) che nel Sofista e nel Parmenide
sono il principio di differenza da cui si rende possibile la distinzione delle idee e
il loro ordine dialettico. Secondo l'interpretazione panteistica del sistema, la materia
del Timeo o non sarebbe che l'espressione popolare di ima materia ideale eterna
condizione e principio delle cose corporee o esprimerebbe la fenomenalità universale e
perpetua della medesima. In ogni modo, qualunque sia l'interpretazione adottata, la
dualistica cioè o la panteistica, è certo che per Platone l'estensione e il moto sono
inseparabili dalla materia; nel primo caso sono inerenti alla sua natura considerata
come uno dei due principi coeterni del mondo; nel secondo sono obbiettivi, ma di
una obbiettività fenomenica e dipendente dalla realità assoluta dell'idea.
Ma a chi finalmente apparirebbe questa fenomenalità obbiettiva insieme con 1
qualità corporee che alla grandezza e al moto si aggiungono nelle cose sensibili?
Come esisterebbe senza il senso che certo non è nelle idee ? Senza pretendere di to-
gliere affatto l'oscurità che avvolge questa parte del sistema platonico, di attribuire
alla materia-spazio di Platone un nesso più e meglio determinato cogli altri principi del
suo sistema, di quello che realmente apparisca, crediamo di poter dire che il concetto
platonico dell'anima del mondo ben ponderato dimostra nel suo autore un mirabile sforzo
dialettico per conseguire la unità del sistema, e che se questo concetto non ne elimina
la contraddizione nell'ordine ontologico, la risolve almeno in quello della conoscenza.
Platone spiegando la creazione ci rappresenta il mondo come formato da Dio
di un'anima e di un corpo; l'anima è fatta prima e il corpo dopo; l'ima principio di
moto e di vita per l'altro, è il lato dinamico e vitale del gran tutto del quale il
corpo è il lato geometrico e meccanico. Partecipe della idea e della materia per la
sua natura (come risulta dal processo di genesi mitologicamente figurato nel Timeo)
V anima cosmica adempie un ufficio intermedio che armonizza negli enti particolari
l'unità del tipo ideale e le divisioni dello spazio. Le proporzioni matematiche domi-
nano per essa nella costituzione del cosmo, il quale, pel suo intervento, è divino, cioè
congiunto alle idee ed è anzi per la conseguente perfezione, chiamato un Dio.
(') &tò drj xijy xov ysyovóxog ógaroi xul nàvxmg ale8rjxov firjxéqa xal vnoioxrjv P?" '/>,•'■ !",n
rh'oa, in'^e nvg ui]re vduiQ Xéyw/uev, (irjxs oaa ix xovxtav /xrjxt iS (>>v xavxa yéyovsv ÙM àvóqaxov
eidóg n xal uuoQcpov, nuvd(Xsg, fisxttì.afi^àvov &é (InoQÙxitxi'c n$ zov~ voìjiov xtd dvoahoxoxttxov
avxò Xéyovxeg ov ipavaó/Àsdu. Timeo 51, B.
Il passo in cui la materia è maggiormente confusa collo spazio è il seguente : xqLxov de iti
yévog ov rò xijg xoiQcig usi, opSogiìv ov nqoadixói-tei'ov, edgay de nugixnv 'oaa ìi/ei yéveaiv nuaiv,
ca'zò de fiex' ùvaiaBrjaiag ànxóv Xoyia^w xtvi yóda (tóyig moxóv, naòg o drj xal òveipo7ioìovtuei' jSAs-
■novxeg Ibidem 52, B. Per ciò cbe riguarda il Timeo cfr. Etudes sur le Timée de Platon par.
Th. Henri Martin. Paris 1841.
e
— 262 —
Ora è dea notarsi che la unione di quest'anima universale col mondo da essa
penetrato e avvolto in ogni tempo e per ogni dove, rende perpetuamente coesistenti
il corpo del mondo e la sensibilità di cui l'anima stessa è fornita. Poiché ad essa ap-
partiene YttUtdrjfftg e la <W£«, la facoltà del senso e quella dell'apparenza e opinione. E
come le anime tutte partecipano della natura di quest'anima generale e ne derivano
e i corpi tutti tengono dell'essenza del corpo totale del mondo e ne derivano, così, per
la congiunzione di tutte le anime con tutti i corpi, tutti i fenomeni corporei hanno
relazione alla sensibilità cosmica considerata sia nella sua unità, sia nella sua mol-
tiplicità, e si concilia la obbiettività dei sensibili colla loro relatività al senso, e
finalmente la obbiettività fenomenale della materia-spazio indirettamente apprensibile
al senso tanto dell'anima cosmica quanto delle anime singole risale fino ai primordi
del mondo, cioè fino alla apparizione dell'anima.
Tale è delineata a brevi tratti la parte della dottrina platonica che risguarda
la percezione. Non aggiungerò che poche parole sulla relazione che il tempo sostiene
con lo spazio. La nozione del tempo è da Platone subordinata a quella della mate-
ria-spazio e del mondo ed è collegata con le condizioni del sensibile. Imperocché
il sensibile, per ciò stesso che è il generato e il generabile, perciò che è nn divenire
perpetuo, contiene le divisioni del tempo; è, è stato, e sarà ; si collega col moto, è
numerabile e misurabile; apparisce col mondo, dura perpetuo con esso, è l'immagine
mobile dell'immobile eternità (').
Ili. Aristotele.
Anche Aristotele è dogmatico. Ammettendo come data la distinzione e comuni-
cazione del senso e del sensibile, egli ne analizza il risultato e le condizioni.
Per descrivere e ordinare le funzioni dei sensi egli move dai sensibili, ossia dai
dati dei cinque sensi, li classifica secondo i loro caratteri e 1' ufficio che adempiono
nella conoscenza sensitiva, poi considerando ognuno dei sensi esamina il rapporto che
lo unisce ai sensibili sotto il doppio riguardo della potenza e dell'atto, determina le
condizioni dell'esercizio di ciascuno e di tutti, e le_ ricerca sia nel principio senziente
e nell'organo, sia nell'agente esterno, sia nel mezzo materiale pel quale l'impulso si
tragitta dall'uno all'altro, e finalmente rifacendo la sintesi dalla quale si è mosso, esprime
in forinole compendiose la natura del sentire e del senso, abbraccia la pluralità e
l'unità delle sue funzioni.
I sensibili (ne aìtì&rjrti), ossia oggetti dei sensi (ni txvTixdfievcc), si dividono,
secondo Aristotele, in tre classi, due delle quali sono di sensibili per sé (*«.'/ 5 avxà) e
una di sensibili per accidente (x«ni tìv[i§a^xóg). I sensibili per sé si dividono, alla
lor volta, in propri e comuni. Sono propri (ì'òia) quelli che appartengono a ciascun
senso in particolare come il colore alla visione, il suono all'udito, il sapore al gusto ;
sono comuni (xotrei) quelli che appartengono a tutti , come il moto e il riposo, il nu-
mero e la figura. Lima e l'altra classe di questi sensibili sono sensibili per sé, perchè
dipendono direttamente dall'esercizio dei sensi e sono essenzialmente contenuti nelle
(') Sullo spazio in Platone cf. F. Mnsei. Le Forme dell' Intuizione.
— 2(33 —
sensazioni; i sensibili per accidente invece sono fatti che non derivano dai sensi ma sono
associati alle sensazioni come il giudizio: il color bianco ili cui ho la sensazione è il
tìglio di Diare.
I sensibili propri si ricavano dunque dalle sensazioni dei cinque sensi, e sono
il visibile, l'udibile, l'odorabile, il gustabilo, il tangibile, che nell'atto della sensa-
zione diventano i sentiti corrispondenti, ossia il colore, il suono, l'odore, il sapore,
il caldo, il freddo, il secco, l'umido, il ruvido, il liscio e le altre qualità tattili.
I sensibili comuni sono la grandezza (fiéye&og), la figura (oyj]"«), il moto (xinou).
la quiete (aiàffte), il numero (<coi.'/itóc).
In che relazione stanno fra loro i sensibili comuni coi propri , e in che dipen-
denza gli uni e gli altri dall'agente esterno e dal soggetto senziente? In altri ter-
mini come si produce la sensazione , che valore ha il fenomeno sensibile ad essa
unito? In che modo le sensazioni e i fenomeni sensibili si collegano per formare la
percezione sensitiva dell'oggetto esterno? ^Rispondiamo a queste questioni colla dot-
trina di Aristotele desunta dal secondo libro, dai primi capitoli del terzo del De anima
e da qualche passo del De sensu et sensili.
Cominciamo dallo stato del senziente e dall' importanza data da Aristotele alla
passività. Avvertiamo con lui che la facoltà di sentire non si move da sé a sentire
e che a recarla all'atto è necessario un agente esteriore (')• Così avviene che il com-
bustibile non abbruci senza il comburente; di guisa che il sentire è un patire (2), la
sensazione è movimento, e come tutto ciò che patisce e si move , è sotto l'influsso di
un agente.
La sensazione è dunque modo passivo ma è anche in qualche guisa alterazione
(óUut'wou), cioè modificazione per cui il senziente diventa altro da quel che era (3).
Ma che cosa diventa egli? Alcuni, dice Aristotele, alludendo principalmente ai filosofi
della .Ionia, pensano che il simile patisca dal simile (4), e ciò è vero in un senso e
in un altro no; perchè il senziente è dissimile dall'agente mentre patisce, ma quando
ha p'atito gli è simile (5). L' agente essendo esso stesso in atto , riduce alla stessa
condizione la potenza sensitiva (6). Quest'atto peraltro non è importato, a così dire ;
ma eccitato nel principio sensitivo, il quale è in potenza ciò che il sensibile è già
in atto, e si assimila ad esso dopo averne subito l'azione (7). Ma in che cosa con-
siste precisamente questa somiglianza, quali ne sono le condizioni esterne ed interne,
in che modo vi concorrono gli atti del senziente e del sentito, che parte vi ha il corpo
(!) Jìjlov ovv ori rò eàa»i]rixòv ovx eonv èvegyeiq, t'dXà &vvdfiei iióvovàiò xa&àneg rò xavaròv
oiì xatetut avrò *«#' avrò àvev xov xavaxixov (nsgi it>v%fjs £, V.)
(2) Tò yàg aìa&uvea&tu nda/eu' ri iaii. — 'fftf' aie&tjoig iv nò xivùa'&uL re v.cà mioxeiv
aviiialret, xa&aneg sigerai • (Ibidem p, V). — Iliivra óè 7ióo%a xaì xiveùca vita roi 7ioir,xixoi xaì
èvsgyeìa ovxos (Ibidem).
(:!) Il uèr yàg aìodìjoig àXXoiioaig rig slvai efoxff (Ibidem p, IV).
(4) tpaai de riveg xaì rò b\uoiov ino rov óftoiov nùaytiv (Ibidem).
(") .ho iati jxèv (Ss ino rov ófioiov nàaxei, tari <fè die ina àvofioiov, xa&dneg e'inofie v • nitayn
uèf yàg rò àvótioiov òv nenov&òg de ó/toióv èan (Ibidem jS, \).
(6) Tò noiovv olov avrò èvegyeict, roiovrov èxeìvo noieì dvvàfiei òv (Ibidem e. XI).
(i) Tò <T aìaSrjnxòv dirtiuii èazìv olov rò ttio&rjxòv qtfr] èvre).exeia. xa&àneg sigerai • mio % ti
uìv ovv ov/ ouoiov òv, nsnovdòs à' (ó/ioiwiai xaì tariv olov èxeìvo (Ibidem r, e. II).
— 2(34 —
del soggetto che sente e l'ambiente pel quale si trasmette l'azione dell'agente ? — Ri-
petiamo prima di tutto quella formola aristotelica della percezione sensitiva che tutti
conoscono, e alla quale è stata troppo generalmente limitata la dottrina dello Stagi-
rita intorno ad essa, benché l'importanza ne sia fondamentale e che bene scrutata e
collegata con altre manifesti un profondo significato. Il senso, dice questa formola, è
il principio ricettivo delle forme sensibili senza la materia, come la cera riceve
l'impronta dell'anello senza il ferro e l'oro di cui è fatto; nella medesima guisa,
soggiunge Aristotele, il senso è reso passivo dagli oggetti che hau colore, sapore
o suono; non patisce cioè conformemente all'essenza o definizione loro, ma secondo
una certa qualità di ciascuno e il rapporto che sostengono con esso ('). Dalla
somiglianza prodotta fra il senso in atto e l'agente é dunque esclusa la materia (vks),
la sussistenza, l'essere (rò shai) e non la forma (si'óoc); in questa e non in quella si
deve cercare il fondamento per cui il senziente diventa simile al sentito; ma di che
forma si tratta? Della forma in quanto sensibile [altìd-rjTÒv eidos), in quanto cioè si comu-
nica al senso e si manifesta nella sensazione, e non della forma dell'oggetto in sé.
ossia dell'oggetto come sussistente senza l'azione sul senso; distinzione importante,
poiché se l'oggetto, considerato nella sua essenza, è composto di materia e di forma,
e l'unione loro corrispondente a quella della potenza e dell'energia o atto, costituisce
la sostanzialità dell'ente individuo, non si saprebbe, senza di essa distinzione, né giu-
stificare la formola suddetta, né conciliarla con quelle altre colle quali Aristotele la
determina e svolge. Poiché se il ricevimento delle forme che avviene nella passività
sensitiva è di forme costitutive della realità sostanziale, abbiamo per conseguenza
l'assurdo, del resto gratuito, di prestare ad Aristotele l'opinione che una parte della
sostanza individuale passi nel senziente e un'altra rimanga nell'agente, e per di più
abbiamo una vera identità di essere da lui esclusa, invece di una certa somiglianza
da lui affermata. Se invece il ricevimento è di forme puramente sensibili, 1' energia
dell'agente non si può trovare nella sensazione come è in sé nella causa esterna, cioè quale
costitutivo del suo essere, ma solo in modo proporzionato, relativo e sensibile. E di
fatto l'azione dell'essere sentito si comunica col moto, e la sensazione stessa è se-
condo Aristotele movimento dell'anima per mezzo del corpo (2), in causa dell'intima
unione che vincola organo e anima nel sentire (3). Così avviene che come in generale
l'atto dell'agente e del movente si genera nel paziente , così anche 1' atto del sensi-
bile è con la corrispondente passività nel principio sensitivo (4). Ma vi è sotto la
doppia condizione 1° di essere mescolato con quello del senziente stesso e 2° di
(') KnO-óì-ov de ncQÌ nàa>]<; itia&ijatwg dei %u6eìv ori tj tuèi' a'ia&qais imi rò ifexrixnr riàv
ala&ìjTwy elSwv avsv rfjg SXrjs, o'iov 6 xr/gòs roti tfcixrvXiov ih'ev tov giói'jqov xaì tov xqvgov dfyercu
aijfiewi', XttujSiivti de rò %qvo"ovv >j rò yjtXxovr tsijuiìov ', «W ov% ;} ynvaòg rj yii'Àxiig. ouo'uds de xuì
>'] tdoOijOii; txàoiov ino roò f/wroc %Q(3utt ij %vuòv rj ipócpov nita^ei, ÙXX ' ovx >j txuaiov èxsivuv
héyeiut , ùXX ' >j Totovcfi, xuì xuiù tòi> Xóyov (Ibidem j9, e. XII).
(2) Il de ii.eyoiA.ivrj a'fodrjGi; xìvtjgìs itg, dia tov aiótiiaog, ri/c tpvyijg èau. De Sonino, capir. I.
(:l) Enei de ovts rfjg ipv/ijg ìdiov tò afodàveodcti , otite tov aoiuatog, cpavegòv (Jj ours irjs
ipvjfijs in ud&og iiftor, ovx * «i/iv/ov BMuit diluii»' aledccvsaSai. (Ibidem, ibid.).
(') " }'"(.' l">> noiijnxov xu'i xlvrjTlxoi ivépyeia iv t» ntta%0VTi liyyiyviiui -De. capnl'
del libro III (òaneo yÙQ ij noi?]oig xaì rj nàfrriGi; ir nò nao/ovri, xuì. ovx èt> età
nomini, ni no xuì ij roi'' alodrjToi èvÉQyeiu èf nò aiotìrjtixàì (Ibidem, ibid.).
— 265 —
tenere con esso ima eerta proporzione. E tanto è vero che gli eccessi del moto gua-
stano la sensazione o la impediscono allatto, mentre un' azione troppo debole non basta a
produrla (')• E quanto all'altra condizione, essa è una conseguenza della potenza del
senziente che l'agente esterno modifica bensì operando su di esso, ma non rende pas-
sivo senza renderlo nello stesso tempo attivo, e questo miscuglio dei due atti è cos'i intimo
che di due se ne fa imo solo, ed è una delle formole costanti di Aristotele: che del sensi-
bile e della sensazione vi è un solo e medesimo atto, abbenchè quanto all'essere (o
esistenza sostanziale) le due cose differiscano (2). E affinchè non si dubiti del modo
in cui l'intende, egli applicandola più volte ai sensibili propri , ha cura di ben distin-
guere, in questa unificazione, l'atto che oggi direbbesi soggettivo da quello che oggi
domanderebbesi oggettivo, e che può esistere fuori del senso, e per maggior chiarezza
avverte che la lingua greca non si presta sempre a questa distinzione, benché nel fatto
sia sempre possibile. E così soggiunge egli, altro è l'audizione (axovais) atto del-
l'udire, e altro la sonorazione, (ipó^tìig) atto del sonare; altro la visione {<'(jwtu)
atto della vista (óìpswg) e altro l'atto senza nome (àv<xvv(iov) dell'avente colore o
(colorazione). Ora è di questi due atti del senziente e del sensibile che si forma un
atto solo, talmente che le due parti di cui si compone, come udito e suono in atto si
conservano o si corrompono insieme, mentre la medesima necessità non colpisce le
potenze rispettive.
Più risoluti sulla questione della relatività di quei sensibili che lo Stagirita
chiama propri, i filosofi naturalisti della Ionia, detti da lui fisiologi, come si è visto,
si erano pronunciati per la completa soggettività dei medesimi, affermando che i colori
non esistono senza la vista, nò i sapori senza il gusto. Ad Aristotele questa tesi
sembra troppo assoluta ed esser vera in parte e in parte falsa ; vera cioè, se si tratta
del suono, del colore, del sapore, dell'odore ecc. in atto, nel qual caso sono insepa-
rabili dalla sensazione, dal modo attuale del senziente, falsa se l'energia degli oggetti
sensibili non si considera come procedente da una potenza che può esistere senza il
modo medesimo ; per il che la sensazione, a guisa di una sinfonia, è un rapporto di
proporzione. L'esempio vale per tutte. Di fatto la sinfonia essendo certa voce che
sotto certo riguardo (come suono) si unifica colla rispettiva sensazione dell'udito, e,
sotto altro riguardo, se ne distingue, la sua proporzione si ritrova nell'una come
nell'altra.
Finalmente, onde conservare alla dottrina di Aristotele il suo proprio carattere e
non oltrepassarne i termini precisi, avvertiamo collo Zeller (3a edizione della Filo-
sofia dei Greci, pag. 535 del volume consacrato ad Aristotele,) e col Prantl (citato
(!) Kaì etcì xovxo xaì <p(itiqn txaaxov vnegfìttXXov, xaì rò ócv x«ì io pagi, irp> axorpr . . . »;
ì.óyov uvòs ovtoi tìjs <tiaHi)aeu>i (Ibidem, ibid.). '// d'i aiat)>joig ó Xóyog . vntgpt'Moi'xa <fè ìj hmeì >'j
tpdetgei (Ibid. ibid.).
(2) '// <Jf tov «iot)i]Tov èi'égyiuc xcù tì^ aladqoews, r) avzij fisv tari, xcà fiia-xò <fè sivai
avTccìg ov uivini' . Xtyio (Cf , olov xpócpos ò xax ' èvzgyeiav , xiù àxoi) >] xat ' ivégyeiav • oxctv
<J" èvegyg tò Svvafievov àxovew, xcù. ipocpij rà tfvva/zevov ipócpelv , xóxt >) xax ' èvégyeiav axorj afia
yivetat, xaì 6 xat ' ivégyeiav ipócpos (Ibidem, ibid.).
'Enei cfè aia fie'v ìaxiv èvégyeta >] tov aìadrjxov xaì mi «i'ijSijtixov. tu <fi twctt étegov, uvayxrt
Sua (pfreigeodai xcù aió^eadat tijv olino leyouévijv àxorjv xaì tpócpov, xaì /v/iòv éij, xcù yuan', xat
rù ìi'k't.r òfxoloìs (Ibidem, il
i Ilasse di scienze morali ecc. — Memorie — Sur. 1 ', \ ul. II, l'arte la 3 1
— 2<3J —
dallo Zeller) che la relatività del sensibile, quale Aristotile l'ha intesa, non deriva
da un'azione reciproca ma da un semplice concorso dei due atti dell'oggetto esterno
e del senziente o sensorio.
La relatività dei sensibili propri è dunque una tesi accertata dalla psicologia
aristotelica. Essa risulta dall'analisi di luoghi così numerosi come decisivi del Trat-
tato dell' dai ma, e se dalle diligenti indagini degli storici e degli interpreti dello
Stagirita si può rilevare qualche passo delle Categorie che la metta in forse, sem-
brando attribuire ai sensibili suddetti un carattere interamente oggettivo, la difficoltà
si dilegua notando il doppio senso (') in che Aristotele piglia la sensazione e il
sensibile, cioè come atto e come potenza (2).
Se noi avessimo intenzione di fare un'esposizione completa di tutta la teoria di
Aristotele intorno alla facoltà sensitiva, ci converrebbe distinguere i sensi il cui
esercizio dipende da un contatto immediato coli' oggetto, da quelli il cui contatto coi
sensibili è mediato e si fa per l'interposizione di un mezzo materiale, come l'aria per
l'udito e l'acqua pel gusto, e l'ufficio di questi ambienti pei quali passa il moto, a
cui è legato il contenuto della sensazione, confermerebbe la relatività delle perce-
zioni sensibili secondo il filosofo greco. I particolari che a questo riguardo si racco-
glierebbero intorno alla vista e al suo rapporto col trasparente e col colore potrebbero
essere interessanti, ma ci allontanerebbero dal nostro scopo che è di precisare il
rapporto che secondo Aristotele, il fenomeno sensibile quale è nel senziente in atto,
ha con la sua causa esterna, che differenza passa a questo riguardo, fra le parti di
cui si compone e qual vincolo le collega, o, come oggi si direbbe, quali di esse sono
subbiettive e quali obbiettive e in che modo, e come si uniscono e ordinano per costi-
tuire l'unità della cognizione o percezione sensitiva.
Per far ciò noi dobbiamo seguire di nuovo il filo portoci dallo Stagirita mede-
simo movendo come sopra dall'oggetto al soggetto. Nella cosa sentita vi sono i sen-
sibili propri e i sensibili comuni che abbiamo poc' anzi distinti, e che abbiamo
definiti ed enumerati. Un oggetto esterno ha grandezza, figura, numero di parti, è
in moto o in riposo, e tutto ciò si combina con le qualità visibili e tattili, coi
suoni, odori, sapori che sono particolari ai cinque sensi, e se ne forma un tutto,
un'unità percepita sensibilmente. Abbiamo veduto che propri o comuni questi sen-
sibili sono sensibili per sé. Cadono dunque i comuni secondo lo Stagirita, direttamente
(') fìixtòv yicg t] ùxorj, xni dirròi> u ipócpog . ò d' avròs lóyos xal i;ii imv «ìXiav aladrjoeiop
y.iù uìadrjzwv (,Tf pt V",/'%" r II).
('-) Lo Zeller al quale nulla sfugge di ciò che può servire a precisare ogni parte del sistema
aristotelico, rileva un passo delle Cateijurir nel quale dopo aver pusta la posteriorità della sensazione
alla sua causa esterna si soggiunge che l'abolizione del sensibile ha per conseguenza l'abolizione
della sensazione e non viceversa, che distruggendo l'animale si distruggerà la sensazione, ma vi
sarà il sensibile come corpo, caldo, dolce, amaro, e gli altri sensibili tutti (aio6rjTÒi> cTè cateti, oiov
dàuci, thniiàr yXvxv, nixoòv, xnl i&ÌXtt nacc èatlv aiafh]ttt — Cat. e. 71
Ter tutto ciò che risguarda la teoria aristotelica della sensazione e dei sensi, cf. Die Erkennt-
'.heorie des Aristoteles roti Dr. Friedr. Ferdinand Rampe, Leipzig 1870— Diepsyi :
Aristotele^ insbesondere seine Lehre vom Nov; noiqnxó; von Dr. Franz Brentano, Mainz, 1867.--
Essai sur la psychologie d'Aristote par A. Ed. Chaignet. Paris, 1883. — Barthélemy Saint-Hil
Psychologie d'Aristote Paris 1846.
— 267 —
nel senso e non abbisognano di un' operazione mentale per essere conosciuti ; ma
come stanno nei sensi coi propri? Se sono comuni, appartengono dunque a tutti
i sensi, e, se non tatti, certamente la maggior parte appariscono insieme ad ogni
classe «li sensazioni, o così di fatto l'intende Aristotele, e lo confermano i suoi inter-
preti più' autorevoli e diretti, Simplicio, Filopono, Temistio. Ma apparendo tutti o
quasi tutti nell'esercizio di ogni senso, si domanda se sono uniti ai sensibili propri
per vincolo intrinseco od estrinseco. Questo punto merita discussione.
Da una parte Aristotele afferma nel capo 1° del primo libro del De Anima che
dei sensibili comuni abbiamo una sensazione comune e punto accidentale (ràv óì
xoiviiv ìr'yniif-y uì'rsthi m xowrjv) e che tale sensazione non è propria (ovx uqcc s<tvlv
Idia) non è il modo di un senso particolare ; d'altra parte asserisce ivi stesso che dei
sensibili comuni abbiamo con ciascuno dei cinque sensi il sentimento per accidente
(xoiroìv, wv ixàtìzrj ttltìOiqCei al&avófieS-a xcerà tf^ttjSfjS^xóg). Sono adunque i sensibili
comuni a un tempo sensibili per se e sensibili per accidente, secondo che si consi-
derano come oggetti diretti di un senso comune, e come oggetti indiretti dei cinque
•ensi, ossia come uniti ai sensibili propri. Ma quale è infine precisamente questa
unione ? Il Trendelemburg, svolgendo il pensiero di Aristotele, e dichiarando Simplicio,
distingue nella conoscenza sensibile tre specie del legame chiamato per accidente,
o per aggiunto (xaià avfji^s^tjxóg), e cioè: 1° associazione per reminiscenza e indu-
zione come nell'esempio aristotelico del figlio di Diave il cui ricordo è associato alla
percezione di una forma bianca ; 2° associazione di un sensibile proprio con un altro
appartenente a senso diverso ; 3° implicazione del sensibile comune nel proprio, come
il moto o la grandezza nel colore. I due primi modi di unione sono estrinseci ; il
t irzo è intrinseco ed è quello che, secondo il commentatore tedesco, congiunge il
sensibile comune col proprio. Le due prime distinzioni combinano effettivamente con
le forinole applicate da Aristotele, in più passi del De Anima, all' associazione dei
sensibili propri di diversa specie, e a quella dei giudizi estranei alle sensazioni
e die sensazioni stesse ; hanno per guarentigia diretta il testo stesso di Aristotele.
La terza ha per base il rapporto degli altri sensi col senso comune ed è la sola che
può spiegare il vincolo dei sensibili comuni coi propri. E di fatto per la corrispon-
denza e unione del soggetto coli' oggetto che domina in tutta la dottrina aristotelica
della conoscenza, il senso comune come i sensi particolari ha il suo oggetto, perchè
non vi è sensazione senza sentito, e questo oggetto non può essere pel senso comune
che il sensibile comune. D'altra parte per la 'medesima legge di corrispondenza i
sensibili propri compongono nell'oggetto un tutto mediante i sensibili comuni che a
loro servono, come a dire, di sostrato e di base, costituendo una forma individua nella
materia, al modo stesso che nel soggetto le sensazioni corrispettive sono combinate
dalla funzione sintetica del senso comune , comparate e giudicate da questo senso
unico.
Volendo per una spiegazione più precisa seguire la chiosa di Simplicio, si dovrebbe
intendere che i sensibili comuni, quantunque operanti coi propri, dall'oggetto di cui
sono le determinazioni, sul soggetto, operano nondimeno e si manifestano come indi-
rettamente, e quasi condotti dai propri che agiscono principalmente (iiQorjYovfiavwg);
ma con ciò le questioni che si sono affacciate alla filosofia moderna su questa parte
— 268 —
del problema della conoscenza non die essere sciolte, non sono nemmeno presentite,
e il dogmatismo dell'aristotelico Simplicio produce precisamente come mezzo di spie-
gazione del conoscimento dei sensibili comuni un argomento che servirà a Berkeley
per negarne l'oggettività. E neppure si appagherebbe la critica filosofica della solu-
zione data da Filopono alla domanda come mai i sensibili comuni destinati a dive-
nire il fondamento delle scienze matematiche possano essere suscettivi di una cono-
scenza più esatta che non siano i sensibili propri i quali per altro sono dal mede-
simo Aristotele considerati esenti da errore perchè immediatamente sentiti ? Poiché il
dire, come fa Filopono, che ciò accade perchè gli uni sono più di frequente appresi degli
altri, non approda a nulla, dal momento che quelli sono percepiti dopo di questi, e
per mezzo di questi, dal momento che la parte più relativa della percezione s'inter-
pone fra la parte più oggettiva e lo spirito. Ma è inutile insistere sopra una lacuna
che non poteva essere colmata senza uno studio particolareggiato della origine delle
idee e che era riserbato alla filosofia moderna.
Contentiamoci di rilevare il rapporto intrinseco che i sensibili propri hanno coi
comuni nel dogmatismo di Aristotele. La sua rapida analisi ha constatato che la
grandezza (estensione), la figura, il numero, il moto, la unirli' sono implicati nei
sensibili che oggi si chiamerebbero le qualità seconde dei corpi e che si rivelano a
noi per mezzo di queste. Aggiungiamo finalmente, per nulla ommettere, che nel
primo capitolo del terzo libro del De Anima, egli indica sommariamente una ridu-
zione del conoscimento dei sensibili comuni a notizie procurate dal moto. La figura,
dice egli, è una certa grandezza ; la figura si rileva dal moto e quindi anche la gran-
dezza ; la quiete si conosce per la negazione del moto ; il numero per la negazione
del continuo, per la sua divisione, e per la distinzione delle parti contenute nell'oggetto
sensibile.
Non è neppure indifferente che Aristotele abbia notato l'unità come condizione
che s'aggiunge ai sensibili nel funzionare di tutti i sensi ('). Questa aggiunta è anzi
capitale per ben intendere la sua teoria del senso comune il quale è essenzialmente
una funzione unificatrice dei sensi e combinatrice dei sensibili. Ma quello che a noi
più importa nella trattazione del presente argomento è l'obbiettività dei sensibili
comuni stabilita dalla loro medesimezza colle determinazioni costitutive dei corpi, e
dal moto prodotto della loro energia e dal veicolo intermedio fra la forma loro attuosa
e l'impronta di questa nel senziente. Il moto nella percezione sensitiva di Aristotele
spiega col suo ordine e qualità la composizione sensibile dell'oggetto, la sua appa-
renza normale e le sue deviazioni fenomenali, la fedeltà e l'illusione del senso, a
seconda della disposizione che incontra nel sensorio e delle condizioni ambienti in
cui si produce ; colla sua proporzionalità si costituisce e mantiene la sensazione, col-
l'eccesso si guasta e si perde.
Sul moto a cui ineriscono e per cui si collegano col senziente si fonda dunque
presso Aristotele l'obbiettività dei sensibili comuni; per esso si ricongiunge la teoria
psicologica della percezione con la dottrina fisica della materia e del mondo corporeo.
(') Nel 1° capitolo del terzo librò .De Anima Aristotele << ige l'uno iù Sv ai sensibili co-
muni enumerati in altri luoghi del medesimo e nell'opuscolo Sul senso e sul semibile (Capo I).
— 269 —
Per lo scopo che ci sia .- ebbero inutili ulteriori particolari sulla
dottrina aristotelica dei cinque scusi e del loro rapporto col senso comune. Il nostro
intento era di chiarire la natura del fenomeno sensibile secondo lo Stagirita onde
(issarne La relazione col concetto che n'ebbe Platone e con le forme ulteriori clic il
fenomeno tìsico assunse nello sviluppo moderno della teoria della percezione del mondo
esterno. Poche parole aggiungeremo sullo spazio e sul tempo, questi due contenenti
di tutti «li esseri e di tutti i fatti secondo l'intuizione comune degli uomini. Aristotele
non se ne occupa veramente di proposito che nella Fisica ; li comprende nelle sue
indagini sulle categorie dell'essere nella Metafisica ; vi accenna nei suoi scritti psico-
logici, ma non ne fa un oggetto speciale di studio nella psicologia, come i moderni
trattano dell'origine delle idee, e sopra tutto dopo la critica di Kant. Noteremo
adunque soltanto che lo spazio e il tempo hanno per lui una esistenza obbiettiva,
quantunque dipendente dalla categoria della relazione. Poiché l'imo è il luogo (rónog),
ossia, come egli stesso lo spiega, il limite del corpo limitante in rapporto al corpo
limitato, e l'altro è il numero del moto in quanto numerabile secondo la successione.
Tutto ciò che potremmo aggiungere circa il modo col quale il filosofo greco accenna
alle condizioni della conoscenza del tempo ricorrendo alla memoria e al senso uni-
ficatore o comune, a nulla gioverebbe pel nostro proposito. Ci basti osservare che il
pensiero di Aristotele intorno a questa cognizione suppone la sua dottrina sulla per-
cezione dei sensibili comuni e sul rapporto loro coi sensibili propri nelle sensazioni ;
la obbiettività dell'ima è legata con quella dell'altra e tutt' e due con quella delle
categorie dell'essere, che per Aristotele sono leggi universali del moto e abbracciano
tutto ciò che esiste. Il tempo si compone in sostanza di due sensibili comuni, moto e
numero ; lo spazio o il luogo dipende dal rapporto di due limiti, i quali alla lor
volta suppongono la grandezza o estensione insieme col suo moto o riposo, tre sensi-
bili cornimi anch'essi.
La differenza che separa Platone da Aristotole circa la natura e la cognizione
dello spazio, come si vede è grandissima. Per l'imo lo spazio, non si differenzia essen-
zialmente dalla materia, questo enigma del grande e del piccolo, questa natura inde-
terminata e interminata che è il ricettacolo e come la nutrice della generazione e
di ogni generabile. Lo spazio per Platone si unifica col principio opposto e coeterno
all'idea, è uno dei termini necessari del suo dualismo; è una delle due faccie dell'uni-
versale esistenza. Per Aristotele esso scende al grado infimo di limite delle grandezze
o estensioni contenenti; è inseparabile dal corpo totale del mondo e dai corpi che
vi sono contenuti; ha una esistenza obbiettivamente relativa. I due filosofi si avvi-
cinano invece nel modo d'intendere il tempo, concependolo ambedue come misura del
moto e fondato in esso. Ma rimane fra loro questa grande differenza : che per l'uno
lo spazio è la condizione del fenomeno, mentre per l'altro ne è soltanto una relazione.
Si attiene anche più direttamente al nostro scopo di paragonarli circa il modo
di intendere il sensibile e la sua percezione.
Per l'uno e per l'altro la sensazione dipende dal rapporto di im agente e di
un paziente. La prima condizione della percezione sensitiva è la passività del sen-
ziente. L'uno e l'altro ammettono nondimeno la partecipazione attiva del principio
senziente all'effetto prodotto, ossia alla cognizione del sensibile, benché in forma
— 270 —
diversa, essendo per Platone necessario alla conoscenza sensibile il concorso dell'intel-
ligenza a cui appartiene il giudizio, e manifestandosi per Aristotele l'energia nella
sensazione stessa provocata bensì dal difuori e preceduta da passività, ina procedente
dal di dentro, mentre poi si attribuisce da lui il giudizio ai singoli sensi e persino
il sentimento delle proprie sensazioni. Per l'uno e per l'altro la sensazione per se
stessa non inganna e la sua rettitudine dipende dalla normalità delle sue condizioni
interne ed esterne e dal rapporto nel quale si genera. La sensazione stessa è rapporto.
Può errare invece la facoltà di giudicare nelV interpretarla. Poiché la veracità della
sensazione risguarda il sensibile e non l'intelligibile.
Ma mentre per Aristotele l'intelligibile si ricava dal sensibile per astrazione,
per fiatone il sensibile non lo contiene, ma ne è soltanto la parvenza e la parteci-
pazione. Il valore del fenomeno sensibile è grandemente diverso presso i due filosofi,
in causa della trascendenza dell'idea dell'uno e della immanenza della forma del-
l'altro; il fenomeno di Platone è un'apparenza del vero essere che apparisce ai sensi
nello spazio-materia, e quello di Aristotele è l'aspetto di una forma reale che tiene
la sua obbiettività dai sensibili cornimi e la sua subbiettività dai sensibili propri,
dalla cui combinazione e dal cui ordine risulta mediante il moto. Il quale del rima-
nente produce la sensazione e la determina presso l'uno e l'altro filosofo con un dive-
nire opposto alla intellezione e all'idea dell'uno, al concetto e alla forma astratta
dell'altro. La relatività dei sensi, delle sensazioni e del sensibile è dunque ima verità
ammessa da entrambi e risultante dai principi generali e dalle analisi speciali della
Im-o psicologia. Da ambe le parti si distingue la cosa in sé da quello che è per
rispetto a noi, quantunque la relatività del sensibile aristotelico consista nell'unifi-
cazione della sensazione in atto e del sensibile in atto, mentre quella attribuita dal
suo maestro al sensibile è un risultato del concorso di due reciproche azioni. La
differenza è sottile. E sostanzialmente convengono nell' ammettere l'unità del fenomeno,
nel ridurne la natura all'unico concetto di qualità intermedia fra il soggetto e l'oggetto,
e cioè nel riconoscervi due diverse specie di elementi, gli uni propri dei singoli
sensi e gli altri obbiettivi, fondamento empirico delle cognizioni matematiche e geo-
metriche, collegati col moto e conosciuti con esso. Di guisa che nell'uno e nell'altro
tiene il posto principale nella conoscenza del mondo sensibile l'elemento geometrico-
meccanico, come essenza della obbiettività del fenomeno, e ha pure la sua importanza
l'elemento dinamico, ma con immenso divario per l'uno e per l'altro ; imperocché
per Platone è il risultato ipotetico del connubio dell'idea colla materia-spazio, insi-
nuato nella fenomenalità tìsica totale o corpo del mondo, sotto il nome di anima, e
diviso fra gli enti colle individuazioni dell'anima stessa e della vita, mentre per Ari-
stotele, i due principi da cui tutto deriva, materia e forma, sono l'uno potenza e
l'altro atto, ed essendo uniti dal moto, o divenire, per cui l'ima si determina nell'altro
e trova nell'altro il suo fine, tutto, nel sistema Aristotelico, è informato dal Dinamismo.
Tali sono le somiglianze, tali le differenze principali dei due sommi pensatori del-
l'antichità greca intorno a una questione tanto importante, dalla cui soluzione pendono
oggi le sorti della filosofia, con una coscienza che essi non cimerò dello stretto vin-
colo che lo collega col problema generale delle condizioni originarie della cognizione.
La mancanza di questa coscienza, non lui impedito che essi consacrassero gravi e
— 271 —
immortali .-ludi alla dottrina della conoscenza, ma non ha permesso eh enei
loro sistemi l'ufficio critico e limitativo che esercita oggi sulla metafisica. Ne derivò
che ammessa la relatività della conoscenza nell'ordine sensibile, trascorressero non-
dimeno a un dogmatismo assoluto circa l'essenza delle cose e le forze
dello spirito nella costruzione ideale del mondo.
IV. Stnioi ed Epicurei.
Non tessendo qui una storia della filosofia, e neppure una cronaca della questione
speciale che ci occupa, non abbiamo bisogno di trattenerci a riprodurre tutti i fram-
menti degli scrittori greci che possono informarci sulla dottrina stoica della perce-
zione, sul posto che aveva nella loro teoria generale della conoscenza e sul valore da
essi attribuito al sensibile. In generale la filosofia speculativa degli stoici è molto
inferiore alla loro filosofia pratica. Ci basteranno alcuni cenni. Al sensibile {ahsd-rpói )
di Aristotele e Platone, si aggiunge nella loro terminologia il rappresentabile (<par-
iutìTÓv), e alle sensazioni («iV .7, V.-r.-) si uniscono le rappresentazioni {(partati Cai) che
ne derivano e sono dovute all'azione di quello. La rappresentazione è una passione
{rr.ihK) che si genera nell'anima e che rivela se stessa e l'agente (') essa è pure
un'impressione (rinatile) secondo Zenone, e Cleante suo discepolo la paragona all'im-
pronta di un sigillo. Ma non ostante questa ampliamone della passività che dalla
sensazione passerebbe alla rappresentazione, essi ammettevano la necessità dell'azione
dell'anima nella conoscenza delle cose esterne, e aderivano a un realismo naturale
immediato che uno sviluppo ulteriore del pensiero doveva correggere. Facevano come
è noto, equazione fra il corporeo e il reale, e, in pari tempo, tenevano fosse infusa
nella materia estesa e palpabile inseparabilmente la forza (róvog). L'anima stessa è
per loro un corpo; di guisa che l'agente e il paziente nella percezione sono della
stessa natura. Eispondevano cosi all'antica difficoltà di concepire il commercio di due
nature diverse e si conformavano al noto principio delle vecchie scuole che solo il simile
può conoscere il simile, in altri termini che un rapporto di somiglianza è necessario
per ispiegare il rapporto fra il soggetto e l'oggetto. Per altro questo monismo mate-
rialistico sopprimendo la differenza fra l'interno e l'esterno, se nel fatto riusciva, come
s'è detto, a un realismo naturale o immediato, non aveva punto per conseguenza neces-
saria di sopprimere il problema della natura del fenomeno e del suo legame col sog-
getto e l'oggetto. E ben lo compresero Epicuro e i suoi seguaci, i quali nella specu-
lazione sulla natura ebbero idee assai più giuste e vicine ai principi della fisica
moderna che non facessero gli aristotelici e gli stoici. Svolgimento di quella di Demo-
crito e degli atomisti della Ionia la loro dottrina distingue nettamente l'esistenza
delle cose in sé da quella delle cose quali appariscono ai sensi e professa aperta-
mente la relatività delle rappresentazioni sensibili. Le cose in sé sono gli atomi invi-
sibili, impalpabili, in una parola, inaccessibili ai sensi, estesi per altro, solidi e
(') <l>(!i'r(tal(c . . . .nc'titog ir rjì ifiv/rj yivófievov, ivSsixvifiEvov éavróre xaì ro nsrrottjxóg (Neme-
siano De Natura Hominis citato dallo Zeller pag. 71 della Philosophie der Griechen in ihrer gè-
schichtlichen Entwickeluncj dargestellet von DT Ed. Zeller. Terza parte, prima sezione, 3a edizione,
Lipsia 1880.
— 272 —
figurati, mobili o in moto nello spazio o vuoto immenso, eterno eom'essi; noi non
percepiamo questi elementi, ma i risultati delle loro composizioni e delle azioni loro
su di noi, e neppure siamo in contatto diretto cogli oggetti che se ne formano, ma
soltanto colle immagini loro o idoli, dei quali un'immensa quantità scorre projettata
dagli oggetti stessi e comunica rappresentazioni diverse ai diversi individui.
Ma non insistiamo maggiormente; questi cenni possono bastare a rammentare
che la parte geometrico-meccanica dei fenomeni sensibili è immedesimata dal mate-
rialismo epicureo con la realtà in sé mediante gli atomi, e che la parte dinamica
del reale è un presupposto del moto delle loro particelle insecabili piuttosto che una
conseguenza chiara di principi espliciti, un punto determinato e spiegato filosofica-
mente della loro dottrina (').
Non è possibile di esporre, nemmeno rapidamente, il pensiero greco sopra una delle
maggiori questioni della filosofia, senza tener conto della scuola alessandrina. Attin-
giamone dunque sommariamente la dottrina circa alla percezione esteriore, al fenomeno
sensibile e alle sue condizioni negli scritti del suo più grande rappresentante, cioè
di Plotino. Dovremmo terminare questa parte del nostro studio con qualche cenno sui
dieci motivi dell' epoche o sospensione del giudizio ammessi dai primi scettici e
rinforzati di nuove indagini dai posteriori. Il modo con cui i dubbi degli imi e
degli altri lasciarono irresoluto o risolsero negativamente il problema della cono-
scenza riguarda la storia generale della filosofia piuttosto che quella della percezione,
e potrà, del rimanente, essere richiamato come antecedente delle dottrine scettiche
moderne intorno ad essa.
V. Plotino.
Non si trova veramente in Plotino circa il fenomeno e i suoi nessi coi principi
dell'essere un pensiero nuovo, ma uno sviluppo rilevante della dottrina platonica, un
significato più determinato e deciso dei concetti di Platone. Egli è per altro un
ingegno potente, e non ostante l'indirizzo mistico, l'abuso della immaginazione e
l'audacia dogmatica che rendono soventi strano il suo panteismo omanatistico, non
mancano nelle sue Enneadi le osservazioni psicologiche, e la quarta contiene nei libri
IV e VI indagini importanti sulla questione che ci occupa. D'altra parte, Plotino e
generalmente la scuola, della quale è il capo, non sono, è noto, talmente addetti a
Platone da trascurare le speculazioni del suo grande discepolo. Il loro scopo è anzi
di fondere insieme le due dottrine facendo, per così dire, della prima lo stampo in
cui la seconda è rifusa. Cosicché non reca maraviglia di ritrovare nelle Enneadi del
celebre neoplatonico non poca parte della teoria aristotelica dei sensi. Plotino distingue
nella sensazione la passione e la cognizione, l'ima è ricevimento della forma sensibile
(fioQtpr/), l'altra apprendimento di questa forma; l'ima è omogenea al corpo, e non
appartiene all'anima, incapace di passività, ed essenzialmente attiva. Tra l'anima e
l'oggetto sensibile interviene adunque l'organo, che divide la sua passione col motore
(') Vedi sugli Stoici e gli Epicurei .■ segnati mte sulla loro dottrina della cognizione 1 i
Zeller, il Ritter e lo Schwegler nella loro Storia della Filosi, /la greca.
— 273 —
esterno e a cui appartiene la sensazione in quanto è passiono non in quanto è cono-
scenza o forma conosciuta, cosa propria dell'anima {Enneade IV, libro quarto, XXIII).
Avverso alla emissione dei fantasmi della scuola epicurea e al loro ufficio intermedio
fra l'oggetto e il soggetto, Plotino osserva che ammettendo questa mediazione si sosti-
tuiscono nella percezione alle cose le loro vestigia e ombre. Altro è la passione,
altro la sensazione o conoscenza della passione. Eminentemente attiva l'anima domina
colla sua energia gli oggetti, li percepisce colla vista a distanza come se la sensa-
ione avvenisse nel luogo stesso ove sono (ibidem libro sesto, I). Non v'ha dubbio,
Plotino ha un alto ma esagerato concetto della energia dell'anima. Come la psiche
universale opera tutto e sempre nel gran mondo, così la parte che ne appartiene
all'uomo fa tutto nel suo microcosmo. Ma questo ingrandimento smisurato della sua
attività lungi dall'essere favorevole al valore della percezione e assicurare la realtà
obbiettiva la mette in forse, ed è lecito chiedersi con che frutto Plotino ha tanto
combattuto gli idoli intermedi degli epicurei, dal momento che per altra via chiude
all'anima la comunicazione diretta coli' oggetto. Poiché come mai sarebbe possibile
questa comunicazione senza la passività che egli trasferisce totalmente da essa all'or-
gano, senza qualche trasmissione della forza esterna all'interna ? Su questo punto il
grande Alessandrino si allontana non solo da Aristotele ma anche da Platone, e la sua
opinione cade nel difetto di tutti i sistemi che non riconoscono nella sensazione il
carattere irreducibile di passività che porta con sé la pressione e la violenza esterna.
Del resto la teoria di Plotino riproduce sul fenomeno sensibile i concetti di Platone
accentuando con maggior forza le sue relazioni con la materia-spazio che ne è il
ricettacolo e con le idee di cui è l'apparizione o la parvenza. Su questi punti capi-
tali del sistema platonico, Plotino spiega un lusso di illustrazioni che attestano la
doppia qualità del suo ingegno filosofico, e poetico, ma non fanno fare un passo di
più alla questione. La materia già tanto maltrattata da Platone rimane per lui iden-
tica allo spazio, e riceve dal mistico seguace del divino filosofo nuova carica di
maledizioni. Essa è non solo informe e simile a un'ombra, un vero noti-ente, ma è
anche cattiva, deforme, mendace, non riceve che cose mendaci simili ad essa. Mentre
si può dire che il corpo patisce, essa è impassibile e incorporea come la quantità
vuota e indeterminata. Ma che cosa sono i corpi stessi ? Simulacri che appariscono
in un simulacro universale, fantasmi senza vera realtà, ombre incerte e fuggevoli di una
esistenza che appartiene soltanto agli eterni esemplari. Le sensazioni di cui sono gli
oggetti non sono esse stesse altro che sogni dell'anima, e sogno è tutta la sua vita
sensibile. Infine il solo modo possibile di comprendere l'attinenza del fenomeno con
la materia è di illustrarla con la similitudine adoperata da Platone, e cioè di para-
gonar la materia allo specchio che riverbera l'immagine, senza esserne né alterato,
né modificato, che sembra ricevere con esse qualche realtà, ma che in effetto nulla
riceve, per la natura negativa dell' apparenza che vi si projetta senza lasciarvi
traccia.
Plotino dedica ima lunga discussione al concetto del tempo che oppone all'eter-
nità, collegandolo col moto e coll'anima universale, e definendolo : vita dell'anima
(tyvyìfi £oorjv) nel movimento transitorio (ev xivrjVei fisTa§aTix?j) da un modo della
sua esistenza a un altro (è'S ciXkov eie aXkov /Jtor), definizione nella quale risalta la
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II, Parte la 35
— 274 —
interiorità del tempo di rimpetto alla esteriorità dello spazio-materia e che, come fu
avvertito dal Vacherot, fa pensare, a malgrado della immmensa distanza e diversità
dei due momenti storici, a una somiglianza fra le forme kantiane della sensibilità
e questi oggetti della speculazione plotiniana.
Ma dopo tutto, il sistema di Plotino non aggiunge un concetto di più ai già
notati sulla essenza del fenomeno e sulle sue attinenze coli' essere in se nella storia
della filosofia greca. Questi concetti sono essenzialmente tre: il platonico, l'aristote-
lico, l'atomistico. 11 primo e il secondo ammettono la relatività del sensibile e la
sua differenza dall'essere in sé, quantunque intendano l'essere in sé o la realtà che
è principio del fenomeno in modo assai diverso, e quindi anche differiscano profon-
damente nel determinare il vincolo dell'uno con l'altro. Pel platonismo il fenomeno
sensibile è ima parvenza della realtà trascendente nel senso, suscettiva di una doppia
spiegazione (mimesi e metessi) in causa della doppia forma di soluzione che il pro-
blema dell'origine degli esseri ha ricevuto negli scritti di Platone ( Timeo e Dialoghi
metafisici). Per Aristotile il fenomeno sensibile è il risultato relativo degli atti del
soggetto e dell'oggetto, ossia del senziente e del sentito ed è spiegabile colla distin-
zione e unione di due potenze che rispettivamente lo contengono come virtuale, avanti
che le loro energie lo rendano, unendosi, attuale. Per l'atomismo il fenomeno sensibile
è pure legato al senso e relativo ; esso dipende dalla emissione dei simulacri, condi-
zione della sua relatività e della sua distinzione dalla cosa in sé. In ognuno di
questi concetti le parti che si possono chiamare geometrico-meccaniche del sensibile
sono considerate come obbiettive, indipendenti dal senso e dipendenti dalla natura
dei corpi e della materia, sia che questa si consideri come estensione e quantità inde-
terminata, o luogo delle apparenze mobili (platonismo), sia che si rappresenti come
potenza le cui determinazioni prime e perpetue comprendono la quantità continua e
discreta col moto (aristotelismo) ; sia infine che questo principio unico nel platonismo
e nell'aristotelismo si divida nei due opposti e coeterni di uno spazio unico assoluto
e di una pluralità infinita di molecole indivisibili o atomi.
Tutti gli altri concetti si riducono a questi; anteriori li preparano, posteriori li
modificano; quelli (come l'eleatico e l'eracliteo) concorrono a formarli; questi (come
lo stoico e il plotiniano) ad attenuarli o ad esagerarli. Al di fuori di essi non ne
appare alcuno nuovo e originale ; per trovarlo bisogna varcare il rimanente dell'anti-
chità, il medio evo e la rinascenza e giungere alla filosofia moderna. Essi sono dogma-
tici, cioè stabiliti da un punto di veduta essenziamente ontologico ; la distinzione del
sensibile e della cosa in sé è in essi un presupposto che regola l'analisi delle condi-
zioni della sensazione e della conoscenza.
In questa posizione, il fenomeno è una sintesi di fatti parte subbiettivi e parte
obbiettivi, per cui la sua essenza e composizione corrisponde al realismo naturale;
esso vi è determinato come qualcosa di intermedio fra il didentro e il difuori, costi-
tuisce un vincolo diretto e di natura fra il senziente e il sentito; e per cui non
può farsi luogo al dubbio circa il passaggio dall'uno all'altro. Vi manca per altro
l'esame particolareggiato della idea di causa e del rapporto causale necessario a dar
conferma riflessa alla fede volgare o a compire l'opera del senso coli' ufficio della
ragione. Vi manca l'analisi particolare delle nozioni di estensione e di resistenza,
— 275 —
elementi essenziali dell'aspetto obbiettivo del fenomeno. Vi manca l'ipotesi clic tutto
il fenomeno possa provenire dal senso e dal senziente e l'analisi dei fatti condotta
in questa supposizione, la quale è pur necessaria onde riuscire per eliminazione a
una dimostrazione filosofica della distinzione e dell'unione del subiettivo e dell'obbiet-
tivo nel fenomeno e nella percezione.
Questo compito del pensiero moderno fu preparato senza dubbio dalla sofìstica e
dalla scettica greca. La prima distruggendo le illusioni del realismo naturale, la
feconda, opponendo gli uni agli altri i sistemi, i loro principi, i loro risultati, ne
trassero conseguenze contrarie all'esistenza di un criterio assoluto del vero, e questo
doppio lavoro serviva la causa del fenomenismo nella misura che combatteva e distrug-
geva il dogmatismo. La filosofia moderna rifarà in modo definitivo l'unità del feno-
meno dopo averla spezzata e fatti moni vani tentativi per ridurla esclusivamente
ad una delle sue parti.
— 276
Degli usi civici e altri diritti del comune di Apricena.
Memoria del Socio FRANCESCO SCHUPFER
letta nella seduta del 1G gennaio 1887
SOMMARIO
1. Ragione di questo studio. — 2. Origine disputata degli usi civici. Opinione del Lombardi. —
3. I beni comunali dei Romani. Loro specie. — 4. Si discorre particolarmente dei communio.
11 diritto del comune e il diritto dei privati su queste terre. — 5. Loro trattamento giuridico. —
6. La marca germanica. — 7. I documenti medievali ricordano spesso gli antichi communio, e
la nuova proprietà comunale dei Germanici. Molti usi civici si riannodano alla primitiva collet-
tività. Opinione del D'Andrea e del De Luca. — 8. Limitazioni risguardanti 1' uso dulia proprietà
privata. Il concetto degli usi civici vuol essere esteso anche ad esse. Opinione del De Luca. —
9. Il privilegio come causa d'origine degli usi civici. Il diploma di Federigo II per Apricena,
e le successive conferme. — 10. Il re non poteva infeudare alcuna terra soggetta agli usi civici,
senza che questi s'intendessero eccettuati. — 11. L'esercizio era legato alla qualità di citta-
dino.—12. Diversità degli usi civici. — 13. Gli usi di Apricena. — 14. Carattere necessario del-
l'uso civico. — 15. Proibizione delle defemae. — 16. Il mercato. — 1 7. Altri privilegi e grazie accor-
dati ad Apricena.— 18. Le usurpazioni feudali. Prammatiche di Ferdinando I e Carlo V dirette
a frenarle. — 19. Liti che ne derivarono. Il comune di Apricena e i signori di S. Meandro. —
20. Una transazione. — 21. Altra lite tra il comune di Apricena e i signori di Castel Pagano.—
22. I pascoli di Civitate. — 23. Gli usi civici negli ultimi secoli. La loro abolizione.
1. Credo di far cosa utile pubblicando alcune notizie e documenti relativi agli
usi civici e altri diritti della terra di Apricena in Capitanata.
La teoria dei tura civitatis è certo una delle più interessanti del nostro diritto
medievale; ma non può dirsi che 1' argomento sia stato ancora trattato in modo esau-
riente. Qualche cosa, per vero dire, s' è fatto: ricordiamo alcuni studi del Rinaldi ('),
del Lombardi (2), del Cassami (3), del Regnoli (4) e di C. Del Greco (5); tra i vecchi
(') Rinaldi, Dei demani comunali e degli usi civici, nell' Archivio giuridico 1877 XVILT. 3;
Delle prove del demanio e degli usi civici, urli' Archivio giuridico 1878 XX. 1-2.
(2) Lombardi, Delle origini e delle vicende degli usi civici nelle provincie meridionali, Na-
poli 1882. Cfr. il nostro cenno critico nella Nuova Antologia 1882 fase. XIII. 1 luglio.
(3) Cassani, Le Partecipante di Cento e Pieve. Brano di storia del diritto medio-evale, Bolo-
gna 1877; Risposta all'anonimo autore delle due Partecipante di Cento e Pieve, Bologna 1877;
Sul!' origine ed essenza giuridica delle Partecipante di Cento e Pieve. Dialoghi due, Bologna 1878;
Le Partecipante nelle Romagne, Bologna 1886.
(4) Regnoli, Dei diritti del comune di Medicina sul patrimonio medicinese. Esposizione di
fatto e 'li ragione pel comune ili Medicina nclla'sua causa contro la Partecipanza, Bologna 1872;
Documenti nella causa fra il Comune e la Partecipanta di Medicina, Bologna 1872; Sullo scio-
glimento della Partecipanta. Memoria del municipio di Medicina ai ministri di Grazia e Giustizia
e dell' Interno. Bologna 1882; Partecipanta di Medicina contro Bernardi, Paglia ed altri, Bolo-
gna 1883; Note dopo la discussione in causa Partecipanta di Medicina contro Bernardi, Paglia
e altri, Bologna 1883.
lr') Del Greco, Dei demanii nelle provincie meridionali d'Italia, Vasto 1885.
— 277 —
potranno consultarsi le opero di De Franchis, De Afflictis, Capobianco, Novario,
Tubboli, Covarruvio, De Luca e altri. Nondimeno è certo che resta ancora molto
da fare; e forse non può farsi, senza un maggior corredo di documenti che non sia
quello di cui momentaneamente disponiamo ('). E sarebbe uno studio molto ampio. Natu-
ralmente quando diciamo Usi civici, il pensiero ricorre a quelli delle provincie napo-
letane; ma non sono i soli, e possono trovarsi col nome di Parteciparne o Ademprin
o Pensionatico anche altrove. Si tratta di una istituzione che si estende da un capo
all' altro della penisola, e che ha avuto, più che non abbia oggigiorno, la sua parte
d' importanza economica.
2. Sulla loro origine si è disputato e si disputa tuttavia. Più degli altri si ac-
costa al vero il Lombardi, che la ricollega agli antichi ordinamenti municipali dei
romani; ma del resto crediamo che neppure la sua dimostrazione possa accettarsi
senza più e abbisogni, per lo meno, di essere completata. Il municipio romano, dice
il Lombardi , aveva già una proprietà pubblica, composta di seminati, còlti, boschi,
pascoli, monti, acque e simili; e se una parte formava la rendita del popolo come
corpo morale, un' altra costituiva un semplice godimento dei cives. Il Lombardi con-
tinua osservando, che più tardi, abbattuto V impero, il municipio si trasforma in co-
mune, e i bona reipublicae, detti bona communio,, servono all' uso di tutta 1' uni-
versitas incolarum. L' autore dice, che questa è la prima idea del demanio comu-
nale e dei iara civitatis ; e gli stessi Principi dovettero riconoscere questi diritti
e rispettarli. In sostanza non si tratterebbe di una concessione o tolleranza, come
pensava V. Lomonaco (2); ma di un diritto esistente da sé, assoluto e inviolabile.
TI Lombardi è in gran parte nel vero : soltanto ci pare che egli non distingua
bene, come avrebbe dovuto, la diversa qualità delle terre su cui questi usi cadevano ;
e anche attribuisce agli ordinamenti municipali romani più importanza che forse non
ebbero. Certamente la parte del suo libro, che risguarda il risorgimento dei comuni
medievali, non è quale potrebbe desiderarsi secondo lo stato ultimo della scienza :
ad ogni modo egli non sospetta né anche che i detti usi, se per una parte si rianno-
dano al vecchio municipio romano, per l'altra possano aver trovato, per lo meno,
un potentissimo aiuto nel nuovo concetto della proprietà barbarica ; mentre alcuni,
sia pure in via eccezionale, non hanno altro fondamento che il privilegio.
3. Noi lasciamo per un momento da banda le eccezioni. Certamente gli antichi
beni comunali sono sopravvissuti alla distruzione del municipio. Noi stessi, in altra
occasione abbiamo ricordato come gli agrimensori e altri scrittori di cose agrarie,
(') Quelli che pubblico mi sono stati gentilmente comunicati dal signor Carlo Luigi Torelli di
Apriecna, giovane studiosissimo delle cose patrie ; e tranne quello di re Alfonso, già edito dal Para-
glia, eredo sien tutti inediti. Io stesso li ho collazionati sugli originali ; ma i due ultimi presentano
delle lacune. Ci sono grossi strappi; e dove ci sono, non fu assolutamente possibile di ristabilire il
testo con sicurezza. Io penso che quando le ricostruzioni non sono sicure, è meglio non farle; certo,
è inutile il farle. Del resto anche il doc. pubblicato dal Faraglia è stato collazionato sull'originale
e qua e là corretto.
(2) Il Lomonaco nei suoi Studi storico-legali sul sistema delle azioni possessorie, riteneva
che fossero diritti facoltativi o sia concessi o tollerati per lunga pezza per consenso espresso o tacito
dei baroni o altri possessori di fondi.
— 278 —
Frontino, Agenxo Urbico, Siculo Flacco, Igino ecc. presentino più esempi di
coteste proprietà comunali dei tempi romani, che si trovano poi anche nei tempi di
mezzo, quasi con gli stessi nomi e con le stesse discipline.
È una condizione di cose interessantissima, che meriterebbe un esame molto più
attento di quello che possiamo istituir qui. Recentemente se n è occupato il Brugi.
parlando Dei pascoli accessori a pia fondi alienati secondo i libri degli agrimen-
sori romani commentati col Digesto ; ma crediamo che cotesto studio suo, per quanto
d' altronde pregevolissimo, e che si potrà leggere con profitto, come tutte le cose del
Brugi ('), abbia un piccolo vizio d'origine: l'aver cioè voluto commentare i libri degli
agrimensori relativi ai communalia. vale a dire a un rapporto di diritto pubblico,
con un frammento di Scevola relativo a un rapporto di mero diritto privato.
Naturalmente, volendo accennare qui, almeno di passata, a questi beni comunali
dell' antica Roma, bisognerà che distinguiamo (2).
I pascoli e boschi, di cui è menzione nelle fonti, venivano talvolta assegnati alla
persona della colonia come tale; e in proposito può vedersi Frontinus, De contine
agror., ed. Lachmann p. 17. 1-18, 2; 19, 4. 5; 54, 20 segg., e Hyginus, De limit.
constil. p. 197, 20 segg. Anche il e. 82 della Lex Colon. Genct. si riferisce ad agri,
silvae ecc., assegnati alla persona stessa della colonia. Questi pascoli si dicevano
silva et pascila coloniae, come a dire Iuliae, Angus tao Concordiae ecc.; e costituivano
una specie di manomorta: il comune non poteva affatto alienarli (3), e doveano servire
agli usi dell' universale.
Altri boschi e pascoli si consideravano anche come appartenenti al comune, ma,
a differenza di quelli ricordati ora, anziché alla persona stessa del comune, si tro-
vano concessi ai comunisti. In proposito può vedersi Frontino : De locis publicis.
Sturi autem loca publica haec quae inscribuniur ut silvae et pascua publica Au-
gustinorum, haec videntwr nominibus data (4). Igino ricorda i compascua -publica
luliensium (5). In realtà la concessione s'indirizzava non alla colonia, ma ai colonisti,
per es. agli Augusti ni Lucoferonenses (c) ai Iulienses {'). e i fondi si registravano così:
compascua publica Augustinorum, luliensium ecc. Insieme c'era questo di notevole,
che la cittadinanza o 1' ordo potevano disporne a piacimento. Lo dice Frontino, De
conlr. agror. p. 54, 17-20 : in continuazione al passo di cui più sopra abbiamo rife-
rito le parole: haec videntur nominibus dot,,; quae etiam vendere possunt. Infatti
accadde più volte che un monte o bosco venisse diviso e assegnato particolarmente
alle terre della pianura come una loro pertinenza (s). Altre volte però erano dati
(!) Il lavoro del Brugi fu pubblicato nell' Archivio giuridico XXXVII. 1-2. Del resto si veda
la breve nota critica che appunto su cotesto lavoro abbiamo dettato nella Nuova Antologia -1887
fase, del 16 gennaio.
(2) La distinzione è stata fatta già dal Uldokff, Gromatische Institutionen p. 395 segg.
(3) Front. De contr. agr. p. 18, 1 s. e p. 54,20 s. ; Hygin. De limit. const. p. 197, 20.
(4) Frontinus, De controv. agror. p. 54,17-19.
(5) Hyginus, De limit. const. p. 202, 3.
(°) Frontinus, De controv. agror. p. 40, le.
P) Hyginus, De limit. const. p. 202. 3.
(8) Frontinus, De contr. agr. p. 15, 1-4 ; Hyginus, De limit. const. p. 204, 1-3.
— 270 —
in enfiteusi o locati, e gli stessi comunisti, che volevano pascolarvi i loro greggi o far
Legna, pagavano un canone, per quanto esiguo. Igino, De limit. const. p. 202, 2-1
ha questo: Haec benefici» coloniae habent... et vectigal quamvis eanguum praestant.
Infine alcuni boschi e pascoli aveano la speciale destinazione, che i singoli pos-
sessori delle terre divise dovessero usarne in comune per i loro armenti, e son quelli
che le fonti chiamano, communio,, communalia (}), communiones (2), prò indiviso (3),
e compascua (4), quantunque questo nome si adoperasse in un significato anche più
generale.
4. Ora noi non ci mettiamo dubbio, che il diritto eminente della colonia restasse
anche in questi casi. I communio,, quali noi li raffiguriamo, non costituivano un
mero rapporto di diritto privato, ma un rapporto che ha un carattere pubblico.
Intanto essi non avevano il loro fondamento nella volontà di chicchessia, ma nella
assegnazione, verificatasi al momento in cui una parte del territorio era stata divisa;
e 1' assegnazione, destinando alcune terre al pascolo 0 alcune selve in comune, non
può avere, né ha inteso di attribuirle ai privati. Il privato doveva aver solo un
diritto sovra di esse, e vedremo subito quale fosse ; ma le terre erano considerate come
pubbliche, e lo dice Siculo Flacco, De conci, agror. p. 152, 12-14 : Quorunclam
etiam vicinorum aliquas siloas quasi publicas... esse comperi m us.
Certamente il diritto dei comunisti non era la proprietà. Per vero dire Frontino,
De controv. p. 15, 5.6 parla di una pascuorum proprietas pertinens ad fundos sed
in comune. E anche Igino, De limit. const. p. 201, 13-18 lasciò scritto : Multis colo-
niis immanitas agri vicit adsignationem, et cum plus terme quam datum erat su-
peresset (5), proximis possessoribus datimi est in commune nomine compascuorum.
Haec in forma similiter comprehensa ostendemus, haec amplius quam acceptas acce-
peruntj sed ut in commune haberent.
Senonchè non si trattava di una vera proprietà; e crediamo che appunto perciò
gli agrimensori, che pur conoscono la differenza tra la proprietà sul fondo italico e
la possessio sul fondo provinciale (B), quando parlano delle controversie relative ai
pascoli non distinguono più un suolo dall' altro.
(!) Frontinus, De controv. agror. p. 15, 7 ; 48, 24 ; Agennus Urbicus in Front, p. 15.
(2) Si veda la Tal. Veleiat. col. 3 hn. 54 : Fundum Solonianum cum communionibus qui est
in Veleiate, e col. 4 Un. 84 : Fundum Antonianum, Collianum, Valerianum, Cornelianum cum
communionibus. Una iscrizione nel G. I. L. IX. 1455, 2, 47 ha questo : Fundorum Bassiani et Vale-
riani, Caesiani, Pliniani cum saltibus duodecim ; un' altra nel C. L L. X, 1, 407, 5 : Fundus Fusia-
nus e(um) sal[tibus). Nel medio evo ricorrono press' a poco le stesse formule p. e. : Cod. dipi, sardo
I. 40 a. 1130: cum omnibus suis pertinentiis et cum usibus tam de silvis quam et de pascuis et
aquis. Ci permettiamo di rimandare in proposito al nostro studio sul! 'Allodio n. 8 nel Digesto italiano.
(3) Frontinus , De controv. agror. p. 15, 7. 48, 24.
(4) Frontinus, De contr. agr. p. 15, 6 ; Siculus Flaccus, De condic. agror. p. 157, 9; Htginus,
De limit. const. p. 201, 12, 16.
(5) Tacito nella Germania e. 26, parlando delle condizioni degli antichi popoli germanici aveva
detto : Agri prò numero cultorum ab universis in vices occupantur.... arva per annos mutant, et
superest ager, nec enim cum ubertate et amplitudine soli labore contendunt.
(6) Frontino, De controv. agror. p. 35, 13-17.
— 280 —
Veramente, più che d'una proprietà, si trattava di un diritto frazionario di osmi e
specialmente di un diritto d' usare in un determinato modo di mia terra pubblica.
Già Cicerone, Top. 3 aveva osservato : Si compascuus est ager ius est compascoli/;
uè più né meno. Anche Festus nota che il compascuus ager era relictus ad pascen-
dum communiter vicinis.'E Isidoro nelle Orig. 11, 23: Compascuus ager dietim qui
a divisoribus agrorum relictus est ad pascendum communiter vicinis. Il carattere
che campeggia è sempre quello della servitù. Né i gromatici, in fondo in fondo, la
pensavano diversamente. Quello stesso Frontino, che pur aveva parlato di una certa
proprietà dei pascoli, osserva: Relieta sunt et multa loca quae veteranis data non
sunt... haec fere pascua certis personis data sunt depascenda ime cum agri ad-
signati sunt (')• L' unico vero diritto, che i singoli colonisti vi avevano, era quello
del pascolo. Lo stesso può vedersi in Siculo Flacco, De comi, agror. p. 152,12-15:
Quorundam etiam vicinorum aliquas silvas quasi publicas, immo proprias quasi
riciuorum esse comperimus, nec quemquam in eis cedendi pascendique ius habere
nisi vicinos quorum sint. Siculo Flacco accenna chiaramente all' indole di queste
terre, in cui il diritto del comune e quello dei singoli vicini, per così dire, s' intreccia-
vano : parevano quasi publicae ; ma insieme parevano propriae quasi vicinorum :
in realtà i vicini non ne aveano la proprietà, e tutto il loro diritto si risolveva in
quel ius cedendi pascendique.
Anzi non si trattava neppure di un diritto, che spettasse alla persona, ma alla
terra. L' assegnazione era fatta in rem ; e il pascolo competeva veramente ai fondi
vicini o adiacenti. Frontino, De controv. agror. p. 15,4.5 dice: est et pascuorum
proprietas pertinens ad fundos; e Igino, De limit. const. p. 202, 1.2: multis locis
quae in adsignatione sunt concessa, ex his compascua fundi acceperunt. Ricordiamo
anche il fundum Soloniammi, Antonianum, Collianum, Valerio mi, a. Comelianum
cum communionibus (2); il fundum Bassianum, Valerianum, Caesianum, Plinianum
cum sallibus (3) ; il Fusianum parimenti cum saltibus (4). Il diritto di pascolo era
attaccato alla terra e ne seguiva le sorti.
Del resto era un diritto esclusivo. Nessun altro, all' infuori dei possessori delle
terre divise, avrebbe potuto usare dei communia ; e se pur ne usava, faceva cosa in-
giusta. Siculo Flacco, De condic. agror. p. 152, 14.15 nota che nessuno aveva
diritto di legnarvi e pascolare se non i vicini, a cui appartenevano ; ma d' altronde
risulta da Frontino, De contr. agror. p. 48, 25. 26, che molti haec pascua per potenti \am
invaserunt et colimi. Lo stesso può vedersi in Agenno Urbico p. 15,27.28.
5. Così anche l'ordinamento giuridico doveva riuscire diverso, che se si f»^c
trattato di un condominio privato, quale p. e. lo raffigura Scevola nella L. 20, § 1 D.
si seru. vind. 8. 5, che si è appunto tirata in campo per commentare i passi dei
gromatici.
Noi consideriamo particolarmente due cose. Una risguarda la questione di sapere
se il pascolo potesse dividersi per volontà dei titolari, o almeno ricevere un' altra
(') Frontinus, De controv. aijror. p. 48. 21-25.
(*) Tab. Veleiat. 3, 54 ; 4, 84.
(3) C. I. L. IX. 1455, 2, 47.
(*) C- I. L. X. 1.407,5.
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destinazione; ed è certo che essa dovea risolversi diversamente in un caso e nell'altro.
Data ima comunione, come quella a cui accenna Scevola, non e' è il benché menomo
dubbio, che i proprietari potessero sciorla e anche cambiare la destinazione del ter-
ritorio comune, a piacimento. Il caso, che egli suppone, è questo: che più possidenti
abbiano comperato un bosco per usarne come di pascolo comune ; ed è chiaro che si
tratta qui di un mero rapporto di diritto privato, in cui la sola volontà delle parti
ha dato alla terra una speciale destinazione, e come 1' ha data così può toglierla. Ila
ciò non si verifica coi communia. Noi non dobbiamo dimenticare che il bosco o pa-
scolo erano terre che conservavano un certo carattere pubblico, e che avevano rice-
vuto la loro speciale destinazione dalla adsignalio. Perciò anche si iscrivevano nelle
mappe in questa loro qualità ('); e d'altronde sappiamo che il terreno doveva rima-
nere quale lo presentava la forum : che se pure il compascuo o il bosco comune
avesse subito qualche alterazione, si avrebbe dovuto, e si cercava veramente, di ricon-
durvelo (-). Ad ogni modo, se il diritto dei possessori era quello di pascolare, e non
altro, non si capisce proprio come avrebbero potuto mutare la destinazione del pascolo,
e molto meno dividersi le terre, senza sconfinare dal loro diritto. In fine nota Lumi.
De cond. agro), p. 120, 12-18, che i compascua erano rispettati perfino nelle nuove
divisioni, al pari dei luoghi sacri, delle acque o delle fonti pubbliche: Illudi, vero
observandunij quod semper auctores divisionum sanxerunt uti... siqua compascua,
quamvis agri dwlderentur,, ex omnibus eiusdem condicionis essent cuius ante fuis-
scnl. Se pure qualche alterazione accadde, fu certamente per abuso. Noi abbiamo
già ricordato in proposito un passo di Frontino, De contr. agror. p. 48, 25 segg-.,
dove si parla di molti pascoli invasi per potcntlam, e delle questioni, a cui avean
dato luogo ; ma noi non possiamo tener conto di coteste usurpazioni. L' unica que-
stione, che e' interessa, è la questione giuridica.
L' altro punto risguarda l'alienazione delle terre divise partecipi del compascuo.
Si tratta di sapere, se il compratore della terra divisa acquistasse o no il diritto di
partecipare al pascolo ? e anche questa questione verrà risolta diversamente secondo
il criterio da cui si parte. A giudicarne coi meri criteri privati, è certo che tutto
dipendeva dalla volontà dei contraenti, come dice Scevola. Il giureconsulto ha
pienamente ragione, quando osserva che. alienando uno il fondo che tiene in sua esclu-
siva proprietà, quella del compascuo passerà o non passerà al compratore secondo la
volontà del venditore ; ma se si tratta di una assegnazione, come è il caso coi com-
minila o communalla, la cosa è diversa. Il diritto di pascolare o legnare era inerente
al fondo già in forza dell'assegnazione, e il compratore della terra divisa ne acqui-
stava, senz' altro, il diritto di parteciparvi. La cosa qui ha un cotale carattere di
necessità, che manca assolutamente nell' altro caso.
6. Tali ci si presentano i communia. Dall' altra parte la marca germanica (chia-
miamola così, sebbene il nome appartenga ad un periodo posteriore) non era gran
fatto diversa. Non staremo qui a ripetere ciò che abbiamo cercato di dimostrare in
altra occasione, che la prima forma, con cui la proprietà immobiliare si è presentata
(') Su codeste iscrizioni può vedersi Hyginus, De cond. agro)', p. 116, 25. 26.
(2) Frontinus, De controv. agror. p. 55, 11 ; Hyginus, De getter, controv. p. 132, 4.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II, Parte 1 ' 36
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anche tra i Germanici, è quella della proprietà collettiva del villaggio, che cede
un po' alla volta il campo alla proprietà collettiva della famiglia, e da ultimo alla
proprietà privata individuale ; e nondimeno, anche in questa fase, conserva molto della
antica collettività. A differenza della proprietà romana, come si trova nel suo ultimo
svolgimento, essa era una proprietà più umana : non era istituita soltanto nell' inte-
resse dell' individuo, per garantirgli il godimento dei frutti del suo lavoro , ma lo era
eziandio nell' interesse della società, per garantirne la durata e 1' azione utile. Certo è:
nel periodo barbarico 1' elemento sociale non si è ancora perduto : la comunione ori-
ginaria non si è sciolta del tutto ; e ha ragione il Laveleye dove dice, che fu solo
in conseguenza di un' ultima evoluzione, talvolta molto lunga, che la proprietà si è
costituita definitivamente, ed è arrivata ad essere quel diritto assoluto, sovrano, per-
sonale, quale è definito dal nostro codice (').
Un rimasuglio della antica collettività sono i così detti beni pubblici, e le pos-
sessioni rimaste in proprietà comune dei vicini, anche dopo introdotta la proprietà
privata. Anzi, ho osservato altra volta (2), che appunto in quei tempi, col sussidio
di più ricche fonti, possiamo penetrare anche più addentro nella vita di cotesti orga-
nismi. Le terre pubbliche, servivano generalmente al pascolo, e venivano locate verso
la corresponsione di un canone detto escatico, erbatico^ glandatico ecc. Invece i beni
comuni potevano usarsi da tutti gli accomunati, senza pagamento di canone, per le
terre che possedevano ; ma qualche volta se ne trova anche assegnata una porzione
a titolo precario o beneficiario, che voglia dirsi. Nondimeno anche in questo caso il
comune conservava il suo diritto sugli appezzamenti, e poteva, quando che fosse,
reclamarli e tornarli a spartire come meglio credesse. Che se nel frattempo il bene-
ficiato (chiamiamolo così) poteva vendere la terra che gli era stata concessa, non era
propriamente il diritto che vendeva, ma solo 1' esercizio : il diritto restava attaccato
alla famiglia originaria ; ed era questa famiglia, e non il nuovo acquirente, che
aveva diritto di essere contemplato nella nuova ripartizione. L'aquirente poteva solo
premunirsi, obbligando il venditore a cedergli la terra che gli fosse toccata (3).
7. In realtà gli antichi communio, e la nuova proprietà comunale dei Germanici
si trovano ricordati nei documenti di questi tempi quando coi soliti nomi romani,
quando con altri prettamente germanici. Da un lato abbiamo i pascua publica ubi
publica ammalia consueta sunt pabulare, e dall' altro i beni comuni. Questi si tro-
vano indicati con vari nomi : pascua communia, silvae communes, campora commu-
nalia o communalia semplicemente, communitates, vicinalia o vicanalia, prò indiviso,
tutti nomi romani ; o anche terre de fuvadia o fivvaida o figvadi». nomi barbarici,
che però indicavano pure le terre comuni destinate al pascolo del bestiame. Qua e là
è fatta parola di moates e silvae arimannorum o armannorum (J).
(') Abbiamo svolto abbastanza ampiamente questo concetto nel nostro lavoro L'Allodio. Studi
sulla proprietà dei secoli barbarici, Torino 1886; e anche nel Digesto italiano.
C-) Allodio n. G.
(:) Per tutto ciò può vedersi il mio Allodio n. 10, dove però è da leggersi appezzamento in
luogo di apprezzamento.
(') Nel mio studio sugli Aldi liti e romani n. 60a ho citato molti documenti in prova della esi-
stenza di queste terre pubbliche e comunali che le fonti distinguono molto nettamente.
— 283 —
Ora, non e' è dubbio ebe quegli usi civici, che si esercitavano sui beni comuni,
aveano per origine la primitiva collettività. Né questa idea era sfuggita agli antichi.
Francesco D' Andrea ha una bellissima pagina in proposito. Egli dice : Nullo modo
praetendi posse esse praeiudicatum primaevo il/i iuri , quod antequam oppidum con-
cederetur-, erat penes omnes cives, ut agris illis uterentur in comunem ipsorum
utilitatem prò omnibus iis, quae ad humanae vitae usimi sunt necessaria. Nam cum
priitmm ex communi gentium iure fuerunt institutae certe Urbes et Villae, quae
alio vocabulo a uostris doctoribus appellaniur eollegia iuris gentium, fuerunt illis
termini impositi, quibus distinguerentur agri ad unamquamque civitatem peri
tes. Omne illud territori uni, quod intra eosdem limiles erat comprehensum, censeba-
tur (ixsiijiialum eiusdem urbis Inibii ai 'nribus, ut eo uterentur in communem orniti uni
Utilitatem... Ius istud, quod uniuscuiusque universitatis civibus competiti ni agro
publico utantur, est proprium eiusdem universitatis, iure naturali, adeo ut nec per
regetn ei talli possit.... linde cum rex concedit alieni oppidum cum suis iuribus,
pralis, nemoribus, pascuis etc, ut vulgo concedi solent; quantumvis dicere velle-
mus dominiwm illorum esse translatum in baronem... non ideo tamen praetendi
posset, Priacipem ex ea concessione voltasse derogare in ri civium super listimi
territoriis, cum semper concessio intelligenda sii, salvo iure alterius.
Né altrimenti la pensava il De Loca. Anch' egli risale alle medesime origini
isteriche e la intuizione non è meno giusta; né le conseguenze, a cui arriva, sono
diverse. Egli dice nel disc. 42 intorno alle servitù: Antiquitus attento iure natu-
rali, seu gentium primaevo, cognita non erant dominia, sed omnia erant communia,
et penes populum, qui postmodum eius iura in Principem, seu Domi un ni , tran-
stulit tamquam in Iìeipublicae adminislratorem seu maritimi, unde propterea resul-
tant huiusmodi usum inducentia. Primo nempe, quod facta concessione alicuius
iuris, intettigitur in eo, quod excedit proprium usum, cum improbabile sii populum
cum huiusmodi concessione voluisse privare se eo usu, sine quo ri nere min. jiosset.
Secundo, quia si Princeps seu Dominus reputatur tanquam maritus possidens
huiusmodi iura tanquam dotem sibi a republica dalam, ferve tenetur onera matri-
moni^ atque ex dotis fructibus alimenta necessaria praebere uxori, quae consistere
dicuntur in populi protectione, defeusione, recta administralione, et ut elementis
necessariis non priventur, neque inermem et infelicem vitam ducere cogantur... Et
in tertio demum, quia si Princeps vel Dominus inferior a Principe causuni habens
huiusmodi bona et iura possidet ex concessione et liberalitale populi, manifestarli
commuterei ingratiludinem donatori denegando necessaria.
8. C è però qualcosa nelle vecchie consuetudini barbariche, che non e' è in quelle
dei Romani, e che pure deve interessare altamente chiunque si faccia a studiali' 1<>
sviluppo degli usi civici.
Vo' dire le molte limitazioni risguardanti V uso della proprietà privata. Erano
diritti di pascolo, legnatico, caccia, pesca ecc. che potevano esercitarsi, in questi tempi,
anche sulle terre divise, e nuovamente come una conseguenza della originaria comu-
nione della terra. Noi fermiamo in particolare la nostra attenzione sul diritto di
pascolo e su quello di legnare. Il pascolo sui fondi dei privati è antico ; e ne fanno
— 284 —
parola la legge visigota (>), la langobarda (2), e i Capitolari (3); al diritto di far legna
nei boschi dei privati accenna la legge dei Burgundi (4). Per ciò che risguarda il
diritto di pascolo, il proprietario non poteva impedirlo ; ma nessuno poteva esercitarlo se
non dopo raccolti i frutti. Altrimenti si doveva risarcire il danno e anche pagare una
pena ; ma se il fieno o le derrate fossero state raccolte, nessun proprietario doveva
arrogarsi più terra di quanta poteva difendere con la sua chiusura ; e se avesse osato
di scacciare gli animali dalle stoppie o dal pascolo, doveva comporli in octogild.
Quant' è al diritto di far legna nei boschi privati, ognuno, che non ne aveva di pro-
pri, poteva esercitarlo, e il padrone del bosco non poteva impedirlo ; ma era ristretto
ai legni giacenti e agli alberi non fruttiferi : altri alberi non si potevano abbattere (5).
Tutto ciò si trova riprodotto negli usi civici intesi largamente ; perchè non cre-
diamo che si possa restringerne il concetto ai soli demani, come fanno alcuni, p. e.
il Lombardi p. 60, ma debba allargarsi anche a que' diritti, massimamente di pascolo,
che si esercitavano, in certe stagioni, sui fondi privati. Non è vero cioè, che a diffe-
renza degli altri usi, che certamente aveano un carattere pubblico, essi si fondassero
sulla volontà dei proprietari e sulla natura aperta dei fondi, e quindi potessero ces-
sare non tosto i proprietari avessero chiuso i loro fondi con siepi, fossi, muri o altri-
menti, qualunque fosse il motivo che ve li aveva indotti.
Certamente in origine non si trattava di una semplice tolleranza, ma di un di-
ritto che spettava al comune, dipendente anch' esso dalla originaria collettività delle
terre ; il che non toglie che i proprietari pretendessero poi di usare ad libitum dei
lori» beni e chiuderli e convertirli ad usi diversi. Naturalmente il primitivo concetto
della proprietà barbarica si venne alterando col tempo, massimamente sotto la in-
fluenza del diritto romano, e certi usi, che il comune aveva esercitato come un suo
diritto, finirono dai giureconsulti romanizzanti coli' essere, più o meno, considerati come
semplici tolleranze, dipendenti dal beneplacito del proprietario.
Il cardinal De Luca era uno di questi ; e alcuni suoi discorsi tendono vera-
mente a dimostrare, che, salvo i casi in cui la comunità possedesse i pascoli iure
domimi, il proprietario della terra non doveva intendersi ristretto alla sola coltura
e ai frutti industriali, ma doveva usarne con una certa latitudine, e anche conver-
tirla ad uso diverso, e all'uopo chiuderla con •muro, siepe o fosso, senza che i cit-
tadini avessero diritto di impedirlo. Infatti leggo in un suo discorso : Quae... con-
suetudo non dici/ar importare formale ius sei' formulati serrit/'tem iuris pasce/idi,
sed soìitm libertatem sa' naturalem facultatem ut (hit malia civium depasci pos-
tilli in ieri -/'torio aperto et campestri, a segetibus non impedito, et quod vulgo
comunale seu alibi demaniale dicitw... Haec autem facultas competere dicitur ea
natura campestri et aperta agrorwm, tanquam ex cessante rnurornm rei sepiitm
ani fovearum impedimento . et consequenter non tribuit ius cìvibus et incolis
(') Lex Wis. Vili. 3, 9. 12; 4, 26 ; 5, 5.
(2) Ed. Eoth. 358.
(3) Capit. Ilarist. a. 779, e. 17, Bor. I. 40; Carni. Ludov. II in Baluz. II. 1294.
l'i Lex. Ut/,:,. XXVEU. 1-3.
( i Per tutto ci.', si veda il nostro Allodio n. 30.
— 285 —
impediendì dominos ne eorum bonis prò libito utantur ataue ad divermm usum
convertant (').
Nondimeno il De Luca riconosce che questa libertà o facoltà del comune non
dipendeva affetto dal beneplacito del proprietario: egli era ancora ben lontano dal
pensare che fosse una semplice tolleranza ; e la riannoda ad una consuetudine pres-
soché ani versali-, di cui non sa spiegarsi le origini, ma che crede dover fondarsi nel
diritto e nella ragion naturale. Egli dice che si tratta di una facullas ex quavam
FORTE r.\m-ltSAU CONSUETUDINE INNIXA Hill 8BU RATIOM NATURALI, per qitaìiì CWtÒUS
imi: miro concediti»- post secatas segetes seu recollectos fructus... pascila indeter-
minate sumere in universo patrio territorio campestri et aperto, tanqiiam ex ces-
sante impedimento murorum vcl sepium denotantium fundum ad pasqua destina-
timi non esse, sed ad aliquem meliorem colturam (-). Lo stesso cardinale, combat-
tendo la teoria, che li considerava dal punto di vista delle servita private, dice che
spettavano piuttosto ai cittadini ex iure civico et naturali, e che si trattava di
una consuetudine quodammodo necessaria ne cives et incolae inermem vitam ducant.
Il De Luca non ha capito bene quali ne fossero le origini storiche ; ma questo ha
capito, che il carattere che vi campeggia non è privato, ma pubblico, e anzi spiega
con esso certe restrizioni sia del proprietario della cosa e sia del comune, che altri-
menti non si capirebbero. Egli, pur sostenendo che il proprietario poteva chiudere
le proprie terre, dice che non poteva farlo se non nel caso che ci fosse una immu-
tai io notabilis e proveniente da giusto motivo di convertire la cosa in altro uso più
proficuo e affatto diverso, come a dire piantarvi un vigneto o arboreto, che era
anche 1' opinione del Covarruvio (;i), che in queste materie si considerava come
maestro; ma non poteva chiuderle a capriccio, al solo scopo di fare una bandita o
defensa delle erbe naturali, che non poteva assolutamente fare praeter moderatimi
usum e solo pei propri animali (4).
Quanto a noi, non ci mettiamo dubbio che codesta facultas, avvalorata da una
consuetudine pressoché universale, fosse un diritto riservato di dominio, che il comune
aveva esercitato insieme agli altri su tutte le terre, e che per una ragione pubblica,
continuò a esercitare anche durante la nuova fase della proprietà privata individuale.
Pm- ammettendo che la terra rimanesse a una data famiglia, esso la volle vincolata
a quella condizione : anzi, non esitiamo a dire che se ci fu tolleranza, fu da parte
del comune, che permise lo svolgersi della proprietà privata, e non da parte dei pro-
prietari, che lasciarono al comune il diritto di pascolare nelle terre aperte, che non
avrebbero potuto impedire. Ciò significa, che non si tratta di un uso che i proprie-
tari abbiano, come che sia, tollerato, ma di un uso a cui i comuni non hanno mai
rinunciato. Il nome stesso di comunali e demaniali, che per testimonianza del De
Luca, si dava ai tenitori aperti e campestri non impediti dalle messi, accenna alla
antica collettività.
(') De Luca, De servit. disc. 37.
(2) De Luca, De servit. disc. 38.
(3) Covarruvio, Practicarum e. 37 n. 4.
(4) De Luca. De servit. ■'ù-
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9. Del resto, dicendo che la origine degli usi civici vuol essere cercata nella
collettività, non intendiamo di escludere che possa anche appoggiarsi più particolar-
mente ad un privilegio. Soltanto crediamo che bisogna andare molto cauti per non
confondere i veri privilegi con ciò, che, per avventura, potrebbe essere un semplice
riconoscimento o conferma di un diritto, o consuetudine preesistente.
Infatti ci sono diplomi, i quali hanno veramente tutta 1' aria di un privilegio,
e potremmo ricordare quello che Federigo II accordò nel 1230 alla terra di Apricena;
ma molti non sono veri e propri privilegi. Basterà ricordare come persino la proprietà
privata allodiale non abbonisse di domandare il riconoscimento alla potestà sovrana:
figuriamoci poi un semplice diritto d' uso riservato a un comune.
Noi dicemmo altra volta, che il dominio eminente, che si credeva spettare al Re
su tutte le terre, spiega le molte conferme e corroborazioni di possessi, che si trovano
fatte da parte sua, e che i privati volontieri domandavano. Aggiungo ora, che il
principio può trovarsi espresso in un diploma di Carlomagno per Farfa: un mona-
stero, che usò spesso di domandare al Re la conferma de' suoi possedimenti, e non
solo di quelli che aveva ricevuto dalla potestà pubblica, ma anche dai privati.
Il documento testé ricordato è molto notevole per il suo preambolo. Carlomagno
dice : Si ea quae a Deum timentibus hominibus locis venerabilibus addita vel
condonata sunt nostro munimine confirmamus, regimi consuetudine;*! exeucemis,
et id in postmodum iure firmissimo mansurum esse volumics. Chiaro è : il Re si
arrogava veramente il diritto di confermare anche i beni che i privati avevano con-
ferito al monastero, e credeva, facendo ciò, di esercitare ima regia consuetudo, e
la proprietà stessa ne otteneva im carattere di stabilità, che altrimenti non avrebbe
avuto : quind' innanzi nessim duca o gastaldo o altro dei fedeli discorrenti pel Regno
avrebbe potuto molestarla ; lo stesso Carlomagno aggiunge :' Seti hoc nostrae aucto-
ritatis donum orni tempore iure possideant firmissimo ('). Medesimamente Lodovico
il Pio, confermando i beni al monastero di Farfa, ricorda le res quas devoti iiomi-
nes ac devotae feminae prò salute animar um suarum praedicto monasterio solemni
donatione contulerant (-). Anche un' altra conferma di Lotario si riferisce a tutti i
beni, sia che il monastero li tenesse ex rnunificentia regum règinarumque, ducum,
eastaldorum, vel ex collatis populi sive caeterorum fidelium largitate. vel etiam
monachorum qui in eodem monasterio, suas animas salvare cupientes, intraverunt
et ibidem res suas delegaverunt (3). La conferma reale li abbracciava tutti. In altri
diplomi non si tratta neanche di monasteri, ma di privati. Uno dell' anno 781 ricorda
xmpraeceptum di Liutprando, che confermava a certo Pando e a' suoi figliuoli la sostanza
di Gutta loro zia : continebat qualiter substantia cuiusdam Guttae confirmaverat
in eis. Lo stesso Pando asseriva quod de suis parentibus fuisset, e mostrava il detto
precetto qui confirmaverat de substantia... Guttae amiitae eorum (4). Altri esempi
possono vedersi nel mio Allodio n. 24 e in Muratori, Antiq. Hai. IV. 13. 15. 17 ; I. 731.
(') Reg. Farf. IL 134. a. 776.
(2) Eeg. Farf. H 242 a. 820.
P) Reg. Farf. II. 282 a. 840.
(4) Reg. Farf. II. 135 a. 781.
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Per tornare al diploma di Federigo TI por Apricena, e anche alle ulteriori con-
ferme sue, non e' è dubbio eh' esso si presenta come un privilegio. Federigo II dico
elio intendeva di premiare la pura fede e devozione sincera che gli uomini di Apri-
cena gli avevano dimostrato in varie occasioni, e i servigi che gli aveano reso, e che
certamente, gli renderanno anche più in seguito. Ricorda particolarmente che, ogni
qual volta era stato in Apricena, tutti aveano fatto a gara per far piacere a lui e a
quelli della sua famiglia con affetto ed ilare volto; e perciò avea pensato di am-
pliare la detta terra con degni benefizi. Più tardi il diploma fu riconosciuto da
Carlo II. Gli uomini di Apricena, temevano che potesse andare in dimenticanza o per
un caso qualunque perdersi, e presentandolo al Principe, lo avean pregato di farne
far copia e autenticarla. Lo stesso Carlo parla di grazie contenute nel privilegio di
Federigo. Ciò avvenne nel 1305. Regnando la regina Giovanna ne fu fatta ima nuova
trascrizione nel 1368, perchè le lettere di Carlo II si erano nel frattempo smarrite. La
Regina dice che, aderendo alle istanze del vescovo di Lucerà, avea fatto cercare nel-
1' archivio reale, dove quelle lettere si trovarono registrate, e le avea fatte copiare
e munire del suo sigillo. Nel 1446, regnando Alfonso, gli uomini di Apricena ne
chiedono per maggior cautela la conferma, e il Re considerando i meriti di singolare
devozione e fede dei detti uomini, non esita a confermarli nel modo con cui fino allora
ne avevano usato. Egli dichiara che la detta conferma debba essere ferma e stabile
e non patire diminuzione di sorta in nessun tempo. Neil' anno 1496 troviamo alcuni
capitoli e grazie di Ferdinando II. La terra di Apricena aveva, tra le altre, doman-
dato la conferma di tutti i privilegi, usi e consuetudini che aveva avuto già in antico,
e ricordava particolarmente come per antiquissimi privilegii et consuetudine fosse
stata in possesso di pascolare e legnare nei territori di s. Meandro, Civitate e Castel
Pacano. Una nuova conferma di Ferdinando il cattolico è dell'anno 1507; un'altra
O
del viceré Carlo di Lanoy dell' anno 1522. Insomma sembra veramente che la fonte
prima degli usi di Apricena, più che un'antica consuetudine, sia il diploma di Fede-
rigo II : è ad esso che gli uomini di Apricena si appoggiano continuamente : ad ogni
modo è certo che la origine di alcuni usi civici può risalire ad un privilegio. Ciò
vale in ispecie di quelli, che venivano esercitati sulle terre pubbliche, a differenza
delle terre comuni: una distinzione che molti non avvertono; ma che non è meno
effettiva. I documenti distinguono veramente i pascua publica dai comunalia, e può
vedersi in proposito il Regesto farfense III.. 300. 404. I primi, appartenenti alla corte
regia o ducale, erano destinati al pascolo degli animali della corte: ubi publica
animalia consueta suut pabulare ; né altri avrebbe potuto mandarvi i propri se non
verso certe responsioni, dette escatico, erbatico, glandatico ecc. ('); mentre invece le
fiwadie, se pur appartenevano al villaggio, erano destinate ai comunisti, senza obbligo
di pagare nulla. Ricordiamo le parole dei documenti : pascua publica in contrapposi-
zione ai communes pascua hoc est fiwaidas.
Ora, poteva accadere che il re o il duca accordassero a taluno il diritto di pasco-
lare i propri animali nei boschi pubblici con esenzione da qualunque responsione; e
ne abbiamo un esempio in un diploma langobardo di Teodicio duca di Spoleto pel
(') Si vede anche Troya G. D. L. VI. 877. a. 767; 971 a. 772.
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monastero di Farfa. Egli dice: Licentiam tribuimus amodo quafy 'ii/is jumenta de Mo-
naslerlo... hoc est turmae decem debeant aestivo tempore comuniter cum iumentis
publicis reatinis pabulare ubi per gualdos pvblicos quo consueta sunt ipso, ambulare.
E subito dopo : Similiter et duo mìllia pecora de suprascripto Monasterio cum
nostris peculiis publicis reatinis comuniter ornai tempore debeant pabulare in Monte
Calvo et Rivo Curvo postquam exinde iumenta exierint, ita ut ipsa iumenta vel
peculia Monasterii praefati, ut diximus, amodo in suprascriptis gualdis vel mon-
tibus cum nostris iumentis publicis sive peculiis absque aliqua datione securius de-
beant pabulare ('). Lo stesso fa Ee Desiderio. Egli conferma alcune corti al Mona-
stero di Pai fa, e tra le altre dice: De omnibus autem animalibus , quae in supra-
scriptis finibus Reatinis habentur aut in antea nutrientur3 ita definimus ut per
pascua publica omni tempore ambulent et nutriantur sine ornili dato aul herbatico
vel exatico, et nullam molestiam neque in ponte neque in via publica neque in
qualicumque loco patianlur, sed semper illibata ambulent ubi publica animalia con-
sueta sunt ambulare (2). Citiamo anche una carta, con cui 1' imperatore Lodovico II
conferma al Monastero di Farfa il possesso di tutti i suoi beni. Quant' è ai pascoli
osserva: Nec non de omnibus animalibus monasterii in finibus ducatus spoletani,
ita definimus atque iubemus, ut in pasqua purlica omni tempore debeant pabulare
vel nutrire,, sive Mae videlicet et de hominibus eorum, sine omni datico, castalda-
tico, aescaiico, herbatico vel glandatico. Et nullam molestiam neque in ponte neque in
via neque in qualicumque loco patiardur. Sed semper illibata ipsorum animalia am-
bulent ubi et publica animalia consueta sunt pabulare (3).
Ora, nulla osta acche lo stesso diritto di pascolare nelle terre e nei boschi pnl>-
blici fosse accordato anche ad un comune. In questo caso si trattava veramente di
un privilegio; ma crediamo fossero casi eccezionali: la regola è pur sempre quella
accennata più sopra, che gli usi civici hanno la loro radice nell' antica proprietà col-
lettiva. Soltanto così essi hanno potuto diventare una consuetudine pressoché univer-
sale : sulla base di un semplice privilegio non lo avrebbero potuto di certo.
10. Del resto, qualunque ne fosse 1' origine, s' intendeva che il re non potesse
infeudare la terra su cui si esercitavano senza che s' intendessero eccettuati, e ciò
non ostante la forinola amplissima che avesse adoperato nel concederla : cum monti-
bus planis pascuis ecc., se anche fosse detto che la concessione era fatta liberamente.
Questa parola cioè non comprendeva mai 1' onere naturale inerente alla cosa stessa ;
e i terrazzani avrebbero nondimeno conservato il diritto di provvedere alle loro como-
dità. Il De Luca, De servii, disc. 42, lo avverte : Etiamsi baroni 'per Principem
expresse concessum esset feudum liberum et exemptum ab omni onere et servitute
adirne tamen intclligiiur exccplus iste usus, qui non importat servitufem sed onus
intrinsecum et connaturale. Né altrimenti dice il Novario, De gravam. vassall.
Tom. Ili grav. 77, che la concessione, quantunque fosse detta libera ed esente da
qualunque onere di servitù, pure non poteva escludere quella che veniva ex natura
(') Troya, C. D. L. VI. 877 a. 767.
(2) Troya, C. D. L. VI. 971 e. a. 772.
(3) Eeg. Farf. 300 a. 857. m. p. 6. Lo stesso nel Bog. Parf. 404 a. 967, ILI. p. 113.
— 28!» —
rei et vieta naturali, e aggiunge: tali motto ut sententia deelarans Mas lièeras a
servitale, minimi- comprchendat usura civium, qui non iure servitulis sed viclus
petitur. Per la stessa ragione neppure la garantì» per la evizione poteva compren-
dere 1' uso civico (')■
I giureconsulti andavano tant' oltre, da riconoscere che i terrazzani, impediti nel-
1' esercizio dei loro usi, avrebbero potuto resistere di fatto ; e se pure fosse stata
minacciata una pena, non avrebbero avuto obbligo di pagarla (-').
11. L'uso stesso dipendeva dalla qualità di cittadino. Tutti i diplomi che ne
fanno parola contengono questa limitazione. Nel nostro Allodio n. 7 abbiamo già
detto che una delle condizioni della .partecipazione ai beni comuni era questa : che
l' individuo fosse accolto nella comunione ; e anche gli scrittori non mancano di accen-
narvi. 11 Novario (:)) dice, che era un ius dependens a civitate ; ma del resto com-
peteva tanto ai cittadini naturali, quanto a quelli che vi erano stati recepii in tales,
purché avessero abitato almeno 10 anni nel comune.
12. Non vorremmo però asserire che questi usi civici fossero da per tutto gli
stessi. In generale si può dir questo, che erano diritti d'uso che, in base ad una
antica consuetudine o di uno speciale privilegio, spettavano agli accomunati sui de-
mani comunali e anche sulle terre divise del comune, dove più dove meno, ma gene-
ralmente entro certi limiti. Le fonti ricordano il diritto di pascolare e raccogliere
erbe, ghiande, spighe, quello di attinger acqua, pernottare, farsi il ricovero, tagliar
leena, cuocere la calce e anche seminare. Fra tutti, il principale era certamente il
diritto di pascolo, che secondo il Kicci (4) comprendeva il ius aquandì, pernoctandi,
faeiendi tugurium et Ugnanti i ; ma che altri più esattamente distinguono dal ius li-
gnandi. Infatti il privilegio di Federigo II per Apricena, e anche altri, ne parlano
separatamente: ut in tenimentis eie. ufi passini libere pascuis... et quod Uceat
eisdem fldelibus nostris in tenimentis terrarum ipsarum libere Ugna incidere. Lo
stesso risulta anche dal Kovito. Egli dice nei Consilia lib. II e. 7: Università^
praetendens ius pascendi et lignandi ultra usum in demanialibus baroni debet
ostendere privilegium vel praescriptionem quae vim privilegii habeat, scilicei im-
memo rabi lem.
13. Gli uomini di Apricena esercitavano i loro diritti nei tenimenti di Civitate,
Castel Pagano e s. Nicandro, e già secondo il diploma di Federigo potevano usare
liberamente dei pascoli pei loro animali, senza pagare la fida o altro, e tagliare libe-
ramente la legna nei tenimenti di dette terre per loro uso e vantaggio. Il diploma
però eccettuava le difese o bandite regie, ove nessuno doveva entrare per le dette
utilità (doc. 1).
Altri diplomi specificano anche meglio la natura di questi diritti, o ne aggiun-
gono di nuovi.
(') De Luca, De fauci, disc. 65.
(2) Novario, De gravam. vassall. Tom. I. grav. 32.
P) Novario, De t/ravam. vassall. Toni. I. grav. 32. 38.
(4j Ricci, Praxis civilis III. e. 4: Cum iure pascendi includitur ius aquandi, pernoc
faeiendi tugurium et lignandi.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II, Parte la 37
— 290 —
1 capitoli di Ferdinando II notano come gli uomini della terra di Apricena fos-
sero per antiquissimi privilegi et consuetudine... in possessione de pasculare con
li (ninniti) ci tagliar legna de dì et de nocte in lo terreno de Sancto Meandro, de
Civitate ci Castel pagano (doc. 4); il diploma del Delanoy ricorda la consuetudine
aquandi, paseulandi, spieandi, glandandi ci lignamina incidendi nei medesimi ter-
ritori (doc. 6); più tardi è accennato il ius pascendi eorum ammalia, aquandi, glan-
dandi et spicaii.il/ dies noctesque, ac faciendi casellas, mmalras, paliaria et griptas,
ne incidendi Ugna fruttifera et infructifera tam a ramis quam a radicibus (doc. 7).
Come si vede, quanto più si progredisce nei tempi e tanto più questi usi vengono specifi-
candosi : noi siamo oramai abbastanza lontani dalla semplicità del diploma fridericiano.
14. Una cosa che sembra comune era, che l'uso doveva avere un carattere di
necessità: era un iisus necessarius ; e se da un lato abbracciava tutte le cose che
occorrevano al vitto, dall' altro doveva essere moderato.
Re Federigo nel suo diploma per Apricena osservava, che gli uomini della terra
potevano usare dei pascoli prò animalibus suis, e parimente potevano tagliar legna
ad usimi et utilitatem eorum (doc. 1). Né altrimenti il diploma di Andrea Carata
osserva che potevano pascolare, legnare, acquare ad omnem usum utilitatem et com-
modum il irle miirersitatis et homi aum terre Proci ne et ipsorum animalium ; e dice
pure che ne potevano usare e godere tam prò eorum usis quam prò mercantiis,
d /uni predicta ammalia tenerentur per eos ad societatem et partem cum aliis (doc. 7).
Appunto perchè Y uso doveva abbracciare tutte le cose occorrenti al vitto, si capisce,
clic avendo taluno degli animali, ma non avendo frumento e vino, poteva tenere gli
animali nel demanio, e colla loro industria, anche vendendola ad estranei, comperare
il frumento e il vino che non aveva. Si legge questo in De Franchis, Decisiones
S. 1'. C. Decis. 489 : Respectu omnium necessariorum prò victu hominis, ita ut si
habeam ammalia, et deficit mihi frumentum vel vinum, possum tenere in demanio
ammalia ce quorum industria, edam vendendo exteris, possim emere frumentum
ci rnrnn.
Ad ogni modo 1' uso s' intendeva ristretto al bisogno degli accomunati. Un docu-
mento di Apricena dell'anno 1542, parlando appunto di questi diritti di pascolare e
legnare, che competevano agli uomini della terra, vi aggiunge: ad us/nu dumtaxat
ipsorum; e anche è detto che il comune e gli uomini di Apricena possano bensì te-
nervi i loro animali di qualunque specie: porci, vacche e cavalli e anche altri, tam,
prò />x/' <l /de universitalis et hominum, quam prò eorum mereantiis, etiam si
esseri ammalia quae tenerentur ad soccidam, sai ad partem; e parimenti vi pos-
sano ghiandare, spicare, acquare, pernottare, tagliar legna, anche da frutto e persino
alle radici, e far caselle e tuguri a vantaggio comodità e benefizio della detta terra ;
ma insieme si soggiunge: Ila lumen quod dieta universitas ci homines etiam par-
ticularès non possint nec valeant ilici" territoria, pascua, glandes, spieas et ufi"
■ ',,-inn i/ira... alteri rendere, locare nec affittare, sed tantum deservire debeant
prò usu dictorum universitalis et hominum et curimi animalium (doc. 8). Medesi-
mamente è detto in un'altra carta del 1542 che gli uomini del comune potevano
pascolare, acquare, pernottare e fare anche altro, ma prò eorum usu tantum et eorum
animalibus, e anche: cum eorum tantum utilitatibus (doc. 9).
— 291 —
Né la giurisprudenza la pensava diversamente. Lo Jacovetti, Add. ad gra-
vane 31, dice chiaro, che doveva esercitarsi moderatamente prò usu domus et fami-
Uae; e il Rovito, Consilia iib. II e. 7 cit. aggiunge, che se un comune pretendevi
di avere il diritto di pascolare o legnare anche ultra usum, doveva mostrarne il pri-
vilegio oppure la prescrizione immemorabile che ne faceva le veci. In particolare osserva
il Novario, De vassall. grav. Tom. I. grav. 38, che nessuno avrebbe potuto cederlo
ad altri; e il De Luca De servit. disc. 40, che non si poteva neppure pigliai- a
socrida gli animali di persine non partecipi della cittadinanza, ponendovi solo la pro-
pria industria e custodia. Perciò anche si solevano eleggere dei periti, i quali arbi-
travano, la parola è del Novario, De gravam. vassall. Tom. I. grav. 38, quanti
animali, avuto riguardo al numero totale di essi e alla estensione del demanio, po-
tevano comodamente pascolarvi, lasciando elio il proprietario fidasse per il resto anche
altri animali di estranei, fino alla sufficienza dell' erba.
15. D'altronde chi possedeva la terra non aveva il diritto di praticarvi defensae,
o bannitae, o foreste, che voglian dirsi, ossia chiuderle in tutto o in parte. Questo
significato della defensa può vedersi in De Rosa, Civìt. Decret. Praxis e. 10 n. 57.
Certo non era una cosa che si presumesse. Anzi in dubbio si presumeva il diritto del
comune di pascolare le erbe, e raccoglier le ghiande e le spighe : per avere una defema
bisognava che il barone ne mostrasse un privilegio, che del resto non avrebbe dovuto accor-
darsi se non ex tasta et rationabili causa, altrimenti i cittadini erano mantenuti
nel possesso del pascolo ('). Se però lo aveva, poteva chiudere veramente la terra a
tutti gli animali che volessero entrarvi senza il suo permesso, sotto pena di pagare
la diffida, e farneli cacciare se volevano entrarvi, o pegnorarli se vi erano entrati {-).
16. Un diritto speciale, diverso da quelli che abbiamo considerato finora, era quello
del mercato. Era nuovamente un diritto molto ambito nei tempi di mezzo. Già i capi-
tolari accennano di frequente ai mercati, che erano settimanali ed annui, o come anche
dicevansi parziali e generali, e si tenevano comunemente nei giorni di qualche santo
o nelle domeniche, a motivo che a coteste solennità accorreva più popolo e i merca-
danti vi trovavano maggior tornaconto nell'esporre le loro merci. Anzi quest'uso era
talmente radicato, che ne la riprovazione de' santi padri (3), né le minacele dei con-
cili o delle leggi (4) valsero a porvi rimedio. Alcuni poi godevano speciali immunità.
Il 'diploma di Federigo II, che aveva accordato alla università e agli uomini di
Apricena gli usi civici nei tenimenti di Civitate, Castel Pagano e S. Nicandro, accorda
loro de superhabmdanti grafia anche il diritto di tener mercato ogni mercoledì, e
dichiara esenti ed immuni da ogni plateatico tutti coloro che vi andassero o ne tor-
nassero con le loro merci. Le parole del diploma sono queste: De superhabmdanti
gratta nostra concedentes eisdem ut de ce t ero in ipsa terra Preci ne nundine fieri
debeaat singulis diebus mercurii iiniuscuiusque ebdomade, ita videlieet quod omnes
venientes et redeuntes ibidem cum mercimoniis et rebus suis emendo et vendendo
per totani diem mercurii tamen ab omni plateatico sint liberi et immunes (doc. 1).
(') Novario, De ijravam. Vassall. Tom. I. grav. 32 ; De Rosa, 1. e.
(*) De Rosa 1. e.
(3) S. Basilio Eegul. fusius disput. reg. "29. 40.
(*) Caroli M. leg. lang. e. 140.
— 292 —
Più tardi il comune, oltre il mercato settimanale, ebbe anche la sua fiera. Carlo Vili.
nei brevi giorni che tenne il regno, mirando, come dice, a sollevare la terra di Ami-
cena dallo stato di depressione in cui per varie cause si trovava, concesse che potesse
ogni anno nella festa dei santi Filippo e Giacomo tenere un mercato generale di cose
venderecce nel luogo che le paresse più opportuno. Il detto mercato avrebbe durato
8 giorni, cominciando il primo di maggio, ma doveva farsi senza pregiudizio della
Curia e dei vicini. Dall'altra parte doveva essere franco ed esente da ogni vettigale,
gabella e ogni altro diritto e servitù. Carlo Vili concedeva eziandio che la università e
gli uomini di Apricena potessero ordinare e fare un Mastro mercato a loro beneplacito,
e ordinava a tutti i suoi ufficiali e sudditi di rispettare il presente privilegio sotto pena
di mille ducati (doc. 3). Ma il breve regno di Carlo impedì ch'esso avesse effetto.
Certo è, la università di Apricena manifestava un anno dopo a Ferdinando II
ciime da lungo tempo avesse avuto desiderio di avere una fiera per suo commodo,
e faceva istanza per averla. Essa sarebbe cominciata alla metà di maggio e sarebbe
durata otto giorni, nel qual termine si avrebbe potuto vendere e comperare senza paga-
mento di qualsiasi gabella. Si domandò pure che la terra potesse eleggere uno de' suoi
uomini per Mastro mercato, il quale avrebbe conosciuto in quel tempo di tutte le
eause sì civili che criminali, che fossero occorse in detta fiera, senza contraddizione per
parte del signore della terra. Il Ee rispose che concedeva la fiera franca per tutto il
tempo richiesto, ma senza pregiudizio dei diritti del barone. Anche la elezione del
Mastro mercato doveva farsi dalla università col consenso del barone ; e ad ogni modo
le cause criminali doveano essere di sua esclusiva competenza (doc. 4).
17. Il citato diploma di Ferdinando II contiene anche altri privilegi e grazie,
che crediamo prezzo d'opera di ricordare brevemente. La terra d' Apricena comincia
dal supplicare il re a volerle perdonare tutte le offese che gli avesse fatto e anche
ogni altro errore e delitto, e rirnetteria nello stato pristino come era prima che
venissero i francesi; e il Re approva. Domanda pure la conferma di tutti i privi-
legi, capitoli, usi e consuetudini, che erano stati anticamente in detta terra; e il
Re approva anche questo, ma vuole che debbano esercitarsi senza pregiudizio del
barone del luogo. La terra ricorda particolarmente la cabella del malodiaaro et ih'!
•In, -'io con soi membri et ragione, che il comune aveva sempre avuto per sua sid>-
ven liane, e domanda che Sua Maestà si degni di confermarla sì che ne possa usare
e godere come aveva fatto per il passato, atteso che se ne soleva subvenire in le
occurentie sue et fare parte de li pagamenti fiscali; e il Re accorda, ma nuova-
mente senza pregiudizio del barone. Un' altra grazia che gli uomini del comune do-
mandano è quella di poter creare e fare cittadini ad arbitrio e volontà loro tutti quelli
che volessero venire ad abitare nella loro terra e che fossero trattati come cittadini,
senza che i signori e officiali della terra potessero contraddirvi; e ricordano parti-
colarmente come nei tempi passati e' eran stati Schiavoni, Albanesi e altri, che
avrebbero voluto farsi cittadini di Apricena, ed essi li avrebbero accettati, ma i
signori della terra ne li aveano impediti. Il Re accorda anche questo; ma vuole riservato
il consenso del barone. Altri provvedimenti hanno un carattere meramente transitorio,
e trovano la loro spiegazione nella recente invasione francese. Ne notiamo due che
l;imm una speciale importanza.
— 293 —
Uno risguarda certi atti processuali compiti in quel frattempo nella corte degli
ufficiali francesi, che non aveauo giurisdizione nel regno: il Re riconosce che non
s'abbiano a invalidare ex eo quod fuerunt confecta tempore Regis Francie publici
invasori^ huìns Regni.
L'altro si riferisce agli animali presi per diritto di guerra. Gli uomini della
terra di Apricena ne aveano perduto molti , sì grossi che minuti, per la somma
di circa 10000 ducati, ma ne aveano comperato altri di quelli predati nei luoghi vi-
cini, e domandavano che il Re si degnasse di aver considerazione e far compensa-
zione di quelli che avevan perduti con gli altri che avean comperato, sicché ognuno
restasse nei termini in cui si trovava e non potesse essere costretto da alcuno a re-
stituirli. Il Re rispondeva: Placet regiae Maiestati in animalibus caplis iure belli.
(«Ine. 4).
18. Del resto i privilegi e le conferme non erano sempre uno schermo sicuro
contro le usurpazioni della feudalità. Anche la terra di Apricena ha avuto i suoi
signorotti. Il documento dei capitali et grafie di Ferdinando II fa già parola di un
barone della terra, e ricorda anche alcuni suoi diritti. Il Re pur accordando questa
o quella grazia al comune, vi appone frequenti volte la clausola sine praeiudicio iu-
rium baronis. La conferma degli usi e consuetudini della terra, quella della gabella
del malodenaro e del dazio, la concessione della fiera franca, infine il diritto, che si
riconosce nel comune, di accordare la cittadinanza anche ad estranei, sono vincolati
a questa condizione. Anzi è detto espressamente che la concessione della cittadinanza
ad .estranei dovesse farsi col consenso del barone, e parimenti il barone doveva accon-
sentire alla elezione del Mastro mercato; e delle cose criminali doveva conoscere
lui solo anche in tempo di fiera (doc. 4). Nello stesso documento gli uomini della
terra pregavano il Re di concederli et darli per vassalli al magnifico signor An-
drea di Capua, che il comune molto desiderava ; e il Re prometteva di farlo (doc. 4),
e pochi anni dopo troviamo ricordato questo Andrea df Capua duca di Termoli come
signore utile di detta università (doc. 5). Ma anche i baroni circostanti, special-
mente quelli di S. Meandro e Castel Pagano, non mancarono a più riprese di usur-
pare i diritti del comune (doc. 4. 7. 8. 9). Così la storia di Apricena ha pure la sua
pagina di lotte feudali, come del resto l'hanno avuta, in varie proporzioni, anche altri
comuni del regno, specie nel periodo che va dalla morte di Roberto fino ad Alfonso
di Aragona, che è il periodo della maggiore anarchia. Fu in questi tempi che anche
gli usi civici si assottigliarono di fronte alle nuove difese e foreste che i baroni
erano venuti stabilendo nei loro feudi anche con la concessione del Re. Natural-
mente la prepotenza feudale andò di pari passo con la debolezza della corona:
quanto più il Re era impotente o distratto, e tanto più i feudatari crescevano in bal-
danza a detrimento della libertà e dei diritti delle plebi, anche consacrati dall'uso.
È stato da per tutto così. Nondimeno sotto gli Aragonesi le cose mutano. Già Fer-
dinando 1 nel 1483 pubblicò una sua prammatica, la quale, pur riconoscendo le an-
tiche defensae o forestae, volle soppresse le nuove, non ostante che ci fosse stata di
mezzo ima concessione regia, rimettendo le città e terre del regno nel diritto, che
avevano avuto prima, di usare liberamente dei pascoli e dei boschi, e anche di rac-
cogliere le spighe e attinger ""qua e altro come s'era praticato in antico. Insieme
— 294 —
abolì i diritti proibitivi delle osterie ('). Si può dire che questa prammatica inaugu-
rasse un nuovo ordine di cose: certamente essa consacrava solennemente i diritti dei
cittadini, che in sostanza erano quelli della libertà; e la legislazione continuò poi
sempre per questa via. Altre prammatiche di Carlo V confermano quella di Ferdi-
nando ; anzi proibiscono anche altri diritti baronali, oltre quelli delle osterie (2), e di-
chiarano che la clausola cum angariis, perangariis, furnis, tapeiis ecc., se più- fosse
stata apposta in qualche concessione, doveva intendersi come cosa di pura forma, e
non importare alcuna nuova angaria o perangaria o difesa nuova, o diritto di proi-
bire i forni degli altri, i tapeti, i mulini e simili che si conteneva in detta clausola ( •').
Un'altra prammatica torna ancora una volta sull'argomento delle difese o chiusure, e
dichiara che i baroni o altri signori utili non potessero farne nelle terre o nei boschi
dei comuni, senza il consenso dei vassalli e vicini, che vi avessero per avventura
una comunione o qualche diritto ; e, occorrendo, voleva che i suoi ufficiali vi provve-
dessero sommariamente de iuslitia (4).
19. Nel fatto la legge non bastava sempre, e bisognava ricorrere veramente al
braccio della giustizia. Le liti dei comuni napoletani coi baroni del regno sono nume-
rossime: si può dire, che ogni comune ne abbia avute. Per Apricena se n'ha la
prova nei documenti che pubblichiamo. Il diploma del 1496 ne contiene già qualche
cenno. La università ricordava che alcuni cittadini e uomini della terra, che pel pas-
sato aveano avuto case, vigne e altre cose stabili nelle castella, terre e luoghi circo-
stanti, e segnatamente nella terra di S. Meandro, ne erano stati spogliati dai baroni
e signori di detta terra, che le aveano date ad altri loro servitori. Ciò era avvenuto
de facto senza alcun ordine di ragione; e la università supplicava il Re, perchè
si degnasse concedere che dicti patroni de le robe predicte, facendo constare sum-
mariamente al viceré de la provinlia o ad altri officiali, essendo state le loro,
con licentia de quitti se possano propriamente repigliare le robe loro non obstantc
quitti tenendo le havessero possedute longo tempo. Il Re rispondeva : Placet Regine
Maiestati quod scribatur Viceregi seu alio regio officiali, qui auditis partibus re-
stituere faciat dieta bona, que sibi consliterint ad eos spedare (doc. 4).
Insieme si osservava che la università per lunghissimo tempo era stata in pos-
sessione de pasculare con li animali et tagliar legna de dì et de nocte in lo ter-
reno de Sancto Meandro, de dottate et Castello Pagano, ma da poco tempo in qua
certo Gian Paolo de la Marra signore di S. Meandro la molestava. Soggiunge anzi,
che con sue calumniose astitele aveva ottenuto dal Sacro Consiglio una sentenza in suo
favore, che proibiva agli uomini della terra di pasculare et usare nei terreni di S. Ni-
candro, come avean fatto prima. Il comune ne reclamò, e pendeva ancora la causa di
revisione, quando si volse alla sacra Maestà di Ferdinando II, perchè si degnasse con-
cedere, che li homini predicti siano in quella possessione corno erano ante motam
litem, non obstante lo mandato alloro furto de parendo, perchè il detto Giampaolo
(') È la prammatica prima De salario del 11 die. 1 183.
(2) Pramm. 14 de baronibvs.
(3) Pramm. 10 de baronibus.
(') Pramm. 11 de baronibus.
— 29;> —
aveva ottenuto quella sentenza iniquamente et per subornatione de testimoni. Fer-
dinando II vi appose veramente il suo Placet (Doc. 4).
20. Su queste usurpazioni dei signori di S. Nicaudro abbiamo anche maggiori
particolari. Noi sappiamo che la lite era stata tra il comune di Apricena e i magni-
fici Giampaolo di Marra e Cornelia di Marra sua moglie, signori utili di S. Meandro ;
e die l'aveano mossa gli Apricenesi davanti al sacro r. Consiglio por turbato possesso
dei loro usi. 11 documento dice: super turbata possessione cimi eorum animalibus
spieandi, pascuiandi, a quandi, casellas facieudi, lignamina incidendi, pernoctandi
ih- die et mete et alia facieudi in territorio diete terre S. Meandri. Erano
i soliti usi civici che la terra di Apricena aveva esercitato da lungo tempo, e che i
signori di S. Nicandro tentavano d'impedire. Il sacro r. Consiglio dichiarò che la uni-
versità e gli uomini di Apricena erano veramente in possessione ... pascila herbarum
cura eorum animalibus sumendi in territorio diete terre S. Meandri ... nec non Ugna
arida fruclnm non afferentia incidendi, etiam radicifus, Ugna autem viridia fru-
clum afferentia quoad ramos tantum... ad usum dumtaxat ipsorum; ma d'altra
parte doveano rispettare la defensa di Camarda, né potevano esercitare il loro diritto
che di giorno, de die tantum; e non si ammetteva che fossero in possessione, seu
quasi, casellas faeie,idi nec de die nec de mete, glandandi, spicandique eorum
ammalia in dieta territorio. In sostanza il sacro r. Consiglio dette ragione ai signori
di S. Nicandro, e li mandò assolti. Il comune ne reclamò. Alla sua volta il signor An-
tonello, succeduto nella signoria di S. Nicandro per causa di cessione fattagli dai prin-
cipi del regno, instava perchè la sentenza fosse mandata ad effetto. Il sacro r. Con-
siglio dichiarò veramente che dovesse eseguirsi ; ma il comune interpose reclamo anche
da questo decreto. Intanto, morto Antonello, gli era succeduto Giovanni Alfonso suo
tìglio, e anch' egli supplicò perchè si desse esecuzione alla sentenza. Furono nuovamente
sentite le parti: il comune non mancò di presentare le sue opposizioni; senonchè il
sacro r. Consiglio tornò a ordinare che si desse esecuzione alla sentenza, e dopo ese-
guita, si sarebbe proceduto in causa di revisione. Il comune tornò a reclamare ; e si
dice che presentasse un suo memoriale, in cui pretendeva di esser in possesso dei detti
diritti ex nova causa et novis iuribus aequisitis post dictam assertam sententiam,
et maxime ex privilegio quondam serenissimi regis Ferdinandi secundi. In sostanza
domandava che si soprassedesse dall'esecuzione.
Giunte però le cose a questo punto, si interposero alcuni amici comuni, e si venne
ad una transazione, salvo il consenso del Re, per quanto fosse necessario. Una parte del
territorio di S. Nicandro doveva restar affatto libera al signore feudale, con facoltà
di disporne a piacimento; ma, quanto all'altra, cioè dire i territori di Perrosa e di
Rocca, si riconosceva, senza più, che il comune di Apricena aveva il diritto di pasco-
larvi i suoi animali di ogni genere, porci, buoi, cavalli e altri sia per uso del comune
stesso e de' suoi uomini, come anche per la loro mercanzia, nonostante che fossero
animali che si tenevano a soccida o in parte, e sì di giorno come di notte; e così
pure di ghiaudare, spicare, acquare, pernottare, tagliar legna d'ogni genere, che por-
tasse frutto o no, ai rami e alle radici, e anche far caselle, mandrie, e tuguri, e grotte, e
cripte, e ogni altra cosa che potesse giovare al comune. Soltanto si aggiunse questa
restrizione: che né il comune né alcun uomo particolare di esso potesse vendere ad
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altri o locare o affittare i detti diritti, dovendo essi servire esclusivamente per uso del
comune stesso e de' suoi uomini e animali. Il signor di S. Nicandro cedette anche
per fustem ogni diritto, che gli competeva sui detti territori e sulle loro ragioni, non
riservandosi nulla, tranne il dominio e la giurisdizione e cognizione delle cause civili
e- criminali, secondo la forma de' suoi privilegi. Insieme diceva che costituiva il comune
e gli uomini della terra di Apricena 'procuratori, si che i territori ceduti rimanessero
pel detto uso presso di essi, franchi liberi ed esenti da ogni pagamento e servitù ; né
egli doveva aver diritto di fidarvi animali, di nessuna specie, né mandaceli a pasco-
lare, e neppure concedere ad altri la facoltà di pascolare, acquare, pernottare, tagliar
legna, ghiandare, spicare, far caselle o altro, se anche si fosse trattato di animali suoi.
Prometteva eziandio di difenderli ed (intestare contro tutti, e rispondere della evizione
in confronto di chicchessia, prendendo la causa sopra di sé. Dall'altra parte Bartolo-
meo de' Contuli sindaco generale di Apricena cedette, rinunciò e rifiutò al signor di
S. Nicandro il residuo di quel territorio in perpetuo, insieme con ogni diritto ed azione
spettante al comune, ponendolo in luogo e vece del comune stesso, e anch'egli costituen-
dolo procuratore, in guisa che potesse disporne come gli paresse e piacesse, non altrimenti
che di cosa propria, franca e libera. Eiconosceva anche che potesse fidare animali nella
de fé usa di Camarda; e gli uomini di Apricena si obbligavano a non cacciarli da quel
demanio. Infine ambe le parti promettevano scambievolmente, che non avrebbero man-
dato o tenuto i loro animali nei territori dell'altro ; e se pure fosse avvenuto ciò, si
riservavano il diritto di intercettarli prò fidales ed esigere il ius diffide. Soltanto
doveano essere eccettuati gli animali del feudatario, pei quali cessava la pena della
diffida. Il sindaco si obbligò pel comune e gli uomini della terra di Apricena e loro
eredi e successori ; dall'altra parte il signor di S. Nicandro si obbligò per sé ed eredi e
successori: inoltre dichiararono di obbligare tutti i loro beni mobili e stabili, burgen-
satici e feudali, presenti e futuri, anche sotto pena di 2000 ducati (Doc. 8). La
transazione è avvenuta nel 1525, e Andrea Caraffa luogotenente generale del Eegno
vi interpose il regio assenso, che doveva esser valido per tutti i tempi ; soltanto inten-
deva che fossero salvi e riservati la fedeltà al Re, il servizio feudale, l'adoa e tutti
gli altri diritti appartenenti, sia al Re sia ad altra persona qualunque (Doc. 7). A
maggior cautela ne fu fatto rogare uno stromento pubblico da Francesco de' Angeli giu-
dice a' contratti e da Pietro Basso notaro (Doc. 8).
21. Alcuni anni dopo il comune di Apricena era in lite col magnifico Pardo Pappa-
coda signore utile di Castel Pagano. Il documento, che ne parla, porta la data del
14 marzo 1542, e fu rogato nel bosco stesso di Castel Pagano, coli' intervento di
Bernardino de Roccia di S. Severo giudice a' contratti e di Martino Cianfarra di Lama
pubblico notaro. Essi erano venuti colà dietro invito di Lorenzo Cavalieri di Tramonte
e Donato Piccoli sindaci generali di Apricena, e Francesco di Russio, Giovanni di
Tardiolo e Silverio di Annechino eletti del reggimento e consiglio di detta terra. In-
sieme con essi erano il provvido uomo Dominico Gagliardo di Napoli regius porta ius
et comrnissarius ad infrascripta specialiter deputatus per sacrum r. Consilium, il
quale presentò loro certe lettere esecutorie del Consiglio stesso spedite alcun tempo
prima ad istanza del comune di Apricena.
Queste lettere ci mostrano nuovamente le franchigie comunali alle prese con la
— 2'.»7 —
prepotenza feudale; ma insieme fan fede della ringagliardita azione dello Stato, che
sapeva, occorrendo, tener testa anche ai feudatari.
Il magnifico Pardo Pappacoda, signore utile di Castel Pagano aveva fatto pre-
sentare un memoriale in cui asseriva che il detto territorio era libero ed esente da
qualunque servitù, e si opponeva a che gli uomini del comune di Apricena vi entras-
sero ad pasculandum, glundandum et arbores incidendum senza sua licenza. 11 me-
moriale venne intimato al comune di Apricena; il quale, a sua volta, presentò una
petizione allegando di essere da antichissimo tempo in possesso pacifico e continuato
pascila sumendi, aquandi et pemoctandi omnia et quecumque eorum ammalia et in
omni tempore, ac Ugnici incìdendi in territorio castri Pagani, absgue aliqua solutione
et fida. 11 comune presentò anche un suo privilegio. Il sacro r. Consiglio provvide a
che si assumessero informazioni per conoscere quale delle due parti dovesse conservarsi
nel possesso durante la pendenza della lite. Infine si tenne conto del privilegio e si
riconobbe il diritto del comune di pascolare, legnare, raccor spighe, ghiande e pernot-
tare tutti i suoi animali di qualunque specie nel territorio di Castel Pagano, ma con
alcune riserve; perchè
1° dovevano esserne eccettuate le defense;
2° dovevano esercitare quel loro diritto di giorno, e non pernottare nel terri-
torio o farvi case o tuguri;
3° doveano tagliare soltanto la legna arida, e non anche la verde che port; se
frutto.
Il connine non vi si acquetò.
Ammetteva la esenzione delle defense. ma quanto al resto pretendeva di essere,
da tempi antichissimi, nel pacifico possesso di pascolare, acquare, pernottare e ghian-
daia i propri animali in tutto il territorio, e anche tagliare le piante fruttifere , in
omni tempore libere et sine aliqua solutione; e anzi vi tenevano stamberghe e tu-
guri per comodo degli animali e dei custodi, massimamente per passarvi la notte.
Nel detto territorio c'erano pure alcune pescine di acqua, sì antiche che moderne, fattevi
dai cittadini di Apricena, per comodità dei loro animali, quando pascolavano e pernot-
tavano nel detto territorio. Il comune aveva anche presentato dei testimoni; e questi
aveano veramente e ampiamente confermato il possesso, antico e nuovo, tenuto conti-
nuatamente da esso.
Il feudatario s'ingegnò di rispondere; ma invano.
Il 12 die. 1541 il sacro real Consiglio fece questo decreto, sopra relazione del
magn. Dr. Giovan Francesco Branda r. consigliere e commissario della causa, che i_clL
uomini di Apricena si dovessero conservare nel possesso di pascolare, pernottare e fare
tutto ciò che stava detto nel memoriale, senza danno del giudizio possessorio o pe-
ntono ordinario.
Il magn. sig. Pardo reclamò ; ma siccome era stata prestata la fideiussione pel
caso della ritrattazione del decreto, come si usava allora, e d'altronde il comune instava
perchè fosse eseguito, il sacro Consiglio mandò a dire al magn. Sigismondo Pignutelli
balio e tutore del Pardo e all'egregio Marco Russo suo attore e procuratore, che
vi ottemperassero, e altrimenti si sarebbe proceduto contro essi alla spedizione delle
lettere esecutorie.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II, Parte la :>
— 298 —
Ci furono nuovamente reclami da parte del Pardo; ma il sacro Collegio de-
cretò il 28 gen. 1542 che si dovesse dare esecuzione al suo primo decreto, nullita-
tibus et aliis oppositis non obstantibus.
11 Pardo mise innanzi nuove obbiezioni, per certe costruzioni fatte nel detto
territorio e anche per la vendita dell'acqua. Si discussero e si udirono gli avvocati
da ambe le parti ; e sebbene il reclamo del Pardo fosse trovato giusto quanto alla
vendita, nel resto si confermarono i decreti precedenti. Ciò avvenne il 13 febbr. 1542.
Gli uomini del comune dovevano poter pascolare, acquare, pernottare e fare anche
altro; ma 1° dovevano rispettare le defense, 2° non potevano fare cisterne e piscine
che per uso loro e dei loro animali. Insieme però ingiungeva al magn. Sigismondo
Pignatelli tutore del Pardo di far fine in perpetuo alla lite sub formidabili pena, la-
sciando che quei di Apricena usassero liberamente del loro diritto; e anche si ordinava
a tutti gli ufficiali del regno, maggiori e minori, comunali e baronali, di prestare la
loro assistenza per la esecuzione del decreto, sotto pena di mille ducati d'oro. Questa
era l'esecutoria portata dal s. Consiglio in favore del Comune.
Il doc. continua dicendo che il Gagliardo regio porterius e commissario special-
mente deputato dal sacro Consiglio per la conservazione dei diritti del comune e degli
uomini di Apricena, pose i sindaci generali e gli eletti del reggimento e consiglio
della detta terra in possesso corporale, vacuo ed espedito dei loro diritti. L'immis-
sione in possesso è fatta secondo l'antiche forme : consigliando eisdem ramos arborum,
manipulum herbarum et auriento aquam a quadam piscina que dicitur Antonii de
Compara de eadem terra, ipsam tradendo in manibus eorumdem , iiixta formam
continentiam et tenorem retroscriptarum exequutorialium litterarum, stando morando
et deambulando per dictum territorium et nemus et alioè actus f adendo, que vere
realis et corporalis assignationis denolant et inducimi. Lo stesso Gagliardo richiese
il notaio Martino Cianfarra di scrivere la relazione di tutto ciò sul dorso delle dette
lettere esecutoriali; e anche se ne rogò pubblico strumento prò certitudinc sacri
r. consilii et cauthela diete universitatis et hominum (Doc. 9).
22. Quanto al diritto d'uso civico che Federigo aveva concesso ad Apricena
sulle terre di Civitate, sappiamo che fu anch'esso contrastato e dalla Camera Som-
maria rivendicato. Il Fraccacreta, nel suo Teatro della Bornia Voi. Ili p. 183,
ricorda appunto un diploma, da cui rilevasi come in sul cadere del secolo XVI il
comune di Apricena fosse turbato nei suoi diritti su quelle terre. Iniziatasi la eausa
presso la Camera Sommaria, questa decretò, che i cittadini di Apricena desistes-
sero dagli usi delle selve di Civitate: che se credessero di avervi diritto, ne faces-
sero richiamo. Allora essi produssero i privilegi di Federigo II e di Alfonso I, mo-
strando come fin ab antico fossero stati nel diritto di pascolare, attinger acqua e
tagliar legna per loro uso e senza alcuna gravezza nei boschi e pascoli di Civitate,
e fu ordinato veramente che potessero anche quinci innanzi servirsi di que' pascoli
giusta i termini dei citati privilegi. La sentenza della Camera porta la data del
li marzo 2a indizione 1569.
■±-\. Da quel tempo son passati meglio di tre secoli, e non sappiamo se gli uomini di
Apricena abbiano avuto a sostenere altre lotte coi signorotti delle terre vicine. Pro-
babilmente la feudalità avrà continuato per la sua via anche qui, come altrove. 11
— 299 —
Novario, Coli. su.p. pragm. Coli. 36 lui in proposito: Barones Proregum temporibus
non solum e demanialibus feudi vassallos penitus arcebant, nullo Mi* concesso pa-
scerteli iure, veruni et demanialia Uaiversitatis, aul sub colore feudalitaHs aut alio
quovis praetextu, lune etsiex investitura titulum non habeant, iure tamen praescripto
retinere praetendunt. La feudalità non avoa mutato costume : quale era stata in
origine, e tale continuò. Una sete inestinguibile, dice il Barrio, ed una inesausta ava-
rizia la spingeva ad usurpare le selve, le balze, le terre, i pascoli, i fiumi, la caccia,
tutti insomma i diritti dei popoli. Lo stesso Barrio paragona quei regoli ai lestrigoni
campani; altri li chiama lupi rapaci. Nondimeno è un fatto che la feudalità, combattuta
in varie guise dal potere centrale, venne via via indebolendosi fino al giorno in cui
l'onda della rivoluzione la travolse. Ma anche gli antichi usi civici non ebbero sorte
migliore. Già sullo scorcio del secolo passato possiamo notare una tendenza decisamente
avversa ai beni demaniali dei comuni. Pier Leopoldo di Toscana voleva che fossero
venduti in piccoli lotti e dati in colonia perpetua sulla base del reddito degli ultimi
10 o 20 anni (') ; e parimenti sotto Ferdinando IV abbiamo il primo esempio di
quotizzazione dei demani napoletani. Una Prammatica del 1792 traccia alcune norme
per la conservazione dei boschi e luoghi macchiosi, ma del resto avrebbe voluto che
i demani dell'università destinati al pascolo fossero divisi tra i possessori degli ar-
menti, gli altri tra i cittadini poveri (2). Alcuni anni dopo la legge , che abolì la
feudalità nel regno di Napoli (2 Agosto 1806), prescriveva, è vero, che le popolazioni
dovessero conservare gli usi civici e tutti i diritti che possedevano sui demani ; ma
metteva già in vista un'altra legge, che avrebbe ordinata e regolata la divisione delle
terre demaniali. Infatti essa non si fece attendere. Fu il colpo di grazia per gli usi
civici; e nondimeno, anche in questo momento estremo, si può dire che riuscissero ad
imporsi. Noi ritorniamo alla osservazione, fatta sul principio di questo discorso, che
l'uso civico non era una semplice tolleranza, ma formava parte del ius civitatis del
cittadino: data questa sua intima natura, si capisce che non poteva abolirsi senza com-
penso ; e fu decretato veramente che la ripartizione dei demani si sarebbe fatta tra
i cittadini, qualunque ne fosse 1' età o il sesso (3). Quelli poi, a cui fossero toccati,
doveano possederli come proprietà libera (4); sicché immense distese di terreni sareb-
bero state ridonate alla circolazione. Né importa se anche l'operazione procede molto
lentamente e non dette sinora i vantaggi che se n' erano sperati: gli usi civici, dove
ancora esistono, nel Napoletano o altrove, sono destinati a sparire in omaggio ai nuovi
principi economici (5). Eppure c'era qualcosa in essi e nella vecchia proprietà medioevale,
(i) Decreti 2 Giugno 1777 e 28 Agosto 1778.
(2) Pramra. 24 de administratione universitatum 23 febbr. 1792 in Giustiniani, Nuova collez.
delle pramm. I. p. 303.
(3) Si vedano la legge 1 settembre 1806, e i decreti 8 giugno 1807 e 10 marzo 1810, che
stabiliscono le regole per la divisione.
(4) Legge 1 settembre 1806.
(5) Sappiamo, per ciò che riguarda Apricena, che ancora sul principio del nostro secolo il
comune di S. Nicandro, dichiarando nulla la transazione dell'anno 1525, siccome fatta senza il suo
consenso, pretese gli usi civici e colonici anche sui quattro territori ceduti (la Perrosa, la Rocca,
Maccluarotonda e Piano de' Cerri).' Ma il comune di Apricena replicò acconciamente, che quando
pure si volesse avere per nulla la seguita transazione, si dovrebbe ritornare allo stato primiero,
— 300 —
ohe nulla ha ancora sostituito. L'uso civico del pascolo alimentava certamente la pie-
ri ila industria degli animali, e quello di legnare assicurava, se non altro, il fuoco ai
bisognosi e la materia prima per gli strumenti rurali: in generale c'erano usi civici
che riguardavano lo stretto uso personale necessario al mantenimento dei cittadini.
Richiamiamo ancora una volta le parole dei vecchi giureconsulti, che li consideravano
come elementi, necessari dei popoli ne iuermem et infelicem vitata ducere cogantur (').
Il NovAKio, De gravam. vassall. Tom. Ili grav. 77 ha una parola anche più inci-
siva là dove dice, che l'uso civico si domandava iure victus.
allorché i diritti suoi erano attivi e permanenti sull'intero territorio di S. Meandro, e che quindi,
sciolta la promiscuità, gli spetterehbe un proporzionato compenso. Era si accesa l'animosità tra le
parti che fu mestieri rimettere l'accordo al r. commissario B. Zurlo, il quale con ordinanza del
IO luglio 1810 da Lucerà dichiarò sciolto l'antico patto di transazione ed assegnò ad Apricena in
libera proprietà la Macchiarotonda e la Selva della Rocca incorporando la Perrosa e il Piano dei
Cerri al tenimento di S. Nicandro. D'allora in poi non mancarono i proprietari di S. Nicandro e
il'Apricena stessa di resiringere sempre più l'uso civico su quei tenimenti; i primi usurpando gran
parte di Selva della Rocca; i secondi dichiarando chiusi quei parchi, che prima formavano un
demanio aperto agli Apricenesi tutti ed alla poveraglia massimamente. Di tutta la Selva della
Ri ca non appartiene ora ad Apricena che ettari 301, are 98, eentiare 41. Dalla quale estensione
si sono staccate nel 1884 quote 338, di cui 241 di prima classe e di are 60 ciascuna, 07 di seconda
e di are 80 ciascuna, 30 di terza e di un ettaro ciascuna. L'anno appresso furono queste quote distri-
buite a sorte tra le famiglie povere del paese, restando al comune la parte non divisa di ettari 09,
a. 96, e. 49. Quant'è alle terre di Castel Pagano, sappiamo di molte usurpazioni commesse special-
mente da quei di S. Marco in Lamis, contro i quali ancor pende la lite. Tantoché di quel vastis-
simo feudo appena circa 530 ettari gode ora il comune di Apricena, e questi medesimi cosi irrego-
larmente frastagliati dalle colture degli usurpatori, che formano delle zone appena pascolabili per
mancanza di ampiezza e di libero accesso.
(') M. Freccia, De subf. lib. II. auctli. 46; Capobianco, Pramm. II. de baronibus; De Luca
/),■ servii, disc. 42.
301 —
DOCUMENTI
I.
La regina Giovanna I fa trascrivere un privilegio ili re Carlo II, il quale ne conferma un altro, che
Federigo II concesse nel 1230 ad Apricena, riguardante gli usi civici sopra Caste] Pagano,
S. Meandro e Civitate. — Dato in Napoli 12 luglio 1368.
II.
Re Alfonso d'Aragona fa trascrivere e conferma il medesimo privilegio «li Federigo II per Apricena, —
Dato in Napoli 5 febbraio 1446.
III.
Re Carlo VIII concede ad Apricena di tenere ogni anno una fiera nella festa dei ss. Filippo e Gia-
como e per altri sette giorni. — Dato in Napoli 10 aprile 1495.
IV.
Autentica trascrizione di dieci capitoli di Ferdinando II d'Aragona concessi ad Apricena e da Fede-
ri'., Ili confermati. — Dato in Lucerà 13 nov. 1496.
V.
Ferdinando il cattolico conferma ad Apricena i privilegi concessi dai predecessori. — Dato in Napoli
27 marzo 1507.
VI.
Carlo di Lanoy viceré e luogotenente nel Regno per la corte di Spagna conferma ad Apricena gli usi
civici sui territori di Castel Pagano. S. Nicandro e Civitate. — Dato in Lucerà 8 dicembre 1 522.
VII.
Andrea Caraffa luogotenente generale del Regno concede il regio assenso ad una transazione tra il
comune di Apricena ed Alfonso Picciolo su gli usi civici nel territorio di S. Nicandro. -• Dato
in Napoli 26 settembre 1525.
vni.
Il notaro Pietro Basso redige in fonila pubblica lo strumento di transazione e concordia conchiusa
tra il comune di Apricena e Giovanni Alfonso Picciolo, signore di S. Nicandro. — Dato in Napoli
25 gennaio 1542.
IX.
Domenico Gagliardo commissario del sacro r. Consiglio immette i sindaci generali e gli eletti del
reggimento e consiglio di Apricena nel possesso degli usi civici sul territorio di Castel Pagano. —
Dato nel bosco di Castel Pagano 14 marzo 1542.
— 302 —
Giovanna I fa trascrivere un privilegio di re Carlo II, il quale ne conferma un altro
che Federigo II concesse nel 1230 ad Apricena, riguardante gli usi civici sopra
Castel Pagano, S. Meandro e Ci vitate. — Dato in Napoli 12 luglio 1368.
Iohanna Dei gratia Regina Jerusalem et Sicilie Ducatus Apulie et Principatus Capile Provintie
et Forcalquerii ac Pedimontis Comitissa. Universis presente» literas inspecturis tam presentibus quain
futuris. Que prò nostroruni fidelium cautela petuntur ad rei geste memoriali! audientia benigna reci-
pimus et executione rationabili promovemus. Sane prò parte venerabilis patris J. Episcopi Lucermi
consiliari! et fidelis nostri dilecti fuit Maiestati nostre nuper expositum Quod dare memorie Dominus
Carolns Secundus l'ex Illustrissimus Jerusalem et Sicilie proavus noster et Dominus Eeverendus
quasdam patentes literas cum inserta forma quarundam literarum Illustris Friderici Imperatoris Roma-
norum Jerusalem et Sicilie Regis concessit hominibus terre Precine de provintia capitinate vassallis
maioris Ecclesie Lucerinensis, que quidem litere sicut idem episeopus asseruit casualiter sunt amisse.
Sed cum intersit eiusdem Episcopi habere prefatas literas in scriptis ad sui testimonium et cautelarli
culmini nostro supplicava attentius ut perquiri mandaremus Registra que in archivo nostro servantur
diefasque literas sibi tribui secundum iustitiam dignaremus. Nos autem huiusmodi supplicationibus
annuentes perquisitis prefatis Eegistris nostris Regalibus que in prefato archivo nostro servantur. invente
fuerunt diete litere ibidem registrate, quarum tenor, sicut inde assumptus est, dinoscitur esse talis: —
Carolus Secundus Dei gratia Rex Hierusalem et Sicilie Ducatus Apulie et Principatus Capue Provintie
et Forcalquerii Comes. Universis presentes literas inspecturis tam presentibus quam futuris. Currentis
evi spatia et temporum alternata varietas sic omnia sursum deorsumque comiscent et variant sic memo-
riam Immane fragilitatis oblicterant quod munimentis novis expedit recensere preterita et in presentem
notitiam artifìtiali quadam industria renovare : per seculi quidera longevi curricula nec etas testibus
nec actibus iiitegritas nec fldes suffragari potest commode documentis. Sane prò parte Universitatis
hominum terre Precine nostrorum fidelium nostre fuit nuper expositum Maiestati. Quod quondam Fre-
dericus Imperator, ante tempore depositionis ipsius, considerans puram fldem et devotionem sinceram
quam tunc homines diete terre erga eum semper habuerant et habebant, attendens quoque fidelia satis
et grata servitia que ei prestiterant et que de bono in melius exhibere poterant in futurum, et sp<'-
cialiter quod quoties placebat eidem quondam Frederico ire atque morali in terra ipsa Precine uni-
versi et singuli eiusdem terre affectuose ac satis ylariter non solum ei veruni et omnibus de sua familia
nmltimodis obsequiis piacere studebant, ac volens propterea dietos homines et terram ipsam Precine
que grata ei residebat dignis beneficiis ampliare, hominibus ipsis heredibus et successoribus suis in
perpetuimi quasdam indulxit gratias que in privilegio elicti quondam Frederici cereo sigillo munito
eisdem hominibus inde indulto plenius et seriosius continentur. Itaque prò parte dictorum hominum
terre Precine fuit nobis devotius supplieatum, ut cum privilegium ipsum propter diuturnitatem tem-
poris oblicterari posse de facili reformident vel aliquo alio casu perdi, eiusdem privilegii seriem, né
dictarum gratiarum memoria propterea pereat, exemplari et auetenticari sub bulla aurea impressa Maie-
statis nostre Typario, cum id sibi dicti homines prò se heredibus et successoribus suis accommodatuni
reputent, benignius dignaremur. Nos igitur eorumdem hominum in hoc supplicationibus inclinati, pri-
vilegium ipsum quod ostensum est in Curia coram nobis, quodve in prima eius figura per appensionem
dicti Sigilli cere albe prefati quondam Imperatoris fuisse prima fatie apparebat, non abolitimi nec
abrasimi nec vitiatum in aliqua parte sui, de verbo ad verbum nichil addito vel mutato esemplari
et prò futura celsitudine presentibus auctencticari iussimus seriose. Cuius tenor per omnia talis est. —
« Fredericus Dei gratia Roinanorum imperator semper Augustus Hierusalem et Sicilie Rex. Si ad flde-
« lium nostrorum devocionem dirigimus aciem mentis nostre, ac cornili servitia dignis ivtribncionihus
« prevenimus, augetur in eis devotio fidei et tam ipsos quam alios ad obsequia gratiora per libera-
ti Litatis exemplum ferventius animamus. Universis igitur fidelibus nostris tam presentibus quam futuris
— 303 —
- volumus esse notum Quod nos attendentes puram ti. Imi et devotionem sincerar/i quam universi homines
«precine fideles nostri semper habuerunt ethabenterga nostre celsitudinem maiestatis. Actendentes
a quoque fidelia satis e1 grata servitia que culmini nostro hactenns exhibuerunt et quo de bono in
«melina exhibere poterint in futurum et specialiter quod quotìens placidi eicellentie nostre ire atqne
"inoravi in terra ipsa precine universi et singuli eiusdem terre affectuose ac satis ylaritei non solum
anobis veruni .etiam omnibus de familia nostra piacere mnltimodis obsequiis stndnerunt. volentes etiam
aeos et terram ipsam que grata nostre residet maiestati dignis benefitiis ampliare de munificentie
u nostre gratia concedimus eis heredibus et successoribus suis in perpetuum ut in tenimentis Civitatis
a Castelli pagani et Saneti Nicandri uti possint libere pascuis prò animalibus suis sine affidatura et
a iure aliquo esolvendo. Et quod liceat eisdem fidelibus nostris in tenimentis terrarum ipsarum libere
a ligna incidere et habere ad usuili et utilitatem eorum, preterquam in defensis nostris quas neminem
« ingredi volumus prò utilitatibus antedictis. De superhabundauti gratia nostra eoncedentes eisdem
« ut de cetero in ipsa terra precine nundine fieri debeant singulis diebus mercurii uniuseuiusque ebdo-
« inaile ita videlicet quod omnes venientes et rcdeuntes ibidem cum mercimoniis et rebus suis emendo
u et vcnicndo (*) per totnm dieni mercurii tamen ab ornili plateatico sint liberi et immunes, salvo
a in omnibus mandato et ordinacione nostra. Ad huius autem concessionis nostre memoriam et robur
a perpetuo valiturum presens privileginm per manns Alberti de Cathànià notarii et fidelis nostri fieri
a et sigillo Maiestatis nostre iussimus communiri. Anno mense et indictione subscriptis. Datum pre-
« cine Anno dominice mcarnacionis Millesimo Ducentesimo Tricesimo mense marcii tertìe Inditionis
u imperante Domino nostro Frederico Dei gracia invietissimo romanorum imperatore semper Augusto
.. Jerushalem et Sicilie Rege Anno imperii eius decimo Regni Jerusbalem quinto (2), Regni vero Sicilie
a secundo (3) feliciter. Amen». In cuius rei testimonium futuram memoriam et predi ctorum hominum
terre Precine ac heredum et successorum eorum cautelam, presentes nostras literas eis exemplum fieri
et aurea bulla nostre Maiestatis impressa typario iussimus communiri. Datum Neap. per Bartholomeum
de Capua Militem Logothetam et prothonotarium Regni Sicilie. Anno Domini millesimo trecentesimo
quinto die decimo Ianuarii tertìe Indictionis, Regnorum nostrorum anno vicesimo primo. — In cuius
rei testimonium presentes literas exemplum fieri et pendenti Maiestatis nostre Sigillo iussimus com-
muniri. Datum Neap. per nobilem Thomam de Bufalis de Messana Militem magne nostre Curie Magnum
Rationalém Locumteneivtem prothonotarium Regni Sicilie Consiliarium et fidelem nostrum dilectum.
Anno Domini millesimo ccclxviii die xn Iulii sexte Indictionis, Regnorum nostrorum anno xxvi.
II.
Alfonso d'Aragona fa trascrivere e conferma il medesimo privilegio di Federigo II
per Apricena. — Dato in Napoli 5 febbraio 1446.
Alfonsus dei gratia rex Aragonum Sicilie citra et ultra farum Valencie Hierusalem Hungarie
Maioricarum Sardinie et Corsice Comes Barchinone Dux Athenarum et Neopatrie ac etiam Comes
Rossilionis et Ceritanie. Universis et singulis presentes litteras inspecturis tam presentibus quam futuris.
Que per nostros predecessores indulta sunt licet per se valida sint ad uberius tamen robur nostre pcr-
sepe validacionis illuminine roboramus. Sane nuper prò parte universitatis et hominum Terre precine
de provincia Capitanate fidelium nostrorum dilectorum fuit Maiestati nostre presentatum quoddam pri-
vilegium in sui propria forma Serenissimi Regis Friderici tenoris sequentis. — Fridericus dei gratia Ro-
manorum imperator etc. ( V. il doc. dell'anno 1230. Ne riportiamo soltanto le note cronologiche : Anno
Imperii eius decimo, Regni Jerushalem quarto, Regni vero Sicilie tricesimo secundo feliciter. Amen). —
Et subinde prò eorumdem universitatis et hominum parte fuit Maiestati nostre humilius supplicatali
ut nini ipsi universitas et homines a tempore concessionis dictarum graciarum expressarum in preinserto
privilegio ipsis graciis usi fuerunt et in earum possessione et usu impresentiarum existunt pieno
(1) La pergamena seconda ha: vendendo.
(21 La pergamena seconda ha: quarto.
(3) La pergamena seconda: tricesimo secundo.
— 304 —
iure dignaremus eisdem hominibus ad uberi orom eatitelam ipsas gracias et contenta quclibet in eodem
privilegio nec minus ipsum privilegium confirmare Kos igitur attendentes merita [sincjularis |de]vo-
cionis et fidei dictorum universitatis et hominum nec minus ad aliquorum nobilitisi servitorum nostrorum
humiles intercessus einsmqdi supplicacionibus inclinati tenore presentium iam dictis Universitati et
hominibus prefate terre precine predictas gracias et [imujnitates contentas in preinserto privilegio
nec non ipsum privilegium co videlieet modo quo illis usi fuerunt bactenus et in earum possessione
persistunt et sint proni ad eos vigore prefate concessionis melius spectant confirmamus ratificamus
et ap[probamus nost]reque confirmacionis ratificaeionis et approbacionis munimine roboramus volentes
et declarantes [quod] presens confirmatio firma stabilisque sit prefatis supplicantibus ae utilis et realis
nec ullum diminucionis incomodum ullo [umquam tem]pore quomodolibet patiatur. Quapropter viro
magnifico magistro iustitiario Eegni huius et magno camerario eorumque locatenentibus vieemgeren-
tilms quoque nostris et cunctis universis et singulis offìtialibus et subditis nostris mfaioribus et mi]no-
ribus tara presentibus quam futuris de certa nostra scientia damus strictius in mandati» quatenus forma
presentium per eos et quemlibet eorum diligente! aetenta illam predietis universitati et hominibus
terre precine omni futuro tempore pure et bono [animo teneant et] observent tenerique et observari
faciant per quoscumque. In quorum testimonium presentes [fierij iussimus [magno Maiestatis] nostra
(Sigillo impendenti munite. Datura in castello novo neapolis die quinto mensis februarii [quinta indi-
tione] Anno a nativitate Domini Millesimo ccccxxxxvi Eegnique nostri Sicilie citra farum anno
undecimo Aliorum vero regnorum nostrorum anno tricesimo. — I>ex Alfonsus. — Dominus rex man-
davit milii Johanni Olzina.
111.
Carlo Vili concede ad Apricena di tenere ogni anno una fiera nella festa de' ss. Filippo
e Giacomo e per altri sette giorni. — Dato in Napoli 10 aprile 1495.
Carolus Dei grafia Rex Francie Hierusalem et Sicilie Universis et singulis presentium seriem
inspecturis tam presentibus quam futuris. Nundinarum concessio petentibus consuevit esse protìgua,
quia dum vendendi emendique eomertiuni in Illis multifarie geritur Civibus inibì et Coucursu eon-
fluentium fit per consequens fructuosa. Sane ad supplicis petitionis instantiam universitatis et hominum
Terre precine, provintie Capitanate, nostrorum fidelium, humiliter Maiestati nostre facte, eisdem Uni-
versitati et hominibus quorum status pristinus ex emergentibus variis multifarie depressus ingemuit
ut ex presenti nostra grafia sicut verisimiliter, presumi supponitur, auctore domino in melius refor-
metur, Tenore presentium de certa nostra scientia indulgemus, quod in dieta Terra silicet in loco
eis beneviso, singulis annis in festo Sanctorum apostolorum philippi et Jacobi durante per octo dies,
unum videlieet festum huiusmodi precedentem et septem immediate sequentes, die ipsius festi in octavo
computato Celebrentur Nundine rerum venalium generales, Itaque nundine ipse a primo die maii
cuiuslibet anni incipiantur et fiant in Terra et loco predietis et per totum diem septimum mensis
predicti sint in dieta Terra firmiter durature. Dum modo fiant absque preiuditio Curiae Nostrae et
vicir.orum quas quidem nundinas modo premisso faciendas francas esse volumus et exemptas ab omni
onere vectigalis, cabelle et cuiuslibet alterius dirictus et servitutis. Concedentes eisdem universitati
et hominibus diete Terre precine quod dictis annis singulis possint et valeant in predietis nundinis
ordinare et facere magistrum nundinarum predietarum ad eorum libitum voluntatis. Mandantes uni-
versis et singulis officialibus, cabellotis, et subditis nostris. maioribus et minoribus, quocumque nomine
titolo, auctoritate et potestate ac Jurisdictione preheminentia et dignitate fungentibus eorumque loca-
tenentibus, et substitutis, et omnibus aliis ad qnos spectet, quatenus forma presentium diligenter attenta.
Ulani i]isi et quilibet eorum teneant firmiter et observent tenerique et observari faciant atque mandent
Juxta sui seriem pleniorem: Et Contrarium non faciant, per quanto gratiam nostrani canini habent
Iram et Indignationein ac penam mille ducatorum cupiunt evitare; In quorum Testimonium presentes
fieri fecimus nostroque magno Impernienti Sigillo munitas. Datum in Castello nostro Caimano Neapolis
die decimo aprilis anno a nativitate domini mcccclxxxxv: Regni nostri francie anno duodecimo
Hierusalem et Sicilie primo. — Charles. — Estyene de Vesc grant canberlans.
— SOS
IV.
Autentica trascrizione di dieci capitoli da Ferdinando II d'Aragona concessi ad Apri*
cena e da Federigo III confermati. — Dato in Lucerà 13 nov. 1496.
Hoc est transunrptum bene et fideliter somptem a Regesiria Serenìssimi, rum Regimi Ferdinand]
i riunii ei Federici per me Ioanncm de anrnego Potentissimi et Serenissimi et catholici Domini n-.stri
Perdinandi Dei gratis Aragonum et utriusque Sicilie Regis etc. Scribam precedente Mandato Tenoris
sequentis. De mandata Regio. Ex previsione facta per Magniflcum Thomam de Malferito a. i. doetorem
et Regiam cancellariam Regentem. Mandetnr Detentoribus Regestrorom Serenissimorum Regum Fer-
dinandi secondi et Federici Ben seribis Regestri sue M[aiestatis] quatemus dent, tradant et liberent
Sindicis l'niversitatis terre Procine transumptum autenticum certornm capitulorum per dictum regem
Perdinandnm secundum ipsi anrversitati e meessorum in numero decem, nec non et confixmationis
eornmdem per [dominum] regem Federicum facto satisfa . . de suis laboribus et salario condecen
.... per Malferitum Regentem Cancellariam vigesimo serpiamo [die] Mensis Marcii anno millesimo
(luingentesimo septimo, Neapoli. P. Lazarus de exea Locumteneiis protonotarii. — Capitoli et Grafie
se domandano per la Università et Immini de la Terra de la Procina a la Maiestà del Signor Re Don
Ferrando secondo per la divina grafia Re de Sicilia, Hierusalem etc. Iraprimis se supplica che la Maestà
prefata se digne perdonare et fare remissione de omne offensa fosse facta per dieta università et homini
de quella contra sua Maestà, et ancora de omne altro errore et delieto fosse commisso per dicti homini
tanto generalmente quanto in specie et qualitercumque contra qualsevoglia persona, Ita che de quilli
babiano generale indulto et remissione de la prefata Maestà, etiam si essent crimina Lese Maiestatis,
ita che sieno nel pristino statu corno erano nanfe che venessero li trancisi in quest'i Regno, placet
regie m.uestati. Item supplica dieta Università che se digne sua Maestà confirmarri tucti Pri-
vilegii, capiteli, usu et consuetudine, quali sono stati antiquamente in dieta Terra, et che quelli se
possano usufruire et gaudere eo modo, corno hanno facto per li tempi passati quando hanno regnato
li altri Retroprincipi in questo Regno, placet r. m.t' sine tamen preiudicio baronis. Item
supplica dieta Università, acteso che epsa bave la cabella del Malodinaro et del Dacio con sui
membri et ragione, quale sempre è stato de dieta Università, et da quelle percepute tucte intrate et
fructi per sua subventione che la prefata Maestà se digne confirmarcela, che se la possa usare et gau-
dere dieta università si corno ha facto de continuo per li tempi passati, acteso che le intrate de dieta
cabella se sole la terra subvenire in le occurrentie sue et fare parte de li pagamenti fiscali, placet
r. m.t' sine preiudicio baronis. Item supplica dieta università acteso che per antiqnissimi pri-
vilegii et consuetudine li homini de dieta terra sono stati in possessione de pascolare con li ani-
mali et tagliare legna de dì et de nocte in lo terreno de Saneto Meandro, de Cavitate et Castello
pagano, ne la quale possessione sono stati per longissima tempora sine contradictione, et da poco tempo
in qua per Joan Paulo de la Marra li fo molestato in Sacro Consilio et con sue calumniose astucie
hebe sententìa in suo favore, ne la quale dicti homini foro probibiti pascolare et usare in li terreni
de Sancto Nicandro, in quello modo conio t'accano prima, de la qua! Sententìa fo reclamato et pendet
causa revisionis, se supplica dieta Maestà se digne concedere che li homini predirti siano in quella
possessione corno erano ante motam litem, non obstante lo mandato alloro facto de parendo, acteso
che dieta . Sententìa fo obtenuta per dicto Joan Paulo iniquamente et per subornatone de testimoni!,
conio se demonstrava in causa Revisionis, qual pende al presente, placet r. m.t1 Item se supplica
per la dieta Università et homini de quella considerato die de la Sententìa predicta ne fo reclamato
et la revisione fo commessa per la felice memoria del S. Re Alfonso secondo ad M. Antonio de Ale-
xandre et eo vidente fo prosecuta dieta Revisione in parte et esaminati testimoni], et de poi che ven-
nero li francesi in questo Regno li homini predicti hanno prosecuto lo processi! cominciato et esami-
nati inulti testimonii con grande spese et interesse de la prefata Università, che dicto processo con
tutti li altri acri faeti tanto in tempo de la felice memoria del predetto Re Alfonso quanto in tempo
de li trancisi resteno validi et firmi ad ipsa università, licet siano stati facti in corte de li offi-
ciali francisi quali non havevanno iurisdictione in questo Regno, placet r. m.ti qcod acta non
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II, Parte 1 » 39
— 306 —
INVAI. IHKNTIR EX EO QIOI) FUERUNT CONFECTA TEMPORE REGIS FRANCIE PUBLICI INVASORI* HI US
regni. Item supplicando pete dieta Università che si per vostra Maestà (non?) se havesse ;nl
concedere o far gratia ad Barone de la Terra predetta rie la Procina, che quella se digne conce-
derli et darli per vassalli al M.''° S. Andrea de Capua, qual dieta Università multo lo desidera, placet
r. maikstati. Item se supplica che acteso nel tempo de la guerra proxime passata li homeni de
la 'Ima predicta de la Precina hanno perduti in preda tanti animali minuti et grossi che so in suniiua
de ducati decemilia vcl circa, et de poi ne hanno comparato de altri de quilli sono stati depredati
da li lochi convicini, et al presente sono in poter loro, che dieta Maestà se digne aver consideratione
et far compensatione de quilli hanno perduti con li altri se hanno comparati ita che omne uno reste
in quillo termine corno se trova al presente et che non possano essere constricti per alcuna persona
che pretendesse essere stato patrone de li animali ad deverli restituire, placet r. m.t' in anima-
i.ims captis iure belli. Item supplica dieta Università acteso che longo tempo have havuto
desiderio havere in dieta terra una feria per suo commodo et prò heneficio sua Maestà se digne con-
cederei] che li nomini de dieta terra possano fare dieta feria che hahia ad durare octo iorni conien-
zando ila la metà de Maio, durante el termine de ceto d'i ne la quale se possa vendere et comparare
senza pagamento de ninne natura de cahella, et che la terra [possa] eligere uno de li nomini sui per
Mastro mercato, quale per In .lieto tempo habia ad eognoseere de tucte cause occurrente in dieta feria,
tanto civile quanto criminale, senza contradictione de quillo fosse Signore de dieta terra, regia [maiestas
i on]cedit dictas nundinas dicto tempore francas sine tamen preiudicio IURIUM BARON1S, ET QUOD
Il magistri mercati fiat per dictam universitatem CL'M CONSENSI' baronis qui he causis [cri-
minali |bus tamen cognoscat. Item supplica dieta università, considerato che [alejunì citatini et homini
de dieta terra, che per li tempi passati hanno avute case vigne et altre robe stabile ne le castella
terre et lochi circunst[anti] et signanter a la terra de sancto Nicandro, et per ipsi Signori et Baroni
de diete Terre li sono stato levate et tolte de facto senza alcuno ordine de ragione, et'quilli deinde
hanno eonferute et doliate ad altri loro servitori, [che] V. M.u se digne concedere che dicti Patroni
de le robe predicte facendo constare sumniariamente al viceré de la pmvintia o ad altri officiali, essendo
state le loro, con licentia de quilli se possano propriamente repigliare le robe loro, non obstante
quilli tenendo le havessero possedute longo tempo, placet regie maiestati quod scribati r
VICEREGI SEI! ALIO REGIO OFFICIALI, QUI AUDITIS PARTIBUS RESTITUERE FACIAT DICTA BONA Ql E
si m i'o.nstiterint ad eos spectare. Item supplica dieta Università et homini, considerato che
per li tempi passati altre persune, corno sono Sclavoni, Albanisi et altri Italiani se hanno voluto
ture citatini in dieta terra, et per loro se hanno voluto acceptare, et per quilli so stati Signori
in Ella terra per alcuni respecti pmhibiri. se supplica che V. M.ta se digne concedere che li
homini de dieta terra possano creare et fare citatini ad arbitrio et voluntà loro tucti quelli
volessero venire ad habitare in la Terra predicta, et che siano traetati conio citatini, et che ad questo
non e li possa contradire per quelli fossero signori et officiali de dieta Terra, placet r. m.t' cdm
consenso baronis. Expedita fuerunt presentia capitula in castello eivitatis Nueerie die xvi Au-
gusti Millesimo quadringentesimo nonagesimo sexto. Rex Ferdinandus. Andreas de Capua. Dominus
Rex mandavit inibì Dionysio Asmundo. Capituli et grafie se domandano per la Università et homini
de la Terra de la Procina a la M. del Signor Re don Federico per la divina gratia Re de Sicilia.
Hierusalem etc. Imprimis se supplica la M.,a prefata se digne conflrmare et de novo concedere tucti
et singuli privilegi!, capituli et grafie, immunitate, usu et consuetudine, quali sono stati antiquamente
in dieta Terra in quillo modo hanno facto per lo passato in tempo de li Retroprineipi de questn l'egiin
de la prefata Maestà, et maxime de li capituli et confirmatione de la dieta Università et homini con-
cessi et facta per la felice memoria del Signor Re Fernando secando, regia m.tas confir.mat
l PRADICTA CAPITULA ET GRATIAS II'XTA IPSORUM ET IPSARUM CONTINENTIAM ET TENOREM. Expe-
ditum fuit presens capitulum in nostris castris felicibus contra caietam xinu Novemhris Millesimo
quadringentesimo nonogesimo sexto. Rex Federicus f. diazgarlon prò pasquasio garlon. Antonius rota
prò Magno cani.0 Antonius de Ianuario. Dominus Rex mandavit mihi vito Pisanello. Et ut premissis
manti aliena scriptis 6des indiihia adhibeatur lice nianu propria scrfbendo ìiieuin quo litoi in chiu-
dendis publicis instrnmentis hic apposui sigillimi. Nnnc constat de rassis ubi legitur: quilli, item,
creine, terra. — Pasquale l'etrone. — Frane. Petronelo.
— 307 —
V.
Ferdinando il cattolico conferma ad Apricena i privilegi concessi dai predecessori. —
Dato in Napoli 27 marzo 1507.
Nos Perdinandus Dei gratia Rex Aragonum Sicilie cifra et ultra farum hierusalera Valentie Maio-
ricaruin Sardinie e1 corsiee comes Barellinone Dux Athenarmn et Neopatrio, ac etiam Comes Ki rilionis
ei ceritanie Marehioque Oristanni et Goceani. Universis et singnlis presentium seriem inspecturis tam
presentibus quam futuris. confirmationis Regie auctoritas antiquis juribus non soluni robur adijcit,
veruni etiam Regalis Miinifieentie dignum atque honestum testimoniuni perbibet dum subditi ipsi ad
Regem tanquam supremum dominimi prò confinnandis eorura juribus suppliciter reeurrunt, et L'ex
tpse liuinilibus honestisque eorum petitionibus non minus iuste quam liberaliter annuii et ipsis sub-
ditis eorum .Tura benigne gratioseque confirmant. Sane nuper prò parte hominuni terre Procine pro-
vintie Capitanate fuit Maiestati nostre reverenter et liuiniliter expositum quemadmodum universitas
ipsa et illius Incole ex concessionibus, privilegiis, capitulis et aliis provisionibus Serenissimorum Regimi
Domus Aragonie predecessorum nostrorum in hoc Regno memorie recolende et precipue Ferdinand!
secundi nepotis nostri habuerunt et habent nonnullas gratias et prerogativas prout in ipsis concessio-
nibus privilegiis et provisionibus hec et alia latius et seriosius asseruntur contineri. fuitquc deinde
prò ipsorum hominum et nniversitatis Procine parte nobis humiliter supplicatimi ut eadem omnia con-
firmare et de novo concedere de nostri solita benigniate dignaremur. Xos vero eideni supplicatami
benigne annuere volentes, habentes respectum ad sincere devotionis et fidei affectum dictorum suppli-
cantium, necnon ad grata plurimuni grandia et accepta servitia per ili. Andream de Capua ducem
Termularum diete nniversitatis utilem dominum nobis et corone nostre prestata, queve prestat ad presens
et prestiturum speramus de bono semper in melius continuatione laudabili, tenore presentium nostrarum
Literarum omnes prerogativas et alias quasvis gratias per dictos Reges predecessores nostros diete
Universitati et illius hoininibus cuiicessas iuxta tenoreni et coiitinentiaiii dictorum privilegiorum, capi-
tulorum et aliarum suarum scripturarum, quatenus tamen in eorum possessione hactenus extiterunt
et impresentiarum existunt Laudamus, approbamus, ratificanius et confirmamus ac quatenus opus est
de novo concedimus, nostreque liuiusmodi Laudationis, approbationis, ratiflcationis, cenfirmationis muni-
mine et presidio roboramus et validamus. Volentes et decernentes expresse quod presens nostra con-
firmatio sit et esse debeat eisdem supplicantibus mine et olimi futuro tempore semper stabilis, realis
et firma, nullumque sentiat diminutionis obiectum, dubietatis involucrum aut noxe alterius detrimentum.
Sed in suo semper robore et firmitate persistat, fidelitate tamen nostra ceterisque nostris et alterius
cuiusvis juribus semper salvis et penitus reservatis. Quapropter serenissime Ioanne Regine castelle
Legionis Granate Principi Gerunde Archiducisse Austrie Ducisseque Burgundie filie primogenite nostre
carissime, generalique Gubernatrici in Regnis nostris. àc post felices et longevos dies
nostros immediate heredi et legitime successori intentum nostrum aperientes sub paterne benedictionis
obtentu, Mandamus 111. Magno huius Regni camerario eiusque us et Rationabilibus camere
nostre Sommarie eorumque Locatenfentibus e)t Substitutis ceterisque offlcialibus et Subditis nostris
maioribus et minoribus quocumque nomine nuncupatis, officioque, auctoritate et potestate fungentibus
ad q em presentes spectabunt presentibus et futuris. Quatenus forma presentium per eos
(et) unumquemque ipsorum diligenter actenta Ulani eisdem Universitari et hominibus teneant firmiter
et observent tenerique et observari faeiant inviolabiliter per quos decet. et contrarium non faciant
per quanto dieta serenissima Regina nobis morena gerere cupit. ceteris vero gratiam nostram caram
habent et penam ducatoruni mille eupiunt non subire. In quorum fidem presentes fieri iussimus magno
Maiestatis nostre pendenti sigillo munitas. Datura in castello novo Neapoiis xxvn Marcii. Anno a
nativitate Domini Millesimo quingentesimo septimo. Regnorum vero nostrorum videlicet Sicilie ultra
farum anno quadragesimo, Aragonum et aliorum vigesimonono, Sicilie autem cifra farum et hieru-
salern quinto. — Perdinandus. — Jo. Baptista Pinelli consiliator generalis, Michael de Affitto Iocum-
tenens magistri camerarii. — V. Augustinus R. — Dominus Rex mandavit milii Micbaeli Perez.
— 308 —
VI.
Carlo di Lanoy viceré e luogotenente nel Regno per la corte di Spagna conferma
ad Apricena gli usi civici sui territori di Castel Pagano, S. Nicandro e Civitate. —
Dato in Lucerà 8 dicembre 1522.
CAROLUS divina favente clementia clectus Romanorum imperato! semper augustus Rex Ger-
manie etc. Ioanna mater et idem Carolus eius filiua eadem gratia Reges Castelle Aragonum ntriusque
Sicilie hierusàlem hungarie dalraatie croacie etc.
CAROLUS Delanoy Miles ordinis aurei velleris cesaree et catliolice maiestatis in presenti Regno
vicerèx locumtenens et capitaneus grandi* Doininus de Sanzelles ac prefate Maiestatis camerarius et
magnus scutifcr ecc. Universis et singulis presencium seriem inspecturis tam presentìbus quam faturis:
licei adiectione plenirudo non egeat nec firmitatem exigat quod est firnimn. confirmatur tamen interdum
quod robur obtinet non quod necessitas id exponat, sed ut eonfirmitatis sincera benignitas appareat
et rei geste abundantioris cautele robur accedat. Sane prò parte Universitatis et bominum terre Pro-
cine provintie Capitanate Regiorum fidelium dilectorum fuit nobis expositum quemadmodum univer-
sitas et homines prefati ob servitia prestita per eos Serenissimis predecessoribus regibus buius regni
et presertim Serenissime Domus Aragonee nullis ipsorum parcendo periculis sumptibus et laboribus
qui prò fidelitate serranda innumerabilia dampna passi fuerunt obtinuerint a dictis serenissimis Regibus
et presertim diete domus Aragonee et alias predecessoribus regibus felicis recordationis privilegia eapi-
tula et alias scripturas quarumdam gratiarum francbiciarum prerogativarum inimunitatum rituum con-
suetudinum et observantiarum, et signanter coinunitatem aquandi pasculandi spieandi glandandi et
lignamina incidendi in territoriis S. Meandri Oivitatis et castelli pagani et omnium aliarum rerum
ipsius universitatis et hominum, de quibus omnibus obtinuerunt privilegium contirmationis catholice
Maiestatis felicis recordationis prout hactenus in possessionem extiterunt et in presentiarum existunt
Propterea pio ipsorum parte fuit nobis supplicatum quatenus caes. et cath. Maiestatum nomine eisdem
universitati et hominibus privilegium prefatum prefate cathòliee Maiestatis felicis recordationis con-
tirmationis gratiarum et rerum ]irefatarum, juxta contiiientiam dicti privilegia diete contirmationis catbo-
Iice Maiestatis, si et prò ut hactenus in possessionem extiterunt et in presentiarum existunt confirmare
ratificare approbare et quatenus opus est de novo concedere dignaremus. Nos itaque supplicationibus
ipsorum benigne inclinati, prò consideratione quoque sincere devotionis et fìdei terre prefate ac uni-
versitatis et hominum ipsius propter que in iis et longe maioribus exauditionis gratiam merentur. Tenore
presencium de certa nostra scientia deliberate et consulto ae ex gratia speciali prefatarum Maiestatum
nomine ei&eta terre ac universitati et hominibus ipsius privilegium prefatum catholice Maiestatis felicis
recordationis gratiarum et rerum prefatarum iuxta dicti privilegii contirmationis prefate catholice Maie-
statis enntinentia et tenorem, ac si et prò ut haetenufi in possessionem extiterunt et in presentiarum
existunt confirmamns, approbamus, ratificamus et emologamus ac quatenus opus est de novo concedimus
regieque ac nostre et prefatarum Maiestatum nomine contirmationis et nove concessioni.»; mammine robo-
ramus et valiilamus. Et ut premissa illuni quem volumus sorciantur effectum mandanius magno huius
Regni camerario silique locumtenenti presidentìbus et Rationalibus Regie camere sumarie illustri et
huius Regni prothonotario eiusque viceprothonotario ac deputatis in sacro Regio Consilio Sancte Giare
illustri quoque dicti regni magistro Iustitiario Regentibus et ludicibus magne curie vicarie. Illustribus
quoque speetabilibus magnifieis nobilibusque viris quibuscumque baronibua gubernatoribus audito-
ribus magistris portulania dohanariis fandicheriis magistris nundinarum universitatibus cete-
risque officialibus et persoms tocius regni et presertim provincie capitanate tam demanialium quam
baronum omnibusque aliis quibus spectabiles presentes pervenerìnl eorum locumtenen-
tibus et substitutis quatenus forma ]iresencium per eos et unumqueraque ipsorum diligenter actenta
illa prefatis universitati et hominibus in omnibus et per omnia ad ungueni et inviolaluliler observent
observarique faeiant per qme dece! iuxta ipsarum serie plemter [fidelitajte tamen Regia Etegiisque
aliis el euinsliljet alterius iuribns semper salvis et reservati^ Kl enntrarium non faeiant prò quanto
— 369 —
gratiam prefatarum Maiestatum caram habent et penai» ducatorum mille cupiunt editare. In quorum
fidem presentes fieri fecimus magno catholicae Maiestatis inpendenti sigillo munitas, cimi prefatarum
Maiestatum sigillnm nondum sit expeditum. Datum in «vitate Lucori. • di stavo mensis Decembris
Millesimo quingentesirao vicesimo secondo. — Don Charles de Lanoy. — JoSVedus presidens et viec-
protho. Hieronimus locumtenens magistrì camerarii. V, De Colle R. — Dominus Vicerex mandavi!
milii Antonio Beronio.
VII.
Andrea Caraffa luogotenente generale del Regno concede il regio assenso ad una
transazione tra il comune di Apricena ed Alfonso Picciolo su gli usi civici nel
territorio di S. Meandro. — Dato in Napoli 26 settembre 1525.
( IAROLUS divina favente clementia Imperator semper Augustus Rex Germanie etc. Joanna mater
et idem Carolus eius filius eadem grafia Reges Castelli Aragonum utriusqne Sicilie, Hierusalem,
Ungane, Dalmatie, Croatie etc. — Andreas Carrapha Comes Sancte Severine et Caes. et catini.
Maiestatum in presenti Regno locumtenens generalis etc. Universis et singulis presentium seriem
inspegturis tam presentibns quam faturis subiectorum regio-rum conbenientiis ex affectu benigne cari-
tatis actendimus, quo fit ut ipsorum petitionibus assensum Regium faciloni benignius prebeamus. Sane
prò parte Magnifici viri Joannis Alfonsus Piccioli alias de Herrice utilis dominus terre Sancti Nicandri
provintìe Capitanate et egregii notarii Barfholomei de Contulis, Sindici et procuratoris universitatis
et hominum terre Procine Regiorum fidelium dilecturum ftrit riobis expositum quemadmodum ver-
teretur lite et controversia inter partes ipsas super juribus et possessione pascendi eorum animalia,
aquandi, glandandi et spicandi dies noctesque, ac faciendi casellas, mandras, paliaria et griptas, ac
incidendi ligna fructilera et infructifera tam a ramis quam a radicibus super toto territorio diete terre
S. Nicandri ad omnem usimi utilitatem et commodum diete universitatis et hominum terre Procine
et ipsorum animalium, et e converso dictus magnificus Joannes Alfonsus pretendebat in contrarimi!
videlicet quod solummodo licuisset predictis univeisitati et hominibus de die tantum pascere eorum
animalia et incidere ligna arida et virida arborum infructiferorum et ramos tantum arborum fructi-
ferorum super qua lite preteritis temporibus lata fuit quedam sententia et interpositum decretimi per
sacrimi Regium Consilium, fuit per dictam universitateni et homines reclamatum prout apparet per
acta. Noviter vero devenerunt ad concordiam et transactionem quod dictus Magnificus Joannes Alfonsus
in recompensam dicti iuris quod pretendebat habere prefata universitas super dicto territorio consi-
gnabit et cedet diete universitati et hominibus diete terre Procine prò infrascripto usu tantum, rema-
nente in omnibus et per omnia dominio et proprietate ac iurisdicione dicti territorii, et infrascripte
partis ipsius territorii prò dicto Magnifico Joaiine Alfonso Quandam partem dicti territorii sancti
Nicandri consistentem in infrascriptis territoriis videlicet territurium de Perrosa, demanium Camardè
et territorium Rocce, confinanda per Magnifieiim Anibalem de Capua et prefatum Magnificum Ioannem
Alfniisum. quibus tenimentis et territoriis, eonfinandis ut supra, dicti universitas et homines ac par-
ticulares possint uti et gaudere, in ipsisque eorum animalia pasculare cuiuscumque qualitatis et in
quibuscumque consistentia, tam prò eorum usis quam prò mercantiis, etiam perdicta animalia tene-
rentur per eos ad societatem et partem cum aliis, cum potestate in illis pasculandi, glandandi, .spi-
candi, aquandi dies noctesque, ac casellas, mandras, palearia et griptas, ac ligna arborum fructiferoruni
et infructiferorum tam a pedibus quam a ramis, viridis et .... ad omnem u.sum utilitatem et comodimi
ipsius universitatis et hominum et ipsorum animalium, incidendi ut supra. Et e converso dictus sin-
dicus et procurator cedet et renunciabit prefato Magnifico Joanni Alfonso omnia jura omnesque actiones
eisdem competentes et competentia super residuo dicti territorii. De qua quidem transactione et con-
cordia prò cautela ipsarum partium celebrabitur publicum instrumentum. In quo quidem lustramento
prefatus Magnificus Joannes Alfonsus prò obsen'antia concordie prefate et etiam prò evictione dictorum
territoriornm et tenimentorum cedendorum et concedendomi ut supra obligaverunt omnia ipsius bona
mobilia et stabilia burgensatica et feudalia presenzia et futura. Propterea prò ipsorum parte fuit nobis
— 310 —
supplicatimi quatenus Ces. et Catho. Maiestatum nomine tara diete concordie et cessioni territori] et
diete conflnationi et declarationi faciende in dictis territoriis per dietum Magnificum Annibalem de
Capila et prefatum Magniflcum Joannem Alfonsum ut supra, quani etiam diete obligationi dictorum
bonorum feudalium faciende per dietum Magnificimi Joannem Alfonsum prò observantia diete concordie
et prò evictione ut supra assentire et consentire Regiumque assensum eonsensum pariter et benepla-
citum interponere et prestare dignaremur. Nos itaque supplicationibus ipsorum benigne inclinati prò
consideratone quoque sincere devotionis et fidei ipsorum supplicantium propter quem iis et longe
Maioribus exauditionis gratiam promerentur : Tenore presentium de certa nostra scientia deliberate
et consulto ac grafia spetiali et prefatarum Maiestatum nomine. Tarn diete concordie et cessioni ter-
ritorii et diete confinationi et (decla)rationi faciende in dictis territoriis per dietum magnificum Ani-
baleni de Capua et prefatum Magnificum Joannem Alfonsum ut supra, quam etiam diete obligationi
dictorum bonorum feudalium faciende per dietum Magnificum Joannem Alfonsum prò observantia diete
concordie et prò evictione ut supra quatenus tamen rito recteque processerint partes, que tanguntur,
veris quidem existentibus prenarratis, naturaque feudi in aliquo non mutata non obstante quod super
bonis feudalibus proeessisse noseatur. Assentimus et consentimus ex grafia Regiumque assensum eon-
sensum pariter et beneplacitum interponinms et prcstamus volentes et declarantes expresse de eadem
scientia eerta nostra quod presens regius assensus consensus et beneplacitus sit et esse debeat prefatis
partibus semper et canni futuro tempore stabilis realia fruetuosus et firnius nullumque dubietatis
obiectum, aut noxe alterius detrimentum pertimescat, sed in suo semper robore et efficacia persistat,
fidelitate tamen regia feudali quoque servitio et adoha regiisque aliis et cuiuslibet alterius iuribus
semper salvis et reservatis. In quorum fidem presentes fieri feeimus. Magno Ces. et Cath. Maiestatum
pendenti sigillo munitas. Datum in eivitate Neapolis die vicesimo sexto septembris millesimo quin-
gentesimo vicesimo quinto. — Andreas Carrapba eomes S. Severine, locumtenens generalis. — Ioffredus
presidens et vieeprotho. Coronatus prò magistro Camerario. V. De Colle R. — Dominus Locumtenens
generalis nuindavit mihi Jo. Antonio Salernitano.
Vili.
Il notaio Pietro Basso redige in forma pubblica lo strumento di transazione e concordia
conchiusa tra il comune di Apricena e Giovanni Alfonso Picciolo, signore di
S. Meandro. — Dato in Napoli 25 gennaio 1542.
In nomine Domini nostri yesu ebristi, Anno a Nativitate eiusdem Millesimo quingentesimo qua-
tragesimo seeundo Regnantibus Potentissimo CArolo quinto divina favonte clementia romanorum impe-
ratore semper Augusto rege Germanie, et Ioanna de aragonia niatre eodemque CArolo eius Alio pri-
mogenito eadem grafia regibus eastelle aragonmn utriusque sieilie Jerusalem ungane dalmatie
Croatieque etc, regnoruin vero eorum in hoc Regno Sicilie cifra farum anno vicesimo sesto, imperij
vero duodecimo, felieiter amen. Die vicesimo quinto mensis Januarij quintedecime indictionis neapoli:
Nos Joannes franciscus di' angelis di- neapoli Regius ad contractus Judex, nomine quo fatear in infra-
scripto contraetu prò judice ad contractus a subscriptis partibus fuisse vocatus, sed loco et vice quondam
Joannis baptiste romani de neapoli ad contractus judicis premortili qui in ipso subscripto contraetu
prò judice ad contractus interfuit, vigore et auctoritate quarundam Regiarum litterarum mihi de eius
subscribendo loco et vice quorundam ad contractus iudicum premortuorum et in antea decedentium
ciuieessaruiii, prout in domini regis litteris continetur: Petrus bassus de prefata eivitate neapolis publicus
ubilibet per totum predictum regnum sieilie Regia auctoritate notarius nomino quo fatear in subscripto
contraetu tempore celebrationis ipsius prò notano publico interfuisse, rogato a subscriptis partibus
contrahentibus sed loco et vice quondam notarii petri thummuli de neapoli premortui, qui in ipso
subscripto contraetu prò notano publico a dictis subscriptis partibus rogatus interfuit, rigore et aucto-
ritate quarumdam regiarum litterarum de assuinendis qiiibuseumque contractibus in publicorum forniain
qualitercumque notariorum premortuorum et in antea decedentium, predictarum sub data in eivitate
— 311 — '
ncapoli sub Anno domini Millesimo quingentesimo tricesimo Die vicesimo mensis maii, subscriptionc
illastrissimi et eicellentìssimi domini pompéi cardinalis colnmpne sancte romane ecclesie vicecancel-
larii et in j)rcsenti regim loeumtenentis generalis et sigillo pendenti prefatarum cesaxearom et catho-
licavum maiestatnm aliisque debitis Bolemnitatibus roboratarnm mihi propteréa concessarum, ettestes
subscripti qui in ipso subscripto contractu prò testibus interfuerunt tempore celebrationis ipsius, pro-
senti scripto- publico declaramus notum facimus et testamur: Quod predicto die, adhiens nostrani pre-
sentiam Magniflcus leonardus vicius di terra Apricene provintie capitanate, Agens diete universitatis
et hominum diete terre, ut ilixit et asseruit corani nobis, olim inter dictam universitatem et homines,
mediante egregio viro bariholomeo de Contulis de eadem terra tunc generali sindico diete universi-
tatis et hominum ex una, et Magnificimi Joannem Alfonsum piziolum alias de henrico de neapoli atìlem
dominumterre S.Nicandri de eadem provintia capitanate partibns ex altera, factum et firmatum fuisse
quendam contractum transactionis et concordie de lite mota per dictam universitatem et homines diete
terre Apricene contra quosdam Magnificos Joannem paolum de marra et eorneliam de marra coniuges
tunc similiter dominos dieti castri sancti Nicandri in sacro Regio Consilio super turbata possessione
nini eorum animalibus spicandi pascendi aquandi glandandi casellas faciendi lignamina incidendi per-
noctandi de die et de nocte et alia faciendi in territorio diete terre S. Nicandri, prout in quodam instru-
mento seu contractu facto seu fieri rogato sub anno domini Millesimo quingentesimo vicesimo quinto
olim die vicesimo sexto mensis septembris quartedecime indietionis neapoli scripto per manus dirti
quondam notarij petri tliumuli bec et alia dixere latius apparerò, Et antequam dictum instrumentum
transactionis et concordie in publica forma redigeretur prefatus quondam notarius petrus thumulus,
sicut domino placuit, suum diem clausisse estremimi. Et quia interest ipsorum universitatis et hominum
diete terre Apricene dictum instrumentum transactionis et concordie in publicam formam habere, ea
propter dominus Leonardus ipse dicto nomine me prefatum notarium petrum bassum tanquam habentem
potestatem a dieta Cesarea Majestate rehassumendi omnes et quoscunque contractus quornmeunque
notariorum premortuorum et in antea deeedentium fieri requisivit et perquisitis
prò memoria, scedis, notis et pròthocollis dicti quondam petri thumuli, que conservantur penes Hospi-
tale Sancte Marie incurabilium civitatis neapolis, dicto quoque instrumento diete transactionis et con-
cordie per me invento, virtute potestatìs mihi per cesaream majestatem concesse, contractum predichila
Assumere et in pubblica forma reddigere debuissemus. Cuius requisitioni et precibus devote annuentes,
quia offitium nostrum publicum est illudque nomini denegare possumus nec debemus, Et quia justa
petebat et justa petentibus non est denegandus assensus, ideo ad requisitionis instantiam dicti domini
Leonardi dicto nomine dictum contractum transactionis et concordie inter scedas notas et prothocolla
dicti quondam notarij petri tliumuli perquisivimus, dictum contractum transactionis et concordie inve-
nimus in quodam fasciculo ipsius notarij petri tliumuli : Quo quidem contractu transactionis et con-
cordie per nos requisito et invento ut supra, vigore et auctoritate dictarum regiarum litterarum et
ex potestate mihi per dictam Cesaream Majestatem concessa, contractum ipsum assimilisi et in pre-
sentem publicam formam reddegi. Cuius quidem contractus transactionis et concordie tenor de verbo
ad verbum sequitur et est talis: — Die vicesimo sexto mensis septembris quartedecime indietionis
Millesimo quingentesimo vicesimo quinto neapoli, quod predicto die in nostri presentia constitutis
Magnifico domino Joanne Alfonso piziolo alias de errico de neapoli utili domino terre sancti nicandri
provintie capitanate, filio primogenito legitimo et naturali ae herede quondam Magn.ci Antonelli piczioli
de neapoli. Agente ad infrascripta omnia per se eiusque heredibus et successoribus universalibus et
particularibus quibuseunque ex una parte, et Egregio viro notario Bartholomeo de contulis de terra
Apricene eiusdem provintie, generali sindico universitatis et hominum diete terre Apricene prò pre-
senti anno, ae etiam procuratore signanter ad infrascripta diete universitatis et hominum prout de
eius procuratione et potestate nobis prefatis judici notario et infrascrittis testibus piene constitit et
constai, ac ipse notarius Bartholomeus plenariam fidem facit per quodam publicum sue procurationis
instrumentum exinde fieri rogatum in presenti anno 1525 die quinto presentis mensis septembris quar-
tedecime indietionis in dieta terra Apricene scriptum per manus egregii notarij bartholomei de obscuris
de terra Serre Capriole vidimus latius contineri, agente similiter ad infrascripta omnia sindicario et
procuratorio nomine et prò parte dictorum universitatis et hominum diete terre Apricene et prò eorum
heredibus et successoribus universalibus et particularibus quibuscunque ex parte altera : Prefate vero
— 312 —
partes et guelibet ipsajrum nominibus quibus supra sponte asseruerunt pariter corani nobis, olirò per
dictoa universitatem et homines diete terre Apricene motam fuisse litem contra quondam magnifìeos
Joannem pauhnn de marra et corneliam de marra eonjuges, tunc utiles dominos dicti Castri S. Nicandri,
in saero E. Consilio super turbata possessione cum eorum Animalibus spicandi, paseendi, aquandi,
glandandi, casellas faeiendi, lignamina incidendi, pemoctandi de die et de nocte et alia faeiendi in
territorio diete terre S. Nicandri, prout in supplicatione desuper porreeta per dietos universitatem
et bomines diete terre Apricene dixerunt latius contineri: formatoque proeessu tandem servatis de
jure servandis, fuisse per dictum Sacruni Consilium promulgatam diffinitivam sententiam, in effectu
deelarando universitatem et homines diete terre Apricene esse in possessione pascila herbarum
euni eorum Animalibus sumendi in territorio diete terre S. Nicandri, in quo ineluduntur territoria
quo dicuntur henia penosa Bocha et lauri, de die tantum, excepta defensa Camarde. Nec non ligna
arida .... fructum non afferentia incidendi etiam radicitus, ligna autem viridia fructum afferentia
quoad ramos tantum . . gne faeiendo ad usum duntaxat ipsorum: Et quod dicti Ioannes paulus et domimi
Cornelia tunc et infuturum turbantibus et molestantibus faeiendo diete universitati et bomi-
nibus terre Apricene in dicto territorio .... ad predicta et per eandem sententiam declaratum fuisse
dictam Universitatem et homines Apricene non esse in possessione seu quasi per(noctand)i, casellas
faeiendi nec de die nec de nocte, glandandi spicandique eorum anomalia in dicto territorio, absolvendo
et liberando propterea dietos eonjuges ab impeticione diete universitatis et hominum ipsius terre Apri-
cene, prout in dieta sententia dixerunt latius contineri. A qua quidem sententi» fuisse prò parte uni-
versitatis et hominum diete terre Apricene reclamatimi in eodem Sacro E.0 Consilio, et commissa causa
reclamationis seu revisionis, ac ipsa pendente et succedente dicto quondam domino Antonello in dicto
Castro S. Nicandri ex causa Cessionis sibi facte per retroprincipes huius regni, fuisse per dictum quondam
doininuin Antonellum instatimi prò executione diete sententie, et per dictum sacrum consilium fuisse
postmodum provisum et declaratum, referente Magnifico Jeanne baptista brancatio regio consiliario
et cause commissario, dictam sententiam latam inandandam esse et mandali debere debite exequtioiii
justa ipsius Contineiitiaiii et tenorem: Et per dictam universitatem a dicto decreto similiter fuisse
n riamatimi. Et demuin succedente dicto domino Joanne Alfonso filio dicti quondam domini Antonelli
in dicto castello, per eum fuisse supplicatimi prò exequtione diete sententie et decreti in dicto sacro
concilio. Et commissa causa magnifico Nicolao mayorana, faetis hinc inde provisionibus et responsio-
uibus ac oppositionibus prò parte dictarum universitatis et hominum, per dictum sacrum consilium.
referente predicto Magnifico Domino Nicolao mayorana commissario, fuisse interpositum aliud decretimi
quod dieta sententia et dictum decretum similiter manderete debite exequeioni, Et quod facta dieta
exequeione eum effectu procederetur in causa reyisionis ad Actus incumbentes et ad illius expedicionem:
a quo ultimo decreto similiter prò parte dictorum universitatis et hominum Terre Apricene fuisse
ivrlamatum mediante memoriali expedito per sacrum collaterale consilium superi-emissione dicti decreti,
pretendentes dictam sententiam et decretum minime debuisse nec deberi exequeioni mandare, Imnio
universitatem ipsani et homines fuisse etesse in possessione dictorum iurium ex nova causa et novis
iuribus acquisiti* post dictam assertam sententiam, et Maxime ex privilegio eorum quondam serenis-
simi regis ferdinandi seeundi, et ex nonnullis rationibus iuribus et caussis ex quibus dieta universitas
et homines pretendebant prout pretendunt dictam sententiam decretimi et mandatimi de parendo indo
subsequtum non obstare iuribus eiusdem universitatis tain super petitorio quam possessorio: dicto
Lamie Alfonso pretendente ipsis non obstantibus sententiam et decreta debere exequtioiii demandari:
Quibus omnibus sic assertis, nolentes partes ipse et quelibet [psarum nominibus quibus supra de pre-
dictis amplius litigare i per anfractus iudiciarioe pertransire, cum dubius foret litìs eventus, imnio
v.deiites finem impnnere ac pascere sumptibus laboribus et expensis, que in litigiis et litigantibus
oecurrere solent, comuniuni amicorum interveniente tractatu, Ad infrascriptas transaf ioiiem conventionem
paetum et concordiam. Regio assensi! si et quatenus opus est desuper obtento et impetrato per memo-
riale expeditum, sponte et volontarie devenerunt. videlicet quod ipse doiiiinus Joannes Alfoiisus sponte
predicto die corani nobis non vi dolo etc prò evidenti utilitate et comodo ipsius Domini Joannis Alfonsi,
ut dixit tain respectu diete litis quam etiam prò liberatione dicti residui totius territori] diete terre
saneti Meandri, que liberato, est maximum comodum et utilitas tam ipsius domini Joannis Alfonsi
quam dictorum universitatis et hominum diete terre Sancti Nicandri, ex causa infrascripte cessioni-
— 313 —
In
faciende per dictum notaram bartholomeaui nomine quo saprà super alio territorio diete terre
Nicandri, dedit tradidit, cessit et renunciavit et per fustem iure proprio el in perpetuimi prò usu
infrascripto assignavit eidem notano bartholomeo nomine et prò parte diete universi-
tatis et hominum diete tene Apricene et prò eius heredibus et successoribus imperpetnum infrascripta
territoria diete terre santi nieandri .sic vulgariter nuncupata videlieet lo tcnimcnto de porrosa, item
; de la defensa de Camarda, esclusa
tainen dieta defensa, item lo tenimento de la rocha
ipsi universitas et homities etiam particulares et singulares presentes et futuri diete terre Apricene
per se ipsos eorumque heredes et successores eorum ammalia porcina, bacchia et equina et quecumque
alia ammalia cuiuscumque generis tam prò usu diete universitaria et hominum quam prò eorum mer-
cantile etiam si essent ammalia que tencrentur ad soccidam seu ad partem per dictam univer-
sitatem et homines ipsius terre tam de die quam de nocte et dieta ammalia pascere herbas,
ghindare, spicare, aquare, pernoctare, ligna incidere fructum afferentia et non afferentia radicitus et
ad ramos, casellas tacere et mandras tuguria et grittas et omnia quecumque alia tacere et fieri facere
et olirne opus utilitatem eomoditatem et benefitium coiuoduni et arbitrium dictorum universitatis et
hominum tene Apricene eorumque heredum et successorum imperpetuum. Ita tamen quod dieta uni-
versitas et homines etiam particulares non possint nec valeant dieta territoria, pascua, glandes, spicas
et alia eorum iura ut supra concessa et espressa alteri vendere locare nec affittare, sed tantum deser-
vire debeant prò usu dictorum universitatis et hominum et eorum animalium ut supra. Cedens quo
ad predieta omne ius sibi competens super dictis territoriis et eorum iuribus, niliil sibi reservando
nisi tantum dominium iurisditionem et prpprietatem ae iurisditionem et cognitionem causarum civilium
et erimiiialium iusta formata suorum privilègiomm Ponens et costituens dictos universitatem et homines
diete terre Apricene procuratores, itaque dieta territoria ut supra consigliata et cessa prò caussa pre-
dieta remaneant et remanere debeant prò dicto usu penes dietos universitatem et homines diete terre
Apricene franca, libera et exempta ab omnibus et quibuscumque solutionibus et servitutibus, et in
eis non possit nec valeat prefatus magnifìcus Joamies Alfonsus fidare, quia sic ex speciali pacto pro-
misit in eiusdem territoriis ut supra concessis non fidare ammalia quecunque, nec ad pasculandum
intromittere, nec facultatem pascendi, aquandi et pernoctandi, ligna ineidendi, glandandi, spicandi,
casellas faciendi, nec ius aliquod alteri concedere etiam si essent ammalia ipsius domini Joamns Alfonsi
quia sic etc: et cimi tali conditione et pacto quod dicti universitas et homines diete terre Apricene
non possint nec valeant ammalia fidata et fidanda per dictum ioannum alfonsum et suos heredes et
successores in terra predicta santi Nicandri succedentes in dieta defensa Camarde eicere a dicto demanio
et etiam aliis quibuscumque animalibus que pascerent in dieta defensia, et hoc in dicto demanio tantum
et non in aliis tenimentis ut supra concessis. Et ex causa huiusmodi concessionis et cessionis pre-
fatus dominus Joamies Alfonsus promisit et convenit dieta territoria ut supra consigliata cimi iuribus
et pertinentiis illoruni in iudicio et extra eisdem universitati et hominibus diete terre Apricene et
eorum heredibus et successoribus in perpetuimi defendere et antestare ac de evictione teneri genera-
liter et specialiter ab omnibus et quibuseunque hominibus omnibusque partibus communitate collegio
et personis aliis ecclesiasticis vel secularibus publicis vel privatis, ius tantum sive causam vel actionem
habentibus seu habere pretendentibus super eis vel aliqua parte ipsorum quatenus et quando fuerit
oportunum, omnemque litem questionem causam molestiam seu controversiani que eisdem universitati
et hominibus moverentur teneamur ipse dominus Joamies Alfonsus et eius heredes et successores iuste
ipsas assumere. Cum tali pacto ad dictam defensionem teneamur donec dietimi castrimi fuerit in dominio
temptum et possessum per dominum Joanneni Alfonsum et eius heredes et successores universales et
particulares et in tali casu presens contractus habeatur prò non facto. Et
versa vice prefatus notarius bartholomeus nomine qua supra ex causa dictanim transactionis conven-
tionis pacti concordie cessionis et consignationis cessit renunciavit refutavit transtulit eidem domino
Joanni Alfonso ibidem presenti omne ius omnemque actionem dictis universitati et hominibus com-
petens et competentes in et super toto et integro residuo dicti territorii S. Nieandri, tam in possessorio
quam in petitorio, non obstante quod per dictam sententiam S. Regii Consilij fuisset aliter declaratum
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4\Vol. II. Parte 1* -IO
— 314 —
e1 ■ I. flì ni t tini, tam ex causa contentorum in dieta supplicatione et etiam in dieta sententia, quam
virtute possessionis antique consuetudinis privilegiorum titulorum tam pretensorum ante sententiam
prcdiotain quam post et aliter quomodocumque et qualitercunque, et ex causis et rationibus quibus-
eunque cogniti* ve] incognitis opinatìs Tel inopinatìs, absque supplicationibus processibus sententiis
privilegiis et signanter dicto privilegio dicti regis ferdinandi secundi titulis et consuetudinibus, dictus
procurator cessit refutavit et transtulit ac ornai j uri quomodolibet ex lite predicta competenti renun-
tiando donec transactio remanebit firma, cassans processum et acta predicta, Ponens eundem domiimm
Joannem Alfonsum in locum vicem domiuium et privilegium diete universitatis et hominum diete terre
Apricene et constituens euin procuratorem, quoniam nullum jus nullamque actionem prefatus notarius
bartholomeus quo supra nomine super dicto residuo dicti territorij ae eius juribus et possessione dictis
universitari et hominibus aut alteri cuieunque persone retinuit seu quomodolibet reservavit, ita quod
libere liceat eidem domino Joanni Alfonso de dicto residuo territorij tacere et disponere prò ipsius
à ini Joannis Alfonsi et suorum heredum et successorum arbitrio voluntatis tamquam de re sua
propria franca et libera et insuper ex causa huiusmodi transationis prefate partes et quelibet ipsarum
nomihibus quibus supra promiserunt et convenerunt una pars videlicet alteri et altera alteri parti
in dictis territoriis ut supra bine inde cessis et refutatis ac confirmandis et per suos fines terminandis
per dictum dominum Anibalem et dominum Joannem Alfonsum se et eorum animalia de cetero non
intromittere, itaque universitas et homines diete terre apricene non possint nec valeant eorum animalia
intromittere nec tenere in (lieto residuo dicti territorij S. Nicandri ut supra refutato per ipsum pro-
curatorem eidem domino Joanni Alfonso excedendo dictos confines et terminos, et quandocumque eorum
animalia in eis intercepta fuerint, sint in pena diffide; et quod predictus dominus Joannes Alfonsus
nec alij possint cum eorum animalibus latrare stare, nec pascua sumere in dictis territoriis cessis
eidem universitari per dietimi dominum Joannem Alfonsum ut supra dictos confines et terminos exec-
dendo preter dicto demanio modo quo supra: Et casn quo excesscrint dictos fines et intraverint in
dictis teniinentis ut supra cessis, quod licitimi sit eisdem universitari et hominibus animalia ipsa prò
diffidatis intercipere et jus difide petere et consequi corani officiali et capitanici diete tene santi Nicandri,
exceptis tamen Animalibus dirti domini Joannis Alfonsi prò quibus non teneatur ad penam diffide.
Et promiserunt et convenerunt ambe partes ipse et quelibet ipsarum nominibus quibus supra sollenmi
stipulatìone legitime interveniente, una pars videlicet alteri et altera alteri parti, transationem còn-
ventionem pactum concordiam cessiones et renuneiaeiones predictas factas modo premisso et omnia
predicta et omni futuro tempore habere et tenere ratas conratas et firmas ac
rata conrata et firma
promisit dictus notarius bartholomeus curare et facere . .
et consignatio dictorum
confiniuiii modo quo supra, quod dieta universitas et homines diete terre apricene per instrumentum
publicum ratificabunt confirmabunt et que principaliter promittent omnia et singula in presenti con-
ventione contenta prò quilibuslibet omnibus et eorum singulis firmiter per ambas
partes ipsas nominibus quibus supra et quelibet ipsarum earumque et cuiuslibet ipsarum heredes et
successores attendente* prout ad unainquamque ipsarum partium spectat et pertinet. Ambe partes ipse
et quelibet ipsarum nominibus antedictis sponte obligaverunt videlicet dominus notarius bartholomeus
se ipsum quo supra nomine ac universitatem et homines diete terre apricene eorumque heredes et
successores, et prefatus dominus Joannes Alfonsus se eiusque heredes successoresque, eorumdemque
universitatis et hominum terre apricene et prefati domini Joannis Alfonsi bona omnia mobilia et sta-
bbia burgensatica et pheudalia presentia et futura, Kegio et Reginali beneplacito et assensu desupei
obtento et impetrato, una pars videlicet alteri et altera alteri parti, Sub pena et ad penam ducatorum
duorum Millium Medietate. Unde ad Futuram rei memoriam et prefate universitatis et hominum diete
terre apricene e1 eorum heredum et successorum certitudinem et cautelam ac plenam fiden assumptum
est hoc presens publicum instrumentum per inanimi mei notarij subscripti signo meo solite signatum
subscripturaque subscriptione mei qui supra judicis ei nostrum subscriptorum testium subscriptionibus
— 315 —
roboratom, quod soripsi et inpresenti publica forma assimilisi vigore dictarum Rcgiarum littcrarum
mihi untavi., Potrò Basso ut predicitur concessarum el vice «lieti quondam notarij pétri rhumuli I
prefatus Petrus bassus de ueapoli publicue ut supra notarius qui piemissis omnibus rogatus interrili
ipsumque meo solito et consueto signo signavi ac abrasi supra et emendavi ubi legitur in dominio
et alibi ubi ubi legitur contractus, quod accidit non viti., aliquo, sed errore scribendi, ideo prò authen-
tico et valido perpetuo ab omnibus habeatur. — Vi è il mongramma del Notavo Pietro Basso.
t Ego qui supra ad contractus index Joannes Franciscus de Angelis suis propriis manibus. - t Ego
Hanibal pulciis prò teste interfui maini propria. — t Ego Jacobus Bartolus de robertis testis interfui
et me subscripsi. — Segue un altro testimonio, di evi non si pud decifrare il nome. — Presentibus:
Iudice Ji.annc baptista romano. — Ex.te domino Annibale de Capua. — Domino Thomasio de Sini-
scaliha u. i. d. — Ext0 domino Antonius Briparino de Neciis. — Domino Francesco de Afflitto u.
i. d. — R.do domino Abbate Jeanne Antonio vaxallo. — Magnifico Jacobo vaxallo. — Nobili Nicolao
Maria de Constantio de aversa. — Nobili Anibale pulsis de Néapoli. — Nobili Adamiano Campa-
nile. _ Nobili Joanne Benedicto de Robertis de Manfredonia. — Nobili Joazino Cemmino de Néa-
poli. — Nobili Jaeobutio de Consilio. — Eliseo de Marinis de Monteleone. — Dominico de Petro
Martino de sopino et Francisco de Ayeta de tramunto.
IX.
Domenico Gagliardo commissario del sacro regio consiglio immette i sindaci generali
e gli eletti del reggimento e consiglio di Apricena nel possesso degli usi civici
sul territorio di Castel Pagano. — Dato nel bosco di Castel Pagano 14 marzo 1542.
In Nomine Domini yhesu christi Amen. Anno a nativitate ipsius millesimo quingentesimo qua-
dragesimo secundo. Eegnantibus serenissimis et illustrissimis ac catholicis dominis nostris Carolo de
austria divina sibi favente clementia quinto Romanorum imperatore semper augusto, Et Joanna de
aragonia marre Eodemque carolo eius primogenito eadem gratia Regibus gei-manie castelle aragonufn,
utxiusque Sicilie, hyerusalem, huius vero regni Sicilie citra farum Anno Vigesimo septimo felicitei
Amen: Die quarto decimo mensis martii quinte decime indictionis: In nemore castri pagani provintie
Capitanate. Nos Bernardinus de roccia de sancto severo diete provintie ad contractus index; Martinus
Ciampharra de terra lame provintie aprutii publicus ubilibet per totum prefatum regnum regia aucto-
ritate Notarius et Testes subscripti ad hec specialiter habiti rogati et vocati, Presenti scripto publico
declaramus notum facimus et testamur quod predicto die nobis predictis iudici notario et subscriptis
testibus personaliter accersitis ad nemus predictum ad requisitionem et preces nobis factas prò parte
laurentii Cavalerii de tramonto et Donati piccoli generalium sindicorum, nec non i'rancisci de russi..
Joannis de Tardiolo et sylverii de annecebino electorum regiminis et consilii terre precine, et nobis
ibidem existentibus, providus vir ioannes dominicus gagliardus de neapoli, Regius Porterius et com-
missarius ad mfrascripta specialiter deputatus per sacrum regium consilium ibidem corani nobis, cxliibuit
et presentavi! quasdam exequuteiales litteras eiusdem sacri Regii Consilii sibi directas in pi agami ino
scriptos, magno pendenti regni predicti sigillo munitas, tenoris et continentie subsequentis : — Carolus
quintus, divina favente Clementia Romanorum Imperate semper Augustus, Rex germanie, Joanna mater,
et idem Carolus eius filius Reges Castelle aragonum, utxiusque Sicilie, Ungarie, Dalmatie, Croatie,
Dominus Petrus de tholedo marchio ville franche, predictarum cesar, et cactholicarum maiestatum
in presenti regno vice rex, locumtenens et Capitanius generalis, Regiis Porteriis nostri sacri Regi con-
silii insolidum significamus, qualiter dièbus non longe decursis fuit ad instantiam universitatis et
hominum terre aprecine a sachro Regio Consilio expeditum mandateli tenoris sequentis: De mandato
Regis, ex previsione facta per dietimi excellentissimum consilium, regiis porteriis insolidum signifi-
cata, prò lente magnifici pardi pappe code fuit oblatum memoriale super eo videlicet quod ipse, tamquam
utilis dominus Castri pagani possidens Castrum predictum inliabitatuin. Oniversitas et honiines terre
aprecine nolebat introyre territorium «lieti Castri ad pasculandum glandandum et àrbores incidendum;
— 316 —
petiit propterea declarari eisdem non lìcere introyre dietimi territorinra sine licentia ipsius Magnifici
Pardi et territorium predietum esse liberimi et exemptum a quacumque servitute: Quo memoriali inti-
mato oniversitati et hominibus terre aprecine fuit prò ipsorum parte oblata petitio allegando ab anti-
quissimis temporibus fuisse et esse in antiqua pacifica et continuata poxessione pascua sumendi. aquandi
et pernoctandi omnia et quccunque eorum ammalia et in omni tempore, ac lignia incidendi in ter-
ritorio Castri pagani, absque aliqua solutione et fida; et factis in dieta causa nonnullis replicationibus
et presentato certo privilegio fuit tandem per decretum sacri Regij Consilii pro-
visum quod caperete informatìo de m estionis allegato prò parte hominum terre aprecine
ad effectum providendi que partium lite pendente fuerit conservanda in possessione Verum
prò int volens dieta Universitas uti iure pasculandi et lignia incidendi iurta verba
privilegi in processu deducti: quo decreto intimato et factis certis responsionibus fuit prò parte . .
spicandi, glandandi et pernoctandi omnia et quecumque ani-
iii dia in territorio Castri Pagani et lignia incidendi responsionem
prò parte ilicti magnifici pardi fuit facta replicatio quo decretum est
exceptis defensis et de
die tantum nec possint pernoctare casellas facere glandare vel spicare et tantum
lignia arida incidendi non autem viridia fructum afferentia Postmodum vero
prò parte .... universitatis et hominum diete terre fuit articulatim quod dieta univer
sitas ab antiquissimis temporibus fuit in pacifica poxessione pascua sumendi, aquandi, pernoctandi
et glandandi eorum ammalia in toto territorio castri pagani exceptis defensis et demanio
fructifera incidendi in omni tempore libere
et sine aliqua solutione, et sunt que in antiqua et pacifica poxessione prò comoditate animalium et
custodum et maxime prò pernoctatione faciendi in dicto territorio Piellaria (!) casellas
sine aliqua solutione et quod in eodem territorio apparent nonnulle peseine, tam antique quam moderne.
aque facte per cives diete terre apricene prò comoditate animalium ipsorum pascua sumentium et per-
noctantium in dicto territorio tis testibus prò parte universitatis et facta publicacione,
fuit prò parte diete universitatis presentata petitio in qua dicebatur quod per testes examinatos prò
parte ipsius universitatis pienissime apparebat fuisse verificatam tam antiquam quam recentem el coi -
tinuatam poxessionem ipsius universitatis et civium ipsius tene pascua sumendi, aquandi. pernoctandi,
lignia fructifera et infructifera incidendi, casellas, tyguria et terratas ac piscinas faciendi, spicandi
et glandandi, propterea fuit petitum debere universitatem conservari in dieta poxessione
predietorum: Et factis aliquibus responsionibus ac concessa dicto magnifico pardo
et postmodum prò eius parte petito beneficio et per decretum sacri consilii non concesso, fuit . . .
sub die duo decimo mensis decembris interpositum decretum tenoris sequentis: Die duode-
cimo mensis decembris millesimo quiugentesimo quadragesimo primo Neapoli: in causa magnifici pardi
pappacode cum universitate terre apricene, facta relatione in dicto sacro regio Consilio per magnifieum
utriusque iuris doctorem dominum Joannem franciscum braneiam regioni consiliarium et cause com-
missarium, Decreto ipsius sacri regii consilii provisum est quod predicta universitas et homines ipsius
conscrvontur in poxessione pasculandi pernoctandi et alia faciendi, prout in memoriali
cuiiiparitionibus et articulis continetur, cifra preiudicium iudieii poxessorii ordinarli et petitorii boe
suuin. Joannes franciscus branda, Cesar guerra prò segretario. A quo . decreto licet prò parte magni-
fici pardi fuisse reclamatimi, tamen quia fuit prestata fideiubxio in casu retractationis dieti decreti,
iuxta stillini et observanciam dicti saeri consilii, et prò parte diete universitatis fuit sepe in eodem
sacro Consilio instatum prò cxequtione dicti decreti dietimi sacrum eonsilium debite
providere liarum serie mandetur magnifico sigismundio pignatello balio et tutore dieti magnifici pardi
ac egregio Marco Eusso eius actori et procuratori quatenus dicto Decreto parere et
alias per dietimi sacrimi eonsilium procedetti! cantra ipsos ad expeditionem litterarum
exequutorialium et ad alia, ut iuris est. Datimi neapoli die duodecimo ianuarii 1542 hyeronimus scu-
trinus presidens, ioannes franciscus brancia intimato dietis magnìfico sigisrmvndo
pignatello et egregio marco russo, fuerimt adversns illud per dietimi magnificimi sigismundimi non-
nulla opposita, ac etiam adversus dictum premsertum decretum fuit ]ier dietimi magnifieum sigismunduin
nullitatibus, et tandem, factis in causa [psa hinc inde aliquibus replicationibus, fuit
— 317 —
per dietimi sacrarti regimo consiliari] Bervati servandis interpositum alind decretum tenoris sequerrfis:
die rigesirno octaro ianuarii millesimo quingentesimo quadragesimo secando Neapoli, fada relaeione
m sacro regio Consilio per magnificum utriusque irms doctorem ioannem frarteisetmi branciam regioni
coneiliaTÌnm -t cause comissarium, decreto ipsins acri regii consilii proróuBi esl q I decretum latrun
per sacrerò regioni consilinm die duodecimo deccinbris 1541 mandetur debite exequutioni nullital ilm -
et aliis oppositis non obstantibuE declar possint taceri- contenta in dicto decreto cum
snis anhnalibus tantum et quod possinl facere in toto territorio hoc suum: franciscus
branda, Cesar guerra prò segretario. Qnod decretum est die vigesimo egregio mare..
russo deinde faetis pre parte magnifiei pardi oretenus aliquibus oppesitìonibus super construeth
in dicto territorio pio vendichine aque ipsarum et ipsis discussi* et auditis magnifici*
advoeatis ambaruni fudt factum alimi decretum tenoris sequentis: die tertio decimo
meneis februarii millesimo quingentesimo quadragesimo secundo, facta relatione in sacro Consilio per
magnificimi utriusque inris doctorem ioannem franciscum branciam decreto fpsius sacri
Consilia provisum est quod lite de venditione ipsarum aquarum
cisternas seti piscinas prò eorurn usu tantum et eorum animalium et quod non
prout in decretis ipsis continetur cum eorum tantum utilitatibus
exceptìs tamen defensis per dictum sacrum consiliurn interpositum mandando dicto
magnifico sigismundo pignatello balio et tutori dieti magnifici pardi pappaeode ceteris aliis quibus-
cumque sub formidabili pena ut finem in perp et homines predicte terre apricene posse
in dicto territorio castri pagani, exceptis tamen (defensis), cum propriis animalibns pasculare, aquare,
pernoctare, alia facere prout in dictis pieinsertis decretis continetur, servata forma supradictorum prein-
sertorum decretorum, et taliter vos in hoc gerendo quod predieta preinserta decreta
smini sortiantur effectum ; mandantes propterea universis et singulis offitialibus regni huius, ntaioribns
et minoribns, quocunque nomine nuncupatis, quibusvis titulis, auctoritate, potestate et dignitate fun-
o-entibus comunalibus atque baronum, quatenus in premissis et circha ea per nos
exequendis et que necessaria fuerint pareant. obediant. et assistant, prestentque et prestari faciant per
quos decet omne auxilium et favorem necessarium prout fuerint a nobis requisiti Ita quod predieta
omnia, sine impedimento aliquo exequi valeatis, et quicquid per vos exequutum fuerit in pede pre-
sentium rescribatis, et contrarium non faciant omnes supradicti offitiales prò quanto gratiam regiam
ebaram habent penamque auri ducatorum mille cupiunt evitare: In quorum fidem presentes fieri fecimus
magno predictarum cesar, et catholicarum maiestatum sigillo pendente munitas. Datimi in castro novo
neapolis die ultimo niensis februarii millesimo quingentesimo quadragesimo secundo. Don Pedro de
Toledo, Joannes franciscus branda. Dominus vicerex locumtenens generalis mandavit mihi bernardino
martirano. vidit marsialis presidens solvat tarenos xn Saltinus prò tassatore in iustitia
locumtenentie f. xm sol. man. Ex esequtoria decreti lati in sacro regio Consilio in favorem univer-
sitatis et hominum terre apricene contra magnificum pardum pappaeode super iure pasculandi aquandi
et Ugna incidendi in territorio castri pagani in forma. — Die decimo quarto mensis martii quinte
decime indictionis millesimo quingentesimo quadragesimo secundo in nemore castri pagani provintie
capitanate, in mei subscripti iudicis notarii et testium subseriptionibus. Joannes dominicus gagliardus
de neapoli regius porterius sacri regii consilii et comissarius specialiter deputatus per dictum sacrum
consiliurn prò conservatione iurium universitatis et hominum terre apricene posuit et indixit generales
sindicos et eleetos regiminis et consilii diete terre in corporalem va(cuam) et expeditam poxessionem
retroscriptoram iurium, consignando eidem ramos arborum, manipulum herbarum et auriento aquam
a quadam piscina que dicitur Antonii de compara de eadem terra, ipsam traddendo in manibus eorumdem,
iuxta formam continentiam et tenorem retroscriptarum exequutorialium litterarum, stando molando
et deambulando per dictum territorium et nemus et alios actus faciendo, que vere realis et corporalis
assignationis denotant et inducunt. prò conservatione omnium iurium retroscriptorum et ipsis universitati
— 318 —
rt hominibus spectantium iuxta oarumdem litterarum et decretorum desuper interpositorum con-
tinentia, pacifico et quiete et nemine opponente seu contradicente. Requirens me notarium martinum
ciampharram de terra lame provintic aprutii ut de supradictis presenterà relationem facerem in dorso
retroscriptarum exequutorialium littorarum, ad cuius requisitionem presentem relationem propria maini
scripsi et meo solito signo signavi, presentibus Bernardino de rocia de sancto severo ad contractus
iudice et notano antonello gualterio nicandrense, Marcho de rocia de sancto severo, ioanne ....
. . . , . herede de supino et compluribus aliis testibus reservatis apponendis in istrumento per me
conficiendo, de quo rogatus fui tam prò parte diete universitatis et bominum quam prò parte . . .
ut supra quibus quidem commissionalibus litteris
per ipsum ioannem dominicum regium posterium et eommissarium
et obbedire ac
ipsam exequi corani nobis virtute diete sue concessionis sindicos et electos prò . . .
. . . iurium diete universitari et hominibus diete terre spectantium in corporalem vacuimi pacificum
et expeditum poxessum iuris pasculandi et omnia dicto territorio exequutoria-
libus litteris particulariter contenta, ut superius est expressum, quia requisitione facta et ea postniodum
consigliata dietis sindicis et electis nomine predicto omnibusqhe aliis et singulis sic ut premittitur
corani nobis ' factas et gestas, statini dicti ioannes dominicus porterius et commissarius et
sindici et electi nomine diete universitatis et hominum nos predictos iudicem notarium et testem requi-
siverunt quatenus prò certitudine dicti sacri r. consilii et cauthela diete universitatis et bominum pub-
blicuni conficere deberemus instrumentum. Nos enim eonsiderantes quod officium nostrum est publicum
et nomini denegare possumus ncque debemus presertim in bis que honestatem sapiunt et requirunt.
ad futuram perpetuamque rei memoriam certitudinem et eauthelam tam dicti sacri regii consilii quam
diete universitatis et hominum et eorum et cuiuslibet eorumdem hereduni et successorum de premissis
omnibus et singulis hoc presens publicum conficiendum duximus instrumentum, prout confectum est
scriptum per manus meas ipsius notarii supradictd signo meo solito signatura mei qui supra iudicis
et nostrum subscriptorum testimi! subscriptionibus roboratuin. Quod scripsi ego Martinus publicus ut
supra notarius qui premissis omnibus et singulis rogatus ac requisitus interrai ipsuraque meo solito
et consueto signo signavi. — Segue a destra il monogramma del notaro; a sinistra: Ego Bernardinus
de Rocia de Sancto Severio ad contractus Iudex ad predicta omnia interfui et me subscripsi. —
t Notarius Antonius Gualterius nicandrensis prò teste interfuit. — t Io Marco de Rocia de Sancto
Severio fui presente. — Io mastro nardo de Bonis de pectorane fui presente e se soscrise. — Ego
Cesar de Pizacano de terra maiori aromatanensi hic tester. — Ego Baldassare Canpanilius de Tra-
monto prò teste interfui. — Ego fui presens ut supra. — Ego Alfoncsus
Pallucius sanseverinus testis interfui. — Joannes Matteo de solasanto de nepi fui presente e ad fede
li" supscripto.
— 319 —
INDICE DEL VOL. IL0 — SERIE 4."
Classe di scienze morali storiche e filologiche
Parte prima — Jlemorie.
De Lollis. Il Consoni ere prò natale 0 (Cod. Vat. 3208) Pag. 4
Puntoni. Sopra alcune recensioni dello Stephanites hai Ichnelates » 113
Chiappelli. Glosse d'Irnerio e della sua scuola, traile dal manoscritto capito-
lare pistoiese dell' Authenticum » 184
De Stefani. Notizie storiche delle scoperte palei no logiche fatte nel comune di
Zirconio- Veronese (Con una tavola) » 238
Ferri. Il fenomeno sensibile e la percezione esteriore ossia i fondamenti del
Realismo (Parte prima) » 251
Schupfer. Degli usi civici e altri diritti del comune di Apricena. ...» 276
Parte seconda — Notizie degli Scavi.
Fiorelli. Notizie degli scavi. Gennaio 1886 » 3
Id. » » Febbraio (Con una tavola) » 31
Id. » » Marzo » 65
Id. - » Aprile » 107
Id. » » Maggio » 141
Id. » » Giugno (Con due tavole) » 175
Id. » » Luglio . " 213
Id. » » Agosto » 247
Id. » » Settembre » 285
Id. » » Ottobre » 339
Id. » » Novembre » 409
Id. » » Dicembre » 443
■ >
PARTE SECONDA
NOTIZIE DEGLI SCAVI
•'lasse di scienze .murai. i ecc. — Memorie — Sei-. I". Voi. II.
NOTIZIE DEGLI SCAVI
(tENNAIO 1886
Regione X. ( Vendici )
I. Cividate Alpino — Nota dell' ispettore cao. Pietro da Ponte.
Per cortesia del sig. Stefano Vielmi di Cividate Alpino in vai Camonica (Vanni, mì),
potei avere notizia di una recente scoperta colà avvenuta. Mentre facevasi uno sterro
per gettare le fondamenta di un muro, si incontrò un pavimento a mosaico, a piano
inclinato, orientato da est ad ovest. La parte messa in luce misurava circa m. 2,00,
ed era composta di opera tessellata a marmi bianco e nero, ed ornata, nel senso lon-
gitudinale, da ima greca. Alcuni pezzi di colonna che quivi furono trovati, con una
base al proprio posto, accennano ad un portico, che doveva ornare il sacello dedicato
a Giove, come è provato da questa iscrizione importantissima a belle lettere, incisa
in un cippo lungo m. 0,50. e del diametro di m. 0,30 :
I O M
I V R
D C S
È manifesto che l'appellativo IVR, dato a Giove Ottimo Massimo, si completi in
IVRARIO, che trova riscontro nel titolo scoperto in Roma nell'isola Tiberina, ripro-
dotto nel voi. VI del C. I. L. n. 379.
Il sig. Vielmi ricordò che poco lungi dal luogo dello scavo, fu pure scoperto
non sono molti anni, un busto muliebre marmoreo ; e anteriormente una lapide iscritta,
murata poi nella chiesa parrocchiale del paese.
IL Brescia ■ — Lo stesso ispettore riferì, che tra alcuni oggetti acquistati
nell'ottobre scorso pel civico Museo di Brescia, e provenienti dal territorio bresciano
trovasi una tavoletta di bronzo, di forma triangolare larg. m. 0,27 con margini a
listelli sagomati, che probabilmente era il fastigio di ima tavola di patronato. Vi è
inciso in caratteri poco regolari, e senza la stretta ragione di simmetria :
IVNI QVIET
T ■ PVBLICI • PARDALI
— 4 —
III. Sermide — H sig. prof. Mantovani annunziò essere stato scoperto nel
podere Loghino presso Sermide, nel territorio mantovano, un tegolone col bollo:
C • COR ■ POL
A s. Martino in Spino nel comune medesimo, si trovarono alcune monete imperiali di
bronzo ; e due fittili, cioè un vasetto ed un' olla, notevoli per essere stati congiunti
tra loro con un filo di bronzo attortigliato a spirale, che dall'orlo superiore dell' olla
passava pel vasetto, e terminava in una specie di bottone.
Regione XI. {Transpadana)
IV. TalaniOlia in Valtellina — L'ispettore degli scavi in Sondrio sac,
prof. Antonio Maffei seppe, che nei lavori per l'ampliamento del cimitero in Ta-
lamona, mandamento di Morbegno, erano stati rimessi a luce molti antichi oggetti;
e si affrettò a chiederne esatte informazioni al sig. ing. Clemente Talenti, che aveva
assistito allo scavo, e che non mancò di dare al sig. ispettore le dilucidazioni richieste.
Da una lettera del predetto sig. ing. Valenti , edita nel giornale l' Eco della
Provi aci a di Sondrio (anno V, n. 1, 7 genn. 188(3). ed indirizzata al prof. Maffei,
risulta che le scoperte avvennero nello scorso anno, e che furono raccolti primieramente
molti cocci fittili, ed alcuni vasi intieri; una fiala di vetro; coltelli ed anelletti di
ferro, ed un pezzo di cucchiaio di bronzo.
Recatosi l'ing. Valenti sul luogo, e fatte allargare le indagini, riconobbe clic vi
si celava un vetusto sepolcreto, come veniva dimostrato dalla terra fina e nera, dai
carboni e dalle ossa umane che si scoprivano.
Le quali scoperte avvenivano alla profondità di chea im metro dal suolo, e gli
oca-etti si trovavano disseminati luncro una stessa linea, dall'alto al basso; ed in
DO
modo che i più leggieri erano nel punto più basso, come se vi fossero stati spinti
da qualche forza; il che fece ritenere, che il sepolcreto avesse risentito i danni di
ima frana, cagionata dall' impeto del vicino torrente Roncaiola.
Soggiungeva il sig. ing. Valenti nella sua lettera, che i frammenti fittili rive-
lano varie forme e varia tecnica, essendovi per quanto si può desumere dalle notizie
date, utensili di bucchero italico lavorati a mano, e vasi a vernice corallina. Donde
nasce vivissimo desiderio, che il materiale raccolto per lo zelo del sig. Valenti, e
destinato alla collezione archeologica di Sondrio, sia esaminato da qualche dotto, il
quale sia iu grado di determinarne a pieno il valore storico ed artistico; massime
riferendosi la scoperta a quella valle di cui, per ciò che spetta all'archeologia, pochis-
simo si conosce.
V. Bogno — L' ingegnere G. Quaglia fece sapere, dietro richiesta dell' ispet-
tore iu Como can. V. Barelli , che iu Bogno , paese posto tra Besozzo e le sponde
orientali del lago Verbano, e precisamente nel fondo Chiosctto, furono rimesse in luci-
alcune tombe romane a cassa, composte di embrici, e contenenti urne cinerarie e pic-
coli vasi, che per la pressione si erano infranti. Le tombe erano contornate di ciottoli
messi a difesa, e da terriccio nerastro, fra cui erano pezzetti di carboni e di ossa,
indizio della cremazione effettuata sul posto.
— 5 —
VI. Caronno-Glliringkello — Lo stesso sig. ingegnere riferì, che nel po-
dere denominati) Papa, nel comune di Caronno già pieve dell" antico Seprio, pago
del territorio mediolaneuse (C. /. L. V. p. 601), furono scoperte a mezzo metro sotto
il piano della brughiera due urne, alte m. 0,33, diam. nella bocca m. 0,30, e nella
massima espansione m. 0,37, coperte da mattoni e contornate dai soliti ciottoli e da
terra nericcia, avanzo del rogo. In una di esse era una piccola cuspide di lancia.
Nella medesima località si rinvennero, anni sono, altre tombe, alcune delle quali
in cassette rettangolari, la cui suppellettile fu distrutta dai lavoranti.
VII. Milano — Il sig. ispettore prof. Pompeo Castelfranco diede comunica-
zione di una scoperta di bronzi antichi, avvenuta entro la città di Milano, scoperta
che a suo credere potrà dare occasione a ricerche utilissime, per lo studio della storia
vetustissima del luogo.
Questi bronzi, che vennero in mano del sig. iug. Camelli, il quale gentilmente
li fece esaminare dal sig. ispettore, sono per la loro forma oggetti di tipo comune,
e che trovano riscontro in altri rinvenuti nel territorio limitrofo. Ma acquistano rara
importanza, a giudizio del sig. prof. Castelfranco, per la remota età a cui debbono
essere riferiti. Sono due fìbule e sei anelli. La prima fibula, rotta ora in più pezzi,
pesava chea 176 grammi, ed è simile ad altre rinvenute nel Lodigiano (cfr. Bull, di
Paletn. it. ann. IX, tav. VIII, fig. 1 ). La seconda im poco più piccola, del peso di
grammi 41, trova pure riscontro in altre del territorio di Lodi (o. e. tav. VIII, fìg. 2).
Degli anelli, cinque sono a nodi ; il più leggiero del peso di 15 grammi, ed il più
pesante di gr. 29 ; uno a sette nodi, due ne hanno otto, e due nove ; e questi sono
i più pesanti. Corrispondono pel tipo ai bronzi già citati del Lodigiano (V. Bull, di
Paletn. ann. IX, tav. VIII, fìg. 11). Il sesto anello, di un tipo sconosciuto, del peso di
grammi 24, è a sezione lenticolare biconvessa, con cerchietti incavati a scopo orna-
mentale.
Furono questi oggetti trovati alla profondità di m. 2,50, in terra gialla vergine,
nel giardino cortile deU'ospedale di sant'Antonino, entro la cinta attuale dei bastioni,
vicino al Naviglio (antico fossato della lega lombarda del XII secolo), a chea m. 400
dall' antico rnuro romano, e sul prolungamento di una delle più antiche arterie della
città, corrispondente ad una porta antichissima. Parrebbe che la scoperta non debba
considerarsi come isolata, e che in quel sito si celi un vetusto sepolcreto; perchè a
qualche metro di distanza dal sito ove si raccolsero i bronzi, si incontrò una specie
di ciotola fìttile, contenente residui di antica cremazione. Ciotola e ossa combuste
andarono infrante e disperse dall'operaio, per avidità del solito tesoro.
È da sperare che regolari indagini saranno eseguite, e che frutteranno copioso ma-
teriale per lo studio.
Regione VII. (Etruria)
Vili. Sarzaiia — L' ispettore sig. Paolo Podestà riferì, che demolendosi un
vecchio muro in una villa del marchese Giacomo Gropallo, situata nell'estremità
sud-est del circuito interno dell'antica Limi, si rinvenne un 'epigrafe latina scolpita
— 6 —
su lastra marmorea, la quale era stata adoperata come materiale di costruzione.
La lapide misura m. 0,26 X 0,27 X 0,07, ed appartiene alla gente Tet/ia, ricordata in
altre epigrafi lunensi (cfr. Promis, Antichità di Limi n. 3, 36, 41).
hTE TT I O
demosthenI
j/IC ■ DECVRIONES
bLONIQ^LVNENSES
VoREM • AVGVSTA
ATVITVM • PRIMVM
IJEDERVNT
IX. Monte San Pietro — (Frazione del comune di Fabbro in provincia
di Perugia). Annessa ad una fattoria che domina una ventina di piccoli predi, sparsi
qua e là sul monte san Pietro Aquaeortus, è ima chiesetta del sec. XVI, rifabbricata
sulle rovine di altra chiesa medioevale, o sopra i ruderi di qualche tempietto pagano ;
innanzi alla quale chiesetta trovasi un cippo di pietra locale, che reca l'iscrizione
seguente, la cui lezione desumo da un calco cartaceo :
H E R C V L I
S A L V T A R I
TI CLAVDIVS
DENTO • AVG
LIB • V • S • L • M
Si ebbero queste notizie ed il calco dal sig. G. C. Valenzauo, vice segretario
del Ministero dell'Istruzione, al quale bisogna esser grati per aver fatta conoscere
un'epigrafe, di cui niente finora si sapeva. Il cognome Beato, che ricorre poche sole
volte nelle iscrizioni latine d'Italia (cfr. C. I. L. V, n. 3775, 4175), si incontra una
sola volta nelle iscrizioni spagnuole (ib. II, n. 3896) , una volta nelle iscrizioni
della Pannonia (ib. III, 4252), ed una volta nelle africane (ib. Vili, n. 7117).
X. Orvieto ■ — Furono proseguiti gli scavi nella necropoli volsiniese in
contrada Gannicella , e ne fu compilato il giornale che segue dal sig. ingegnere
R. Mancini.
10-31 decembre 1885. Alla profondità di circa m. 7.00, si seoprì una tomba
arcaica, orientata ad ovest, intatta, scavata entro un masso di tufo, con la volta a
botte, dell'altezza di m. 1,75, mentre le spalle sono alte m. 0.50. La camera misura
m. 2,60X2,00. Conserva tre banchine all'intorno ; ed in quella di fondo, alta m. 0, 20
più delle altre, era deposto un solo cadavere incombusto. La porta che misura m. 1,25 X 0,60,
ha l'architrave lievemente tagliato ad arco. Di oggetti sparsi nella terra si raccolsero :
Ferro. Una lancia lunga m. 0.46. Un coltello lungo m. 0,18. — Fittili dipinti. Due
boccali rotti (oenochoe), con linee orizzontali rossastre nel corpo. Boccale più piccolo.
Due piattini con linee rossastre. — Bucchero italico. Undici vasi e tazze di più
forme e grandezze, in parte rotte. — ■ Cocci ordì miri. Grande olla senza manichi,
alta m. 0,47, diametro dell'orificio ni. 0,23.
Altra tomba, dello stile della necropoli nord, venne a luce presso quella ora
descritta. Non vi si trovarono, die alcuni resti di una tazzina fìttile a figure nere,
e frammenti di bucchero con rilievi; e ciò per essere stata quella tomba derubata in
varie epoche.
Altra tomba a monte ed in linea di quella ora descritta, si rinvenne alla pro-
fondità di m. 5,00 circa, con orientazione ad ovest. È composta di grandi blocchi
di tufo ; si riconobbe non essere stata mai violata. È dello stile più antico, e sembra
che vi fossero stati deposti tre cadaveri incombusti e due combusti. Misura all'interno
m. 2,65X2,10X2,50. La porta è di m. 1,62X0,61. Di oggetti, dei quali non si
potè conoscere il primitivo posto, perchè varie volte andarono a galla sull'acqua in-
filtrata dalla volta, si raccolsero : Argento. Due spia-ali semplici del diam. di m. 0,02
ciascuna, non che frammenti di altre due spirali più grandi. — Vetro. Frammenti
di globetto per collana. — Bromo. Frammenti di quattro fibule semplici, delle quali
una grande con ambra infilata. Catino semplice, rotto, del diam. di 0,28, con un
pezzo di cuoio tutt'ora attaccato sull'orlo esterno. Altro mezzano del diam. di 0,22.
Altro più piccolo, rotto, di m. 0,17. Tazzina ad alto manico di diam. 0,09. Boccaletto
alto m. 0,19. — Terracotta. Dieci fusaruole di varia grandezza, — Ferro. Frammenti
di un candelabro e di due spiedi. Lancia lunga m. 0,22. — Fittili dipinti di arte
locale. Tre tazze a calice ad alto piede, in parte rotte, con strisce nell'orlo e nel
corpo di colore rossastro. Quattro boccali (oenochoe) di varie grandezze, in parte rotti.
Piccolo lacrimatoio alto m. 0,08. — Bucchero etrusco ed italico. Quarantasette vasi
di varie forme e dimensioni, alcuni dei quali sono rotti. — Fittili ordinari. Due
grandi olle senza manichi, di forma sferica, una delle quali in frammenti. Vuoisi av-
vertire, che nella banchina destra, a metà circa del cadavere ivi collocato, rinven-
nesi una piccola rete di filo di cuoio, che si riconobbe fosse stata ripiegata, mante-
nendo le dimensioni di m. 0,30 X 0,22. Andò perduta non .appena l'aria incominciò
a penetrare nella tomba, e solo im piccolissimo pezzo ne rimase intatto.
Seguì poi la scoperta di altra tomba arcaica, che trovasi in linea con le pre-
cedenti, orientata ad ovest. Fu depredata varie volte ; e rinvennesi piena di terra ed
in parte distrutta.
Alla precedente fece seguito altra tomba identica, riconosciuta integra, orientata
anch'essa ad ovest, come le sopra descritte. Le dimensioni interne misurano m. 2,00
X 2,70 X 2,75. Aveva una sola banchina di fronte, ove era deposto un solo cadavere
incombusto. La porta, alta m. 1,70X0,65, ha l'architrave in piano. Di oggetti vi si
raccolsero: — Ferro. Coltello di forma comune, lungo m. 0,25. — Bronzo. Un pezzo
di aes rude. — Fittili dipinti. Tre boccali (oenochoe) di più grandezze, con striscie
orizzontali, rossastre nel corpo. Due tazze come sopra. Tre piccoli lacrimatoi. — Buc-
chero etrusco od italico. Cinque vasi di varie forme e dimensioni.
1-24 gennaio 1886. A poca profondità dal suolo, sì riconobbe una traccia di
tomba ad una camera, totalmente distrutta. Sparsi nella terra si trovarono: Oro. Due
semplici spirali; diam. m. 0,08 ciascuna. — Fittili dipinti. Frammenti di ima pic-
cola tazzina senza figure. — Terracotta. Due fuseruole:
Alla distanza di circa 20 metri dalla suddetta, verso ovest, si trovò una tomba
a cassa, le pareti della quale erano costituite da piccoli e rozzi tufi, senza cemento.
Misura m. 2,20X1,50X3,00. Era stata già esplorata, e si trovò ripiena di tufi, con
resti di cadaveri. Tre di tali tufi dovevano appartenere all' architrave della porta,
leggeudovisi lettere etnische del titolo funebre. In due che combaciano si vede :
^VVMASSN^l/l^iwi
nel terzo frammento rimane:
Gli oggetti raccolti furono: Oro. Due anelli semplici da dito, del diam. di 0,012
ciascuno. — Argento. Due anelletti semplici. — Bronzo. Sette pendenti semplici, cir-
colari. Otto pezzi di aes rade. Armilla semplice del diam. di m. 0,09. Strigale lunga
m. 0,23. Specchio non graffito, del diam. 0,13. Frammenti di due altri specchi con
graffiti. — Osso. Manico di specchio in due pezzi, lungo m. 0,09. — Terracotta.
Sette fuseruole di varie grandezze. Quattro pesi o piombi piramidali. — FU Hli ordinari.
Olla a due manichi, non che quindici vasetti e piattini di varie forme e grandezze.
XI. Civita Castellana — Il sindaco di Civita Castellana riferì al Mini-
stero, che in contrada Celle, a non molta distanza dalla città, il sig. Giuseppe Gemma
nel piantare una vigna trovò vari frammenti di sculture fittili, che si riferiscono alla
decorazione di un piccolo edificio sacro.
Begione VI. {Umbria)
XII. Isola di Fano (Comune di Fossombrone) — Nel sito medesimo ove
avvenne la scoperta della bellissima statuetta di bronzo di stile arcaico, ritenuta rap-
presentanza del dio Vertunno, e descritta dal prof. Milani nelle Notizie del 1884, (ser. 3a,
voi. XIII, p. 620, tav. I), fu scoperta un' altra statuetta pure di bronzo, di perfetta
conservazione, coperta di quella patina che in generale hanno i bronzi rimasti sott' acqua,
come quelli della stipe votiva di Vicarello; donde riceve nuova conferma la supposi-
zione del marchese Broli (Bull. Inst. 1875, p. 75, sq.), che cioè in quella contrada
presso l' Isola di Fano, lungo il torrente Tarrugo, fosse stato il culto di qualche sor-
gente salutare, alla cui stipe votiva dovevano appartenere i due bronzi recuperati in
questi ultimi tempi, e gli altri scoperti nel decennio precedente.
Il nuovo oggetto alto m. 0,15, compreso il perno per l'impiombatila, rappresenta
un Frcole tutto nudo, che alza il braccio destro, stringendo la clava nodosa. Lo stile,
sebbene un poco trascurato, rivela la stessa officina donde uscì il Vertunno, massime
se si confronta il modo con cui sono eseguiti gli occhi. La statuetta fu aggiunta alla
pubblica raccolta Oliveriana di Pesaro.
XIII. Spoleto — Il sig. Giuseppe Sordini ha fatto sapere, che in occasione
degli scavi intrapresi innanzi il palazzo comunale di Spoleto, e precisamente dal lato
di mezzogiorno, è stato scoperto a m. 2,65 di profondità un grande e ben conservato
mosaico, a tasselli bianchi e neri. Sembra che la parte scoperta non sia che la cor-
nice di un grande mosaico, il quale non può misurale meno di m. 20,00 ili lato. Si
veggono per ora semplici ed eleganti ornati geometrici, e fogliami di molta vaghezza.
Si è trovata anche una mozza statuetta in terra cotta, di buon lavoro, ed una tavoletta
in marmo bianco, che porta scolpita in una faccia un Satiro seduto, nel! altra un
— 9 —
cavallo marino. Si raccolsero pure vari frammenti marmorei, di bronzo, di intonachi
e di vetri. Presso all' edificio che ora si sta scavando, ne è un altro mezzo nascosto
da dirute fabbriche, assai grandioso nelle sue proporzioni.
Neil' ultima settimana di novembre, si rinvenne un idoletto di bronzo rozzissimo,
mancante di una mezza gamba ; alcuni pezzi di osso lavorati, a forma di manico; un
tronco di colonna scanalata di travertino, del diametro di circa un metro ; varii grossi
pezzi di colonne simili, ma di marmo bianco; un frammento di ornato architettonico
in pietra bianca ; alcuni pezzi di bronzo ossidato , irriconoscibili ; molti frammenti
di vetro e di stoviglie.
Si potè poi riconoscere, che il musaico si estende verso levante con ricchezza e
varietà di disegni, e che formava il pavimento di un vasto peristilio, a cui apparten-
gono le colonne sopra riferite. Per mezzo di un foro si potè precisare la lunghezza
del fregio di un intercolunnio, nella misura di m. 3,30 circa. Il muro maestro del-
l'edificio è formato esclusivamente di grandi e belle pietre diligentemente commesse,
e rivestite di intonaco dipinto ad encausto. Molti frammenti di questo intonaco pre-
sentano traccie di decorazioni pittoriche di molta finezza. Insieme a molti vetri, sonosi
raccolte tavolette di marmo, di vario colore; un pettine di avorio con ornati e fregi:
una rotella d'avorio e frammenti di bronzo. Tra alcuni materiali fu pure riconosciuti!
i resti di un vaso, tagliato in un pezzo di roccia basaltica.
XIV. Terni — L' ispettore sig. marchese Giovanni Eroli di Narni riferì al
Ministero, intorno alle scoperte di antichità avvenute di recente presso Terni ; per le
quali è molto a dolere, che le autorità del luogo non abbiano prese tutte quelle cure
che si sarebbero richieste. Queste scoperte avvennero in occasione dei lavori per la
nuova fabbrica detta l'Acciaieria, nel luogo già denominato s. Agnese e s. Paolo.
perchè sotto il titolo di questi due santi sorgevan quivi, sopra assai antiche rovine,
due monisteri, presso la via privinciale della Valneriua, distante da Terni due chilo-
metri circa, e dal fiume Nera circa duecento metri. Per quanto al sopra ricordato
sig. ispettore riuscì di sapere, in quella contrada ove si estendeva la necropoli del-
l'antica Interaniaa Nahars, si scoprirono numerose tombe: altre ad umazione, con-
sistenti in fosse semplici e povere, ovvero in fosse recinte e coperte di lastre di cal-
care ; altre poi a cremazione, consistenti in urne fittili, entro le quali erano stati de-
posti gli avanzi del rogo. Come ognun vede, queste scarse notizie fauno crescere il
rammarico per la mancanza di persona esperta nel tempo dello scavo, quando avreb-
bero potuto essere raccolti documenti preziosi, per trattare con migliori aiuti le que-
stioni difficili sui rapporti vetustissimi che corsero tra le genti italiche ; massime rife-
rendosi queste scoperte ad un sito dell'Umbria, ove finora poco si conosce del periodo
più remoto, in confronto del molto che se ne raccolse nella prossima Etruria. Debbo
quindi limitarmi ad accennare i pochi oggetti, che da queste opere malamente ese-
guite si recuperarono, dei quali una parte passò nella biblioteca del comune di Terni,
essendo stati acquistati dal direttore della biblioteca stessa sig. Ettore Sconocchia :
altri passarono nel Museo preistorico di Roma, per compra che ne fece da un mer-
cante il direttore del Museo medesimo; altri finalmente vennero comperati dal sig.
marchese Eroli, al quale devo esser grato di queste comunicazioni.
Classe di scienze morali eco. — Memorie — Ser. 4a. Voi. II. 2
— 10 —
Questi oggetti sono : circa settanta fibule di bronzo di varia forma e grandezza, più
o meno conservate ; alcune semplici, altre a figure geometriche graffite, con ornamenti
di osso o di bronzo nell'estremità dell'arco, o pendenti dagli ardiglioni. Alcune, mas-
sime per il piatto in cui terminano, ricordano quelle scoperte nel sepolcreto vetustis-
simo delle Arcatelle, nella necropoli tarquiuiese dei Monterozzi ; una poi è similissima
a quella trovata nelle tombe a pozzo del sepolcreto di Vetulonia , che è riprodotta
nelle Notizie dell'anno 1885, tav. IV, fìg. 19 ; altre ricordano i tipi riprodotti dal
Gonestabile nel libro Sopra due dischi di bronzo dittico italici (tav. VII, fig. 1, 3, 6;
tav. Vili, fig. 5) ; altre finalmente ripetono il tipo descritto dal eh. Helbig, nel suo
recente lavoro Sopra la provenienza degli Etruschi, edito negli Annali del 1884
(Mommi. 1884, tav. Ili, fig. 19).
Seguono varie armille di bronzo , alcune grandi , firmate a lamina ripiegata e
tonda, vuote nelT interno ; altre più piccole, di forma diversa, per lo più a fettuccia
od a cilindro di sottilissimo filo. Alcune sono prive di ornamenti ; altre sono abbellite
con impressioni di cerchi concentrici, o a graffiti di linee parallele.
Non mancarono le lancie pure di bronzo; alcune semplici, col cannello per l'im-
manicatura, altre coli' elsa, alla quale doveva essere attaccata l' impugnatura di legno
o di osso.
Meritano poi di essere ricordate delle rotelle, col foro nel centro, credute orna-
menti 'di aghi crinali (Notizie 1882, tav. IH, n. 7), e coltelli - rasoi lunati. Uno di
essi conserva bulinature a dente nella parte interna del taglio, ed il segno M , come
altri oggetti simili.
Si ebbero pendaglietti di bronzo, uno dei quali ricorda quello trovato nel ripostiglio
della Tolfa (Notizie 1880, ser. 3a, voi. V, p. 374, fig. 5), salvo che nel mezzo è minore il
numero dei raggi; ed un disco del diam. di mill. 114, con buco nel mezzo, circon-
dato da cinque cerchi concentrici di buchi minori, oggetto che il eh. Eroli dice simile,
quantunque di minori proporzioni, a quello edito da Lindenschmit (AltertMmer an-
tere/' Heidnischer Yorzeit. Mainz 1870, voi. I, tav. 7; voi. II, tav. 8). Ricorda poi
delle coppe di bronzo, altre semplici , altre coli' orlo spianato e tutto punteggiato a
linee verticali; finalmente descrive una lastra di m. 0,12 X 0,10, ornata con punteg-
giature a sbalzo, formanti nel mezzo due linee quadrate, entro cui corre un ordine
di punti meno piccoli, ed intorno all'orlo due linee simili, occupando lo spazio inter-
medio un ordine di rozzi animali a punteggiature a sbalzo, i quali somigliano a delle
informi anitre. Non mancarono pezzi di aes nule.
In ferro si ebbero lancie e pugnali; ed in terracotta furono salvate solo alcune
fusaiuole, e dei cilindri a doppia copocchia, con impressione delle linee a croce da ambo
i lati. È da dolore che nessun vaso ossuario o di corredo sia stato salvato; ma non
mancheranno le premure dell' amministrazione pubblica , per rintracciare quelli che
reputati di poco conto da gente imperita, furono venduti fuori di città, secondo venni'
riferito al Ministero dal sig. ispettore Eroli.
Sembra che nella contrada stessa, ove fu scoperto questo sepolcreto di età pre-
romana, sieno state rimesse a luce anche tombe di età romana. Lo dimostrerebbe que-
sta notizia, avuta pure dall'ispettore Eroli-.
u- Un pezzo di marmo bianco, lungo ni. 0,52, alto ni. 0,14. e dolio spessore di
— li-
ni. 0,06, fu trovato a poca distanza dal sito ove si rinvennero i bronzi sopra accen-
nati. Vi è incisa la iscrizione seguente, che fu edita nello scorso anno iwll' Annun-
iiatore Umbro-Sabino :
D M
MASVRAE I VL I AE >
IVSTINAE > QJ/AE VI >
XIT > MECVM > ANNIS >
XXXV>M>IIH>DIEB>XI>
IVLIVS I V L I A N V S >
CONI VGI INCOM
PARABILI
L' angolo inferiore del marmo, tagliato a cornice, lascia supporre che fosse stato
prima adoperato in ornato architettonico di qualche edificio ».
L' ispettore ingegnere Benedetto Faustini riferì poi, che presso Terni, lungo la
strada provinciale che conduce a Narni, e poco lungi dal torrente detto Stroncone,
nella proprietà del sig. march. Francesco Cinconi, si è rinvenuto un nucleo di mu-
ratura, avanzo probabile di un monumento sepolcrale del primo secolo dell'impero.
In prossimità si scavarono alcuni pezzi di marmo statuario semplicemente squadrati.
e due intagliati. Il primo pare una parte angolare del basamento del sepolcro, e consta
di una gola dritta e di un toro. Il secondo è la parte soprastante alla cornice, ed
ha scolpite due candeliere a volute, che ornavano le facce del pilastro d' angolo del
sepolcro.
Regione I. {Latium et Campai/in)
XV. Roma — Nota del prof. eomm. R. Lanciani.
Hai in ae IL È stato condotto a termine lo scavo del mosaico a chiaroscuro, con
rappresentanze atletiche, incominciato a scoprire tre mesi or sono nel vestibolo della
casa degli Anni al Celio, entro il perimetro della villa Casali : la rappresentanza è
divisa in due gruppi. Il gruppo a destra è composto di un pugillatore ignudo, in atto
di tergersi il sudore, e di un lanista con la ferula nelle mani, il quale dice al vinto
campione :
A -LAPO- NI
VIC-TVS-ES
Il gruppo a sinistra rappresenta un secondo lanista, che consegna al fortunato atleta
la palma della vittoria. Tanto i due lanisti quanto il vincitore, hanno in capo una corona
vittata. Tra l'ultima figura a sinistra e la parete della stanza, corre la leggenda:
A • MEL
AT-TI
CV
Neil' istessa villa Casali è stato messo in disparte un chiusino di chiavica, ricavato
da ima antica lastra marmorea: 1' epigrafe che vi si legge trovasi riprodotta nel C. I. L. VI,
n. 8641.
— 12 —
Negli scavi per le fondamenta dell' ospedale militare in villa Casali, è stata sco-
perta una lapide sepolcrale, in lastra scorniciata di marmo.
L • VALERIVS • HALYS
VALERIAE • SVCCESSAE
CONIVGI • OPTIMAE • ET
P • SVILLIO • HALO • FILIO ■
CARISSIMO • FECIT • ITEMQ_i
"l^^SVILLIO • PHILADELPHOET-
s>iXLIAE • HALINE • ET •
/'aleìUAE ■ HALINE • FILIS
pOSf\ERlSQWE ■ EORVM ■
Neil' istesso luogo un bollo rotondo :
EXPRASINIAE QVADRATILL OP DOLA FLAV
MAXIM GALLICA • ET VETER CoS
grappolo
Regione II- V. Nei lavori di sistemazione della via Tasso presso la Scala Santa
prosegue la scoperta della caserma degli Equiti Singolari, e quella della strada che
le corre dinanzi. Si è trovato il muro di cinta ed il termine dell'aula contenente i
piedistalli, ed ora incominciano ad apparire celle, con pareti del secolo III, rozzamente
intonacate e dipinte. Sono poi tornati in luce questi altri titoli, che continuano la serie
delle epigrafi edite nello scorso mese (Notizie 1885, ser. 4!\ voi. I, p. 698).
5. Piccolo cippo scorniciato, scoperto nelT angolo nord-ovest dell' aula grande, con
la patera e 1' urceo sui fianchi, e con la dedicazione che segue :
e D A F
M E N M A
N H I AE
AVRELIVS
PLACIDVS
VSL-L-M
6. Ara, marmorea, alta m. 0,70, con la dedicazione:
MA R T I
SANCTO
SACRVM
— 13 —
7. Cippo, alto db. 0.74, che ha in fronte:
I-OM-IVNONIMINERVAE
MARTIVICTORIAE-HERCVLI
FORTVNAE MERCVRIO FELICITATI
FATISSALVTI-CAMPESTRIBVS sic
SILVANO • APOLLINI ■ DIANAE
EPHONAE MATRIBVS- SVLEVIS •
ET GENIO ■ SINGVLARIVM ■ AVGVSTI
CETERISQVE • DIS • IMMORTALIBVS
VETERANI MISSI • HONESTA MISSIONE
EX EODEM NVMERO-AB-lMP
TRAIANO HADRIANO ■ AVGPP
CAMERINOETNIGROCoS a. 138
VIÌTlDVS • IANV ARIAS • QVI MILI
TARE • COEPERVK • PISONE • ET • BOLANO • COS
L • L • M • V • S
111
Nel lato destro a caratteri minutissimi:
M ■ DECIMIVS • PROCVLVS • EX DVPL ■ FL ■ SIRMI
T ■ FLAVIV S • MARTIALIS • EX ■ DVPL ■ VL OESCI
P • AELIVS S • CANDIDVS • EX • SIGNT • FL ■ SIRNl
M • VLPIVS • PVDENS EX ARMOR CVST FL SIRIVl
MVLPIVS QJINTVS • FL SIRMI
P • AELIVS NASO ■ VL OESCI
8. Lastrina marmorea, di m. 0,15 x 0,15.
NOREIAE
SACRVM
it. Lastrina di bigio, di m. 0,23X0,16, securiclata con quattro t'ori pei chiodi
in sugli angoli:
P- AELIVS -LONGINVS-
7 LEG • I • MINERVIAE
TABVLA • POSVl EX
hOSTENSVM • DEO
RVM • POSITVM ~
V- Idvs OCTOBRES
10. Cippo con cornice e pulvini, e con quattro colonnine tortili sugli spigoli. Nel
— 14 —
fregio, sulla fronte, simpulo, patera, e bucranio. Nel fianco s. figura di Giove con 1' asta
ed il fulmine; nel fianco d. figura di Marte barbato con la lancia e lo scudo.
In fronte:
VOTO ■ SVSCEPTOSACR-
[OVl -OPTIMO MAX- SOLI
DlVlNOMARTIMERCVR
HERCVLI • APOLLIN SILVAN
ET • DlS • OMNIBVS • ET • GENIO •
IMP • HADRIANI • AVG • ET
GENIO • SINGVLARIVM
M-VLPIVS-TERTIVS-ClVES
TRI BO C VS • CL ■ ARA -MISS VS
HONEST • MISSION • EX ■ NVMER
EQ^SING • AVG • VTFF- ID ■ I ANVAR
ASPRENATEH ET LIBONE • CoS a. 128
VOT • SOLVIT • LIBENS ■ MERITO
Nel lato posteriore:
VOTOSVSCEPTO-SACR-
IVN-VICTORIAE-FORTVN
FÉ LI CITATI -MINERVAE
CAMPESTRIB • FATls • SALVT
ET-OMNIBVS- DEABVS -ET
GENIO- IMP • HADRIANI
AVG ET GENIO SINGVLAR
M- VLPIVS • TERTIVS- ClVES
TRIBOCVS CL-ARA-MISSVS
HONEST MISSION EX NVME
RO -EQ^SING AVG- Vili -IDIAN
ASPRENATE -IT- ET -LIBONE CoS
VOTVM • SOLVIT • LIBENS • MER
a. 128
11. Cippo alto m. 0,28, con timpano ornato di due maschere sceniche, a i I"
li antefisse, e rilievo rappresentante un animale incerto, che divora una testa di ariete :
CAMPE STRIB VS
M -VLPIVS
VEGETVS • DEC • F
EXSINGVLARIBAVG
VOTO- POSVITLAETV
LIBENS -MERITO PRO
S E ■ E T • S V I S
L5
12. Cippo alto m. 0,75 :
IO • M • IVNONI • MINERVAE
MARTI • VICTORIAE • HERCVL
MERCVRIO FELICITATI
SALVTI-FATISCAMPESTRIBVS
SILVANO- ÀPOLLINIDEANAE
EPONAE MATRIBVS SVLEIS
ET • GENIO • SING ■ AVG
MVLPIVS • FESTVS • S- DECPRlN
EQ_- SING • AVG
V ■ S • L • M
13. Piccolo cippo, col simpulo e la patera sui lati:
I • O • M ■
P • AE L I VS
C E L S V S
E Q_V E S • S I N
AVG- T VR-
VLP-AGRIPPIN
V • S • L • M
14. Simile, col simpulo e la patera, alto m. 0,90:
I • O • M
EX- VISO
C- IVLIVS
CERTVS • >
LEG-XIII-GEM
PRIMVS
HASTATVS-
POSTERIOR
V- S • L -M-
15. Cippo simile:
I O V I
DOLICHE NO
PRO SALVTE -"N
EQ_SING • AVG
Q_- MARC1VS
ARTEMIDORVS
MEDICVS • CAS
TRORVM-ARAM
POSVIT
— 16 —
Hi. Simile, liscio, alto m. 0,35:
I O V 1
M-VLPIVS
MARTIALIS
EQ-SIN- A Ve
T • VRBANI
V • S • L • M-
17. Simile, liscio, di travertino, alto m. 0,86:
PETIGANVS
PLACIDVS
TO VT AT I
MEDVR1NI
VOTVM- SOL
VET • ANNI
VERSARIVM
18. Simile, di travertino, alto m. 0,66, lettere rubricate:
M-VLPIVS
BITVS
EQ^S-AVG
APOLLINI
V • L • P
L9. Cippo alto m. 1.15 :
(fronte)
I O V I • O i i i ivi O
MAXIMO • IVNONI
MINERVAE MARTI
VICTORIAE • HERCVLI
FORTVNAE ■ MERCVRIO
FELICITATI • SALVT1S • FATls
CAMPESTRIBVS • SILVANO
APOLLINI • DIANAE • EPONAE
MATRIBVS • SVLEVIS • ET
GENIO • SING ■ AVG
CETFRISQ_- Dls • IMMORTALIB
VETERANI . MISSI
HONESTA MISSIONE EX EODEM
NVMERO • AB • IMP ■ TRAIANO
HADRIANO-AVG- P • F
L-AFLIO-CAESARE-TI-ET-P-COELIO'BALBINO-COS
L • 1. • V • M • S
— 17 —
(lato sinistro)
/NT • MILIT • ORFITO ■ ET PRISCINO OS a. 1 10
-IONESTA MISSIONE ■
v s
/ s
M • V / S
IVI • VLPI V S
M ■ VLPI V S
M ■ VLP I V S
M • VLP I V S
C • I VLIV S
M • VLP I V S
TI CLAVDIVS
T FLAVIV S
M- VLP I V S
M • VLP I V S
M • VLP I V S
C • IVLIV S
M- VLPI V S
M • VLP I V S
M- VLP I V S
M- VLPI V S
M- VLP I V S
TACITV S
EQJ/ESTE R
MARC V S
V I ATO R
l'RISCV s
uovi ncialIs
SAC s
V I C T O R
N I C E N V S
L VCI A N V S
D AS I V S
QVINTV S
V I C T O R
EQ_VESTE R
M A RCV S
SIMILI S
L I C 1 N I V S
SATVRNINVS
BAGORV S
Vili
IDVS
IAN
ARM
AST
SIG
ARM
SIG
SIG
Può essere che il cognome dell' undicesima linea dica ingenvs in luogo di nicenvs
(lato destro)
MISSI • HONESTA MISSIONE
TI- CLAVDIVS
L • VALERIVS
P • AELIV S
T • CLAVDIVS
7- • CLAVDIVS
M • VLPIV S
M • VLPIV
C • IVLIV
M • VLPIV
M • VLPIV
M • VLPIV
C • IVLIV
M • VLPIV
L • ATTIV
C • BARBIV
M • VLPIV
M • VLPIV
T • FLAVIV S
M • VLPIV S
M • VLPIV S
s
s
s
s
s
s
s
s
s
s
s
L V P I O
FEST V S
S VR 1 O
PROCVLV S
QVARTV S
TITVLLV S
DOMITIV S
T V T O R
FLAVO S
valentInvs
C A P I T O
F I RM V S
VE R V S
I N G E N V
ROMVLV
D ASI V
MVCAPO
PRAESEN
SECVNDVS
MARTIALIS
SIG
TAB
OPV
ARC
SIC
SIC
SIG
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4", \ "1. IL
— 18 —
20. Cippo simile, pulvirtato, alto m. 0,80 :
I O M
IVNONI • MINERVAE
MARTI- VICTORIAE- HERCVLI
FORTVNAE ■ MERCVRIO
FELICITATI-SALVTIS-FATIS sic
CAMPESTRIBVS- SILVANO
APOLLINI DIANAEEPONAE
MATRIBVS SVLEVIS CETERISQVE
DIS IMMORTALIBVS
GENIO • NVMERI ■ EO_; SING ■ AVG
P AELIVS-LVCIVS-7-LEG-vTl-GEMINAE
V • S • L ■ L ■ M
21. Simile, con l'uroeo e la patera, alto m. 0,79:
IOVI • IVNONI
SOLI • L VN AE
HERCVLI • MINERVA
MARTI • MERCVRIO
CAMPESTRIBVS
TERRAE . CAELO
MARI • NEPTVNO
MATRIBVS • SVLEIS
GENIO • IMI1
M ■ VLP I VS • NONIVS
VETERANVS • AVG
CIVES ■ NEMENS
V ■ S • L • M
22. Simile, alto m. 0.70. Punti incerti:
I • O • MIVNONIMINERVAE
MARTI • VICTORIAE • HERCVLI
FORTVNAE • MERCVRIO ■ FELICITATI • FATIS
SALVTI • CAMPESTRIBVS- SILVANO ■ APOLLINI
DIANAE • EPONAE • MATRIBVS • SVLEVIS • ET
GENIO • SINGVLARIVM ■ AVG ■ CETERISQ^ DIS
IMMORTALIBVS • VETERANI ■ MISSI • HONESTA
MISSIONE • EX • EODEM • NVMERO ■ AB
1MP • TITO • AELIO ■ ANTONINO ■ AVG • PIO • P • P
TITO ■ AELIO • ANTONINO ■ M ■ AVRELIO
CAESARE • COS a. 140
QVI • MILITARE • COEPERVNT • VERGILIANO
ET • MESSALLA ■ COS ■ CELSINVS • INGENVS SING a. 1 1 ">
VLPIVS • REPENTINVS • HAST TI ■ IVLIVS CLEMEN
VOTO SOLVERVNT • ANIMO LIBENTI
— 19
23. Simile, alto m. 0,76 :
a. 108
(fronte)
[. O • M • IVNON1
MINERVAE • MARTI
VICTORIAE ■ MERCVRIO
FELICITATI ■ SALVTI ■ FATIS
CAMPESTRIBVS-SILVANO APOL , LI
DIANAE ■ EPONAE ■ ET ■ GENIO !
SINGVLARIVM • AVG ■ VETER
MISSI • HONESTA ■ MISSIONE
EX • EODEM • NVMERO ■ AB • IMP
HADRIANO • AVG
PPLLMV-S
PONTI ANO • ET ■ ATILI ANO-OS a. 1 3?
Q_V I MILITARE
COEPERVNT
GALLO • ET • BRADVA ■ OS
(lato sinistro)
M • VLPIVS • APRILIS • EX ■ ASTIL
M • VLPIVS • VICTOR ■ EX ■ LIBRA
P • AELIVS • RESTITVTVS
M • VLP • NIGER • EX ■ ASTI
M • VLP • FIRMVS • EX ■ SIGNIF
P • AELIVS • ANTONINVS
M • VLPIVS •EMERITVS- EX -SIG1NF
P-AEL-AN NlVS
M • VLPIVS • INGENVS ■ EX ■ SIGNIF
(lato destro)
M • VLP • VALERIVS
M • VLP • DEXTER
M • VLP ■ VICTOR
M • VLP • ALPICVS • EX ■ TABLI
M • VLP • SATVRNINVS
M ■ VLP • TITVS • EX ■ ASTI
M • VLP ■ DEXTER ■ EX ■ ARM
1TEM • EX • CAVSA
P • AEL • VALENS
T • FLAVIVS BIZENS
24. Simile, alto m. 0,80
- 20
(fronte)
I-OMIVNONI
MINER • MARTI • VICTORI
MERCVR • FELICIT ■ SALVTI
FATIS-CAMPESTRI • SILVANO
APOLLINI • DIANAE • EPONAE • ET
GENIO ■ SINGVLARI VM ■ AVG • VETE
RANI • MISSI • HONESTA ■ MISSION
EX • EODEM ■ NVMERO • AB • IMP
TRAIANO • HADRIANO ■ AVG • P ■ P
L • L ■ M • V • S
L-CAEIONIO COMMODO
SEX -CIVICA POMPEIANO
QVI ■ MIL • COEPERVNT
PALMA • ET ■ TVLLO ■ CoS a. 109
(lato sinistro)
ex • ARMOR
M • VLP • SATVRNIN RAETVS
P • AEL • T VTO R
M • VLPI • ANNI V S
M • VLP • M ARC V S
M • VLP • VALENS • EX • TAB LIF
M- VLP • BASS V S
P • AEL • ROM ANI V S
M ■ VLP MACEDO ■ EX • ASTIL
M VLP PIV S
(lato destro)
MVLP-SECVNDVS-EXARM
M • VLP SVCCESSV S
T • FLA -CRESCE S
T • FLA- APVLEIVS • EX -SING
P • AELI • MAXIM V S
M • VLP • PVDENS • EX- SIGN
C • VALE ■ LONGV S
M- VLP-MAVETVS • EX • SIGN
M • VLP CLAVDIV S
— 21
25. Simile, alto m. 1,30 :
MARTI ■ SANCTISSIMO ■ ET
GENIO • IMPTAELI ■ HADRIANI
ANTONINI • AVG ■ PlI • P • P ■ ET
AVRELIO • CAES • VETER • MISSI
HONESTA • MISSIONE • EX • N • SING
AVG • QVI • MILITARE • COEPERVNT
IMP • HADRIANO ■ II ■ COS • QVOR
NOMINA • IN • LATERIB • INSCRIP ■ SVtf
LAETI • LIBENTES • POSVER • STATVA
MARMOREA ■ CVM • SVA • BASI
TORQVATO- ET • HERODE • COS
IDIB • MART • SVB • PETRONIO
MAMERTINO • ET • GAVIO • MAXIMO
PR • PR • ET TATTIO MAXIMO ■ TRIB
ET • CENTVRION • EXERCITATOR
FL • INGENVOIVLIO-CERTO'VLP-AGRIPPA
PONTIO • MAXIMO ■ MISSI • PRID • NONAS
IANVAR
a. 118
a. 143
P
P
P
P
P
P
M
P
P
P
C
P
P
P
TI
(lato sinistro)
AELIVS VETTIVS
AELI VS
AELIVS
AELIVS
AELIVS
AELIVS
VLPI VS
AELIVS
AELIVS
AELIVS
I VLI V S
AELIVS
AELIVS
AELIVS
SECVNDVS
SATVRNINVS
TVENDVS ■ SIC
VICTOR
LVCIVS
MARCELLINVSARC
INGENVS
SILVANVS
VIATOR
FINITVS
DEXTER
TAVRINVS-SIG
BITVS • TVB
CLAVDIVS IVSTVS
SIG
— 22
(lato destro)
P'
AELIVS VALENS • DEC ■ F • EX ■ N
ECLj SING ■ AVG
p
■ AELIVS •
DASIVS ■ ARC
?•
AELIVS
PERPETVS
p
AELIVS
S E R E N V S
p
AELIVS
R O M A N V S
p
AELIVS
S VCCESSVS -SIC
p
AELIVS
AVGVSTALIS
T
FLAVIVS
V A L E R I V S
P
AELIVS
GENIALI S
C
■ IVLIV S
MARCELLINVS • SIG
P'
AELIVS •
PEREGRINVS • AST
P
AELIVS
VALENS
C
• IVLIV S
L AT IN VS ■ ARC
T
• FLAVIVS
MARCELLVS
P
AELIVS
M AXIM VS
Regione VI. Dinanzi alla fronte del Ninfeo degli orti Sallustiani, ed alla pro-
fondità di 18 metri sotto il piano del nuovo quartiere, è stata ritrovata una statua
marmorea acefala, di stile imitante l'arcaico, alta sino alla frattura del collo m. 1,39.
Esprime una figura di giovinetta, vestita di tunica e chitone, con le gambe e le braccia
in attitudine perfettamente simmetrica. La tunica ha pieghe verticali parallele : i lembi
del chitone sono sollevati dalla fanciulla, con graziosa movenza delle braccia e delle
mani. La fanciulla inoltre è alata. L'insieme di questa rara opera d'arte è piacevole,
ma la esecuzione non ne è perfetta.
Regione XIII. Quasi nel centro della piazza dell' Emporio, a profondità che variano
dai m. 1,20 a m. 5,45, sono stati ritrovati due magnifici blocchi di africano, uno dei
quali con le sigle rubricate :
i... xim
Si raccolsero inoltre cinque blocchi di cipollino, e dodici metri cubi di scaglioni di
giallo e di serpentino. Si è contemporaneamente messo in chiaro, che il rettangolo
dell' Emporio non ha pavimento o lastricato di sorta, ma che era invece piazza o area
sterrata.
Prati ili Castello. Nel costruirsi la fogna di una nuova strada sulla linea di pro-
lungamento dell' asse di Castel s. Angelo, e a cinquecento metri incirca dallo spigolo
del bastione settentrionale, è stato ritrovato un gruppo di fabbriche del primo secolo
dell' impero, costruite in cortina neroniana di straordinaria perfezione.
Il gruppo comprende una fila di stanze (nove, sino ad ora), larghe ciascun;! m. 3,50,
addossate ad una piscina, ossia ad un ambiente rettangolo rivestito di signino, e luugo
circa 30 metri. Questo ricettacolo è pieno di ossa umane, tino alla altezza di in. 1,80
dal piano del pavimento. Non è possibile stabilire d'onde provenga questa massa enorme
di scheletri, e se l'ossuario abbia avuto origine inseguito di qualche epidemia, o in
seguito di fazioni di guerra combattute nella zona del Castello.
L' edificio, connesso forse con i giardini neroniani, era sontuosamente decorato.
— 2A —
Le scale hanno gradini marmorei: i pavimenti sono di mosaico policromo: gli intonachi
finissimi, conservano tracce di affreschi alia pompeiana. Ma l'abbondanza delle acque
di filtrazione rende impossibile ogni seria ricerca.
Via Latina. Facendosi nuovi scassati nella vigna Aquari, è stato ritrovato un
cippo di travertino, largo 00 cent, con l'iscrizione:
A- FOLVI AL
PAMPHILI
IN AGR-P XVI
IN FRONT • PXII
Presso l' imbocco della cava di pozzolana di Lorenzo Belardi, nella tenuta di Arco
Travertino, ed a breve distanza dalla basilica di s. Stefano, al III miglio di via Latina.
sono stati scoperti in suolo di scarico questi due titoletti sepolcrali :
a) D • M • S
ANNIAE • ANTONIN
AE ■ FILIAE • FECERVNT
APP • ANNIVS • EPAPH
RODITVS • ET • HERE
NNIA • FELICLA-
PARENTES
b) D M
CAESIAE • BLASTE
NLQ_VAN-IIII-M-IIL
DXXV VAL • VENE
RIA-ET-BASILISOS
PARENTES ■ FIL • DVL ■ F
Via Nomata no. Dal colombario di villa Patrizi, descritto nelle Notizie dello
scorso decembre (ser. 4a, voi. I, p. 702), provengono le due lapidi seguenti:
a) Stele marmorea con antetisse ,
alta m. 0,75, larga 0,45
C • VIRT
/7RB
AIL ■
/iX • AN
M-
b) Lastra semplice, di 0,57 X 0,34
SEX • GR^
O • TI • STAT • AVG
7 IVSTI • L • VI • RI • VS
IVLI-A-NVSGN-APV
SI- VS- CE • LERI-NVS
C- POM- PI • LI • VS-FO
R • TV • NA • TVS • H • B • M • F
N I • P R(
MIL • CHC\
7-MESSIAN
ANN • Villi- v /iX-ANlTs
XXVII • AMICO -B
FECIT
CARANTIVS • POS
T V M Y~X V S
H| |S
Via Salaria. Demolendosi il casino di una vigna già del principe Torlonia, fuori
la porta Salaria a sinistra, daUa parte cioè che guarda la villa Borghese, sono stati
ritrovati i due marmi che seguono. Non saprei dire se le iscrizioni sieno inedite, perchè
ignoro se i due marmi fossero impiegati come materiali di costruzione, o come mate-
riali di decorazione nel casino distrutto.
a) Sarcofago marmoreo, lungo m. 2,10. Sugli angoli, coppie di figure virili togate,
stanti sopra suggesti: seguono due specchi baccellati. Nel mezzo, cavaliere col cavallo
riccamente bardato, e addestrato da una figura virile, che regge nella sinistra un' insegna
— 24 —
militare. Dietro il cavallo, figura giovanile muliebre tunicata, con attributo incerto
nella destra. L' iscrizione è quasi illegibile ; a me è sembrato che dica :
VT PALLADI PARTVM FLEVERE CAMENAE
FLEVERVNT POPVLI QVOS CONTINET OSTIA Dll
IVLIVS NICEPHORVS PATER INFELIX FECIT
b) Piccolo cippo marmoreo:
D M
MARCIO • HERODE
MARCIVS
ASCLEPIODORVS
FRATRI- RARISSIMO
(Autemnae). Ordinandosi gli spalti dinanzi la fronte del forte di Antemne, sulla
via Salaria nel ciglio stesso del monte, dalla parte del confluente dell' Aniene col Tevere,
si vengono discoprendo avanzi di edilìzi, costruiti nel reticolato proprio degli ultimi
tempi della republica, e risarciti nei primi due secoli dell' impero. La parte più note-
vole del gruppo è ima piscina, o ricettacolo di acque piovane, divisa in tre gallerie
longitudinali, col muro di perimetro rinforzato da speroni. Nelle terre di scarico sono
stati trovati frammenti di cornici marmoree, lastrine da pavimento in giallo, portasanta
e palombino, un frammento di mattone con bollo rettangolare: c/sr, ed altro in cui
si legge:
SIC
Via Tiburtina. Mi recai ad esaminare le antiche cave di travertino, aperte nell' età
romana nella tenuta del Barco, presso le Acque Albule.
Vi conduceva una grande strada o diverticolo, che staccandosi dalla Tiburtina
all' altezza dell' odierno stabilimento delle Albule, corre in linea retta sino al luogo
delle cave stesse. La strada è in uso tuttora, e va al casale del Barco : è fiancheggiata
da un mino di cinta, fabbricato due o tre secoli or sono, con i poligoni basai tini dell'antico
selciato. Benché questo indizio abbia grande valore, perchè la silice non si trova in
queste contrade, non mancano altri documenti per confermare e l' antichità e l' impor-
tanza di questa strada. Innanzi tutto, essa è fiancheggiata da sepolcri e da mausolei
nobilissimi, del quale il maggiore si è quello su cui sono piantate le fondamenta della
torre del Barco. Il mausoleo è intatto sino all'altezza del primo piano, ed è costruito
con blocchi di travertino assai grandi, ed egregiamente commessi. Altri sepolcri di minore
importanza si veggono sui margini del diverticolo, nel tratto che discende verso il ponte
Lucano. Parallelamente alla strada, e distante m. 12,00 dal suo margine, corre un
acquedotto, che quantunque non presenti una caratteristica spiccata di antichità, pure
non esito ad attribuire al periodo romano, quando le cave erano in pieno esercizio.
L' importanza dell' acquedotto consiste sopra tutto nella sua portata, che è pari a quella
della Marcia. Ma ciò che merita la maggiore considerazione in tutto questo gruppo
è la cava istessa romana, dalla quale sono stati estratti oltre a cinque milioni e mezzo
di metri cubi di travertino, conforme può dedursi dalla misura del vuoto, tra le due
opposte pareti verticali, ha cava rimase abbandonata dalla caduta dell'impero, sino
ai giorni nostri, nei quali da egregi ingegneri è stata riattivata. Di questo dato cro-
nologico danno prova le incrostazioni calcari, formate sopra la cava del Bareo dalle
Acque Albule, che nelle prime incursioni dei barbari, uscite dal corso in cui i Romani
le avevano inalveate, si diffusero per la campagna. Dalla cava del Barco provengono
i travertini del Colosseo e del teatro di Marcello, delle Septa, dei ponti e dei tanti
altri editici lapidei dell'antica città.
Via Ostie use. Sul fianco sinistro della via Ostiense, circa duecento metri prima
dell'ottavo termine chilometrico, nella tenuta del Torraccio, riserva il Prato Verde,
esiste un tumulo o poggio di forma conica, alto circa 4 metri sul piano di campagna,
del quale aveva da lungo tempo sospettato l'origine artificiale, e desiderata la
esplorazione. Il voto è stato esaudito, in seguito di uno scavo clandestino quivi
eseguito. 11 cono trae origine dalla rovina di un grandioso sepolcro, del quale
rimane il solo ipogèo. Questo è di forma quadrata, con quattro arcosolì, ed è costruito
in reticolato degli ultimi anni della republica o dei primi dell' impero. Quando ho fatto
sospendere 1' abusiva escavazione, essa era già arrivata al livello delle acque sorgive:
perciò non saprei dire se la spogliazione completa del monumento, da me constatata,
sia opera dei tempi scorsi, ovvero sia stata compiuta in questi ultimi giorni.
XVI. Ostia — Lo scavo compiuto nei mesi di dicembre e gennaio abbraccia
un' area lunga ottantasei metri, larga venticinque ; ed ha richiesto il taglio ed il tra-
sporto agli scarichi di seimila e quattrocento metri cubi cri terra. E tornata in luce
una bella ed ampia strada, fiancheggiata ad oriente da un edificio laterizio di carat-
tere pubblico, che non ho ancora avuto agio di esplorare: ad occidente da un altro
edificio di opera quadrata, la cui disposizione si avvicina a quella caratteristica delle
Horrea. Tutto il gruppo è orientato con l' asse del Teatro e del Foro, e presenta un
aspetto grandioso, e simmetrico con i gruppi vicini.
Fra gli oggetti ricuperati nel corso degli scavi, sono specialmente notevoli : una
testa marmorea muliebre, grande al vero, con acconciatura di tipo arcaico : un busto-
ritratto di fanciullo, di eccellente artificio e conservazione: due gentili figurine di bronzo,
esprimenti genietti alati : parecchie centinaia di monete : e la consueta messe di uten-
sili domestici in bronzo, in osso, in terracotta. Seguono alcuni frammenti epigrafici:
1. In lastra di marmo:
n/MENT-
DR.MEJV
S.BASCA
2. In scheggie di anfore:
a) CVIVCVNT.N l'i ANNGENIAlS c) M e FVSCI
XVII. Ariccia — Avendo il prof. Barnabei esaminato il tesoretto di denari di
argento rinvenuto negli orti di proprietà Chigi attraversati dall' Appia, presso Ariccia,
del quale si diede l'annuncio sommario nelle Notizie dello scorso ottobre (ser. 4a, voi. I.
p.603), riconobbe che il ripostiglio si componeva di 213 pezzi, quasi tutti appartenenti
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Sei. -la. Voi. II.
— 26 —
agli imperatori Ottone I, II e III (962-1002). Due soli erano di Arduino (1002-1004,
1007-1014), uno del re Sassone Aethelred (978-1016). uno finalmente della zecca di
Limoges, col noto tipo di Odone re di Francia.
XVIII. Civita Lavinia — Nel terreno del sig. Ambasciatore d' Inghilterra si
è posta allo scoperto 1' ala estiva del portico, che fronteggia 1' edificio descritto nelle
antecedenti relazioni. L' ala è interamente chiusa dalla parte di mezzogiorno, con parete
continua di opera reticolata, e guarda la tramontana diretta. Il portico si compone di
pilastri rettangoli, dai quali sporgono mezze colonne di opera reticolata assai perfetta.
L'ambulacro interno è largo circa tre metri, e lungo circa venticinque. Nello scavo
si vengono raccogliendo frammenti, appartenenti alla bella schiera di cavalli marmorei,
trovata sul principio del decorso anno. Fra gli oggetti dell' uso domestico, che si rin-
vengono in una certa copia, è notevole una coppa integra di vetro, a fondo purpureo
con fogliami bianchi ed azzurri, a rilievo.
Il sig. ispettore cav. A. Strutt riferi, che il sig. Clemente Rossi nel suo podere
vocabolo s. Pietro, scoprì un frammento di lastra marmorea larga m. 0,45, adoperata
per scolo di acqua in una conduttura sotto il pavimento di antica fabbrica. Nella faccia
inferiore questa lastra conserva il seguente frammento epigrafico, di cui l' ispettore
stesso ebbe la cortesia di procurassi un calco.
BIONÀM*l€TTGo
YCAYOGPevAAen/
TAT6PCJNnÀT€ PÀC
11OICX€YÀTOAOIC0IA
pwNGPenTA repoN
Sicilia
XIX. Siracusa — Nota del comm. Francesco Cavallari.
Alcuni contadini lavorando le loro terre in vicinanza dell' anfiteatro, incontravano
ostacoli al progredii- dell' aratro a causa di grandi massi di pietra. Recatomi sul luogo,
verificai che tra i massi trovati, esistevano tronchi di colonne del diametro di m. 0,60
circa, unitamente a vari frammenti di pezzi di tufo intagliati, che furono tosto tra-
sportati dentro il recinto dell' anfiteatro.
Avendo latte altre ricerche, ebbi la fortuna di trovare un simulacro di un leone,
a trenta metri distante dal luogo ove, tra il 1833 ed il 1834, scoprii la bellissima testa
di Giove, che ora è nel Museo nazionale. Questo luogo corrisponde a nord-est dell' anfi-
teatro ; e sebbene 1' esistenza dei tronchi di colonne lascino supporre, che 1' antiteatro
fosse decorato nella parte esterna da portici, pure quei ruderi e quella scultura non
accennano ad opere di età romana, ma ad età anteriore. 11 Leone supera hi lunghezza
di mei 1 circa, è scolpito in tufo finissimo, e dalle parti conservate si conosce essere
stato perfetto lavoro di buonissimi) stile. Manca una parte della testa, ma se ne rico-
nósce la bocca, la posizione degli occhi e parte della criniera; mancano pure le quattro
— 27 —
zampo, ed appariscono sul lato e nel capo le offese prodotte dall'aratro. Pare che l'ani-
male fosse stato rappresentato dritto, e minaccioso.
Sardinia
XX. TliaiTOS — Nello scorso anno, essendosi intrapreso il rilievo topogra-
fico dell'antica necropoli di Tharros nel comune di Cabras, circondario di Oristano,
In creduto opportuno di eseguire nella necropoli stessa alcune indagini, scegliendo
<iuel sito ove meno pareva avessero apportato danno i precedenti ricercatori di anti-
chità, i quali avendo sempre scavato pel solo fine di rimetter fuori gli oggetti, di-
strussero molti di quegli elementi che giovano tanto al progredire della scienza. Gli
scavi nella zona determinata dal R. Commissario e dal direttore del Museo di Cagliari,
furono diretti dal soprastante Filippo Nissardi , che diede prova del maggior zelo,
esaminando le cose con la voluta diligenza, e compilando il giornale che segue :
5 giugno - A nord di Torre vecchia, ed a poca distanza da questo sito, si
aprirono tre trincee, cominciando dalle roccie che stanno sulla sponda del mare, nelle
quali si notavano traccie di antichi loculi. Si scoperse tosto un lastrone rettangolare,
di m. 0,80 X 0,65 X 0,20, poggiato orizzontalmente sulla roccia, con gli interstizi
chiusi da argilla plastica.
Smosso questo lastrone, si trovò un leggiero strato di altra argilla, e quindi
un'urna di forma cubica, in pietra calcare, rozzamente lavorata, avente un vano di
m. 0,21 X 0,37 X 0,21, ed incassata in un foro praticato nella roccia, il quale misu-
rava m. 0,55 X 0,45 X 0,40, corrispondendo alle dimensioni esterne dell'urna predetta,
che apparve ripiena di argilla. Tolta questa con cautela, sebbene un poco difficilmente,
subito sotto si trovarono le ossa imiane combuste, mescolate con terra, ed in mezzo
a queste un oggetto di bronzo, abbastanza consumato dall'ossido, avente la forma di
corona coi bordi lavorati a giorno, simili ai merli di una torre. Alla parte opposta
poi si raccolse il manico di una situla di bronzo, avente nel mezzo un anello, a cui
è unita ima catenina di lunghe maglie, formate di filo dello stesso metallo, che va
a finire ad un altro anello, un poco più grande del primo, e parimenti di bronzo.
(3 detto - Si continuò lo scavo nelle medesime trincee, in linea prospiciente il
mare, e si trovarono diversi loculi coperti di lastroni calcari come il primo, otturati di
argilla, e contenenti urne fittili di forme comuni, e ripiene di ossa combuste. Non
vi si rinvenne dentro alcun oggetto.
7 detto - Si aprì una nuova trincea in una delle parti violate della necropoli,
e ciò per accertare se nelle zone di terreno che parevano non essere state smosse, si
potesse trovare qualche tomba lasciata immune dai primi depredatori. Si scoprì una
tomba violata, a poca profondità dal suolo.
8 detto - Si proseguì lo scavo fino ad incontrare la roccia, e si trovarono le solite
urne, entro loculi, disposte in fila e piuttosto ordinate, coperte con lastroni di cal-
care, due dei quali sormontati da rispettivo dado in pietra lavorata, che costituir
doveva la base od il zoccolo del monumeuto, che quivi doveva sorgere. Neil' interno
delle rune, alcune delle quali si estrassero intiere, niente altro si trovò che ossa
combuste.
— 28 —
lu una nuova trincea si scoprirono diverse tombe scavate nella roccia, e si die
mano a sterrarle.
9 detto - Proseguendo le esplorazioni delle tombe sopra accennate, si trovarono
violate, e prive di qualunque oggetto.
10 detto - Fu allargato lo scavo, eoli' apertura di nuove trincee, trasversali alle
prime, e coli' approfondire di più le trincee già incominciate.
11-13 detto - Si giunse colle indagini fino alla profondità della roccia, ed oltre
alle solite urne, si trovò una sepoltura costruita con embrici, nella quale era ima mo-
neta di bronzo di medio modulo, appartenente, a quanto pare, ad Antonino Pio; e
nelle trincee delle tombe violate fu raccolto un anello di argento in forma di staffa,
ed un piccolo orecchino pure di argento di forma semplice. Si raccolse parimenti una
piccola moneta punica di bronzo, con la testa di Astarte e la protome di cavallo, og-
getti tutti che sfuggirono ai primi violatori. Meritano di essere ricordate due pietre,
alte ciascuna m. 0,30, in forma di piccole are.
16 detto - Furono iniziate due altre trincee accanto alle ultime, per meglio de-
terminare la zona da esplorare, lasciando da parte quelle, ove sarebbe stata vana ogni
speranza di trovamenti.
Si giunse fino alla profondità della roccia, nella quale non pare sia stata prati-
cata opera alcuna, a causa delle sua pessima qualità; e ciò fece ritenere che oltre
quel punto, né tombe con camera, né semplici sepolture si potessero incontrare.
Fu tentato un nuovo saggio nella parte superiore, ove la roccia appare alla su-
perficie ; e quivi si scopri una sepoltura o loculo, scavato nel masso abbastanza super-
ficialmente, di forma quadrangolare fino alla profondità di m. 0,10, e quindi oblungo.
Accanto fu scoperto altro sepolcro, tutto rettangolare. Sgombrata la terra, che pel-
le molte radici dava segno che il luogo fosse intatto, si incontrarono alla profondità
di m. 0,15 i resti dello scheletro, che argomentando dalla suppellettile funebre, pare
sia stato di una giovine donna. A m. 0,65 dalla testa, nella posizione delle braccia
si rinvennero due braccialetti di oro massiccio, formati da un grosso filo, il quale va
assottigliandosi da ambo le estremità, che ripiegandosi l'una siili' altra formano due
nodi a scorrere, permettendo così che il braccialetto si possa allargare o stringere
a talento. Nella posizione del collo, si trovò poscia una medaglia formata da sottile
lamina di oro, nella quale è impressa a stampa una Cibele seduta su di un leone:
diametralmente opposte ha due anse, formate da un filo dello stesso metallo, schiac-
ciato e saldato nella parte opposta della medaglia. Non avendovi trovato alcun og-
getto unito, e neppur altro avanzo, credo si debba ritenere che la medaglia dovesse
stare da sola, aderente al collo per mezzo di un nastro. Nella posizione dei piedi, si
trovarono deposti l'uno sull'altro due piccoli dischi o crotali di bronzo, uno un poco
più grande dell'altro. Più innanzi ancora, e proprio presso il piede destro, si raccolse
uno specchio di argento col manico dello stesso metallo, del diametro di m. 0.13; e
sotto a questo un denaro di oro di Vespasiano con la leggenda imp. caes. Vespa-
sianiiS .1".'/. (testa di Vespasiano a sin.; e sul rov. nell'eserg. cos viti; l'impera-
tore stante a sin. con asta nella destra e parazonio o scettro nella sin., coronato da
una Vittoria alata con palma). Sotto il medesimo specchio, si raccolsero pure minu-
tissimi pezzi di un vasetto di vetro. Verso il piede sinistro poi stava un braccialetto,
■>ll —
formato di tanti pezzi di lignite (?), lavorata come spicchi di un arancio. Circa dieci
di questi pezzi erano intieri ed aderenti fra loro ; gli altri , che (ormavano la metà
del braccialetto medesimo, per quanta cura siasi posta nel levarli, si tolsero in fram-
menti minutissimi. Finalmente, poco lungi, verso il piede sinistro giacevano tre mo-
nete, una un gran bronzo di Erennia Etruscilla, l'altra un piccolo bronzo di Trobo-
niano Gallo, la terza finalmente una monetina di argento di Vibio Volusiano. Da
questo stesso lato e sempre ai piedi, si trovarono due gemme, l'ima emisferica di
agata bianca, l'altra ovoidale di vetro azzurro. Nel passare poi al crivello la terra,
sf salvarono due piccoli ornamenti di argento, che forse appartengono alla decorazione
della cornice dello specchio, ed una statuettiua di avorio, rappresentante una donna
ignuda in piedi (Venere?), con le mammelle e gli occhi di argento, alta mill. 39,
mutilata nelle gambe per corruzione dell'avorio stesso, e mancante di una parte del
braccio destro.
17 detto - Si scopri l'altra sepoltura attigua, e levati gli strati di terra, si trovò
lo scheletro ben conservato. Giaceva col capo volto a destra e con le mani giunte;
mentre le coscie e le gambe si stendevano sopra uno strato di calce viva, indurita,
che dai lombi veniva in giù. Del cranio non rimasero che pochi avanzi; così pure
della parte addominale. In direzione del gomito destro, stavano l'uno sulT altro due
dischi o crotali in bronzo, ed in direzione delle mani un anello, di fattura simile a
quella dei braccialetti dell'altra tomba, cioè formato con massiccio filo di oro, avente
ima gemma di pasta bianca in forma di un piccolo globo, forato e girevole in se
stesso in uno dei capi del filo metallico, che va ad allacciarsi a spira. Vicino alla
• tibia destra era una verga quadrangolare di vetro attortigliato, terminante alquanto
in punta, della lunghezza di m. 0,16. Per ultimo nella direzione del piede sinistro.
si raccolse un medio bronzo di Faustina iuniore, avente nel rovescio la Fecondità ; e
quindi tra la terra e la calce, sopra cui giaceva il cadavere, un crotalo o disco di
bronzo.
Proseguiti gli scavi attorno e vicino a queste tombe, uull'altro fu incontrato che
un loculo contenente un vaso fittile, che andò in frantumi e che conteneva ossa combuste.
18 detto - Si continuò lo scavo nelle stesse trincee, senza risultato veruno. Si
sa di certo, che i primi violatori della necropoli di Tharros furono quelli, che tolsero
e distrussero i pezzi squadrati dei monumenti superstiti, avidi solo della pietra lavo-
rata, e trascurando affatto o poco curando le cose sottostanti. Gli altri che seguirono,
andarono alla ricerca del solo oro; e tutto il resto che incontrarono sconvolsero e gua-
starono. Quelli finalmente che vennero terzi, per raccogliere le spighe sopra un campo
mietuto, trascurarono le ricerche superficiali, uè si fermarono presso le tombe che
trovarono scoperchiate; così avvenne che le due tombe descritte vennero risparmiate.
19 detto - Si continuarono le trincee nella parte bassa della necropoli, colla spe-
ranza di trovare altre sepolture non violate ; ed alla profondità di m. 1,60, si incontrò
uno strato di carbone sopra uno strato di argilla e sabbia, fusa per azione del calore
intenso; e poco lungi una grossa urna in terracotta a quattro anse, coperta da un
piatto fittile, in forma di patera, simile a quelle che si scoprono d'ordinario nelle
tombe cartaginesi. Dentro l'urna si trovarono solo le ossa combuste; e poiché l'urna
medesima, quando venne adoperata per contenere i resti del rogo, era guasta nel fondo,
— 30 —
venne questo supplito con un piattino in terracotta, simile in tutto a quello che serri
di coperchio.
Internamente, nell'urna, niente altro si trovò che le ossa; esternamente poi si
trovò altro piattino, simile agli accennati, più mi pentolino ed un'ansa.
20 detto - Si aprirono due piccole trincee per meglio riconoscere i limiti della
necropoli, e si incontrarono due sepolture già depredate ; e varie urne in terra cotta,
alla profondità di m. 1,60, in frammenti a causa della grande pressione della terra
soprastante. Non contenevano niente altro che ossa combuste. Nell'ultima trincea, che
più si allontanava dal centro della necropoli, si trovò un muro a cemento, dello spes-
sore di m. 0,50; ed ivi presso una sepoltura, con pochi avanzi di ossa e con vari
chiodi in ferro, ed un medio bronzo appartenente a Nerone. Il tutto era coperto da
un lastrone di calcare.
Nella medesima trincea, a m. 3,40 dal detto muro, ed alla profondità di m. 1,60.
si trovò un' altra delle solite urne frammentata, per la pressione della terra, e piena
di ossa combuste, e priva di qualunque altro oggetto. Due piccoli pentolini in terra-
cotta ordinaria ed una moneta di Augusto, si raccolsero superficialmente nella trincea
medesima.
Con questo piccolo scavo si sono determinati i limiti, che la necropoli sud
aveva in questa parte. Si è riconosciuto pure, come nei punti eentrali di essa poca
speranza resti di tombe inviolate, e che solo qualche oggetto smarritovi dai precedenti
scavatori sia dato di raccogliervi.
Roma, 21 febbraio 1886.
Il Direttore gen. delle Antichità e Belle arti
FlORELLI
— 31 —
FEBBRAIO
Regione Vili. {Cispadana)
I. Forlì — Nota dell' ispettore avv. cao. A. Santarelli, sopra una
shcione preistorica scoperta a Villanova.
Alcuni pochi frammenti di vasi, datimi a vedere nel novembre scorso dal mio
scavatore Primo Martini, mi posero sulle tracce di un' altra stazione preistorica nel
Forlivese.
La medesima si mostra in un predio della parrocchiale di Schiavonìa, posto in
Villanova a circa 2 chil. da Forlì, a sinistra della via Emilia andando a Faenza, fra
due antichi corsi d' acqua, la Cava, e la Cerchia.
Appena ebbi quegl' indizi, mi vi recai per opportuni assaggi. I coloni mi narra-
rono, che in alcuni punti lavorando la terra con l' aratro, venivano all'aperto in pas-
sato fondi 'li pignatte, e pezzi di vasi rozzi; e che a poca profondità si trova un
terreno nero, parte del quale va affiorando, come constatai a colpo d'occhio sulle zolle
nude. Inoltre messomi io stesso a girare pei campi indicatimi, ebbi a raccogliere
diverse schegge di selce venute alla superficie, ed altre me ne consegnarono i detti
coloni.
Questi mi parvero più che bastevoli segni per aprire con fondamento ima qualche
trincea; ed ottenuta licenza dal possessore del fondo sig. Don Tito Giunchedi, che
con isqiùsita gentilezza mi permise anche di ritenere ciò che trovossi ad incremento
del patrio Museo, mi accinsi al lavoro, prendendo ad esplorarare due zone di terreno
che non erano seminate.
Nel primo giorno non fui fortunato ; perchè tranne l'incontro alla profondità di
cent. 50 di piccole chiazze di terra nera, e qualche raro coccio, non mi avvenni in
cose degne di rimarco. Ma nel giorno appresso, in altra più ampia trincea mi apparve,
sempre alla stessa profondità di 50 cent., una macchia nera rotonda, del diametro di
m. 1,20, che non potei non giudicare tosto una buca di capanna.
Distante dalla medesima 20 cent, era un residuo di focolare in piano, di figura
rettangola, lungo m. 1, largo m. 0,70, un poco scomposto nella superficie.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. IL 5
s
— 32 —
Mi diedi a vuotare la cavità, e la trovai di forma concoide e profonda cent. 80.
Erano nella medesima diversi pezzi di vasi rozzi fatti a mano di varia grandezza,
qualche osso di bruti, diversi ciottoli semisferici di selce, un così detto peso da te-
lajo, un vezzo di collana sferico di argilla, nuclei di terra cotta, e in fondo, molto
carbone. Allargai allora lo scavo per vedere se mi si mostrassero tracce di pali, che
avrebbero dovuto distinguersi benissimo, per essere il nero della buca circoscritto net-
tamente, e circondato da terreno biancastro : ma per quante diligenze usassi, non mi
fu dato d'incontrarne di sorta.
L'aver poi trovata la superficie del deposito nero quasi spianata a livello, mi fece
certo che la lavorazione agricola aveva guastate le parti superiori.
Rilevai la pianta della località, ed apersi altre trincee nei detti due cantieri.
Con diversi uomini ed il mio scavatore vi lavorai tre giorni nel novembre, e tre nel
decembre, ed ebbi la ventura di scuoprire altre undici buche rotonde ed ovali, tutte ben
determinate come macchie isolate, a distanze varie le ime dalle altre, tutte alla piccola
profondità di circa 50 cent, dal piano di campagna, e sempre prive di vestigia di pali.
Eccederei i limiti di questa pubblicazione, se descrivessi ad ima ad ima le diverse
cavità coi singoli oggetti avuti, e il punto della loro giacitura. Però la scoperta
molto interessante per la paletnologia del Forlivese, merita a mio avviso una speciale
dettagliata memoria corredata di tavole ; il che mi riserbo di fare quando nella sta-
gione propizia potrò ripigliare gli scavi. Mi basti qui di accennare, che tre di queste
cavità erano molto grandi, e due di esse avevano stratificazioni, ripetute a distanza,
di terra cotta, che seguivano l'andatura concoide delle medesime, con interposizione
di terreno nero, cocci, ed ossa. Di queste due, sebbene mi spingessi giù quasi 3 metri,
non mi fu dato toccare il fondo, attesa una forte infiltrazione d' acqua ; ed avendo
molto in basso trovato in ciascuna avanzi di vasi, a collo ristretto a forma di cine-
rarii, sebbene si riducessero in briecioli per l'umidità, sospettai di capanne-sepolcri
come a Campeggine ; ma pel crescere delle acque dovetti intralasciare il lavoro, e
rimanere col dubbio.
Per dischiudermi però la via ad una conclusione, sulla probabile età da assegnare
a questa seconda stazione da me scoperta nel territorio di Forlì, indicherò gli oggetti
trovati, con qualche richiamo comparativo, cominciando da alcune note- negative.
Mancano del tutto le anse canaliculate e ad anello robusto, che trovai abbon-
danti nella stazione di Vecchiazzano.
Meno due, tutti i frammenti di vasi rozzi sono privi di cordoni.
Non si riscontrano sugli orli quelle intaccature, clic ornano tanti vasi della sta-
zione sumentovata : solo in un pezzo è una leggera reminiscenza.
Mancano pure le fusajole rozze a forma schiacciata, e le voluminose biconiche.
Pochi sono i vasi a fondo piatto e senza risalto: invece, diversi hanno il piede
formato a zoccolo alto, a guisa di due coni che s'incontrano: sono d'impasto grosso-
lano, ma abbastanza depurato, cotti a fuoco aperti ed ingabbiati.
Prevalgono i vasi fini di terra nera, o rossastra, verniciati iu nero, di buona col-
tura e in buon niunero. lavorati con la ruota.
Tanto i rozzi, che i tini, sono forniti di appendici di ogni forma, a mandorla.
ad orecchio di gatto, tubercolari, e sferiche schiacciate.
— 33 —
Segnalo poi specialmente :
1. Fittili. Frammento di grande tazza di terra nera, a labbro molto piegato in
fuori, fatta a mano con aiuto forse di una sagoma, lisciata con la stecca, ad alto
gambo rotondo vuoto nell'interno, e mancante di piede per rottura, ma che evidente-
mente finiva a tuba. Era in pezzi e potei ricomporla per due terzi. Ha un diametro
di cent. 26 : quello del gambo è di cent. 5. Lo spessore delle pareti varia dai li)
ai 12 mill. Nella parte esteriore ha striature ottenute con punta ottusa, convergenti
alla base. Questa tazza, sebbene con forma più aggraziata, richiama quelle consimili
di Este, Bazzano e Bologna.
2. Frammento di altra tazza più piccola, di terra nerastra, eseguita forse al
tornio e fornita anch'essa di labbro espanso, con tre solcature concentriche nell'interno.
Le pareti sono grosse mill. 5, manca del gambo alto, ma sembra ne fosse munita,
3. Frammento di altra tazza o coppa di terra bruna verniciata in nero, fatta al
tornio e con segni di essere stata esposta a fuoco potente. Ha il diametro di cent. 21,
labbro inclinato in fuori, e zoccolo basso, vuoto al di sotto.
4. Parecchi fondi consimili di tazze nere fine, che hanno riscontro con stoviglie
di Marzabotto e Sanpolo d' Enza.
5. Frammenti di ciotole nerastre e rossastre a labbro rientrante, di terre ben
purgate : ne ebbi diversi esemplari. Cf. Castelfranco, / Merlotitt tav. XII, n. 1, 2,
3, 5, e tav. XIII, n. 9, 11, 12.
6. Frammento di tazza nera finissima quasi lucida, con ansa a nastro che nasce
a metà circa del ventre, e va a terminare verticalmente sul labbro sottile e ritto.
È fatta alla ruota. Di questi manichi gentili si trovano esempi, fra altri, in vasi di
Yetulonia. Cf. Notizie 1885, tav. annessa, n. 4, 5, 11, 12.
7. Frammento di tazza nera di bucchero con ornati, di forma semisferica rien-
trante ai due terzi superiori, indi col labbro un poco piegato all' infuori. Nella zona
più alta è una fila di serpentelli : segue poi ima solcatura circolare, indi dei solchi
verticali equidistanti, il tutto ottenuto ad impressione. Cf. Crespellani, Del sepolcreto
ed altri monunumenti scoperti presso Bazzano, tav. Ili, n. 2.
8. Frammenti di altre tazze o vasi sferici, di terra color cenere purgata e forte.
Sono fatti al tornio, ed hanno fondo con zoccolo come al n. 3.
9. Frammento di vaso conico di terra brunastra, mal depimita, con ingabbiatura
grigia, a labbro dritto ingrossato. È alto cent. 10, con pareti varie dai mill. 12 ai 15.
Misurata la curvatura, doveva aver un diametro alla bocca di cent. 30 : pare fatto
a mano e cotto a fuoco libero : è ornato di cordoni esternamente.
10. Molte anse semielittiche assottigliate nella curvatura, rialzata con garbo verso
l'orlo del vaso. Ve ne sono di terra nera, e di terra rossa, e si richiamano a quelle
di vasi di Villanova, ed altri di detto periodo. Cf. Bull, di Pai. it. Strenna 1876 ;
tav. I, n. 14 ; tav. II, n. 14.
11. Vasetti rozzi di terra bruna, fatti a mano e solo essicati, senza piede e
senz' anse, forniti di quattro bitorzoli equidistanti e a labbro volto all' interno. Sono
alti mill. 30, e del diametro di mill. 35. Cf. Coppi, Terram. di Gorzano tav. LIX, n. 2.
12. Vasetti conici di terra scura fatti a mano, con anse sul margine, alti cent. 4,
larghi cent. 5. Se ne trovano in molti fondi di capanne e terramare.
— 34 —
13. Vasettino di terra impura, solo essicato. alto mill. 27, largo mill. 22, for-
nito di ausa laterale. Ne esiste un gran umilerò uel Museo d' Imola, trovati uella
grotta del Re Tiberio dal eh. Searabelli, e se n' ebbero pur molti dalle marne mo-
denesi.
14. Altro di terra nera fina a labbro rientrante, di forma schiacciata, alto solo
mill. 20, largo mill. 38.
15. Grande appendice di vaso nero di bucchero, lisciata con la stecca, a forma
di ferro di cavallo. Questa specie di ausa, o di presa, si trova pure in un vaso di
Bazzane Cf- Crespellani 1. e. tav. II, n. 5.
16. Coperchi a forma conica, che dovevano posare sulle appendici puntute dei
vasi, di terra rosso-pallido, impura, fatti a mano e cotti a fuoco aperto. Ne raccolsi
due esemplari quasi completi, e frammenti di altri due. Sono forniti alla sommità
di im anello per passarvi il dito, alti dal più al meno cent. 11, col diametro di
cent. 13. Rappresentano una novità per le nostre stazioni, e richiamano quello
trovato nella necropoli di Tolentino. Cf. Notizie 1883, tav. annessa, n. 18.
17. Ansa cornuta a cornetti tronchi con testa piatta. Riproduce quella della ter-
ramara di Gorzano. Cf. Coppi 1. e. tav. LXI, n. 1.
Frammento di altra ansa, di terra poco fina, a cornetti puntuti ma brevi.
18. Due appendici di vasi portanti cornetti rudimentali, come se ne ebbero dalla
terramara di Gorzano. Cf. Coppi 1. e. tav. XXIII, n. 2.
19. Cilindri a due capocchie, privi di ornati, di terra nerastra, ben cotti ; sono
comuni nelle necropoli bolognesi ed in altre di questo periodo.
20. Pareti di vasi grandissimi, che crederei dolii, forniti di due cordoni spianati,
fatti a mano e con aiuto di ima sagoma. Sono di terra rossa tanto nell' interno che
nell' esterno, ma la zona di mezzo si mostra mal cotta e poco depurata. Lo spessore
è di cent. 2 ; e dalla curvatnra si arguisce, che questi vasi dovevano avere un dia-
metro di m. 0,70. Esse furono raccolte nel fondo di una di quelle buche, fra stoviglie
più fine.
21. Frammento di vaso sferico di terra fina gialliccia, ben cotta e fatto al tornio.
Serba avanzi dipinti a color arancio, di fascie dritte ed ondulate, e d'un ornato che
somiglia a quello detto covrimi appresso. Sotto al medesimo è colorito iu nero un p
arcaico fra due punti - ? : Disgraziatamente ai lati della detta lettera, il vaso vien meno,
e uon è quindi dato vedere se ne precedessero, o seguissero altre. Mentre le vestigia
degli ornati sono languidissime ed appena riconoscibili, questi ultimi segni invece
sono resistenti, e ben chiari. Fu raccolto in ima delle buche più grandi, e molto giù,
fra vasi e stoviglie rozze.
Se veramente, come mi sembra, si è voluto tracciare un p, esso troverebbe ri-
scontro esatto per forma e grandezza, con quelli d'iscrizioni falische, e il vaso dovrebbe
quindi ritenersi importato. Cf. Garrucci, Di ss, 'ri mi odi archeologiche di vario argomento
tav. IV, n. 3, tav. VI, n. 3, 5.
22. Parecchie così dette fusajaole, avute in vari punti delle buche, tutte d'arte
gentile, diverse ornate, alcune piccolissime, tanto da dover giudicare, come sospettò
fino dal 1877 il eh. Pigorini, che servissero da testa per aghi crinali, o come cre-
dono altri archeologi, da fermagli per vesti.
— 35 —
23. Tre piramidi quadrangolari coniche, con buco passante verso la sommità, di
terra impura e mal cotta.
24. Molti nuclei di terra cotta, con imposte di canne e rami.
25. Selce. Due frecce complete, e il frammento di una terza. La prima è di color
biancastro con venature più chiare, triangolare e peduncolata, lavorata a fini ritocchi:
altezza min. 60, larghezza alla base mill. 23. La seconda mancante della punta è
di selce rosea, eseguita pure a ritocchi abbastanza fini. Ha forma triangolare ed
alette. Doveva misurare in altezza mill. 25, ed è larga mill. 20. Esse furono raccolte
alla superficie delle buche, insieme a 2 coltellini e 3 raschiatoi. Il frammento della terza
è color rosso cupo : è peduncolata e lavorata più rozzamente delle altre. Fu trovata
a fior di terra insieme ad una trentina di schegge indeterminabili, che attestano però
la lavorazione in luogo.
Ciottoli semisferici silicei, alcuni con tracce di colpi ricevuti per cavarne stru-
menti. Furono raccolti quasi tutti nelT interno delle buche.
26. Due coti da affilare, con segni d'uso. Sono di arenaria dura, ed hanno forma
quadrangolare.
27. Bronzo. Arco di fibula lamellare, lungo mill. 58, con due sporgenze laterali
puntute circa a metà, con avanzo d' impostatura dell' ardiglione e bottone schiacciato
all' estremità. Trovato entro una buca.
Ardiglione di altra fibula, raccolto in altra buca.
Pochi altri pezzetti indecifrabili.
28. Ferro. Oggetto crociforme arcuato, trovato entro una buca.
Quattro verghette cilindriche molto ossidate, alte dagli 8 ai 10 cent., e puntute
da un lato. Pare abbiamo potuto servire per lance. Erano in diverse buche. Anello
che si direbbe da dito ; un pezzo di larga lama di coltello, molto ossidata ; diversi
pezzi di scorie, tutti oggetti trovati alla superficie di una buca.
29. Osso lavorato. Una spatola ricavata da costa di bestia, con punta ridotta
tondeggiante a mezzo di strumento tagliente, e con un foro ottenuto con trapano, dalla
parte opposta ; altra costa ridotta a punta acuta.
30. Fauna. Mandibole di bue, cavallo, capretto, pecora, maiale, cane, ed ossa di
questi stessi animali, i quali sono però scarsamente rappresentati.
Dall' insieme di questi fatti, e più dalle note raccolte che, come dissi, mi ripro-
metto di pubblicare a suo tempo, parmi poter dedurre che si tratti di una stazione
preistorica della la età del ferro, tenuta da gente, che discendendo da quella dei
fondi di capanne, ne serbava ancora il modo d'abitare, e qualche resto d'industria.
Regione VII. (Etruria)
II. Sarzana — L' ispettore P. Podestà, per informazioni avute dal sig. mar-
chese Giacomo Gropallo, fece sapere al Ministero, che nell'anno decorso, nel territorio
di Limi e precisamente nella villa del predetto sig. marchese, la quale sorge in ima parte
dell' area dell'antica città, ove fu scoperta tra i materiali di vecchie fabbriche l' epi-
grafe edita nel fascicolo del mese scorso (p. 5), furono rimesse a luce due altre iscri-
zioni latine. La prima è scolpita su di im paralellepipedo marmoreo, delle dimensioni
— 36 —
di m. 0,27 X 0,18 X 0,13, scorniciato, fuorché superiormente, con gli angoli smussati
per far servire il marmo come semplice materiale di fabbrica. Nel centro è un foro
destinato a reggere qualche grappa metallica. L' iscrizione dice :
xfcLAVDIO DRVSÌ\
F • CAESARI AVGVSTO
GERMANICO • PONTIF
MAXSIMO
La seconda è frammento cristiano, e forse faceva parte di qualche altare del-
l'antica chiesa di s. Marco, che sorgeva in quella località, e della quale anche ai
tempi nostri restava qualche rudere. È incisa in due linee sul listello di un lastrone
massiccio di marmo bianco, delle dimensioni di m. 0,34 X 0,25 X 0,10; e dice:
fc E M A R I E\
pSTOLI CO + AD
Fu pure scoperta gran parte di figura femminile in marmo, avente in una mano
un' coniglio, nell'altra un fascio d'erbe; ed un leone marmoreo di bello stile, grande
al vero e quasi intatto. Si recuperarono finalmente tronchi e basi di colonne, ed altri
frammenti architettonici.
III. Orvieto — Giornale degli scavi della necropoli volsiniese in con-
trada Cannicella, sotto la rape meridionale di Orvieto, redatto dall' big.
R. Mancini.
25 genn. - 21 febbraio. — Cominciatisi gli scavi nel terreno di proprietà del
sig. G. B. Onori, in contrada Caiiaicella, fecesi la scoperta di ima tomba arcaica ad
una camera, a m. 4,00 di profondità, dello stile identico alle altre già scoperte, con
orientazione a sud. La porta di m. 0,85 X 1,15 ha l'architrave in piano, mancante
in parte dal lato destro, con l'inscrizione incisa :
...?3TfllO<fl>llvvl
Y03
Per avere la tomba subite varie depredazioni, non vi si rinvennero che i seguenti
oggetti: Bronzo. Fibula semplice lunga 0,05, rotta. — Bucchero etrusco. Pochi fram-
menti di vasi e tazze.
Di fronte alla porta della suddescritta tomba, a circa m. 1,00 di distanza, a
valle, venne a luce una piccola tomba vergine a cassa, di rozzi tufi senza cemento.
di m. 0,86 X 0,71 X 0,54, avente sopra il coperchio un cippo di tufo a colonna, di
forma leggermente piramidale, mancante in parte, ed in ispecie del capitello.
La sua lunghezza è di m. 1,10 X 0,38, 0,35, ed ha l' iscrizione scolpita verti-
calmente, rivolta verso la tomba precedentemente indicata:
flwjzp^gwK]
Ivi si raccolsero i seguenti oggetti, senza potervi riconoscere traccia alcuna di
cadaveri. — Ferro. Alcuni frammenti di molle, di un candelabro, non che di alari.
• >
J7 —
Bronzo. Piccola titilla con manico, alta m. 0,155; diametro della bocca m. 0,14.".
con entro alcuni frammenti di giunco. Sopra di essa era deposta una rete di cuoio,
a grandi maglie, per caccia: solamente pochi frammenti se ne raccolsero. Boccaletto
con alto manico, alto 0.19. — Fittili dipinti di arte locate o corinzia. Tazzina a due
manichi, diametro 0.15, con strisce nerastre sul corpo. Vasetto senza manichi, del
diametro di ni. 0,11 con strisele nerastre, come sopra. — Bucchero italico ed etrusco.
Sette vasetti e tazze di più forme e grandezze. — Cocci ordinari. Due olle mezzane
con coperchio dipinto, a semplici linee rossastre, concentriche.
Sulla medesima linea e livello, a m. 0,72 verso est, si scoprì altra tomba a cassa,
vergine, delle dimensioni di m. 1,05 X 0,39 X 0,55. Sopra il coperchio, come nell'altra
descritta, era basato un cippo di tufo, a forma di colonna, decorato di capitello, alto
ni. 0.39. della misura totale di m. 1,29 X 0,30 X 0,36, con l'iscrizione verticale
seguente :
V?3TmOMfl<3A
VWS
. Di oggetti si raccolsero : Ferro. Frammenti di due piccolissimi alari. — Bucchero
ri, ■uscii ed italico. Dieci vasi e tazze di piccole dimensioni, in parte rotte. Semina
che in questa tomba fosse stato deposto un solo cadavere di bambino, come da fram-
menti incombusti trovati.
Sulla stessa linea a m. 0,22 verso est, fu rinvenuta altra tomba a cassa, vergine,
delle dimensioni di m. 0,50 X 0,50 X 0,45. Come le altre ora descritte, era piazzato
sopra il coperchio un cippo di tufo a forma di colonna, col capitello decorato come
il precedente, di m. 1,31 X 0,31 X 0,31, e con l'iscrizione scolpita in senso verticale
*AMV?3T3)3<fH
Di oggetti si raccolsero: Bronzo. Due aghi per maglia, lunghi il primo m. 0,085,
il secondo 0,07. — Ferro. Piccola lancia a foglia, lunga 0,135. Frammenti di molle,
di alari e di un coltello. — Fittili dipinti ili arte locale o corinzia. Tazzina a linee
orizzontali nerastre, sul corpo, diametro 0,08, altezza 0,05. — Cocci ordinari. Due pic-
coli orci senza manico, del medesimo stile, ciascuno dell'altezza di m. 0,12, diametro
0,10. — Bucchero italico ed etrusco. Undici vasi di differenti forme e grandezze. Sembra
che in questa tomba fossero stati deposti due bambini incombusti.
A metri 0, 56, sempre sulT istessa linea ed orientazione, seguì la scoperta di
altra tomba a cassa, vergine, delle dimensioni di 0,62 X 0,55 X 0,47. Anch' essa
sopra la copertura, aveva piazzato il consueto cippo di tufo, a colonna, però mancante
del capitello. Misura m. 1,14 X 0,34 X 0,28. L' iscrizione scolpitavi verticalmente,
si trova situata nel senso opposto alle altre:
UAVkvbKÉ>AV\y$
Di suppellettile funebre, non vi si riscontrò che qualche frammento di bucchero
italico ed etrusco, di poco valore.
Fuori di posto, e quasi paralella alla tomba a cassa dianzi descritta, si scoprì altra
tomba a cassa, vergine, delle dimensioni di m. 0,67 X 0.40, X 0,55. Era mancante del
rispettivo cippo come le precedenti. Degli oggetti estratti si notano : Ferro. Due spiedi
— 38 —
lunghi 0,67 ciascuno. Frammento di un candelabro. Lancia rotta, lunga 0,50, con anello
di bronzo, ove veniva incastrata l'asta di legno. Frammenti di piccoli alari. — Fittili
dipinti di arte locale o corinzia. Una tazzina a due manichi, con linee nerastre con-
centriche. — Bucchero italico ed etrusco. Ventuno vasi e tazze di più forme e di-
mensioni.
È molto probabile, che tutto 1' anzidetto travamento avesse appartenuto ad una
medesima famiglia.
IV. Cerveteri — Nota del sig. Luigi Borsari.
Facendosi uno scassato nella vigna del sig. Francesco Rosati segretario comu-
nale, nel fondo denominato Vignacela, a brevissima distanza dall'odierno paese, sul-
l' estremo lembo occidentale della lunga lacinia di tufo, sulla quale sorgeva l' antica
Caere, avvenne la scoperta di un ripostiglio di fittili votivi, dedicati a qualche divi-
nità salutare, il cui tempio doveva sorgere in quelle vicinanze. Gli oggetti raccolti,
che sommano a parecchie migliaia, furono scoperti a m. 1,15 circa di profondità sotto
il piano di campagna, sparsi e misti alla terra vegetale. Consistono tutti in ex-voto
pregevoli per la loro conservazione, e moltissimi poi per la buona arte con cui ven-
nero eseguiti, e rappresentano varie parti del corpo umano, mentre i più riproducono
il noto tipo della Fortuna, della Giunone Lucina, o per meglio dire della divinità
KourotrophoSj raffigurata sempre seduta e recante il fanciullo sulle ginocchia.
Altri fittili riproducono vari animali, ed in maggior quantità colombe o piccioni, buoi
vacche, vitelli.
Escono dall' ordinario alquante statuette di Minerva egidarmata, di stile arcaico,
portante alto elmo in testa, e scudo nella sinistra mano; varie figure di personaggi
suonanti strumenti diversi, quali la tibia, la doppia tibia e la lira. Sono bellissime
due sculture, l'ima di un Satiro che suona la doppia tibia, 1' altra di Priapo, seduto,
con volto sorridente.
Per eleganza di forme va pure notata una figurina di donna velata e seduta,
colle mani giunte, poggiate sulle ginocchia ; ed altra ritraente una giovane con lunga
veste a pieghe, inginocchiata. Di assai buon lavoro sono alcune teste grandi al natu-
rale, che ritengono del tipo romano, e che credo esprimano dei ritratti. Di tipo arcaico
sono due teste, pure grandi al vero, e ciò risulta dalla sorridente espressione che ne
traspare, dalle linee angolari del volto, e dalla foggia di accomodare i capelli. Di non
minore importanza sono varie teste femminili, benissimo modellate, ornate di stefane,
collane ed orecchini; fittili indubbiamente di artefici etruschi, come ne fanno fede e
il carattere loro e la fedele imitazione dell' orificeria, che in moltissime tombe di
Corneto, Orvieto e di vari altri luoghi deH'Etruria si va discoprendo.
Del tutto nuova, se mal non mi appongo, è una terra cotta, pure votiva, alta
m. 0,15, nella quale è rappresentata a bassorilievo ima scena di sacrifizio. Sotto un
albero carico di grosse frutta, è posta un' ara quadrata su cui arde il fuoco. Alla
destra di chi guarda è il sacerdote velato, con patera nella destra mano, in atto di
sacrificare; alla sinistra è l'auleta suonante doppia tibia.
Il vasellame, pure votivo, è una scrupolosa imitazione di tutto quello usato dagli
antichi, riprodotto in piccolissime, ma pm sempre eleganti proporzioni. Sonvi tuttavia
— 39 —
anche frammenti di vasi di ordinaria grandezza, e nel fondo di uno di questi ho letto
le seguenti lettere graffite:
•23I0A//////
Dietro uno stampo, pure fittile, per formare piccole testine votive, è tracciata
collo stecco, nella creta ancora molle, la leggenda
C3mV\/
•23lr1IMA
Moltissime sono le lucerne, ed alcune di forme originali e bizzarre.
Fra tutti questi oggetti, era una piccola statuetta di piombo, rappresentante
Ercole, colla pelle leonina avvolta al sinistro braccio.
Ho accennato in principio alla probabilità, che la descritta stipe sacra votiva
dovesse spettare a divinità salutare, che presso il luogo dello scoprimento avesse avuto
il suo tempio. Ciò avrebbe conferma da quanto mi fu asserito da persona che fu
presente allo scavo, che cioè lì accanto fu riconosciuto un muro formato in un taglio
netto e verticale, nella rupe tufacea, il quale scendeva tanto sotterra, che fece deporre
il pensiero di scoprirne la fine.
Panni infine non fuori di luogo il ricordare una scoperta analoga avvenuta nel 1829,
anch'essa ad occidente del territorio ceretano, consistente, secondo il Nibby che la
descrive (A, /"//si della carta dei dintorni di Roma voi. I, p. 349 sg.), in « centi-
naia e centinaia di teste, braccia, gambe ecc. di terra cotta, da appendersi, a titolo
di voto, alla divinità principale, la quale sembra essere stata muliebre « .
Regione V. (Picenum)
V. San Ginesio — Reiasione dell' ispettore conte A. Silveri-Gentiloni.
Verso la fine del marzo 1884 mi furono offerti in vendita alcuni bronzi, prege-
volissimi per la loro rarità e conservazione, cioè : Un elmo di bronzo fuso, con belli
ornati a graffiti. Due manichi di anfora fusi, e poi cesellati ad alto rilievo. Una ma-
niglia di situla, con statuine fuse e cesellate. Un grande manico di vaso ordinario.
privo di ornamenti.
Chieste informazioni sulla provenienza di questi oggetti, seppi che erano stati
scoperti nel territorio del comune di s. Ginesio, capoluogo di mandamento di questa
provincia, situato in alto colle, tra il fiume Chiento ed il Fiastra, a distanza di circa
15 chilometri da Tolentino. Tale circostanza li rendeva per me più importanti, perchè
mostravano relazione con i bronzi arcaici trovati in Tolentino ; e quindi senza indugio
feci pratiche per conoscere la precisa località del loro scoprimento, col proposito di
farvi un' esplorazione. Mentre mi occupavo di tali ricerche, fui avvisato dal sig. sin-
daco di s. Ginesio, che gli oggetti medesimi erano stati scavati furtivamente nella
proprietà comunale, e che desiderando il Municipio di conservarli per decoro del pae^e.
mi pregava a ricuperarli e tenerli per suo conto. Appresi questa notizia con molto
piacere ; perchè con essa non solo veniva tolto ogni dubbio sulla provenienza di tanto
pregevoli cose, ma perchè mi si presentava pure un' occasione favorevole per fare
qualche utile ricerca nel luogo, dove il rinvenimento era avvenuto. Mi recai quindi
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. ■'.*■, Voi. II. ,;
— 40 —
subito a s. Ginesio, ed interrogate le persone che avevano trovati gli oggetti, con la
gentile cooperazione del sig. sindaco cav. Aristide Morichelli e del segretario comu-
nale, sig. dott. Alfonso Leopardi, seppi che nell'ottobre del 1883 un tal Scarpini
selciatore, mentre eseguiva l'estrazione della pietra arenaria in un podere del comune,
posto alla distanza di circa 150 m. dalla porta principale del paese, detta dei Cap-
puccini, urtò in un oggetto resistente e scoprì, conficcato nel terreno (testuali parole
dell' operaio) « un angeletto di metallo verde » .
La speranza d'impossessarsi di un capo di gran valore, gli fece subito eseguire
uno scavo intorno alla statuina ; e vide con sua sorpresa che era attaccata, formando
il manico, ad im « brocchetto di rame che avea la bocca a tre spizzi » . Scoperto il
vaso, gli balenò nella mente l'idea di avere trovato il tesoro ; e quindi senza riguardo
di sorta, si mise a dar giù colpi alla cieca rompendo il * brocchetto » per raccogliere
l'oro in esso contenuto. Ma ben presto restò deluso, non trovandovi il bene deside-
rato, e rimanendogli solo, coi frammenti del vaso, il manico, che per la sua solidità
avea resistito a quelle offese. Non contento dei danni fatti, proseguì a scavare allar-
gando la fossa; e rinvenne altro vaso di bronzo, che dalla descrizione fattami com-
presi trattarsi di una situla con ornamenti a sbalzo. In vicinanza di quella trovò
anche la parte superiore di uno scheletro umano, compreso il cranio, che era cinto
da un cerchio d'argento. A questo punto per timore di essere scoperto, sospese il
lavoro ; o riempita la fossa con la stessa terra da lui estratta, portò seco gli oggetti
rinvenuti, che dopo qualche giorno spedì a Roma ad un suo amico, per effettuarne la
vendita. In seguito ebbe avviso che erano stati venduti ad un antiquario, il quale
alla sua volta li aveva rivenduti a persona che non seppe indicare.
Premendomi assai di conoscere dove questi bronzi fossero andati a finire, feci
molte e molte ricerche, e giunsi finalmente a sapere che per mezzo di un negoziante
di antichità erano stati comperati pel Museo di Karlsruhe, dove già si trovavano
esposti, ottimamente restaurati. Rivoltomi allora alla somma gentilezza del conserva-
tore di quel Museo, prof. E. Wagner, al quale rendo pubblicamente le più vive grazie,
potei avere da lui i disegni degli oggetti, e tutte le informazioni che mi erano ne-
cessarie per completare queste notizie.
Avvenne intanto che, per la facilità con cui aveva venduti gli oggetti, e per
l'utile che ne trasse, si sentì lo Scarpini incoraggiato a riprendere lo scavo. E quindi
si rimise all' opera verso la metà del marzo, facendosi aiutare da uno stradino comu-
nale addetto a quella contrada.
Come è facile comprendere, in questo secondo scavo fu tutta manomessa la tomba;
e molti oggetti e vasi pregevolissimi vennero rovinati o distrutti. Volle peraltro la
buona fortuna, che tutto ciò che si potò salvare da quest'opera vandalica, pervenisse
nello mio mani; e così, conosciuta la cosa dalle autorità locali, poterono queste, tu-
telando i proprii diritti, tutelare per conto del comune gli oggetti recuperati in questa
seconda esplorazione.
Adunque, raccolte tutte queste notizie, condotti con me coloro che prima scava-
rono, mi recai sul luogo della scoperta, desiderando di accertare meglio le cose, e
mettere insieme, se fosse stato possibile, tutti gli altri dati dei quali si giova lo studio.
Feci quindi riaprire la fossa, ed estrarre tutta terra rimaneggiata; e con l'aiuto
— 41 —
delle informazioni dei primi esploratori, che erano presentì al lavoro, e con ciò che
potei osservare io stesso nei punti della tomba che trovai ancora intatti, credo di
poter ora dare sopra il ricco sepolcro di s. Ginesio le indicazioni seguenti.
La tomba scavata nella terra vergine, era formata da una semplice fossa qua-
drata, della lunghezza di m. 3,00 per ogni lato; il cui piano trova vasi a circa 4 m.
di profondità dal livello attuale del suolo.
E se il manico del primo vaso fu trovato a soli m. 0,70 di profondità, devesi
tener presente, che per i lavori di una prossima strada provinciale, erasi già esportata
da quel posto grande quantità di terra per l'altezza di tre metri. Nel centro della
fossa, sulla nuda terra, di natura arenaria, era uno scheletro umano incombusto, in
posizione supina, coi piedi rivolti a mezzogiorno; il quale scheletro, come sempre si
verifica nelle tombe della necropoli di Tolentino, era contornato verso il capo ed ai
piedi da gruppi di vasi, da varie armi e da altri oggetti; ed aveva il cranio cinto
da un cerchio di filo d' argento. Posso assiemare, che i vasi erano tutti di bronzo o
di rame. Ciò viene provato dalle dichiarazioni dei primi scavatori, i quali in risposta
alle mie domande, nel modo il più esplicito risposero sempre, di non aver visto vasi
di terra cotta; e viene confermato dalle mie ricerche fatte sulla terra, che si trovò
affatto priva di qualunque frammento di fittili.
Alla destra del cranio fu scoperto l'orcio, che qui si riproduce nella fig. A. e
fu trovata altresì la situla riprodotta nella figura B, oggetti che ambedue si trovano
nel Museo di Karlsruhe.
fisr. B
fig. A
'wìn a fa bài ■ S'-._^ M^' iv^i
J"Li.1--' ,|"*T *', ■H";n> .""^ ) \ ' ■■ , '- iii
tSSÈ)
42 —
Unitamente a questi due oggetti, alla destra del cranio era una tazza, di cui
si salvarono soltanto due pezzi di un piccolo manico.
Per quello che si
riferisce alla giacitura
di questi utensili, potei
accertarmene io stesso,
avendo ritrovato al suo
posto ima parte del cra-
nio ancora intatta ; e
vicino ad essa un piede
di vaso di bronzo, cioè
q nello che vedesi dise-
gnato nel! orcio sud-
detto. Tale piede era
riunito al vaso con sal-
datura; e quindi si com-
prende come dissalda-
tosi , fu lasciato nel
terreno, che non fu com-
pletamente rimosso dal
primo scavatore Scar-
pini, il quale lasciò pur
la maniglia della situla
(tav. I, fig. 1), che fu
estratta dalla terra nel
secondo scavo. Per tale
incuria ed ignoranza
dei ricercatori, i due
vasi posseduti dal Mu-
seo di Karlsruhe sono
incompleti , uno cioè
mancante del piede, l'al-
tro del manico, oggetti
che sono ora presso il
connine di s. Ginesio.
L'orcio (oinochoe).
di forma elegantissima,
alto m. 0,277, è forse
uno dei pili belli che in
questo genere la terra
abbia restituito. È or-
nato nella parte supe-
riore del ventre da ima fascia (fig. C) che rappresenta una lotta di animali, condotta
a sbalzo ed a graffito.
— 43 —
11 piede e l'orlo della bocca sono riccamente lavorati, con ornamenti ottenuti
dalla fusione, e poi ritoccati col bulino.
La parte per altro che merita maggiore considerazione è il manico, formato con
molta maestria da una piccola statua ignuda di stile arcaico, che punta i piedi sopra
una palnietta, fiancheggiata da arieti coricati, e riposa colla testa fra le code di due
leoni, sdraiati sull'orificio del vaso. Come vien dimostrato dal disegno, orci o boccali
simili, sebbene di minor pregio artistico, furono rinvenuti in duna, in Capua ed in
Tolentino (cfr. Bull. Lisi. 1874, p. 242; Annali 1880, p. 223).
La situla, adorna di bellissimi ornati, e nella parte superiore del collo e nella
base, come rilevasi dal disegno che è stato aggiunto (fig. B), merita speciale consi-
derazione per il suo manico, che era sfuggito alle prime ricerche dello Scarpini, e che
in uno stato di perfettissima conservazione, è ora posseduto dal Muuicipio di s. Gi-
nesio, come sopra si è detto.
È formato da due aste a semicerchio, di bronzo fuso, ornate da quattro file di glo-
betti in tutta la lunghezza, e terminanti con un gancio guarnito alle estremità con bottoni
di fiori (rosa), di pasta vitrea rossa. Le aste sono innestate, con molta maestria e capric-
cio; in due statuine rappresentanti Tritoni barbati, che hanno le braccia alzate, e ten-
gono un pesce in ciascuna mano. Le gambe dei Tritoni finiscono in serpenti, intrecciati
in modo da formare due occhi, dove entrano i ganci delle maniglie (tav. I, fig. 1).
Che il manico appartenga alla situla, è cosa fuori di ogni dubbio ; prima di tutto
essendosi trovato nel sito istesso ove la situla fu tolta ; in secondo luogo corrispon-
dendo al diametro dell' orificio ; finalmente essendo rimasti nell' orificio stesso della
situla, come mi faceva notare 1' egregio conservatore del Museo di Karlsruhe, i per-
netti di ferro, simili a quelli esistenti in prossimità del pube nei Tritoni, dei ma-
nichi. Se abbisognassero altre prove, si potrebbe anche dire che nessun altro vaso,
trovato nella tomba, può adattarsi a questo ricco ed originale manico, il quale, come
si può rilevare dai disegni, completa in modo veramente splendido la situla, e ne
forma un monumento d' arte sorprendente della metallotecnica antica.
La tazza, che come ho accennato di sopra, giaceva alla destra del cranio, accanto
all'orcio ed alla situla, fu quasi tutta perduta ; e si salvarono i soli pezzi del manico
qui disegnati (fig. D), che ci richiamano alla mente la forma dello scyphus.
Il cerchio poi di filo di argento, che
J-\ contornava il cranio, era vuoto internamente,
,7 e all'esterno aveva un diametro di circa mil-
limetri tre. Sembra che fosse stato assai
semplice, privo di qualunque ornamento, e
che avesse avuto il peso di circa 33 grammi.
^z^:.:^^ Questo potei raccogliere da un orefice, che
' '":'"" lo comprò a peso di metallo, e che per
ignoranza lo fuse nel crogiuolo.
Verso i piedi dello scheletro, dalla
parte sinistra, era posato un elmo ; ed accanto un altro gruppo di vasi di bronzo, che
avrebbero costituito un vero tesoro archeologico, se la pesante mano di inesperti sca-
vatori non li avesse tutti malmenati, e parte interamente distrutti.
— 44 —
La casside o galea (tav. I, fig. 2) di bronzo fuso, poi cesellato e graffito, di
forma ovale e conica verso la punta, ha l'altezza di m. 0,21, ed il diametro medio
di m. 0,20. Nella sua parte posteriore è fornita di piccola visiera, lateralmente di
guanciali a sbalzo ; e nella punta, di un pometto dove s' innestava il cimiero che ora
è distrutto. Essa trovasi in buono stato, ed è anche pregevole per la bellissima pa-
tina verde che tutta la ricopre. La parte inferiore è ornata alla estremità, di im cor-
done ben rilevato, ottenuto dalla fusione, e maggiormente impresso con ritocchi a
bulino. Sopra questo cordone, tutto intorno gira ima fascia leggiera, formata da finis-
simo e vago intreccio di meandri a graffito ; ed una fascia simile è ripetuta pure
leggiermente in giro, in alto sulla coppa, nel punto dove comincia la parte conica, che
è guarnita sino al puntale con altre linee sottilissime di graffiti, rappresentanti un
rosone fatto coli' intreccio di varie linee curve. Nessun elmo antico, per quanto io mi
sappia, può competere con questo di s. Ginesio, per finitezza ed eleganza.
Due se ne conservano nel Museo civico di Bologna ; ed uno è in Roma nel Gre-
goriano, il quale per altro mostra un lavoro di scadente imitazione. Un terzo è nel
Museo di Lodi, e fu illustrato dal prof. Castelfranco (')• Finalmente uno smaglian-
tissimo, quantunque un poco inferiore per arte, ebbi occasione di esaminare nel Museo
comunale di Pesaro, dove trovasi sino dal 1759; nel qual tempo fu donato al fon-
datore del Museo stesso, cioè al benemerito Annibale degli Abbati Olivieri, dal conte
Paris Palletta di Macerata. Questi, con lettera che si conserva nella biblioteca pesa-
rese e che non trascurai di leggere, dichiarò al suo amico degli Abbati Olivieri, che
il detto elmo era stato trovato da un contadino, insieme ad altri bronzi che non de-
scriveva, ma che pure mandava in dono, soggiungendo poi essere stata recuperata
una parte di un vaso, che prima allo stesso archeologo pesarese egli aveva mandato,
la qual nuova parte era posseduta da un tal canonico Costa di Macerata, che in nessun
modo l'avrebbe ceduta.
Con la scorta di queste indicazioni volli accuratamente esaminare gli oggetti del
Museo, per vedere se mi fosse stato possibile riconoscere il vaso, di cui nella lettera
del conte maceratese si faceva parola, e mi parve di riconoscerlo in ima grande anfora
o idria, mancante circa della metà, con manichi orizzontali, muniti nelle estremità con
una protome di cavallo, simile a quelle dei vasi di
Tolentino. Il che, nella mancanza di maggiori do-
cumenti, mi pare bastante a provare il rapporto
di origine tra questi bronzi del Museo di Pesaro
e queste antichità del territorio maceratese, sco-
perte ora in Tolentino o nel prossimo s. Ginesio.
Vicino all'elmo, come fu accennato, fu scoperto
altro gruppo di vasi. Vi era una grande olla, press' a
poco uguale a quelle comuni di terracotta, alta cen-
timetri 45, con il diametro di centimetri 50 nel
ventre, e cent. 35 nella bocca. È composta, come
vedesi dal disegno che qui la rappresenta (fig. E),
fig. E.
(') Bullctt. di Paletnologia anno IX 1883, p. 106.
— 45 —
da duo lastre di rame, tirate a martello e riunite con chiodetti ribattuti. La lastra
inferiore comprende il fondo concavo, simile ai nostri caldai ; quella superiore, la bocca
con labbro Bporgente, eguale a quello delle olle comuni. Solo differisce da queste nel
ventre, che invece di essere conico e rigonfio verso il centro, è cilindrico, e si restringe
in alto, in prossimità della bocca.
Viene quindi un grande recipiente a forma di cuccuma (tìg. F), fornito di gramle
manico, elegantemente rialzato, e girato a collo di oca, in una sagoma che è comune
fi*. H
flff. 6
fig. P
\wsm
\
\ \% i.::\. Mi
mf fa
a vasi rinvenuti a Bologna, Marzabotto e Tolentino. Tuttavolta il nostro si
distingue per un anello triangolare, attaccatovi internamente nella parte su-
periore, forse per reggere con più comodità l'utensile, quando fosse stato pieno
di liquido. La sua altezza, compreso il manico è di m. 0,38, ed il diametro
massimo, verso il fondo, di m. 0,22.
Un' anfora a ventre rigonfio verso la bocca, ha il labbro sporgente, dovi-
ziosamente ornato di ovoli fatti a cesello, ed è fornita di manici semiorizzon-
tali, fissati su piastre ovali concave, terminanti a punta, in modo da aderire
esattamente per mezzo di saldature alle pareti del vaso. Sono di alto rilievo,
ritoccati a cesello, e rappresentano maschere barbate, come vedesi in uno di
essi che è riprodotto a metà del vero nella fig. G-.
Vi erano altri vasi di forme diverse, cioè scodelle, catini e caldai con
manichi di ferro; ma tutti furono guasti, in modo da renderne impossibile
ogni tentativo di ricomposizione. Tra i frammenti ho notato pure una parte
del fondo di im colatoio, di cui non mi è riuscito di ritrovare il manico.
Presso il femore destro dello scheletro, fu rinvenuta una spada di ferro (fig. H),
ben conservata, lunga m. 0,70, compreso il codolo, che è privo di impugnatura,
la quale si sarà distrutta, perchè formata di materia corruttibile. Altrettanto
46
.11
dicasi per la guaina, che non esiste più, ma che dovea esserci ; trovandosi in ottima
conservazione la lama biconvessa a due tagli, di forma speciale per essere adoperata
di punta. Essa è larga m. 0,04 vicino al codolo ; e va restringendosi gradatamente
sino alla punta (').
Dalla parte nord, nell'angolo destro della fossa, che non era stato esplorato, tro-
vai una cuspide di lancia ed un giavellotto di ferro.
La lancia (fìg. I) lunga m. 0,51 compreso il cannone, ha la forma a foglia
d' olivo , con alta costa nel centro. Il giavellotto (fig. K), di forma romboidale,
rammenta quelli rappresentati nelle figure greche dei fittili e dei bassorilievi. Nel-
„ , 1' angolo opposto rinvenni, tutti riuniti, sette coltelli
fig. I . .
di varia grandezza, tutti della forma che qui si ri-
produce (fig. L). Finalmente negli angoli verso i piedi,
furono raccolti frammenti di ferro di varie forme; e
diverse asticelle con punte, che credo sieno i resti di
un candelabro. Questo è quanto riguarda l' importante
scoperta della ricchissima tomba di s. Ginesio, la quale
a molto più utili conclusioni certamente ci avrebbe
condotti, se fosse stato possibile di esplorarla regolar-
mente. Non pertanto non è poca fortuna, che tutto non
sia stato perduto o smarrito.
Compiute le sopradette esplorazioni del sepolcro,
feci eseguire intorno ad esso, in diversi punti e distanze,
alcuni scavi, col proposito di vedere se trattavasi di una
tomba isolata, ovvero si trovassero vicino altri segni,
che dessero prova esser quivi stato un sepolcreto. Ed
in ogni parte all'intorno si rinvennero indizi di tombe,
tutte però manomesse; e furono raccolti tra la terra
sconvolta, gran copia di frammenti di vasi rozzi fatti
a mano, di terra rossastra all'esterno e nerastra internamente, simili a quelli della
necropoli di Tolentino. Eecuperai un piccolo coperchio di terra nerastra, fatto a mano
(fig. M) ; ed in mezzo a molti pezzetti di bronzo insignificanti,
raccolsi un pendaglietto a forma di mandorla (fig. N), e un
pezzo di fibula a navicella con pometti laterali, come le tante
scoperte nel territorio di Tolentino ed altrove (cfr. Bull, di
Pai. il. anno III, tav. VI, fig. 2, 15).
La ristrettezza del tempo non mi permise di fare uno
scavo regolare ed esteso; però nell'insieme ebbi prove suffi-
cienti per ritenere, che in quella località esiste un interes-
sante sepolcreto, che merita d'essere accuratamente esplorato
a vantaggio degli studi dell' antica storia picena.
Altra importante scoperta ebbi occasione di fare nella mia dimora a s. Ginesio;
ed è bene che qui se ne dica.
(') Spade simili si scoprirono nel Bolognese ed in altre parti; cfr. Gozzadini, Dì uà ani
sepolcreto a Ceretoìo nel Bolognese p. 20.
— 47 —
Poco prima della mia partenza, il sig. .Sindaco cav. Morichelli mi mostrò vari
oggetti, rinvenuti nell'agosto 1883 in un suo podere a ponente della città, ed alla
distanza di circa 400 metri dall'abitato. Questi oggetti Sono:
a) Varii pezzi di un ricco oggetto spiralifonne, adoperato forse per ornamento
del petto, simili in molte parti a quelli trovati nell'Apulia, e descritti dal eh. Ange-
lucci (Gli oggetti spiraliformi in Italia, e specialmente nell' Apatia. Torino 1876);
e che per il modo di ornare piastrine di rame, con anellini e bullette, richiamano alla
mente alcuni bronzi di Corneto Tarquinia. In alcuni restano dei globuli di pasta vitrea.
b) Due piccoli pendagli a forma di campana, molto simili ad altri scoperti nella
necropoli di Villanova.
e) Due collane di ambra; una a pezzetti grossolanamente lavorati, l'altra a
globuli arrotondati in modo assai imperfetto.
d) Due grossi acini di ambra, infilati in cerchi di bronzo, simili ai tanti che
restituirono gli scavi delle necropoli picene, e segnatamente quelle di Offida e di
Montelpare.
e) Una collana di tubetti di bronzo, formati con ima laminetta attortigliata a
spira, ed intramezzati da globuli a barilotto.
/') Due denti di cinghiale legati con filo di rame, simili a quelli trovati nella
necropoli di Tolentino.
g) Due grandi fibule, della forma detta a sanguisuga, notevoli per la lunghezza
della staila, formata di tre sezioni, introdotte nel filo di bronzo con cui è fatto l'ardi-
glione. La sezione centi-ale, di ambra, pare che raffiguri im rozzo scarabeo ; le sezioni
laterali sono di osso di cervo, ed hanno forma conica semplice.
Riconoscendo l'importanza di queste cose, volli fare una esplorazione sul luogo
ove si erano scoperte; e quivi osservando la superficie del terreno, trovai sparsi in
ogni parte rottami dei soliti vasi rozzissimi, nerastri all'interno, e rossastri esterna-
mente. Fatto quindi aprire un piccolo scavo di circa tre metri quadrati, alla profon-
dità di soli m. 0,60 si incontrò ima tomba in parte sconvolta, a causa delle ordinarie
lavorazioni agricole. Nel piano di essa rimaneva uno scheletro umano incombusto,
sufficientemente conservato, intomo a cui erano dei soliti vasi rozzi, intatti nel fondo,
e frantumati verso la bocca ; il che prova che i ferri dell'agricoltore li avevano toccati
superiormente ed offesi.
Esaminata con cura la terra che ricopriva lo scheletro, vi trovai alcuni acini di
ambra rossa ; parte di una collana ; alcune fibule di bronzo ad arco semplice ; salta-
leoni e pendagli spiraliformi, simili a quelli già descritti.
Ciò fu sufficiente per provare che in quella contrada, ove gli oggetti posseduti
dal cav. Morichelli si scoprirono, si estende un altro sepolcreto, che sarà certo esplo-
rato con le maggiori cautele che si possono desiderare, secondo che ne assicura l'amore
che hanno per la conservazione delle memorie patrie, ed il proprietario sopra ricor-
dato ed altri egregi signori che quivi pure posseggono, e che sono devotissimi alla
tutela delle memorie patrie.
Lasciando le molte considerazioni che il pregio della scoperta mi suggerisce,
non posso non ricordare come gli studii sull'antico Piceno sieno così arricchiti colla
notizia di im centro italico, di cui nulla per lo innanzi si conosceva. Bastano poi i
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. 7
— 48 —
disegni qui dati per mostrare la stretta relazione che corre tra i bronzi di s. Ginesio
e quelli di Capua e di duna, illustrati dal eh. Helbig (Ann. List. 1880, p. 223).
il quale dimostrò con validi argomenti non doversi queste opere attribuire agli Etru-
schi, come vari dotti per lo innanzi avevano sostenuto ; ma essere prodotti della me-
tallotecnica greca, importati dal commercio dei Calcidesi in varie regioni della nostra
penisola. Kestano però sempre le difficoltà in quella pai-te del tema, che riguarda la
via per cui questi oggetti di arte calcidese fossero passati nel Piceno, tenendo per
fermo, che il loro commercio in Italia fosse partito da duna o da Neapolis ; donde
se era facile ehe si istituissero i rapporti con le città della Campania, non era age-
vole lo istituirli colle genti del versante adriatico, al di là degli Appennini. In mezzo
alle quali difficoltà, e nella mancanza di ogni ritrovamento di cose simili, massime
di ciste a cordoni nel territorio intermedio, si affaccia alla mente il pensiero, che
questo commercio dei bronzi greci sulle coste adriatiche e nelle regioni dell' Apulia
e del Piceno, fosse stato esercitato per mezzo dei Tarantini, i quali avrebbero trovato
il loro profitto risalendo il corso dei fiumi, e penetrando nell'interno del paese, dove
colla vendita dei bronzi e di altri generi, avrebbero potuto acquistare la lana, per
l'industria delle tintorie, nella quale colle sue porpore Taranto fu tanto famosa.
Se non che, quantunque a conferma di questa tesi possa essere ricordato il fatto.
che ciste a cordoni come quella del territorio cmnano, come quelle di Tolentino e del
bolognese, si trovarono anche nella Japigia, e nella stessa Taranto (cfr. Helbig.
Bull. 1881, p. 193; Dos homerìsche Epos p. 34), forse potrebbe essere ardire lo stesso
enunciare questo mio sospetto, in materia che ha tuttavia bisogno di valide prove ; e
quindi chiudo il mio dire augurandomi, che nuove e regolari esplorazioni dieno ulte-
riori ed ottimi argomenti, per ritessere la storia antichissima di questa regione Picena,
così ricca di cose antiche e così poco finora studiata.
VI. AsCOli-PiceilO — L'ispettore doti. Giulio Gabrielli riferì, che nell'amplia-
mento di un' apertura ad arco, tra la navata destra longitudinale e quella traversa
del duomo di Ascoli, fu riconosciuto tra i materiali di fabbrica un masso rettangolare
in travertino, alto m. 0,50, largo m. 0,73, rotto a destra, su cui è incisa la seguente
iscrizione :
C ■ FVNDANIVS CI/.
BATO
SEX V I K
VIVOS • FECIT/
La pietra sarà rimossa, per essere conservata nella raccolta epigrafica istituita
nel palazzo del Municipio.
Regione I. (Latium et Campania)
VII. Roma. — Note del comm. R. Lanciani.
Regione II- V. — Presso l'angolo formato dalla via Tasso con la via della Scala
Santa, alla profondità di circa 4 metri, è stato scoperto un simulacro marmoreo di
Bacco, di singolare bellezza e di buona conservazione. La figura, di proporzione quasi
— 49 —
al vero, insiste sulla gamba sinistra, ed ha la parte inferiore velata da ima clamide,
il cui lembo è raccolto sull'avambraccio sinistro. L' acconciatura del capo è quasi
muliebre, e i capelli sono stretti da una corona di edera. Il braccio destro e la mano
sinistra sono distaccati: l'uno e l'altra erano stati restaurati ed impenniti ab antico.
Questa statua, di proprietà del comm. Marami, apparterrebbe topograficamente,
alle « castra voterà » degli Equiti Singolari.
Dai detti alloggiamenti degli equites singulares provengono queste altee epigrafi
Cippo marmoreo, alto m. 1,05.
(lato destro)
SVBVRANO • ET • MARCELLO COS[ a. 104
• P R I S C V S TRAIA NENSESBAETASIVS »<
FREQVEN S
10
15
20
25
30
M
M
M
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VLP
VLP
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VLP
VLP
VLP
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SANCTV S
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FLAVINV S
MERCATO R
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OPTATV S TRAI
VERECVNDVS
DASMENVS
DAS1V S
SINGVLARIS
CRESCEN S TRAI
CRESCEN SFL-SIR
AMABILI S
CRESCEN S
CLARV S
VELO X
OPTATV S
PASTV S
ANTONIVS
FIDELI S
MARTIALIS
MERCATOR
AGRIPP A
GALLI O
AGILI S
RIPANV S
ARRVNTIVS
ANENSIS • BAETASIVS
ANENSIS
MI
BAETASIVS
— 50 —
(lato
sinistro)
DIVO • TRAIANO • V ■ C«
M • VL P
I V L I V S
M-VLP
DOLVCIVS
M ■ VLP
CLEMEN S
M • VLP
marInv s
Q_OCT
MARCIANVS
M ■ VLP
Ianvariv s
M-VLP
ISAVRICV S
MCOCC
VICTO R
MCOCC
FLAVO S
M-VLP
PROCVLV S
ClVL
INGENV S
M-VLP
CALVENTIVS
M-VLP
MASS A
M-VLP
IVSTV S
M-VLP
CASSIV S
M-VLP
VRSVLV S
a. 103
10
15
(fronte)
lOVi • OPTVMO • MAXIMO
IVNONI-MINERVAE
MARTI • VICTORIAE ■ HERCVLl
FORTVNAE ■ MERCVRIO
FELICITATI- SALVTI • FATlS
CAMPESTRIBVS • SILVANO
APOLLINI • DIANAE • EPONAE
MATRIBVS • SVLEVIS • ET
GENIO • S I N G ■ A V G
VETERANI • MISSI
HONESTA • MISSIONE
EX • EODEM • NVMERO ■ AB
IMP • TRAIANO • H ADRIANO • AVG • P ■ F
C • SERIO • AVGVRlNO ■ C • TREBIO
SERGIANO-COS-L-L-M-V-S
Regio ne IV. — Sottofondandosi il palazzo della signora Hickson Pield, sull'angolo
delle vie Merulana e Sette Sale, sono stati ritrovati molti frammenti di sculture, murati
come materiale da costruzione. Notevole assai è la figura di un mostricciattolo, acco-
vacciato, col ventre adiposo, che quasi nasconde le gambe, corte e distorte. La faccia è
appena riconoscibile ; ma sembra esprimere un tipo faunesco. Il simulacro è alto circa
80 centimetri, ed è scolpito in marmo di Carrara. Nell'istesso luogo, sono stati ri-
trovati avanzi di un elegantissimo candelabro marmoreo, con la base o piedistallo
triangolare, e con gentili figure di chimere sugli spigoli.
— 51 —
lìc<li mie V. ■ — Nelle fondazioni per il cosidetto « panificio militare » sulla via
Principe Amedeo, a considerevole profondità sotto il livello moderno, è stato scoperto
un sepolcro a capanna, formato di tegoli trapezoidi di fattura etnisca, dipinti ester-
namente a colori vivacissimi ed a scomparto geometrico. Le fascie sono alternatamente
rosse e nere; il fondo è Manco.
Nell'istesso luogo sono stati raccolti due canali da tetto, lunghi m. 0,90, e messi
a combaciare in modo da formare un cilindro conico, del diametro massimo di m. 0,20.
Vi era deposto il cadavere di un infante, come può dedursi da alcuni ossicini minu-
tissimi, frammisti all'argilla che riempiva il cilindro.
Regione IX. — Sul lato orientale della nuova via Nazionale, dicontro al fianco
della Cancelleria, e sul confine delle proprietà Villa e Morosi, alla profondità di m. 4
sotto il ciglio del marciapiede, è stata scoperta ima colonna colossale di granito bigio,
di m. 1,10 di diametro, e di lunghezza non ancora determinata.
Regione X. — 1 lavori che si eseguiscono al piede dell'angolo NE del Palatino,
fra s. M. Liberatrice e s. Teodoro, per la costruzione del nuovo ingresso agli scavi
e monumenti del Palatino stesso e del Foro, hanno dato luogo al riconoscimento di
talune linee topografiche, per mezzo delle quali riesce più facile e più sicuro lo studio
dell'antica zona velabrense, compresa fra la parte inferiore del clivo della Vittoria,
ed il quartiere del vico Tusco. Per dire Jl vero, gli scavi non apprendono 'alcun che
di nuovo agli studiosi, poiché 1' andamento del clivo della Vittoria, lungo la fronte
settentrionale del Palatino, era noto appieno e dalla icnografia marmorea severiana,
e dalle memorie che si hanno degli scavi quivi stesso eseguiti, trentaquattro anni or
sono dalla Corona di Russia. Ma gli scavi attuali, oltre al sostituire il monumento
stesso, nel suo stato più o meno completo di conservazione, a quei semplici docu-
menti grafici ed a quelle memorie, non sempre dettate con accuratezza, hanno rivelato
e rivelano particolari abbastanza notevoli. Questi particolari si riferiscono a tutti tre
i periodi della istoria romana : al reale, al repubblicano e all' imperiale. Al periodo
reale appartengono gli scarpellamenti grandiosi della rupe palatina (cappellaccio ver-
dognolo) fatti, e per aumentare le difese del colle, e per rendere più agevole l'accesso
alla « porta del Fiume » o romanula. Al periodo medesimo credo appartenga ima
rete di cunicoli, e pozzi, e ricettacoli, scavati nella rupe anzidetta, a profondità che
variano dai due ai dodici metri. Questo sistema d'allacciamento, sta in relazione idraulica
col gruppo delle sorgenti di Giutuma.
Al periodo repubblicano appartengono le pareti sull'imo e l'altro fianco del clivo
della Vittoria, che sono costruite o in opera quadrata, o in opera incerta, o in opera
reticolata senza legamenti di mattone. Al medesimo credo appartenga pure il chia-
vicene, che segue la pendenza del clivo e che è in parte scavato nella roccia, in parte
costruito con grossi macigni di sperone. I ruderi del tempo imperiale non presentano
importanza speciale.
Egli è impossibile descrivere minutamente ogni cosa, perchè gli scavi sono ap-
pena in sull'incominciare, e perchè la descrizione tornerebbe poco intelligibile senza
ima pianta, che dimostri non solo la giacitura e la disposizione dei ruderi, ma anche
la diversa qualità e l'epoca della loro struttura. Si possono ricordare due cose sole:
primieramente la scoperta del selciato del Clivo della Vittoria dietro la chiesa di
— 52 —
s. Teodoro, a circa 60 metri di distanza dal sito approssimativo della porta Roma-
nula: in secondo luogo la scoperta dell'andamento approssimativo delle mura anti-
chissime del Palatino, nel tratto compreso fra l'angolo che guarda il Velabro e l'angolo
che guarda il Foro.
Regione XI V. — Nel punto più alto della ex-villa Sciarra al Gianicolo, a poca
distanza dall'antico cancello della villetta Spada, sono stati scoperti: a) un mura-
gliene ornato di nicchie a simiglianza di un ninfeo ; b) lo speco sotterraneo dell'acque-
dotto Traiano, largo m. 1, alto m. 1,90; e) ima antica strada, perfettamente conser-
vata, larga m. 4, lunga, nel tratto scoperto, m. 24; d) un masso di marmo con le
sigle di cava:
VSIIIICAS
M
Prati di Castello. Nelle fondazioni della prima caserma di fanteria ad oriente
di quella degli allievi carabinieri, si vengono discoprendo ambulacri sotterranei, con
pareti di opera reticolata, coperti a volta a tutto sesto. Gli ambulacri larghi m. 4,
sono orientati approssimativamente sull'asse del Mausoleo d' Adriano, e si credono
lunghi più centinaia di metri. L'alluvione delle acque sorgive rende impossibile ogni
indagine.
Via Ardeatina. Nella cava di pozzolana e di tufa, aperta di recente nella vigna
già di Pietro Carpignoli, sull'angolo della via Ardeatina col diverticolo che conduce
al circo di Eomulo, è stato ritrovato un cippo marmoreo di buona fattura, alto m. 1,10,
ornato di eleganti scomiciamenti, ed in ottimo stato di conservazione. Il cippo è
piantato sopra un fondamento di tegolozza, nel mezzo di un' area non fabbricata.
L'iscrizione dice:
DIANAE «
SACRVM-
RVTILIAQj?
POLLITTA ■
CL- FEM-
Il sottosuolo dell'area, nel mezzo della quale è piantato il piedistallo, è occupato
da una vastissima piscina, le cui gallerie, alte m. 1,60, larghe m. 1, intonacate di
signino e scavate nel cappellaccio, si intersecano ad angolo retto. Non mi è stato
possibile toglierne la pianta esatta, poiché gli spechi sono ingombri di terra fino al
nascimento della volta.
Via Nomentana. a) Scavandosi per le fondamenta di una casa di proprietà Buffo,
nell'area della villa già Patrizi, è stato scoperto im colombario, con le pareti esterne
di cortina arruotata, perfettissima. La cella interna, completamente devastata ab an-
tico, serba tracce di pitture murali a fondo bianco, e di pavimento a mosaico assai
elegante. Presso lo spigolo nord-est del colombario, sta murato in opera im grosso
cippo di travertino, alto m. 1,65, grosso e largo m. 0,64, con rozza scorniciatura, e
con l'epigrafe :
M ■ SALLVVIO
NARCISSO
BROCHIANO
— 53 —
Ampliate le esplorazioni, vi sono stati raccolti parecchi frammenti che apparten-
gono alla decorazione del sepolcro ed alla suppellettile funebre, ossia : riquadri di mo-
saico a cinque colori, con tessere di quattro millimetri; pezzi di intonaco dipinti;
lucerne finissime della fabbrica di Strobilo; fregi di terracotta ecc. Sono state pari-
mente ritrovate, fuori di posto, le seguenti due lapidi:
1) Stele marmorea, alta m. 1,50, con timpano ed antefisse:
T • PVPVLEIVS
TF- SERG
RESTITVTVS
CVRIB • SABINIS
MIL-COHOU'VRB
>. SEVERI
M1L • AN • XXII
VIX-ANXLTPI
2) Simile, terminata a semicerchio :
D v M
ANTONIAE
POLLAE
EVTYCHVS
FECIT
B • M
b) Nell'area della stessa villa Patrizi, costruendosi un monastero di suore fran-
cesi, nel primo isolato a destra di chi esce dalla porta Pia, è stato incominciato a
scoprire un gruppo sepolcrale di molta importanza, rinchiuso da ima parete comime.
lunga in fronte diciotto metri, ed accessibile per mezzo di una unica porta, larga
m. 1,40 ed ornata da ima coppia di pilastrini laterizi. La parete è di maniera « mas-
senziana » a strati di tufa e tegolozza. Al suo piede corre il selciato di ima strada
(che non è certamente la Nomentana), e sotto il selciato si dirama in vario senso
ima fitta rete di chiaviche, coperte a capanna, con chiusini di travertino. Quanto alle
celle sepolcrali interne, si sa che serbano iscrizioni al posto, ma conviene attendere
ancora alcuni giorni per discendere a tanta profondità senza rischio.
Fu poi scoperta ima delle celle sepolcrali interne, con le iscrizioni seguenti, af-
fisse nella parete a sinistra dell'ingresso:
1) D ■ M 2) D M
VLPIA • HICETIS P VITELLIO
MVLPIO-EVHOD DIADVMENO
LIBERTO CLAVDIAEPI
BENE-MERENTI-F- CHARIS e CO
IVGIBENEME
RENTI
c) Nella villa medesima, e nel taglio della prima via a d. della Nomentana mo-
derna, incominciano ad apparire belli e grandiosi avanzi di un fabbricato del primo
— 54 —
secolo dell' impero, delineato alla meglio nella pianta del Bufalini. Le mura, grosse
oltre nu metro, sono di reticolato, senza fascie e legature di mattoni. Ho veduto sco-
prire due pareti parallele, e distanti fra loro m. 1,40. L' intervallo è occupato da ima
scala di travertino, che discende a latomie scavate nel cappellaccio, ed impraticabili
a causa delle frane.
Nelle terre di scarico sono stati riti-ovati brani d' intonaco a polvere di manno,
con dipinti ornamentali finissimi, lumeggiati in oro, e frammenti d' una grossa colonna
di sette basi.
d) Sulla sponda sinistra dell' Aniene, prima di giungere al ponte , costruendosi
ima grande fabbrica di laterizi, sono stati scoperti alcuni sepolcri a capanna. Ignoro
che cosa contenessero.
e) Sulla sponda opposta , al di là del ponte Nomentano , essendosi aperta ima
cava di prestito, al piede del così detto Monte Sacro, e precisamente dietro l'osteria
di Filippo Averardi, sono state messe in luce le fondamenta di im mausoleo, in opera
a sacco, di m. 5 X 5 X 5, le quali piantano sul banco marnoso di color giallo vivace.
Dietro il mausoleo si sta discoprendo im fabbricato considerevole, di buon laterizio,
con pavimenti a spiga, di mattoncini. Il modo col quale procedono i lavori, a taglio
verticale, rende impossibile ogni rilievo. Nulla potrei dire intorno agli oggetti che si
credono riti-ovati in questo scavo.
Via Salaria. Il cav. Bertone ha posto mano al disterro completo del mausoleo
di Lucilio ; ma stante la grande altezza del terrapieno , il lavoro procede lentamente.
Circa la quarta parte della periferia del sepolcro è oggi visibile: è stato anche lasciato
in piedi, e molto opportunamente, imo dei colombai fabbricati nel secondo secolo a
ridosso ed a contatto del monumento ; la risega della fondazione di questo colombaio,
sta all' altezza di circa due metri sul piano del mausoleo. Fra le tene di scarico gia-
ceva ima stele di travertino, con l' iscrizione :
Q_- AFRIVS
CELER • FEC
SIBI • ET • SVIS
POSTERISCL:
EOR •
Inf-pivIna-p
IV
Via Tiburtina. Il giorno 23 corrente ho compiuta la ispezione dei terreni attra-
versati dalla Tiburtina , fino al Portonaccio , ed ho preso nota delle scoperte che
Eseguono.
a) Neil' area della stazione pel tramway di Tivoli, si sta sterrando un vasto
ipogèo di sepolcro, con mura di reticolato, e volta lunettata a schifo, ornata di ele-
ganti rilievi a stucco. L' ipogèo è lungo m. 9,90 ; la larghezza non può essere ancora
determinata. Il piano superiore all' ipogèo, ha pavimento di mattoni a spiga.
Aderente a questo mausoleo è un muro costruito con grandi blocchi di peperino,
legati insieme con sbranche a coda di rondine. I blocchi debbono aver servito ad altri
usi, prima di esser murati in questa parete, perchè alcuni fra essi sono sagomati.
— 55 —
ò) Neil' angolo estremo del camposanto , riservato al seppellimento dei Giudei,
sono stati ritrovati alcuni cassettoni, in capo ai quali erano murate le lapidi seguenti :
1) D (* M 2) e D Mtó
(sic) CAPVRNIA • NESTORI FRATRI QVI VI •
EDO NE- LICI SIT ANNIS XXII • MESIBVS
N I O C A R P I VI • DIEBVS XV • RESTV •
O N I • MARI TVS FRATERETCOLLEGIVS
TO-BENE-M BENEMERENTI- FECERVNT-
ERENTI FECIT
Q_V I • V I X I T ■
AN-NIS-L-X-
c) Nelle fondamenta della Cappella di Propaganda, presso il cenobio dei Cap-
puccini, a piedi della scala che conduce al « Pincetto » , è stato ritrovato un copioso
deposito di maioliche dei secoli XVI e XVII, vasi, orciuoli, tazze, piatti ecc.
Vili. Castello di Lunghezza — Rapporto del sig. Luigi Borsari.
Recatomi, secondo gli ordini del Ministero, a visitare gli scavi nei pressi dell'an-
tico castello di Lunghesso sulla sponda sinistra dell' Aniene, dove in occasione dei
lavori per la strada ferrata Eoma-Sulmona erano state scoperte alcune tombe, trovai
degno di nota ciò che segue.
Fu aperta ima trincea, profonda circa m. 13,00 e larga m. 6,00, in ima colli-
netta al chilometro 13,500 della nuova linea. Nel pimto ove maggiore è 1' elevazioni'
della collinetta stessa, a poca profondità dal piano di campagna, si incontrarono delle
tombe, senza copertura di sorta, tagliate nel tufo, della forma dei cassettoni rettan-
golari, quali più quali meno profonde, lunghe in media m. 2,00, larghe m. 0,50.
Altre tombe trovaronsi in più basso strato, naturalmente meglio difese dalla terra
superiore. Queste erano quasi tutte chiuse da lastroni di tufo o di peperino; alcune
soltanto erano coperte con pezzi di marmo, che riconobbi frammenti architettonici tolti
da monumenti romani. Le tombe, in numero di dodici circa, contenevano maggiore
o minor numero di cadaveri secondo la profondità. In ima ne furono contati 17, de-
posti 1' uno sopra 1' altro. In tutte se ne contarono cùca un' ottantina.
Gli oggetti della suppellettile funebre sono scarsissimi; due fibule da cavallo,
ima delle quali in ferro, F altra in bronzo ; un anello di bronzo ossidato ; un falcetto
di ferro, lungo m. 0,52, compresa la parte del manico; finalmente ima chiave dello
stesso metallo, lunga m. 0,10.
In una tomba si scoprì imo scheletro, che aveva presso il cranio ima tazzina a
due anse, larga m. 0,10, lunga m. 0.05, degna di nota per la sua copertura a vernice
piombifera, usata con mescolanza di terra bianca di Verona; il quale oggetto, dovendo
essere classificato tra le mezze maioliche, ci dimostra da per sé 1' età medievale a
cui le tombe si riferiscono. In altra tomba fu trovato in frammenti un orcio fittile .
di cui un solo pezzo si potè recuperare, e che per la vernice vitrea e gli abbellimenti
a strisce di manganese ed a pennellate di ossido di rame, va classificato anch'i- o
tra le stoviglie dell' età di mezzo.
ClaS . [ENZE MORALI CCC. - MEMORIE — Sc-X. La, Voi. IL 8
— 56 —
Tutto porta a credere, che il sepolcreto sia stato di ima colonia o di una do-
iiiusculta medievale dell' agro romano, che avrebbe avuta la sua sede nei pressi del
castello di Lunghezza, ricordato col nome di Castellani Longezzae nel 1074, e di
' "ust rum Longitiae nel 1203 (cfr. Nibby, Analisi t. II, p. 276 sg.)
IX. Ostia — Rapporto del comm. R. Lanciani.
Avendo posto mano ad alcuni restauri urgenti nelT ambulacro centrale del Teatro
Ostiense, ho fatto muovere e raddrizzare nel debito luogo dieci piedistalli marmorei,
i quali erano stati adoperati come materiale da costruzione nel secolo IV dell'era vol-
gare, e messi imo sull'altro a rinforzo di un arco fatiscente, conforme è dichiarato nelle
Notizie 1880, ser. 3a, voi. VI, p. 470. Il primo piedestallo, alto m. 1,50, largo 0,75,
grosso 0,52, porta questa iscrizione:
M • I V N I O • M • F • P AL
F A V S T O
DECVRIONI • ADLECTO
FLAMINI • DIVI • TITI • DVVMVIRO
MERCATORI ■ FRVMENTARIO
Q_- AERARI • FLAMINI • ROMAE
ET ■ AVG • PATRONO ■ CORj)
CVRATORVM-NAVIVM-MARINARkto
DOMINI • NAVIVM ■ AFRARVM
VNIVERSARVM ITEM
SARDO RV M
L D D D • P
Nel fianco si legge la data della dedicazione, che è del 19 settembre 173, già rife-
rita nelle Notizie citate, p. 478, n. 11 :
dedicatali! KAL 'OCTOBRES
Severo. ejT • P O M P E I A N O II COS
Cura «7JENTIBVS-P AVFIDIO
JVO-M CLODIO FORTVN/
'/DENTE • L TADIO ■ FEL
| XV
Il secondo piedistallo, alto m. 1,50, largo m. 0,71, grosso m. 0,51, ha l'iscrizione:
C • VETVRIO • C • F • TESTIO
AMANDO
Q_- R ■ PATRON O ET
DEFENSORI • V ■ CORPORVM
LENVNCVLARIOR • OSTIENS
VNIVERSI • NAVIGIARII • CORPOR
QVINQVE • OB INSIGNEM EIVS
IN ^NDIS-SE-T-IN TVENDIS
EXIMIAMDILIGENTIAM-DIGNISSIMo
«TQVE • ABSTINENTISSIMO • VIRO
ob MERITA • EIVS •
OrcÌQ CORPORIS ■ SPLENDEDISSIMI ■ CODICiR. •
L • D • D ■ D • P ■
Nel fianco si legge la data dell' anno 147, cria riferita nelle Notizie citate,
"so
p. 478, n. 12 :
DED Annio Largo
VRAstina Messalina COs
Il terzo piedistallo, alto m. 1,53, largo 0,71, grosso m. 0,57, reca la leggenda :
Q_- A E R O N I O
A N T I OCHO-
SE VI R • AVGVST •
ET • Q_- Q^j EIVSDEM ■
ordin is • Idem.
OLOlCORP • MENSOR
FRVM • ADIVTORVM
OSTIESIVM-
ANINIA ■ ANTHIS •
CONIVNX-
L • D D D • P
Il quarto piedistallo, ornato di eleganti bassorilievi figurati , al disopra della
scorniciatura, che inquadra le leggende, è stato per inala sorte martellato in modo, clic
solo può distinguersi la data incisa sul fianco. In questa ricorre 1' illustre nome di
Nasennio Marcello :
DEDICAI" • III • K -IANVAR
Q_' SERVILIO ■ PVDENTE • L ■ FVFIDIO • POLIONE • G'S SÌC
fi" VIRIS • Qj Q_- C ■ NASENNIO • MARCELLO • ET • M ■ LOLLIO • PAVLINO
(Sperone o rostro di nave, a testa di cigno)
Nel quinto, spezzato a metà, si legge :
SEX • PVBLICIO
SEX • FIL • COLL
M A I O R I
eqvo-pvblico-exornaTo
o n r vRin
Nel sesto rimangono soltanto le sigle L • D • D • il. p.
Gli altri quattro sono anepigrafi.
X. AlbaiIO-Laziale — Nel giardino della villa Boncompagni- Ludo visi in
Albano, fu scoperto un cippo con l' incavo per gli avanzi del rogo, adorno di sculture
a festoncini, e con 1' iscrizione :
Dls • MANIBVS
CLAVDIAE • AGIDIAE
prefericolo S O R O R I patera
PHYLACIS • AVGVST • L
VIXITANNIS • XVIIII
— 58 —
Fu pure trovato un piccolo busto marmoreo raffigurante una giovinetta, forse la
Claudia Agidia, a cui il monumento era stato posto.
XI. Anzio — Nota del comm. E. Lanciaci.
Costruendosi dal cav. Pietro Ionni il nuovo albergo sulla spiaggia di levante,
presso la base del » molettone Pamfili » , sono stati ritrovati molti sepolcri a casset-
tone ed a capanna, dei secoli III e IV : un' antenna di nave, lunga oltre ai 6 metri,
e queste due lapidi in lastra marmorea :
<s
a)
ANTONINA "> f-| M
MARITO • %>C
AMPHIONI DVL FIRMINA - COIXFVG
CISSIMO B-M-F-hERENtfVS
BENEMERENTI SATVRNVS
FECIT
Nelle fondamenta per la villetta Mengarini, sul ciglio della rupe, fra la villa
Sindiei ed il cancello Borghese, e sul confine preciso dei territori di Anzio e Nettuno,
sono stati rinvenuti avanzi di un elegante edificio romano , con pavimenti marmorei
elegantissimi, brani di intonaco dipinti ecc. Si è poi incominciato a scoprire un simu-
lacro di Mercurio, in marmo greco, a due terzi del vero, che è una delle più gentili
e piacevoli sculture tornate in luce da questa spiaggia, così feconda in opere d' arte
della scuola greco-romana del II secolo dell' impero. Sono già state raccolte : la testa,
intatta, bellissima, con i capelli stretti dalla fascia, e con le piccole ali caratteristi-
che del messaggero dei numi ; la gamba sinistra , ed il braccio pure sinistro , con
un' asticciuola (caduceo?) nella mano. La scoperta del rimanente è quasi sicura, poiché
i movimenti di terra sono appena sulT incominciare.
Torre di Astura. Può essere qui ricordato il rinvenimento fortuito di im depo-
sito di anfore nella marina di Astura , a circa cinquanta metri dalla spiaggia, ed a
pochi metri di profondità. Le anfore presentano tutte mirabili incrostazioni di zoofiti,
e di mano in mano che i pescatori le raccolgono, sono acquistate dal principe Bor-
ghese e dal cav. Sindici. Si tratta evidentemente di ima nave frumentaria colà nau-
fragata.
XII. Pompei — Relazione del prof. A. Sooliano.
Continuandosi il disterro del piano inferiore della casa detta di Giuseppe II,
n. 39, Is. 2, Reg. Vili, di cui si disse nella relazione precedente (cfr. Notizie 1885,
ser. 4a, voi. 1, p. 709), nel lapillo che ricopriva la scoria sulla quale è costruito il Foro
triangolare, si rinvenne il giorno 26 febbraio, il torso di una statuetta virile di marmo,
di forme assai giovanili. Dalla spalla di-, fortemente rialzata, si argomenta che quel
braccio dovesse probabilmente poggiare sili capo, mentre il deltoide della spalla sin.,
abbastanza accentuato, e quel poco che avanza del braccio sin., assai aderente al lato,
mostrano che con questo braccio la statuetta si appoggiasse al tronco di sostegno, del
quale è im avanzo presso 1' anca sin. Dallo sfìancheggio poi si deduce, che la statuetta
— 59 —
dovesse insistere sul piede dr. Sicché le forme svelte e delicate, e tutta la posa, fareb-
bero pensare ad una piccola statua di Apollo. La sua altezza massima è di m. 0,41.
e l'esecuzione n' è buona. Non mi pare improbabile, che possa essere stato un donario
del tempio greco soprastante, e colà trasportato.
Nel medesimo sito tornarono a luce il 24, alcuni tronchi di colonne di tufo, delle
quali mi riserbo di parlare, quando saranno messi interamente a luce gli altri pezzi
architettonici, che ancor giacciono mezzo sepolti.
In una stanza a dr. del viridario della casa n. 7, Is. 2; Reg. V, si rinvenne il
giorno 12: lerracotta. Una scodella rotta. E il giorno 15: Bromo. Un sextans.
Terracotta. Due anfore anepigrafi. In una stanzetta poi della casa con 1' ingresso dal
secondo vano sul lato occidentale della medesima Isola e Regione, si raccolse nel me-
desimo giorno 12 : Ferro. Alcuni frammenti.
Dagli operai addetti alla nettezza furon consegnate le seguenti monete di bronzo:
Nel giorno 8, un sesterzio sconservato di Claudio, col tipo della spes augusta. Nel
giorno 16, un dupondio di Claudio, col tipo della libertas augusta. E nel giorno 26
ima moneta imperiale corrosa.
Regione III. (Lucania et Bruttiì)
XIII. Monteleone di Calabria — Nelle Notizie dello scorso anno, sei. 4a,
voi. I, a p. 608, fu edita un' iscrizione latina, comprata sul mercato antiquario di Napoli
pel Museo Nazionale, la quale, secondo le informazioni allora avute, si disse rinvenuta
in una contrada del comune di Arena, nella provincia di Catanzaro. Ora il sig. ispettore
degli scavi in Nicotera, dottor Diego Corso, ha fatto conoscere che quella lapide fu
invece scoperta nel territorio di Monteleone, e precisamente nelle adiacenze della fra-
zione di Vena superiore.
XIV. Reggio di Calabria — Nota del can. A. M. Di Lorenzo Vice-
Direttore del Museo di Reggio.
1. Il nostro marmo latino, che ricorda il testamento onde Tiberio Berveno (?) Sabino
legava ai Municipi Reggini Iuliensi parecchie statuette argentee, pitture su tavola,
codici membranacei ed altra preziosa suppellettile, da collocarsi parte nel Pritaneo
reggino, parte nel tempio dell' Apollo Maggiore ; marmo che nel passato secolo vede-
vasi affisso in una cantonata di piazza del Duomo , e che poscia spari fra le rovine
del 1783, era stato rinvenuto, come dietro al Politi (1618) accenna il Molisani ,
e il Mommsen ricorda (C. /. L. X, p. 4, n. 6), presso due diruti edifici semicirco-
lari, dietro le colmate del castello di Reggio : Ad duo diruta aedi fida post maioris
arcis valium (Mommsen). Duo Ma diruta acdificia in hemicycli formam (aveva
scritto il Morisani), unum ad Caesiam rergens, alterava ad Africam, cantra posita
ri su, ti tu- . . . Ibique si novae effossiones ex proposito fierent . . . enei pretiosa anti-
quitatis monumenta quovis pignone decertarem (').
Questa località, che doveva essere meno ingombra ai tempi del Morisani, si riempì
(') Inscriptiones Reginae etc. pag. 267.
— 60 —
di catapecchie dopo i tremuoti dell' 83 ; e de' due sopra notati emicicli, quel di mon-
tagna è oggi sparito sotto le case Palumbo e Calabro sulla via Baracche, di fronte
alla chiesa del Carmine Vecchio, dove l' antica muraglia si lascia appena scorgere
esternamente nella base di casa Palumbo e nel vicoletto d'accanto. Internamente la
rivedremo fra poco.
L' altro emiciclo della parte di marina , opposto al precedente , dura tuttavia
sgombro ; ed è qui che abbiamo praticate posatamente le nostre ricerche, avendoci il
proprietario sig. Antonio Vilardi concesso , con nobile prova di patrio rispetto , ogni
facoltà di distruggere le piantagioni che v' erano, per farvi tutte le esplorazioni che
avremmo credute del caso.
Dal mezzo di questo emiciclo a quello dell'emiciclo opposto, corrono un settan-
tadue metri, e lo spazio intermedio è oggi diviso tra casette, orti e viuzze. Nel quale
intervallo ci si dice essersi fatti, molti anni or sono, degli scavi per conto di forastieri ;
pei quali scavi si ebbero de' soliti nostri minuti cimelii , ma si distrussero insieme
delle sotterranee muraglie di grossi mattoni, cosa che tornerà certo di nocumento a
future possibili esplorazioni.
La nmraglia dell' emiciclo sul quale si appuntano oggi le nostre ricerche , sus-
siste tuttavia per un giro che forma quasi un semicircolo. Il diametro, preso dagli
estremi interni della muraglia, è di scarsi quindici metri. Ma giova descrivere più
specificatamente 1' aspetto di questi ruderi, come si presentavano avanti della nostra
esplorazione.
2. Dall'angolo australe del largo del castello, una via ineguale e tortuosa mena
alla contrada Baracche. Accanto a questa via, dal lato del Vantano ., in un cotal
punto che rimane libero fra due picciole case, il vuoto finisce in ima stecconata, donde
si può affacciare sulla corte del nostro emiciclo, che giace da quattro a cinque metri
più in basso. Tale orto o cortile, è circoscritto da una parte dalla muraglia dell'emi-
ciclo, e dall' altra da talune casette; di guisa che tutta la corte viene costituita dal
detto semicircolo e da un'altra area irregolare, una volta e mezzo più grande. Vi si
accede per una porticina, posta su d'un chiassuolo chiuso ed abitato da caprai.
La muraglia dell' emiciclo corre internamente ruvida ed ineguale , da mostrar
chiaramente che già da tempo ne fu tolta l' incrostatura o di marmo, o d'altro che
fosse. Il che suggeriva al Morisani (luogo cit.) il sospetto, che fossero questi gli avanzi
dell' Apollo Maggiore, ricordato nel marmo sopraccennato del testamento.
Una delle case che limitano la corte, si appoggia in un punto ad un nucleo in-
forme di solida muraglia antica, il quale risponde a un dipresso sopra l'asse che
congiungerebbe i due emicicli.
Ed ora che abbiamo accennato alla scrostatimi del nostro emiciclo di marina,
possiam soggiungere, che avendo visitato l'opposto di montagna, nei sotterranei della
casa Palumbo, lo abbiamo trovato ancor esso già spoglio dell' interna rivestitura. La
muraglia d' ambo gli emicicli è formata dell' identica e forte costruzione di opus
incertum.
Or venendo all' esplorazione sotterranea del nostro emiciclo di marina, eccone
per ordine logico i risultati.
3. La muraglia del recinto abbiam trovato, che si profonda quasi quattro metri
— GÌ —
sotto il livello della corto; sicché stremata (come al presente si trova) di uon sap-
piamo quanto della sua parte superiore, misura in tutto un otto metri di altezza. Il
suo fondamento poggia sopra un naturale deposito di sabbie sciolte. Or proprio al
basso estremo della fondazione, ci venne discoverto di che natura si fosse il rivesti-
mento interno di questo edifìcio ; e constava come di una controparete di grossi mat-
toni, saldissimamente murati fra loro e con la muraglia. Di codesti mattoni riman-
gono soltanto tre suoli nel giro da noi esplorato. Essi non portano bollo. Li abbiamo
lasciati intatti, estraendone un solo per campione ed esame.
Altra cosa rilevantissima ci diedero gli scavi fuori del diametro dell' emiciclo.
Accanto a queir informe rudero del centro , dal suo lato di mezzodì , da due a tre
metri di profondità sotto il livello della corte, fu trovato lo sbocco, o F imboccatura
che fosse di un aquidotto, presso della quale viene a morire il fondamento di quel
cotal nucleo d' informe rudero che abbiamo cenuato di sopra, mentre le sostruzioni
dell' aquidotto vanno molto più profondo, come vedremo.
Quest' aquidotto è largo 87 cent., poggia ad angolo nonnaie siili' orlo di ima lunga
e solida muraglia laterizia, la quale è formata ancor essa di quei grossi mattoni del
rivestimento, e corre quasi parallela al diametro dell'emiciclo, di guisa che lo sbocco
dell' aquidotto guarda il fondo di esso emiciclo. Dopo però un brevissimo tratto, l'asse
dell' aquidotto si ripiega, con un angolo molto aperto verso mezzodì , per guisa che
accenna di mettersi fuori della linea, che segnerebbe il prolungamento della muraglia
dell' emiciclo.
Anche laterizie sono le pareti dell' aquidotto, le quali sussistono allo sbocco per
pochi decimetri di altezza. Essendo distrutto il vertice, ignoriamo qua! ne fosse stata
la struttura, e per non iscalzare le case vicine, non si potò tener dietro alla facile
traccia dell'aquidotto.
E per la stessa ragione non abbiam potuto vedere quanto si prolunghi il muro
rettilineo, su cui poggia la bocca dell' aquidotto. Ne abbiam potuto esplorare solo im
tre metri di lunghezza. Fortunatamente un mattone di questo muro portava il bollo ;
e 1' abbiamo estratto per mezzo degli scalpelli, lasciando intatto il rimanente. Il bollo
è /,/AIKPATHI. L'angolo del mattone, che dovea rappresentare il principio del nome,
• appare riportato da un somigliante pezzo e saldato a crudo.
Il detto muro laterizio, a im metro e più della sua profondità viene rafforzato
da un altro muro, come dicono di risega : innanzi del quale facendo im profondo saggio
tra le sabbie disciolte, non ne abbiamo potuto raggiungere la base, e bisognò desi-
stere per non mettere a pericolo i lavoratori, dovendosi agire tra sabbie sciolte e in
un ristrettissimo cono.
E aggiungiamo alla perfine, come poco di sotto la bocca dell'aquidotto, s' incon-
trarono le tracce di un battuto di calce, il quale protendevasi per dentro 1' emiciclo ;
donde il nostro sospetto che questo aquidotto fosse un emissario. Ne abbiamo trovato
mal conservato il suolo, ed anche per la brevità del tratto scoperto non abbiam po-
tuto esaminarne la pendenza.
Or tutto raffrontando, siamo quasi indotti ad ammettere che i due emicicli ap-
partenessero allo stesso edificio, formando le testate di ima prolungatissima ellissi,
avente 1' asse maggiore di 72 metri, e il minore che non raggiungeva forse il terzo
— 62 —
di questa lunghezza. La destinazione idraulica ce la dicono l' aquidotto, e l' interno
rivestimento laterizio del recinto.
E qui ci affrettiamo di riferirci all' aquidotto greco, di cui abbiamo parlato nelle
Notizie del 1883, ser. 3a, voi. XI, p. 538. Queir aquidotto noi lo abbiamo seguito fin
sotto la colmata, che segue all' orto del sig. Giovanni Morisani, a sinistra del valloncino
Orangi. Or è da aggiungersi, che in quest'ultima località l'aquidotto accenna bene di
voler dirigersi alla volta del nostro serbatoio ellittico, e che dall'ultimo punto colà esplo-
rato infino alla testata di montagna di esso serbatoio, non corrono che un 220 metri.
Le ricerche future diranno il resto. Per ora siamo contenti di aver potuto aggiungere
questo importantissimo frammento, alla carta topografica delle antiche acque reggine.
4. Ed oltre a ciò abbiamo delle ragioni da congetturare, che fin da' tempi ro-
mani, cessato il primitivo uso di quel nostro edificio, e demolite per ragioni di pas-
saggio o d' altro le pareti lunghe dell' ellissi, i superstiti emicicli delle testate ven-
nero adibiti ad altri usi, e probabilmente sacri. Ed ecco infatti 1' ultima scoperta di
epoca seriore, che ne han data gli scavi del nostro emiciclo. Verso il mezzo del
diametro furono messi a nudo due pilastri quadri, da ciascuna delle cui facce sporge-
vano i contropilastrini. La grossezza del pilastro è di circa un metro. Per quanto ricor-
diamo, la luce intermedia era tanta, che se mai avessero sostenuto un arco, resterebbe
da' due lati il giusto spazio per altri due archi, che s' intestassero cogli estremi del-
l' emiciclo conservato. I pilastri rinvenuti sussistevano per un metro scarso di altezza.
Eran d' opera laterizia ; ma di molto sottili mattoncini e poco salda era la muratura.
Alla base i mattoni erano acconciamente smussi per le modanature ; ma l' intonaco non
più sussisteva.
Dal lato interno di imo de' pilastri suddetti, abbiamo trovato imo scheletro umano,
e con esso tre monete conglutinate insieme per via dell' ossido. Due, eh' eran di rame.
quasi interamente distrutte; la terza, d'argento, è dell'imperatore Probo.
I mattoncini de' pilastri non portavano bollo. Ma i rottami laterizi trovati quivi
presso, e forse appartenuti al tetto di questo edilìzio posticcio, ci hanno fornito i
bolli seguenti:
a) Qj. C£ sopra parecchi tegoli. Bollo rettangolare in grandi lettere, dentro
cartello ansato. Lo stesso bollo in caratteri minuti, fu trovato sopra un manico di
anfora. E qui soggiungiamo che altre anse con 1" identico bollo, le abbiamo anche rin-
venute in ima cisterna conica del Conservatorio di s. Gaetano.
b) \ Monogramma improntato su d' un tegolo.
e) Altri tegoli portavano per bollo ima palmetta, di due diverse dimensioni
nei varii esemplari.
d) Un tegolo infine recava ima R, condotta sul crudo con la pimta del dito.
Finite le esplorazioni, e dovendo riconsegnare il locale al proprietario, abbiamo
ricoperto del cavaticcio tutte le sotterranee costruzioni sopra descritte. Allorquando
con l'allargarsi la città da quel lato, verrà distrutto quel labirinto di' casupole, potrà
bene seguirsi la traccia dell' aquidotto , ed esplorando l' intervallo fra' due emicicli,
si caverà forse luce migliore intorno a questa contrada dell'antica pianta dì Reggio.
5. Avendo le piogge del passato dicembre rovesciato un muro di sostegno presso
l'Asilo d'Infanzia, cioè ima trentina di metri a libeccio de' noti scavi Taraschi e
— 63 —
Balilla, rimase scoperta ima delle nostre solite cisterne coniche, che misurava fare
metri incirca ili diametro alla base. Esplorandola, vi trovammo di più notevole:
Quattro scheletri umani, de' quali abbiam potuto conservare tre teschi intatti.
Una l'accia di leone di terracotta, che dalla l'orma ili apertura della bocca dimo-
stra, di aver servito per getto di acqua di una fontana campestre.
Del vasellame rozzo da cucina, intero o frammentato, tra cui ima pelvi a forma
di canestro, che misura 12 centina, di altezza, e 27 di diametro al labbro; parecchi
recipienti a cono tronco, di sezione orizzontale ellittica, ed orlo piano al labbro, di
dimensione poco varia fra loro, misurando in media 22 centim. di altezza, 20 e 13
centim. ai due diametri della base, 37 e 29 centim. ai diametri dell' orlo superiore.
Parecchi frammenti di battuto, formato di coccio grossolanamente pesto, avente
delle stellette di musaico ad uguali distanze, cioè di un decimetro tra l'ima e l'altra, in
ogni direzione. Tali stelle o crocette son forniate ciascuna di cinque tasselli silicei,
di un centimetro in quadro; di color grigio il centrale, bianchi i quattro laterali.
Due pezzi di tegolo con questi frammenti di bollo a grosse lettere d' incavo :
a) '//ftQAJ/l b) /k
E finalmente un' ansa rodia col bollo rettangolare tmin0IOY c'ie ™Pono^e
precisamente a quella trovata in Taranto (Cf. Notizie 1885, ser. 4a, voi. I, p. 435-8);
mentre quelle del Dumont (Inscript. ceroni, de Grece, p. 78, n. 115-119) hanno lo
stesso eponimo, ma mesi differenti.
6. Fu nei mesi precedenti, che avevamo un' altra scoperta nella rada a destra
della città, a un 60 metri dal lido, e circa m. 250 a nord de' noti scavi Griso- La-
boccetta. In tal sito adunque della rada il sig. Travia Domenico, nel cavare le fon-
damenta per ima sua casa sul prolungamento del Corso Marina, rinveniva da quattro
a cinque metri di profondità dal livello stradale due rocchi di colossale colonna, che
giacevano rovesciati 1' un presso 1' altro. Il maggiore di essi misura un metro e mezzo
di lunghezza, con diametro di m. 1,40 da un capo, e m. 1,30 dall'altro. Il secondo
l'usto più breve, ha m. 0,68 di altezza, con diametro di m. 1,20 da un capo, e m. 1,12
dall' altro. Come si vede, se i due pezzi appartenevano alla stessa colonna , essi non
erano consecutivi. La materia è un calcare, di cui ci si dice esistere delle rocce nel
territorio di Messina; ed è più compatto del calcare delle cave siracusane, chiamato
presso di noi pietra di Siraeicsa o semplicemente Siracusa, e del quale si fa molto
uso nelle fabbriche, per pilastri, stipiti, medaglioni, mensole ecc.
Abbiamo allargato al possibile lo scavo, in cerca di altri somiglianti fusti; ma
non se ne sono rinvenuti. Invece son venute fuori delle minute anticaglie, come una
borchietta di rame dorato, di 2 centim. di larghezza, con chiodetto per peduncolo;
qualche concolina a vernice nera; qualche figurina o mascheretta cretacea, non dissi-
mile da quelle de' depositi della superiore regione Griso -Laboccetta, Asilo e Taraschi
e Barilla.
Dobbiam pertanto soggiungere, come di sopra di essi fusti correva un piano di
massi parallelepipedi di tufo, già incontrati dal proprietario anche più in dentro.
nel cavare un pozzo. Inoltre una decina di metri a libeccio del sito delle colonne,
sporgeva sul terreno un avanzo informe di fabbrica, che fu testé distrutto. Doveva
— 04 —
appartenere ad epoca seriore, giacché non discendeva sotto il livello dell'antico sito, dove
i fusti giacevano. 11 luogo non è sottostante ad alcun vallone; e perciò il deposito
di oltre a quattro metri, che involse dapprima quei fusti e poi li seppellì sì profondo,
accenna da sé a un lento e graduale trasporto di molti secoli, che ha dovuto anche
allontanare proporzionatamente la sponda. È anche da notare, che nel cavare le fon-
damenta della casa che fu da poco fabbricata nel! angolo di levante della stessa isola,
e quindi a poca distanza dai fusti sotterrati, furono incontrati e distrutti avanzi gran-
diosi di solidissima fabbrica , di cui un tratto è tuttora visibile nella contigua via
traversa, e può esplorarsi.
Da tutto ciò pare potersi congetturare, che quei fusti colà giacessero da epoca
preromana; sia che non fossero per anche usati, ma rimasti sullo scalo dopo essere
stati lavorati alle cave originali di Sicilia ; sia che appartenessero al prostilo del vicino
edificio di levante, rovesciati per tremuoto o altra causa, nell'area esterna del fab-
bricato.
I due sopradescritti fusti furono acquistati ed estratti a spese del comune,
ed abbiam curato (cortesemente coadiuvati dal sig. Cimato Antonio) che venissero
sollevati 1' uno siili' altro, collocandoli in buona vista, presso il luogo stesso del rin-
venimento , su d' ima stretta zona di terreno libero, tra il detto Corso Marina e la
linea della ferrovia Reggio - Castrocucco.
Poco lungi dalla stessa località, cioè un centinaio di metri a ponente -libeccio,
sulla stessa linea del Corso Marina, scavando il terreno, il sig. Labate Domenico pel-
le fondamenta di una sua casa , trovò parecchie tazzette e lucerne fittili de' nostri
AFP
soliti moduli; im'ansa col bollo (J)l; un fondo di tazzetta aretina con la marca OI .
I quali cimelii , per intromessa del sig. avv. Giuseppe Caminiti , furono dal proprie-
tario gentilmente donati al patrio Museo.
Contemporaneamente veniva a questo regalata dal sig. Moschella Giuseppe.
un' ansa trovata presso la città, col bollo rettangolare P. ci a mi in* n leggenda retro-
grada: *ViaVA>Dq.
XV. Fossato Calabro — Un' altra ansa con bollo rettangolare EKPHHOY .
in lettere ben rilevate, venne portata al Museo civico di Reggio dalla contrada Sa-
line, eh' è la regione marittima di là del Capo dell'Arme {Leucopetra), appartenente
al comune di Fossato Calabro già Montebello.
Roma, 21 marzo 188t>.
Il Direttore gen. delle Antichità e Belle urti
FlORELU
Alti de" Lincei. Mera C] s> mor.eci Serie4*Vo] II.
Notizie Scavi - Febbraio l886.Tav. I.
r-,,,1
%■
' "■
BRONZI DI SAN C1NESIO
— 65 —
M A R Z O
Regione X {Vene Uà)
I. Concordia — Nota dell' ispettore avv. cav. Dario Bertolini.
Ad occidente di Concordia ed alla distanza di circa 300 metri dal ponte romano.
i fratelli sigg. Borriero, sulla fine dell'anno 1884, fecero uno scavo lungo il lato
meridionale della via Annia, donde ritrassero alcuni massi rettangolari di pietra
d'Istria. Venuta la stagione dei lavori campestri, dimisero lo scavo e lo ripresero
nello scorso gennaio. Nuovi massi rettangolari ne furono il prodotto, i quali però si
mostrarono disposti in un parallelogrammo, lungo il margine della strada, interse-
cato normalmente da altri massi, che lo suddividevano in parallelogrammi minori.
La prima idea che presentava tale costruzione in quel sito, era quella di una platea
su cui poggiassero le tombe di qualche famiglia. Ed il procedere dello scavo rese
più probabile l'ipotesi. Una tomba della forma di quelle del sepolcreto, cioè con co-
perchio a tetto, lavorato però assai rozzamente, giaceva a un lato del parallelo-
gramma longitudinale, come se vi fosse stata rovesciata. I fratelli Borriero cortese-
mente mi fecero tosto avvertito della scoperta, aggiungendo elio sulla faccia della
tomba era lor parso di vedere alcune lettere, che per l'ora e la posizione non si
erano potute rilevare. L'epigrafe, accuratamente letta, dice:
D M
T DESTICIO SALIVS
TIO LIB
Non si vede più la orizzontale del secondo L di Sallustio. Questa nuova epi-
grafe concordiese offre riscontro con quella trovata nel secolo scorso in Industria di
Po, dedicata a Minerva per la salute di alcuni membri della famiglia Desticia;
lapide che andò ben presto perduta. Il Zaccaria, il quale l'ha pel primo, se non
isbaglio, pubblicata nella Storia letteraria d'Italia, voi. II, p. 525, aveva dato nei
vv. 4 e 5 SALTVS ET, e così fu sempre riferita dopo di lui dagli altri tutti. Solo
il Mommsen, accogliendola nel voi. V del C. I. L. in luogo di quelle parole mise
SAL/VS/I. avvertendo che fu indotto a correggere in tal guisa il SALTVS | ET,
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. '.»
— 06 —
perchè appare avere il figlio dedotto il nome dalla madre (C. I. L. V, 7473). Il
suo ragionamento ha piena conferma nella nostra lapide.
Tra i vari massi estratti dallo scavo, imo porta in un canto la sigla H, che
io non saprei altrimenti spiegare, che come uno di quei segni messi talvolta dal qua-
dratario, per indicare il proprio nome o la destinazione del masso (cfr. P. L. Bruzza,
Sopra ì segni incisi nei massi delle mura antichissime di Roma, Annali Inst. 187(5).
II. Este — Nota del direttore del Museo civico, prof. Alessandro
Prosdocimi.
Essendosi iniziati i lavori di sterro per il nuovo foro boario, nella vasta area
chiusa dalle mura del castello marchionale estense, nell'abbassarsi parte del declivio
della piccola eminenza sulla quale sorge il maschio, si sono scoperti molti pilastri
costrutti in pezzi di trachite, di varia grandezza, tagliati regolarmente a scalpello,
tra i quali si vedono posti in opera, qua e là, grandi mattoni romani. Detti pilastri
hanno forma quadrata di m. 1,32 per lato, distanti l'uno dall'altro m. 2,46; e non
temo di errare attribuendoli alle prime costruzioni del palazzo marchionale, innal-
zato, unitamente al castello, tra il 1000 ed il 1050 da Alberto Azzo fondatore della
prosapia Estense.
In prossimità di uno dei detti pilastri, alla profondità di m. 1,35, fu scoperta
una lapide sepolcrale romana in marmo rosso di Verona, alta m. 0,93, larga m. 0,01,
dello spessore di m. 0,18, la quale fu trasportata nel Museo. Dentro ima cornice sago-
mata porta la seguente iscrizione:
M • HERENNIO
CHRESTO
EPIDIA DO
NATA POSVIT-
Fu poi recuperato un altro frammento epigrafico, in marmo bianco veronese. È
alto m. 0,70, largo m. 0,55, dello spessore di m. 0,15, e conserva:
VDIC
SEST
PROCVI
IiR
irmiv
FELICIDE
IBIET-S
Anche questo frammento fu aggiunto alla raccolta pubblica.
In questi ultimi tempi il Museo si è pure arricchito di due nuove epigrafi ro-
mane, donate dal sig. Piasenti Giovanni. La prima incisa in ima lastra di macigno,
alta m. 0,76, larga m. 0,30, dello spessore di m. 0,10, dice:
A
BALB
IN-FP XII
IN-AP-XX
— 67 —
La seconda, in una stela sepolcrale, pure in lastra di macigno, superiormente
terminata a curva come la precedente, di m. 1,03X0,33X0,10, reca:
LOC
SEP
CLVSI
Tutti e duo questi titoli furono sterrati in prossimità di Este, nel sobborgo detto
del Cristo, nella località Serraglio Widmann.
Altra lapide sepolcrale fu nello scorso gennaio disotterrata nella contrada S. Ste-
fano. È in pietra di Costoza, e vi si legge:
Q_ACVTIVS ,
RVFIO
Regione Vili {Cispadana)
III. Bologna — Relazione del E. Commissario conte Gozzadini, sopra
gli scavi fatti eseguire dal Governo in s. Polo, ed intorno alla scoperta
di un nuovo sepolcro nell'area dell'Arsenale militare.
Il Ministero della Pubblica Istruzione volle incaricarmi anche nello scorso anno
di far eseguire le esplorazioni nella necropoli Felsinea, in quella parte che ora è
podere s. Polo, del sig. Arnoaldi Veli.
Cominciai pertanto coli' aprire in autunno ima trincera di m. 19 X 6, nel punto
a cui pervennero gli scavi nel 1884, assistendo continuamente l'esperto e diligentis-
simo sig. dott. Cesare Ruga, al quale rendo pubbliche grazie per la sua intelligente
cooperazione.
Come nelle precedenti esplorazioni, si rinvenne un primo strato di sepolcri ro-
mani, così contigui che ce n'eran diciotto nell'area sopraindicata, e la loro profondità
totale oscillava tra m. 1,65 e m. 2, pressoché solita: uno solo arrivava a m. 2,20.
Sei secondo il rito della semplice umazione, gli altri dodici secondo il rito della
cremazione, allora prevalente.
I cadaveri, non inceneriti, erano stati deposti entro casse di legno, di cui si tro-
varono vestigia, e quasi sempre in posto i chiodi di ferro che ne unirono le tavole.
Due scheletri avevano la mano destra sulle pelvi, e la sinistra presso il femore s.,
uno la destra sul petto e la sinistra presso il femore s., uno la destra presso il fe-
more d., e la sinistra sulle pelvi: uno le mani incrociate sul petto, e un altro sulle
pelvi; e questo colle gambe rattratte, quasi stesse rannicchiato. Ciò è un fatto ul-
teriore comprovante, che da tale posizione non si può arguire, come qualcuno ha vo-
luto, che il cadavere sia di un'epoca antichissima, anzi proprio della stirpe ligure. ^
I tre scheletri di adulti che si poterono misurare, avevano l'uguale lunghezza di
m. 1,55, ed essi e gli altri erano orientati col capo. Ai quattro angoli interni della
cassa (solo ima volta agli esterni), come negli altri sepolcri romani della nostra ne-
cropoli, stavan ritti quattro vasetti d'argilla rossastra, vuoti, costantemente della stessa
forma, senza anse, fascia alta in cima, poi rigonfi, e dal mezzo in giù concavo-rientranti.
— 68 —
onde finiscono quasi a punta; adatti più ad essere fissati nella terra smossa o
nelle ceneri, che a star ritti sopra un piano solido. Però in uno di questi sepolcri
i vasetti erano due soltanto, presso le spalle dello scheletro. Quasi sempre fu trovata
la moneta pel passaggio acheronteo, o sotto o presso la testa, o all'imo o all'altro
fianco: fuori della cassa a destra nel sepolcro, ov'eran fuori anche i quattro vasetti:
ma non fu rinvenuta mai e non ci sarà stata la lucerna, trovata costantemente nei
sepolcri a incinerazione.
Di tutte le monete di piccolo modulo, tolte da questi sepolcri e da quelli a in-
cinerazione, due sole ho potuto determinare e non facilmente, per esser guaste dal-
l'ossido, o per esser logore in antico. Una è di Adriano, che imperò dall'anno 117
al 138 dell' e. v. (HÀDR.IÀNVS AVGVSTVS. Suo busto laureato a d. — R. SÀLVS
ÀVGVSTI COSIII-S-C. La Salute in piedi a s., nudrendo un serpe attortigliato ad
un altare, e tenendo uno scettro. Cfr. Cohen voi. II, pag. 242, n. 1108).
L'altra è di Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, il quale imperò dall'anno
193 al 211 dell' e. v. (IVLIA PIA FELIX AVG. Testa di Giulia a d. S. C. — 7?.
PIETAS AVG. Figura della Pietà velata in piedi, rivolta a s., in atto di porre un
grano d'incenso sopra un'ara accesa. Cfr. Cohen voi. Ili, pag. 351).
È per ciò dimostrato, che i sepolcri di cui ragiono sono posteriori all'anno 211
dell' e. v.
Di particolarità individuali ho da notare due sole. Una è che presso le calcagna
di due scheletri erano alquante bullette di ferro, come quelle di cui si muniscono
anche adesso le calzature grossolane; talché si può dedurre, che quei due furono se-
polti con le scarpe nei piedi. L'altra particolarità è, che attorno al cubito, presso la
mano d'uno scheletro, trovaronsi otto piccoli parallelogrammi, lunghi mill. 27, larghi
mill. 14, grossi mill. 8 nei punti salienti, perocché in una delle faccie sono scana-
lati longitudinalmente, mentre la faccia opposta non è neanche levigata. Sono di giaietto,
che dicesi anche giavasm o ambra abbruciata, sostanza bituminosa, solida e di un
nero lucido, adoperata anche adesso per farne monili, braccialetti e bottoni da lutto.
Si imita col vetro per gli stessi usi, conservando all'imitazione il nome francese del
prodotto naturale, jais o jaìct. Sì che per l'uso continuato, per avere trovato quei
pezzi attorno all'estremità d'un cubito di scheletro, e per avere uniformemente due fori
nei lati minori, che potevan servire ad allacciare gli otto pezzi, credo probabilissimo
che formassero un braccialetto. Un egregio geologo ritiene, che si abbiano a trovare
amigdale di giaietto in mezzo alle nostre ligniti di Livergnano, di Yarignana e di
Monte Aoloue.
I sepolcri di cadaveri combusti erano dodici, come ho detto, e alla stessa pro-
fondità di quelli contenenti gli scheletri. Otto formati da semplici fosse, larghe da
m. 0,50 a m. 0,70, lunghe da m. 0,95 a m. 1,15, sempre orientate con uno dei
lati minori, ed una aveva le pareti arrossate e cotte da fuoco, sì che dovette ser-
vire anche da ustrino. Talvolta i residui del rogo trovavansi deposti senz'altro nella
terra, e formanti uno strato alto da 15 a 30 cent,; una volta sola coperti da lastra
sottile di marmo bianco. In quattro di questi sepolcri, i residui del rogo erano cir-
condati da file di mattoni sovrapposti a secco, che formavano come casse, larghe da
05 a 75 cent,, lunghe da m. 0,85 a m. 1,10, alte da m. 0,45 a m. 0.72. Una sola
— GO-
di queste casse aveva i mattoni collegati da cemento, che della pozzolana ha il co-
lore, e la qualità di resistere pert'ettemente all' umidità. Ce n' erano tre coperte da
una base di stela etnisca, da una lastra sottile di marmo, da tre pezzi di lastre pur
di marmo: le quali coperture erano sotterrate solo m. 1,25.
La moneta e la lucerna erano sempre in mezzo ai residui del rogo, tranne che
in un sepolcro la lucerna era da un lato. Una sola delle lucerne è di forma non co-
mune, cioè convessa sopra e sotto, tutta bernoccoluta da sembrare una pigna, e con
piccolo manico nel mezzo. Altre due hanno la marca del rìgido: VIBIANI.
Fu scoperto un secondo ustrino, con pochi residui di carboni, ma che non aveva
servito da sepolcro; e un piccolo cippo di marmo bianco saccaroide a colonnetta ra-
stremata, alto in tutto m. 0,35: la base circolare è relativamente molto larga, avendo
il diametro di m. 0,32, onde credo che questo piccolo cippo dovesse star tutto sopra
terra.
Nella stessa trincera, sotto ai diciotto sepolcri romani, e orientati nello stesso
modo, ce n'erano sette etruschi, in uno strato notevolmente più basso, assai più
grandi, e divisi da pareti di terra vergine dello spessore di uno a due metri. N'era
varia la profondità, poiché da m. 3,85 scendeva fino a m. 6,20. La quale grande
profondità, io credo, deve aver avuto lo scopo di meglio proteggere da violazioni i
cari avanzi del morto, cui la ricca suppellettile funeraria metteva in pericolo. Onde
per contro i Romani, che non ponevano nei sepolcri altri oggetti che vasettini di
rozza argilla, una lucerna d'argilla, e una moneta di bronzo equivalente al nostro
soldo, coprivano di poca terra i cadaveri, e quantunque poca, auguravano che a loro
fosse lieve.
Ma neanche la grande profondità d'oltre sei metri, o almeno d'oltre cinque e
mezzo, come forse sarà stata all'epoca assai lontana del seppellimento, neanche quella
grande profondità oppose valido ostacolo ai violatori e ladri nostri predecessori, della
cui rapacità è rimasto segno indubitato in tutti, o quasi, i sepolcri etruschi della
necropoli felsinea. Onde noi profanatori di seconda mano, ma per scopo scientifico,
ci troviamo più o meno delusi nell' avida nostra aspettazione, quando li mettiamo
nuovamente sossopra, e imprechiamo agli antichi spogliatoli che ci prevennero.
Dirò partitamente d'ogni sepolcro, secondo che apparve nel rifrustarlo.
1. Uno dei più grandi, avendo 3 metri di lato e 6 di profondità : col rito della
semplice lunazione. Non vi si trovarono oggetti né frammenti, come si rinvengono di
solito in diversi strati, onde diede a sperare che non fosse stato frugato : ma fu una
speranza vana, poiché scopertone il fondo, si trovarono soltanto i seguenti pochi og-
getti sparsi qua e là, non corrispondenti di gran lunga all'ampiezza del sepolcro :
Oro. Grani di polvere d'oro. — Argento. Fibulina minuscola ad arpa, incompleta. —
Bronzo. Tre piedini circolari di mobile, che hanno serpeggiante la sommità della
calza, nella quale sono molti residui di legno, con in mezzo un avanzo di spimtone.
Tre anelli piatti (diametro estemo mill. 32), con residuo di spuntone, quasi ad an-
golo retto. Gancio triangolare, formato da due zampe di uccello, che posano su pic-
cola base. Altro gancio piccolo, semplice. Piastrina ellissoide, con le estremità rial-
zate e foggiate a globetto : pressovi due chiodi ribaditi, che dovevano fissare la pia-
strina in un oggetto di cuoio. Otto chiodini a capocchia poco convessa. Due pezzi
— 70 —
di aes-vude: uno proprio rozzo ed informe, l'altro di poca grossezza, ha due faccie
piane, e due lati ad angolo retto, nei quali è la bava di fusione. Orecchino (?) a
forma di gancio. — Ferro. Frammenti di due cuspidi di lance, compresa la gorbia.
Frammento di gancio. — Osso. Due dadi quadrilunghi, disuguali. Altro dado cubico. —
Fittili. Ciotoletta a vernice nera. Frammenti di due kylikes dipinte a figure. Fram-
menti di vasetto dipinto a figure. Frammenti di kantaro dipinto a figure. Ossa umane
spezzate, sparse qua e là.
2. Largo m. 2,10 Xm. 3,85, profondo m. 4,60, a semplice umazione. Presto si
manifestò la violazione antica, poiché a m. 2,50 si cominciò a rinvenire dei fram-
menti e degli oggetti, ch'erano stati buttati insieme con la terra nella fossa, per
riempirla, dopo l'antico frugamento, perciò invece di enumerare gli oggetti secondo
la materia loro, li indicherò secondo lo strato in cui si trovarono.
A m. 2,50, sparsi qua e là: Fibula d'argento a coda di rondine. Frammenti
di fibula di bronzo, come la precedente. Frammenti di fibula di filo di bronzo. Pezzo
di aes-rude. Frammento di vaso rozzo, bruno. Frammento di vaso dipinto a figure.
Scaglie e base di stela etnisca.
A m. 4,20 : Cocci di dolii bruni, etruschi. Cocci di piattellini giallognoli. Cocci
di ciotoletta rossastra. Pezzi di manichi di vasi rozzi d'argilla bruna. Parecchie ossa
umane e pezzi di cranio di adulto, sparsi, con insieme delle ossicine di bambino.
Non è nuovo, ma è raro, di trovare in sepolcri etruschi gli scheletri d'un adulto e
d'un bambino.
A m. 4,60, ossia nel piano del sepolcro: Dischetto di lastra d'oro del diametro
di 5 mill. Nella parte anteriore ha in giro una fascia incisa, e nel mezzo un orna-
mento di finissimo lavoro in cavo, non molto differente da un I? con appendici at-
torno. Nella parte posteriore si vede un dischetto, non perfettamente regolare, grande
la metà dell'anteriore, e circondato da una materia che par cuoio, la quale appare
anche a traverso di un piccolo foro centrale. Questo minor dischetto sporgente, servì
a ribadire e tener fisso l'altro nella materia che par cuoio. Sarebbe un rimasuglio di
ricco calzare tirrenico? Piccola fibula, lunga 3 cent,, ad arpa, d'argento, dorato presso
la molla : perfettamente conservata. Traccie di bronzo ossidato, formanti una piastrina,
lunga 20 cent., larga 10. Due pezzetti d'osso lavorato. Frammenti di tazza a ver-
nice nera, con manichi orizzontali. Balsamario fittile con orificio a disco, pitturato
di linee nere, che formano rombi su fondo rosso. Molti pezzi d'una kelebe, in cui
sono resti di cinque, almeno, grandi e belle figure rossastre su fondo bruno. Devono
essere di deità, poiché si vedono altrettanti scettri. Una, per la vezzosa e diademata
acconciatila, e perchè tiene in mano un pomo, sembra esser Venere. Un caduceo
accenna a figura di Mercurio. Ciottolo di selce piromaca. Residui evidentissimi delle
tavole che formarono la cassa mortuaria, rimescolati ab antico.
Tutti questi oggetti erano sparsi disordinatamente nel piano del sepolcro dai
primi violatori, i quali probabilmente sazii del bottino fatto ai lati o presso il capo
del morto, e reputando che nulla ci fosse più da rubare, lasciarono inesplorato il
tratto di un metro, dai piedi all'estrema parete del sepolcro. Ciò risultava dalla di-
perse condizioni della terra, poiché si vedeva che la riapertura del sepolcro era stala
fatta con taglio obliquo, il quale lasciava fuori una striscia, larga un metro, della
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fossa primitiva; e là dove era stato frugato, la terra non era compatta e franava
sovente, e c'erano frammischiati dei frammenti fìttili e di bronzo. Mentre nella striscia
estrema, la terra era compatta e non frammezzata da alcun frammento di oggetti.
Inoltre le cose trovate nel fondo di quella striscia, anziché disordinate, erano tutte
collocate in buon assetto, l'ima presso l'altra, così come è supponibile lo fossero ori-
ginariamente dai par-enti o dagli amici dell'estinto.
Nel piano del sepolcro non frugato anticamente : Patera di bronzo del diametro
di m. 0,20. Altra patera di bronzo del diametro di m. 0,75, ch'era vicina alla grande,
e conteneva cinque pezzetti d'osso quadrilunghi, lavorati, e un piccolo disco parimente
d'osso. Piedino di mobile, di bronzo, di forma tubulare, con entrovi residui di legno
e a base rientrante. Tre zampe leonine di bronzo assai bene modellate, ognuna delle
quali posa sopra un globetto pure di bronzo, ed ha in principio una grossa lamina
orizzontale ed una verticale, che formano quasi un L. Erano ancora disposti a trian-
golo, con vicino dei residui di legno e dei frammenti di laminetta di bronzo; onde
si può dedurre che sull'angolo interno degli L posava una cista di legno, rivestita
di laminetta di bronzo, come altre ciste della nostra necropoli. E questa cista do-
veva essere fissata negli L, mediante le quattro cavigliette orizzontali sussistenti negli
stessi L, che sono lunghe 9 ìnill., e determinano la grossezza della parete della cista,
tra legno e laminetta. Di più, nella lamina orizzontale degli L c'è uno spuntone
verticale, lungo 23 mill., che doveva internarsi nello spessore della cista e renderla
più stabile. Manico di bronzo, consistente in un grosso tubo ornato di astragalo e
d'un disco in cima, dell'altezza di mill. 36 e del diam. di mill. 38. Nell'interno
del tubo rimangono residui di legno, ossia, probabilmente, del coperchio della cista
sopraddetta, che avrà avuto questo manico. Piccolo disco o bottone, di osso. Cornice
di legno quadrangolare totalmente carbonizzata, ma che si distingueva benissimo prima
che il contatto dell'aria la dissolvesse. Aveva i lati di m. 0,44 X 0,46 ; i regoli gròssi
mill. 21, larghi cent. 5, con nel mezzo una striscia di bronzo larga mill. 14, ricor-
rente, incastonata, ornata e fissata da chiodini di bronzo a capocchia, disposti rego-
larmente a distanza di 35 mill. Nei quattro angoli della striscia erano due fibulette
d'argento, tutte otto uguali, del tipo della Certosa, lunghe due soli centimetri ; prive
della staffa e della spilla, di cui si vedeva però quelche traccia nella terra. Oenochoe
nera, collocata orizzontalmente fra due unguentari o alabastri.
3. Largo m. 1,70X3,20, a semplice umazione. A m. 2 fu rinvenuta ima mezza
stela, e più in basso l'altra metà, ossia la base. Totalmente è alta m. 0,92: non
d'altro ornata che di tre scanalature, che seguono le curve della stela. Ciò annun-
ciava la devastazione che vi si verificò quasi completamente.
Nel piano del sepolcro non c'era, che frammenti di bronzo e di piombo. Questi
erano a guisa di scorie, come se ne trovarono negli scavi precedenti, e si potevano
attribuire ad avvenuta fusione nel rogo, finché trovaronsi nei sepolcri a ustione ; ma
non in questo e in altro a umazione.
Vi si raccolsero poi : Pezzi di un piattellino d'argilla giallognola , e di vasi fit-
tili rozzi. Altri pezzi di ima tazza nera verniciata, e di ima kylix. Un pentolino
rozzo, bruno, con due manichi. Cinque asticelle di ferro, a guisa di chiodi.
Sembrava che di tutta l'antica suppellettile, non fossero rimasti che questi
— 72 —
miseri rimasugli ; quando frugando in un angolo, si trovò un aryballo di bronzo, alto
m. 0,195, largo m. 0,185, che forse deve la sua buona conservazione all'esser stato
deposto inclinato, anziché ritto, poiché la sua forma sferoidale faceva così maggior
contrasto alla pressione della terra.
4. Largo m. 2,30 X 4, profondo m. 6,20, a umazione. A m. 2, brutto indizio,
fu rinvenuta una rozza stela, circolare nella parte che doveva stare sopra terra. Poi
dall'indizio si passò subito alla certezza di antica violazione, giacché da m. 2 in giù, fu
un continuo rinvenimento di pezzi di vasi rozzi, di dolio etrusco, di piattellini di
argilla giallastra, e di un vasetto a vernice nera con dipintovi un delfino, d'un pezzo
di piombo informe, quasi scoria, d'un piccolo frammento di stela, in cui è porzione
d'un cavallo e del suo cavaliere, e di frammenti di fibule.
A m. 3,20 una parte di rhython, e via via di seguito, molte parti di grande anfora ;
dei quali due vasi si trovò il rimanente in fondo al sepolcro, a m. 6,20, ossia tre
metri più giù, insieme con gli oggetti seguenti sparsi qua e là : — Oro. Presso il luogo
ove doveva essere lo scheletro, del quale non era rimasto che un omero, si sten-
deva una striscia di materia carbonizzata, lunga m. 1,10, ma con due interruzioni,
larga m. 0,20 e dello spessore di m. 0.04, sopra la quale e tramezzo alla quale
erano spesse traccie d'oro, sia in pezzetti grandicelli di foglia, sia in fili che si
• estendevano anche sopra e sotto l'omero. Codesti fili sono di una materia tessile,
coperti da striscette di sottilissima lamina d'oro attorcigliata a sphale, e bastereb-
bero per far conoscere a qual grado di perfezione erano pervenuti gli Etruschi in
lavori di questa sorta. Se quelle foglie e quei fili d'oro fossero circoscritti origina-
riamente in quella striscia, o se coprissero il cadavere, poi rimosso quasi tutto e
disperso, non si può dire. — Bronzo. Tre basi circolari (diametro esterno mill. 44),
che potrebbero essere porzioni di piedi di candelabro. Quattro dei soliti piedini di
mobile, circolari, con la sommità della calza serpeggiante, e con entro molti residui
di legno. Dal rinvenirne spesso quattro o tre con residui di legno nei sepolcri, par-
rebbe si potesse dedurre l'usanza di deporre nelle fosse ima mensa o altro mollile
consimile, forse per collocarvi sopra cibi o donarli. Due piccoli dischi (diametro
35 mill.) con avanzo di perno da ribattere, simili a borchie di elmo. Tre oggetti
uguali che hanno lontana rassomiglianza a doppie carrucole, ma che certo non lo
sono. Troppo ci vorrebbe a darne una idea esatta. Sono massicci e rigidi, lunghi
35 mill., con 22 mill. di diametro. Hanno due profonde scanalature costeggiate da
tre tondini saglienti, e all'estremità deU'asse un globetto: onde la lontana rassomi-
glianza a doppie carrucole. Ma ciò che rende anche più incomprensibili questi tre
oggetti finamente lavorati, è che ciascuno ha in tutta la sua lunghezza un profondo
incavo, o dente. Due caviglie lunghe 11 cent, con capocchia massiccia, uguali a
quelle che si trovano con attorno due dischi, e che certamente dovevan essere perni
di bisellio. Piccolo manico girevole, semisferoidale, con piastrina ch'era inchiodata
sopra un coperchio di legno carbonizzato. Quattro anelli (diametro esterno 22 mill.)
con tracce di legno. Piccolo pezzo di aes-rude. Parte di fibula a coda di rondine. —
Fèrro. Quattro grossi chiodi lunghi 4 cent. Quattro anelli (diametro esterno mill. -".lì
con piccole porzioni di lamina, in un punto, fissa da chiodo ribadito. Pezzi di larga
cuspide di lancia e gorbia, con costa mediana molto rilevata: l'ossido vi tiene
<Ó
aderente un grosso strato di legno. Due pezzi di lama di spada, larga 7 cent, con costa
mediana rilevata. Ciascuno è lungo 14 cent., ed ha aderente un grosso strato di
legno da ambedue le parti, che forse non è avanzo del fodero. — Osso. Due anelli
piatti (diametro esterno mill. 23). Tre tubetti con un foro nella parete, lunghi 2 cent,
(diametro esterno inill. 23). Pezzo di lamina appartenente ad una cassettimi (pyxis):
in un orlo sono incise quattro lineette divergenti a ventaglio, con un circolo e un
punto centrale in ciascima sommità. Due dadi quadrilunghi. — Pasta ri/rea. Sei di quei
dischetti, convessi da un lato e dall'altro, concavi nel mezzo, che per trovarsi di solito
insieme con dadi, sono creduti tessere da segnar punti : questi sei sono verdi. Altri sei
dischetti della stessa foggia, ma bianchi. Altri nove, turchini. Altri cinque azzurri,
con contorno bianco e con in mezzo una stella parimente bianca. — Alabastro. Un
unguentario. — Fittili. Pezzi di skyphos nero. Pezzi di piccolo kantharo, a figure rosse
su fondo nero. Pezzi di kylice figurata. Rhyton a testa di ariete, e dipinto a figure
rosse su fondo nero. Grandissima anfora a volute, con figure rosse su fondo nero,
alte fino a 28 cent., che rappresentano un combattimento di Amazzoni e di giovani
Greci. Le quattro Amazzoni, abbigliate nel solito modo, sono armate di pelta, d'arco,
di ascia. I tre giovani Greci, in parte nudi, sono armati di spada, di lancia, di scure.
Il combattimento è molto animato, le figure intrecciate in atteggiamenti assai varii
e bene espressi. C'è inoltre una donna tutta avvolta nel manto, e come spettatrice.
È rara particolarità che nella parte piana delle grandi volute, sovrastante alla bocca
dell'anfora, sono dipinte due grandi teste di Mercurio e di Vulcano, egregiamente
disegnate e piene di vita. Questa magnifica anfora, e la grande capacità del sepolcro
fan credere, che la suppellettile sarà stata copiosa e ricca.
5. Largo m. 2,15 X m. 2,80, profondo m. 4,10 a combustione (?). Anche in
questo furono rinvenuti:
A m. 2,10: Uno spillo di bronzo, appartenente ad una fibula. Frammenti di
vaso rozzo d'argilla rossa; di ima grossa ansa di un cratere; pezzi di uno skifo e
resti di ossa di bruto.
Tra i ni. 3 e 3,20: Nel mezzo del sepolcro molte lastre sottili di macigno,
due delle quali lavorate da un lato; le altre rozze e irregolari, accatastate. Si cre-
dette coprissero una cista, com'è solito; ma poi fu constatato, ch'erano state gettate
là alla rinfusa insieme con diversi cocci. Non c'era vestigio di scheletro, ma solo
qualche chiazza di residui organici carbonizzati, che fan supporre la cremazione del
cadavere.
Quasi al fondo in due angoli, sfuggiti, come qualcun altro all'antica spoglia-
zione, erano rimasti questi oggetti:
A m. 4 nell'angolo nord-ovest: Pignattino rozzo, con ause verticali. Anfora
tirrenica, in pezzi, con figure grandi, rossastre, su fondo nero. Da un canto è Giove
barbato, seduto sopra scanno, con scettro nella sinistra e patera nella destra, ch'egli
sporge. Di contro, è ugualmente seduta Giunone, che tiene anch'essa lo scettro, e la
patera nella stessa guisa. In mezzo a loro una figura femminile, ad ali spiegate,
(Ebe, oppure Iside gamostolos) più. alta e sovrastante alle altre due, con lunga
veste e chitone, la quale versa da un prochas del liquido nella patera di Giunone.
Credo sia un soggetto vasculare raro, rappresentante le nozze di Giove e di Giunone
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. 10
— 74 —
(cfr. Welcher, Divinità riunite nell'Olimpo, Arra. Instit. 1861, p. 294; Helbig,
Le nozze di Giove e di Giunone 1864, p. 276). Nel lato opposto del vaso, un
giovane col manto che lascia scoperte le spalle e le braccia, di contro al quale
un palestrita, involto nelle vesti fino al mento; dietro a questo, una figura barbata
con baculo. '
Nell'angolo sud-est. Piccola fibula d'argento ad arpa, ben conservata, con astuccio che
finisce in una semisfera. Altra fibula d'argento, di mezzana grandezza, con astuccio, altresì
ben conservata. In ciascuna estremità dell'arco sono infilate due grosse e larghe sezioni
d'arco, anch'esse d'argento, ben cesellate, che hanno due solchi fiancheggiati da tre cerchi
sporgenti e convergenti. Nella parte mediana dell'arco, è parimente infilato un leon-
cino accovacciato, d'ambra, intagliato finamente di tutto tondo e perfettamente con-
servato. Questa fibula singolarissima va considerata come un vero gioiello. Undici
puntine minuscole di bronzo, ch'erano infisse in una striscetta di tessuto, lunga 3
cent., che svanì al contatto dell'aria. Tre asticine di ferro, a guisa di chiodi. Due
sezioni cuneiformi di grosso cilindro d'ambra, che avranno ornato l'arco d'una fibula.
6. Largo m. 2,25 X m. 3, profondo m. 4,55 a combustione. Quivi pure si co-
minciò, fra i tre e i quattro metri, a trovare pezzi di patere, oinochoe, kylikes, kelebi.
Nel piano del sepolcro un cumulo di ossa carbonizzate e di ceneri, residui del rogo,
che formavano un quadrato di m. 0,35 di lato. C'erano inoltre: — Bronzo. Sette chio-
dini a capocchia convessa. Frammento di fibula. — Ferro. Quattro uncini con spun-
tone, lunghi 43 mill., da infiggere nell'interno dei sepolcri per appendervi suppellet-
tili funeree: ne trovai infissi nelle pareti dei sepolcri a Marzabotto. — Osso. Tre
dadi quadrilunghi. Hanno di particolare, che nelle due testate è ripetuto il numero
uno, e quindi manca il due: e quell'uno è espresso con circoli concentrici, grandi
tre volte più degli altri circoli numerici. Inoltre, il lato corrispondente al numero
sei, nel quale dovrebb' essere il cinque, è privo di numero originariamente, poiché
quel lato è rozzo e non fu mai appianato. Corto cilindro o anello, con listello spor-
gente in una delle estremità, lungo 15 mill., e il diametro maggiore è di 25 mill. —
Pasta vitrea. Sei dischetti concavo-convessi, bianchi, da segnar punti. Altri sei tur-
chini. Altri sei parimente turchini, ma con cinque piccoli dischi bianchi, in croce di
s. Andrea, nella parte convessa. Quello di mezzo è grande il doppio degli altri. —
Al'ihastron. Un unguentario. — Fittili. Pezzi di due patere, e di due piccoli kan-
tari a vernice nera. Altri di vasetto a vernice bruna, e di altro vasetto bruno, dipinto
di fogliami rossastri e di tre teste di civetta. Eesidui di un poculum, dipinto a rombi
rossi su fondo nero. Frammenti di oinochoe e di kilice a vernice nera. Pezzi di altra
kilice dipinta nell'interno, e con gran copia di figure rosse su fondo nero, nell'esterno,
assai bene disegnate ed in vario atteggiamento nei nudi : senza che per altro, da ciò
che rimane, si possa desumere il soggetto delle pitture. Pezzi della grande anfora
a volute, trovata per la maggior parte nel quinto sepolcro. Altri rottami appartengono a
kelebi figurate. In alcuni si vedono due eavalli stanti, con giovine nudo, e due ea-
valli alati guidati alla corsa da figura che sta su una biga. Nei frammenti di altre
sette figure è notevole quella d'un uomo nudo, almeno nella parte superiore, che ha
lungo ciuffo di barba nel mento, e l'elmo senza gronda, in capo: sorregge con la
destra alzata una patera capovolta, nella quale fissa lo sguardo. È pur notevole una
— 75 —
graziosissima testolina di donna con berretto, che guarda intonsamente la luna fal-
cata. Tutto il dipinto di questa kelebe è disegnato con verità, naturalezza e insieme
finitezza. — Materie organiche. Zanna di maiale o cinghiale. Gusci d'ovo frammisti
a terra.
7. Largo m. 2,20 X m. 3, profondo noi. 5,50, a umazione. Con la solita disillu-
sione fu scoperta, a m. 2, parte di una stela larga m. 0,75, contornata dalla con-
sueta spirale corrimi-dietro. Una delle faccie è divisa in due compartimenti: nell'in-
feriore è una sfinge alata, con la testa volta totalmente indietro : del compartimento
superiore non è rimasto, se non poco più delle quattro zampe di un cavallo e di un
piede del cavaliere che lo inforcava.
Nell'altra faccia della stela è la metà inferiore di un guerriero (il quale doveva
occupare tutta quella faccia), in atto d'inoltrarsi energicamente. Egli è coperto, quasi
fino ai ginocchi, da grande scudo rotondo, alquanto più largo di lui, e tutto occupato
da una specie di stella geometrica, incisa.
Più giù della stela si trovarono frammenti di vasi dipinti, e in ispecie d'un
kratere.
A m. 4,10 ima vanga o zappa di ferro, hen conservata e di ima foggia partico-
lare. È larga nel tagliente 24 cent, ed alta poco più, ossia 25 cent. I suoi lati hanno
una rastremazione mediocre fino oltre la metà, punto che chiamerò A-A. Da quel punto
alla sommità, i lati sono più inclinati e convergono fino alla cima, che è una punta
ottusa. In complesso tale strumento si può dire triangolare, poiché i due angoli nei
punti A-A sono molto aperti e poco sporgenti. Ma questa vanga o zappa non è solo
notevole per la sua forma quasi triangolare ; ma lo è anche pel modo col quale doveva
esservi inserito il bastone o manico. Dal taglio fino ai punti A-A, la vanga, o zappa,
è massiccia; ma da quei punti fino alla cima è divisa in due pareti divergenti, tra
le quali s'incastrava il bastone o manico, che sarà stato largo in fondo quanto è larga
la parte superiore della vanga, e tenutovi fisso da tre caviglie ribadite che vi riman-
gono ancora, una in cima, le altre due poco sopra i punti A-A.
Ora non è punto probabile, che codesto istnmiento agricolo sia stato deposto ori-
ginariamente nel sepolcro entro il quale fu rinvenuto, non solo perchè non ne furono
trovati mai negli scavi antecedenti, ma perchè è un oggetto troppo diverso da quelli
che sogliono formare la suppellettile sepolcrale. Invece è molto probabile, ch'esso abbia
servito agli antichi violatori per riaprire il sepolcro, e che sia rimasto fra la terra
nel gettarvela dentro di nuovo.
Perciò io credo, che se si potesse accertare a qual' epoca e a qual gente sia da
riferire questa vanga o zappa, si avrebbe anche un indizio non lieve dell'essere stati
o i Galli o i Romani i violatori, giacché per le ragioni addotte altrove, fu o l'ima
o l'altra di queste genti.
Seguendo questa idea ho cercato di andarne in fine, ma non m' è riuscito che
per una parte; e ad esaurire l'altra avrei dovuto tardar troppo a presentare questa
relazione.
La vanga (bipalium) e la zappa (rustrum) degli antichi Romani, erano simili
a quelle d'oggidì e molto differenti dallo strumento di cui do conto, come ci fa ve-
dere il Rich con due figure del suo dizionario. Ciò non ostante ho interrogato il
— 76 —
eh. sig. prof. De Petra, direttore del Museo nazionale di Napoli, il quale ha assi-
curato che nulla di simile a codesto strumento è in quel ricchissimo Museo. Ho inter-
rogato anche il chiar. cav. Buggero, direttore degli scavi di Pompei, circa alle colle-
zioni quivi conservate e ne trascrivo la risposta : « il medesimo posso affer-
« marie io, che da gran tempo ho raccolti e messi in ordine a Pompei gli antichi
« istrumenti delle diverse arti, con intenzione di pubblicarli, cominciando da quelli
« spettanti all'agricoltura, i cui disegni sono già pronti.
« Le zappe son proprio come le nostre moderne, differiscono alquanto le vanghe,
« ma né le une, né le altre, rendono neppur lontanamente l'immagine di questa lama
« dritta e piatta, con quell'acconcio modo di attaccare il manico, come rilevo chia-
« ramente dal suo schizzo » .
Sembra pertanto che si possa escludere assolutamente l'appartenenza del nostro
strumento agricolo ai Romani antichi, e quindi, secondo la mia idea, ritenere che i
violatori della necropoli felsinea non siano stati i Romani.
Resterebbe a conoscere se tale raro strumento sia di foggia e d'appartenenza gal-
lica, la qual cosa non ho avuto agio di verificare. Se fosse gallico, accerterebbe, a
parer mio, che i violatori dei nostri sepolcri furono i Galli, come ho congetturato
valendomi di ragionamenti, e dell'aver scavato una fibula gallica presso d'un sepol-
cro etrusco sconvolto, e mai avanzi romani presso a tali manomessioni (cf. Noti:ie
seti 1884, ser. 4-\ voi. I).
A m. 3,50: — Bronzo. Fibula a coda di rondine. Oenochoe perfettamente conservata,
del diametro m. 0,12. Due anellini. Un pezzo di aes-rude. — Ferro. Frammento
di lama di coltello. — Osso. Tre sezioni uguali di cilindro, incise a zone; quella
di mezzo è più larga, con in giro dei cerchiellini : altezza mill. 16, diametro mill. 8.
Piccolo disco. — Fillili. Mezza fusaiuola ; pezzo di piccolo kratere dipinto ; pezzi
di kilice dipinta ; frammento di grande vaso dipinto ; frammenti di grandissimo kra-
tere dipinto. Da un pezzo grande dell'orlo si trae con certezza, che la bocca di questo
vaso aveva il diametro, grandissimo, di 59 cent. Alcuni pochi frammenti mostrano
porzioni di figure femminili di grandezza straordinaria, e dipinte molto finamente. Nes-
sun avanzo di cadavere limato o cremato, segno della barbarie degli antichi violatori
che dispersero tutte le ossa dello scheletro : e dico scheletro, perchè furono trovati pezzi
della cassa mortuaria di legno, lunghi da 29 a 67 cent., e si è veduto che nella
cassa di legno si ponevano costantemente i cadaveri non cremati, e mai i cremati.
La neve e il ghiaccio fecero sospendere gli scavi.
Continuandosi a scavare per fondamenta di nuove costruzioni nell'arsenale militare
di Bologna, un muratore si imbattè in un sepolcro del periodo di Villanova. Non tenne
conto alcuno dell'ossuario, ma ne constatò l'esistenza, sicché il sepolcro era a crema-
zione. Egli vi raccolse i seguenti oggetti, che ho potuto ricuperare pel Museo: Armilla
di bronzo diverga cilindrica massiccia, con le estremità ornate. Due piccolissime ar-
mille di verga cilindrica, sottile, di bronzo. Piccola armilla di lamina grossa, di bronzo,
a estremità rastremata. Due fibule di bronzo, massiccie e corpulenti. Fibula incom-
pleta, di forma consimile alla suddetta, ma non massiccia. Gran parte di fibula di
lamina di bronzo, di forma romboidale, con gli angoli laterali molto sporgenti, e attra-
versata da fascia ornata di dischi impressi con punzone. Ago crinale incompleto, con
due branche in cima e con grosse porlo di vetro azzurro, ornate di circoli concentrici,
gialli. Auriscalpium (?) di bronzo, incompleto. Sega di bronzo, fatta a lamina di col-
tello, rastremata da capo a fondo, con due fori per fissarla in un manico. È distorta
e rotta intenzionalmente in tre pezzi, la cui lunghezza totale è di m. 0,12. Oggetto da
suono, di bronzo, a sezione di campana, della solita grandezza, ma tutto ornato a
punzone in ambe le faccie, cioè da due fascie che girano attorno, gremite di serpen-
telli intrecciati e di puntini in rilievo su fondo striato. È per ciò imo dei più ornati
e leggiadri bronzi di tal genere. Oggetto elegante di ambra, della forma di quella
specie di nottolini usati dai zoccolanti per abbottonare la cocolla. Ha un foro nel mezzo.
IV. Marzabotto — Nota dello stesso li. Commissario conte G. Goz-
ZADINI.
Scavandosi, per ridurre a vigneto, im colle del podere Rodella, nel comune di
Marzabotto, parecchia di Sperticano, a ottanta metri dal fiume Reno, il proprietario
Tuguuoli s'imbattè in alcuni sepolcri etruschi, alla profondità di m. 0,40. Erano si-
tuati pressoché in faccia, un pò più a monte da sud a nord, alla necropoli di Mar-
zabotto. Tutti a semplice umazione ; ma in due solo furono raccolti degli oggetti. Cioè,
iu un sepolcro, di qua e di là dallo scheletro, due leoncini di bronzo, accovacciati,
lunghi m. 0,04 £. Hanno la bocca aperta e sono di maniera etnisca, arcaica. Sotto
alle zampe anteriori ed alle posteriori, è un piano liscio che dà indizio di saldatura
sopra qualche utensile. Dall'altro sepolcro furono tratti questi oggetti:
Una grande conca o lebète di bronzo, in frammenti, il cui orlo ridotto in sette
pezzi, ha circa 41 cent, di diametro. Due manichi di verga di bronzo, che va rastre-
mandosi dal mezzo all'estremità. Hanno la forma di due terzi di circolo, del diametro
di m. 0,10, e le estremità piegate in dentro ad angolo. Queste dovevano essere insi-
nuate e girare in due mezzi tubetti massicci di bronzo, trovativi insieme, e della lun-
ghezza di m. 0,07, ornati di un listello nel mezzo e ai capi. Questi mezzi tubetti
saranno stati saldati presso all'orlo della conca, e perciò ne secondano la curva. Altri
due manichi girevoli come i sopradetti, ma più piccoli, ed altri due mezzi tubetti
simili ai precedenti, ma più piccoli, avranno appartenuto ad una conca di minor gran-
dezza della prima.
Tre piedini (?) circolari di bronzo, con foro centrale, in imo dei quali è rimasto
il chiodo. Sembrano piedini di mobile, benché non sieno uguali a quelli frastagliati
attorno, che si scoprono frequentemente. Due soli e piccoli frammenti fittili furono
raccolti con i bronzi. Sembrano frammenti di piattini, il cui orlo è a vernice nera,
lucida e il principio del piano, giallo con linee nere che girano intorno. Nello stesso
sepolcro c'erano dei vasi fittili, ma non se tenne conto alcuno. Ho comprato pel civico
Museo i descritti oggetti, specialmente perchè attestano ima stazione etnisca a Sper-
ticano, fino ad ora ignota.
V. Forlì — Nota dell'ispettore aov. cav. A. Santarelli, sopra nuove
scoperte avvenute nella città e suburbio.
Nella casa Grandi di Forlì, posta nel rione Mazzini e precisamente presso la
piazza Garibaldi, fra materiali ricavati dalla demolizione di vecchi ambienti, ho
— 78 —
trovato la parte superiore di un cippo di calcare con acroterii, recante in mezzo, chiusa
in cornice, un' iscrizione latina, della quale rimangono i soli primi quattro versi. È il
titolo stesso che fu edito dal Muratori (Thes. inser. lai. p. MCLXXVIII n. 10, con
la indicazione Romae in vinea Cardinalis Carpensis, ex Ligot'io. Trovasi riprodotta
nel voi. VI del Corpus, n. 20206:
DIS M A N I B
C-IVLIO- PIO-F
VIX • AN N • V
MIX • D ■ XXVII
MERCVRIVS
PATER
INFELICISSIMVS
Il sig. ing. Ernesto Manuzzi nell' eseguire in un suo magazzino, posto in Piazzetta
Castello, due fosse rotonde da grano, alla profondità di m. 4 ha incontrato del mate-
riale romano di scarico, in mezzo a terreno nerastro. Nella tangente del giro di una
di queste fosse, e precisamente di quella che confina con la corte di sua casa, si è
manifestato un muro composto di ciottoli fluviatili e tegole romane, che giunge alla
profondità ricordata. Non potei constatare la sua lunghezza, perchè va sotto alle case,
e neppure il suo spessore in modo positivo, essendo sul medesimo piantate muraglie
moderne: ma mi sembra potergli assegnare la grossezza di m. 1,50.
Le storie locali vogliono, che ivi fosse imo dei castelli che formarono il primo
nucleo di Forlì antico; ed il nome che serba ancora la contrada di Castello, aiuta
il supposto. Fintanto però che non avvengano altre scoperte, non azzarderei di ritenere
questo muro come parte di un castello romano, anche pel modo ond' è costrutto : al
momento penserei piuttosto, che fosse una diga per difendere l'abitato dal ramo del
fiume Montone che correva poco al di là, per passare poi sotto al distrutto ponte romano
detto dei Morattini. E che questo fiume , fosse pericoloso, lo prova il vedere gli strati
superiori del terreno, in cui sono state cavate le fosse, composto per m. 1,20 di sabbia
portata in più volte dalle alluvioni. Ad ogni modo la presenza di un manufatto di
quell'età, che va giù 4 metri, e con molti fittili del tempo, non è senza interesse
per la nostra storia, ed è bene sia ricordato a lume di scoperte future, in quella plaga
che è delle più antiche della città.
In un fondo di proprietà del sig. Ercole Bovelacci posto in Vecchiazzano, e desi-
gnato col nome di Pazienza, i coloni lavoratori si avvennero in materiali da piancito di
terracotta, consistenti in esagoni, mezzi esagoni, e rombi. Erano giù m. 1,50 insieme
a resti di fabbrica sconvolti. I pezzi sono a colori naturali bruno, rosso, e bianchiccio.
Molti di essi hanno un buco rotondo in mezzo, che doveva contenere una pietruzza,
o una pasta colorata: ma non avendo io trovato segno né dell'una né dell'altra, e
neppure vestigia di calce, devo pensare che si tratti di materiale solo preparato pel,
lavoro. Vedrò a stagione migliore di fare ampliare gli scavi, essendosi notata anche
la presenza di grossi massi di tufo calcare. Intanto ottenni il dono di quegli avanzi
per la nostra raccolta cittadina.
Da Villa Pievequinta. in un fondo Triossi, ebbi una pietra gemmaria di agata
— 7i> —
biancastra, con figura incisa di Giovo, che ai piedi ha l'aquila e nella destra mia pic-
cola Vittoria. 11 diametro maggiore della pietra è di mm. 13. Fu acquistata pel Museo.
Nella cava per mattoni della fornace Damino, fuori della Barriera Vittorio Ema-
nuele, furono trovati alla profondità di m. 3 : — Ferro. Un pugnale molto ossidato. —
Bronzo. Un anellino con castone per la gemma perduta; il collo di mi vasetto. —
Fittili. Un fondo di lucerna col bollo VIBIANI.
Dall'altra cava della fornace Hoffmann presso Porta Eavaldino, già nota per trova-
menti ili anticaglie galliche e romane, alla profondità di m. 2,50 ebbi :• — Fittili. Fram-
menti di vasetti aretini con ornati, uno de' quali ha il bollo rettangolo L- C- ; altri
di terra rossa fina, con croce granita sotto al fondo esterno ; due lucerne monolicni senza
manico, una con disco disadorno e con bollo nel fondo DEO .'///////, l'altra anepigrafe
e senza disco. — Pietra. Fondo di piccolo vaso di pietra oliare a pareti dritte, a
forma di bicchiere. — Marmo. Frammenti di cornice ornata. — Vetro. Avanzi di
vasi a colori giallo e bleu. — Bromo. Un pezzo di fusione informe, del peso di
ettogr. 3. — Ferro. Chiodi e lastrine indeterminabili. — Osso. Stili da scrivere.
VI. Bertilioro — Lo stesso ispettore comunica, che in villa s. Croce in un
l'ondo del conte senatore Giovanni Guarirli, alla profondità di m. 1 fra materiali ro-
mani fu trovato dai coloni lavoratori un torello di bronzo, di eccellente modellatura,
e di ottimo getto. Disgraziatamente manca delle gambe e di parte della coda, che
girando ad arco, si posava sul dorso. Sul collo è un piccolo rialzo quadrato con foro
in mezzo, che pare dovesse aver l'officio di reggere il giogo. È lungo mill. 70, ed
alto mill. 50. Ho fatto acquisto del cimelio pel Museo cittadino.
Regione VII {Etruria)
VII. Chiusi — Nota del sig. ispettore avv. Pietro Nardi-Dei.
Nella località di Monte Venere, nel comune di Chiusi, in un podere omonimo
del sig. cav. Giovanni Paolozzi, alla metà di una collina volta a sud-ovest, fu for-
tuitamente rinvenuto nello scavare una fossa per lo scolo delle acque, im pavimento
a mosaico, delle dimensioni di m. 6,00X4,00. La sezione centrale di questo pavi-
mento, di centimetri quadrati 59, parimenti a mosaico policromo, rappresenta ima
doppia caccia. Superiormente, quella a tre cervi, fatta da un solo cacciatore armato
di lancia; inferiormente, l'altra ad un cinghiale, per opera di due cacciatori, de'quali
uno è armato di bipenne, l'altro di lancia, in atto di ferire l'animale di fronte. Questo
quadro è benissimo conservato, tranne ima recente scalfitura, ed una corrosione in un
angolo, prodotte dalla percossa del piccone. Detto quadro è stato diligentemente
staccato e trasportato dal proprietario nel suo Museo privato, e lo ritengo impor-
tante per gli scavi di Chiusi, poiché è il primo che vi sia stato scoperto. Il mosaico
circostante al quadro, che è composto a tasselli regolari policromi, rimane ancora sul
posto non potendosi estrarlo. Da un lato del descritto pavimento, che doveva servire
ad un tablino o ad un bagno, è stato scoperto un pozzo di regolare costruzione, ro-
tondo, intonacato di forte calcestruzzo, col suo condotto formato di tegoli. Il pozzo
— 80 —
è del diametro di m. 3,00 circa e profondo m. 5.00. Nella escavazione del medesimo
vi sono stati raccolti un quinario della gente Titia, qualche frammento di vaso
fittile dipinto, e di vetro, e nel fondo una bellissima mano muliebre, al natu-
rale, in bronzo, troncata al polso. Nel terreno contiguo, sono stati rinvenuti alcuni
frammenti della testa e del manto della statua, a cui la mano doveva appartenere.
Regione I. {Latium et Campania)
Vili. Roma — Note del comm. Lanoiani.
Regione XI. — Nella piazza della Bocca della Verità, è stata rinvenuta la parte
inferiore di un cippo rettangolo marmoreo, con il seguente brano di iscrizione:
M
QVl\bns ■ ex |S • C •
COIRELICET-
DONVM-DEDIT
Regione XIV. — Demolendosi l'estremità nord del muraglione che sostruiva il
giardino della Farnesina, sul confine con il giardino già annesso al monastero di
s. Giacomo in Settimiana, sono stati tolti dal posto e trasportati ai magazzini delle
Terme diocleziane i due cippi terminali del Tevere, C. I. L. voi. VI, n. 1235 f
e 1239 f , appartenenti, il primo, alla terminazione di Gallo e Censorino, il se-
condo, a quella di Tiberio Giulio Feroce, curatore sotto Traiano. Insieme a questi
è stato trasportato alle Terme un altro cippo, che non oserei dire inedito, ma che è
impossibile riscontrare nel Corjrus, perchè le lacune del testo cadono appunto sulle
sigle o sulle cifre caratteristiche. Il travertino è alto m. 1,60, largo m. 0,76, grosso
m. 0,35.
C • MARCH c • I
CENSOR..."
OASINIVS GALLVS
COS
EX-S-C
R ■ R • PROX • CIPPVS
Via Nomentana. Nella villa Patrizi si incomincia a scoprire un edilizio, pro-
babilmente sepolcrale, a grandi massi di tufa rossastro. Quivi dappresso sono state
ritrovate due lapidi. La prima, incisa su d'ima stele di travertino tagliata a semi-
cerchio, dice:
M-VALERI -M-F
APOLONI
INFR- P • XII
IN AGR • P- XIIX
— 81 —
La seconda, incisa in lastra di marmo :
D M
CN ■ DOMITIVS • HELIVS
SE VIVO • FECIT • SIBI • DOMI
TIAE • HELPIDI • ET • DOMITIAE
CALPVRNIAE FELICITATI-
FIL ■ ET • CALPVRNIAE • NICE
CONIVGI • ET • LIBERTIS • LI
BERTABVSQVE -POST MEIS
In altra escavazione nella villa medesima, è tornata in luce una grossa colonna
di sette-basi, spezzata in più frammenti, che si vengono ricongiungendo per cura
del eh. proprietario.
Via Portuense. Nei lavori di sterro che si eseguiscono sulla destra della Por-
fcuense, al piede delle colline di Monteverde, nel tratto compreso fra la odierna « fer-
mata » del ponte s. Paolo e l'antica stazione di Civitavecchia, sono avvenute le se-
guenti scoperte.
Presso il cancello d'ingresso alla cava di tufo di Lorenzo Jacobini, è stato sco-
perto il selciato della via Portuense, fiancheggiato da colombai del secolo I. Uno
di questi, non ancora esplorato, ha le pareti esterne di cortina così perfetta, ohe la
grossezza degli strati di cemento non arriva a due millimetri. Gli angoli sono deco-
rati con pilastri, le cui modanature sono intagliate in mattone con arte squisita. Nulla
è stato rinvenuto sino ad ora, perchè gli scavi non haimo raggiunto la profondità
necessaria; ma non mancano gli indizi dell'esistenza di una ricca suppellettile fu-
nebre, lungo l'intera linea di quegli ipogei.
Gli oggetti messi in disparte dalla nostra guardia, sono: due pezzi di colonna
tortile in terracotta; tre cinerari fittili col loro coperchio: un piede di statua mu-
liebre marmorea; base e capitello di pilastro marmoreo scanalato, ed alcuni fram-
menti di tazze aretine con ornati a rilievo.
Via Prenestina. Nei disterri per la ferrovia Koma-Sulmona, presso la Torre
do' Schiavi, è stato rinvenuto un sepolcro a cassettone, con le sponde di muro e co-
pertura a capanna. Presso il cranio del defunto era collocata una lapiduccia mar-
morea, del seguente tenore:
D • M •
PARDO • FILIO-
BENEMERENTI- sic
LEA- MATER-
PIA- FECIT -VIX-
ANN • XXVII
L'avello era posto in comunicazione con la superficie (antica) del suolo, mediante
quattro tubi di coccio con l'orificio superiore protetto da una grata.
Via Tiburtina. Nei lavori di ordinamento del camposanto de' Giudei al Porto-
naccio, sono tornate in luce le seguenti lapidi, appartenenti ad altrettanti sepolcri a
cassettone, con le sponde di muro e copertura di tegolo ni a capanna.
Classi: di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. IL 11
Lastra di m. 0,39 X 0,30 ;
Simile di m. 0,45 X 0,28 :
— 82 —
a D cs M »
OPTATO • SER-
Sabini -DiGtf-
VIATOR • FRATR
VlX • AN • XL-
D M
ANTONIVS CVR
CVRINVS • FT ANTO sic
NIA HÉRO'lS-ANT°N
CVRCVRINO FlLIO
sic BFNÉMÉRÉNTI QVI
VIXIT AN VI ■ MVIIII
DIEB XV
Fronte di sarcofago marmoreo, con cartello scorniciato fra due coppie di delfini,
trovata nelle fondamenta dell'ipogeo di Propaganda, alla base del Pincetto;
D M
IVLIAE
M A TR
ON AE
FECIT
IVLIVS
POMPE
IANVSET SERVI
LIA FAVSTINA LIB
IX. Ostia — Tolta dal posto la base di Quinto Petronio Meliore (Notìzie 1880,
ser. 3a, voi. VI, p. 477), murata tumultuariamente nell'ambulacro del teatro , si è
letta nel fianco sinistro questa pregevole memoria :
DED - III- NON • FEB-
L • EGGIO • MARVLLO ■ CN • PAPIRIO
AELIANO • CoS'
LOCVS ATSIGN • PER- C-NASENN
M ARCELLVM • CVR • PP • OPER • PVB
La scoperta del quartiere commerciale fra il Teatro ed il Tempio di Vulcano
prosegue regolarmente, a ragione di 40 metri quadrati al giorno, senza dar luogo a
ritrovamenti notevoli, come del resto era da attendersi in un quartiere esclusiva-
monte composto di magazzini.
— 83 —
Più- tuttavia meritano di esser segnalati i seguenti frammenti epigrafici, il primo
specialmente, che sembra appartenere ad una colonna dei fasti coloniali:
fR • ll/j
AED • I
PR • IP
AED/7
FAL["~
\V
il I V s
\ x
\ N V S
\vVGG • CoS
DED/c
SE Ver
AVG • Cos
Seguono alcuni frammenti di titoli sepolcrali:
LIB-STEPHANVS
LIAE-VENERINA///
5ENE
MERENTI
RENTI-F
VIXIT-M
ANNOS-X
DIEBVS ■ X
dia ntn
Sono stati ritrovati pure : un frammento di cornice di bronzo massiccio, con fu-
saraole, spicchi d'aglio, ovolo, dentello e greca, di eccellente lavoro ; un'asta di can-
delabro di bronzo assai elegante; un'antefissa fittile con la nave di Cibele; e circa
dugento monete da esaminarsi.
Regione IV. (Samnium et Sabina)
Note del prof. cav. A. de Nino sopra nuove scoperte nel territorio
dei Mani.
X. Casanova e Porciano — Pei movimenti di terra, nei lavori della strada
ferrata tra Celano e Paterno, a circa sei chilometri dallo stesso Celano, e proprio
nella contrada Casanova, dove esiste un grande fabbricato dei sigg. Jatosti, si è sco-
perta una necropoli. Le tombe manomesse prima della visita che vi feci secondo le
istruzioni del Ministero, furono sette od otto.
In alcune non si rinvenne nulla; in altre vasi frammentati ed oggetti, che con
lodevole pensiero furono conservati dal sig. ing. Donato Avico. Questi sono: coppa
aretina senza bollo, e im po' rotta nei margini ; urceolo di creta a forma di pera, con
bozzetta in mezzo alla base; cuspide di lancia di ferro, lunga 0,15; tre catenelle di
bronzo, a doppia maglia, pendenti ad anello, e frammento di vasetto pure di bronzo, con
residui di materiali combusti ; fondo di lucerna fìttile con bollo incavato : L • MVNPHILE
Fatti eseguire da me alcuni scavi nello stesso luogo, presente il ricordato sig. inge-
gnere, si scopersero dodici tombe, tutte ad inumazione. Erano formate così: nel fondo
tegoloni ; lateralmente, muretti a calce con pezzi di tegoloni ; per copertura tegoloni
interi, disposti a due pioventi; nella congiuntura dei due pioventi, coppi. In media
i due pioventi si elevavano di m. 0,42 dalla impostatura dei muretti medesimi. I tego-
loni, lunghi m. 055, larghi 0,43, non avevano bolli; solamente impressioni digitali di
— 84 —
curve e linee spezzate. Gli scheletri erano vólti coi piedi a nord o ad est, cioè tutti
presso a poco verso la contrada Poreiano.
La prima tomba aveva la direzione nord-sud : lunga m. 2, larga m. 0,43 da capo,
m. 0,36 da piedi, profonda m. 0,30 dalla estremità superiore dei muretti laterali. Da
piedi frammenti di vasi, di forma irriconoscibile.
La seconda, in direzione est-ovest, era lunga m. 2.00, larga da capo 0,40, da
piedi 0,36, e misurava in profondità m. 0,30. Da piedi, a sinistra, rivennesi un'olla
di bucchero italico, lavorata con la ruota. Questo vaso è alto m. 0,09 ; ha il diametro
di bocca di m. 0,06, e di base 0,03.
La terza, con la direzione nord-sud e con le dimensioni approssimative della pre-
cedente, non diede nessun oggetto.
La quarta diretta a nord e sud, lunga m. 1,90 larga 0,44 e profonda 0,32, sulla
copertura diede un chiodo di ferro, a capocchia piatta quadrangolare ; e dentro poi da
piedi, a sinistra, una coppa fittile rotta in più pezzi, che ricomposta risultò alta m. 0,06,
e larga nella bocca m. 0,14, nella base 0,04.
La quinta tomba era di bambino, ed era posta in direzione da nord a sud. Mi-
surava in lunghezza m. 1,20, in larghezza m. 0,30, ed era profonda m. 0,25. Manca-
vano i tegoloni da capo e da piedi, e non vi fu trovato oggetto di sorta.
La sesta aveva la direzione stessa della precedente, ed era lunga m. 2,00, larga
da capo m. 0,40, da piedi 0,35 e profonda 0,32. Tra le gambe dello scheletro si tro-
varono alcuni frammenti di coppa fittile non sufficientemente cotta.
La settima, da est ad ovest, lunga m. 1,60, larga da capo e da piedi 0,40 e pro-
fonda 0,25, non aveva tegoloni nel fondo; né vi fu trovato alcun oggetto.
L'ottava, press'a poco come la precedente, e nella stessa direzione, era anch'essa
priva di qualunque oggetto.
Nella nona tomba, anche in direzione da est ad ovest, lunga m. 1,80 e larga da
capo 0,40 e da piedi 0,38 e profonda 0,30, si trovò una coppa senza vernice, rotta.
La tomba decima, di bambino, era in direzione da est ad ovest, lunga m. 0,80,
larga da capo e da piedi 0,40 e profonda 0,30. Conteneva soltanto i resti del piccolo
scheletro.
La undecima, attigua alla precedente, ed in direzione nord-sud, misurava in lun-
ghezza m. 1,60, in larghezza 0,40, e 0,30 in profondità; e conteneva nella parte dei
piedi alcuni frammenti di vasetto, forse di piccola anfora.
Finalmente la dodicesima, pure disposta da nord a sud, lunga m. 2,00, larga da
capo 0,40, da piedi 0,35 e profonda 0,32 non conteneva frammento alcuno di fittile ;
e solo fra le ossa del teschio venne fuori una medaglia di Antonino, che può in qual-
che modo determinare l'età della necropoli.
In continuazione del sepolcreto, vedonsi parecchi avanzi di muri ad opera incerta.
Gli scavi che feci eseguire tra quei muri non diedero alcuna scoperta di tombe. Vi
si raccolsero frammenti di grosse anfore, alcuni chiodi di ferro a capocchia piatta o
tonda, e un vasetto corpacciuto, a forma di pera, simile all'altro delle tombe scoperte
prima della mia visita. Questo vaso è alto m. 0,16, e la base cilindrica ha il dia-
metro di due centimetri.
Kimpetto a Casanova, verso greco, nella accennata contrada di Poreiano, si
— 85 —
vedono molti ruderi ài muri ad opera incerta e reticolata. Ivi si rinvennero anche mo-
nete e idoli di bronzo, e condottare di piombo e Lapidi. Mi si assicurò, che Le due
lapidi che ora conservaci nella casa del sig. Alessandro Venditti, sindaco di Celano.
furono appunto scoperte in Porciano. La prima di esse edita nel n. 3652 de] voi. IX
del Corpus con la esatta indicazione della provenienza, è collocata tra quelle dell'agro
marsico di Cerfennia {Co llarmelé). L'altra riprodotta nel n. 4008 del volume stesso,
fu invano ricercata dal Mommsen, che sulle affermazioni del Melchiori l'attribuì al
territorio di Paterno, e la collocò tra i titoli dell'agro di Alba fucense.
La contrada Porciano ebbe già un paese medievale dello stesso nome; ricordato
in due bolle. In una di Clemente III è detto: Sanctae Mariae in Porciano ; nell'altra,
di Pasquale II, leggesi: Sancii Felicis de Porciano. Il paese medievale, da ultimo,
nelle vicinanze di una necropoli pagana, induce logicamente a ritenere l'esistenza di
un pago o vico marso, nou dipendente, credo io, dalla lontana Alba, che gli storici
sogliono porre nel territorio equense, o al confine tra i Marsi e gli Equi.
XI. Gelano — Presso Celano nelle contrade Fonte Battaglia, Fra tot ungo,
e Coppa 't'oro, vi è una necropoli, con tombe a tegoloni, simile a quelle di Casa-
nova. Vi si rinvennero vasi che furono rotti. Serbaronsi solo alcune lucerne di creta,
dal sig. Francesco Nolletti, delle quali cinque potei esaminare. Una è piccolissima,
quasi rotonda, col becco poco sporgente, e senza manico. Un'altra, colla parte supe-
riore mancante, ha residui di bassirilievi, con manico ad anello rilevato, e nel fondo
è il noto bollo ad incavo (cf. C. I. L. IX, n. 6081, 10):
BICAGAT
O
Una terza lucerna è corpacciuta, e ha delle bozzettine disposte a tre circoli con-
centrici, e il manico a corda corta, senza buco, ma con due bozzette laterali per la
presa. La quarta è bislunga, semplice, e con manico ad anello rilevato. La quinta è
singolare ; ha tre becchi a forma di falli, ad uguale distanza tra loro.
Intorno a Fonte Battaglio si ripetono le tradizioni di fatti d'arme. C'è una Marella
dei morti, che termina poi alla così detta Fossa. Anche nella vicina contrada Le Màr-
gini, vedonsi alcuni avanzi di muri, e si scoprirono di quando in quando, sepolcri a
inumazione, con suppellettile funebre. Ovunque le tradizioni antiche si intrecciano con le
medioevali; il vico o il pago, ' dà la mano ai castelli o alle terre feudali. Ma di tutto
la storia del luogo tace.
XII. Ajelli — Nel territorio di Ajelli, in diverse contrade, durante i lavori
della ferrovia, sonosi verificate varie scoperte fortuite, le quali possono dare molta
luce alla topografia antica. Sotto ai Cappuccini, trovaronsi parecchi frammenti di lu-
cerne fittili e di due piccoli mascheroni, che dovevano far parte di ima lucerna are-
tina. Nella trincea Slazza- Grande, si scoprì una tomba, con vasi rotti, non serbati;
e un gladio di ferro, infilato a fodero, simile a quelli della necropoli di Alfedena. E
privo di manico, e misura in lunghezza m. 0,20. In altra tomba, manomessa anterior-
mente, si trovarono due lacrimatoi di vetro, e due fusaiuole di creta.
— 86 —
Nella Stanzetta della Clementina, o Aia della Corte, o Manierane , si ebbe un
manubrio di vetro a forma di cagnolino, con la coda e la bocca a mosaico bianco e
turchino: evidentemente manubrio di vaso.
XIII. S. Benedetto dei Marsi (frazione del comune di Pescina) — Poco
distante dall'abitato di s. Benedetto dei Marsi, nel luogo denominato la Civita, ove
ebbe sede l'antica città di Marruvium, si rinvennero negli anni decorsi varie lapidi,
che furono esaminate dagli studiosi, molte delle quali invano oggi si ricercherebbero,
essendo state adoperate come semplici materiali per le nuove fabbriche. Un torso di
statua talare, che doveva far parte di un monumento funebre, trovasi ora abbandonato
in un orto del dottor Sisto Ippoliti. Di fianco ad un molino, nella medesima contrada,
ci sono ancora non pochi pezzi di trabeazione di calcare bianco, fine.
In questi ultimi giorni poi, sempre nella contrada stessa, in un terreno dei
signori Luigi ed Odoardo de Vincentiis si è scoperta una strada, a grossi lastroni,
in direzione da sud a nord-ovest. La parte a nord-ovest tende verso il luogo, dove ri-
mangono tuttavia due colossali avanzi di mausolei. Popò più in là di detta strada, in
un altro terreno dei ricordati signori, per scavi fortuiti sono venuti fuori quattro pezzi
di canaloni di pietra paesana. Ancora in un terreno del sig. Silvestro Ippoliti, sonosi
scoperti quattro sepolcri, tutti in pietra bianca, lavorata a scalpello, con pezzi di orna-
mentazione a bassorilievo; più una lapide intera, lunga m. 1,30, alta m. 0,61, dello
spessore di m. 0,17, in cui si legge:
cjVP . VETTIA • T • F • PRIMA • VIXIT
ANNOS • V
In un grosso frammento, pure di pietra bianca, delle dimensioni di m. 0,71 X 0,27
X 0,35, rimangono queste poche lettere: .
MG
FSTA
*•*
XIV. Castel di Sailgro — Il medesimo ispettore de Nino riferì, che nel co-
mune di Castel di Sangro (territorio aufidenate) in contrada Campitellij scavandosi
un acquedotto a fogna, entro un podere di Giustino Orlandi, si rinvennero molti fram-
menti di tegoli, uniti ad ossa umane, ed un cranio di grandi proporzioni; inoltre un
cippo di travertino, di m. 0,74X0.45, con la parte superiore ricurva. Vi si legge:
IN-FRO-P-XX
IN-AGRPXV
Questo cippo conservasi ora nel palazzo municipale.
Regione II. {Apulia)
Note dell'ispettore cav. G. Jatt.v. intorno ad antichità rinvenute in Ca-
llosa, Ruvo e Gioia del Colle.
XV. Callosa — Dal territorio di Canosa provengono i seguenti vasi ed oggetti,
i quali dal sig. can. d. Francesco Fatelli furono venduti al Museo provinciale di Bari:
1. Vaso cosidetto a campano, figure rosse su fondo nero, di disegno trascurato,
ornato di ghirlande, palmette e meandri nei soliti luoghi. Alt. 0,27. Sulla faccia prin-
cipale, a destra di chi guarda, vedesi una donna in piedi, interamente nuda, in atto
forse di favellare con il giovane Dioniso, che le sta di rimpetto seduto, ed a cui ella
volge certamente lo sguardo. Ella fa un gesto di difficile intelligenza, il quale con-
siste nel portare innanzi parallele e semipiegate le braccia, tenendo chiuse le dita
delle mani, tranne due che sono aperte e distese. Innanzi a lei è dipinto un garzon-
cello, di tale dimensione, che con la sua piccola statura raggiunge appena la metà
di quella della donna. Anch' egli è nudo interamente, e guarda il nume seduto : tiensi
dritto sulla sola gamba sinistra, piegando leggermente indietro la destra : ha il brac-
cio destro abbassato, e porta innanzi il sinistro, sostenendo sulle dita della mano un
bastoncello che si eleva dritto. È questa certamente la espressione di un noto giuoco
di destrezza, che anche altre volte è apparso sugli antichi monumenti (Veggasi p. es.
Tischbein I, 59; Bull. ardi. Nap. n. s. an. V, tav. X, n. 22; Noi. 1884, ser. 3a, voi. XIII,
p. 433), e ci offre probabilmente la chiave per intendere e spiegare il gesto della
donna testé descritta. Questa infatti sostener doveva anch'essa due bastoncelli, sulle
due dita delle mani che si veggono aperte e distese, mentre le altre sono chiuse e
piegate : né poi tale omissione non sarebbe facilmente spiegata, dalla somma trascu-
ratezza e dalla fretta con cui si appalesa fatto il dipinto. La nudità della donna inoltre,
convenientissima ad una prestigiatrice, sembra confermare questa opinione (Cfr. Miner-
vini Man. in. Barone tav. Ili; Museo Borbon. VII, 58; Inghirami V. F. I, 87, Bull,
arch. Nap. an. V, tav. 6 ; ed altri molti). Il giovane Dioniso mostrasi tutto intento
a quei giuochi, che si compiono alla sua presenza: siede sulla propria clamide ripie-
gata, è nudo, appoggiasi con la destra sul tirso, e stende innanzi il braccio sinistro
con il pugno della mano chiuso, nel quale teneva certamente qualche oggetto desti-
nato forse in premio ai giuocatori, e parimenti omesso. Sull'altra faccia del vaso sono
dipinti due giovani palestriti ravvolti nei mantelli, in atto di favellare fra loro.
2. Statuetta votiva di terracotta, rappresentante una donna in piedi con lungo
chitone e pallio gettato sulle braccia ; la quale con la mano destra abbassata, sostiene
un prefericolo, e nella sinistra doveva certamente tenere la patera ; ma il braccio sini-
stro manca interamente. La testa, le pieghe delle vesti e la posa della figurina, sono
bene ideate ed abbastanza lodevolmente eseguite. Alt. 0,15.
3. Strigile di bronzo in mediocre stato di conservazione. Lung. 0,22.
4. Due piccole ampolline di vetro, di epoca romana ed anche molto bassa. Alt. 0,07.
5. Anforetta vinaria terminante a punta, e fornita di due manichi, de' quali imo
è mancante. L'estrema piccolezza di questo vasellino, eh' è di alabastro, ed anche la
— 88 —
materia che lo compone, mostrano chiaramente che non deve altrimenti considerarsi,
che come un giocattolo da fanciullo, o come parte ornamentale di qualche oggetto.
Alt. 0,06.
Provengono dal medesimo territorio di Canosa gli oggetti seguenti, i quali ebbi
opportunità di esaminare presso il sig. Filomeno Fatelli in Euvo.
1. Sopra una lucerna di età romana, in terracotta, è una Vittoria a bassorilievo,
la cui figura fu ricavata dalla forma. La dea, coperta da lungo e doppio chitone,
mentre ha l'ali spiegate, sta ferma sui piedi, con la testa rivolta a destra: piega
mollemente il braccio sinistro sul fianco corrispondente, e colla mano destra sostiene,
a guisa di corona, un disco o scudetto tondo, sul quale sono graffite e disposte in tre
linee le parole :
OB
C il VIS sic
SER
È la iscrizione medesima", che è riprodotta nella lucerna edita nel C. I. L. X,
n. 8053 d.
2. Lucerna, probabilmente cristiana, mancante dal becco e del fondo. Sulla parte
superiore vedesi la ben disegnata figura di un cervo, dalle corna ramose, corrente a
destra, ottenuta anch'essa per mezzo della forma in rilievo, abbastanza alto. Lung.
m. 0,10.
3. Altra lucerna, sul cui dorso altro non vedesi che un cerchio radiato, ad in-
cavi e rilievi, in mezzo al quale è il foro per infondere l'olio, mentre poco innanzi
al becco vedesi il forellino destinato all'ago regolatore del lucignolo. Sotto il piede
leggesi in lettere graffite SVREPS. Lung. m. 0,10.
4. Piattello da pesci, sul cui labbro, rovesciato infuori, è dipinto il meandro ad
onda marina. Sul tondo veggonsi tre pesci, uno dei quali dal corpo piriforme e forse
cilindrico, è diverso dagli altri due, che sembrano appartenere alla medesima specie, ed
hanno il corpo ovale e schiacciato. Tra i pesci notansi due conchiglie chiuse ed altri
molluschi marini. Diam. m. 0,19.
5. Candelabro fittile, di fondo bigio giallastro, con ornati neri, rossi e color di
rosa. La forma dell'intero candelabro rappresenta una colonna dorica, decrescente dal
basso in alto, e fornita di capitello e base, la quale si eleva sopra un alto piede-
stallo cilindrico, ed è sormontata da un piattello poco profondo, destinato a sorreg-
gere la lucerna. Sul piedestallo è dipinta una larga fascia di ovoli capovolti e dimez-
zati, disposti in guisa da simulare un ornato a scaglia o squame ; e la fascia stessa
è orlata alle due estremità dal meandro ad onda marina. Fascette di color rosso e
rosa cingono le basi e le comici. Sul tronco della colonna, verso la base, si vede una
ghrirlanda di fronde di mirto con bacche e fiori, e quindi diverse zone di ornati lineari,
consistenti in cerchietti, trapezi e zig-zag, chiusi sotto il capitello dal meandro ad onda
marina. Finalmente sul piattello destinato alla lucerna, è ripetuto il motivo dei cer-
chietti con fiorellini intercalati, imitante un serto di piccole corone, girante intorno
al labbro; mentre nell'interno del piattello gli ornati lineari sono disposti in guisa,
da rappresentare le foglie di un fiore stellato, fra le quali altre linee s'intersecano
tra loro, riempiendo il vuoto con una specie di reticolato. Alt, m. 0.41.
— 89 —
G. Graziosa saliera, la cui forma è quella di un caatharos senza manichi, capo-
volto. Il cratere del cantharos serve di pidestallo, ed è ornato con ghirlanda di ellere
Manche e con piccolo stollo radiate, pure bianche. Il piede riverso, su cui sono ovo-
letti in giro ed ornati lineari, rappresenta il fusto che sostiene la saliera o piccola
scatola di creta cotta, dipinta, in forma di concava e piccola patera munita di coper-
chio capitato, bene aderente alla sottocoppa, ed "ornato di una fascia gialla con linee
inclinate, di color nero. Alt. m. 0,23; diam. della sovapposta patera 0,07.
7. Morso di cavallo, in ferro, assai danneggiato dall'ossido.
XVI. RllVO — Nella piazzetta, sotto la chiesa di S. Sabino in Euvo, furono
scoperti dal sig. Domenico Caldarola, nel dicembre del 1885, questi vasi:
1. Anfora grande, con manichi a volute che finiscono inferiormente nelle solite testo-
line di cigno, e superiormente in protomi muliebri giovanili, ma non gorgoniche, tutte
di nero. Nel collo dell'anfora sono ovoletti, intorno al labbro ghirlande di ulivo e di
ellera, palmette, e testa bianca di giovane in mezzo a un cespuglio, i cui rami si
piegano idealmente in volute. Sotto i manichi i soliti rabeschi e palmette, e sopra
le rappresentazioni, scanalatura dipinta di rosso e di nero, orlata da una fascetta con
ovoli, sotto poi, quel meandro comunemente chiamato greca. Tanto questo, quanto gli
altri vasi contenuti nella medesima tomba, i quali saranno appresso descritti, appar-
tengono al miglior tempo dell'arte e della fabbricazione locale, e possono assegnarsi
alla metà del III secolo avanti l'era cristiana. Alt. 0,55.
Sulla faccia principale veggonsi quattro figure disposte in due linee. Nella linea
superiore, a destra di chi guarda, appare ima delle Eumenidi, in corto chitone che
lascia scoperto l'omero sinistro (sgoofiig), e con ali listate di bianco, alti calzari con
rivolte bianche, orecchini, doppio filo di perle al collo, armille ai polsi, capelli corti
e ricciuti, e fattezze non brutte ma severe. Ella posa il ginocchio destro sopra un
suolo indicato con bianchi puntini, e stende indietro la gamba sinistra, tenendo nella
mano manca ima fiaccola accesa, e sollevando la destra armata di bianco giavellotto,
in atto di ferire. All'estremità del giavellotto opposta alla punta, è attaccato e pende
in giù im laccio bianco, mentre un altro se ne vele verso la metà della fiaccola ; ma
forse il laccio non è che imo, e destinato a trarre a sé l'arma dopo averla lanciata.
Sotto la descritta figura, nella linea inferiore, vedesi un'altra ErinnySj ornata e ve-
stita come la precedente, con un bianco serpente intorno alla testa, e con le gambe
appariscenti solo fino al ginocchio, ove termina la corta tunica; tuttavia non saprei
decidere, se la figura sia da credere abbreviata per mancanza di spazio, o se al pit-
tore si debba attribuire l'intenzione di rappresentarla come uscente dalla terra, e d'im-
provviso. Comunque sia, il collocamento delle ali di questa figura fu certamente sba-
gliato per trascuraggine del pittore, che non seppe adattarle alla postura che ella ha, di
profilo. L'Erinni intanto eleva la destra, armata di bianca frusta in atto di col-
pire, e stringendo nella sinistra un bianco serpente lo avvicina alla gamba di Oreste.
Questi infatti le sta d'innanzi, nella stessa linea inferiore, tutto nudo, tranne la cla-
mide che gli pende dal braccio sinistro e gli attraversa le gambe divaricate. Il suo
volto sbigottito, con gli occhi molto aperti, onde s'inarcano le ciglia e si corruga la
fronte, e con i capelli irti e scomposti indica, anche forse esageratamente, l'agitazione
I !Ì,ASSE l'I SCIENZE MORALI CCC. — MEMORIE — Sei-. 4a, Voi. II. 12
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dalla quale è turbato. Ha nella destra la spada nuda, e ne stringe il fodero con la
sinistra; gli sta d'accanto l'ara di Delfo, fornita di grossi ed alti alari, alla quale
si è ricoverato per implorare il patrocinio del nume, che presso Eschilo lo chiama
egli stesso suo supplicante ed ospite del suo santuario (Eum. 566 e sg.). Sopra di lui
infatti è posta l'ultima figura della linea superiore, che rappresenta Apollo, seiuto sul
dorso d'un grande cigno bianco, dalle ali aperte in atto di volare. Il nume ha la testa
coronata di alloro, i calzari, ed il pallio che ravvolgesi alle sue gambe, scendendo
giù fino ai piedi. Egli volgendo il viso alle Eumenidi, impugna l'arco con la sinistra
e tiene nella medesima mano uno strale, mentre con la destra tira a sé la corda
dell'arco su cui ha già incoccato un altro strale, e mostrasi in atto di voler ferire le
persecutóri di Oreste. — Benché questa vascularia pittura, ispirata, come quasi tutte
le altre congeneri, dai sublimi drammi di Eschilo, entri a far parte di una serie ben
numerosa di monumenti che si riferiscono allo stesso mito, è tuttavia da stimare im-
portante non meno per il modo onde fu concepita, che per gli accessorii della rap-
presentazione.
Sull'altra faccia dell'anfora sorge nel mezzo ima bianca stele sepolcrale, sormon-
tata da capitello d'ordine jonio, e sen za base. Da un lato di essa è un giovane nudo,
in piedi, con la fronte cinta da bianca vitta, e con la clamide avvolta intorno all'omero
ed al braccio sinistro, il quale appoggiasi con la mano sinistra sopra un bianco ba-
stone, e lascia pendere dalla destra una larga zona, fornita alle estremità di bianche e
duplici piccole tenie. Ai suoi piedi, sotto due file di puntini, sono forse espresse pietre,
e superiormente nel campo della pittura vedesi una foglia di ellera. Dall'altro lato
della stele, una donna anche in piedi, con lungo chitone, calzari, armille, collana, orec-
chini, mitella e radii sul capo, sostiene con la sinistra una cassettina chiusa, e con
la destra un grosso grappolo di uva. Superiormente a lei, nel campo è dipinto un glo-
betto punteggiato di bianco, che rappresenta forse una patera senza manichi, e dietro
alla medesima un altro globetto tagliato a croce, da credere probabilmente ima palla
da giuoco.
2. Prefericolo (ocnochoe) di forma elegante, finissimo colorito e disegno corretto.
Il manico comincia e termina con una testina umana a rilievo, ed altre due più pic-
cole n'ha il labbro del vaso, ornato di ovoletti impressi intorno al suo giro. Il collo
è cinto da una fascetta di altri ovoli dipinti, a cui seguono linee bianche perpendi-
colari, e quindi un cerchio di rosette staccate. Nella parte postica, si veggono le so-
lite decorazioni di rabeschi e palmette, e sotto, il figurato il meandro noto con il nome
di greca. — Nel prospetto è una scena della vita comime, composta da tre figure,
delle quali quella di mezzo rappresenta una giovane suonatrice di arpa, sedente sopra
una fila di bianchi puntini. Ha radii e mitella sul capo, orecchini, armille, calzari,
un chitone leggiero e trasparente, ed il pallio ravvolto soltanto alle gambe ed alla
parte inferiore del corpo. Con ambe le mani suona l'arpa, eh' è disegnata con molta
precisione, lasciando chiaramente scorgere un numero grande di corde ed i bischeri
a cui sono attaccate. Una cicogna, idealmente dipinta di bianco, chiude con ele-
ganza il lato anteriore dell'istrumento, in cui deve riconoscersi propriamente quella
specie di arpa, che era chiamata trigono (' qi'ymvoq), e che sopra un vaso della col-
lezione .latta vedesi nelle mani di Orfeo (.latta, Calai, n. 1554). Al sedile istesso
— (ti —
della giovane suonatriee, alquanto dietro a Lei, è appoggiata quella piccola scaletta
in cui Heydemann giustamente ha riconosciuto un istrumento musicale, la quale opi-
nione riceve ora una nuova conferma (Ann. dell' List. 1869, p. 309 e sg.; tav. d'agg. P. Q).
La scaletta è dipinta di bianco, e conta 17 gradi, con i soliti puntini che s'intra-
mezzano. — Innanzi alla .suonatriee è una donzella in piedi, riccamente ornata e ve-
stita, e con il pallio graziosamente avvolto alla metà superiore del corpo; la quale
con la sinistra presenta a lei uno specchio, e tiene un calcolo bianco nella destra
abbassata. Alle spalle della suonatriee vedesi finalmente un giovane nudo, con corona
bianca di mirto intorno alla testa, calzari bassi e clamide pendente dal braccio si-
nistro, sotto il quale puntellasi un bianco e nodoso bastone, che gli serve di sostegno.
Egli infatti con graziosa posa piega il corpo leggermente a sinistra, incrociando le
ìnnube, e facendo pendere dalla manca ima zona fornita ai due capi di teniette bianche,
mentre sostiene con la destra, presso alla testa della suonatriee, una corona destinata
certamente a premiarne il valore. Superiormente, nel campo tralci e foglie di ellera,
corimbi e rosette. Alt. 0,28.
3. Idria. chiamata comunemente anfora pugliese, con corona di bacche e fronde
bianche di olivastro intorno al cratere, ed altre fronde rosse al collo, alle quali segue
la solita scanellatura dipinta di rosso e di nero: palmette al di sotto dei manichi,
e greca in giro, al finire delle rappresentazioni. Sopra una delle facce del vaso ve-
desi una stele sepolcrale , bianca , con cornice ed alto basamento , intorno alla
quale è annodata una zona gialla, e sopra è deposto un frutto (forse melogranata).
Da un lato della stele è una donna in piedi, ornata e vestita, al solito, con corona
e lunga zona nelle mani : dall'altro un giovane nudo, con bianca vitta intorno alla
testa, e clamide che gli attraversa il dorso pendendo dalle braccia, il quale con la
sinistra appoggiasi sovra lungo e bianco bastone, mentre sostiene ima striglie, anche
bianca, con la destra abbassata. Sopra l'altra faccia del vaso appariscono due giovani
palestriti avvolti nei mantelli, imo dei quali appoggiasi sul bastone, in atto di favel-
lare fra loro, mentre nel campo, superiormente, sono dipinte tre grosse palle da giuoco.
Alt. 0,44.
4. Grande patera dipinta dentro e fuori con figure rosse su fondo nero, fornita
di due manichi bottonati, che si elevano verticalmente sull'orlo. Internamente gira in-
torno una ghirlanda di pampini e corimbi bianchi, in mezzo alla quale, in un cerchio
di meandro ad onda marina, vedesi il così detto Eros ermafrodito, con i soliti mu-
liebri ed asiatici ornamenti al capo, agli orecchi, al collo, alle braccia ed alle gambi',
in atto di camminare a sinistra, recando una grande corona lemniscata nella destra,
e nell'altra mano un ramoscello di alloro con bacche. Dal suolo sorge una pianto-
lina, e nel campo è dipinta una rosetta a sei foglie. Esternamente, oltre i rabeschi
e palmette in corrispondenza dei manichi e la greca circolare sul piede, da un lato
è dipinta una donna con lungo chitone ed i soliti ornamenti, la quale siede sopra sassi
posti l'uno sull'altro, tenendo nella destra una cassettina chiusa, e nella sinistra un
rametto di alloro con bacche, al quale è sospesa una lunghissima zona. Dal suolo
sorge una pianticella, e nel campo veggonsi una rosetta ed un finestrino. — Dall'altro
lato, un giovane nudo è in atto di camminare a sinistra, volgendo indietro la testa
— 92 —
ciuta da bianca Titta. Egli ha bianchi calzari, la clamide pendente dal braccio sinistro,
e reca nelle mani uno specchio ed una patera sormontata da bianchi ramoscelli di
mirto. Lo segue, camminando nella stessa direzione, una donna con lungo chitone,
calzari, mitella ed i soliti ornamenti, la quale stende innanzi la destra in cui stringe
una bianca corona di mirto, e sostiene con la sinistra un tirso ansato a cui è sospesa
a modo di bandiera, una zona ben lunga. Nel campo una fronda di ellera ed una
bianca ritta, con temette ai due capi. Diam. 0,38.
5. Piattello tutto nero al di sotto, con l'orlo rovesciato in fuori, sul quale è di-
pinto un serto di fronde di ulivo o di alloro. Sul tondo del piattello si veggono i so-
liti tre pesci, dei quali due sono poco dissimili fra loro, per la forma in entrambi
larga e depressa, mentre il terzo ha il corpo cilindrico, che va gradatamente assot-
tigliandosi dal capo alla coda. Nel centro è una grande rosetta ad otto foglie, circon-
data da un meandro ad onda marina. Diam 0,25.
6. Patera con coperchio (lekane). La sottocoppa è nera, tranne linee bianche,
verticali al di sotto del labbro. Sul coperchio, oltre i soliti ornati, da un lato vedesi
YEros ermafrodito seduto sovra un sasso, con corona di mirto nella sinistra ed un
fiore a calice nella destra, e dall'altro la sola testa di una donna con mitella ed altri
ornamenti. Alt. 0,13.
7. Altra patera simile alla precedente, ma più piccola. La sottocoppa è tutta
nera, e sul coperchio, oltre i soliti ornati, sono dipinte due teste muliebri. Sotto il
piede della sottocoppa è graffito un sigma quadrato C , e nella parte interna del co-
perchio veggonsi parimenti graffite le due lettere <t>£. Alt. 0,08.
8. Urceolo (pipe) tutto nero, tranne nel prospetto, ove presenta sotto una fascetta
di ovoli una grande testa muliebre, del solito colore rosso, e sotto la testa un'altra
fascetta con il meandro ad onda marina. Alt. 0,17.
9. Grande patera in forma di specchio, tutta di colore giallo (ad imitar forse
quello dell'oro), il cui manico, ottenuto dal cavo, rappresenta un uomo nudo, (lalag, tela-
mori), che con le braccia alzate sostiene sul capo una specie di capitello persiano,
composto da due montoni coricati dorso a dorso, con le teste in fuori, fornite di corna
ritorte, e sormontati da una cimasa, che alle due estremità piegasi anch'essa in volute.
I piedi dell'atlante riposano sovra una base, che termina anche in una testa di ariete
dalle corna ritorte. Lung. compreso il manico 0,47; diam. 0,28.
10. Unguentario (alabastron) tutto nero, tranne il piede eh' è rosso. Lo rendono
pregevole l'eleganza della forma e la finezza della vernice. Alt. 0,19.
Nella medesima tomba furono rinvenuti altri vasellini colorati e rustici, che non
si descrivono perchè privi al tutto d'importanza, ed inoltre parecchi oggetti di piombo
abbastanza sciupati, consistenti in un candelabro, un tripode, un fascetto di cinque
spiedi, e frammenti di una graticola. Faceva parte infine della funebre suppellettile
una piccola teca di alabastro duro, fornita di coperchio, che parallelamente alla bus ■
sporge in fuori dal suo corpo cilindrico. Questa teca o piccola cista, non è però ben
conservata.
Lo stesso sig. Caldarola, prima di giungere con lo scavo allo strato del suolo
appartenente all'epoca greca, s'imbattè nello stesso luogo in due tombe romane, che
— 93 —
sovrastavano a quella in cui rinvenne i vasi innanzi descritti. Entrambe erano fornite
di titoletti marmorei, sovra uno dei quali, molto frammentato, leggesi:
D ■ M-
L'CORsc
LIVS i
CI1// \.i....
VI • AN«os
L- COI VX
B • M • F •
L'altro, ili scrittura corsiva e più grossolana, è mancante della sola parte infe-
riore e dice :
D • M •
M-ARRECINO CLEM
ENTI VIX- ANNOS
//// e ">RNELIA OCEL
///////////////////
///////////////////
Su quest'ultimo è da richiamare alla memoria, che il nome della gente Arrecina
è comparso già altre due volte in epigrafi latine di Ruvo. Una Proba Arrecina {No-
tizie 1881, sor. 3a, voi. IX, p. 440), e già prima un M. Arrecinus Anteros (op. cit. 1880,
p. 104), a cui ora viene ad aggiungersi M. Arrecinus Clemeas.
In im fondo della mia famiglia, presso Ruvo, già venduto per pianta edificabilc,
e posto sul lato occidentale della strada che mena all' ex-convento di s. Angelo, il
muratore Marno Pansini nello scavare le fondazioni d'una nuova casa, scoprì il 20 dello
scorso febbraio un sepolcro greco, già frugato anticamente, nel quale però furono di-
menticati i seguenti vasi.
1 . Vaso dipinto a figure rosse su fondo nero, di forma se non nuova, come riesce
per me, al certo rarissima. Ha il corpo sferico e simigliante a quello dell' ìiolmos, ma
senza piede, di guisa che bisognava un sostegno a tenerlo ritto, che però non si è
trovato. Il collo tutto nero e corto, ha gola concava ed orlo alquanto sporgente in
fuori, con bocca del diam. di 14 cent. Un solo e graziosissimo manico, composto di
cordoni ritorti, parte dalla metà del corpo del vaso, e sormontandone il labbro, ter-
mina in due piastrelle tonde parallelamente laterali , simili a quelle dei manichi a
volute delle grandi anfore, su cui soglionsi vedere le teste gorgoniche, ma lisce e nere
interamente. Gli ornati consistono in un giro di .meandro ad onda marima, sotto la
gola, a cui segue una larga fascia di color rosso con palmette nere, e quindi un'altra
fascia più piccola di linee verticali rosse e nere al finire del collo. La parte postica
in corrispondenza del manico, è tutta occupata da palmette e rabeschi rossi sul nero,
e due rosette a nove foglie fiancheggiano il comiiiciamento del manico. Una fascia cir-
colare rappresentante una greca, cinge interamente il vaso, chiudendo la parte orna-
mentale e figurativa superiore. Finalmente il fondo semisferico n'è tagliato a croce
da due strisce rosse, tagliate anch'esse da due linee nere, le quali per tal guisa
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lasciano quattro spazi triangolari, di cui ciascuno è occupato da una palmetta rossa su
fondo nero, con la cima rivolta al centro. Alt. del vaso con il manico m. 0,24; senza
manico 0,21.
La scena dipinta nel prospetto è presa dalla vita comune, e si compone di quattro
donne, di cui le due di mezzo attendono a preparare l'acqua d'un profumato lavacro.
Vedesi infatti una giovane seduta sopra bianca seggiola, con la mitella graziosamente
acconciata al capo, lungo chitone, himation ravvolto alle gambe, e doppie armille
bianche alle braccia, la quale ha il braccio sinistro piegato, come se lo facesse ripo-
sare sulla spalliera della seggiola, che però ne manca, e sostiene con la destra, per il
manico, un grosso unguentario {aryballos), su cui appare la macchietta in nero d'una
donna dipintavi sopra, appoggiandolo alla sua coscia destra. Ai piedi della descritta
figura elevasi un basso pilastrino quadrangolare, terminato da una superficie bianca, di
cui non so rendermi pienamente ragione, ma sospetto indicare una lastra di marmo
o di metallo. Una donzella dalle forme snelle e leggiadre, con i capelli lunghi e di-
sciolti, che raffrenati appena da una benda »ulla fronte scendono per gli omeri e le
spalle fino quasi alla vita, con lungo chitone, armille e calzari, sostiene per i manichi
con ambe le mani una grande conca da lavacri, e curvandosi della persona mostrasi in
atto di deporla sul pilastrino. L'atteggiamento di questa donzella è naturalissimo, e
l'espressione del viso concorre mirabilmente ad indicare l'attenzione e la cura, con cui
ella esegue la sua operazione, lasciando anche intendere un certo sforzo nel sostenere il
peso della conca, che per ciò deve credersi piena di acqua. L'altra donna primiera-
mente descritta, esprime anch'essa assai bene l'attenzione, ed insieme la calma di ehi
aspetta il compimento di una azione per cominciarne un'altra, che certamente consi-
sterà nel versare il profumo nell'acqua della conca, come questa sarà stata messa al
suo luogo. Tra le due donne, nel campo superiore della pittura, pende e fa panneggio
una lunga zona fimbriata, del solito color rosso su cui serpeggia una linea nera. Dietro
a quella che sostiene la conca, vedesi una palla da giuoco, tagliata a croce da lineette
nere, e dietro all'altra seduta era probabilmente dipinta di bianco anche una palla
da giuoco, che però conservando appena qualche traccia del primitivo colore, non lascia
sicuramente determinarsi per tale.
A destra, rispetto all'osservatore, delle due figure descritte, e dalla parte della
donna sedente, vedesi un'altra donzella in piedi, con mitella e doppio chitone cinto
alla vita, in atto di camminare a destra, recando nella mano sinistra una cassettina
chiusa, e di prendere al rimbalzo con l'altra mano una palla da giuoco, per risospin-
gerla al suolo ed eseguire quel giuoco che addimandavasi Yaporra.ris (Poli. IX, li»,".);
per lo che ella non senza grazia volge il capo in dietro, in direzione opposta a quella
verso cui cammina, e mostra la mano aperta con la palma in giù, dalla quale la palla
rimbalzata è poco discosta.
A sinistra poi, e dalla parte della donzella recante la conca, vedesi dapprima
una svelta colonna scanellata, senza base, sormontata da capitello jonico e dall'abaco.
Questa colonna serve a dinotare, che l'azione ha luogo nel gineceo, cioè nell'apparta-
tamento di una casa privata destinata alle donne. Dietro la colonna è l'ultima don-
zella delle quattro che formano la scena, con mitella graziosamente disposta intorno
alla testa, lungo chitone cinto alla vita, e pallio pendente per un capo dal braccio
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sinistro, e per l'altro capo dalla mano destra di lei, dopo averne posteriormente attra-
versato le gambe. Ella sostiene con la manca una pyxis aperta, è in atto di cammi-
nare verso le due donne del mezzo, fissando lo sguardo nell'interno della pyxii, e
così fa comprendere di non essere estranea all'opera a cui attendono quelle. La sua
figura è resa più bella dalla graziosa disposizione del pallio , e dal molle atteggia-
mento del braccio destro, abbassato per sostenerlo.
Non è ovvio sui dipinti ceramografici trovare quella che chiamasi propriamente
la espressione dell'anima, e questo va messo certamente fra i più belli della spe-
cie. Tale perfezione non potè essere ottenuta, che mercè l'opera di disegnatori squi-
sitamente dotati di sentimento artistico, e dopo un lungo e pieno sviluppo della
grande arte rappresentativa, la quale dopo avere acquistato il perfezionamento della
forma, e dopo aver animata e resa viva la natura, raggiunse la espressione libera di
quella bellezza ideale, che nasce appunto dalla compenetrazione o fusione intima del
concetto e della forma. Non già che ciò debba e possa pienamente trovarsi in opere di
artisti d'ordine inferiore, quali erano i pittori e disegnatori di vasi, lo che sarebbe
una vera esagerazione ; ma un occhio esercitato sui disegni e sulle pitture dei vasi, è
in grado di vedervi il riverbero della grande arte greca dalla quale furono ispirati.
Il vaso trovato a Kuvo è per mio giudizio un prodotto dell'arte e della fabbricazione
locale; deve assegnarsi ai primi decenni del secolo III a. C, e merita ad ogni modo
il nome d'un gioiello artistico, venuto tardamente ad arricchire la collezione Jatta.
Gli altri vasi compagni del già descritto, di fabbricazione certamente locale, se
facevano parte della medesima tomba, non furono lavorati con la medesima arte, e
devono, per mio credere, assegnarsi ad epoca posteriore.
2. Unguentario {aryballos) con linee rosse e nere al collo, e giro di ovoletti
al termine dello stesso : rabeschi e palmette occupano tutta la parte posteriore al di
sotto del manico, ed altro giro di ovoletti è sul piede. — Nel prospetto, a destra di
chi guarda, vedesi ima donna in lungo chitone^ calzari, armille e mitella, la quale
appoggia il gomito del braccio sinistro sopra un pilastrino che le sorge d'innanzi, ed
incrociando le gambe volge indietro la testa, e sostiene con la manca una patera, e con
la destra alquanto abbassata una grande corona, da cui pende un bianco lemnisco. Nel
campo della pittura è ripetuto due volte un fiore a quattro foglie. In postura identica
a quella della donna or ora descritta, e con la faccia a lei rivolta, segue il così detto
Eros ermafrodito, interamente nudo ed alato, con periscelidi, armille alle braccia ed
alle cosce, filo di grosse perle ad armacollo e mitella sul capo : il quale incrociando
parimenti le gambe, ed appoggiando il gomito del sinistro braccio al pilastrino che
gli sorge innanzi, tiene una cassettina nella manca, ed un grappolo di uva nella destra
abbassata. — Il disegno non è molto accurato, ma è degno di nota, che il coloritore
del vaselliuo non ha seguito i contorni delle figure, che furono leggermente impressi
sulla creta ancor tenera, e si veggono ad occhio nudo. — Anche questo unguentario
oggi fa parte della collezione Jatta. Alt. 0,22.
3. Vaso a tre manichi (kalpis) con linee rosse e nere intorno al labbro, ima
ghirlanda di fronde di alloro intorno al collo, palmette e rabeschi nella parte postica,
e meandro ad onda marina sul piede. Nel prospetto vedesi la non bella e ventricosa
figura di un giovane nudo, in atto di camminare a destra, quasi danzando. Egli ha la
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testa cinta da corimbi e da bianca e larga vitta; il pallio gli pende dal braccio sini-
stro, e reca nella manca una cassetta, nella destra un tirso ansato, al quale è attac-
cata per le tenie, dell'un dei capi, una zona penzolante. Nel campo sono ellere e fiori ;
dal suolo elevasi una piantolina bianca. Anche su questo vaso si possono notare, le
linee interne ed i contorni leggermente graffiti sulla creta ancor tenera, e non seguiti
dal coloritore. Alt. 0,27.
4. Anfora pugliese, con ghirlanda di foglie bianche di olivastro intorno al cra-
tere, fronde rosse di alloro e scanellatura dipinta di rosso e nero al collo, palmette
e rabeschi sotto i manichi, e giro di ovoletti, pessimamente eseguiti, al di sopra del
piede. Sulla faccia principale del vaso è un uomo seduto sul pallio ripiegato, con
la testa cinta da bianca vitta e corimbi, tirso ansato nella mano sinistra, e cassetta
nella destra. Anche questa volta il coloritore non seguì la traccia dei contorni graffiti,
e la sua trascuratezza fu tanta, che la figura gli venne brutta ed informe. Sull'altra
faccia, anche negligentemente dipinta, vedesi una grande testa muliebre volta a sini-
stra, con filo di perle al collo, orecchini circolari, radi e mitella sul capo, di bianco.
Alt. 0,37.
5. Patera senza manichi, esternamente tutta nera. Nell'interno è contornata
primieramente da un meandro ad onda marina che gira sull'orlo, quindi da un cer-
chio interamente nero, a cui ne succede un altro con graziosa ghirlanda di ellere rosse.
Nel centro, sopra un suolo capricciosamente controsegnato da un meandro ad onda ma-
rina, sorge un basso pilastro fornito di base, simigliante ad un'ara, su cui siede una
donna, con doppio chitone, calzari, armille, radi sul capo e collana. Ella sostiene con
la sinistra una patera, sormontata da bianchi globetti, ed eleva con la destra a sé
d'innanzi un bianco specchio in cui si rimira. Nel campo è un fiore ad otto foglie , e
dal suolo sorge una pianta. Di questa patera è anche in possesso la collezione Jatta.
Diam. 0,22.
6. Coppa con manichi e coperchio {chytra). Il coperchio è sormontato da un
finimento, cinto dal meandro ad onda marina, e presenta da due lati due palmette,
e dagli altri, due teste muliebri con mitella sul capo, interamente bianche con lince
giallognole. La sottocoppa dalla parte dei manichi è ornata con rabeschi e palmette.
e nelle due facce opposte offre parimenti due teste muliebri, del solito color rosso con
ornamenti bianchi. Sotto il coperchio è dipinto nell'interno con grosso pennello il
segno di riconoscimento V, che serviva dopo la estrazione dei vasi dalla fornace, a
trovare con facilità la sottocoppa corrispondente ; infatti sotto il piede di questa ripe-
tesi graffito lo stesso segno. Alt. 0,13.
7. Anforetta di forma elegante (cf. Heydemann, Yasensarnml. :n Neapel taf. I, 38)
con teste umane a rilievo al finire dei manichi, ma frammentata e mancante di molti
pezzi. Le figure sono fortunatamente conservate, ed una di esse potrebbe forse credersi
di qualche importanza. Da un lato infatti vedesi un giovane nudo, di forme muliebri,
ed ornato come frequentemente suole apparire il così detto Eros ermafroditOj con
mitella e radi sul capo, filo di perle al collo ed al sommo della coscia destra, armille,
periscelidi e bassi calzari; ma senz'ali. Egli siede a destra, sopratre sassi posti l'uno
sull'altro, e volgendo a manca la testa sostiene con la sinistra uno specchio, e con
la destra una bianca scaletta a nove gradi, con puntini intercalati. — Dall'altro lato
— 97 —
del vasellaio è ima donna in lungo chitone ed i soliti muliebri ornamenti, in atto di
camminare a destra, recando nelle mani un tirso ed un grappolo di uva, mentre un
altro grappolo di uva con parto del tralcio, pende nel campo della pittura. Anche que-
st'anforetta è entrata a far parte della collezione Jatta. Alt., senza comprendervi i
manichi m. 0,11.
Provengono poi dal territorio ruvestino i seguenti vasi, che furono venduti pel
Museo di Bari dal sig. can. d. Pr. Fatelli.
a) Unguentario (aryballos) con i soliti ornamenti lineari al collo, giro di ovo-
letti al cominciare del ventre largo e depresso, e palmette sotto il manico, nella parte
posteriore. Nel prospetto, a destra di chi guarda, vedesi una donna in lungo chitone
e pallio, ravvolto alla persona, la quale siede sopra un sasso, e reca una cassettina
nella destra. Innanzi a lei è un grosso uccello, oca o cigno che sia ; e quindi un gio-
vane interamente nudo, con bianca vitta intorno al capo, oggetto sferico, forse palla
da giuoco, nella mano sinistra distesa verso la donna, e corona nella destra alquanto
abbassata. Il disegno non è molto accurato. Il vasetto è alto m. 0,15.
b) Altro unguentario {aryballos) di forma più svelta di quella ora descritta, ma
coi medesimi ornamenti. Nel prospetto è dipinta una donna in lungo chitone, con
armille, orecchini, collana, mitella sul capo e sandali ai piedi ; la quale siede sopra
tre sassi sovrapposti, e volgendo la testa indietro, tiene nella destra una corona con
lemnisco, e nella sinistra una zona penzolante ed una cassettina chiusa. Il disegno è
meno trascurato del precedente. È alto m. 0,18.
e) Unguentario tutto nero, alquanto originale, e simile ad un piccolo otre. Sul
dorso interamente chiuso, vedesi un ornato a rilievo, certamente ricavato dalla forma,
il cui motivo consiste in tralci intersecantisi tra loro, e piegati in larghe volute con
pampini e grappoli di uva. Una delle estremità finisce in un piccolo becco, dal quale
doveva uscire l'olio; e l'altra in un'apertura più larga e provveduta di ima foratina,
destinata ad intrometterlo nel vasellino.
Allato a questa era un piccolo manico anulare, ora perduto ; e sotto la base veg-
gonsi impressi dei cerchietti disposti in giro. Lung. m. 0,12.
XVII. Gioia del Colle — Da tombe scoperte in un fondo dei fratelli Gio-
vanni e Francesco Sergente, in contrada Santo Mola, in Gioia del Colle, provengono
i vasi seguenti che potei esaminare presso il sig. sacerdote d. Luigi Elicio di Ruvo.
1 . Vaso a tre manichi (kalpis) con i soliti ornati intorno al labbro, sul piede,
al collo e nella parte postica. Disegno trascurato, e vernice abbastanza ruvida. Così
questo poi, come i vasi che saranno descritti in seguito, appartengono al tempo della
decadenza dell'arte e della fabbricazione locale, e possono credersi di provenienza ru-
vestina, importativi dal commercio interno, com'è facile supporre. Alt. 0,31.
Nel prospetto, a destra di chi guarda, è un giovane nudo, sedente sulla propria
clamide ripiegata , il quale ha una bianca vitta intorno al capo , e sostiene con la
destra un ventaglio, e con la sinistra un lungo ramo biforcato superiormente, e prov-
veduto di fronde tonde alternantisi con bianche bacche, mentre al fusto, anche bianco,
del ramo, è attaccata una zona penzolante a ino' di bandiera. Sta di rimpetto al
giovane descritto una donzella in piedi, la quale ha lungo chitone, calzari, armille,
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. 13
— 98 —
collana, orecchini e mitella, una corona nella mano destra, ed un tamburino nella sini-
stra abbassata.
2. Anforetta (pelìke), che oltre i soliti ornati di rosette ed ovoli al collo, pal-
mette al di sotto dei manichi e meandro circolare sul piede, offre le due seguenti
rappresentazioni.
Nella faccia principale vedesi nel mezzo una vasca bianco dipinta, il cui bacino
riposa sopra una colonnina fornita di capitello jonico e di largo basamento. Due donne
in piedi, l'ima di rimpetto all'altra, interamente nude ed in atto di favellare fra
loro, sono ai due lati della vasca. Entrambe hanno il capo adorno della mitella, orec-
chini, collana, fili di perle ad armacollo, armille, periscelidi e calzari ; e sembra che
ciascuna di esse immerga una delle sue mani nella vasca dell'acqua, forse con l'in-
tenzione di lasciarne imbevere la spugna, che dovrà poi adoperare alla lavanda del
corpo. Quella intanto eh' è a destra di chi guarda, solleva con la sinistra uno specchio
verso la compagna, e questa alla sua volta un alabastron. Sotto la vasca si veggono
ancora due altri alabastra bianchi, a cui serve di sostegno una doppia fila di puntini.
Nell'altra faccia del vaso vedesi una donna in piedi, adorna dei soliti vezzi muliebri
e di lungo chitone, la quale ha nella destra uno specchio, nella sinistra una patera
ed una bianca palla da giuoco, ed è certamente da mettere in relazione con le due
donne precedenti. Alt. 0,28.
3. Piccolo vaso a campana, a dirittura guasto da chi per nettarlo della crosta
adoperò l'acido con poca accortezza. Delle figure, che hanno perduto le loro linee interne
ed i contorni, non resta altro che macchie. Tuttavia sopra una delle facce del vaso
può distinguersi una figura giovanile, alata e nuda, sedente sopra tre sassi posti l'uno
sull'altro, con un tamburino nella destra, ed im grappolo d'uva nella sinistra abl las-
sata. Probabilmente è da pensare al così detto Eros ermafrodito ., perocché il capo si
mostra chiaramente adorno della mitella muliebre. Nell'altra faccia è rappresentata
una donna, sedente anch'essa su pietre sovrapposte l'ima all'altra, la quale ha nella
destra una corona lemniscata, e nella sinistra una cassettina chiusa ed un grappolo
d'uva pendente. Alt. 0,24.
4. Altro vaso a campana, più piccolo del precedente e mancante del piede, di
pessimo lavoro. Da una parte un giovane nudo corre verso sinistra, recando nella manca
un tamburino, e dall'altra una donna in lungo chitone fa altrettanto, correndo verso
destra. Alt. 0,16.
5. Piccolo bicchiere (s/,'//phos), che dall'uno e dall'altro lato, in mezzo a due
rametti di ulivo, presenta la figura d'un civettone stante. Alt. 0,07.
6. Umetta (stamnos) in ottimo stato di conservazione, e fornita dei soliti ornati
sul coverchio e sul corpo del vasellino, consistenti in palmette al di sotto dei manichi,
ed in linee e meandri alle estremità inferiori dell'uno e dell'altro. Da un lato vedesi
Eros con ornamenti muliebri seduto sovra un sasso, o forse sul margine di ima fonte,
tenente la sinistra sopra il sedile, ed una cassettina chiusa nella destra. Dall'altro lato
è una donna in lungo chitone, che siede sopra due sassi, ed ha un grappolo di uva
nella sinistra abbassata, ed una patera nolla destra, da cui forse pendo ancora la corona
che vedesi poco al di sotto di essa. Alt. 0,17.
7. Vaso a campana molto frammentato, e di disegno trascuratissinio. Da una
— 99 —
parte un Satiro nudo sta ritto innanzi ad una donna seduta, tenendo nella sinistra un
tirso, ansato con la punta rivolta al suolo, e nella destra un tamburino. La donna in
lungo chitone, siede sopra tre sassi posti l'uno sull'altro, ed ha nella sinistra una pa-
tera, e nella destra una corona. Dall'altra parte del vaso due palestriti, avvolti nei
mantelli e forniti entrambi di bastoni, sembrano favellare fra loro. Alt. 0,28.
8. Altro vaso a campana di ruvido colore. Sopra una delle facce, a sinistra di
chi guarda, vedesi un giovane nudo camuffato da Satiro, con bianca tenia e corimbi
intorno alla testa, calzari bassi ai piedi, clamide ripiegata sotto, che gli serve di se-
dile, e coda bianca posticcia uscentegli dal dorso. Egli ha nella sinistra una patera,
e nella destra un tirso bianco ansato. Gli sta d'innanzi una donna, in lungo chitone
e calzari bianchi, fornita dei soliti muliebri ornamenti anche bianchi, la quale facendo
riposare il pie' destro sopra un mucchietto di pietre, si curva della persona, ed appoggia
il braccio sinistro sul ginocchio piegato, mentre offre con la destra una corona bianca
al Satiro già descritto, e lascia pendere un paniere fornito di doppio manico dalla mano
sinistra. In questa scena, più che la espressione d'un soggetto puramente mitologico,
è probabilmente da veder quella del culto mistico di Bacco, tanto diffuso in queste Pro-
vincie all'epoca della decadenza (cfr. Lenormant, Grande Grece I, p. 404 e sg.) — Nel-
l'altra faccia del vaso sono rappresentati due giovani palestriti, dei quali uno appog-
giasi sul bastone, avvolti nei mantelli e in atto di favellare fra loro. Alt. 0,30.
9. Anforetta (peli/ce) con rosette e fronde di ulivo al collo, palmette sotto i
manichi e meandro sul piede. Nella faccia principale vedesi, a sinistra di chi guarda,
una donna vestita e ornata al solito, che cammina a destra volgendo indietro la testa,
e recando nelle mani un ventaglio ed uno specchio. Le tien dietro il cosidetto Eros
ermafrodito, recante nella destra una corona da cui pende il lemnisco bianco, e nella
sinistra tre tenie o vitte anche bianche. Sull'altra faccia del vaso sono due giovani
avvolti nei mantelli, uno dei quali appoggiasi sul bastone, e parlano fra loro. Alt. 0,33.
10. Unguentario in forma di lucerna, tutto nero, sul quale è espressa a basso ri-
lievo la figura di una ninfa marina (Nereide?), nuda nella parte superiore del corpo,
e coperta dal pallio soltanto intorno alle gambe, la quale siede sul dorso di un ippo-
campo. Con il braccio destro sembra che si sostenga, afferrandosi al collo del cavallo
di mare, ma eleva il sinistro, e certamente porta nella mano qualche cosa, che ora
non è possibile determinare. Alt. 0,08.
11. Altro unguentario come il precedente. Su questo importantissimo vagellino
vedesi riprodotta l'identica scena, che adornava un unguentario simile della colle-
zione Durand (cfr. De Witte, Gal. Durand n. 1381), e che fu pubblicata da R. Buchette
(Mon. In. vignetta della p. 155, descritta a p. 197). Vedesi Oreste inginocchiato in-
nanzi all'omphalos delfico listato di tenie (Sn<pcdòs Tsrawmfiévoi)^ in atto di tenerlo
abbracciato con il braccio sinistro, e di impugnare con la destra la spada nuda. Il ma-
tricida è inseguito da un serpente, eh' è simbolo della Erinnys, per la cui figura sa-
rebbe mancato lo spazio. Il vasellino della collezione Durand è indicato come pro-
veniente dalla Magna Grecia, e questo è stato rinvenuto in luogo dove fu certamente
importato: nulla quindi si può dire di certo sull'attribuzione di fabbrica, benché cia-
scuno non dubiterà di attribuire entrambi alla stessa. Ora il B. Bochette non mancò
di notare, che il motivo della rappresentazione sia stato tolto ad imprestito da un
— 100 —
altro vaso, certamente ruvestino, da lui anche pubblicato (o. e. 1, pi. XXXV) ; e questa
circostanza, panni, renda molto probabile la congettura da me espressa in principio
di questa relazione, intorno alla provenienza dei vasi trovati a Gioja del Colle. Co-
munque sia, questo importante vasellino oggi fa parte della collezione Jatta. Alt. 0,07.
12. Altro unguentario tutto nero di forma simile, ma con il manico lungo, che si
piega in arco sul dorso del vasellino. Il rilievo consiste in una piccola palmetta ed
in un fiore (?) non determinabile, in mezzo a un cerchio di ovoletti. Alt. 0,07.
13. Lucerna tutta nera e senza manico. In una delle estremità ha un basso collo
con apertura per infondervi l'olio, e nell'altra il becco per il lucignolo: vedesi inoltre
un foro più piccolo messo innanzi al becco, e destinato a introdurvi un ferro od uno
stecco, per spinger denteo o cacciar fuori il detto lucignolo, secondo il bisogno. Final-
mente nel centro della lucerna è una protome in rilievo, probabilmente muliebre ed
alata, in pessimo stato di conservazione. Anche questa lucerna è entrata a far parte
della collezione Jatta. Lung. 0,10.
14-17. Quattro vasellini di diverse e graziose forme, probabilmente destinati a
contenere l'olio per la strigile, tranne uno che sembra non altro che un giuocattolo
da bambini.
XVIII. Brindisi — L'ispettore arcid. G. Tarantini riferì, che allargandosi in
Brindisi la strada, che dalla piazza del Duomo conduce a quella ove sorge la mar-
morea colonna romana, fu scoperto a circa un metro di profondità un magnifico cippo
sepolcrale, di marmo bianco, di m. 1,43X0,54X0,45, nel cui fastigio vedesi scol-
pita una corona di alloro, fiancheggiata da due patere. Vi si legge la seguente iscri-
zione che desumo dal calco:
D S
M A N I B
patera C N prefericolo
P O M PONI
EPAPHRODITI
CISSIANI
AVG
F L P
XIX. Manduria — Nota del prof. L. Viola, sopra alcune tombe
antiche scoperte entro il recinto urbano.
Verso la metà dello scorso mese di dicembre avvennero in Manduria alcune sco-
perte, che meritano di esser conosciute da' cultori dell'archeologia classica. Il sig. Sal-
vatore Gigli nel fare eseguire le fondazioni di una casa presso l'abitato, s'imbattè nella
lapide che copriva una tomba: poi ne trovò altee cinque in vicinanza della prima,
e due pozzi di forma conica comunicanti fra loro. Tutto era praticato nel banco tu-
faceo. Le tombe non erano uniformemente rivolte ad una sola direzione, ma sparse
ed in vario modo disposte, proprio come le tombe del sepolcreto tarantino. Ma l'in-
fluenza della vicina Taranto sopratutto consiste, nel trovarsi le dette tombe entro
— 11)1 —
l'antico recinto urbano, il quale è ben conosciuto non solo in quella parte, dove le grandi
muraglie di cinta ancora esistono, ma anche dove furono distrutte e rase al suolo.
Le tombe erano di disuguale grandezza, ma tutte della stessa forma. La più
grande misurava m. 4,20 in lungh., m. 1,40 in largii., e m. 2,10 in profondità; ed
era coperta da blocchi combacianti fra loro. Un' altra era lunga m. 3,00, larga m. 1,30,
e profonda m. 1,85; questa fu trovata senza coverchio. Una terza aveva presso a poco
le dimensioni della precedente, ma era internamente dipinta a fasce orizzontali in
azzurro e rossastro, e nel fondo presso il capezzale erano incavate cinque fossette;
delle quali quattro disposte negli angoli di un rettangolo, ed una nel centro, dove
s'intersecano le diagonali. Ciascuna di esse aveva m. 0,30 di diam., e m. 0,20 di
profondità. Le altre tre tombe erano più piccole, e coperte da lastroni dello stesso tufo.
La suppellettile funebre da esse raccolta è piuttosto abbondante; tuttavia non è
di tale importanza da far progredire di un passo la scienza. I vasi, di cui la maggior
parte non merita menzione alcuna, si riferiscono a' tempi di decadenza della ceramica
appula : sono tutti verniciati a nero, e pochi soltanto con decorazione. Farò una brevis-
sima descrizione di alcuni:
1. Cratere a due anse che finiscono a testa di leone. È decorato nel collo da
ima fascia dipinta, con colori bianco e giallastro. In essa si ripete la scena di una biga,
tirata da due quadrupedi fantastici e sormontata da un Eros : è preceduta pure da
uu Eros corrente a sin., e seguita da un altro, vicino al quale svolazza un uccello.
La pancia è variata da un doppio ordine di striature verticali. Alt. m. 0,45, diam.
della bocca m. 0,45.
2. Altro cratere, striato nello stesso modo come il precedente, e con la zona al
collo dipinta a fogliami. Alt. m. 0,28, diam. della bocca m. 0,34.
3. Cratere a due anse situate verticalmente, con le solite striature, e con la
fascia decorata a fogliami. Alt. m. 0.15, diam. della bocca m. 0,15. '
4. Oinochoe di forma sveltissima , con ornamentazioni nel collo di fiori e bende,
fra cui ima testina muliebre, e con doppio ordine di striature nella pancia. Il ma-
nico, dove si congiunge al labbro, ha una testina muliebre. Alt. m. 0,40.
5. Anfora (pelike) con ornamentazioni di greca, e collana in color bianco presso
il collo, e con striature verticali nella pancia. Alt. m. 0,33.
6. Altra anfora più piccola, con ornamentazioni in bianco nell'alto e nel basso
della pancia; nel mezzo della quale in una parte soltanto è dipinta una testa mu-
liebre. Alt. m. 0,33.
Oltre a questi e parecchi altri vasi, di cui non terremo alcun conto, furono rin-
venute varie lucerne e coppe, che non meritano di essere particolarmente descritte.
Furono trovate anche due anfore messapiche, la prima del color naturale della
creta, con decorazioni rossastre ed a fascie orizzontali nella pancia e nel collo, e ver-
ticali nelle anse. Alt. m. 0,30. L'altra di colore oscuro, e con gli stessi motivi di fascie
orizzontali più oscure del fondo. Alt. m. 0,26. È notevole il fatto, che di questo ge-
nere di stoviglie non fu mai rinvenuto alcun esemplare nelle centinaia di tombe sca-
vate in Taranto; giustamente dunque furono queste anfore ritenute come prodotto
esclusivo dell'industria messapica.
Si raccolsero inoltre cinque contrapesi di forma piramidale ; tre de'quali senza alcun
segno ; uno col segno A graffitto in due faccie ; il quinto col segno ih anche graffito.
— 102 —
Gli oggetti di arte figurata furono pochi e poco importanti ; eccone la sommaria
descrizione :
1. Statuetta muliebre ritta in piedi, ed avvolta in un manto: ha la mano sin.
piegata al fianco e la dr. rivolta sul petto, ambedue sottostanti al manto istesso. I ca-
pelli divisi su la fronte, sono sostenuti da un cerchietto senza alcun ornamento. Arte
di decadenza. Alt. m. 0,23.
2. Piccola statuetta di Sileno di stile migliore: era seduto ad un podio che
più non esiste, e reggeva due piccole luci, una su la testa, tenuta con tutte e due
le mani, l'altra su' ginocchi. Alt. m. 0,15.
3. Antefissa di forma semiellittica, con rappresentazione della testa di Io.
4. Altra antefissa della stessa forma, e col rilievo di una testa muliebre.
Eravi inoltre ima collana, la quale sarebbe stata di grande pregio, se avesse
potuto raccogliersi intatta. Le parti che la componevano erano tenute insieme da fili
di bronzo sottilissimi, di cui fu raccolta una grande quantità, insieme a molti globetti
di terracotta dorata. Facevano parte di essa : 6 testine muliebri, co' capelli raccolti
dietro l'occipite e con ornamenti di piume in testa; 2 dischi con rilievo tri testina
muliebre galeata; 1 cigala; 2 grappoli d'uva; e 2 rosoni a globetti. Tutto questo
era in terracotta dorata e sufficientemente conservato, poiché alcuni dei detti oggetti
conservano intera la doratura. Furono inoltre trovate appese al muro della tomba tre
strigili di bronzo.
Ma l'oggetto che maggiormente richiama l'attenzione, è un grosso anello di oro
massiccio ; il disco di forma ellittica, misura nel diametro maggiore m. 0,03, e porta
nel mezzo incisa da buona mano la rappresentazione di un cavallo marino alato. Pesa
gr. 24. Fu anche trovato un semplice anellino a cordone, ed un paio di orecchini della
forma di un S, molto accuratamente lavorati a filograna, e del peso di gr. 14i.
Delle 4 monete raccolte una sola può riconoscersi, ed è un asse con la testa di
Giano bifronte nel dr., e nel rov. con la prora di nave e la scritta ROMA.
11 proprietario ebbe cura di vuotare anche i pozzi; ma non vi trovò che fram-
menti di vasi rustici, in uno dei quali erano incavate a taglio le seguenti lettere /&Y ,
ed mi' ansa di anfora rodia col bollo :
EniGEnAoPoY
IMINSIoY
XX. Taranto — Sui primi del 1884 nella contrada Montedoro in Taranto, fu
scoperto un ripostiglio di monete romane d'argento, della fine della repubb. e il prin-
cipio dell'impero. Spettano alle famiglie: Accoleia3; Acilia 16; Aelia2; Aemilia 41;
Annia 2; Antestia 4; Antia 2; Antonia 110; Appuleia 4; Aquillia 3; Atilia 2; Au-
relia 3; Baebia 2; Barbatia 11; Caecilia 10; Caesia 1; Calidia 3; Calpurnia 24
Carisia 24; Carvilia 15; Cassia 25; Cipia 13; Claudia 54; Cloulia 1; Cocceia 4
Coelia 8 ; Considia 7 ; Coponia 4 ; Cordia 30 ; Cornelia 32 ; Cossutia 2 ; Crepereia 1
Crepusia 0. Critonia 2 ; Cupiennia 2 ; dulia 1 ; Domitia 7 ; Dm-mia 5 ; Egnatia 1
Eppia 6; Fabia 6; Fannia 1; FarsuleiaS; Flaminia 7; Fonteia 18; Fufial; Furia 7
Gellia 2; Herennia 2; Hosidia 7 ; Hostilia 11; Iulia 129; lunìa 28; Licinia 10
Livineia 12; Lucilia 3; Lucrotia 3; Lutatia 1; Maenia 3; Maiania 2; Mamilia 3; Man
lia 4 ; Marcia 24; Memmia 6 ; Mettia 3 ; Minucia 0 ; Mucia 2 ; Mussidia 7 ; Naevia 0 ;
— 103 —
Nasidia 1; Nonia 1; Norbana 2; Papia 4; Papiria 6; Petronia 10; Pinaria 2; Plae-
toria 12; Plancia 7; Plautia 19; Poblicia5; Pompeia 17; Pomponia 9; Porcia 12;
Postiimia 12; Procilia 4; Quinctia 1; Renia 4; Rosela 4; Rubria 13; Rustia 8; Ru-
tilia 1; Salvia 3; Sanquinia 6; Satriena 2; Saiifeia 3; Scribonia 12; Sempronia 1;
Sentia 1 ; . Sepvillia 4; Sergia 3; Serrillia 12; Sestia 1; Silia 1; Spurilia 1; Te-
rentia 1; Thoria 8; Titia 9; Tituria 19; Todillia ? 1; Trebania 1; Tullia 3; ìjr-
binia 11; Valeria 4; Vargnnteia 3; Veturia 3; Vibia 45; Vinicia 1; Voconia 1;
Toltela 6; Senza nome di fam. 14; Impresse da una sola parte, perchè lasciate sul
conio 5 ; Rex Iuba 3.
Essendo stato questo tese-retto esaminato dal direttore del Museo nazionale di
Napoli prof. Giulio de Petra, vi fece egli le seguenti osservazioni.
« Cronologicamente l'ultima moneta deltesoretto di Montedoro è quella di C. Vi-
nicio : questo zecchiere mettendo su alcuni denari la VII, su altri la Vili tribunicia
potestà di Augusto, mostra che l'anno del suo Illvirato monetale ricade nel 738,
che appunto riunisce quelle due tribunicie potestà. Mancando nel ripostiglio altre mo-
nete certamente posteriori a quella di C. Vinicio, si può ritenere che il nascondimento
sia avvenuto non più tardi del 738.
Son da notare le monete battute dopo il seppellimento del tesoro di Carbonara,
e che si trovano in questo di Montedoro:
1. Glodius C. f., Vestalis (Cohen, Claudia 5). - 2. i denari con la III saluta-
zione imperatoria di Antonio (Cohen, Antonia 30, 33, 35). - 3. il denaro con la IV
salutaz. imperatoria e il III consolato di Antonio (ibid. 38). - 4. le legioni di M. An-
tonio. - 5. i denari di Scarpo (Cohen , Pinaria 3, 5). - 6. le monete di Ottaviano
con Divi f (Cohen , lidia 36, 40, 43-5). - 7. id. col consolato VI (ibid. 51, 53). -
8. id. con irnp Caesar e imp Caesar divi f (ibid. 56, 58-60, 62, 64-66). - 9. le mo-
nete di Cesare Augusto (ibid. 69, 70, e Mann. imp. I, n. 194, 294). - 10. P. Cari-
sius leg prò pr (Cohen, Carina 12, 14, 16, 17). - 11. L. Aquillius Florus (Cohen,
Aquilia 5) a. 735. - 12. M. Durmius (Cohen, Durmia 3, 5, 6) a. 735. - P. Petro-
nio Turpilianus (Cohen, Petronia 4,5, 11, 15, 17) a. 735. - 14. Q. Rustius (Cohen,
Rustia 2). - 15. M. Sanquinius (Cohen, Sanquinia 1, 2). - 16. L. Vinicius L. f (Cohen,
Vinicia 5).
Casuale è la mancanza dei denari dì Mescinio Rufo, che ricordando i ludi seco-
lari celebrati nel 737, può ascriversi a quell'anno. Anche fortuita può essere la man-
canza di qualche altro monetiere, come di L. Lentulo flamine marziale, di Cosso Len-
tulo e di P. Licinio Stolone, i cui denari sono molto rari. Ma non è credibile, che
per una uguale combinazione della sorte, si desiderino i nomi dei due Antistii, Vetere
e Regino, di L. Caninio Gallo, di C. Mario e di C. Sulpicio Platorino; pei quali
perciò si ricava da questo ripostiglio un grave indizio, se non una prova, che gli anni
della loro carica sieno posteriori al 737 » .
Sicilia
XXI. Marsala — Invitato dal sig. prefetto di Trapani, il prof. Salinas direttore
del Museo nazionale di Palermo, visitò la così detta grotta della Sibilla ; dove invece
— 104 —
dulie decantate fantasticherie classiche, trovò un monumento cristiano di grande im-
portanza, di cui in Sicilia non si conoscono altri esempi. È tutto decorato a pitture,
che esprimono ancora il gusto classico ; ed ayeva pavimento in musaico, del quale re-
stano avanzi di mirabile artificio. Fu provveduto acciò gli avanzi del musaico non
fossero ulteriormente rovinati ; e furono fatti copiare tanto questi quanto i dipinti delle
pareti, che si possono vedere solamente con l'aiuto di fanali, e bagnandoli pezzetto
per pezzetto; tanto l'umidità li ha coperti con un velo opaco di crosta calcare.
Furono pure copiati altri dipinti cristiani delle catacombe di Marsala, dei quali
non si aveva notizia. Uno di essi rappresenta il buon Pastore, nello stile che si am-
mira nelle catacombe del suburbio di Roma.
XXII. Selinuilte — Il r. Commissario degli Scavi e Musei di Sicilia ha rife-
rito, che in seguito a violenti burrasche, dalle onde è stato smosso un banco di sabbia,
nella costa, e messo allo scoperto dei massi squadrati, fin qui non conosciuti.
Messa mano a rinettare quei massi, è venuta fuori una banchina di grandi pezzi
di tufo, posti in due file, l'ima dietro l'altra e rinforzati dalla parte interna da un'altra
costruzione di cunei, incatenati insieme con un gran numero di ferri a doppio T (come
quelli che legavano le metope coi triglifi), ma dei quali restano i soli incastri.
Sardinia
XXIII. Cagliari — Noia del r. Commissario prof. C. Filippo Vivanet.
In seguito alla sistemazione del viale Principe Umberto, fatta dall'amministra-
zione municipale, essendosi manifestate gravi lesioni, stante una fondazione insufficiente,
nei muri della palazzina Mari, il proprietario fino dal maggio dello scorso anno
fu costretto ad aprire profondi cavi, per eseguire le necessarie sottomurazioni.
Questi lavori condussero alla scoperta di ima parte di necropoli romana, di cui
si ignorava l'esistenza in quel punto.
Le scoperte epigrafiche che vi si fecero sono le seguenti:
1) Cippo sepolcrale, di compatto calcare, scoperto nella parte della casa che pro-
spetta la strada Gesù e Maria, alla profondità di m. 7,60 ; sotto del quale era l'ossuario,
una lucerna, un piatto aretino, diversi altri frammenti di vasellame, più diversi amu-
leti in osso e globetti di collana in pasta vitrea. Nel cippo leggesi l'epigrafe:
DM-
l • tvrranivs
celer • mil • ex-
cl • pr • mis • nat •
dalm • vix ■ an-
xxxx-miLt-an-
xxiii- cvravt
q^naevivs-
A Q_V I L A ■ 7
— L05 —
2) Altro cippo della stessa pietra, rinvenuto a poca distanza del precedente,
reca il titolo:
D IVI'
GESSIAE • GAL
LAE-VIX-ANN-LX
FILI ■ MATRI ■
DVLCISSJME
3) Altro cippo di calcare, scoperto a m. 8,00 di profondità, e distante dal primo
m. 4,00, sempre nella parte dell' edificio, che guarda la strada di Gesù e Maria:
D- M-
C ■ IVLIVS • CANDIDVS
N • BESSVS • MIL • EX ■ CLAS
PR • M I S ■ 7 • B A T I
RVFI ■ MIL ■ AN ■ XVIII
M ■ X ■ V I X • A N
X X X I I X
In vicinanza di questo monumento, ed alla medesima profondità, rinvennesi un'urua
in pietra della forma di una cassetta, con coperchio a tettuccio, rozzamente eseguita,
contenente ossa combuste.
Poco lungi da questa, si raccolse una testa muliebre e diversi frammenti fittili.
4) In un fosso praticato nell'interno della casa, si scoprì altro cippo di cai'
care ordinario compatto, alla base del quale trovossi infisso un morione in pietra,
di cui vedonsi i soli lineamenti del volto.
Il cippo è con timpano ; ed in mezzo a questo è rilevato uno scudo con due lance.
L'iscrizione dice:
D ■ M •
LSCENTIO- VALENÌ
MIL • EX ■ CLAS ■ PRAf
MIS- 7SOCELLI
CH ILONIS • MIL-
AN ■ XXVII • VI-AN
XXXXVII ■ NAT
BESSVS- SCIEN 't1 A
EVTYCH A • PATR'
OPTIMO- ET
B- M- F-
L- CALPVRNIVS
FYRMVS ■ CVR«
EGI////
— 106 —
Pure nell' interno dell' edificio, alla profondità di rn. 8.20. furono trovate due iscri-
zioni marmoree, la prima delle quali dice:
5) MHERENNIVSVlCTOR
egnatia • c • f • ivnia
c ■ herennio • m • f • ivniorl
herenniae • m • f • victrici
fIlis-sibi • posterIsqve-svIs
6) L'altra rotta in tre pezzi ha l'epigrafe:
H E L I O
S E C V N D A
CONIVGI • B • M • F
VA- XXXV
Si raccolsero anche due urne vitree frammentate, ed una moneta in bronzo ossidata.
7) Nel punto esterno della fabbrica, presso la via Principe Umberto, si trovò
alla profondità di m. 4,50 un altro cippo di calcare, unitamente al quale erano vasi
fittili che andarono in frammenti, ed una moneta di bronzo, irriconoscibile per l'ossido.
L'epigrafe incisa nel cippo dice:
D M
L'CHRYSIO
V E N V S T O
VIX-AN-XXVIMII
MVTILIA • CERTA
F I L I O ■ F
Furono anche potuti ricuperare i seguenti frammenti epigrafici:
9)
'i \ii\i b
LIO E- Mi
10)
Tutte queste scoperte, venute fuori dalla breve cerchia dei fossi aperti per rin-
forzare le fondazioni; gli altri titoli trovati in località poco distante da questa, editi
nel C. I. L. X, n. 7592, 7595, 7623, 7614, 7633, 7679; quelli che ancora si vedono
infìssi nella cortina che sorge di fronte alla palazzina Mari; ci fanno sicuri che molta
maggior messe si sarebbe potuta raccogliere, quando le ricerche si fossero estese in
più larga zona.
Roma. 18 aprile 1886.
11 Direttore gen, Selle Antichità e Belle arti
PlORELLl
— 107 —
A PRILE
Regione X. (Venetia)
I. Concordia — Nota dell' ispettore cav. Dario Bertolini.
Un' altra tomba è venuta in luce nel fondo dei fratelli Borriero, in prossimità
di quella, della quale ho dato ragguaglio nelle Notizie dello scorso mese (p. (35).
Essa è tutta in pezzi ; però dai tre che formano il dinanzi, si ha la scritta :
D M
P . INPOS//OR • VIC
XIT • ANNISXVI////MENSES ■ SEX
DIES • VIr/////IVNVM
Essendosi in quest'ultime settimane dato mano a spianare il terreno intorno alla
chiesa cattedrale di Concordia, per livellare il piazzale e regolarne lo scolo, emerse
che nella risega di fondazione del campanile era un masso scritto. Avutone l'avviso,
mi portai sul luogo, ma non potei rilevare che le tre prime lettere di ciascuna delle
sei righe, di cui constava l'epigrafe, e precisamente :
TTTC
CLA
LEG
CAE
TRP
POC
Il resto era tutto coperto dalla muratura del campanile.
Queste iscrizioni mostravano che si trattava di im titolo importante, forse impe-
ratorio, certo di personaggio cospicuo. La mente corse anzi ad un altro titolo concor-
diese, che aveva qualche affinità con quelle lettere ; ma ogni congettura era arrischiata,
troppo pochi essendo gli elementi per venire ad mia conclusione di qualche probabi-
lità. Mi volsi quindi al sindaco, e lo pregai di far levare quella pietra, a fine di
poter leggere l'intéra epigrafe. Ed egli molto cortesemente si dichiarò disposto ad
appagare il mio desiderio, sempre che l'ingegnere municipale lo assiciu-asse, che dallo
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. 11
— 108 —
smuoverla nessun pericolo ne deriverebbe all'edifìcio. L'ingegnere, fatti gli esami
opportuni, accertò non esservi nulla a temere, e quindi il sindaco conte Edoardo Pe-
rulli, che nomino ad onore e per protestargli la più viva riconoscenza, fece subito
dar mano alla smuratura, ed il giorno 13 venne felicemente levata la pietra, la quale
è un piedistallo smozzicato superiormente per iseheggiatura. alto cent. 90, col
lato di cent. 60. Ecco quale si mostra l'epigrafe completa :
ìmhBtLLfilNULl
CLA • RVFO • Q_VRB
LEGATO • IMP
CAESARIS ■ AVGVST
TR-PL
POCTAVIVST-F
Le lettere della prima linea sono alte mm. 68, quelle delle altre linee variano da
45 a 59 mm. di altezza; sotto l'ultima riga vi ha uno spazio vacuo di cent. 39,
e dopo il TR • PL con cui comincia l'antecedente, lo spazio è levigato così, da non
lasciar luogo a supporre che altre parole vi potessero far seguito. In onta alla scan-
tonatimi delle estremità della prima riga, è evidente che il titolato sia T • TREBEL-
LENO L • F, di cui fra i marmi eoncordiesi si ha un altro titolo noto anche ai collet-
tori più antichi , e che per comodità di confronto reputo conveniente di qui riferire :
TTREBELLENO LF
CLARVFO
Q_TRPL- LEGATO
CAESARISAVGVSTI
PLEBS
Le lettere sono più alte del totale precedente, misurando quelle del primo verso mm. 85.
È inciso sur una delle faccie minori d'un masso rettangolare, lungo m. 1,73, largo
0,85, alto 1,03, che porta superiormente il foro del sostegno d'una statua, forse equestre.
e trovasi sulla piazza di Concordia lungo la riva del Lèmene.
Il Borghesi nella « Illustrazione di un marmo interessante scoperto nella Basilica
di s. Paolo ad quattuor angulos detto Ostiense » (v. Giornale arcadico 1830, tm. 46,
li. 174-194; Oeuvr. Ili, p. 263-282), fu il primo ad avvertire esser questi il tutore
dato da Tiberio ai minorenni figli di Coti V, ucciso da Rescupori, quando divisi' la
Tracia fra essi e Remetalce tìglio dell'uccisore, riferendosi a Tacito Ann. 2,67 (anno
772 di R. — 18/19 di Cr.). Male informato però asseriva, che la lapide si trovava
a Portogruaro, mentre la grandezza del masso e le tradizioni locali ci fanno sicuri,
che non fu mai mossa dal sito ove attualmente si trova; e dava la copia dell'epigrafe
sull'esemplare del Doni, che ha nella prima riga T • TREBELLIENO T ■ F e nell'ultima
PLEBS quasiché vi mancasse qualche cosa al complemento. Il
Mommsen per ciò ha riputato necessario di riferirla in nota alle Oeuvr. (Ili, p. 272)
quale è veramente, aggiungendo che - Ics ms. de Tacite ont aussi Trchellonus quo Ics
editéurs ont eu tort de changer». Poi nel C. I. L. V ad n. 1878, dopo aver citato
i codici e i libri nei quali si incontra, scrive - efr. Tacitus Ann. 2,67 .... 3.38.
• i.:'>9. Primo loco codox Trebellenus, reliquis duobus si fides silentio collectorum Ire-
bellienus; illud veruni esse titulus ostendit jam a mendis descriptorum purgatus -.
— 109 —
Con tali autorità non si può contenderà al vecchio e al nuovo marmo l'impor-
tanza di appartenere a quel Trebelleno Rufo, che fu tutore dei figli di Coti. Quindi
completandone la storia sulle traccie di Tacito, diciamo che non fu fortunato nella
sua missione, perchè la Tracia divisa ricalcitrava al nuovo governo, e non meno di
Trebelleno malediva Remetalce, che lasciava divorare così i suoi popoli (Tac. Ann.
3,38 ad a. 774 di R. = 20/21 di Cr.). Dopo d'allora nuli' altro sappiamo di lui,
senonchè fastidito della brutale tirannide di Tiberio, si tolse la vita nell'anno di
Roma 788 = 34/35 di Cr. (Tac. Ann. 6,39).
Giova ricordare, che Augusto avendo ripartito col Senato le Provincie, provvide
al governo di quelle che aveva ritenute per sé, mediante legati con autorità pretoria
e proconsolare, e che fra esse vi aveva la Venezia e l'Istria (reg. X). Vuoisi quindi
arguire, che T. Trebelleno abbia avuto da lui l'incarico di legato per questa regione;
poiché se lo fosse stato altrove, i suoi titoli onorari qui eretti, avrebbero fuor di
dubbio indicato la provincia estranea, nella quale ne aveva disimpegnato le funzioni.
Potrebbesi pur dubitare, se egli fosse veramente legato di Augusto o non piuttosto
di Tiberio ; dacché, come è riuscito a dimostrare il Borghesi nel discorso intorno a
due iscrizioni di Ottavia, i nomi Caesar Augustus non sono esclusivamente propri
di Ottaviano, bensì comuni coi quattro primi suoi successori. Lo stesso Borghesi però
rileva, che quelle denominazioni sono solamente consacrate per indicare Ottaviano;
« perchè non è a mia notizia, egli dice, che fin qui siasi mai dubitato da alcuno
degli epigrafici, che tutte le lapidi memoranti Cesare Augusto spettassero ad Ottaviano »
(Oeuvr. Ili, p. 303).
Quindi consentendolo anche i calcoli dell'età, forza è conchiudere che T. Trebelleno
sia stato Questore urinino. Trìbuiio della plebe e legato ai tempi di Augusto, il
quale morì nel 707 di R. = 13/14 di Cr. ; perchè supponendogli anche quarant'anni
in allora, poteva benissimo cinque anni dopo aver da Tiberio la missione di tutore
dei figli di Coti, e morire nel 788 a 61 anno. Anzi l'ufficio stesso demandatogli da
Tiberio nei primordi del suo regno, richiedeva una riconosciuta esperienza di affari
gravi e delicati, la quale egli non sarebbe stato in grado di conseguire, se non avesse
sostenute le cariche attribuitegli dai nostri marmi nell'impero di Augusto.
Probabilmente devesi attribuire allo stesso personaggio il frammento pubblicato
dal Pococke (p. 126, 1 = C. I. L. V, 1940)
O
RVFO • PR
che si credeva smarrito, e che fortuitamente nell'estate del 1875 ho visto fra le pietre,
colle quali era costruita la testata destra del vecchio ponte levatoio in Concordia, ed
ho potuto far levare di là e depositare sotto la loggia del Comune, donde fra breve
verrà trasportato al Museo concordiese.
È vero che in questo frammento egli appare come pretore, mentre negli altri
titoli di quest'ufficio non si fa motto; ma già ci era noto per Tacito, che aveva so-
stenuto la pretura prima d'essere chiamato alla tutela dei tìgli di Coti : » iisque
(filiis Cotyis) nondum adultis Trebellenus Rufus praetara funetus datur (Ann. 2,67).
Porse vi era stato inalzato dallo stesso Tiberio, e allora o successivamente, qualche
amico avrà voluto perpetuare nel marmo anche i nuovi onori da lui conseguiti.
— 110 —
La circostanza che i titoli surriportati furono tutti tre rinvenuti in Concordia.
la singolarità che la gente Trebellena non ha lasciato di sé altro ricordo che questo
Tito Rufo figlio di Lucio, il fatto che egli è ascritto alla tribù Claudia, ci autoriz-
zano a conchiudere che lo storico personaggio al quale sono dedicati, appartiene alla
nostra colonia e forse ad una delle famiglie venute a fondarla.
Un altro marmo concordiese (G. /. L. V, 1936) fa menzione della gente Ottavia,
mi cui rampollo ha dedicato il titolo onorario, sul quale probabilmente posava la
statua del nostro T. Trebelleno Rufo testò rinvenuto.
Sono poi in Concordia venute in luce, sulla fine del marzo passato e nei primi
giorni di aprile, le seguenti iscrizioni :
AVS-M • F • PVT'N"
pVNDA ■ VXOR
IA-QvF-PROe!A
È scritta sopra la metà circa di un cinerario quadrangolare, col lato di cent. 54, alto
cent. 29:
ECOFL- NVNNVSFILIAISATI
SVRO OPITERGINE CIVIT
NEGVTIATOR DE PROPRIO CONPARAVI SI QVIS
EAMAPERI RE VOLVERIT DABIT FISCO AVRIVN
CIASDVAS
Caratteri assai rozzi: l'F è formato come l'È, differenziandosi solo per la orizzontale
superiore rivolta in su. Ritengo doversi leggere ego Fl(avius) Nunnus ftl(ius) laisati
Syro etc.
D M
SATVRNINAE
PORCIPERSAE
EPAPHRODITVS
CONIVGI
CARISSIMAE
Caratteri del primo secolo. Lapide alta m. 1,28, larga 0,58 incorniciata.
IL Vendoio (frazione del comune di Treppo Grande in prov. di Udine) —
Nota del predetto ispettore sopra un'iscrizione dell'antica ria da Coi/contiti
verso il Norico.
Fra le vie che movevano da Concordia, ve ne aveva una diretta verso il Norico.
Di questa si è occupato il Filiasi nello « Memorie storiche dei Veneti primi e se-
condi » (voi. II, p. 188 e segg.) dirizzandola per Cinto, Sesto e Settimo a Fagagna
e Colloredo. Il tracciato gli era suggerito dai nomi pei primi tre villaggi, e dai cippi
miliari per gli altri due. Qne' cippi erano stati a lui comunicati da Girolamo Asqnini,
il quale li attribuiva ad Augusto ed al XIII suo consolato. Dopo Colloredo. il Filiasi
8Up] echi' la strada ripiegasse verso Meredo di Tomba, procedendo quindi a s. Daniele.
Ragogna. Osoppo. « La strada poi, continua egli, correa per le sassose falde del
— Ili —
Ragogna (Reuma), più internandosi ancora e forse fino ai contorni dell' Ospodaletto,
dove imi cava le vie che lassù salivano da altri luoghi del Friuli -.
11 tracciato del Pillasi pecca probabilmente nei primi passi, perchè non gli era
noto il cippo miliare di Pieve di Rosa a valle di Camin di Condroipo, e pecca
nella prosecuzione oltre Colloredo, perchè i cippi di Vendoglio e Pers vennero in
luce posteriormente.
La carta annessa al V volume del C. I. L. segna il primo tratto di questa ria,
direttamente da Concordia a Pieve di Rosa, lasciando ad occidente i paeselli di Cinto.
Sesto e Settimo; poi ne abbandona ogni traccia, ma mette a Pagagna, Colloredo.
Vendogio e Pers i segni del cippo miliare. Nelle Viae publicae Galliae Cisalpinae
di quel volume, troviamo raccolte sotto il n. Ili, Concordine in Noricum, tutte le
lapidi miliari accennate. Tre sono frammenti rivisti ed accertati dal Luciani (n. 7995,
T'.i'.h; e 7998), i quali fanno chiara menzione di Augusto COS-XIII. TR-POT-XXII:
due (n. 7994 e 7997) che l'illustre compilatore ha tolto dal Valvason, f. 91' e 42',
sono alterati e corrotti per modo da non lasciarne raccapezzare il senso. Il primo,
che è quello di Pieve di Rosa, parla di Valerio Massimiano e di Flavio Costantino;
l'altro, quel di Vendoio, è raffazzonato in questa guisa :
IMP • CAESAR AV
GVSTVS DIVI CAES-
COS-XlI- COSTANTI
NI • V • P • D • T
Da un pezzo mi crucciava il desiderio di mettermi allo studio di quella via sul
percorso accennato dai cippi, nella fiducia anche di poter rintracciare i due che il
Luciani non aveva veduto, ed in ispecie quel di Vendoio, sul quale il Valvason dava
l'indicazione in Vendoio supra Udine. Ma le occupazioni cui sono necessitato, non
mi lasciarono il tempo finora di portar ad effetto il mio proposito.
Nel 14 marzo però essendomi portato ad Udine, l'egregio mio amico cav. Vin-
cenzo .Toppi direttore di quel civico Museo mi partecipò, aver egli accresciuto la rac-
colta delle sue lapidi colla colonna miliare di Vendoio, e con esimia cortesia non
solo me l'ha fatta vedere, ma mi ha altresì autorizzato a farne pubblica la vera
lezione. Quindi è che mi affretto a comunicarla agli studiosi.
È un rocchio di colonna del diam. di cent, 42, alto un metro, di una pietra
giallognolo-seura, di superficie scabra assai, che porta abbastanza evidente questa
epigrafe :
imp -caesar
avgvst • divi • f
cos-xIOTrpoT
X
x mi
La parte chiusa fra le linee è stata spianata già in antico ; ma il supplemento del
numero per la tribunizia potestà è sicuro, quello delle miglia men certo, in quantochè
fra le miglia segnate dai cippi e quelle risultanti dalla carta militare italiana vi lui
— 112 —
una qualche differenza. In fatti ritenuto il miglio romano eguale a m. 1475. dato
dal Letronne, abbiamo:
da Concordia a Fagagna secondo il cippo m. p. XXXIII secondo la carta m. 29,22
da Concordia a Colloredo » » XXXIIII » » 36,30
da Concordia a Vendoio » » X IIII » » 37,00
da Concordia a Pera » » XXXV » » 45,69
Ed anche col ragguaglio del miglio romano al più recente, dato di m. 1481,50, questi
risultati si altererebbero in misura affatto inconcludente.
Ammettendo quindi la distanza da Concordia a Colloredo in miglia 34, che è
quella che più si accosta alla vera, dobbiamo supplire nel cippo di Vendoio X##yIIII,
come sarà forza completare quello di Pers .rXXXV, sebbene l'apografo del n. 7998
non lasci supporre difetto. Le avvertite differenze colle vere distanze a cammin retto,
trovano facile giustificazione nel supposto molto probabile, che i cippi fossero origi-
nariamente collocati non nei centri abitati ove si trovano oggidì, ma nel territorio
ad essi adiacente.
Regione XI. {Transpadana)
III. Vigentino (frazione del comune di Quinto-Sole) — Nota dell'ispettore
prof. Pompeo Castelfranco sopra scoperte avvenute in Vigentino, Gar-
bar/nate Milanese, e Golasecca.
Vigentino è un modesto villaggio, situato nel territorio del comune di Quinto-Sole,
a breve distanza da Milano. E celebre nella storia del medio evo, per aver dato asilo
temporaneo ai Milanesi, dopo la distruzione della loro città per opera del Barbarossa.
Quivi il signor Verazzi, in una cava di ghiaia di sua proprietà, aveva rinvenuto
alcune grandissime anfore, e pochi altri oggetti. Recatomi sopra luogo potei esaminare
due di quelle anfore ancora intatte, che recano il bollo 1-ERENINJa (cfr. C. I. L. V.
8112,48). Gli altri oggetti facevano, senza dubbio, parte di suppellettile funebre di
qualche tomba, e consistono in frammenti di specchio metallico, privo di graffiti, in
ima lucernetta monolychne anepigrafe, ed in una moneta assai guasta dall'ossido, spet-
tante al primo secolo dell'impero.
IV. Garbagliate Milanese — In un fondo di proprietà del sig. Poggi di
Milano, praticandosi alcuni scavi per la fossatura delle viti, si rinvennero sulla fine
dello scorso anno molte tombe gallo-romane, del primo secolo dell'era nostra. L'illustre
comm. Cesare Cantù avendomi reso avvertito della scoperta, mi recai subito dal
signor Poggi, per esaminare gli oggetti ritrovati. Sono alcune mezze anfore, segate
orizzontalmente a mezza altezza, e la parte inferiore adoperata a guisa di urna cine-
raria, coperta da grande tegola romana, coll'orlo rialzato. Gli oggetti raccolti da
prima dai contadini, senza alcuna precauzione, sono ora confusi, non essendo stati con-
servati tomba per tomba, e né anche nella loro totalità. Restano alcuni fittili, cioè
patine, piatti, un'olpe ansata, un vaso aretino eon bollo in forma di piede e sigla
— 113 —
poco leggibile. In un altro vaso è granita, a terra cotta, una croce a sei braccia. È pure
notevole una specie di beveratoio, con foro laterale per lo scolo dell'acqua, foro prati -
cato a terra cruda. Si ebbero pure alcuni balsamarì ed unguentari di vetro ; una forfex
frammentata : un rasoio gallico; un cartoccio o cannone di lancia in ferro; ed in bronzo
due fìbule articolate, ed un ago crinale piccolo. Si trovò pure una perla da collana, a
spicchi, in pasta grigiastra ; ed una fusaiuola di terracotta, che mi sembra nocciolo di
un fiocco. Varie monete mal conservate, talune contuse pel solito rito, ci riportano ai
tempi di Claudio e di Adriano.
Tutti questi oggetti vennero, per gentile iniziativa del ricordato sig. Poggi, donati
al Museo pubblico del palazzo di Brera.
V. Golasecca — Certo Gaspare Puricelli falegname ha scoperto presso Gola-
secca, nel luogo detto il Lazzaretto, una tomba del primo periodo della prima età
del ferro. Un rozzo ciottolone appariva al livello del suolo, nascosto da ginestre ed
erielie ; rimosso questo sasso, che serviva di chiusura, il Puricelli rinvenne in sem-
plice buca un vaso cinerario di bronzo, a forma di situla, con traccia di chiodi che
assicuravano i due manici, e dentro ossa combuste, molti oggetti d' ornamento pure
in bronzo, ed un vasetto fìttile. Vicino alla situla, era una ciotola di cotto. La tomba
apparve vergine ed intatta. Il vaso di bronzo, consunto in parte dall'ossido, non potè
essere estratto dalla terra senza qualche guasto, lievissimo però a tal segno, che può
dirsi uno dei meglio conservati che ci sieno giunti di quella età. Somiglia in tutto
alla situla della Certosa di Bologna, a quelle delle terre Arnoaldi-Veli, ed alle altre
rimesse in luce in Este, in Waasteh, in Besnate Comasco, ed in Trezzo d'Adda,
salvo che non ha decorazioni di figure a sbalzo come i vasi qui ricordati.
Coi vari frammenti di bronzo che in questa medesima situla si contenevano,
potei ricomporre una ventina di fìbule ed una magnifica collana, identica a quella
rinvenuta nella situla di Trezzo sopra accennata (cfr. Bull, della Consulta ardi,
anno IV. fase. 1, tav. III).
Regione IX. {Liguria)
VI. Veiltimiglia — Sul finire di marzo ed il principio di aprile, fu scoperta
una tomba nella via dei sepolcri in Ventimiglia ; e da quella fu staccato un marmo
scritto, ohe l'ispettore prof. cav. G. Bossi potè esaminare, e che forse fu destinato
per la collezione della signora Cora Kennedy in san Remo. L'iscrizione, che si trascrive
dal calco cartaceo, dice :
POCTAVIVS
VRBICVS SIBI ET
OCTAVIAEtfSYN
TYCHENIVXORI
SVAE
ET ■ SVIS • V • F
Il medesimo ispettore riconobbe pure presso il padrone della trattoria, nel sestiere
s. Agostino in Ventimiglia, 1' iscrizione scoperta or sono due anni nella pianura di
— 114 —
Nervia, nel sito dell'antica Intemelio, iscrizione che fu edita dal sig. E. Blanc (Sup-
plément à l'épigraphie des Alpes viari lì mes p. 19), con la sola omissione della
prima lettera del primo verso. La lezione esatta, come desuntesi dal calco, è :
L • SALVIO • L • F ■ ANI
CAN VLEIO
VALERIA-MON
TANA-CONIVGI
Riferì poi il medesimo ispettore, che nella proprietà Porro, nella stessa contrada
di Nervia, oltre ad una grande quantità di anfore vitree e vasi fittili, è stata ricu-
perata ima grande diota, portante in un manico il bollo PONTICI. Furono parimente
trovate due coppe in bronzo, con coperchio fregiato di rami di quercia a bassorilievo;
ima magnifica testa di coccodrillo, in bronzo ; e due sfingi in travertino.
Nel Museo Daziano in Bordighera, il predetto prof. Bossi copiò l'epigrafe seguente,
della quale mandò anche un calco cartaceo. È incisa su di un bel cippo, scavato nella
stessa proprietà Porro, e dice :
D M
L • ALLI VS
L1GVS-SIB
ET VALER
THALLVSA
ET-L-ALLIO- AL
LIANO PUS
S I M O A N XX
VII. Ameglia — Rapporto dell'ispettore oro. Paolo Podestà.
Esimendosi da una cava di pietre il materiale pel restauro d'im muro, in un
terreno appartenente al prof. cav. Agostino Paci nel comune d' Ameglia, si scoperse
nell'interstizio della roccia |una tomba antica, con uno dei lati minori rivolto a
sud-est. Il sig. Bernardo Bologna soprastante a quei lavori, che per fortuna si trovava
sul posto, prevedendo l' importanza della scoperta, con saggio accorgimento potè assi-
curare dai possibili guasti la tomba, e porre in salvo la ricca suppellettile che vi
era deposta.
Il giorno dopo fui sul luogo ; e valendomi della cortese ospitalità offertami da
quell'illustre cultore della scienza che è il prof. Paci, e eoli' aiuto del sig. Bologna,
ebbi tutta l'opportunità di visitare il luogo del travamento, e di esaminare i molti
oggetti scoperti.
La cassa sepolcrale, di forma quadrilatera, è costruita coi quattro lastroni late-
rali di uno schisto lamellare bruno, abbondante nella vicina Punta del Corvo, che si
presta facilmente alla riduzione; le altro due che servono da base e da coperchi»,
di macigno. Le laterali sono lavorate con gran cura, e le due dal lato più ristretto,
sono tenute ferme al posto da due incanalature ad incastro, praticate con iscarpello
alle due opposte estremità delle lastre maggiori; per cui le minori si devono estrarre
dall'alto a guisa di cateratta. Il tutto poi era tenuto ben commesso da appositi cunei
di pietra, collocati a forza tra la roccia e le lastre della cassa. Al di sopra stava un
f
— 115 —
terrapieno 'li circa un metro. Devesi certamente all'ottima qualità del materiale ed
alla accurata esecuzione del lavoro, l' incolumità della tomba, che internamente è
lunga m. 0,56, larga va. 0,40, profonda m. 0,35.
Nell'interno si rinvennero quattro ossuari intatti, le cui ciotole-coperchio erano
collocate col piede che entrava nell'orirtcio del vaso; e nell'interno degli ossuari, uni-
tamente alle ossa combuste, erano: piccola oenochoe verniciata in nero di forma
greca ; un unguentario di smalto egizio ; molti oggetti d' ornamento in argento,
bronzo e vetro, dei quali darò la descrizione. Gli ossuari erano sepolti in una terra
uliginosa, frammista a carboni, che credetti cenere del rogo ; e tutto intorno quattro
lamie di ferro coi relativi spuntoni; due spade spezzate coi foderi in frammenti; due
strigili, ed altri oggetti irriconoscibili ed incompleti in ferro e bronzo. Successiva-
mente nella poca cenere del rogo che raccolsi, rinvenni un anello d'oro leggermente
danneggiato dal fuoco; l'altra cenere disgraziatamente fu dispersa.
Degli ossuari, i due minori a forma la più comune di dolio in creta rossa ordi-
naria, lavorati al tornio, lìmo misura in altezza m. 0,17, ha la massima circonfe-
renza di m. 0,58, il diametro del piede di m. 0,08, della bocca con labbro sporgente
di m. 0.10; l'altro è alto m 0.12, ed ha la massima circonferenza di m. 0.38. Le
due ciotole coperchio sono esse pure lavorate al tornio, ma più accuratamente ; e sono
inverniciate in nero, lima a forma conica come quella di Cenisola, alta m. 0,08, col
diametro della bocca di m. 0,14; l'altra più schiacciata a forma di piattello.
Due sono più grandi, il primo di forma quasi sferica con piede breve, senza
■olio e labbro e piccolissimo orifìzio, e fatto alla ruota con creta gialla, levigata colla
tecca; ed è alto m. 0,20, ed ha la massima circonferenza di m. 0,88. L'altro, cilin-
drico, leggermente allargato sotto il labbro, il quale sta sulla bocca a guisa di cer-
chio inclinato al di fuori, è parimenti lavorato al tornio con creta rossa finissima, e
colorata d'un rosso più cupo a zone e fascie di listelli. Il primo fittile non ha esempi
nei precedenti scavi del nostro territorio; del secondo abbiamo avuto un bell'esem-
plare dal sepolcreto eli Cenisola. Quest'ultimo vaso, a quanto mi si assicurò, non aveva
alcun coperchio. L'altro teneva col piede infisso nell' orifizio, una grande patera a
forma leggermente convessa, decorata con quattro palmette disposte a circolo nella
parte centrale, fatte collo stampo. È lavorato al tornio, con creta fina verniciata in
nero; è alto m. 0,08, ed ha il diametro di m. 0, 25.
Nel vuoto interno del piede fu granata, dopo la cottura, una leggenda in caratteri
grossolani.
Nell'ossuario più grande stava sopra le ceneri un vasellino in creta fina verni-
ciato in nero, contenente esso pure ossa combuste ; alto circa m. 0,07 con collo stretto.
labbro sporgente , ed un' ansa, che dal ventre va ad attaccarsi alla sommità del lab-
bro, e con la bocca chiusa da un coperchio fatto a cono rovesciato nella parte intema,
e sferico nella esterna, contornata con eleganza da una corona di tondini rilevati.
Nell'altro ossuario a forma cilindrica, era un balsamario di vetro, alto m. 0,025 con
base a punta, e con ornati a smalto verde su fondo bianco. Era in frammenti, ma,
fu quasi tutto ricomposto.
Nei quattro ossuari erano poi ripartiti i diversi oggetti d' ornamento, che qui
descrivo.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 1'. Voi. II. !•">
— 116 —
Argento — Due fibule intiere a doppio e lungo vermiglione, posto trasversal-
mente sull'arco della fibula, conformi a quelle rinvenute in Cenisola (cfr. Not. 1879,
ser. 3a, voi. V, p. 31 sg., tav. I, fig. 1); lima è del peso di grammi 45, l'altra di gr. 17.
Frammenti di altre tre fibule d'ima forma, che a quanto sappia, non avrebbe riscontro.
Consisterebbe in un emisfero concavo convesso, del diametro presunto di m. 0.065, dal
cui centro concavo si distacca 1' ardiglione a doppio vermiglione ; e dall'opposto centro
convesso, l'arco, il quale ò formato da una lamina dello stesso metallo della larghezza
di circa mill. 5, che si rivolge in vario senso a guisa di nastro, certamente non per
sola eleganza ma anche per dare elasticità all'arco; va in basso a formare un cartoccio,
in cui s innesta l'ardiglione, e finisce in un bottone che ha sopra un collarino come
nella fibula di Cenisola (Noluie ibid., tav. I, fig. 2). Due armille a due grossi fili
contorti, terminate alle estremità da bottoncini. Frammenti d'altre due armille a filo
più sottile. Tre anelli: Uno dei quali liscio, di forma comune, con grosso castone, in
cui è una pasta vitrea (?) di colore opalino; pesa grammi 7. Altro anello a spirale,
del peso di grammi 8, diviso in tante coste separate da altrettante sinuosità ; va
assottigliandosi a forma di serpe dalla testa alla coda; la parte della testa è man-
cante. Altro a spira regolare di filo dello spessore di mill. 3, ornato da tre solchi alle
estremità; è del peso di gr. 7. Altri tre spirali in filone più sottile, frammentati.
Bromo — Un anello spirale a grandi coste, con bella patina verde ; pochi fram-
menti di anelli, ed altri pezzetti irriconoscibili.
Vetro — Cinque globetti di una collana in vetro bianco opalino: due a forma
di ovoli, sono attraversati in tutta la loro lunghezza da un foro sottile per passarvi
il filo. Due pendagli, che si direbbero in forma di delfini, con testa voluminosa, lab-
bro sporgente e coda rovesciata, forati nella parte più larga della testa-. Altro pen-
daglio a forma di cuore. Furon tutti ritrovati in un solo ossuario, e dovevano far parti
d'un monile.
Armi — Quattro cuspidi di lancia in ferro ossidate, con bossolo, della lunghezza
complessiva di m. 0,58. Sono provveduti d'una grossa costa mediana, ed hanno le
punte molto assottigliate, contorte e ribattute sul corpo della lama, allineile potessero
entrare nella cassa sepolcrale. Con queste sono i rispettivi spuntoni pure in ferro,
lunghi, compreso il bossolo, rn. 0,32. Due spade con grossa costa mediana, di lama
materiale e robusta, lunga m. 0,50, larga m. 0,055 ; l'ima senza codolo, con punta
tondeggiante spezzata in due frammenti; l'altra col codolo lungo cent. In. mancante
della punta, rotta in cinque pezzi. Colle spade erano i residui dei foderi, in alcuni dei
quali si vede la ripiegatura nel margine, con cui erano congiunte all'interno le due
lamine. Un pugnale in ferro con codolo e punta acuminata, e con lama lunga m. 0.20.
In una cuspide di lancia, alla metà della lama, era infisso l'emisfero di una delle
fibule sopra descritte, posto colla faccia concava verso il riguardante. E per ciò fare,
fu troncato 1' ardiglione al disotto del vermiglione spirale, che ancora rimane al posto;
contorta a modo di gancio una parte della lamina, che formava l'arco dal lati
vesso, ed infitto in corrispondente bossolo appositamente disposto nella, cuspide.
Completano la copiosa e ricca suppellettile due strigili, lunghe cent. lo. e fram-
menti d'argento, bronzo e ferro, tra i (piali yeggonsi i resti di un morso da cavallo.
Come ho già detto, nella poca cenere del rogo non dispersa, si rinvenne un anello
— 117 —
d'oro massiccio, del peso di grammi 6, con Largo castone che porta un' incisione gua-
sta dal fuoco.
Non è la prima volta, che simili scoperte son fatte in Ameglia. Come già ebbi in
altro trulli, occasiono di ricordare, circa trenta anni addietro in questo stesso Luogo,
si misero in luce casualmente parecchi sepolcri corrispondenti a questo descritto, ma
nuH'altro ne restò die la memoria. Mi vien però riferito che oltre al vasellame, si
trovarono iu copia globetti d'ambra, qualche lamina d'oro e molte armi. E non solo
in questa località, ma in altre ancora tutte intorno alla borgata per qualche chilo-
metro, si scopersero tombe, delle quali si conserva nel luogo qualche ras 1 alcuni
frammenti di lamina d'oro.
Si avrebbe dunque un centro abitato anche a' tempi da noi molto discosti, ed
intorno ad esso una necropoli, sulla quale importa rivolgere accurate cure.
Nei sepolcri di Cenisola, Monterosso, Vernazza, Viara e Barbarasco, le casse sepol-
crali erano nel mezzo a cumuli di ciottoli; le lancie più piccole (la maggiore di
cent. 45 e lo spuntone di cent. 12); le spade di lama più sottile, a punta acuminata
(la maggiore lunga cent, ti! . Larga mill. 50), egli ossuari accompagnati da uno o più
vasetti accessori, e non sepolti nella cenere del rogo. Ad Ameglia invece, in questa
tomba si trovano nella cassa ceneri e carboni; le lancie coi relativi spuntoni assai
più grandi; le spade più corte, più larghe, più forti; e mentre vi si scorge una straor-
dinaria dovizia in oro. argento e vetro, nessun vaso accessorio sta a rammentare l'antico
rito Ligure.
È ben vero che Ameglia posta nell' estremo limite della Liguria, presso la foce
del Magra, poco discosta da Luni, e forse solo separata da questa città dal fiume,
doveva avere continui e diretti rapporti con quel centro maggiore ; per la qual cosa è
tacile il riconoscere , che poste le costumanze liguri al frequente contatto della più
seducente civiltà vicina, potevano in breve modificarsi.
Se non che male si giungerebbe a conclusioni esatte, collo studio di una sola
tomba, e quindi voglio chiudere queste mie note augurandomi, che presto possa essere
intrapreso uno scavo sistematico, da cui molto si possa guadagnare per la topografia
e per la storia.
Regione Vili. {Cispadana)
Vili. S. Lazzaro — Nota del lì. Commissario conte G. Gozzadini.
Informato che nell'estrarre argilla per far mattoni, nella fornace Bertelli, nel
comune di s. Lazzaro, presso la via Emilia, a quattro chilometri da Bologna, erano
slati scoperti degli oggetti antichi, mandai subito a vedere di che si trattava. Con-
statai che i lavoratori, a un metro e mezzo di profondità, si erano imbattuti in un
sepolcro a ustione, del periodo di Villanova, e l'avevano manomesso; né era il primo.
Potei però recuperare alcuni oggetti , i soli a quanto mi si disse che furono rinve-
nuti, e feci raccogliere i cocci che erano stati dispersi. Gli oggetti ed i frammenti
fittili sono : — Pezzi di ossuario del tipo di Villanova, di terra rosso bruna, con meandri
graffiti sino all'orlo, ed ansa gemina. Internamente aderiscono nel fondo frammenti di
ossa, avanzati dal rogo. Pezzi della patera che suole coprire l'ossuario. Pezzi di vasi
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accessori, tra i quali di un vaso cilindrico cou diaframma, ornati da circoli concen-
trici e da anitrelle a stampa.
Armilla di bronzo, grossa e massiccia, formata da una verga a quattro angoli
smussati, distorta e spezzata in due intenzionalmente. Fibula di bronzo, corpacciuta,
non massiccia, anzi aperta nel lato volto verso la spilla. Fibula di bronzo grande e
larga, di lamina ornata a disegni geometrici e a punteggiature. Pezzi di fibule di
bronzo, a navicella. Porzione di fibula di bronzo, non massiccia, a lungo astuccio.
Frammenti di altre fibule di bronzo. Fibula con sezioni di osso, incastonate di am-
bra. Fibula con sezioni di ambra. Arco di bronzo di altra fibula consimile.
Porzione di asticella piatta, di bronzo, con la parte superiore cordonata in giro
sormontata da anellino fisso, entro del quale è un anello mobile. Probabilmente era
uno di quei curaunghie, che finiscono in due piccole punte. Altra porzione di asti-
cella consimile, che può essere stata di auriscalpium. Altra asticella intiera consi-
mile nella parte cordonata, ma rotondeggiante e a punta, come un punteruolo o piut-
tosto un discriminale. Questi tre utensili, uguali nella parte superiore, muniti ugual-
mente di anellini mobili, e che pare sieno stati tutti della stessa grandezza, erano
probabilmente riuniti in un manichette, e formavano un solo oggetto di toilette, come
quei tre che pubblicai negli Scavi Arnoaldi tav. XIII. fig, 3. Si ebbe in fino un
grande e molto grosso anello di avorio.
IX. Imola — Scavi di tombe arcaiche in contrada Belvedere, descritti
dall'ispettore cav. A. Santarelli.
A meno di due chilometri da Imola, dalla parte di ovest si distendono alcuni
altipiani, che preparano una serie di vaghe collinette. A piedi di uno di essi, e pre-
cisamente nel terreno del sig. cav. Galotti chiamato Belvedere, dal quale è cavata
terra di prestito per la prossima rinomata sua fornace, vengono da due anni scopren-
dosi urne cinerarie. L'area che lo racchiudeva sparse in tutti i sensi, è di circa
in. q. 1000.
Fino dalle prime, gli operai adibiti a tali lavori non fecero conto alcuno di ciò
che incontravano, e disgraziatamente non vi fu chi istrutto di cose antiche, sapesse
di quei travamenti. Ogni cosa fu quindi manomessa, o travolta nelle parti più basse.
clic si venivano pareggiando con la terra meno atta alla fabbricazione delle stoviglie.
Solo nel mese passato l'egregio sig. ing. Marani ebbe, per caso, a vedere alcuni bronzi
avuti da una di quelle urne; e indovinandone il pregio, si fece a cercare qualche
notizia della località d'onde provenivano. Ma era troppo tardi, per rintracciare i tanti
altri oggetti andati smarriti ; talché non potè riunire che la poca messe che dirò.
Recatomi io per incarico dell'onorevole Direttore generale delle antichità a visi-
tare il luogo ed esaminare gli oggetti raccolti, mi occupai primamente di rilevale dal
soprastante dei lavoratori, quanto riguardava il trovamento e le piti minute particolarità
di esso. Condottomi perciò sul sito con lui. ed in compagnia del lodato sig. Marani,
che mi fu largo di ogni sorta di attenzioni, ebbi ad accertare le seguenti circostanze.
Le urne che «_cl ì operài venivano scuoprendo, stavano alla diversa profondità di
in. i). 50 a in. 1. secondo Le variazioni di livello subite dal terreno. Imo da remoto
tempii: erano in piena terra, non protette cioè da ciottoli, Ó da lastre, e distavano
— 119 —
le une dulie altre dai 2 ai 1 tri. Proposi all'operaio in disegno alcuni profili, per
veder di determinare Le forme delle medesime, e sebbene mi pò vagamente, potei
Mare che avessero quelle dei noti ossuari di Villanova: d'altra parte dovetti
persuadermi, non essere facile a quell'uomo rispondermi con sicurezza su ciò, perchè
tutti i vasi erano schiacciati, talché di una trentina circa (che a tanti pare salga il
num.ro di quelli incontrati in due anni) non potè cavarne uno intatto.
Diverse urne erano coperte da ciotola: altre, diceva l'operaio, erano state collo-
rat,' con la bocca in giù; giudizio che io credo derivasse da sua illusione ottica:
forse con la pressione del terreno l'urna che doveva avere il solito coperchio, si fran-
tumò, restando invece sana o quasi la ciotola, la quale formando così tutto un insieme
eoi cocci, potè sembrargli il fondo del vaso. Le urne contenevano ossa carbonizzate
e ceneri: fra le medesime, quasi in tutte, erano oggetti di bronzo simili a quelli
che descriverò avuti dal sig. Mai-ani: ma i lavoratori, veduto che non luccicavano,
o non li raccoglievano, o raccolti li rigettavano come cose inutili. Qualche urna con-
teneva anche uno o due vasetti accessori: di ferro non ebbero mai nulla, come pure
non s' avvennero in alcun cadavere lunato: mi notò infine il capo scavatore, che p esso
ai vasi non era rado vedere ciottoletti semisferici.
Non potendo raccapezzare altro dal medesimo, mi diedi a girare il campo, e
m' imbattei in diverse scheggie di selce, rifiuto di lavoro, in altri pezzetti di pareti
di vasi, in parecchi di quei ciottoli semisferici di vario colore, e in diversi nuclei di
terra cotta, residuo di ustrini.
Gli scarsi bronzi rimasti da questa scoperta, sono i seguenti :
a) Due piccole fibule filiformi ad arco semplice, con una sola ripiegatura dello
spillo, e brevissima staffa.
b) Una fibula ad arco semplice solcato da striature tortili, pure con un solo
giro dell'ardiglione, fermato anche questo da staffa bravissima.
e) Frammento di fibula a sanguisuga, consistente nel solo arco disadorno.
//) Armili a del diametro interno di cent, 7 di verga semiellittica, grossa nel
diametro maggiore mill. 10. sovrapposta per un quarto appena all'incontro delle due
estremità finienti in punta ottusa, priva di ornato.
e) Un coltello-rasoio lunato, corroso nei lembi esterni, con manichette dei
soliti. Attorno alla cavità interna gira un fascio di linee incise equidistanti. Sulla
periferìa esterna non ho potuto scorgere . nulla, atteso il guasto e l'ossido.
f) Cannello di lamina ripiegata, del diametro di cent. 1.
Tutti i pezzi hanno patina verdastra chiara. I frammenti dei vasi sono di terra
nerastra, impastati alcuni di miche di quarzo, fatti a mano e cotti a fuoco libero;
altri sono ingubbiati al di fuori, ed assumono una tinta rossastra. Fra i fittili ricu-
perati non figura alcun' ausa : ma su questo difetto, che potrebbe contrastare con la
conclusione che sarò per prendere, non bisogna fare un eccessivo fondamento, attesa
la scarsezza della raccolta (12, o 15 pezzetti appena). Va notato il frammento di un:;
ciotola a labbro inflesso. Le pareti dal più al meno hanno lo spessore di cent. 1 . e
sono prive di decorazione, all' infuori di una che porta incavi fatti colla punta delle
dita. Qualche pezzo meno rozzo degli altri, ma sempre plasmato a mano, accenna dalla
curvatura ad esser residuo di vasetti accessori.
— 120 —
Dall'insieme delle circostanze esposte, e dalla qualità dei bronzi e dei lìttili.
parlili si possa assegnare la necropoli d'Imola ad imo dei periodi umbri delle nostre
regioni. Direi anzi die il cultro limato la faccia risalire al più arcaico dei medesimi.
essendo noto, pei prodotti delle necropoli felsinee di quel tempo, che questa foggia
dopo la civiltà di Yillanova e di Benacci scompare, per trasformarsi in coltello ondulato.
Sebbene, come si vede, la messe archeologica raccolta sia molto scarsa, non
iscema per questo d' importanza la scoperta; anzi a mio debole avviso, quella scar-
sezza viene ad accrescere il desiderio. Il quale può trovare soddisfazione in lavori di
cavamente per la fornace, che appresi doversi ripigliare di qui a qualche mese in un
cantiere contiguo agli sfruttati, e nel quale è ragionevole sperare si dilati il sepol-
creto italico, di cui unii piccola parlo l'inora fu conosciuta.
Regione Vili. {Etruria)
X. Orvieto — Giornale degli scavi della necropoli volsiniese in con-
trada Gannìcella, redatto dall'ing. R. Mancini.
22 febbraio — 21 marzo. Nel terreno di proprietà del sig. D. Emidio Puggini,
attiguo a quello del sig. G. B. Onori, ove si fecero le scoperte descritte nelle Notizie
del corrente anno. p. 36, furono rimesse alla luce quattro tombe ad una camera,
ritenute del consueto stile arcaico, ciascuna con l' iscrizione scolpita siili' architrave
della porta, meno la quarta tomba che ne è mancante. Nell'architrave della prima
leggesi :
Nell'interno, essendo stato tutto distrutto ab antico, non si raccolsero oggetti di sorta.
La seconda tomba ha 1' iscrizione incompleta :
SSIflfl)
Anch' essa subì la sorte della precedente, per essere stata devastata del tutto.
Sull'architrave della terza tomba leggesi l' iscrizione :
*3v|3MY- S3*<lYqflie<]PHI/V\
Si trovò distrutta come le altre.
La quarta tomba, senza iscrizione, era stata anch'essa devastata. Solamente lungo
la sua strada si rinvennero venticinque vasetti di terracotta ordinaria.
22 marzo — 18 aprile. Nei terreni di proprietà dei sigg. G. I'.. Onori e D. Emilio
Puggini, ebbero luogo le scoperte di alcune traccio di tombe arcaiche ad una camera,
non che di altre due tombe più recenti, a due camere. In una di queste ultime, orien-
tata a sud, alla profondità di m. 4 si rinvennero sparsi nella terni, gli oggetti seguenti:
Oro. Due anelli da dito semplici, del diametro di m. 0",022 ciascuno. — Bromo. Tre
pezzi di aes rude di varia grandezza. — Fittili dipinti. Frammenti di ini paso a
figure nere, e di tazze a figure rosse, di lui mio stile. — Fittili ordinari. Ventidue
vasi di varie forme e dimensioni. — Pietra. Due granili lastre di trachite. di forma
quasi rettangolare; una con testa di montone a rilievo, sporgente nell'angolo; l'altra
eoa testa di pantera, o di cane.
— 121 —
XI. Santa Maria di Falleri (comune di Fabbrica di lioma) — Il R. Com-
missario comiu. Gamurrini riferì che presso .anta Maria di Pallori, nel suolo ove ebbe
sede H Municipio Falasco, o la romana Falerii, un contadino di Fabbrica scoprì una
Lastra marmorea con iscrizione, che il Commissario medesimo attribuì al secolo quarto
dell' impero, e di cui trasmise il seguente apografo:
D • M
VAL • F I_ O R E N T
IVS + MIL- ANIS- VI • VIX
XXVII • MESES • III • DIES • V •
CIBES ■ CVMA • BENE+MERETI sic
Regione I. [Latium et Campania)
XII. Roma — Note del comm. R. Lanciami.
Regione II. Demolendosi un muro di fondamento nella villa già Casali, sono
stati ritrovati due busti muliebri panneggiati, di buona conservazione, e perfettamente
simili fra loro; una testa di donna di età alquanto provetta, da inserirsi in un busto,
e con singolare acconciatura ; un busto acefalo, minore del vero, rappresentante una
giovinetta; un trapezoforo in forma di chimera sedente, ed altri pezzi di minor conto.
Regione III. Costruendosi un nuovo casamento sulla via Labicana, nei terreni
già Reinach, fra la via delle Sette Sale e quella dei ss. Pietro e Marcellino, è stato
scoperto un muro costruito con pezzi di scultura, ira i quali si distinguono: due pezzi
di alto rilievo con figure a metà del vero, seduto sopra uno spòrto di roccia, schiena a
schiena: un busto di Lucio Vero; quattro statue in pezzi, da ricongiungersi. Tutte
queste sculture sono state acquistate per conto del municipio.
Nei terreni Field, sul prolungamento di via Buonarroti, è stato abbattuto un
muro simile al descritto, salvo che i frammenti dei quali è infarcito sono di lavoro
squisito. L'oggetto più notevole è. un simulacro di vacca (Isiaca?) a metà del vero,
scolpito in una macchia rarissima di granito, a riflessi azzurrognoli. Deve notarsi,
che porzione del corpo di questo sacro animale era stata ritrovata molti mesi or sono,
entro un muro distante circa 80 metri da quello che conteneva le restanti parti.
Regione IV. Nei disterri per le fondamenta della casa Pisani, posta sulla
via Graziosa (ora Cavour), nell'angolo formato dalle vie di s. Maria Maggiore e dei
Quattro Cantoni, si è riti-ovata una sala di tipo quasi basilicale, lunga m. 10,00,
larga m. 7.00, con pareti di reticolato, senza mattoni. Termina, verso mezzogiorno,
con un'abside a segmento di circolo, di ni. 5.04 di corda, e m. 2,05 di freccia, la
calotta della quale è decorata da una grande conchiglia in altissimo rilievo di stucco.
La parete ricurva è dipinta con riquadri, scomparti, fasce, greche ec, a colori viva-
cissimi in fondo bianco, sul fare dei dipinti della sala mecenaziana.
Confina con quest'aula basilicale un edificio vetustissimo, cioè di poco posteriore
ai tempi Serviani, del quale rimane una parete, lunga in. 17,00, costruita con massi
.li cappellaccio bugnati, lunghi m. 0.725. alti m. 0,275, e messi uno sull'altro senza
cemento. La costruzione riposa sopra un banco di tuta, perforato da cunicoli e gallerie.
] 22
Le quali vengono a far centro e capo in un serbatoio centrale, munito di pozzo e pu-
teale in cappellaccio di peperino.
Ho fatto prendere più vedute fotografiche di questo importante gruppo, e ne ho
tolti io stesso i rilievi architettonici.
Nelle fondamenta della casa in costruzione, sull'angolo delle vie del Boschetto
e degli Zingari, si sta scoprendo un robusto muraglione di opera reticolata, al quale
sono innestati altri muri di laterizio. Questo muraglione è lungo circa m. 25, grosso
m. 1.20, e sorge fino all'altezza di m. 2,20 sul piano di via del Boschetto.
Nelle fondamenta della casa sull'angolo di via de' Serpenti con la nuova via
Cavour, alla profondità di m. 7.50 si discoprono pareti intonacate e dipinte di una
antica fabbrica, che era decorata con colonne di portasanta.
Costruendosi la fogna lungo la via dello Statuto, nel tratto compreso fra la via
Merulana e la chiesa di s. Martino ai Monti, sono stati messi in luce tre sepolcri
arcaici, incassati nel suolo vergine, con le sponde e la copertura composte di informi
scaglioni di cappellaccio cinereo.
Il primo avello conteneva, oltre a poche traccio d'ossami, una grossa fibula di
bronzo con tre anelli infilati nell'ardiglione; una tazza ad un manico ed un cerchiel-
lino di rame, rotto in tre pezzi. Il secondo aveva tre vasi rozzi, ed un cerchiellino.
Il terzo una fibula, un vaso ad un manico, ed un altro a due.
Non molto lontano dal gruppo descritto, e sempre nello strato vergine, sono state
ritrovate due olle a due anse, alte m. 0,40, contenenti ossicini di fanciulli, e minuti
frammenti di metallo. La bocca di una di queste olle era coperta con una tazza rovesciata.
Regione lì'- VI. Ricostruendosi la casa in via di s. Agata de' Goti, che porta
il n. 17, e che confina con l'orto annesso all'ex-monastero dei ss. Domenico e Sisto,
sono stati rinvenuti due frammenti di grande lapide scorniciata, appartenenti ad un
mausoleo rotondo. Si ricongiungono a questo modo:
CORNtl iA • L • NERESIDI • L • RODI
m o n v| ienTvm-feciT-sibI-eT-c,'
L • CORNEll OLLEPAPHRAE-ET-\
M • ATlLIc] M • L ■ PARIDI ■ ///////"
CORNEI / ISIDORAE/,
LCORN /// OSI
Jl.
Snidi il muro di sostruzione dell'orto, incomincia ad apparire una costruzione a
grandi bugne di tuia, del secolo V o VI di Roma. È larga m. 2,10. lunga nella
parte scoperta ni. i.2o.
Regione VII. Negli sterri per il tracciamento delle nuove strade nella villa
già Ludovisi, e sopra, tutto nello sterro per il grande viale, che deve condurre dalla
piazza Barberini alla porta Pinciana, si discoprono le fondamenta di grandiose co-
struzioni dell'epoca imperiale, di reticolato, di laterizio-reticolato, di laterizio, e di
— 123 —
maniera così detta massenziana. La linea topografica i>iii importante è quella di lui
lunghissimo colonnato, il quale dalla porta Pineiana discende verso il casino dell' Aur
Vi rimangono in opera oltre a quaranta cuscini o dadi di travertino, di m.c. 0,80, sui
quali stavano imperliate le basi delle colonne. Vi è poi uno spazio recinto da muraglioni,
grossi un- metro, il quale è pieno di anfore, messe una sull'altra con la bocca all'ingiù.
Regione X. Continuando le escavazioni lungo e sotto il lato settentrionali' del
Palatino, fra questo e la via di s. Teodoro, sono state scoperte alquante stanze sot-
toposte al clivo della Vittoria, delle quali sarebbe prematuro investigare l'uso e la
destinazione, gli scavi non avendo ancora raggiunta la estensione e la profondità vo-
luta. È probabile che una di coteste camere sia stata adibita per uso di nativo, es-
sendovi state ritrovate due statuette rappresentanti i Geni dei solstizii. E benché le
due figure giacessero in suolo di scarico, pure la presenza di entrambi in quel luogo
non sembra fortuita.
Regione XI. Nello scavo pel collettore sinistro in piazza della Bocca della
Verità, continuano a scoprirsi avanzi di fabbriche in opera quadrata, appartenenti ai
secoli più remoti della città, e più basse del piano del foro Boario imperiale. Con-
sistono in muraglioni di parallelepipedi di tuta dell'Aventino, intersecantisi ad an-
golo retto, e fronteggianti una strada larga 4 metri. Nello strato di argilla fluviatile,
che nasconde cotesti antichissimi avanzi, si ritrovano scheggie di vasellame italo-greco
a vernice nera opalina.
Regione XIII. La vigna del sig. avv. Barbiellini occupa la pendice sud-ovest
dell'Aventino, fra la chiesa di s. M. del Priorato di Malta ed il bastione di Paolo III,
architettato dal Sangallo. Essa è attraversata in tutta la sua lunghezza, e secondo
una linea approssimativamente parallela alla via di porta s. Paolo, dal muro della
città Serviana, del quale si conosceva un solo frammento, al disopra del così detto
arco di s. Lazzaro. Può notarsi, come memoria topografica di qualche importanza,
che le traccio del muraglione appariscono anche a monte e a valle dell'arco di s. Laz-
zaro, specialmente sotto il Priorato di Malta, e sotto il bastione di Paolo III: gli
scarpellamenti della rupe aventinese, sulla risega dei quali era piantato detto mura-
glione, sono ancor oggi freschi e netti, in modo che non vi è tema di sbagliare.
Nella sottoposta pianura del Testacelo, continuano a scoprirsi le pareti delle varie
- horrea publica ' e i pavimenti delle strade che ad esse conducevauo. Lo scaglioni.'
di serpentino si ritrova dovunque in così grande abbondanza, che gli intraprenditeli
se ne servono per le loro murature.
Regione XIV. Demolendosi le fondamenta della chiesa di s. Salvatore a Ponte
Rotto, sono state tratte dal loro nucleo le scolture seguenti : — Statua acefala, ar-
caizzante, di Minerva egidarmata, opera assai notevole per il lavoro e per la conser-
vazione. Busto integro della Giulia di Tito. Testa muliebre, maggiore del vero, non
saprei dire se galeata o pileata. Magnifica testa, ritratto virile, con barba e baffi.
Testa atletica minore del vero. Testina turrita di Cibele. Quattro teste consunte e
poco riconoscibili. Quantità di frammenti di statue da ricomporsi.
Dall'alveo del Tevere provengono, insieme ad oggetti di minor conto: — Una
lastrina da colombaio di bigio col nome:
Qj LACERI • Q_ /
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Vul. II. LG
— 124 —
Uno scudo d'argento di Bologna del 1797. Uno scudo di Pio VI del 1780. Uu primo
bronzo di Agrippina seniore. Due coppe d'Arezzo, sane, col bollo „ , „,,., ■ Un
RAbIN
clipeo marmoreo del sec. XVII. con la testa di Tiberio di mezzo rilievo.
Presso s. Salvatore è stato scoperto un tubo di piombo, sul quale rimangono le
sigle : ARIO o 1598. Nella saldatura del tubo, stemma forse senatorio, con una rosa
nel quarto superiore.
Presso la testata del nuovo ponte in costruzione, sono stati ritrovati quattro
frammenti di grande iscrizione monumentale, a lettere alte 0,22. Non posso asserirli
antichi :
IADIO CA POL O
Via Nomentana (Terreni Borruso). — Nei terreni Borruso a sinistra della Nomen-
taua, di rincontro alla villa Mirafiori. sono stati rinvenuti varii titoletti sepolcrali.
1) TTlS ■ iviTTrTL B;
M-AVR.ELI-CLEMEST
MILCOHÌTT-VIG-
7 CATI • FILIO ■
THALLVS • AVG-L-
ET ■ AVREUA- DYNAMIS •
3) SEXGABINIVS
SATVRNINVS • SIBI
ET ■ AVCTAE ■ CONCVBINAE
BENE • MERENTI
li) D Q, M
CCORPHILE
TOC-NICE-
COIVGI- PI
ENTISSIMV
2) P AQVILLIO ■ HILARO • NVMIC
AQVILLIA • P • L • ARESCVSA
P • AQVILLIO . P • L • ANTlOCHo
M A I O R I • ET
P • AQVILLIO • P • L • ANTIOCHOmIn
li NONIA
TERPNE
CNONIVS'C-L
AVCTVS
5) Q_j TERENTIVS • >L
HELIVS • VIXIT • ANNOS
•TRÉS-
MARTORIVS
STEPHANVS
PAXAEA -A
LVITICVLA
8) M ■ VALERI ■ M • L • PHILARGYRI
9) d-aemilivs
dlibsYneros
10) COCCEIA-TL
SATVRNINA
AN-V-LXX
Via Nomentana (Villa Patrizi) — Nei disterri per Le fabbriche lungo la prima
strada a destra della Nomentana odierna, si è messo in luce uu gruppo di piccoli
colombai e sepolcri, dal quale provengono gli oggetti sen'uenti: — Busto bellissimo
di dama, del primo secolo dell'impero. Specchio di acciaio brunito. Unguentario ta-
gliato da un sol pezzo di onice. Lucerne di elegante fattura. Piccolo blocco di lu-
machella azzurrognola. Frammenti di fregi fittili, e di lavoro a sbalzo in metallo.
tao -
Si sono pure trovate queste iscrizioni:
dIs-mani
MEMORIE
M ■ SALLVVl
LIBERALIS
b) D ■ M
PEDANIAE • L • F • IVS
TE VIX • AN- XI-M-VI-
D ■ XXIIII • L • PEDANI
VS • PRISCVS • PATER
FILIAE PIENISSIME -FEO
P%
M
AELIAE-TRYPHERAE
CONIVGIS- RARISSIMA |
ET • VLTRA • MODVM
SEXVMQ_VAE • MVLIE
BR^M • SANCTISSIMAE
CASTISSIMAEQVE • QVAE
VIX • ANN • XXIIII • MENS • Vii
DIEB • X ■ AELIVS ■ PROXIMVS
POSVIT
d)
DIS-MANIBVS
L • VAFRIO • EPAPHRODITO
MANVMISSO • TESTAMENT
L • VAFRI TIRONIS-
CENTVRIONIS • LEG ■ XXII
PRIMIG-X-K-APR
IMP • DOMITIANO ■ AVG
GERMANICO . XÌT ■ COS
ANNORVM- XXX
VIX- ANN ■ XXXI • DX-
HELIVS-M- CLODI-
V ALENTIS
EVOCATI • AVG ■ SER
FRATRI . BENEMEREN
FECIT
e) DIS-MANIBVS-
CN- DOMITIVS-
HELIVS- DOMITIAE-
FELICITATI-FILIAE-
SVAE • HARISSIME-
VIX- ANI-MVD-XVI-
ET • HELPIDI • DOMITIAE •
CONSVAE-B-MF-ITEM
IVLIVS • EPAGATVS • ET •
TROPHIME • NVTRIX-
rosa
/) D I S ■ M A N I B V
L • N O N I O • L • F
MARTI ALI
STATOR' AVGVST
7 PRISCIMILITAVIT
ANNIS- XXII -MENS -VI
VIXIT-ANNIS-XLIX
POSVIT • NONI A
FORTVNATALIB
PATRONO
BENEMERENTI
I2ti —
Via Tiburtina. — Nei lavori di ordinamento del Camposanto degli israeliti, sono
stati ritrovati due titoletti, incisi in lastre di marmo. Il primo di m. 0,39 X 0,30 dice:
* D * M *
optato • ser-
Sabini ■ digN •
viatorfratr
Vlx • AN -XL ■
Il secondo di m. 0,45X0,28 reca:
D M
ANTONIVS CVR
CVRINVS ■ FT ANTO
NIÀ HÉRÓIS ■ ANToN
CVRCVRINO FlLIO
sic BFNEMERÉNTI Q_VI
VIXIT AN VI • MVIIII
DIEB XV
Presso il convento dei Cappuccini si scoprì la fronte di un sarcofago marmoreo,
con cartello scorniciato fra due delfini, in cui si leg^e:
D M
sic
l V L IAE MATR
ONAE FECIT
IVLIVS POMPE
IANVS ET SERVI
LIAFAVSTINALIB
XIII. Ostia — Rapporto ilei predetto comm. R. Lanciami.
K stata eseguita la congiunzione nei nuovi scavi con quelli del teatro: di maniera
che si ha ora una superficie continua scoperta di circa quattro ettari. Gli edilìzi rimessi
in luce nelle ultime tre settimane, comprendono alcune abitazioni di mediocre impor-
tanza, ricostruite nel secolo IV dell'era volgare, ed una domus signorile, egregia-
mente architettata, con le pareti coperte di dipinti ornamentali. Di questi edilìzi si
darà la descrizione completa, quando sarà condotta a termino la pianta dei novelli
scavi, col finire dell' attuale stagione lavorativa. Benché ci siamo per avventura
imbattuti in una zona, frugata e devastata forse al tempo di Pio VI, pure abbiamo
potuto raccogliere una quantità non dispregevole di suppellettile domestica, di marmi
architettonici, e di frammenti epigrafici, senza parlare dei pavimenti tessellati, che
sono multi, .li buona maniera, e ben conservati. I frammenti epigrafici si.no:
il
1) brano di Latercolo in Lastra marmorea:
S • VITALIS
„vì.EIVS- ABASC*N
CN-OSTIENSIS-LV
ES M • LICINIVS • 1//
ES M-TVRRANIVS • C//
VN TICLAVDIVS • CE
VN
2) due pezzi di iscrizioni onorarie, in lastra e. s. :
") STOR *) RiS
• PR • AED /AESTOR ■ Vr//
TOR VM • PRAEF
ICl PONTIF
3) due frammenti di ima delle grandi iscrizioni monumentali del vicino tea-
tro, incisa in lastra marmorea alta m. 0.42, con lettere alte m. 0,162:
NVS-I 'S-S
4) plinto marmoreo di m. 0,44X0,44, ricavato dalla nota tavola lusoria :
5) due marche di cava in blocchi di marmo greco
a, j D (X) ! l'> C//D CCCX-XCIIX
6) ara marmorea pulviuata. con l'urceo e la patera nei fianchi, alta m. 0,62:
VENERI
SACRVM
Sulle pareti della domus sono vari graffiti; in uno dei quali è scritto ONESIMI.
in altro si ripete due volte la serie dell'alfabeto : in altri poi corrono varie leggende
di difficile lettura.
XIV. Olirti — Nel fondo Patturelli, dove furono scoperte le numerose terre-
cotte votive e le antefisse che si conservano nel Museo di Capua, e dove tornarono in
luce molte statue di tufo, raffiguranti una donna che sostiene vari bambini in fasce,
statue che furono credute appartenere ad un santuario, quivi consacrato al culto della
Morte nel mezzo della necropoli Campana (cfr. von Duhn. Bull. Tnst. 1876. p. 171-192;
128 —
L878, p. 13-32), essendo stati fatti nuovi scavi, si ebbero questi travamenti descritta
dall'ispettore comm. G. Gallozzi.
« Si estrassero quattro altre statue di tufo, tre delle quali assai sconservate, ed
ima in buonissimo stato di conservazione, e tra le migliori che fino adesso siano state
scoperte. Questa è alta m. 1,05, larga m. 0,88, e rappresenta una donna seduta con
cinque bambini in fasce ; tre sul braccio destro, due sul sinistro. Si raccolsero eziandio
queste terrecotte : — Mezzo busto di donna alto m. 0,65, coperta di manto, che sostiene
con la sinistra un melogranato. La tèsta è distaccata per antica rottura, ma non vi manca
parte alcuna. Ventidue teste di varia altezza, alcune delle quali misurano m. 0,25. Una
di esse alta m. 0,15 è degna di nota per il buono stile, e per la singolare acconciatura
delle chiome. Otto antefisse, tre delle quali con figura di uomo con la lingua di fuori,
ed una con una testa di leone. Quattro gambe umane, dell'altezza media di m. 0,65.
Quarantaquattro piedi, lunghi la maggior parte m. 0,22. Novantotto statuette di diverse
forme, alte da m. 0,15 a m. 0,20. Un piccolo toro ed una pecora di mediocre stile.
Piccola testa galeata di guerriero, di buona arte. Un piede di bove ed una testa di
montone con lunghe corna - .
Questi oggetti furono acquistati pel Museo Campano
XV. Pozzuoli — «■) Nota dell" ispettore mons. G. Aspreno Galante.
Nelle fondazioni delle nuove fabbriche in via s. Francesco, nel fondo Jorio, oggi
proprietà del sig. Francesco Persico, si è scavata una parte di edificio termale, che
sembra appartenere a quella terrna che volgarmente vien chiamata Tempio ili Nettuno,
e che dal lato superiore non è lungi dall' anfiteatro. Lo stato in cui è ridotta è tale,
da dar luogo piuttosto a congetture che a certa dimostrazione ; però tutti gì' indizi
portano a far ritenere, che quivi sia stato un calidariwm. Vi sono resti di pavimento
pensile con pezzi di musaico; sfogatoi alle pareti; e da per tutto traccie di fuoco.
Si può riconoscere l'area di ima sala, lunga approssimativamente m. 9,40. larga
m. 14,50. Nel suolo è praticato un gran solco, lungo m. 2,00 o poco più, il quale
alle due estremità mette in due vani; quello a sinistra dello spettatore è ancora
ostruito, quello a destra, in parte sterrato, ha la volta in laterizi. Di fianco a
questo osservai due minori vani, forse sfogatoi. Tutta la fabbrica è costruita a mattoni :
ed in una grande tegola lessi il seguente raro bollo circolare :
EX ■ FIGL1NIS • DOMIT • DOMITIA//
C ■ GÀLVISI • MNESTER
KAABGICI
Un bollo simile trovasi edito nel Marini, p. 269 nota 2.
In altra tegola, quivi pure trovata e trascritta dall'ing. Fulvio, leggesi in bollo
pun' circolare:
EX OFICINA VALERIAES NICES
EX PR/c. PLOT AVG
DOL
— 129 —
È parimenti edito nel Marini, p. 25 nota 2. Un altro mattone rotondo e fram-
mentato, rinvenuto nelle colonnine delle suspenmrce di questa terma, reca un bollo
rettangolare di min. 45 X 16, e per generosità del proprietario del fondo fu donato con
gli altri superiormente descritti al Museo nazionale di Napoli. Nel vano che è a lato
della sala, e che fu in parte sterrato, come sopra si è detto, fu rinvenuta una base
marmorea con scanalature laterali, alta m. 1,15, larga m. U,69. Aveva in origino
un'iscrizione, che fu abrasa quando la pietra fu addetta ad uso cristiano. Ora nel
prospetto vi è scolpita a bassorilievo una croce, del genere di quelle dette ansate ; nel
lato dritto, assai rozzamente, 1' imagiue di s. Pietro con nimbo, che con la destra
stringe un libro e con la sinistra un laccio, dal quale pendono due chiavi. Nel lato
sinistro poi è pure rozzamente rappresentata a bassorilievo l' imagiue del Salvatore
nimbato, che con la sinistra stringe un libro e colla destra benedice. Restano nella
parete anteriore poche traccio di lettere della primitiva epigrafe, delle quali il solo
segno certo è un S nel centro della croce.
b) Notule desunte da rapporti dell'ing. cav. L. Fulvio.
Scavandosi la cisterna nell'edificio scolastico, che il municipio fa costruire nella
via Rosini, si rinvennero parecchi frammenti di antichi marmi, vari pezzi di tronchi
di colonne di africano, i cui diametri non oltrepassano i sessanta centimetri ; il capi-
tello di un'anta; un capitello corintio; un capitello ionico; una base attica, perfettamente
intagliata, ed altri pezzi di ornato architettonico. Si rinvennero pure due lastre marmoree
frammentate, che hanno ambedue l'altezza di m. 0,15, e che dovevano essere destinate
al fregio del monumento, a cui le sculture accennate si riferiscono, vedendovisi i resti
di un'iscrizione dedicatoria a lettere in un solo rigo, alte in media circa m. 0,09.
Nel primo pezzo, lungo m. 0,74, leggesi:
/las ■ sepTenTrio
Nell'altro, lungo m. 0.75, è inciso:
HIERONICESLDDD
Furono anche recuperati due cunei di un medesimo arco marmoreo, dello stesso mo-
numento, imo dei quali ha due quadrati, il primo col lato intero, e l'altro a metà,
perchè in esso corrispondeva la giuntura del cuneo seguente.
Il quadrato intero ha nel mezzo, abbastanza rilevata, una quadriga con l'auriga
nudo, che ha sul capo una corona radiata, la frusta nella destra, le redini nella sinistra.
e sul fondo presso quest'ultima mano, im ramo di albero (forse una palma); nel riquadro
vicino vedonsi un braccio destro disteso in basso, che con la mano stringe una corona,
due ali ed un manto svolazzante, che appartengono alla stessa figura. Nel secondo cuneo,
che non si congiunge immediatamente al primo, è un solo riquadro con una figura
virile, nuda, la quale stringe con la destra una face accesa, ed inforca un cavallo.
Sulla fine dello scorso anno, essendosi fatti dei cavi profondi per lavori agrarii.
nel sepolcreto della via Campana, verso il tratto che dicesi s. Vito, molto indentro,
a destra di chi s' immette in quella via venendo da Pozzuoli, furono rinvenute alcune
— l.'Ill
olle cinerarie, e tre epigra'i incise su lastre marmoree, le cui leggende si desumono
dai calchi. La prima di m. 0,r>8 X 0,38 porta :
© O A O
M A I O C
0 AI M A A
AOYtóOKAI
MAÌIMOC
nGTPAIOC
GIHCGN
e t h * À7
La seconda, di m. 0,30 X 0,34 dice :
D M
FERIDIAE • AVGVRI
NAE QVE VIXIT- ANN
Villi -M- Villi PARENTES
FILIAE-DVLCISSIMAE
B • M • F-
Nella terza di m. 0,25 X 0,49, leggesi :
D I S • MAN
DEMETRIO EVTYCHI-F
RVFINA-MATER • F-
PIENTISSIMO ET DVLCISSIMO
HICVIXITANNXVIETDIEV sic
Nel tenimento di Quarto, sulla fine del lato destro della via Campana, prima
di arrivare alla Montagna spaccata, si trovò un sepolcro con due olle ripiene degli
avanzi del rogo, e chiuse in custodia di piombo. Una delle dette olle era di terra
biancastra, rivestita internamente di vernice vitrea. Vi si trovò una lapide marmorea,
lunga m. 0,50, alta m. 0,19, con quattro fori negli angoli, e con l'epigrafe seguente,
che traggo dal calco, mandatomi dal sig. ispettore mons. Galante :
M • MODIVS • M • L • PAMPHILVS
FIGVLVSPROPOLVS
MODI A-ML- DORIS
MMODIVSM-L-TELESPHORVS
Finalmente fu veduto in casa del eh. signor Stevens questo frammento, rinve-
nuto nello scorso ottobre presso la via Domitiana, che immette nel lago di Avorno
ed a Cuma:
C'HOSTIVS
MERCATORAL -
— 131 —
XVI. Napoli — Ripresi nella scorsa estate gli scavi, nel luogo detto le
Quattro stagioni, sul Corso Vittorio Emanuele, e dei quali fu già parlato nelle
Not. 1884, ser. 4a. voi. T. p. 145, l'egregio sig. cav. Miola, proprietario del luogo,
ha riferito quanto segue:
Rimosse le restanti costruzioni antiche, nel grande ammasso di rottami di
ogni sorta, fu rinvenuta una seconda maschera di Medusa in terra cotta, meno dan-
neggiata della prima, ed altre bellissime antefisse, simili a quelle dei primi scavi.
Una -rande e bella patera aretina andò, per disgrazia, in frantumi. Abbondavano i
resti di pareti a stucco, dipinte a fasce di colori vivaci ed armoniosi. Cominciali
verso la fine di luglio i movimenti di terra per la fondazione di una casa, feci cavare
la terra dal pozzo circolare, già indicato nella prima relazione, e trovai che si sprofondava
verticalmente per poco più di m. 2,00 sotto il suolo, e in fondo volgeva verso sud-est,
con un cunicolo a sesto quasi acuto. 11 pozzo aveva le pedarole alternate , ed era
come il cunicolo scavato nella pozzolana o lapillo, e rivestito di solo cemento, com-
posto di mattone pesto e calcina. Nel cavar la terra trovai la solita enorme quantità
di cocci di ogni sorta, ed i frammenti di un bicchiere di vetro iridato. Giunto collo
scavo a distanza di m. 15,00 verso sud-est dall' apertura circolare dol pozzo, ne fu
trovato un altro simile, il quale ad una certa profondità si divideva in tre ramifi-
cazioni orizzontali, che si perdevano in varie direzioni. La . parte superiore di ogni
cunicolo fu trovata vuota per quasi 50 centimetri di altezza; poi cominciava uno
strato di terra fina e sabbiosa, nel quale non mancavano pezzi di rozze stoviglie a
vernice verde, con altri detriti ed ossa di vari animali. Negli strati inferiori abbon-
davano i soliti resti di laterizi romani e piccole pietre quadrate e rettangolari, ap-
partenute a qualche muro reticolato; frammenti di vasi di ogni sorta, pezzi di legno
carbonizzato, e moltissimi residui di intonaco coperti da finissimo stucco.
XVII. Boscotrecase — Nota del prof. A. Sogliano.
Nel tenimento di Boscotrecase, nel fondo del sac. d. Ippolito Cirillo, posto sulle
pendici del Vesuvio nella contrada detta dei Carotenuto, alla distanza di quasi due
chilometri da s. Maria Salome, frazione di Boscotrecase e a settentrione di Pompei,
il detto proprietario facendo eseguire un cavo di pietra, per la costruzione di una
casetta rurale, si è imbattuto in un forno antico, che ora è in gran parte demolito.
Del forno propriamente detto, che presenta lo stesso tipo dei forni pompeiani, avanza
una parte del suolo e della volta di mattoni; e il suo diametro interno poteva mi-
surare circa un metro. Della stanza che lo conteneva è rimasta in piedi la parete
settentrionale di opera incerta, alla quale era appunto addossato il forno. Fatta di
scoria e di piccole pietre di tufo con rivestimento di intonaco rustico levigato, questa.
parete, all'altezza di m. 1,50 dal pavimento, ha una feritoia del pari rivestita di
intonaco. Al di sotto di questa è praticato un incastro in senso orizzontale, lungo
m. 1,45 e largo m.0,15, che si estende fin sotto ad una piccola nicchietta semicircolare,
posta accanto al forno e rivestita di rozzo intonaco. Mi si disse che in tale incastro
erano murate tegole sporgenti ; e poiché a 40 cent, al di sotto, sono praticati in linea
parallela all'incastro, quattro fori pei mutuli di sostegno a qualche palchetto di legno;
così è da credere, che anche le tegole sporgenti da quell'incastro abbiano potuto servire
'.'lasse di scienze murali ecc. — Memorie — Ser, 1'. Voi. II. 17
— 132 —
di scansia. Il pavimento, del quale rimane un avanzo, era di buon mattone pesto,
e si estendeva sin sotto il suolo del forno ; al che se si aggiunge, che questo venire
addossato alla parete già rivestita di intonaco, si può conchiudero che solo in un
tempo posteriore la stanza sia stata destinata a contenere il forno. Della copertura
di essa non si ha alcuna traccia, essendo caduto il sommo della parete settentrionali',
che come si è detto, è l'unica rimasta in piedi. A sinistra, cioè ad occidente, appare
una piccolissima parte di un'altra località attigua, rivestita anche d'intonaco, nel cui
muro divisorio orientale, ora quasi tutto caduto, è ricavato un basso miu-icciuolo, il
quale piuttosto che un sostegno di legno, credo sia uno dei pogginoli che sorregge-
vano le tavole del panificium.
Di oggetti raccolti non ho veduto altro che un tubo cilindrico di terracotta, per
grondaia, e un frammento di tegola col bollo N SILLIVS N (efr. G. I. L. X, n. 8042,07).
Nella nicchietta accanto al forno si dicono rinvenuti dei frammenti di vasetti
fittili e di vetro. Certamente questo forno doveva far parte di una delle molte villae
rusticae, disseminate sulle pendici del Vesuvio.
XVIII. Pompei — In tutto il mese di marzo si lavorò a rimuovere le terre
negli strati superiori dell'isola 2 a Kegione Vili; né quivi si fece rinvenimento alcuno
di oggetti. Nel mese di. aprile avvennero i trovamenti ricordati nella seguente rela-
zione del prof. A. Sogliano.
« Dagli operai addetti alla nettezza furono rinvenute il giorno 16 nel termopolio
n. 4, Is. 4a, Reg. VII (cfr. Fiorelli, Descr. Pomp. p. 213) undici monete di argento,
ed altrettante di bronzo. Le monete di argento sono le seguenti: 1. denaro assai
logoro, con la testa galeata di Roma ; 2. denaro di Q_ SICINIVS IIIVIR) (C COPO-
NIVS PR • SC, attribuito dal eh. prof. De Petra (Gli ultimi ripostigli di denari, p. 15
dell' ediz. separata) all'anno 70(3 (cfr. Fiorelli, Cat. Med. n. 1129-33); 3. tre denari
assai sconservati delle legioni di M.Antonio; 4. denaro di Vespasiano col tipo della
Pace sedente e la leggenda IMP CAESAR VESPASIANVS AVG) (COS ITER TR
POT (Fiorelli n. 5255-59) ; 5. denaro di Vespasiano col tipo di Vesta in piedi e la
leggenda IMP CAES VESP aug. p. m. COS UH) (VESTA (Fiorelli, n. 5710-14); 6. de-
naro di Vespasiano col tipo dell' ANNONA AVG (Fiorelli. n. 6154-58); 7. denaro
di Vespasiano col tipo della Giudea sedente a dr. appiè di un trofeo, e la leggenda
IMP CAESAR VESPASIANVS AVG ; 8. due denari di Tito Vespasiano col tipo del-
l'ANNONA AVG (Fiorelli, n. 6515-10)- Le undici monete di bronzo poi sono : 1. una
moneta di Druso con la leggenda DRVSVS CAESAR TI AVG F DIVI AVG N
PONTIF • TRIBVN ■ POTEST ITER ; nel mezzo S C (Fiorelli. u. 4049-53); 2. sesterzio
di Claudio con la leggenda del rovescio EX S C | OB | CIVES | SERVATOS in corona
civica (Fiorelli, n. 4186-88); 3. sesterzio di Galba col tipo della Libertà, e la leggenda
SER GALBA IMP CAESAP (sic) AVG TR P) (LIBERTAS PVBLICA ; ai lati dell.!
Libertà S C. Questo esemplare con la variante CAESAP manca al Museo nazionale
di Napoli; -I. sesterzio di Galba col tipo della Roma galeata sedente e la leggenda
SER GALBA AVGVSTVS. Anche questo esemplare manca al Museo di Napoli :
5. dupondio di Galba col tipo della LIBERTAS PVBLICA (Fiorelli. n. 4859-63);
6. sesterzio di Vespasiano col tipo della PAX AVGVSTI (Fiorelli, a. 5492-93);
— 133 —
7. dupondio di Vespasiano col tipo della tvWORIA NAVALIS (Morelli, n. 5637-40) ;
8. dupondio con leggenda sconservata di Vespasiano, col tipo dell' AEQuitas AVGVSTI;
9. sesterzio di Tito Vespasiano col tipo di Marte gradiente a dr. (Fiorelli, n. 6286-90);
li), sesterzio di Tito col tipo della VICTORIA AVGVSTA. (ili esemplari del Museo
di Napoli hanno VICTORIA AVGVSTI (Fiorelli, n. 6331-35); 11. sesterzio di Tito
col tipo della quadriga trionfale gradiente a dr. (Fiorelli, n. 6357-59).
Dai medesimi operai della nettezza si raccolsero il giorno 2f» due monete di
bronzo, delle «piali l'ima è sconservatissima, e l'altra è un dupondio di Tiberio con
la leggenda DIVVS AVGVSTVS PATER, e il tipo del fulmine alato fra S C (Fiorelli,
ii. 1:089-90).
Continuandosi il disterro dell'Is. 2a, Reg. Vili, si è cominciato sin dal 30 marzo
icorso a rimettere in luce la casa n. 28, nel cui atrio si rinvenne il giorno 27 un'anfora
con le lettere M C tracciate di bianco. Fra gli strati superiori delle terre, si raccol-
sero il 17 alcuni frammenti di una grande vasca di marmo, come pure un frammento
di paesino verde (alt, mass. 0,11, larg. mass. 0,10), che mostra in incavo la parto
posteriore di una Venere anadiomene (alt. 0,07), nuda superiormente e ornata di col-
lana, che le s'iucrocia sul dorso : con ambo le mani sollevate all'altezza delle spalle
regge gli sciolti capelli. È danneggiata nella parte inferiore. Accanto, da un lato le
sta come pare un Amorino, e dall'altro un idoletto danneggiato pure nella parte infe-
riore, che per essere appena tracciato non è possibile definire : pare che abbia il modio.
Anche queste due figurine sono incavate. E il giorno 30 fu raccolto un frammento
di tegola, su cui avanza parte di un delfino inciso con la stecca, nel mezzo di due
semicerchi concentrici.
Regione IV. (jSamnium et Sabina)
XIX. Sulmona — Nota dell' ispettore prof. A. De-Nino sopra sco-
perte d'i antichità avvenute nel territorio pcligno.
Nel teuimento di Sulmona, nella fondazione di un casino del sig. Domenico
De Martinis, a sinistra della strada nazionale fuori di Porta Napoli, mentre io mi
trovava assente, si scoprirono undici tombe a inumazione, cioè nove di adulti e due
di bambini. Erano simili a quelle di Casanova presso Celano, cioè a muretti rettan-
golari di tegoloni rotti; ed avevano per base tegoloni a due pioventi. Ecco le mi-
sure di una che feci scoprire, non essendo stata ancora manomessa: lunghezza m. 1,90,
larghezza m. 0,40, e profondità dal coperchio alla base m. 0,38; altezza dal coperchio
allo spigolo dei tegoloni a piovente, m. 0,42. Tutte avevano la direzione da nord a
sud, eccetto una da est ad ovest. Sulmona sta al nord di questo sepolcreto.
I contadini scavatori sostengono, che nelle tombe non si rinvenne alcun vaso. In
una però si raccolsero acini vitrei, che non furono calcolati; in un'altra alcune lami-
netto d'oro sottilissime, di cui non mi si è saputo precisare la forma.
D'accordo col proprietario, volli tentare un punto vergine, e scopersi due altre
tombe. Una aveva il fondo di tegoloni; e per lati e coperchio, lastroni di pietra lavo-
rata, che appartennero ad altro edificio. Non vi si rinvenne iscrizione di sorta. Tra le
ossa dello scheletro, nulla. Le dimensioni erano: lunghezza m. 1,05, larghezza m. 0,45,
— 134 —
profondità m. 0,35. La seconda era lunga m. 2,00, larga m. 0,41, profonda m. 0,40.
Questa non aveva i tegoloni a pioventi. Da capo, per guanciale alla testa del morto,
era un coppo di creta.
Nello scavo, ma non si sa di certo se dentro la tomba, fu rinvenuta una lucermi
col liollo
o o
CRESCE
S
O
Ivssa si conserva dall'amatore intelligente delle memorie patrie, barone Dome-
nico Tabassi. Anche questo egregio signore conserva nella sua collezione lapidaria
un cippo di calcare locale, trovato nello stesso scavo, con iscrizione molto corrosa.
È alto m. 1,05, largo m. 0.22. grosso m. 0,25, e vi rimangono le lettere:
FL
IDVS
L--AV
FA'"
FLAVI/
FILIAE
P
IN • 1
È inutile ricordare, se pure fu notato da altri, che lungo la stessa strada nazionale,
a sinistra uscendo da Porta Napoli, si rinvenne la lapide latina edita nel num. 3113
del voi. IX del ( '. /. L. Siamo dunque di fronte a una seconda necropoli dell' antica
Sulmona. Ma le tombe scoperte recentemente, secondo me, sono di età molto bassa.
Altre sei tombe della necropoli di Sulmona sono state scoperte nella contrada
Valle Giallonardo, dove si sta cavando la rena. Sono tutte in direzione nord-sud: i
piedi degli scheletri sono verso Sulmona. Seguita il sistema o dei cassoni o delle
cripte, senza tegoloni; tutto dunque scavato nella breccia compatta, e le tombe ret-
tangolari ricoperte da ciottoloni. Degli oggetti rinvenuti, secondo la descrizione avuta
dagli scavatori, nessuno è notevole. Vogliono purtuttavia essere ricordati : — uno stamnos
o idria, con vasetto dentro, rotti: balsamari fusiformi del genere dei precedenti; patine
dell solite; una scodella di rame, frantumata. Quando giunsi sul luogo, non trovai
d' intero che una cuspide di lancia di ferro, a lama larga, lunga m. 0,51 : un' aufo-
retta con due bozzetto . ad aguale distanza fra le piccole anse, alta m. 0,065, col
diam. di bocca 0,04 e di base 0,033; Tina patina nolana alta m. 0.05. col diam. di
bocca di m. 0,13, di base 0,05.
Altre tombe si scoprirono a qualche notevole distanza nella stessa contrada, fab-
bricandosi un casino del sig. Antonio Maione. Vi si rinvennero due anfore a base di
cono, le quali furono dal proprietario donate al sig. G. B. Corvi di Sulmona. Questa
scoperta. prova sempre più, che la necropoli aveva una considerevole estensione.
XX. Pratola Peligna — Tra la strada nazionale Popoli-Sulmona e le due stra-
delle che menano al Bagnaturo e al Casino Centi, tenimento di Pratola-Peligna, in
— 135 —
una possessione dell'egregio sig. avv. Antonio Centi di Aquila, si sono scoperte quattro
toinlie, formate di muretti a calce, con lastroni di pietra per coperchio. Non ne posso
determinare il tempo, perchè coloro che si trovarono presenti alla scoperta, non bada-
rono a notare le circostanze, che avrebbero potuto dare qualche lume. E però certo,
che h i si rinvennero anche tre lapidi, che non si sa dire se facessero parte del mo-
numento primitivo, o fossero adoperate come materiale di costruzione di tomba di
età posteriore. Ad ogni modo sono sempre un indizio sicuro, che in quelle vicinanze
dm otto esistere un vico o pago scomparso. Non mancano alcuni ruderi, poco discosto
a una chiesetta intitolata a s. Brigida, che pare del secolo XY. e che dà il nome a
quella contrada.
Le tre lapidi sono di calcare a grana finissima, e furono salvate e conservate
da don Luigi d'Andrea, nel casino del ricordato sig. Centi, presso il Bagnatura. La
prima spezzata in due, è alta m. 1,40, larga 0,61 e profonda u.-JS. Vi si legge:
D • M • S
P R I M I T I V S
FADILLES-SER
P A E L I N E
5 CONSERVAE
QVEM • SVCCEPI ■
ANNORVMXI-
ET VIXIT MECVA
A N N I S XXVIII •
io q_vaeI -PAREM
GRATIAM • RE-
FERRE-NONPOTvI
IN- TANTA • SIM
PLICIT ATE
15 B es M e* P
Viene quindi un cippo, la cui iscrizione è consumata dal tempo, e non mostra
che tre lettere :
MAT
La terza lapide è a forma di plinto lungo m. 0,62, alto 0,23, largo 0,55. Nel
lato della lunghezza dice:
STITI< • SA i\
XXI. Bllgnara — Nel tronco della strada ferrata Roma-Sulmona, sotto la pila
nona del ponte sul Sagittario, alla profondità di m. 16,00 si è rinvenuta una tomba
con vasi, che andarono dispersi, ed una spada di ferro, lunga m. 0,(54, rotta in due, la
quale fu potuta recuperare. La tomba scoperta può interessare alla storia antica del
vicino paese di Anversa, del quale sinora non si ebbe alcuna notizia anteriore al
medioevo, e presso cui si estende il tenimento del comune di Bugnara.
XXII. PettorailO — Alla sinistra del fiume Gizio, nell'agro di Pettorano,
nella contrada La Conca, in un terreno di proprietà del sig. Luigi Croce, si sono
— 136 —
scoperte alcune tornite di lastroni di pietra calcare fina, lavorati senza ornamenti od
iscrizioni. Erano in direzione da est ad ovest. Una tomba attigna a quella, le cui
pietre ho potuto osservare, deve ancora scoprirsi. L'affittuario del terreno è un tal
Filippo Franciosi, il quale mi accompagnò mentre percorsi La Conca, e mi additò
dove erano una quantica di muri, ora distrutti per piantagione di vigne. Dai mate-
riali sparsi nella superficie , ho potuto constatare che ivi esisteva più di un edificio
dell' epoca romana. Frammenti di anfore, parecchi tegoloni senza bollo, ed alcuni con
impressioni parallele di tre dita nella parte frontale interna. Noto questa particola-
rità, perchè nelle contrade degli Abruzzi, quando mi capitarono tegoloni notai, che fi-
impressioni digitali erano sempre dalla parte esterna, cioè opposta al battente del
tegolone medesimo. Il Franciosi mi fece anche osservare il sito, dove stanno tuttavia
sotto terra, intatti, dei grossi dolii murati. Lo pregai perchè avesse scavato, togliendo
anche alcuue viti, per mostrarmene qualcuno. Egli aderì, e a poca profondità se ne
scoprì uno del diam. di m. 1,05.
Nello stesso comune, nella contrada Valle Larga, terreno di proprietà del sig.
Felice de Sanctis, si scoprirono undici tombe in direzione pure da est ad ovest, sca-
vate nel breccione, alla profondità di circa m. 1,50. Non avevano né lastre di pietra.
né tegoloni ; solamente verso la superficie vi si videro accumulate pietre informi e
grossi ciottoli. Contenevano anfore e idrie da capo, e scodelle da piedi. Questi fittili
furono infranti. Notai però alcuni frammenti di bucchero italico, ed altri di patine
campane a vernice nera con disegni di foglie.
Quattro altre tombe si scoprirono dal sig. Gabriele de Sanctis, in continuazione
dello stesso terreno. Venuto a mia conoscenza, che parecchi oggetti di ferro e di
bronzo vi erano stati raccolti e quindi venduti ad un tale di Sulmona, rintracciato
il compratore potei esaminare gli oggetti stessi, i quali sono : — Lastrina rettangolare,
di bronzo, di m. 0,11 X 0,07, con diciotto file parallele di buchi quadrangolari. Un
coltello di ferro lungo m. 0,16, con manico, ricurvo dalla parte del taglio. Tre pezzi
di catena di ferro, lungo ciascuno m. 0,(36 , della forma di quadrelli terminanti ad
anello in una estremità, e nell'altra ad uncino, preceduto da un archetto. Detta ca-
tena, secondo le informazioni avute dal sig. Felice de Sanctis, posava sopra uno sche-
letro, in direzione longitudinale, cioè dal petto ai piedi.
Regione II. {Apulia)
XXIII. Moiano — Nota dell'ispettore degli scavi cav. Ferdinando
Colonna de' principi di Stigliano.
Nella parte superiore del territorio denominato Vailo degli .infralii , nel comune
di Moiano in Valle Caudina, in prossimità del luogo ove furono scoperte le tombe
descritte nelle Nat. 1884, ser. 3a, voi. XIII, p. 376, eseguendosi lavori agricoli s'incontra-
rono, alla profondità di circa un metro, otto o nove tombe in tufo, simili in tutto a quelle
scoperte due anni or sono. Furono vuotate completamente e distrutte. Recatemi sul
luogo, presi nota degli oggetti seguenti, che facevano parte della suppellettile funebre :
Olla in terra nera, del diametro di m. 0,21 e dell'altezza di m. 0,35, con disegni
a linee graffite e punteggiate. Piccolo unguentario fittile, verniciato sottilmente di
— 137 —
nero. Lagena con manici, del diametro di m. 0,04, alta 0,06. Un anello di piombo
;i staffa, con disegno in rilievo, rozzamente eseguito. Una clava in bronzo, di bella
patina, alta m. 0,07. Un sesterzio senza nome di famiglia. Un medio bronzo di
Augusto. Un'agata sardonica, di forma ellittica, di m. 0,01 X 0,05.
XXIV. Boiiea — Il medesimo sig. cav. Ferdinando Colonna comunicò, che
sulla fine scorso marzo, in un terreno denominato s. Biagio a mezzo chilometro da
Bonea nella valle Caudina, eseguendosi alcuni lavori campestri, si incontrarono a
caso alcuni avanzi di antiche fabbriche, alla profondità di m. 0,50 a m. 1,00;
avanzi che furono disfatti, perchè dannosi alla cultura del suolo. Gli avanzi accennati
esistevano in una superficie di m. 50,00 X 40,00, e sembrano essere stati di abita-
zioni con pavimenti diversi, alcuni dei quali formati da piccoli mattoni ad opera
spicata. Resti di costruzioni reticolate vedonsi tuttora in opera, nella parte bassa del
muro esterno destro dell'antichissima chiesetta di s. Biagio, innestati con le poste-
riori costruzioni dell'edificio. Si osserva anche un pozzo del diametro di m. 0,83,
colmo degli stessi materiali alluvionali, che coprono parte delle contigue distrutte
fabbriche, per l'altezza di m. 0,70. Sparsi sul terreno trovansi frammenti di marmo
bianco, calcinacci, mattoni dei ricordati pavimenti, fìttili, ec, indizi tutti che quella
campagna ricopre altre antichità. Fu conservato solamente un orciuolo in terra nera,
rozzo, ed una scoria di ferro del peso approssimativo di chilogr. cinque.
Al lato orientale del territorio di s. Biagio, verso Vitulano e Montesarchio,
furono scavate, anche nellp scorso marzo, varie tombe in grossi tufi, che avevano la
copertura formata da tegoloni. Ma intorno a questo rinvenimento nessun'altra notizia
fu dato di avere.
Regione III. {Lucania et Brutti)
XXV. Siclerno — Nota del ean. A. M. di Lorenzo, vice-direttore
del Museo di Reggio di Calabria.
Nel comune di Siderno, circondario di Gerace (territorio Locrese), il sig. cav.
dott. Michele De Moia trovava in un suo podere una tomba cristiana, dalla quale
si ebbe una interessantissima lamina d'oro istoriata. Questa lamina a foglietta, di
forma rotonda, ornava il coperchio di una scatoletta lignea, che al contatto dell'aria
si disciolse in polvere. Essa misurava 55 mm. di diametro ; ma tolto l'orlo liscio
e il fregio che corre in giro dentro di questo, rimane per la rappresentazione un tondo
di soli 35 mm. di diametro. Fregio e figure sono lavorati a sbalzo : soggetto della
rappresentazione l'offerta e l'adorazione de' Magi. Ecco i particolari di questa rappre-
sentazione. La Madonna è a sinistra, assisa in sedia con spalliera, e regge sulle ginoc-
chia il Bambino, il quale è in atto di accogliere i doni dei principi orientali. Questi
si presentano da destra, recando ciascuno il proprio dono. Sono in numero di tre,
giusta le più comuni tradizioni storiche ed artistiche. Vestono tunica corta, ricinta
ai lombi ; non han segno di pallio o clamide. In capo recano il consueto pileo ricurvo.
In una parola troviamo qui riprodotto il notissimo tipo, onde nell'arte antica cri-
stiana è rappresentata questa scena, tanto nelle pitture delle catacombe, quanto
— 138 —
nelle scolture de' sarcofagi, ne' mosaici e fino nelle medaglie ('). Per la strettezza
del campo, nel nostro tondo la stella è presso la testa del Bambino; e qui c'è di
speciale, che al disopra de' detti personaggi si distende di traverso un angelo con
tunica talare, il quale sembra dirigere la stella. E soggiungiamo che il capo della
Madonna, del Bambino e dell'Angelo hanno il nimbo. Nella ristretta lunula dell' esergo
è poi rappresentata in figure più minute, e per conseguenza meno precise, l'anteriore
situa dell'adorazione de' pastori alla grotta di Bettelemme.
Questo prezioso cimelio è stato dall'egregio sig. De Moia gentilmente donato al
Museo reggino.
XXVI. Reggio di Calabria — Rapporti del predetto sig. can. A. M.
Di Lorenzo.
A piedi della nota necropoli della Terrazza, sulla destra del vallone Santa Lucia,
in un fondo irriguo del cav. Migliarini, fu discoperta una tomba antica a qualche
metro di profondità dal suolo. Cortesemente invitati dal proprietario ad esplorarla,
ci siamo incontrati in un altro esemplare di quella specie di tombe da noi altre
volte descritte, che per coperchio portano una serie di tegoli posti di taglio sulle
pareti laterali del loculo. Robustissima copertura, che nella presente tomba (posta
in piano) non era evidentemente destinata a sopportare il peso di superiori scoscen-
dimenti, ma ad offrir solo maggior difesa e custodia. Una specialità presentò questa
tomba nella dimensione de' tegoli del coperchio, i quali pur mantenendo la lunghezza
consueta di cotali antichi tegoli, cioè di 85 cent., pure la loro larghezza si restringe
a 26 cent., quasi la metà del consueto. E perciò abbiamo conservati un paio di questi
esemplari. 1 muriceiuoli del loculo erano della solita opera laterizia, con mattoni di
cent, oli X 17X9. Alcuni di essi, da quadri che prima erano, avevano ottenuta per
via di rottura la larghezza di cent. 17 come gli altri : cosa che avevamo anche visto
nella prima tomba di questa specie, scoperta nel podere Clima, nell'alto dello stesso
vallone di Santa Lucia.
Di suppellettile funebre, non abbiamo trovato nel sepolcro del fondo Migliorini
clic una tazza ordinaria, senza vernice né ornati, ed una strigile di ferro, corrosa
e rotta dal terriccio acquoso filtratosi nella tomba, il quale aveva disfatte quasi
interamente le ossa del cadavere.
Nelle Noi. del 1885, ser. 4a, voi. I. p. 503 riferimmo intorno ad alcune interessanti
anticaglie, venute fuori dagli scavi praticati accanto alla piazza Vittorio Emanuele di
questa città, per le fondazioni del novello palazzo della Banca Nazionale. Essendo
stiiti quei lavori condotti con una fretta, che impediva la metodica esplorazione ar-
cheologica, non è a meravigliare se iu un sito tanto centrale della Reggio di tutti i
tempi, non siasi raccolta quella messe topografica ed artistica, che si sarebbe aspet-
tata. Nondimeno dalle ricerche fatte nelle terre di scarico, provenienti da quello
cavo, si raccolsero alcuni oggetti che vennero salvati pel Museo.
Questi oggetti sono di varie età; ed oltre quelli dei quali si disse, meritano
C) Cfr. Garrucci, Storia dell'Arte Cristiana •<' primi otto secoli della chiesa, tav. 35, 73,
211. 303, 180 ecc. ecc.
— 139 —
ora di essere ricordati i seguenti: Parecchi frammenti marmorei, appartenenti a
titoli diversissimi, sia greci, sia latini, di cui ciascuno con contiene che qualche let-
tera '» sillaba. Notiamo che non furono rotti da' lavoranti, ma così spezzati giacevi
nel terriccio, o si trovavano adibiti per materiale di costruzione. Il pezzo più con-
siderevole è questo frammento del principio di un titolo sepolcrale:
"I HYGIN\
b) DIET-
che aggiunge il nome Hyginus all'onomasticon della epigrafìa reggina. Due anse, in
una delle quali leggesi il bollo §ilTHP. Parecchie piccole cuspidi triangolari di
bronzo. Alcune ghiande missili anepigrafi. Moltissime zanne di cinghiale. La metà
di una perla di 25 centimetri di diametro, la quale da un foro che la penetra pei
circa un terzo, fa congetturare di aver servito di capocchia ad un ago crinale.
Dei tempi di mezzo abbiamo avuto un paio di crocettine plumbee di forma
-•reca, coi globetti ai due apici di ciascuna asta; un gruppo di monete di bronzo
di Basilio il Macedone, insieme conglutinate dall'ossido per guisa da conservare la
i'orma sferoidale, che dava al gruppo il marsupio che un dì contenevalo; un balsa-
mario che per la sua forma e la natura della vernice, ci si presenta come un termine
di transizione dall'arte antica alla tecnica de' moderni orcioletti da olio, usati da' nostri
contadini. Siam dolenti ili non aver potuto ottenere questo pezzo pel Museo.
XXVII. Fossato Calabro — Di là del Capo dell' Arme (Leucopetra), in
contrada Cuecumulli, essendo avvenuto un parziale scoscendimento del terreno in un
podere dell'on. Vollaro, il figliuolo di questo, sig. Italo ingegnere, ci riferiva come
quello scoscendimento avesse scoperto e rotto un grandissimo vaso fìttile a cono
tronco. Nel terreno rimescolato dalla frana furono rinvenute parecchie anticaglie, tra
cui alcune lucerne cretacee medioevali, alcune monete imperiali del quarto secolo, ed
una statuina muliebre di bronzo, con peduncolo alla base, il quale dovea tenerla
attaccata a qualche utensile. Questa statuina misura 7 centimetri di altezza; veste il
chitone talare; V imation posa appena sulla spalla sinistra, donde i lembi venendo
raccolti e rigirati intorno ai fianchi, si riuniscono sotto il braccio sinistro, che nel
mezzo inferiore si presenta disteso in atto di sostenere alcunché. L'età della figura
è senile; rigidi e quasi maschili i lineamenti del volto.
Tutti questi cimeli furono gentilmente donati dal proprietario al patrio Museo.
Sicilia
XXYIII. Siracusa — Fino dai primi giorni del corrente anno il eh. comm.
Fr. Saverio Cavallari richiamò l'attenzione del Ministero sopra un' importante scoperta
topografica avvenuta presso Siracusa, dentro e fuori l' attuale Camposanto, ai piedi
dell'antica Neapolis, e nell'area ove si estendeva la necropoli detta del Fusco.
La scoperta consiste in vari tratti di una grandiosa platea, lastricata a grandi massi
squadrati, con sostruzioni analoghe, la quale in quella contrada seminata di tombe
sembrò al predetto comm. Cavallari aver formato il recinto sacro, ove sorgevano i
— 140 —
templi ili Cerere e Proserpiua, ricordati da Diodoro (XI, 27) e fatti costruire da Ge-
lone liei 480 av. Cr. dopo la vittoria riportata contro i Cartaginesi. Nel mentre con-
tinuano gli scavi per lo scoprimento di tutta la superficie, mi limito a dare lo an-
nunzio del fatto, augurandomi che compiute le indagini ne risultino nuovi ed im-
portanti documenti per lo studio dell'antica Siracusa.
Sardinia
XXIX. S. Nicolò Gerrei — Il R. Commissario dei Musei e scavi in Sar-
degna riferì, che nel comune di s. Nicolò Gerrei, in provincia di Cagliari, e preci-
samente nella regione detta Spignau, un contadino rinvenne sulla fine dello scorso
anno un ripostiglio di monete imperiali di bronzo, contenute in un'olla di terra cotta.
Le monete, quasi tutte consumate dall'uso, ammontano a 391, e secondo la de-
scrizione fattane dal sig. F. Nissardi, vanno così distribuite : Adriano 1 1 ; Sabina 1 ;
Autonino Pio 12; Faustina seniore 7; Marco Aurelio 10; Faustina iunior© 6 ; Lucio
Vero 2; Commodo 8; Crispina 3; Clodio Albino 2; Settimio Severo 5; Diadume-
niano (?) 1; Julia Aquilia3; Alessandro Severo 70; Julia Mammea 17; Massi-
mino 31; Massimo 3; Gordiano Africano (?) 1; Pupieno 1; Gordiano III Pio 76:
Filippo seniore 48; Marcia Otacilla 10; Filippo iuniore 9; Traiano Deciq 9; inde-
cifrabili 45.
Roma. 16 maggio 1886.
Il Direttore gen. delle Antichità e Belle arti
FlORELLI
— 141 —
M AGGI O
Regione XI. (Transpadana)
I. Aostfl — In occasione dei lavori per formare l'acquedotto nella via, che
dalla piazza Carlo Alberto conduce alla stazione della strada ferrata, a un metro e
mezzo di profondità, è stato riconosciuto un pavimento tessellato a lastra di marmo
di vario «dorè, cioè a quadretti grigiastri, chiusi da triangoli di marmo rosso, giallo
e grigio di Àimaville.
Avanzi di un antico acquedotto furono poi scoperti nel vallone denominato la
Comba, presso il villaggio Porassan nel comune medesimo di Aosta, nel quale si
veggono tuttora resti di una grande costruzione romana, ritenuta per una conserva
di acqua.
Regione IX. (Liguria)
IL Ventimiglia — Il R- ispettore prof. cav. Girolamo Rossi riferì, eie
nella proprietà Porro, nel piano di Nervia, fu scoperto un cippo marmoreo alto circa
m. 1,50, largo m. 0,54, scorniciato, con timpano adornato di tre rosoni. Nello spec-
chio racchiuso dalla cornice, è incisa l'epigrafe :
LICINIAE
AMOENAE
Contemporaneamente l'ispettore stesso riuscì a procurare un calco cartaceo del-
l'iscrizione opistografa, rinvenuta sul principio del 1884, e della quale si disse nelle Not.
di quell'anno (ser. 3a, voi. XIII, p. 243, 317). In quel tempo si potè avere l'impronta di
una parola soltanto di una delle due epigrafi. Ora essendosi avuta esatta riproduzione di
ambedue, ho potuto riconoscere che mentre l'epigrafe STATORIA, incisa nella parte
che presenta il ritratto muliebre, fu stampata colla maggiore esattezza, in quella del
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a. \ ol. II. 1°
— 142 —
lato opposto, debbono essere modificate due sole lettere, e ridotto quindi il titolo
alla forma normale, nel modo che segue :
C • STATORlVS
SIPPOMANIL
AV-FTERTVLLA
STATORIAE • C- F
APPIAE • AN XXII
CSTATORIO-PROCv
LO • F- ANN XXV
Provengono, per quanto si assicura, dal territorio intcmeliese due altri frammenti
epigrafici, conservati ora nel Museo di Mentone. Il primo in lastra marmorea, della
quale l'ispettore cav. Rossi ebbe il calco, dice :
D •
TFLÀVI
FLÀVIC
LIO I IN
Il secondo, inciso in pietra di Arles, conserva solamente :
NEPOS
[ Finalmente nella proprietà del sig. Giambattista Parodi, l'ispettore stesso vide
una tavola di marmo, testé scoperta, recante il titolo :
D M
AEMILIVS • SEC
VNDINVS AEMI
LIO THELONIC
OB-MF aseia
Regione Vili. {Cispadana)
ILI. San Pietro in Vincoli (frazione del comune di Ravenna) — Varie
tombe furono rimesse a luce nel podere Ortolani, alla profondità di poco meno di un
metro; sette delle quali erano formate con grossi lastroni di laterizio. Vi si raccolsero
frammenti di varia suppellettile funebre; cioè armille di bronzo, pezzi di vetri colorati,
globetti di pasta vitrea, e monete di bronzo irriconoscibili per l'ossido. L'ispettore cav.
Busmanti nel mandare questa sommaria notizia, fece pure conoscere che le cose rinve-
nute furono donate al Museo pubblico di Ravenna per generosità dei signori Ortolani,
padroni del fondo. ^
Regione VII. {Etruria)
IV. Civitella d Ama (frazione del comune di Perugia) — L'ispettore prof. Luigi
Carattoli riferì, che nel podere del sig. marchese Giuseppe degli Azzi denominato la
Madonna, si scopri nello scorso maggio, in mezzo a tombe già depredati', un'urna di
travertino, semplice, senza iscrizione, e si rinvennero due coperchi pure dì travertino con
figure recumbenti. nel solito stile delle urne etnische.
— 14:3 —
V. Vetlllonia (nella frazione di Colonna, comune di Castiglione della Pescaia) —
Sutto la direzione dell'ispettore dott. Isidoro Falchi furono ripigliati per conto del
Governo >_rli scavi della necropoli di Vetulonia; intorno ai quali si comunicherà a
suo tempo la relazione, che per essere condotta a termine richiede sia prima ben rior-
dinato e ripulito il copioso materiale raccolto. Ma affinchè si possa argomentare della
importanza di queste nuove scoperte, che rendono tanto più benemerito degli studi lo
scopritore di Vetulonia, credo utile di pubblicare la seguente lettera del E. Commissario
cornm. C-amurrini, che si recò -a visitare gli scavi nello scorso mese.
- Sono rimasto profondamente maravigliato nel vedere le numerose e ragguarde-
voli antichità, che a cura dell'egregio dott. Falchi si vanno discoprendo nella vastis-
sima necropoli vetuloniese. Si può dire che per ora non sieno che fortunati assaggi iu
quel terreno; giacché le tombe, dipartendosi dal primitivo perimetro urbano, discen-
dono per il monte e per i suoi gioghi per miglia e miglia, insino alla valle della
Bruna e dell' Ombrane. Stanno le une presso le altre, strette fra loro per uno spazio
vastissimo, per cui la loro quantità è davvero incredibile ; la maggior parte spettano
alla piìi vetusta civiltà italica od etnisca, e traversati i periodi di questa, cessano con
la conquista romana. Da ciò si può arguire del tesoro colà nascosto sotterra, e serbato
all'Italia ed alla scienza; dal quale conviene che si tragga quel frutto che ne sperano
i dotti, nuovamente discesi nella palestra delle origini italiche, collo eseguire le ricer-
che con metodo rigoroso, e produrre i dati di fatto colla massima diligenza e senza
alcun preconcetto.
« Volendo fermarmi alle cose precipue rinvenute, dirò di undici urne a capanna,
che sono commiste agli altri sepolcri italici, e manifestanti il grado stesso di civiltà :
quindi della suppellettile svariatissima, dove si producono lavori d'argento di stile e fat-
tura orientale. Ma sopra tutto è cosa ammirabile la scoperta della tomba del Guerriero,
la quale supera per importanza quella di Tarquinia, che reca lo stesso nome, e che è pure
dello stesso antichissimo periodo di tempo. Quivi oltre il grande ed adornato cinerario di
bronzo, si vedevano in due spartimenti diversi, due vasti recipienti di bronzo; l'uno
aveva per suo coperchio il grande e rotondo scudo di rame lavorato a sbalzo, con or-
namenti geometrici in giro, e sopra lo scudo l'elmo di bronzo; e dentro conteneva
una suppellettile preziosa di vasi di bronzo e d'argento. L'altro non conteneva sol-
tanto vasi di bronzo e utensili da cucina pure di bronzo, ma ancora vasi di argento,
dei quali pregevolissima è una tazza con figure sottilmente graffite , e dello stile di
quelle prodotte dai Fenici; inoltre vi erano vasi di bucchero nero, fra cui preziosa è una
kylix, con bassorilievi a figure animalesche ed una lunga iscrizione etnisca , che si
deve estimare delle più arcaiche ».
VI. Bisenzio (comune di Capodimonte sul lago di Bolsena) — Scoperte
della necropoli bisentina descritte dal sig. Angelo Pasqui.
Scavo della Palassetta (ottobre 1884 - aprile 1885).
La città di Bisenzio era situata sulla riva nord-ovest del lago volsiuiese, fra Gra-
doli e Capodimonte, in quell'altura tagliata a picco all'intorno, emergente sulle altre
circonvicine, e la quale tutt'oggi ritiene l'antico nome. Sul dosso del monticello non
— 144 —
rimane nessuna traccia della primitiva cinta, né delle abitazioni, mentre alle sue falde
e più dentro terra rispetto al lago, si trovano di frequente i ruderi di un abitato ro-
mano, e gli avanzi di una borgata medioevale. Ma ci attesta l'importanza di quell'an-
tica località, a fronte del silenzio che ci hanno lasciato gli antichi storici, l'imponente
necropoli, la quale dalle scogliere di s. Magno si estende pel vasto altipiano , che
limita il lago fin presso il castello di Capodimonte, misurando una lunghezza di circa
cinque chilometri e mezzo, ed una larghezza di due. Non passerò sotto silenzio che
le tombe a camera, aperte nelle fronti delle scogliere .predette, furono d'antico tempo
rovistate, e quindi ingrandite per uso di capanne e di cave ; altre ulteriormente sgom-
brate dal terrapieno, e di queste a suo luogo daremo il contenuto.
Ma la parte più antica e più importante della necropoli bisentina, fino a questi
ultimi tempi era stata ignorata dagli scavatori oppure trascurata, poiché non rendeva
valori materiali. Invero da qualche anno, per le opere di coltivazione, erano apparse
quasi a superficie grandi casse di tufo, le quali tolte e spezzate, fornivano eccellente
materiale per muratura, in luogo dove appunto questo scarseggia. Soltanto con questo
scopo ogni anno si estraeva un numero considerevole di casse , il cui contenuto non
veniva conservato, se togliesi qualche fittile dipinto o qualche oggetto vistoso, che
fortunatamente scoprivasi intatto. Nell'ottobre del 1884 il cav. Giovanni Paolozzi di
Chiusi , benemerito della scienza archeologica per le sue accurate ricerche nell'agro
chiusino, si univa ai sigg. Enrico e Napoleone Brenciaglia, possessori di quella località:
e ottenuto il debito permesso dal R. Ministero della pubblica istruzione, sotto la pro-
pria sorveglianza imprendeva uno scavo regolare della necropoli bisentina. Il periodo
di questo primo saggio è compreso dall'ottobre 1884 all'aprile 1885. Daprima si limi-
tarono gli scavi dove più frequenti erano occorse per l'innanzi le casse di tufo, cioè
nella località della Palassetta; indi furono portati verso nord-ovest, nel punto più cul-
minante della necropoli, ed a circa duecento metri dai primi. Gli scavatori s' incon-
trarono daprima in un selciato d'antica via , che dalle falde di Bisenzio (da quel
luogo appunto ove abbiamo riscontrato la borgata romana e medioevale) costeggiando il
Lagaccione, risaliva alla Clodia sopra Pianzano ('). Sotto al selciato apparvero le easse
a tre ordini, di cui l'inferiore alternato da pozzetti e da cilindri di tufo, chiusi da cal-
lotta sferica, e contenenti i prodotti di una civiltà pre-etrusca. Le tombe a cassa sco-
perte nel periodo sovraccennato furono circa 30, e 10 i pozzetti. Gli oggetti ivi rin-
venuti, iu grandissima parte furono trasportati nella raccolta Paolozzi di Chiusi, ed il
rimanente depositato nel casaletto di s. Bernardino in prossimità dello scavo. I primi
conservano ancora la classificazione rispondente a ciascuna tomba, gli altri furono di-
visi a seconda degli strati delle casse ; e per questi siamo in grado di delineare con
pochi tratti lo stato e l'importanza della necropoli.
Il corredo funebre di ciascuna cassa inferiore si componeva di una grande tazza
(') Altra via selciata taglia in croce la predetta, ] '■>«*< • sopra alla chiesa ili Bisenzio. Sembra
■ b ggi il lago, inquantochè tuttora della stessa rimangono visibili avanzi dietro la chiesa 'li s. Rocco,
lungo l'oliveto della Polledrara, entro il cavo di Bisenzio, nel piano del Giardino, ove resta in piedi
un rudero di monumento sepolcrale, a base quadrata e eostruito in cm/ilerton, ed attraverso alla mac-
chia di s. Magno, in direzione di Gradali e delle Grotte di Castro. È nell* incrociamento di questi
due vie che ì vedono rase al suolo le fondazioni di Bisenzio romana
— 145 —
a callotì i sferica, tirata da una sola lamina di bronzo e rientrante all'orlo. Tre di esse
però erano composte di due lamine, la prima delle quali leggermente concava ne l'or-
mava il l'ondo, l'altra a disco le pareti. I cinque o sei esemplari conservati, misurano
in generale m. 0,31 di diametro all'orificio, e m. 0,15 di altezza. Insieme alla tazza
si tn.vó sempre Yoenochoe, di cui si raccolsero solamente in "buono stato due esem-
plari di forma golìa, cioè con corpo ovoidale, a cui è imposto breve e grosso collo ed
un beccuccio sporgente e sagomato a foglia di edera: il loro manico si compone di una
sottile listra di bronzo, inchiodata alla metà del corpo ed all'orlo, ove si rialza un poco.
Unitamente ai predetti bronzi, una cassa ha dato una coppia di fibule, il cui arco
doveva essere in origine rivestito di grani di ambra, a lunghissima staffa (m. 0,08). e
con spilla avvolta a triplice spirale; una grossa fibbia di filo eneo, ed una coppia di grandi
fibule (lungh. mm. 108) di tipo etrusco, a corpo vuoto internamente e decorato di graffi-
ture a scacchi triangolari e quadrati, entro i quali si alternano i cerchietti concentrici
a trapano e le sottili bulinature a spina-pesce. Tra le fibule trovate nelle casse del
periodo più antico, non è da trascurarsi un esemplare, il cui arco a metà s'incurva
in dentro, ed è munito di quattro grandi capocchie sferiche: la parte superiore del me-
desimo rivolta a quarto di cerchio, è striata di bulinature, che corrono nel senso della
lunghezza, e sostiene a capo, entro una fessura, l'ardiglione incernierato a mezzo di un
perno, e fissato all'altra estremità nella lunga staffa. Ciascuna di dette tombe conte-
neva qualche vaso di bucchero, a forma di oenochoe o di kantharos a doppia ansa, e
qualche vaso manufatto : più frequentemente un semplice vasetto di tipo laziale, con
manico rialzato sull'orlo e con corpo lenticolare steccato a fune. Fra i bronzi di questo
periodo, merita una nota speciale l'armatura di due sandali di legno. Consiste in una
specie di cassetta di lamina enea, tirata a martello e ritraente a perfezione la sagoma
della pianta del piede. La lamina che forma il fondo di ciascuna incassatura, è un poco
concava al di sotto, ed armata in giro di grosse capocchie di ferro : l'altra che forma
i bordi, è più alta nella parte che guernisce la pianta che in quella del tallone. Tut-
tora ai bordi restano infissi i chiodetti di bronzo, che fermavano le alte suola di legno.
La lunghezza totale della scarpa è m. 0,24. Una parte dei fittili componenti la funebre
suppellettile, in questo periodo e nei due susseguenti, era stata deposta in giro al co-
perchio della cassa, e più specialmente ammucchiata senza ordine nel luogo, che rispon-
deva alle spalle od alla testa del cadavere. Sì nell'uno che nell'altro caso si trovarono
quei fittili difesi da sottili sfaldature di tufo o di nenfro, le quali cedendo al peso
di un terrapieno alto più che tre metri, avevano cagionato il completo disfacimento di
quel vasellame. Nonostante questo (e nemmeno possiamo assicurare se fossero stati tro-
vati entro le casse), la raccolta del predetto casale conserva cinque esemplari di olle
a corpo sferico, sostenuto da piede a tronco di cono, spalmate di vernice rossa, e de-
corate nella massima sporgenza del corpo di cerchietti concentrici dipinti di biauco.
Entro le casse del periodo seguente, si ripetono le fibule a lunga staffa e di tipo
etnisco, vuote internamente, graffite a spina-pesce, e trapanate a cerchietti. Le oeno-
ehoai fuse e di forma rotonda e goffa, il cui manico è saldato al corpo ed all'orificio,
si trovarono unite alle patere di lamina enea più piccole delle precedenti, e talvolta
con fondo umbilicato e sbalzato in giro con larghe baccellature. Sono comunissime
in questo periodo le kylikes di forma arcaica, dipinte ad ocherelle, i bombylm
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appuntati, dipinti a fasce scure e rosse, i buccheri a calice ed a kantharos, leggermente
striati di graniture a zone parallele. In tre o quattro casse, è ritornato l'esemplare ma-
nufatto della tazza a fondo compresso, e con ansa a nastro, rialzata sopra all'orlo. .
Le casse superiori ci ricordano un periodo etrusco alquanto avanzato, poiché ol-
tre ai pcchi bronzi fusi e decorati di baccellature a sbalzo, contenevano esclusiva-
mente vasi dipinti, delle forme più note ed a figure nere sul fondo rossastro. Tra que-
sti notiamo i seguenti :
a) Kelebe, ove di uno stile alquanto trascurato, da una parte è dipinta la bat-
taglia di un lapita con un centauro, dall'altra la lotta fra un guerriero nudo, armato
solo di scudo e di lancia, ed im secondo caduto a terra, armato di scudo e di spada.
e coperto dagli schinieri e dall'elmo achilleo.
b) Anforetta alta m. 0,07, ricoperta di colore biancastro, con suvvi dipinto in
giro all'orlo un ornamento di palmette, e attorno al corpo da un lato una figura di
Pallade, che si spinge a destra vibrando l'asta e protendendo lo scudo, dall'altra una
ninfa danzante in mezzo a tralci di edera.
e) Idem, con figiue di baccanti alternate da tigli.
d) Anforetta ad un solo manico, di forma elegante, dipinta sopra al corpo con
sottili foglioline appuntate, ed in basso con un cavaliere messo in mezzo da due fauni
danzanti.
e) Idem, con piccolo tralcio di edera sopra al corpo, e più sotto con lotta di
due guerrieri. È di stile arcaico, ma alquanto trascurata nell'esecuzione.
f) Grossa oeuochoe ad orlo rotondo, con figura di Bacco barbato e coronato
di edera, il quale porta nelle mani lunghi tralci ed un corno potorio : ha dinanzi un
fauno, che procede a destra gesticolando e voltando indietro la faccia.
g) Tazzina emisferica a doppia ansa applicata orizzontalmente nel corpo. È
soltanto dipinta in nero con due grandi occhi.
Si raccolsero inoltre una cinquantina di vasi dipinti, per decifrare i quali occorre
l'opera del restauratore.
A questo breve cenno sull'aspetto generale della necropoli della Palazzetta, cre-
diamo opportuno fare seguire la dettagliata descrizione di quel corredo funebre, che
fu escavato nello stesso luogo e nello stesso periodo di tempo (cioè dall'ottobre 1884
all'aprile 1885), e che oggi si conserva nella raccolta Paolozzi di Chiusi, come ac-
cennammo poco sopra.
Tombe ad incinerazione :
1. Pozzetto cilindrico murato con piccole scaglie di nenfro, e chiuso da informe
lapide tufacea. Fu scoperto allo stesso livello del primo strato delle casse, e s'inter-
nava per circa un metro nel terreno vergine. Entro lo stesso contenevasi :
a) Cinerario a due anse e a doppio tronco di cono, decorato nella linea d'u-
nione di tanti listelli verticali a rilievo. Sotto al breve orlo, da ciascuna parte del
manico, si ripetono tre incavi ornati in giro di punteggiature.
li) Vasetto che ripete in piccolo la forma del predetto cinerario. È decorati)
soltanto di doppia striatura, che comprende minute impressioni di fibula a fune, ed
è punteggiato negli angoli, che girano sotto i manichi.
e) Vaso con corpo a bulla compressa perso il fondo, su cui s'innalza il collo
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a tronco di cono, interrotto sotto l'orlo da due larghe steccature parallele. Nel corpo,
da ciascuna parte delle anse, si ripetono tre listelli verticali. Le anse sono formate
da un nastro applicato verticalmente, ed occhiuto nella parte più prominente del corpo :
la estremità superiore di ciascuna ansa è munita di un collo e di una rozza testa
di caprone : l'inferiore di un bastoncello ricurvo, entro il quale gira liberamente un
anello di terracotta. Uno di questi anelli è steccato a fune.
d) Ciotola con alto manico a bastoncello, applicato sopra all'orlo. La parte
piana del corpo è striata di due larghe steccature parallele, e decorata al di sotto
di tre sporgenze appuntate.
e) Tazzina di tipo laziale, con ansa rialzata sopra all'orlo.
/') Tazzina a doppio manico, con corpo a bulla, compresso verso il fondo, e stec-
cato verticalmente a rozze baccellature. Nei due lati intermedi ai manichi sporgono
due cornetti conici.
y) Due tazzine rozzissime a forma emisferica, e con orlo rientrante : da un
lato vi è unita una sporgenza forata, a guisa di beccuccio.
lì) Avanzi di fibula ad arco, ornato lateralmente di prominenze a capocchia.
i) Uncinetto e maglia, formato di un sottile filo eneo.
2. Da ima tomba identica alla precedente, si estrassero gli oggetti che seguono :
a i Cinerario a foggia di rozzissima pentola, privo di decorazione, e chiuso da
grande ciotola a corpo rigonfio e piede allungato.
Nella sommità del corpo di questa, e sotto le due anse, girano quattro graf-
titure parallele, limitate inferiormente da una linea impressa con strumento a cordi-
cella, la quale agli angoli è compita da grosse punteggiature. La parte inferiore del
corpo'è decorata da cinque meandri triangolari a zig-zag concentrici, e distanti l'uno
dall' altro.
b) Ciotola più piccola con giro identico nell'attaccatura dell'orlo, interrotto
da ima fila di quattro punteggiature, e compito inferiormente da triangoli a vertice
abbassato, e striati d'impressioni di fibula a fune.
e) Vasetto a forma lenticolare. chiuso all'orlo, che è breve e quasi piano, e
privo di qualsivoglia decorazione.
d) Tazza piccola di tipo laziale, con ansa striata a steccature parallele presso
l'attaccatura dell'orlo. In giro, nella parte più prominente del corpo, piccole impres-
sioni a fune.
e) Vaso a corpo emisferico, ornato di leggiere baccellature, e munito di ma-
nico a nastro, sul quale una rozza figura di ariete. .che posa colle zampe posteriori
sulla parte rialzata del manico, e colle anteriori sopra all'orlo. Detto vaso è soste-
nuto sopra tee piedi a bastoncello, ricurvi in fuori.
3. Questo pozzetto, costruito come i precedenti, ha dato :
a) Cinerario a bulla sferica, di creta giallastra e dipinto a fasce rettangolari
di colore rosso, le quali contengono un meandro triangolare tratteggiato di uguale
colore (cfr. il tipo cornetano edito nelle Notule 1885, tav. annessa, f. 6). Altezza
mm. 265, diametro alla bocca 195. La parte inferiore del medesimo è decorata da
sette fasce a raggio, colorite di rossastro.
b) Vaso di tipo identico, ma a forma un poco compressa verso il piede. 1
— 148 —
riquadrameli ti della parte superiore del corpo sono divisi in croce da fasce rosse, e trat-
teggiati obliquamente di sottili linee parallele : la parte inferiore del corpo è deco-
rata da una zona rossa, entro la quale un meandro rettangolare, e più in basso da
larghe linee rosse intramezzate da zig-zag, disposti verticalmente l'uno appresso l'al-
tro. Detto fittile misura m. 0.20 di altezza, e m. 0,165 di diametro alla bocca.
e) Oenochoe di bucchero manufatta, a corpo lenticolare compresso verso il fondo,
a beccuccio molto rialzato sull'orlo, ed a largo manico a nastro, applicato dalla metà
del corpo alla metà del collo. Attorno alla parte superiore del corpo girano due lar-
ghe fasce a ingubbiatura bianca, sotto le quali tre zone piegate a semicircolo. Il suo
manico era contornato di uguale ingubbiatura, e decorato di sotto da ima piccola fa-
scia semicircolare.
d) Due vasetti a forma quasi sferica, con orlo sagomato a foglia, e doppia
ansa nel corpo. Ciascun lato tra le anse è dipinto con quattro triangoli bianchi, graf-
fiti a linee parallele. Sopra ciascuna ansa, entro un riquadramento a ingubbiatura di
creta biancastra, graffito sopra a sottili linee parallele, si contiene una croce gam-
mata di uguale colore. Uno di detti fittili ha quasi del tutto perduta l'ingubbiatura.
e) Tazzina di tipo laziale, munita di due cornetti cilindrici sopra alla parte
rialzata del manico.
/') Due tazzine a corpo lenticolare, con doppia ansa, e ornate nella parte più
sporgente del corpo di due apofisi coniche, messe in mezzo da quattro listelletti a rilievo.
g) Ciotola ad alto piede, con orlo piano e verticale, ornata in giro di un dop-
pio solco a stecco, ed in basso di tre piccole sporgenze : da un lato porta unito al-
l'orlo un manico a bastoncello molto rialzato.
h) Vasetto rotondo posato su tre bastoncelli di terracotta. Il corpo è striato
verticalmente, ed il manico decorato di due cavalli, che posano colle zampe anteriori
sopra all'orlo. Dietro ai medesimi aderisce la figura rozzissima di un uomo nudo, che
sostiene con ambedue le mani le redini, espresse con due bastoncelli accoppiati, e con-
giunti ai lati e dinanzi alla testa.
i) Fuso di lamina enea, vuoto internamente, lungo m. 0.24, composto di ima
cannula, la cui estremità superiore termina con un piccolo nodo sagomato, e l'infe-
riore con una fusaruola a tronco di cono, compita da un bottone a forma lenticolare.
I) Braccialetto di filo eneo, avvolto a fune.
m) Anello consimile.
«) Braccialetto di bronzo, i cui capi terminano con due capocchie sferiche.
Si trovò infilato nell'ardiglione di una fibula, il cui arco si compone di dischetti
obliqui di ambra.
o) Due pendoletti di ambra a forma di mandorla, appesi ad un sottile filo di
argento, ed un ciottoletto di ambra.
p) Bastoncello di ferro, attorno a cui è tuttora avvolta una matassa di (ilo,
attraversata da un ago di bronzo.
q) Faleretta di oro pallido, sbalzata in giro con punteggiature a zig-zag. e con
cerchietti concentrici. Nel mezzo è compita da un bottone, circondato da tre circoli
a sbalzo. L'orlo ili questa borchia porta da un lato L'attaccagnolo, ed è interamente
circondato da un sottile filo di rame, avvolto a fune.
.-
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4. I seguenti oggetti provengono da altro pozzetto cilindrico, murato in giro ili
piccole pietre, e coperto da rude copertura di nenfro.
a) Olla cineraria con corpo rotondo, doppia ausa, di cui ima asportata in an-
tico. La parte più prominente del corpo è decorata di due sporgenze coniche, le quali
sono superiormente circondate da un listelletto semicircolare, steccato a fune : imme-
diatamente sopra a questo, un grosso incavo circondato da due giri punteggiati con-
centrici. Da ciascuna parte si trovano cinque incavi disposti in croce, i quali girano
tra il collo e le anse : quell'incavo, che risponde nel mezzo, è circondato da pun-
teggiature. Attorno al collo sette incavi consimili. Il corpo di questo cinerario, tra
i detti ornamenti, è rozzamente steccato a striature verticali.
/') Kozza oeuochoe granita nel corpo a triangoli, col mezzo di un pettine a
quattro punte. Il suo manico è a doppia ripresa, cioè attaccato al corpo, all'unione
del collo ed all'orlo : da questo al beccuccio, dove si biforca in due bastoncelli, detta
ansa si ripiega a semicircolo, e prende la forma di un nastro. L'oenoclwe, compreso
il manico, misura m. 0,26 di altezza.
r) Askos di forma ovoidale, da un capo compito da beccuccio a testa di ariete.
dall'altro da collo cilindrico ed orificio rotondo. Questo vaso, dal collo alla testa di
ariete, è attraversato da un' ansa arcuata ed a sezione pentagonale, le cui estremità
si biforcano a fettuccia, ed abbracciano una parte del collo ripiegandosi lungo il corpo.
Negli angoli, tra detto manico e la testa d'ariete e l'orificio, si trovano applicate due
rozze oche. La parte inferiore di questo vaso, è munita di quattro sporgenze fo-
rate, entro le quali giravano originariamente le asticelle di bronzo, che univano due
a due le quattro ruote di terra cotta, a similitudine di quelY aoerra enea dei Mon-
terozzi, edita dal eh. Ghirardini nelle Notizie del 1881 (tav. I, fig. 24). Dette] ruote
hanno un largo mozzo, decorato in giro da impressioni di cordicella, e su cui atte-
stano sei raggi, che nell'unione della ruota portano da ciascun lato un ornamento a
circoli concentrici. Il corpo del vaso è decorato di due ordini di meandri rettango-
lari, ottenuti con impressioni di uno strumento avvolto a fune, e compiti agli angoli
da cerchietti concentrici. Simili impressioni si ripetono sotto il collo entro un riqua-
dramento, e sul petto dell'ariete, nonché nel manico, nel corpo delle ocherelle, e nella
loro testa. Sotto il manico, il corpo del vaso è forato con due buchi passanti. La sua
lunghezza totale è di m. 0,215.
d) Piccolo tipo del cinerario Villanova a doppio tronco di cono, sostenuto da
piccolo piede, e munito di orlo piano e sporgente e di ansa a nastro, applicata ver-
ticalmente a guisa di occhietto nella parte superiore del corpo, dove gira un ornato
di triangoli, impressi con strumento a fune. Misura m. 0,1(3 di altezza.
e) Tazzina con doppio manico a nastro rialzato un poco sull'orlo, con corpo
a forma lenticolare. e decorato di due sporgenze coniche, messe in mezzo da quattro
listelletti verticali.
/') Ciotoletta di tipo laziale, il cui manico rialzato sopra all'orlo, porta alla
sommità due capocchie cilindriche.
g) Bozza tazza a calice, con piede a tronco di cono.
h) Tazza di forma compressa, che ripete la decorazione a rilievo del vaso
descritto alla lettera e.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie Sur. 4a, Voi. II. IP
— 150 —
i) Rozzo raso, a corpo rotondo e piede rastremato. Da una parti.' è munito di
manico a bastoncello, ed in giro decorato di una greca rozzamente graffila. Alt, m. 0.11.
/) Cutter lunato privo di manico, lungo m. 0.075.
ni) Fibula con arco rigonfio e vuoto, traversato da triplice sbarra a capocchia,
e munito di lunga staila arricciata. Misura m. 0,10 di lunghezza.
n) Fibula con arco ondulato, e decorato di cilindretti a capocchia. L'arco >i
converte in ardiglione senza aggirarsi a spirale, e la spilla è interiormente rissata su
lunga staila, un poco arricciata. Detta fibula è lunga m. 0,09.
o) Fibula con arco a doppia foglia. Lungh. m. <U»7.
p) Piccola fibula ad arco, un poco rigonfio nel mezzo, e compito da un anello,
entro il quale gira l'ardiglione. Lungh. m. 0.07.
q) Due fusaruole sferiche di ambra.
Tombe a inumazione.
1 . Cassa di tufo chiusa da coperchio a doppia pendenza, e vuoto al di sotto.
Su questo, difese da sottili sfaldature accapannate insieme, si trovarono due olle di
bucchero a corpo sferico, sostenute su piede a tronco di cono, e munite di due anse
a bastoncello, piegate orizzontalmente a semicircolo. La cassa esternamente misurava
m. 2.10 di lunghezza e m. 0,85 di larghezza; il suo vuoto interno m. 0,60 di lar-
ghezza, m. 1,85 di lunghezza e m. 0.35 di profondità. Seguono gli oggetti apparte-
nenti alla medesima :
a) Oenochoe a corpo golfo e schiacciato, ad orlo piano e circolare, collo a tronco .
di cono, e manico a doppio bastoncello, che si unisce ad angolo sotto l'orlo. La parte
più sporgente del corpo è decorata di sei listelletti rilevati, tra i quali una profonda
e larga steccatura a zig-zag.
b) Patera di lamina enea (diametro cm. 3t>) con orlo piano e rientrante, decorata
nel mezzo ed internamente di una testa di leone, sbalzata a tutto rilievo.
e) Piccola patella di lamina, con fondo umbilicato.
(1) Grande tazza di bronzo a forma quasi emisferica, priva del piede, con orlo
piano, poco sporgente e decorato di piccole imbullettature sbalzate.
e) Rozza oeaochoe, con largo manico a nastro. Nella parte più sporgente del
suo corpo, a mezzo d'uno stecco, furono impressi alcuni meandri triangolari a zig-zag.
Questi oggetti posavano ai piedi del cadavere e sopra le tibie.
/') Due sostegni di ferro, composti d'una sottile lastra, munita a ciascuna estre-
mità di un piede semicircolare.
g) Lancia di ferro, lunga cm. 27.
h) Arco di fìbula a mignatta, con coipo molto rigonfio alla metà, e decorato di
sottili gralfiture e di cerchietti trapanati.
i) Altra fibula, ad arco semplice e lunghissima stalla.
/) Coppia di fibule, con arco a dischi di ambra.
m) Avanzo di un monile ad anelletti ammagliati.
,/) Frammenti di due braccialetti di filo di ferro, giiernito di dischi di ambra.
2. Cassa identica alla precedente, scoperta quasi a superficie, indi appartenente
al terzo strato della necropoli. Sulla stessa, difesi da grandi lastre di tufo e di uenfro.
si raccolsero i seguenti oggetti:
— 151 —
a) Anfora attica a doppia ansa, ed alta ni. 0,425. Attorno al suo collo gira
una t'ascia dipinta a palmette, ed attorno al corpo un fregio a figure nere sul fondo
rosso. Da un lato Pallade galeata, coperta di egida e armata di asta, tra due guerrieri
chiusi udì' armatura e chinati a terra. Dietro a quello che sta alla destra di Pallade
leggesi : ' AIA? , dietro all'altro l'avanzo, dell'iscrizione evanita i. Nella parte
posteriore a detta rapperesentanza è espressa una lotta tra due pugilatori nudi, messi
in mezzo da un agonotheta ammantato, che sostiene un ramo biforcuto, e da un saltatore
nudo, coronato e con soli halteres nelle mani. Ambedue i pugilatori sono feriti, poiché
dal naso dell'uno e dalle braccia dell'altro sgorga in gran copia il sangue, indicato
da sottili tratti rossi. Sopra al pugilatore di destra è scritto: APYOOS; dietro alla
figura ammantata: AHPIKOS. Detto vaso porta moltissimi fori di antiche legature,
e sotto il piede a "fraudi graniture si notano le cifre seguenti:
LIlf-|/ IV ±
h) Grande tazza di lamina metallica, a forma di callotta sferica restringentesi
all'orlo, dove misura m. 0,39 di diametro.
e) Oeaochoe grande di bronzo a corpo ovoidale, a breve collo e grosso beccuccio
rialzato sopra all'orlo. È munita di grande manico, che si unisce dalla metà del corpo
alla parte bassa e piana dell'orlo, fissato con imbullettature. Detto manico all'attac-
catura inferiore è compito da una palmetta riversa, e superiormente da una testa di
leone e da due tigri (?) accovacciate, che circondano una parte dell'orlo.
il) Piccola oenochoe di bronzo, la quale conserva una levigatissima patina sme-
raldina: ha forma ovoidale, orlo rotondo e semplice, manico a nastro fissato, con imbul-
lettature sotto l'orlo e nella parte inferiore del corpo.
e) Foculo di ferro, rivestito di lamina di bronzo. Misura m. 0,69 di larghezza
per m. 0,51 di lunghezza e m. 0,21 di altezza: è sostenuto su quattro aste quadri-
latere di ferro, divise in fondo con una fessura, entro la quale gira liberamente una
ruota di bronzo. Ai quattro lati presso gli angoli, il foculo è ornato di quattro leoni
a tutto rilievo, coricati e lunghi cm. 12. Nell'interno del foculo posava la graticola
di ferro a liste parallele, fissate nell'intelaiatura rettangolare (cm. 38 X 29) a mezzo
di chiodi dello stesso metallo, e sostenuta su quattro zampe rivolte in fuori. Aderente
al piano della graticola, si conserva saldato dall'ossido un paio di molle a tanaglia,
entro le cui braccia si scorge un dente equino e vari frammenti di ossa. Faceva parte
di questo foculo, un braciere di ferro lungo mm. 275, che termina da un lato a canna
conica, e dall'altro a foglia piegata ad angolo retto.
/') Patera di bronzo a callotta sferica, con breve orlo arricciato in fuori. Misura
m. 0,22 di diametro.
• Ili oggetti che notiamo qui sotto, furono raccolti entro la cassa, attorno ai pochi
residui del cadavere.
a) Eylix di forma arcaica, internamente dipinta con figura ili genio femminile
alato, che sostiene per la criniera due piccoli leoni. All'esterno, entro una fascia rossa.
due, centauri combattenti e sotto di essi in una sola linea :
+ AIPEKAI PIEI EV
— 152 —
Dal lato opposto, si ripeti' la medesima iscrizione sotto due uccelli. Detta kylix misura
m. 0.325 di diam. e m. 0,14 di alt.
b) Altra kylix, alta m. 0,133 e larga all' orificio 0,195, munita di due anse
semiellittiche, ed applicate orizzontalmente alla metà del corpo. Internamente nel fondo.
fu fissata a mezzo di un chiodo a capocchia emisferica una horchietta di bronzo, den-
tellata all'intorno. Tra i due manichi, si da un lato che dall'opposto, si ripete una
biga con sopra l'auriga ed un guerriero armato, che sta in atto di salirvi. Dinanzi ai
cavalli, da ciascun lato a piccole lettere nere:
HPMOTENES
e dietro agli stessi:
EPOIESEN.
e) Oenochoe di forma goffa, dipinta solamente nella parte anteriore, con figure
nere sul fondo rossastro. Vi si rappresenta una Pallade armata, la quale si spinge
addosso ad un guerriero ferendolo coll'asta. Alt. cm. 27.
d) Due- lekithoi, uno dei quali di forma snella ed elegante, è decorato di una
rappresentanza a piccole figure nere. Nel mezzo un cavaliere nudo, con sola asta nella
destra: dietro a questo si allontana un giovane, con asta nella dritta e con penula
avvolta al braccio sinistro. Altra figura consimile procede innauzi al cavallo; e più
avanti termina la rappresentanza una figura ammantata e poggiata sull'asta. L' altro
lekithos, di forma goffa ed a figure di imo stile arcaico, ma alquanto trascurato, rap-
presenta un giovane nudo, che corre tra due uomini ammantati.
e) Cuspide di lancia a foglia di olivo, la cui costola si converte in una Lunga
r-anna conica. È lunga m. 0,15.
/') Graticola di lamina enea, ripiena di forellini: ha forma di trapezio, e misura
m. 0,16 di maggiore lunghezza.
il) Anello di argento, entro il cui castone originariamente era incisa una
piccola figura.
h) Due sostegni di ferro a foggia di piccoli alari, identici a quelli notati nella
precedente cassa colla lettera /'.
VII. ToSCaiiella — Nello scorso mese di febbraio nel fondo del sig. Angelo
Puecinelli, in contrada Campo della fiera, sulle sponde del fiume Marta, in prossimità
dell'antica via Clodia, un tal Liberati unitamente al proprietario del terreno, esplorò
quattro tombe antiche, formate di lastroni fittili, messi alla cappuccina, con un filare
superiore di tegoli, per impedire l'infiltrazione delle acque. Vi rinvenne i soli scheletri,
senza suppellettile funebre di sorta, per quanto fu riferito all' ispettore degli scavi sig.
Dottarelli, che comunicò le notizie al Ministero. Nei laterizi non fu osservato alcun bollo.
Vili. GorclliailO — Nelle Notizie dello scorso anno (ser. 4\ voi. I. p. 595), fu inse-
rito un rapporto del sig. ispettore degli scavi in Viterbo cav. G. Bazzichelli, intorno ad un
ipogeo scoperto in Corchiano in contrada Via s. Antonio, nella proprietà del sig. Feli-
ciauo Crescenzi, poco fuori dell'abitato. Essendo state quivi ripigliate le indagini,
-i fecero nuovi rinvenimenti, che diedero materia alla seguente relazione ilei <\>j,.
ing. conte A. Cozza, clic \j fu mandato dal Ministero.
e
— 153 —
- A completare le informazioni eolle quali incomincia la nota dell'egregio ispettore
cav. Bazzichelli {Notizie 1. e), non sarà inutile il ricordare che il piccolo paese di
Corchiano, situato a nord nord-ovesl ili Civita Castellana, sede dell' antica Falleri, ora
a questa congiunto mediante una via 'li carattere vetustissimo, fiancheggiata spesso da
sepolcri, i cui resti sono tuttora visibili. Questo paesello doveva essere l'arce di una
città etnisca, di mediocre grandezza; si eleva fra due torrenti sopra una roccia tufacea,
he può misurare più di 100 metri di larghezza, sopra 200 di lunghezza, e le cui
ripe cadono a picco sopra i versanti sud. nord, est, elevandosi sulle strette valli per
cinquanta o sessanta metri. Dal lato ovest la rupe era meno forte, ma gli etruschi
la fortificarono con fossato profondo, e con alte mura, delle quali sussistono alcuni
tratti, da riferire al miglior tempo della storia etnisca, cioè al periodo che corse
ira il sesto ed il quinto secolo avanti l'era volgare.
- Dal lato settentrionale si estendeva l'abitato, sopra un altipiano compreso tra il
proseguimento delle valli che fiancheggiano l'acropoli a sud e nord ; una seconda fossa
artificiale, della larghezza di m. 15.00 circa, in direzione da nord a sud, congimigeva
le due ripe, nel modo medesimo che vedesi nell'antica Falleri ed in altre città. La
superficie, compresa la detta seconda fossa, le due valli e 1' acropoli, potrà essere di
m. 150 X 200.
- Fu ai lati del detto secondo fossato, che il sig. Feliciano Crescenzi scopri due
filari di tombe, le ime di fronte alle altre, e sufficientemente conservate. E benché
gli oggetti delle varie tombe fossero stati confusi tra di loro, pure non ci fu impos-
sibile il ricomporre nella sua integrità la supellettile funebre di alcune, e porgere
quindi elementi utili alle ricerche degli studiosi. Il tipo normale di queste tombe è
quello di ima camera rettangolare, preceduta da piccolo vestibolo, con la porta chiusa
da lastrone. Nelle pareti laterali si aprono uno o due loculi, ciascuno di tale lunghezza,
che il cadavere vi si potesse tutto distendere; ed a seconda del numero di questi
loculi è determinata la lunghezza delle pareti, che sono uguali a quella dell'entrata
ed a quella del fondo, se contengono ciascuna un loculo solo. Ma talora i loculi sono quattro,
due da un lato e due dall'altro ; in una tomba poi se ne trovarono tre, imo a sinistra,
e due a destra, e di questi, uno più basso dell'altro per circa m. 0,30, e senza divi-
sione alcuna.
« Benché non si fosse riconosciuto indizio alcuno di quelle devastazioni, che rivelano
la ferocia di popoli invadenti, pure nei loculi ancora intatti apparivano i segni di
varie chiusure, pei quali è forza supporre che nello stesso deposito, varie e successive
tumulazioni fossero state fatte.
- Ne di tale costume si avrebbe quivi il primo esempio, perchè altre volte avemmo
occasione di notare ciò nei sepolcreti dell'Etruria; e per quanto riguarda poi il terri-
torio falisco basta ricordare, che sui tegoli che chiudevano i loculi sepolcrali si trova-
rono spesso le iscrizioni poste nei due lati, e sopra successivi strati di intonaco, il che
rende testimonianza del vario seppellimento.
« Né sarebbe fuori di ogni probabilità il supporre, che nel nuovo deposito fossero
stati portati via gli oggetti del deposito anteriore ; in fatti benché nelle tombe scoperte
tutto giacesse in modo ordinatissimo, non vi si rinvennero- ori; ed in alcuni loculi
mancavano perfino i bronzi.
— 154 —
« La tomba che aveva tre loculi ci parve degna del maggiore studio, per le cose
che vi si rinvennero. Quivi le tegole che dovevano servire per chiusura dei loculi,
erano state rimosse dagli ultimi seppellitori, ed appoggiate ad una parete con un deter-
minato ordine.
- Un copioso vasellame, composto per lo piti di patere e tazze etrusco-campane,
era sospeso alla parete di fondo; ed i vasi più grandi e più grossolani, posavano sul
pavimento in prossimità della parete stessa.
- Potemmo riunire colla maggiore esattezza gli oggetti, che si contenevano nel
loculo principale, cioè in quello che è solo nella parete a destra dell'entrata. Vi erano
due crateri, convertiti in vasi cinerari ; ed in mezzo a questi una pietra calcare, rozza-
mente scagliata, in modo da imitare una piramide. Dietro ciascuno dei crateri poi, fu
rinvenuta ima di quelle piramidette tronche di terracotta, che in tanta copia si trovano
nel suolo etrusco ; era adagiata sopra imo dei lati lunghi, e messa tra il vaso ed il muro.
- È la prima volta, per quanto io mi sappia, che si trovano queste piramidi in
rapporto ben determinato con altri oggetti. Ognuna di esse, come si è detto, corrisponde
ad un vaso cinerario, mentre la piramidetta di pietra, lasciata nel mezzo, può se
mal non mi appongo, ricordare il primo sepolto, i cui avanzi furono rimossi dal loculo
per lasciare il posto al nuovo seppellimento.
« Nel vestibolo di una tomba prossima, con quattro loculi interni, fu riconosciuto
nella parete a sinistra di chi entra, un piccolo loculo nel quale non restavano che
ima piramide rozza di pietra, simigliante a quella sopra descritta, ed una ciotola di
terra locale, lavorata a mano. Ed anche qui pare, che la piramide servisse a rappre-
sentare la persona sepolta.
* Le tombe scoperte nel primo filare, furono quattro. Nella prima, che venne
tagliata dalla strada moderna che da Corchiano porta a Vignanello. si trovarono gli
oggetti che seguono: - Un anellino d'oro, a forma di staffa, liscio. Frammenti di un
rhyton di terracotta comune, rappresentante ima testa di donna.
« Nella seconda, che aveva quattro loculi, era sospeso alla parete sud un arj ballos
di bronzo, con un manico rialzato, e sul piano, prossimo alla parete nord, era posto
un candelabro di bronzo, il cui piatto è sostenuto da un puttino grossamente modellato.
Eravi pure una ferula di bronzo, lunga m. 1,00 e dello spessore di m. 0.01 ; ed infisso
tra i due loculi della parete nord, un colatoio di bronzo, a cui erano sospesi due
manichetti.
« Nella terza tomba, a quattro loculi, e col loculo esterno, fu trovato un solo anello
di argento, liscio, entro uno dei loculi inferiori; nel loculo esterno poi, erano le rozze
pietre a forma piramidale, e la ciotoletta sopra ricordata.
- La quarta tomba, aveva a destra il loculo con gli oggetti descritti precedente-
mente ; nella parete sinistra poi due loculi, dai quali provennero gli oggetti che seguono,
senza che si sappia del modo con cui nei loculi stessi fossero distribuiti: - Una piccola
oinochoe, e due colili etrusco-campane, con rozze pitture bianchiccie e slavate; un
piccolo vaso e nove patere dello stile predetto.
- La parete di fondo, da un metro di altezza dal piano tino alla vòlta, era lette-
ralmente coperta da patere di varie dimensioni e da tazze ordinarie, a due manichi,
uno orizzontale, l'altro perpendicolare, sospese per il primo ilei manici anzidetti.
- Nella parete destra poi. n Gl'ordine inferiore erano sospese due oinochoe 'li bronzo;
ed all' apertura della b6cca di ciascuna 'li esse, era collocato un bicchiere pure di
bronzo, di formaquasi cilindrica, il cui collo si restringe e si slabbra ripigliando il diametro
'Iella parte cilindrica, decorato superiormente con ima baccellatura.
- Molti vasi da cuocere e da conserve, di arte rozza e locale, erano poi collocati
nel pavimento.
- Di metalli preziosi non si rinvenne che un anellino di oro; e vi fu pure raccolto
uno scarabeo di corniola, portante incisa la rappresentanza di un cavallo.
- Nel filare opposto, la prima tomba incontrata, o la quinta della nostra serie, fu
quasi intieramente tagliata dalla via moderna di Vignanello. e non conteneva oggetti
di sorta.
- La tomba sesta, prossima alla precedente, conteneva: - Un'urna cineraria, in forma
di pigna, con un coperchio ordinario; due piccole cotili; due vasetti rozzi di arte locale
e senza manico; finalmente un vaso in forma di conca.
«Nella tomba settima, si trovarono due vasi da cuocere, di terra del luogo: una
lampada nera lucida, con rappresentanza di un fallo, frammentata; un alabastron
mancante del collo; un'askos; una patera: e nella vicina tomba ottava, si ebbero due
rotili; due crateri adoperati per vasi cinerari; uno specchio senza graffiti; ed un anello
di argento liscio.
« Queste quattro tombe, dalla quinta all' ottava, hanno tutte due loculi soltanto,
poco inferiori per lunghezza alle pareti laterali ove sono aperti, ed in modo che la
ramerà ha forma quasi quadrata. La nona tomba invece, che è l'ultima, è anch'essa
con due loculi, ma più lunghi, in modo che la camera è rettangolare, ed un poco
più piccola di quelle con quattro loculi dell'opposta fila.
- In questa nona tomba, erano quattro vasetti in forma di pigna e di arte locale ; un
\ aso da cuocere usato come cinerario ; una cotile con figure ; un cantaro ad imitazione
greca; tre skyphoi; un' oinochoe decorata a linee scure; due olpi, ed una ciotoletta rozza.
« Si ebbero inoltre circa cento vasi, i quali non si sa con precisione da quali tombe
l'ossero stati tolti.
« La maggior parte adunque degli oggetti ci riconduce al secolo III avanti l'era
volgare; nondimeno che le tombe fossero state costruite precedentemente, e fossero
quindi state usate per anteriori sepolture, viene confermato anche da ciò. che si tro-
varono non pochi pezzi di bucchero italico ed etrusco. In imo di questi, che ha forma
di scodella, si lesse graffito in giro esteriormente, poco al di sopra del piccolo piede.
l'iscrizione etnisca:
iV*V*fl*JOfH
- In altre tazze si trovano segni di croce e lettere isolate; cioè: FI: A:
Il A ; HA ; 3 : ì ; IH : H ; nei quali segni il eh. Gamurrini riconobbe le iniziali
del nome e del prenome del defunto, come in altri fittili sepolcrali etruschi, che dal
Gamurrini vennero illustrati. Ed è parere del dotto R. Commissario dei Musei e scavi
di Toscana e di Umbria, che iu questa regione falisca l'alfabeto proprio o falisco non
siasi manifestato che nel III secolo av. Cr. ; mentre prima quivi era in uso l'etrusco,
modificato poi dal dominio di Roma e dal commercio della Campania » .
Il sindaco di Corchiano poi riferi, che nel vagliare le terre provenienti da questo
— 156 —
scavo, fu recuperato un orecchino di oro. a globetti ed a rosette finissime, e con esso
tre scarabei.
IX. Allumiere — Nota dell' ispettore eao. barone A. Klitsche de la
Grange.
Nel passato mese di aprile, occorrendomi fare prolungare un tronco di piccola
ferrovia in servizio della miniera Provvidenza, posta al nord-ovest di questo territorio
di Allumiere, ed in pari tempo allargare il piazzale pel deposito del minerale estratto,
mi fu necessità comprendere nel piano dei nuovi lavori la più bassa falda di quella
collina, verso la cui sommità nel settembre 1880, in mezzo a largo strato di terra
grassa e minuzzoli di carboni, si trovarono moltissimi frammenti di vasi della prima
età del ferro (cf. Notizie 1880, ser. 3a, voi. VI, p. 103).
Cominciati tali lavori, apparve qui pure, a 80 cent, dalla superficie, la stessa
terra nera e grassa, frammista a carboni, la quale determinava il più delle volte una
macchia perfettamente circolare, del diametro di circa m. 1,50; come di buche scavate
in suolo argilloso, che da siffatte materie fossero state ricolmate. Ovunque trovaronsi
simili tracce, vi si rinvennero nel mezzo, numerosi frammenti di grandi doli di
argilla tufacea ingubbiata di rosso; altri frammenti di vasi e vaselina del tipo di
Villanova ; e mai sempre con essi una grossa pietra di trachite. artificialmente spianata
da una faccia. Occorre pertanto credere, che quivi fosse un esteso gruppo di tombe
nel dolio, le quali rimasero totalmente schiacciate sotto la spinta di un banco argilloso,
che tende ancora a sdrucciolare lungo i fianchi della collina.
Del resto potrebbesi anche ammettere, che queste tombe fossero state anticamente
violate, poiché non vi si rinvenne alcuna traccia di oggetti metallici. Tra i vari cocci
da me raccolti e conservati, sono degni di nota alcuni frammenti trovati assieme
a rottami di doli. Questi frammenti mostrano, avere appartenuto a grandi dischi di .'iti
a 60 cent, di diametro, formati della solita argilla tufacea, spalmata di rosso all'e-
sterno, e perforati all' ingiro e nel mezzo da una moltiplicata di fori circolari, del
diametro di 3 a 4 centimetri. Uno di tali dischi era circuito a guisa di cesta, da
parete leggermente conica, alta m. 0,10, decorata presso l'orlo da un piccolo cordone
rilevato.
Avverto che frammenti di vasi di simile forma, furono da me trovati anche in
altro luogo di questo territorio. Ebbi avviso, or sono vari anni, che verso la sommitii di
Atonie Rovello, alle cui falde si trovano i sepolcreti della Pozza, in occasione del pian-
tato di un vigneto, dal lato orientale, sul fianco il più scosceso dello stesso monte, era stato
notato alla profondità di un metro e mezzo dalla superficie, un erto strato di carbone
triturato, misto a cocci ed ossami. Recatomi su luogo verificai, che le ossa erano di
pecora, e che una tale congerie, la quale costituiva imo strato inclinato in 45" sotto
l'orizzonte, doveva derivare da rifiuto di pasti, e dallo scarico d'immondizie prove-
nienti da vicine abitazioni della prima età del ferro; il posto preciso delle quali.
sebbene sin qui riuscite vane le mie ricerche, non dispero ancora trovare. E tra siffatta
congerie, insieme a molti cocci di vasi del tipo Villanova. t'accolsi inoltre diversi fram-
menti di dischi perforati, taluni ili granile diametro, altri più piccoli a guisa delle
cosidette torcherei, ossia no supporti di vasi a fondo conico.
— 157 —
X. Tolfa — Rapporto dell'ispettore suddetto.
In contrada denominata le Coste del Marano^ a settentrione del territorio di Tolfa,
in prossimità del sito ove nel marzo 1880 fu trovato il ripostiglio di bronzi arcaici.
(cf. Notizie 1880, ser. 3a, voi. V, p. 373), rinvennesi nello scorso aprile, per mero
caso, una- tomba della prima età del ferro.
Questa tomba, come quelle già ritrovate nel limitrofo territorio di Allumiere,
constava della solita urna di tufo formata di due calotte emisferiche, che racchiudevano
il consueto vaso ossuario graffito a disegno geometrico, ricoperto da ciotola ansata,
capovolta. Al di sopra dell'ossuario, erano tre vasetti accessori; ed internamente sulle
ossa calcinate, una fibula di bronzo ad arco semplice con un piccolo anello infilato
nell'ardiglione, ed uno di quegli attrezzi, pure di bronzo, che il eh. Gozzadini ritiene
per tintinnabuli; vale a dire, una lastrina quadrilunga, perforata da un foro circolare
verso l'estremità, e munita dall'opposto lato di manico, a fili attortigliati, inchiodato e
ribattuto.
Regione I. (Latium et Campania).
XI. Roma — Note del eomm. R. Lanciani, sulle scoperte urbane e
sugli scavi del suburbio e di Ostia.
Regione IV. Sottofondandosi la casa in via Torre de' Conti n. 15 di proprietà
Corteggiaui, è stato ritrovato in suolo di scarico un gruppo marmoreo di buona scultura,
rappresentante le tre Grazie, due di fronte, la terza di schiena. Mancano le tre teste
e tre avanbracci. Il plinto del gruppo è lungo 95 cent. , largo 30 ; l'altezza delle
figure, fino alla frattura del collo, è pure di 95 cent. La profondità dello scavo è di
metri 5.
Sull'estremità della Piazza degli Zingari, dove incomincia la discesa verso la
via Urbana, è stato ritrovato, nel fabbricarsi una nuova casa, un. muro di opera reti-
colata con intonaco a polvere di marmo dipinto a cinabro.
Sull'angolo della via Cavour col vicolo dei Quattro Cantoni, è stato scoperto un
pavimento a mosaico, con ornati a colori vivacissimi in campo bianco.
Nel primo tratto della fogna di via Cavour, fra la via di s. Maria Maggiore e
la piazza dell' Esquilino, è stato ritrovato un frammento di piedistallo marmoreo con
la seguente iscrizione:
SL>
FLORENTTVowTrn Ki
SEX • IVLIO • ARRETIO • FEC
AMICO
INCONPAR ABILI
Regione V. Fondandosi una casa in vicinanza della Chiesa dei ss. Pietro e Mar-
cellino, sono stati ritrovati entro un rnuro di fondamento oltre a cento frammenti di
Classe di scienze morali ecc. — Memorie -Ser. ia, Voi. II. 20
— 158 -
scultura, dei quali non è stata ancora intrapresa la ricostituzione. Dal medesimo muro
proviene il seguente frammento di epitaffio di un equite singolare:
ài ■ AVG • TVR • MAX-
jsvperioris • nat-
\ s-v- axxxi mil-a xii
[/iaximvs-ì-Fa-o-f-c-
Regione VI. Nel disterro generale per le fondamenta del palazzo della Banca
Nazionale, da erigersi nell' isola circoscritta dalle vie Nazionale, de' Serpenti, e Maz-
zarino, sono stati ritrovati alquanti min-i a cortina di mattoni, facenti parte probabil-
mente della domus di Tiberio Giulio Frugi (cf. Bull. coni. VI, 124.). Talune pareti
conservano intonachi dipinti di rozza maniera; ma la fabbrica è stata spogliata e
devastata al punto, ohe i soli oggetti ricuperati in 60 mila metri cubi di scavo sono :
tre anfore assai malconcie, ed un bollo figulino delle fornaci domiziane. Tanto maggior
sorpresa ha quindi recato la scoperta di una statua marmorea, di proporzione assai
maggiore del vero (metri 2,10), alla quale mancano soltanto gli avaubracci. 11 simu-
lacro rappresenta Antiuoo, nel pieno fiore della sua giovanile bellezza, e rassomiglia
al tipo ben noto del Museo Capitolino. La figura è ignuda ; le serve di sostegno un
tronco d'albero, al quale si avviticchia un tralcio di vite. La scultura nondimeno è
assai danneggiata, per essere stata lungamente esposta all'azione dell'acqua, e per aver
poi perduta la superficie liscia, a causa di ima ripulitura a cui fu malamente sotto-
posta iu antico. I guasti cagionati dall' acqua sono più visibili nella parte inferiore,
essendo bucherellate le gambe ed il tronco a cui la figura si appoggia. La statua è
stata rinvenuta in piedi, ben equilibrata, ma posata sopra uno strato di rottami, all'al-
tezza di un metro e mezzo sul pavimento della camera ; il che significa che il trasporto
in questo luogo del simulacro, è avvenuto quando l'edificio era già caduto in rovina.
Nell'area già di villa Ludovisi, ed a breve distanza dal casino dell' Aurora, essendo
stata demolita una piccola fabbrica già denominata « Coffeehouse », si è riconosciuto come
le servisse di fondamento un antico ninfeo-piscina, costruito in ottima cortina di
mattoni. Il ninfeo ha la forma semicircolare, e misura nel diametro met. 14,80. E
diviso in tre scomparti, per mezzo di due file di archi e pilastri. Gli archi hanno
mei 1,47 di luce: i pilastri sono grossi 59 cent., e larghi un metro.
Tutta la zona della villa che si avvicina alla porta Pinciana, è densamente fabbri-
cata ; l'opera dei muraglioni ù la reticolata, senza mistura di laterizio. Tutta la regione
nondimeno è stata così accuratamente spogliata d'ogni cosa, che in un movimento di
terra di circa 150,000 metri cubi, non si è raccolto nemmeno un bollo di mattone.
Nella villetta già Strozzi, in via Viminale, alla profondità di circa tre metri è
stato trovato un pavimento di antica strada. Simile scoperta ha avuto luogo sotto la
casa, che fa angolo fra la via Nazionale e quella delle Quattro Fontane.
Regione Vili. Costruendosi le fondamenta per una nuova ala del palazzo della
prefettura, già Valentini, sull'area del tempio dedicato a Traiano dal suo successore,
si ò scoperto un terzo rocchio di colonna, appartenente al peristilio del tempio stesso.
Il diametro è di met. 1.80: la qualità del marmo è il granito bigio con vene di
— 159 —
calcedonia: la profondità sotto il piano del cortile Valentini mot. 5,10. 11 rocchio è
informe, ed è stato perciò lasciato sotterra.
Gli altri due rocchi furono scoperti, come è noto, nel 1809, ed acquistati per
conto dello Stato dai proprietari di allora.
Regione IX. Costruendosi ima chiavica nelle vie del Malpasso e del Pellegrino,
è stato ritrovato il selciato di ima antica strada, alla profondità di cinque metri sotto
il livello moderno. Un metro sopra al descritto, corre un secondo pavimento, i poligoni
del quale sono per la massima parte sconvolti.
Nell'interno del palazzo Strozzi, sono stati ritrovati robusti muraglioni di un grande
edificio pubblico, simili in tutto a quelli delle Terme di Agrippa. È notevole, fra gli
altri avanzi, un pilastro costruito a grandi blocchi di travertino, ed un arcone formato
con mattoni cimeati, alti sessanta cent.
Regione XIV. Demolendosi la rampa di accesso al ponte Cestio-Graziano, dalla
parte dell'isola di s. Bartolomeo, si è riconosciuto che i muraglioni paralleli, onde è
costruita la rampa stessa, furono risarciti nell'anno 370 con travertini tolti dal vicino
teatro di Marcello. Si è medesimamente riconosciuto, che le fondamenta a sacco furono
murate con iscaglie di marmi scritti e figurati. Il frammento epigrafico che segue, è
il più notevole, ed il meno lacero fra quelli ricuperati sino ad oggi :
^AhS 0.12
/AE • TR/ 0,09
IMT • MAX 1 K. ì 0,07
/ERI • ET • PVEI* lae 0,06
D EIVSCl\
TE • PLEBL
)VIDEN1
////'///
Lungo la sponda di Marmorata, è stato tratto fuori dalle acque del fiume un blocco
di portasanta, di met. 0,59 X 0,55 X 0,40 con la marca di cava : in lettere assai belle,
la 4a delle quali può essere una G:
Iancanclxxxv
Prati di Castello. Sulla linea del prolungamento di via Reale, nel tratto com-
preso fra le porte Castello ed Angelica, alla profondità di circa due metri, ed in
suolo non fabbricato, è stato scoperto un lastrone enorme di travertino, lungo met. 3,32,
largo met. 1,27, grosso met. 0,35, e squadrato regolarmente.
Poco oltre il primo chilometro della via Angelica, risarcendosi un casino di vigna
per uso delle Guardie Daziarie, è stata ritrovata l'iscrizione C I. L. voi. VI, n. 419,
insieme ad alcuni frammenti di scultura figurata di niun valore.
Via Latina. Facendosi dei nuovi scassati nella vigna Senni, in contrada Ciampino,
sono state scoperte fistole plumblee, sulle quali è impressa 1' epigrafe seguente trascritta
dal eh. prof. Tomassetti :
PVB ■ DECIMIENSIVM
///////////////ENSIVM
— 160
Via Nomentaaa. Continuando gli scavi per la costruzione di nuove case nell'area
già Patrizi, è stato scoperto, alla profondità di oltre a 6 metri, il pavimento di una
strada che taglia la odierna di s. Agnese, sotto un angolo di circa venti gradi.
Sul fianco di questa strada, è stata riconosciuta una parete di sepolcro in opera qua-
drata, presso la quale stavano murate le lapidi seguenti, incise in macigni di travertino ,
a lettere rubricate:
P-RABIRI PL-NICIAE
a) P • RABIRI PO-L- ISTONI
P-RABIRI PL-HILAR
IN F-P-XVI IN
A C • P • XIIX
RABIRIAE SYNH
P • RABIRI • P ■ L ■ NIG
V) P-RABIRI-P-ETO-LISTon
P • RABIRIAE • D L ■ SYMFE
P- RABIRI HILARGVR
IN • F • P • XVI- IN
AC • P • XIIX ■
L ■ SCRIBONIVS
L-L-COMMVNIS
IN • FR • P ■ XV
IN-AGRPXIIX
P • RABIRI ■ O •
e) L-APOLLONI (/)
P ■ RABIRI • P • L
DAMAE
IN-FRP-XIIX
IN -AG- P- XIIX
Via Pinciana. Nei terreni di proprietà Ferri, posti tra la Pinciana e la Salaria, è
stata scoperta la fronte di un sepolcro costruito di travertini, lungo la quale stanno
confitti nel suolo tre cippi di travertino, alti met. 1,50 e scritti a questo modo:
P ■ AQVILLIVS • P • L • ZOPYRv P-AQVILLIVSP- L
IN FRPXII • IN AGRPXX ZOP YRVS
IN FRP XIIIN AGRPXX
P- AQVILLIVS • P • L
ZOPYRVS
IN FRP-XII-IN AGRP-XX
Alla de tra di questo sepolcro, e fronteggiaute lo stesso diverticolo, che non è
selciato ma inghiaiato, si viene scoprendo l'angolo di un altro edificio sepolcrale, in
cui sta murata la seguente iscrizione terminale:
IN • FR • P • XVIII
IN- AGR-P-XXl
Nei lavori di sterro per il nuovo viale dei Parioli. è stato scoperto un cippo
di travertino, che yurta incise le seguenti lettere di forma rozzissima :
• P • ,S'VO/V
■ L • F- SER
IN F R O N
P XXIII
IN A C R V
P XXIII,
— 161 —
Via Portuense. A circa 200 metri fuori della porta Portesi', ed a pochi centimetri
di profondità sotto la via moderna, si è ritrovato l'angolo di un antico granaio, con
molti doli, alti in media met. 1,30, e tutti rammendati con croci di piombo.
Al bivio della Portuense moderna col vicolo di Pietra Papa, è stato scoperto il
selciato della via antica, alla profondità di 80 centimetri.
Nella tenuta di Porto, lungo il tratto della strada comunale per Fiumicino, che
costeggia la darsena di Traiano, sono avvenute le scoperte seguenti:
Presso il casino Torbida, fu rimessa in luce una colonna grezza di marmo bianco,
lunga met. 4,1(1; e fra il casino Torlonia e 1' « Arco di Nostra Donna », si riconobbero
circa trenta pareti parellele di horrea o magazzini, costruiti di reticolato con fascie
e spigoli a cortina. Lungo il lato meridionale dell'esagono di Traiano, riapparve un
pavimento di strada antica, la quale prosegue poi in direzione dell'Episcopio. Presso
il bivio della strada di Fiumicino con quella che mena all'Episcopio, si videro bellissimi
avanzi di antiche fabbriche, che sembrano differire dal consueto tipo dei magazzini por-
tuensi, ed un rnuro costruito con statue e piedistalli spezzati ; fra i quali ultimi, un
frammento con le sigle iSONON a lettere del secolo IV. Presso il cancello d'ingresso
al Camposanto di Fiumicino, si trovò ima colonna marmorea grezza alta met. 1,30, e
coperta da questa iscrizione greca:
AIIHAIGJHerAAOJ
CHI, \niAIKAITOIC
CY////M A O I C 0 e O I c
TC'AieeOcpIAeCTATON
Ufi IONI 11 A YP
CAI///// TT laJNTTAAAIC-RC
TTAPAAOZOCCYNTCO
T7ATPI 11 AYP AH HTPIOJ
TU. i I PnOKP A///I CO N I
BO \6YTHTHCAAll
nPOTATHCTTOAetOC
TGJNAAGZANAPeCON
€YZAlieNOIKAI6Y
TYXONTeCANÉOHKA
Il É N € TT A T A 0 CO
Sotto la colonna è incisa una corona agonistica oblunga, nella quale è scritto a
minute lettere:
x P Y
CAN
GINA
A sinistra della corona è incisa una grande palma.
Presso il nominato cancello del Camposanto, si è ritrovato il pavimento di una
grande strada, larga 7 metri, la quale corre parallela al canale di comunicazione, fra la
darsena Traiana e la « fossa » del medesimo imperatore (ora canale di Fiumicino).
Quanto ad oggetti mobili minuti, ho vedute alcune monete, e lucerne con importanti
vignette (specialmente cristiane); un fondo di tazza finissima, con la protome
dell' Oceano : una forma per lavori di stucco, rappresentante un coniglio che mangia un
grappolo: un rocchio di cristallo di monte.
162 —
Via Salaria. Nella villa del cav. Bertone, sono stati scoperti alcuni cassettoni
di muro, ricoperti da lastre, due delle quali contenenti le iscrizioni che seguono:
D
AMANDO • FIL-
COMSE ■ FECIT
CORNELIÀE
LIBÀDI
C-CORNSYMPHOR
VXSORl • B • M ■
/
M
a) D ■ M- b)
C • N IGI DIO •
C • F • 1VLIANO-
AVG • PR ■ MIL •
CÓTT' VII • PR • 7 •
APPI • MIL • ANN ■
VI • VIX • ANN • XXV •
P • AELIVS • IVLIANV
HA-BMF-C-
XII. Ostia — La campagna di scavo 1885-1886, incominciata il giorno 30 novem-
bre, è stata condotta a termine col giorno 8 maggio. In questo breve periodo, con
n. 1990 opere di manovali, e con n. 600 opere di carri ad un cavallo, sono stati scavati
11952,66 metri cubi di terra, e scoperti 4818 metri quadrati dell'antica città. Scopo
dei lavori era quello, di congiungere il gruppo del Teatro col gruppo del tempio di
Vulcano, distanti l'uno dall'altro 202 metri. L'intervallo fra scavo e scavo è ora ridotto
a 103 metri, e sparirà del tutto nella prossima campagna 1886-1887. Gli edifici
scoperti nel corso degli ultimi scavi, procedendo in ordine da est verso ovest, ossia
dal Teatro verso il tempio, sono:
A. Una domas signorile, forse di L. Apuleio Marcello,
B. Un mitréo annesso, come sembra, all'anzidetta domus,
C. Quattro tempietti tetrastili, eretti su d'una platea continua.
D. Uno stabilimento industriale incerto,
E. Una piazza ed una strada,
F. La piscina pubblica (?) antichissima, convertita in granaio sotto l'impero.
Il gruppo A, B, C, il più importante fra tutti, è delineato in questa piantina
dimostrativa.
/, C
"o
o
— Hi;] —
A.) Ho dotto che la domus può avere appartenuto ad un L. Apuleio Marcello.
La suppostone è fondata sulla scoperta di uu tubo di piombo, che si dirige verso la
casa, e che porta l'epigrafe:
L APVLEI MARCELLI A FABI DIOGENIS
Il tubo era consorziale, a meno che Aulo Fabio Diogene non debba ritenersi come
un successore di Apuleio, nella proprietà del fondo. La fronte dell'edificio sulla pubblica
via è di met. 12,00. La porta d'ingresso è fiancheggiata da una bottega, alla quale
dovea essere annessa una stanza al primo piano : poiché la scaletta a non comunica con
l'interno della casa, ma sbocca direttamente nella strada.
Il prothyrum b tiene a dr. una stanzuola forse pel portiere, sulla sin. una stanza
tramezzata, che doveva forse servire di officio pel padrone di casa, il quale per molti
indizi raccolti, esercitò forse la lucrosa professione di mercator frumentarius all'in-
grosso. Sull'intonaco si leggono alquante date, e conteggi e appunti seguati con tante
astiociuole parallele, tagliate a sbieco da una linea transversale. Segue l'atrio e, il cui
portichetto octastilo rinchiude l'impluvio d, con elegante bacino rettangolo di fontana.
Elegante pure è il chiusinetto marmoreo, pei trafori del quale si smaltivano le acque
pluviali e gli stillicidi del tetto. L'intero atrio ha pavimento a musaico fino, mono-
cromo con fascioni grigi. Il pavimento del tablino e si è trovato mancante: doveva
essere di mosaico a colori. Il pavimento del cubicolo f è pure di mosaico a chiaro
scuro, ed esprime una quadriga vittoriosa nelle prove del circo, con l'auriga che
scuote in alto la palma della vittoria. Sul bordo del quadretto si leggono le lettere :
M V
\U- COL otiiaì
La stanzuola g contiene lo sterquilinio : i cubicoli h h hanno pareti dipinte d'affresco,
di maniera assai mediocre : il pavimento della stanza i, di mosaico bianco-nero, rap-
presenta un grande disco squamato con la testa gorgonica nel centro: il pavimento
della stanza k rappresenta naiadi sul dorso di vitelli marini. La cucina l è divisa dal
restante appartamento, per mezzo di una fontanella-ninfeo, che doveva essere decorata
di smalti e di conchiglie.
B) Dalla cucina /, per mezzo di una scaletta e di un passaggio angusto e
tortuoso, si entra nel mitrèo B, lungo m. 10,59, largo m. 4,56, uno dei più conservati
ed importanti mitrèi ch'io abbia visto, o.dei quali io abbia avuto notizia. La sua spe-
cialità è quella di essere interamente coperto di mosaici, nel pavimento, nei banchi o
sedili, e nelle pareti. La disposizione delle varie figure e dei vari simboli, tutte a color
nero in campo bianco e di ottimo disegno, può meglio riconoscersi in questa pianta :
A solistizio estivo
B solistizio iemale
C Venero
D Marte
E Saturno
V 'nove
<J Mercurio
H Luna
a-b sedili
— 164 —
Nel pavimento sono disegnate sette porte, corrispondenti ai sette gradi di inizia-
zione (C'orai, Crypliius, Perses, Leo, Heliodromos, Pater, Pater Patrum) ed un pugnale,
l'arma cioè del Mitra taurottono. A sinistra della porta d'ingresso, e fra questa e la
prima porta mistica, v' è un pozzuolo irregolarmente scavato nel pavimento, che io
credo destinato per il battesimo degli adepti. Nelle due testate dei sedili, a bJ di fronte
all'ingresso, si veggono le figure dei due geni lampadofori A B, uno dei quali (quello
del solstizio estivo) reca un corvo nella sinistra. Sulla fronte dei sedili, sono delineate
le figure dei sei pianeti nell'ordine seguente, girando da sinistra a destra : la Luna,
Mercurio, Giove, Saturno, Marte e Venere. Nel piano dei sedili, sono rappresentate
le dodici costellazioni, però senz' ordine, ossia contro la normale successione dei mesi
e delle stagioni. Ogni simbolo è accompagnato da una grande stella.
Sono queste le caratteristiche principali del mitreo, scavato, credo, al tempo di
Pio VI, allorquando (e dobbiamo esserne grati a questi primi esploratori) si ebbe
cura di non recar danno ai mosaici ed alla fabbrica stessa. Portarono via nondimeno
tutti gli oggetti mollili, e tutta la mistica suppellettile del santuario che doveva essere
ricchissima.
C) Dei quattro tempietti tetrastili, eretti su d'una platea continua, e convertiti
ad altro uso in epoca assai recente, non posso dir molto, perchè i danni da loro sofferti
nella trasformazione sono troppo gravi.
La platea, o podio sul quale sorgono le quattro celle, è d'opera incerta, ed è
coronata da cornice a grandi blocchi di tufa. Di tufa pure erano in origine le pareti
delle celle e le sei colonne di ciascun pronao, coronate da capitelli ionici, ed intonacate
di stucco dipinto, furono successivamente restaurate con mattoni tagliati a segmento
di circolo. Le soglie delle celle sono di travertino : il vano interno misura m. 5,45
in lunghezza, m. 5,80 in larghezza. L'intercapedine fra tempietto e tempietto varia da
m. 1,86 a m. 3,65.
Nella prima cella verso oriente, fu trovata l'ara di marmo con pulvini, simpulo,
e patera, con l'iscrizione dedicatoria a Venere, secondo fu riferito nelle Notizie dello
scorso aprile (pag. 127).
Nel pavimento dell' ultima Mia verso occidente, v' è una iscrizione, a mosaico
nero in campo bianco, lunga m. 2,52. alta m. 1,15, danneggiata in molti punti.
Le lettere sono di forma eccellente.
Xrtilivscf-
(ens-itercfabivì
a tf/^tivs • a • l • aris^
VTI-L-DAMA-M-FAr
Ì/S-T-L- APOLLO NI/'
(VNDV Mr-
/A-Atp-Ly (I^N T R A
^\C I T
D) L' edificio che fa seguito alla casa ed ai quattro tempietti sopradescritti.
\ erso occidente, sembra essere stato adibito per uso industriale, probabilmente per concili
— 165 —
di polli. Ciò deduco primieramente dal numero delle vasche e dei bacini, che si ritro-
vano in molti ambienti : secondariamente dalla grandezza degli ambienti stessi : in terzo
luogo della circostanza che alcuni vani hanno pavimento e pentagoni di lava, come
le strade ed i cortili.
E) Dinanzi ai quattro tempietti ed al fabbricato ora descritto, si apre una piazza
vastissima, la quale (come tutte le piazze ostiensi) non fu mai lastricata, ma messa
a terriccio e ghiaia. Una particolarità degna di osservazione si è, che la piazza non
è molto antica : fu aperta verso la metà o la fine del primo secolo dell'impero, mediante
la demolizione di un' isola di fabbriche repubblicane, delle quali si veggono le traccie
in opera reticolata incerta, e di tufi a fior di terra, ossia al piano di copertura delle
chiaviche dell'era imperiale.
P) La piscina pubblica, l'iscrizione che ad essa si riferisce, ed i granai costruiti
al tempo dell'impero nell'interno della piscina stessa, sono stati descritti nelle Notizie
dello scorso anno 1885, ser. 4a, voi. I, p. 704. Anche qui v' è una particolarità da notare,
ed è che mentre i muri a cortina si mantengono intatti, quelli costruiti in opera qua-
drata di tufi sono stati smantellati fin quasi al piano del suolo. Lo smantellamenti
è avvenuto quando fu costruito il * Casone del sale » , dove alloggiano il custode degli
scavi e gì' ingegneri del Ministero.
Tutta la parte inferiore dei muri del « Casone » è fabbricata con tufi, assoluta-
mente identici nelle misure, nel colore e nella grana a quelli della piscina pubblica.
Gli oggetti raccolti nel corso degli scavi (in terreno già esplorato, come si è
potuto riconoscere da parecchi indizi sicuri) sono i seguenti: Monete di bronzo di
vario modulo 372 - frammenti di bronzo vari 133 - aghi crinali, spilli, stili di osso
70 - anelli di metallo 9, dei quali cinque con castone - pesi di metallo 3 - lucerne
di terracotta, alcune delle quali bellissime 28 - vasi di terracotta 3 - frammenti di
scultura in marmo 14 - teste di statue in marmo 4 - antefisse e fregi fittili 19 - bolli
figulini 9 - tazza di rosso antico 1 - cornice di edicola in bronzo - fusto di candelabro
in bronzo - figurine di bronzo 2 - fistola aquaria scritta m. 1. 2,77 - piedistalli di
statue con iscrizioni importanti 7 - iscrizioni e frammenti in lastra marmorea 27.
Si ebbero inoltre questi altri frammenti epigrafici :
a) ,/XK
ponfilF- CERt'/'/s ?
d) pontfiF-VOVKani
\NI
') [PP>
AR CV1
gTiavgv\
Sui mattoni di un pilastro nei granai si lesse il graffito:
Vll-D
vinKD
xV
XVIIIKI
XVIIIKI
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II.
21
— 166 —
XIII. Pompei — Reiasione del prof. A. Sogliano.
a) Descrizione topografica degli scavi eseguiti nel trimestre gennaio-marzo 1886.
In questo tempo si è compiuto il disterro della casa detta di Giuseppe II
(Rog. Vili, is. 2a, n. 39), il cui piano superiore è stato già descritto {Notizie 1885,
ser. 4a, voi. I, p. 709 e segg.).
Dal pianerottolo / (v. pianta preced.) si discende per la scaletta g, fatta di 28 sca-
lini ben conservati di pietra vesuviana e divisa in tre branche, nel piano sottoposto.
L'adito, come la branca superiore di questa scalinata, era munito di parapetto di legno;
e la branca inferiore col pianerottolo e il corridoio «, col quale infila , sono coperti
di vòlta. A sin. accanto ai primi scalini di questa ultima branca, trovasi l'ingresso alla
rustica cella /?, con finestrino sul detto braccio della scaletta, e comunicante per un
vano, poscia murato dagli antichi stessi, con un'altra rozza cella y, ove tornò a luce
un focolare moderno, che è stato demolito. Ambedue queste località sono coperte di
vòlta a botte, e rivestite di rustico intonaco ; e nella seconda y. poiché fu murato il
vano di comunicazione con la prima /?, si rientrava per un vano praticato nella pa-
rete sud, che si apriva su di un pianerottolo o ammezzato, ora sprofondato, sovrap-
posto alla scaletta ),. e che comunicava con altro ammezzato sovrastante alla località r.
Appiè' della detta scalinata s, a dr., s'incontra l'adito di uu secondo corridoio J.
— 167 —
murato nella estremità opposta e coverto di vòlta. Poco chiaro è lo scopo di questo lungo
corridoio, che non mena ad alcuna località: forse poteva dare accesso, per mezzo di
scalette di legno, a due ammezzati, che sovrapposti alle stanze x )., hanno ciascuno
mi vano nel medesimo corridoio, all'altezza di circa m. 3,20 dal suolo. Il corridoio «
poi contiene a sin. gli aditi di due celle s , £, coperte di vòlta e rischiarate da feri-
toie; e riuscendo in capo alla scaletta *,, per la quale si discende al bagno privato,
sito nel piano inferiore, mona nell'ampia località 0, già coperta di vòlta e illuminala
da due finestre, che fiancheggiano il largo vano di accesso alla terrazza £. Accanto
alla finestra a dr., è addossato all'angolo un pogginolo di fabbrica con un vaso di ter-
racotta infìssovi. In questa località trovasi sul lato nord la stanza i (forse xm' exedra),
già coperta di vòlta a botte e situata fra le due piccole stanze anche a vòlta x , X ,
delle quali quella a dr. (x) comunica anche col detto corridoio «, proprio di rincon-
tro alla scaletta del bagno ; e l'altra a sin. (A) sta pure in comunicazione con la
stanza i. Sovrapposti alla vòlta di queste stanzette laterali erano gli ammezzati, acces-
sibili forse dal corridoio ò, che trovasi alle spalle. Sul lato ovest della detta loca-
lità 0, s' incontra 1' adito del salone a vòlta fi (probabilmente triclinio), illuminato
da finestra prospiciente sulla terrazza ; e sul lato opposto evvi la stanza v, che rice-
veva anch'essa luce da una finestra sulla terrazza, e la cui parete orientale è munita
di una controparete, della quale non intendo lo scopo. Sovrastava a questa stanza un
ammezzato, alle cui spalle si trova, quasi a livello del Foro triangolare, la vasca di
fabbrica o, forse im lavatoio.
Della decorazione di questo gruppo di stanze non resta, che qualche tratto qua
e là del tutto insignificante.
Dalla località 0 si discende per due scalini nella terrazza i" sovrapposta al bagno,
e dal cui suolo sporgono tre sfiatatoi del bagno medesimo, lìmo in forma cilindrica,
l'altro in forma conica, e il terzo a cono tronco, formati di un tubo di terracotta rive-
stito di fabbrica. È a notare che i pilastri del largo vano di accesso alla terrazza, sono
esternamente rafforzati da due altri pilastri.
La scaletta 17, per la quale si discende al bagno, era anch'essa difesa da para-
petto di legno, ed è fornata di 11 scalini di lava in due branche. Essa mena nel
corridoio n , coperto in parte di vòlta piana e in parte di vòlta a botte, rischiarato
da una feritoia nel punto d'incontro delle due vòlte, e fortemente inclinato, con uno
scalino sul limitare, un secondo nel mezzo, e tre nella estremità opposta. Nel suo pro-
lungamento trovasi a sin. Yapotheca q, anche rischiarata da feritoia. Per questo cor-
ridoio si perviene nel forno a, che serviva anche a somministrare il calorico al bagno
adiacente. Del forno propriamente detto non resta che il suolo ; e la località che lo
contiene, è illuminata da due finestrini nella parete sud, e da mi terzo nella parete
est, al di sopra del forno, accosto al quale è praticato in questa medesima parete un
piccolo vano di comimicazione con la campagna. Sul muro esterno accanto a questa
uscita, è dipinto il solito serpente agatodemone, che si accosta all'ara per divorar le
offerte. Nella località del forno si trovano inoltre, ima vasca di fabbrica addossata al-
l'angolo sud-est, la base circolare e concava di una mola nel mezzo, e nella parete
occidentale l'apertura quadrata (gr. m. 0,502), per la quale i prodotti della combustione
entravano a riscaldare il bagno. Sul lato nord , accanto al forno, s'incontra l'ingresso
— 1(38 —
ad arco al panificium r, coperto di vòlta e rischiarato da feritoia, con due pogginoli
di fabbrica per sostegno della tavola, su cui si manipolava il pane. A dr. del detto
corridoio n , sul lato ovest, montando due scalini, si entra per un vano ad arco nel
passaggio v coperto di volta, che menava al bagno e propriamente nel piccolo tepi-
dario cp, formato di una stanzetta a vòlta, illuminata da feritoia nella parete sud, con
pavimento di musaico bianco, e con le pareti dipinte a fondo giallo. A sin., cioè ad
oriente, trovasi il caldano % anche a vòlta, con pavimento a mosaico, di cui rimane
qualche avanzo , e con decorazione a fondo rosso : nella parete sud è praticata ima
nicchia semicircolare (corrispondente alla schola labri delle pubbliche terme), con fine-
strino rotondo, munito forse d'inferriata. Poiché non vi appare alcuna traccia di con-
troparete, e il pavimento non poggia sulle suspensurae, è da ritenere che questo bagno
nel primo scavo sia stato non poco deturpato , come si rileva non solo dal moderno
masso di fabbrica sostituito alle suspcnsiirae, ma eziandio da molti restauri nelle pa-
reti delle località adiacenti. E forti restami presenta anche il pavimento del frigida-
rio ìp, situato ad occidente del tepidario, e nel quale si discende per due scalini. Esso
ha la solita forma circolare, con volta a cupola, nel cui centro è uno degli sfiatatoi
menzionati, ed è appena rischiarato da ima saettiera. Nella parete sono cavate le quattro
scholae, che all'altezza di m. 0,38 dal suolo hanno lateralmente degl'incastri per
sedili di legno.
Non posso chiudere la descrizione di questa casa, senza notare che nella pianta
di Pompei eseguita dal Bibent, è segnata come appartenente alla detta casa una grande
località, la quale non ha potuto assolutamente esistere, per la semplice ragione che
il sito ove è posta, fu lasciato allora inesplorato ; e dato anche fosse stato esplorato,
ora non vi appare il minimo indizio dell'esistenza di una località. Essa dovea trovarsi
nell'angolo B, formato dal muro di cinta sottoposto al tempio greco, e dall'avancorpo
contenente il descritto bagno della casa di Giuseppe il.
Lungo il lato orientale di questa medesima Isola, fra il muro della casa detta di Giu-
seppe II e il muro occidentale del Forò triangolare corre il canale A, elio sbocca al-
l'esterno sulla fronte meridionale dell'Isola, passando al di sotto della vasca o, già men-
zionata e posta sulla estremità sud del canale. Accanto a questa vasca, sull'orlo del
muro di cinta fondato sulla scoria, sono incastrati quattro lastroni di tufo di Nocera,
sulla cui superficie si osservano dei buchi per qualche parapetto.
Finalmente, essendosi rimessi tutti a luce i pezzi architettonici rinvenuti presso
l'angolo B, e dei quali feci menzione nel mio rapporto di febbraio scorso (cfr. Notizie
1886, p. 59), sono in grado di poter riferire intorno ad essi. Consistono in tronchi di
colonne, in due pezzi di antae, e in parecchi pezzi di epistilio, il tutto di tufo nucerino,
se si eccettua un piccolo avanzo di colonna laterizia. I tronchi di colonne scanalate di
tufo sono quattro, di diverso diametro, e un solo è di colonna dorica, avendo le sca-
nalature con spigoli vivi, mentre negli altri tre le scanalature sono separate da listelli.
I due pezzi di antae finiscono a mezza colonna dorica ; e i parecchi pezzi di episti-
lio, le cui modanature sono identiche a quelle dell'epistilio del Foro triangolare, mo-
strano chiaramente che erano in lavorazione al tempo della catastrofe. Di essi il pezzo
più considerevole, con il solo architrave e il fregio (triglifi e metopi). misura m. 1,70
di lunghezza e m. 0,84 di altezza.
— 160 —
/>) Trovamenti fatti nel maggio 1886.
Continuandosi il disterro della casa n. 28 della medesima Isola e Regione, in
una stanza che è a sin. della l'ance, e dalla quale si discende in un sotteraneo, si rin-
vennero il giorno 7 due piedi di bronzo, ben modellati, di grandezza naturale, e ap-
partenenti a qualche statua giovanile (lnng. ni. 0,10). Sono infissi su basetta rettan-
golare marmorea, della grandezza di m. 0,48 X 0,32. Vi si raccolsero inoltre n. 791/-.
globetti di ambra di varia grandezza; sei globetti rotondi di corniola; sei altri glo-
betti di cristallo di rocca, in l'orma di pera, infilati da un filo di bronzo : un pic-
colo frammento di bronzo con tracce di doratura; tre piccoli listelli di agata, e final-
mente parecchi pezzi di avorio, lavorati a bulino , forse appartenenti a qualche
mobile, fra i quali nove borchie di diverso diametro, da cent. 8 a cent. 3, e dodici
pezzi cilindrici finieuti a campana, di diversa altezza da cent. 8 a cent. 4.
Sistemandosi la scarpa delle terre sul lato orientale della via dei sepolcri, dalla
tomba n. 5 (cfr. Fiorelli, Descr. l'omp. p. 414) venne fuori il 1 maggio una lastra
marmorea (1. m. 0,38. alt. mass. 0,17) con la seguente epigrafe:
N -CVRTIVS- N- F
SPVRIANVS ■ FRATER
Da ultimo il giorno 24, dagli operai della nettezza, fu raccolta una monetina di
bronzo ossidata.
Regione IV. {Samnium et Sabina)
XIV. Chieti — Il eh. sig. prof. Biagio Lanzellotti, membro della Commissione
conservatrice dei monumenti nella provincia di Chieti, riferì che a breve distanza
dalla collina ove siede la città, e propriamente presso l'acquedotto provinciale, non molto
lungi dalla chiesetta di s. Maria Calvona, si scoprì un titolo funebre, in pietra dei
monti vicini, lungo m. 1,20, largo m. 0,28, e profondo m. 0,50 con incavo rettangolare
nella parte inferiore, ed un buco presso l'angolo inferiore del lato sinistro. Forse un
buco simile, per dove passavano i grossi chiodi che servivano a tenere ferma la lapide
sopra la porta della tomba, sarà stato praticato anche dal lato destro, ove la pietra è
rotta. L'iscrizione, copiata dal prof. Lanzellotti, che ne trasmise anche il calco, incisa
in bei caratteri che hanno nel primo verso l'altezza di circa m. 0,10, merita speciale
riguardo per la forma strana con cui fu scolpito 1' ultimo verso, e dice :
J
clvsivsceT-ivniae l-s I
sibi-eT lvsiae c- eT- ivniae l- OECV]\(
CONIVGIBVSSVIS-VIVOS-FEj sic
XV. MigliailicO — Dal territorio di questo comune, ove fu rinvenuta la lapide
latina edita nelle Noi. del 1877, ser. 3a, voi. I, p. 180 (cf. C. I. L. IX, n. 3041), e donde
provenne il suggello di bronzo CN -STATILI |CELADI (ib. n. 6083, 140), nell'aprile
del corrente anno il prof. Camillo Macchia ebbe, per mezzo di un contadino alcuni
oggetti di suppellettile funi lire, che furono descritti nel modo che segue dallo stesso
— 170 —
prof. Biagio Lauzellotti, senza che si potessero raccogliere maggiori notizie sulle circo-
stanze che ne accompagnarono il rinvenimento.
« Elmo di rame semplice, alto m. 0,20, e del maggiore diametro di m. 0,23 circa.
« Rottami di lorica di bronzo, e due uncinetti dello stesso metallo, di graziosa
forma e con ornati a graffito, usati per fermaglio.
« Parecchie cuspidi di lancia in ferro, di varia forma e grandezza.
« Patera di bronzo del diam. di m. 0,24, liscia, con due chiodi ribaditi interna-
mente, i quali accennano al manico che doveva esservi attaccato.
« Piccola caldaia di bronzo, a ventre rigonfio, del diametro massimo di m. 0,37,
con due eli iodi ribaditi al di qua ed al di là della bocca, i quali fermavano due orec-
chie di ferro, ove si attaccava il manico pure di ferro , conservato solo in piccoli
frammenti ».
XVI. Rocca Cinquemiglia (frazione del comune di Castel di Sangro) —
L'ispettore prof. A. de Nino fece un'escursione in questo piccolo paese, le cui notizie
storiche non rimontano al di là dei tempi di mezzo, ed il cui territorio, per quanto
riguarda i tempi più antichi, sapevasi soltanto aver restituito alla luce alcune lapidi
latine. Il paesello sorge a poca distanza da Castel di Sangro, verso il nord, e nella
valle del Sangro, non molto lungi dalla via che da Sulmona pel piano delle Cinque
miglia conduce ad Isernia ; uè deve essere confuso colla chiesa intitolata Madonna
del Carmine delle cinque miglia, tra Rocca Pia e Revisondoli, al quale sito, secondo
la carta annessa al voi. IX del C. I. L. si dovrebbero ascrivere le scoperte epigrafiche
sopra accennate, mentre nella carta stessa non è segnato Rocca Cinquemiglia, dove in
fatto le epigrafi riprodotte nei num. 2795, 2796, 2797, 2808 si conservano, quantun-
que delle due prime sia oggi rimasto meno ancora di quanto il eh. Dressel potè co-
piare. Ora le ricerche fatte dal de Nino ci riconducono ad età anche più remota.
Nel soprastante colle, detto Selva del monaco, pel quale nella carta dello Stato
Maggiore è indicata l'altezza di 1040 metri, riconobbe egli i resti di una stazione
antichissima. Girava intorno al colle una cinta di mura ciclopiche ; e se ne rico-
noscono ancora notevoli avanzi. Nell'interno della cerchia corre una strada comoda. Più
su è una nuda scogliera. Per quella strada interna, che l'ispettore percorse unitamente
al bravo agronomo sig. Pietro d'Achille, raccolse frammenti di tegoloni, di anfore e
ili grossi vasi, oggetti che ricondurrebbero fino all'età romana.
Più giù verso il Sangro, alla sinistra, sul colle di s. Maria di rocca cinquemiglia,
dove nel medio evo fu eretta una chiesa, i cui avanzi servirono di nucleo ad una casa
rurale del sig. Giuseppe d'Achille, estendevasi il sepolcreto. Quivi in fatti si trovarono
le lapidi latine di Primilla, di Pallia, e le altre sopra ricordate. Quivi pure si
rinvenne un pezzo di mattone, posseduto dallo stesso sig. d'Achille, in cui è in ret-
tangolo il bollo:
NVM
^VSCI
simile al bollo aufidenate edito dal eh. Mancini nel Giornale degli scavi di Pompei 1 878.
p. 49, e riprodotto nel voi. IX del C. I. L. n. 0078, 120. Nello scorso inverno vi
fu trovata una moneta di oro di Augusto.
— 171 —
Non è improbabile, che fino dall'età romana la gente avesse preso stanza anche
fuori della cerchia inaccessibile, e diesi fosse formato nn paese alle falde della Selva
del monaco, paese che poi nell' età di mezzo fu rinforzato da mura, e difeso anche
dal fortilizio avanzato, eretto sul colle di Santa Maria, detto le Morghe, dove esistono
ancora ruderi di una cerchia murata a calcina. 11 prof, de Nino vi riconobbe un in-
gresso nella parte meridionale, dove si vedono due pietre forate per soglia, alla distanza
fra loro di m. 1,40. su cui giravano i cardini della porta.
Regione III. {Lucania et Bruttii)
XVII. Strongoli — Nuove indagini nell'area dell'antica Petelia, da, let-
tere dell'ispettore Sac. Niccolò Volante.
In contrada le Pianette già conosciuta per anteriori rinvenimenti, e ritenuta sede
dell'antica Petelia (cf. Notizie 1880, ser. 3a, voi. V, p. 317, 411, e voi. VI, p. 502),
non lungi dal moderno abitato di Strongoli, ed in terreno di proprietà comunale, nel
sito ove sono visibili cospicui avanzi di una grandiosa costruzione, che mostra aver
fatto parte di qualche pubblico edifizio, con licenza del municipio furono intrapresi
nello scorso anno alcuni scavi. Vi si scoprì un pavimento di mattoncini ad opera spi-
cata, e vi si raccolsero non pochi oggetti, fra i quali meritano di essere ricordati :
•lue testine di terracotta, notevoli per la diversa acconciatura delle chiome ; un cuc-
chiaio di avorio , spezzato nel manico ; una statuetta muliebre acefala ; un pezzo di
vaso fittile con rilievo, rappresentante Giove ; un vaso frammentato . ed una lucerna
fittile col manico ad anello, portante inferiormente l'impressione di unal; una pic-
cola ampolla di vetro ; vari pezzi di catenelle di bronzo ; fibule delLo stesso metallo ;
una cuspide di lancia ; finalmente quattordici monete di bronzo, sette delle quali ap-
partengono al primo secolo dell'impero, e le altre sono brezie e peteline.
Vi si raccolsero pure alcuni resti epigrafici, dei quali l'ispettoer Volante mandò
i calchi. Il primo, inciso in lastra marmorea, di m. 0.34 X 0,24 ed in belle lettere, dice :
L rv.
vOCOSP
M • F • MAR
Il secondo, anche marmoreo di m. 0.20X0.19, conserva pure in buoni caratteri :
WG
FLAV
Un terzo pezzettino, di m. 0,11 X 0.09 reca in rozza scrittura:
RVM
RI SAL
Finalmente in un quarto pezzo di m. 0,07 X 0,11, pure rozzamente inciso, leggesi:
tlLUlUu_
RIB AVG I
Poiché la prosecuzione delle indagini nel luogo sopra accennato prometteva più
copiosa messe archeologica, l'ispettore sac. Volante ottenne che gli scavi fossero
— 172 —
ripigliati ad incremento del Museo di Catanzaro, e quindi per conto di quella Commis-
sione conservatrice dei monumenti.
Incominciate quindi nuove esplorazioni sui primi dello scorso aprile, alla profondità
di circa due metri, sotto grandi agglomerazioni di massi di calcina e pietre, si rinvennero
avanzi di una statua muliebre di bronzo, cioè un pezzo del manto ; i piedi con parte
dell'abito che vi ricadeva , ed altri frantumi, sotto e presso i quali si scoprì poscia
un piedistallo di finissimo marmo, alto m. 1,18, largo m. 0,7-3, nel cui prospetto leg-
gesi questa iscrizione dedicatoria, di cui l'ispettore mandò il calco cartaceo:
LVCILLAE • C • F • ISAV
RICAE
MVNICIPES • PETELltf
patera EX AERE • CONLATO • prefericolo
IN CVIVS • MEMORIM
MEGONIVS-LEO- _
REI • ?■ r+S ■ C ■ M • N
LEGAVIT
Si estrassero in seguito altri brani di statua di bronzo; e poscia un altro piedistallo
di marmo bianco, alto m. 1,29, largo m. 0,62, portante l'iscrizione, della quale l'ispet-
tore mandò pure il calco:
CAEDICIAE * L * F
IRIDI
MVNICIPES * EX
AERE * CONLATO , . .
patera prefericolo
OBMERITA * MEGO
NILEONIS- FILI EIVS
IN CVIVS MEMORI
AM * LEO * REI* P * FfS C
M* N
LEGAVIT
Altri pezzi di bronzo coperti di bella patina, accennano ad una statua virile di
grandi proporzioni.
Si trovò poi un vasetto dipinto rotto nel becco, a figure nere su fondo rossastro,
rappresentante una figura virile ignuda, seduta su di un sasso. Si rinvenne final-
mente un orciuolo a largo ventre e collo stretto, coperto di vernice nera, e con esso
molti frammenti fittili.
Gli scavi durarono dal 2 al 24 di aprile.
XVIII. Gerace-lliarina (territorio dell'antica Locri) — Sul finire dello scorso
marzo, mentre alcuni contadini attendevano a piantare agrumi in contrada Faraone,
nel fondo del sig. Domenico Lombardo , sulla destra del Mericio , ad un chilometro
circa dalla cinta nordica di Locri , si imbatterono in una tomba di opera laterizia ,
lunga internamente m. 2,20, larga m. 0,75, e profonda m. 1,80. Le mura laterali, la
— 173 —
volta ;i tutto testo e Le testate, erano a mattoni lunghi m. 0,52 , Larghi m. 0,35 , e
dello spessore di ni. 0,09; ed il fondo era a lastroni fittili di proporzioni maggiori dei
precedenti. Dentro vi si trovò uno scheletro con la suppellettile funebre, della quale
sventuratamente null'altro sappiamo, se non che consisteva in vasi biancastri di varia
forma ed in una -placca sferoidale con due puttini nel centro »; questa semplice e
troppo sommaria notizia avendo potuto raccogliere il sig. ispettore dott. Scabelloni, a
cui non fu possibile di vedere l'originale, venduto dagli scavatori ad un antiquario
che si trovava di passaggio in Gerace nel momento della scoperta.
Alla distanza di 25 metri del suddetto sito, e sulla linea stessa fu scoperta poi
un'altra tomba, simile alla precedente . con uno scheletro ben conservato, e coi soliti
fittili. Vi si trovarono pure due grossi chiodi, una lucernetta, una cuspide metallica
ed un elmo di bronzo, offeso in parte dall'ossido, ma in parte bene conservato e « con
rilievo di gemetti tenentisi per le mani in atteggiamento di danza i>,per quanto al
predetto sig. Scabelloni riuscì di sapere dai contadini, che anche questo bronzo ave-
vano venduto. Vi si raccolse in fine una moneta di argento, di Fthia madre di Pirro,
recante nel dritto una testa velata a sin. coronata di alloro, e nel rovescio un ful-
mine fiancheggiato dalla leggenda BAEIAED.S nYPPOY (Eckhel II. 170).
Una terza tomba fu poscia rinvenuta, costruita come le altre ma di minori di-
mensioni, senza volta e coperta da una base di colonna di marmo bianco . solida-
mente saldata. Eravi dentro un'urna cineraria fittile di Unissimo impasto, contenente
i resti del rogo.
Tutte e tre queste tombe giacevano in uno strato di sabbia, alla profonditi! di
in. 1,30 dal livello attuale.
Nel chiudere il suo rapporto l'ispettore dott. Scabelloni aggiunse, che in quella
contrada Faraone veggousi sparsi nel suolo moltissimi frammenti di laterizi, non dis-
simili da quelli adoperati nelle tombe sopra dette; i quali danno prova delle altre
tombe, che vennero guastate nella piantagione degli alberi, e che abbondano in quel ter-
reno, ove doveva estendersi un sepolcreto della prossima Locri.
Sicilia
XIX. Santo (frazione del comune di Messina) — In occasione dei lavori per
la strada ferrata da Messina a Cerda, sulla fine dello scorso maggio, eseguendosi alcuni
scavi di spianamento al casello della testa Musino, nella galleria dell' Angelo, presso
il villaggio Santo, si scoprì un sarcofago ora trasportato nel Museo di Messina, lungo
nel lato maggiore m. 2.4-">. e m. 1.09 nel lato minore; formato di varie lastre di tra-
chite, e con coperchio pure in lastra della pietra stessa. Su fondo in muratura si tro-
varono gli avanzi di un cadavere.
XX. Girgenti — In un terreno di proprietà del sig. Giovanni Velia, in con-
trada Meddolosa, fu trovato un sarcofago di marmo cipollino, conservatissimo, di forma,
parallelepipeda, e mancante del coperchio.
È decorato esternamente con un fregio di triglifi e metope. Nell'interno, mesco-
lati alle ossa, si rinvennero frantumi di vasi con figure bianche su fonilo nero.
— 174 —
XXI. SelillUllte — Col giorno primo di marzo furono intrapresi i lavori di
sterro, presso gli avanzi della torre antica a nord dell'acropoli, e nella banchina a sud
dell'acropoli, ed in riva al mare. 1 lavori continuarono fino al giorno 1 1 di maggio.
e diedero luogo ad importanti scoperte topografiche, delle quali sarà a suo tempo co-
municato il rapporto dalla direzione dei lavori stessi.
Roma. 20 giugno 1886.
11 Direttore gen. delle Anticluti e Relle irti
PlORELLI
IT."» —
(.IUGNO
Regione X. (Venetia)
I. Concordia — Nuove scoperte epigrafiche descritte dall' ispettore
cav. D. Bertolini.
Nel sepolcreto, smovendo un' area, si rinvenne sotto il fondo una lapide alta m.
1,28, larga 0,58, che nella parte superiore ha un fregio, formato di due triangoli
eguali sovrapposti coi vertici in opposizione ^X , e al di sotto l'epigrafe, con lettere
alte da 7 a 4 centimetri :
D M
SATVRNINAE
PORCIPERSAE
EPAPHRODITVS.
CONIVGI
CARISSIMAE
Il sig. Osvaldo Politi, nel fondo ove anni sono è stata trovata l'olla cineraria-
coperta colla pai-te inferiore d' un' anfora, di cui diedi ragguaglio nelle Noli:ie del
1877, ser. 3a, voi. II, p. 49, ha scavato una pietra alta m. 1,28, larga 0,48. incor-
ninciata, che ha questa iscrizione :
i • DOMI T I O
Z O S I M O
T • DOMITI O
ACILI AN O
ACILIAETHIEPE
P • CAEMIVSPAZ"
AMlCIS
La lapide, a mia istanza, fu dal proprietario donata al Museo concordiese.
Essendomi per caso portato 1' altro giorno nel cortile dell' abitazione dei sigg. Ga-
sparin in Portogruaro, al eiv. n. 224, ho visto murata nel porcile per uso di truogolo
CLASSE IH SCIENZE MORALI eCC. — MEMORIE Su'. Irt. Vnl.II. 22
- 176 —
un'ara, che sulla faccia anteriore incorniciata mostra in caratteri, per buona ventura
eonservatissimi, la scritta:
GAVILLAIQ^F
MAXIMAI
CALE-L- POSIT
Spero che anche quest' ara possa essere aggiunta alla raccolta pubblica.
II. Cividale — Nota del conte Pier Alvise Zorzi.
Il giorno 17 maggio ultimo, praticandosi alcuni lavori di scavo per la costru-
zione della ferrovia in questa città, nel fondo già del sig. Zurchi di Cividale, ora
della Società veneta per imprese e costruzioni pubbliche, a due metri dal piano di
campagna, sotto la ghiaia , si scoprirono alcuni avanzi di scheletro umano ed i
seguenti oggetti : — Una conca o bacinella di metallo misto, di forma originaria-
mente circolare, ma schiacciata e rotta lievemente alla sommità, ad anse mobili,
rettilinee, segnate nell' orlo interno da due circoli concentrici, e nel fondo pure in-
terno da altri due circoli eguali, con un foro cieco nel mezzo, avente il pedale cir-
colare, traforato a triangoli, alcuni dei quali rimasti ciechi, vedendosi le traccio
dello scalpello. Pesa chil. 2 \ , ed è alta m. 0, 16, compreso il piede alto m. 0, 04.
U diametro, per quanto può argomentarsi dallo stato attuale del recipiente, va
dai 34 ai 40 cent. Le anse misurano 10 cent, in larghezza, 4 in altezza. Un grande
ferro di lancia, con manico, nel quale si scorge ancora il legno durissimo ed intatto
che vi era infisso. È il più grande e bel ferro di lancia venuto in possesso di questo
Museo. Misura, compreso il manico, m. 0, 48 ; è largo alla base della lama m. 0, 06.
Un frammento di guardamano in ferro, lavorato a filo d'argento dorato, lungo m. 0, 09.
Piccola placca di metallo misto, dorato, di forma circolare a tre orecchiette forate ,
de] diametro di mill. 55. Altre due placche, di metallo dorato, di forma qua-
drata, con lobetti mistilinei, forniti di bullettine contornate da un cordoncino pure
di metallo, sporgenti ai quattro angoli, ■ lavorate finamente ed incise di graziosi fregi,
con qualche variazione V una dall' altra. Misura ognuna di esse mill. 37. Due fibbie
metalliche di centurino, semplici. Un frammento di fibbia di metallo dorato, con or-
namenti impressivi. Frammenti di spada e di elsa, che imiti misurano in lunghezza
m. o, 45. Ferro di lancia con manico, lungo cent. 20. Frammento di lama di spada,
lungo m. 0, 40, largo m. 0, 04. Frammenti di fibbie semplici. Sembra che gli og-
getti sopra indicati sieuo da riferire all' ottavo od al nono secolo dell' era volgare,
e sieno opera di artefice bizantino, appartenuti a qualche milite longobardo.
Esaminato il sito dove giacevano le ossa, sotto la ghiaia e tra la ghiaia, riconobbi
grandissima quantità di terriccio'. Fatte poi altre ricerche venni a sapere, che presso
una famiglia di qui esiste una conca o bacinella simile alla nostra. La vidi : è so-
migliante, ha il pedale internamente lavorato; differenti le anse, curvilinee, mobili.
Fu trovata piena di terra, vari anni or sono, in una fossa presso il teschio di uno
scheletro, che stava tutto disteso; e vi erano insieme alcuni frammenti d'armi. Con-
sultata l'opera di recente pubblicazione del dr. Otto Henne, KulturgeschichU
deutschen VolkeSj Berlin (ì. Grate 1886, trovai che tale costumanza di mettere ba-
cinelle o pignatte virino ai morii guerrieri, si praticava anche in Germania.
— 177 —
Regione VII. (Etruria)
III. Firenze — Rapporto del R. Commissario comm. Gamurrini.
Sappiamo che nel secolo XVII costruendosi dai Filippini la loro chiesa di s. Fi-
renze, si rinvennero dal lato del Borgo dei Greci le reliquie del tempio di Iside, con
varie iscrizioni votive. Ora nei lavori di fognatura della stessa strada, quasi all'estremo
della chiesa, ed a tre metri di profondità, si sono estratti tre pezzi di una grandis-
sima tavola di marmo, i quali recano parte dell'ultima linea di una iscrizione dedica-
toria a lettere del secondo secolo:
JNOMINE os Si
Inoltre nel medesimo punto sono comparsi: un frammento marmoreo di cornicione
con dentelli, ed un pezzo di capitello di ordine composito (').
Nella prossima via dei Leoni, dietro Palazzo Vecchio, si è trovata (non si ricorda
né come né quando, certo da poco tempo) una bella testa di marmo al naturale, che
molto si assomiglia a quella di Augusto, ed anche per l'arto apparisce dei tempi auguste!
Nel Palazzo Vecchio ho pure osservato, quale prodotto di scavi recenti, un fram-
mento di titolo marmoreo sepolcrale, che reca l'estremo della prima linea :
-LIMA E
IV. Bisenzio — (Comune di Capodimonte sul lago di Bolsena). Scoperte
della necropoli descritte dal sic/. Angelo Pasqui.
Scavo di s. Bernardino (:J1 ottobre - 14 novembre 1885)
All'intelligente scavatore Pietro Meloni di Chiusi, che per conto dei sigg. Pao-
lozzi e Breuciaglia eseguì nella primavera del 1885 lo scavo della Palazzetta (tav. TI.
fìg. 2), non passò inosservato un ripiano rettangolare racchiuso da rialzi di terra e dal
masso naturale, con segni evidentissimi di un terrapieno imposto. Detto luogo si può
dire sulla riva del lago ; confina colla parte più bassa della necropoli di Bisenzio, alla
distanza di circa 800 m. dall'etnisca città, ed è conosciuto colla denominazione di
« Piana di S. Bernardino » (tav. II, fig. 2 , /;).
Recatomi sul posto e fatti eseguire alcuni saggi, rinvenni le tracce dei pozzetti
cilindrici di tufo, identici ai tolfitani ed ai tarquiniesi ; indi sparsi pel terrapieno i
frantumi di vasellame a mano, steccato od impresso a cordicella. Lieto dell'importante
scoperta, e secondato dalla squisita cortesia dei prefati signori, incominciai lo scavo
regolare il 31 ottobre 1885, dopo avere rinvenuto da un lato l'antico limite del sepol-
creto ; e le mie speranze furono coronate da splendido successo. Qui sotto noterò giorno
per giorno le scoperte di questo gruppo arcaicissimo, segnando esattamente ciascuna
tomba, con numero relativo a quello indicato nella tavola annessa (tav. II, fig. 1).
(*) Un' ampia relazione sopra questo scavo, dove si 6 potuta riconoscere una parte dell'anfiteatro,
sarà poi data dal eli. prof. A. Milani, che dal principio dei lavori ha seguito il corso delle scoperte,
— 178 —
31 ottobre — 1. Pozzetto di forma cilindrica tagliato nella terra vergine, pro-
fondo m. 1,65, largo 1,25. Vi era stato deposto un cilindro di tufo, chiuso da cal-
lotta emisferica vuota al di sotto. Il vano interno del cilindro misurava m. 0,42 di
diametro e m. 0,52 di profondità. Nel mezzo vi era deposto il cinerario a foggia di
olla ovoidale, privo di orlo, rozzamente plasmato a mano, e con sopra una ciotoletta
a tronco di cono, posata col fondo dentro all'orificio del vaso (tav. Ili, fig. 2). Fra
le ossa cremate, di cui era pieno più. che a metà il detto cinerario, si trovò mi cutter
lunato dei più comuni, un anelletto di ambra, un punteruolo di bronzo, due penda-
glietti piriformi di ambra, ed un avanzo di arco di fibula a mignatta. Attorno al cine-
rario col seguente ordine si estrassero:
a) Vaso con corpo rotondo, con lungo collo a tronco di cono, e con manico a
nastro applicato alla metà del corpo. Si può dire che questo ripeta la forma del cinerario
tipo Villanova, e come tale è decorato di rozze graniture a meandri ed a zig-zag nella
parte superiore del corpo.
b) Due navicelle sostenute da quattro piedi, e con manico a bastoncello ritorto
alla metà del vuoto; cioè da un bordo all'altro. Entro una di queste si trovò un disco
di ambra forato, appartenente ad arco di fibula.
e ) Vaso a corpo ovoidale, con solo manico a nastro applicato alla metà ed aspor-
tato anticamente. È decorato nella parte superiore del corpo con una zona a doppia
granitura, che comprende piccole impressioni oblique d'arco di fibula, e sotto con meandri
rettangolari a pettine bidente (tav. Ili, fig. 13).
d) Vaso grande a corpo lenticolare, collo a tronco di cono e manichi addop-
piati e riuniti all'orlo. Nella parte superiore del corpo, dapprima corrono piccoli meandri
rettangolari entro una doppia striatimi, più in basso uno zig-zag concentrico, graffito
con pettine a due denti.
è) Askos_, che da un lato termina a testa di bue, dall'altro a collo ed orificio
rotondo. È privo di qualsivoglia decorazione ; appartiene ad una tecnica alquanto rude,
ed attorno al corpo tuttora conserva le levigature dello stecco. 11 suo manico e le sue
corna furono anticamente asportate. Dalla bocca del bue all'orificio misura m. 0.32.
/') Vaso con corpo rotondo, a forma un poco allungata e collo rastremato sotto
l'orlo, che si ripiega in fuori a quarto di cerchio. Nella parte superiore del corpo,
entro una larga zona limitata da doppia striatimi a pettine bidente, quattro zig-zag
isolati e graffiti collo stesso strumento.
g) Vasetto corputo, di forma schiacciata verso il fondo, e con due manichi appli-
cati alla parte più sporgente del corpo ed all'orlo. Nel corpo due apofisi contornate
da semicircoli concentrici, impressi con arco di fibula a fune, entro i quali lineette
oblique e cerchietti a trapano alternativamente. Tra le anse e le medesime sporgenze
da ciascun lato si trova un riquadramene a cordicella, compito agli angoli da cer-
chietti, e diviso diagonalmente da linee impresse a fibula. Attorno ai manichi corre
un sottile giro a linee parallele ugualmente impresse (tav. Ili, fig. 3).
//) Due tazzine a callotta sferica, prive di manico, a pareti robuste, ma di
una tecnica abbastanza rude.
i) Piatto quasi piano, sostenuto da tre piccoli piedi: appartiene ad una tecnica
identica ai precedenti vasi.
— 179
/) Nel fondo del pozzetto, tra la terra d'infiltrazione e le pareti del cinerario,
si rinvenne una cuspide di lancia in bronzo, lunga ni. 0,15, ed un disco con lunga
imbullettatura nel centro, oggetto che credo potesse servire per calcio dell'asta, in
luogo AeWouriachos.
2. Pozzetto identico al precedente, ma con coperchio spezzato sotto la pressione
del terrapieno. Si estrasse il vasellame in cattivissimo stato; nondimeno si riconobbe
dai frammenti qualche tazzina di tipo laziale, a forma compressa, con orlo sporgente
e manico rialzato; una ciotoletta a tronco di cono e doppia ansa, di cui una aspor-
tata in antico. Del cinerario, e di molti vasi appartenenti al funebre corredo, non fu
possibile ripristinare la forma : invece fu notato che tutti i fìttili mancavano di deco-
razioni impresse o graffite.
3. Cassa di tufo, lunga m. 1,8.0 larga 0,70. Fu trovata alla profondità di m. 0,90.
chiusa da coperchio a doppia pendenza e vuoto al di sotto. Ai piedi, ove soltanto re-
stavano poche tracce dello scheletro, si rinvenne una tazza di lamina enea a forma di
callotta sferica, con orlo riboccato in giù e decorato di bottoncini a sbalzo. Presso
questa, in corrispondenza colle tibie dello scheletro, giaceva Yoenochoe di bronzo con
beccuccio sagomato, e con manico di lamina graffito con quattro solchi verticali, e fis-
sato all'orlo ed al corpo con imbullettature. Attorno alla medesima aderiscono gli avanzi
del funebre lenzuolo. Più verso le mani, si estrasse una piccola tazza a fondo piano,
con manico rialzato sopra all'orlo, e munito superiormente di due cornetti verticali.
Eylix di forma goffa, di bucchero nero lucido, lavorata a tornio: conteneva una lama
di coltello in ferro. Presso l'omero destro, vi era stato deposto un vaso a corpo ovoi-
dale, steccato a baccellature sottili nella parte più rilevante del medesimo e nel ri-
manente privo di decorazione, ma lucidato accuratamente con stecco. Nel suo collo cilin-
drico v'incastra un coperchio arrotondato sopra, aperto da un lato e munito di manico,
che rozzamente ritrae la figura d' un ariete. Il manico del vaso è rialzato sull'orlo,
e formato di due bastoncelli accoppiati ed avvolti sopra all'orlo. L'incavo del coper-
chio combacia, col sostegno verticale del manico. Sullo sterno del cadavere si raccolse
una maglia ed il suo uncinetto, di sottile filo eneo: alla mano destra una tazza di
forma emisferica, ansata e sostenuta da tre piedi cilindrici (tav. Ili, fig. 11): presso
la testa e le spalle, piccoli orecchini spiraliformi di bronzo ; un capo di ago crinale
a mota di sei rpggi, che mettono in mezzo la cannula fusiforme e forata: anelletti
di bronzo appaitenenti forse a collana ; quattro fibulette di bronzo, con arco a mignatta
un poco allargato a metà, e compito da triplice spira e da lunga staffa. Sono notevoli
due fibule d'argento, trovate nel luogo del petto ; il loro corpo è formato di sottile la-
mina, riimita nel dinanzi con sutura a rilievo. L'ardiglione delle medesime si unisce
all'arco mediante triplice spirale, ed è fermato entro lunga staffa, cui completa una
capocchia rotonda traforata a sei raggi. Infine lungo il fianco sinistro, compivano il
funebre corredo un simpulum di lamina a coppa emisferica, con manico a nastro im-
bullettato sotto l'orlo, e ripiegato in giù, ed una piccola patera, che si trascurò per
essere ridotta in minuti frantumi.
4. Cassa identica alla precedente, disposta pel medesimo verso, poco distante
dalla stessa e ad uguale profondità. Si trovò alle mani del cadavere un'ascia di ferro,
larga al taglio m. 0,08, lunga m. 0,11, con canna quadrangolare, ed una lamina di forma
— 18(1 —
ellittica punteggiata a giri concentrici, e divisa nell'asse maggiore da più linee pun-
teggiate. Ad una sua estremità sono applicati con ribaditure due occhietti, nei quali
forse girava un manico di filo eneo. Ai piedi si raccolse una tazza di lamina a cal-
lotta sferica, con orlo sbalzato a bottoncini, un vasetto a fondo piatto con manico ele-
vato sopra all'orlo, un kyatìios con ansa a bastoncello e con sottili baccellature nella
parte superiore del corpo. I detti fittili sono tutti lavorati a tornio, di un impasto
nero e lucidissimo alla superficie. Qui occorre che io noti la scoperta di alcuni fer-
ramenti, che finora sono stati indicati col nome di alari, tanto più che in seguito do-
vremo ricordarli più volte. Si trovarono attraverso allo sterno e presso la giuntura
delle ginocchia, sotto i pochi avanzi delle ossa, fra il primo strato di terra infiltrata
ed il fondo della cassa. Ciascuno di detti ferramenti si compone di un quadrello, soste-
nuto ai capi sopra due semicireoli, coi quali era fissato ad angolo retto mediante im-
bullettatine. Su ciascun semicircolo si trovano inchiodate due branche di ferro, a guisa
di maniglia. La loro disposizione rispetto al cadavere, la loro forma più propria di
un sostegno che di un alare, ci fanno non difficilmente supporre, avere servito i me-
desimi per trasportare e deporre nella cassa il defunto, disteso sopra una tavola di
legno, i cui frammenti si videro aderenti al ferro, ed anzi protetti dall'ossido di questo.
2 novembre — 5. Pozzetto a pianta circolare incavato nel terreno vergine, e mu-
rato in giro di scaglie di nenfro. Aveva per diametro m. 1,05, e m. 2 di profondità
dal livello attuale. Il cilindro di tufo, che posava nel mezzo del pozzetto, misurava
m. 0.78 di diametro esterno, m. 0,45 di diametro interno, m. 0,80 di altezza, e m. 0.47
di profondità nell'incavo: era chiuso da coperchio ugualmente di tufo, arrotondato a
callotta sferica, munito di un solco attorno all'orlo e vuoto al di sotto (tav. II, fig. 4).
Eimosso il coperchio, apparve il tetto di un' urna-capanna, circondato in giro da, nu-
merosa suppellettile. Ecco un breve cenno dell'intero contenuto.
a) Urna-capanna di tecnica rozzissima, a forma ovoidale, appianata dinanzi alla
porta (tav. Ili, fig. 1). La sua pianta misura m. 0,30X0,24: non ha gronda, ma le
pareti in alto si arrotondano e formano la copertura convergendo al culmine, che e
rilevato a guisa di costola. La parte anteriore di questa costola è ingrossata a capoc-
chia, e porta un incavo che indica l'apertura della finestra: la parte posteriore ter-
mina con una specie di rastrello, trasversalmente posato sul tetto, e composto di una
sbarra a rilievo, terminata ai capi da due rozzi colli di oca, a cui attestano tre li-
stelli perpendicolari. I tre correnti trasversali si uniscono a quello mediano, incrocian-
dosi sopra a ocherelle appena accennate, e si stendono lungo la duplice pendenza, e
giù pei fianchi dell'umetta fino all'altezza di cm. 7. La porticolla rettangolare
(tri. 0,138 X 0,112) è rozzamente plasmata, e combacia col vano incastrandosi nello spes-
sore delle pareti: porta due fori nei due angoli a sinistra, ai quali uno solo corri-
sponde presso la giunzione dello stipite coll'architrave, ma che evidentemente non
poteva avere servito alla solita spina di bronzo, come negli esempì tarquiniesi e di
Vetulonia. Vedremo qui sotto per altri esemplari di urne, che le porticelle erano fis-
sate mediante anelletti di bronzo, i quali passavano pel foro praticato nell'angolo
dilla chiudenda e nello stipite della capanna.
h) Coppa con un solo manico a nastro, con breve piede, con orlo ncnLante, Q
parte superiore del corpo decorata di un sottilissimo m idro rettangolare.
— 181 —
e) Dentro alla precedente era posata una tazzina di tipo laziale, con stecca-
tuie a fune nella parte rilevata del corpo, e con manico a nastro rialzato sull'orlo.
rf)' Vasetto a tronco di cono riverso, aperto all'orlo, e sostenuto su tre piedi a
bastoncello incurvati in fuori (tav. Ili, rig. 8). È di un impasto nero e compatto, di
lozzissima tecnica, e lavorato a mano come tutti i fittili di questa tomba.
e) Due tazzine uguali a quella descritta alla lettera e.
/') Otto piccole kylikes o piattelli, ad alto piede a tronco di cono (Cfr. il tipo
dato nella tav. Ili, tìg. 7).
ij) Vaso a forma di piccola pentola con ventre rigonfio, fondo appuntato e collii
rastremato sotto l'orlo. Nella parte più sporgente del corpo, è decorato di sottili graf-
fiture triangolari. Detta forma è ripetuta frequentemente per tipo più comune di cine-
rario, nei pozzetti che descriveremo in seguito (tav. Ili, lìg. 5).
li) Ciotola coperchio imposta al precedente vaso. Ha forma di callotta sferica
sostenuta da piccolo piede, e da un lato è munita di sottile manico attortigliato.
i) Ocuochoe con manico asportato in antico. La sua forma è goffa, e l'orlo ro-
tondo e privo della piegatura del beccuccio.
I) Tazza grande, la cui parte inferiore è a tronco di cono, e la superiore a
corpo rotondeggiante e breve orlo. Da un lato porta un manico a nastro, ed in giro
meandri triangolari a zig-zag isolati.
»/) Poeulum quasi cilindrico, con manico spezzato.
//,) Navicella a forma piatta, con piccola presa nel mezzo.
o) Fibula ad arco semplice, la quale si trovò appesa ad un collo d'oca della
capanna.
p) Idem, trovata tra le pareti della capanna e del cilindro. Nel suo ardiglione
sono infilati due anelletti e due spire,, di sottilissimo filo di rame.
0. Cilindro di tufo identico al precedente, e posato nel fondo di uguale incavo.
Da tempo antico era stata asportata una parte del coperchio, e da quel vano forse
espilato il contenuto, poiché si trovò ripieno di terra e di sassi. Sfuggirono alle ri-
cerche dei precedenti visitatori una fusaruola sferica di creta rossastra, due gl'ani di
vetro scino per collana, ed un piccolo e rozzissimo fittile a due tronchi di cono, uniti
per le basi minori.
7. La rottura del coperchio precedente era stata cagionata dal pozzetto vicino
chiuso a ciottoli, ed incavato in epoca posteriore tra due casse. La chiudenda di nenfro
aveva ceduto talmente sull'unico vaso di questo pozzetto, che appena si potè estrarre
in grandi frammenti una parte del collo. Appartenevano ad im'oeaochoe, a corpo ri-
gonfio e compresso verso il fondo, ornato di più fasce verticali rilevate. Questo fittile
era lavorato al tornio, accuratamente polito a stecco, e di un impasto di creta ros-
sastra.
8. Cassa di tufo lunga m. 2,20 larga 1,00, chiusa da coperchio a duplice pendenza,
e tagliato obliquamente a capo ed a piedi. I lati della medesima erano circondati da
rozzo vasellame tornito, il quale ad onta delle lastre accapannate che lo difendevano,
non aveva sostenuto la pressione del terrapieno, e si era completamente frantumato.
Nell'interno nuli' altro di notevole, che una fusaruola ovoidale e forata, : presso al collo
ed ai piedi del cadavere alcuni rozzi vasi a calice, ed un' ocuochoe di forma snella
182
e di bucchero nero-lucido, plasmata al tornio, mentre i vasetti a calice sono d'impasto
rosso-scuro, manufatti e lucidati collo stecco.
9. Piccola cassa per bambino, lunga internamente m. 1,08, larga 0,25, esterna-
mente lunga m. 1,28 e larga m. 0,42. Era chiusa da un coperchio di tufo friabile,
ed uguale nella forma a quello della precedente. Del cadavere si conservavano pochis-
sime ossa tuttora al posto, quali i femori, lo sterno, qualche vertebra ed i denti. Presso
il collo si raccolsero due anelletti ammagliati insieme, e presso ciascuna mano due larghe
tazze a piatto, una delle quali quasi piana e leggermente umbilicata: ai piedi due
piccole kotylai di rozza forma, una delle quali conserva le due anse applicate presso
l'orlo, ed è chiusa da un coperchio munito di presa.
10. Il solito coperchio a callotta sferica, priva però dell'incavo nella parte interna,
euopriva un semplice pozzetto tagliato nella terra vergine. Il piccolo cinerario a foggia
di pentola ovoidale, a fondo appuntato ed unica ansa a nastro (tav. Ili, fig. 5), non
conteneva che le ceneri del cadavere, e qualche grano di ambra appartenente a pic-
cola collana. Nessun altro oggetto di terracotta o di bronzo accompagnava il cinerario.
1 1 . Pozzetto identico al precedente, profondo m. 0,20, largo m. 0,35, ma affatto
vuoto, benché trovato col coperchio a suo luogo.
12-13. Due pozzetti uguali ai precedenti, segnati coi numeri IO e 11, ed alli-
neati coi medesimi. Il primo si trovò soltanto ripieno colla terra d'infiltrazione, l'altro
con un rozzissimo poculum semiovoidale, che posava sopra alle ossa combuste e ver-
sate nel fondo del pozzetto.
3 novembre. — 14. Cilindro di tufo, che misurava internamente m. 0,65 di diam.
e in. (J,52 di profondità, chiuso da grande coperchio emisferico, vuoto al di sotto e
sporgente sull'orlo del cilindro circa 10 cm. Rimossa questa chiudenda, si estrassero
per prima due oenochoai a largo ventre, a beccuccio sagomato e con manico a nastro
striato nel senso della lunghezza, ed elevato sopra all'orlo. Sono tutte e due lavorate
a tornio, d'impasto giallastro e leggiero, ed a pareti sottilissime. Il cinerario, il cui
fondo posava entro un incavo circolare praticato nel pozzetto, aveva la forma di una
pentola ad un solo manico, con corpo rigonfio in alto e diminuito alla base, ed orlo
sporgente, che si. univa a tronco di cono riverso immediatamente sulla parte supe-
riore del corpo (tav. Ili, fig. 5). Nel fondo del pozzetto attorno al cinerario si trovò
una tazzina, con corpo superiormente rotondo e steccato a tratti obliqui, ed inferior-
mente a tronco di cono, privo di decorazioni: da un lato si univa all'orlo ed alla
sommità del corpo un semplice manico a nastro. L'accompagnava un' altra tazzina
(kyathos) di tipo laziale, con solo manico rastremato e steccato a fune presso l'orlo,
e sporgente su questo. Dall'altro lato dell'ossuario posava nel fondo del pozzetto un
vaso di terra rozzamente plasmato, a forma conica ed in basso munito di un foro.
1'] probabile che esso rappresenti un infundibulumJ piuttostochè una specie di rhyton
(tav. Ili, fig. 6). È degno di nota un vasetto di forma speciale, che si estrasse in-
sieme ai descritti (tav. Ili, fig. 10). 11 vaso propriamente è formato di due piattelli
concavi riuniti per il piede, ma da un orlo all'altro è munito di quattro bastoncelli,
uno dei quali asportato in antico. In uno di questi bastoncelli gira liberamente un
anello di terra-cotta. La tecnica di detto fittile è rozzissima, e talmente trascurata
La sua manifattura, che da ogni luto si presenta fuori di simmetria, ed ha i bastoncelli
— 183 —
scontorti o divisi a distanze disuguali. Si trovò in ultimo nel detto cilindro una tazzina
a tronco di cono, di fonna schiacciata, e sostenuta da quattro brevi sporgenze Lateral-
mente applicate al fondo.
15. Cilindro identico al precedente, ma più piccolo. Fu in antico depredato, e ri-
pieno di terra e di ciottoli. Nondimeno vi si trovò l'ossuario a foggia di pentola, capovolto,
e colle ceneri del cadavere sparse pel fondo dell'incavo; una specie di ciotola con ma-
nico asportato ed alto piede, e due tazzine a fondo allungato, di forma conica e prive
di anse.
16. Cassa con rude coperchio arrotondato a semicilindro, lunga m. 1,40, larga 0,65 :
internamente il suo vuoto era più largo verso la testa, e tagliato a semicerchio da capo
e da piedi. Dalla stessa si raccolsero, presso le vertebre cervicali, duo fusaruole di terra-
cotta infilate in uno spago, e sopra agli omeri, da un lato una rozza patina di creta
rosso-scura, e dall'altro un' oenochoe manufatta con corpo quasi sferico, manico a nastro
compresso verso il collo, ed orlo circolare, cioè privo della piegatura del beccuccio.
Ai piedi nessun oggetto.
17. Piccola cassa vuotata anticamente. In un frammento del coperchio, che si
trovò a suo luogo, restavano nella parte aderente alla cassa i profondi solchi a scal-
pello, i quali avevano servito per lo scorrere delle funi nel calare il coperchio sulla
cassa.
18. Piccola cassa priva del coperchio, che era stato rimosso, perchè trovavasi a
fiore di terra. Era affatto vuota.
19. Cassa grande di tufo, larga esternamente m. 1, 05, lunga 2, 20. Il vuoto
restringevasi verso i piedi, ed il suo coperchio incavato al di sotto, era accuratami lite
tagliato a quattro pendenze. Sopra alle spalle del cadavere, si raccolsero gli avanzi
di due fibule a lunga staffa e ad arco, tonnato di piccoli tesselli romboidali di am-
bra. Sopra al petto una maglietta, con imeino di sottilissimo filo eneo. Ai piedi xm'oe-
nochoe ad alto collo, corpo rilevato superiormente e decorato di listre a rilievo. Que-
sto vaso è di creta rosso-scura, levigato alla superficie, ma sembra modellato al tornio.
4 novembre — 20. Pozzetto tagliato nel terreno vergine alla profondità di m.
2, rivestito di ciottoli, e contenente nel mezzo il cilindro coperto dalla callotta emi-
sferica. Ossuario a rozza pentola, priva di manichi, e coperto da ciotola, che posava
col piede entro l'orificio del medesimo, e conteneva un piccolo vaso a calice (tav. III.
fig. 7).
Tra il cinerario e le pareti del cilindro, si estrassero due vasetti identici all'ul-
timo descritto; ima grossa olla con manico a nastro, chiusa da una lamina metallica
di forma ovale, im poco più piccola di quella notata alla tomba n. 4, ma ugualmente
decorata di punteggiature e di fori ; un vasetto che ricorda nella forma il tipo del
cinerario Villanova, con corpo ovoidale compresso verso il fondo, che è un poco al-
lungato e sporgente alla base, con lungo collo a tronco di cono, e manico a nastro
applicato verticalmente nella unione del collo al corpo ; askos a corpo ovoidale, so-
stenuto su quattro zampe ferine, e compito da una parte con testa di bove, dall'al-
tra con orificio circolare. Tra queste due prominenze un manico a bastoncello, graffito
obliquamente con gruppi di linee parallele. Nel corpo Aeìì'askos gira una fascia, com-
presa in doppia granitura, e contenente da ciascun lato cinque croci semplici granite,
i
''i vsse oi si [Ekze morali ecc. — MEMORIE - S.v. |a. Voi. LI. 23
— 184 —
e compita in basso da un ornamento a triangoli obliquamente tratteggiati (tav. Ili,
tìg. 14). Tolti i sovraccennati oggetti, il fondo del cilindro apparve abbassato con un
piccolo incavo semicircolare, profondo m. 0, 06.
21. Solito cilindro chiuso da coperchio emisferico, incavato al di sotto. Si trovò
a poca profondità, ed internato nel pozzetto a muratura di piccole scaglie. In luogo
del cinerario, conteneva un' urna-capanna a pianta rotonda (diam. m. 0, 38), consi-
stente in imo zoccolo rilevato circa un centimetro, e sagomato con ima guscia. Le pa-
reti curvilinee dell' urna si restringono sotto una gronda poco sporgente, e sono co-
perte da un tetto a testuggine, traversato nell'asse maggiore da ima costa mediana,
a cui fanno testa per ogni lato tre travicelli. Nella costola di mezzo, si vedono quat-
tro oche e altre due accoppiate sul dinanzi, ove s' incontrano i primi travicelli, e due
presso la gronda all' opposto lato. Ciascun corrente è ornato a metà di un collo d' oca.
La porta, alta m. 0, 126, larga alla metà 0, 13, si restringe verso l'architrave, ed
è chiusa da un tessello forato ai quattro angoli. Quattro grossi fori, pei quali pas-
savano sottilissime legature di rame, si ripetono ai quattro angoli del vano, che è
munito di due stipiti figurati da un grosso listello sporgente, il quale corre parallelo
ai lati della porta, dalla gronda allo zoccolo. Detta urna-capanna si conserva in buo-
nissimo stato, e misura m. 0, 28 di altezza totale, 0, 25 nel diametro maggiore della
copertura e 0, 21 nel diametro minore. La tecnica di questa umetta è alquanto rude;
i travicelli, le oche e gli stipiti appena abbozzati ; il corpo fuori di simmetria, cioè
scontorto, sporgente verso la porticella e compresso nella parte posteriore; le pareti,
grosse mm. 13, d'impasto rosso-scuro, un poco annerite di fuori e lucidate a stecco.
Detta luna è riprodotta alla tav. Ili, fig. 4. Dentro della medesima non si rinvennero
che le sole ossa combuste del cadavere, mentre all' intorno si raccolsero due navicelle
di terracotta, una delle quali liscia ed a piccoli bordi rialzati, l'altra con fondo leg-
giermente umbilicato, e con piccola presa nel mezzo ; quattro tazzine a calice di ro:.-
zissima fattura, ed identiche nella forma e nelle dimensioni al tipo dato nella tav. III.
fig. 7 ; infine tre piccole olle a corpo rotondo e compresso verso il fondo.
22. Piccola cassa non dissimile dalle precedenti. Ai piedi del cadavere si rac-
colse un' oenochoe di terra cotta, posato sopra im piatto leggiermente cavo (patina)
di creta rossa. Evidentemente ambedue furono lavorati a mezzo del tornio.
23. Cassa piccola, con sopra al coperchio gli avanzi di numerosi fittili torniti,
a sottili pareti e di creta giallastra e leggiera. Neil' interno posavano ai piedi del
cadavere due vasi a bulla sferica, a cui è imposto per collo un tronco di cono, unito
al corpo per la base maggiore. Due sottili manichi a nastro si riuniscono, a ciascun
lato, dalla sommità del corpo all'orlo. Ambedue d' impasto nero compatto rassomi-
gliante al bucchero, a pareti sottili plasmate al tornio, ed esternamente levigate collo
stecco.
23'"s. Cassa lunga m. 1,85, larga 0,85, posata sotto il gruppo delle due casse prece-
denti, per adattarvi le quali si tagliò un angolo del coperchio. Il cadavere deposto entro
la stessa era stato consunto dall'umidità, ma conserva?* La testa quasi intatta, ed era
rivolto coi piedi a sud. Presso il luogo della maini destra, due anelli di ferro, e presso
la sinistra un anello di bronzo ed una fusaruola conica, graflita a triangoli. Presso la
spalla destra, una tazza a basso piede ornata ili stilature parallele nella sommità del
— JSà —
corpo; all'opposto lato un piccolo kantharos a doppia ansa, con du manichi rialzati
sull' orlo e contenente un vasetto di tipo laziale, di forma schiacciata, con manico
superiormente ornato di due cornetti cilindrici, e con fondo steccato a sei raggi. So-
ie.i a ciascun omero si troyò una fibula di ferro, molto danneggiata dall' ossido, la
quale nondimeno questo, ci rivela la forma dell'arco a navicella, vuota al di dentro, e della
Lunga stalla. Ai lati della testa, si raccolsero in miserevole stato di conservazione due
orecchini di sottile filo d'argento avvolto a spirale; e sopra al petto, ugualmente di
filo argenteo, un uncinetto addoppiato e la sua maglietta coi capi avvolti a spira.
24. Piccola cassa priva di coperchio ed affatto espilata, forse in antico, poiché
si trovò nascosta un terzo circa sotto la precedente, ed alquanto danneggiata per de-
porvi la medesima.
25. Cassa internamente lunga m. 1, 85, larga 0, 44, leggiermente rastremata
ai piedi, e chiusa dal solito coperchio a quattro pendenze ed incavato di sotto. At-
torno alle spalle del morto sei fusaruole, tre delle quali a ghianda, le altre ovoidali ;
alle mani da ciascun lato due kotylai, a piede appuntato ed a corpo ovoidale, deco-
rato di fasce rosse.
26. Sotto una lapide informe di peperino, un pozzetto semplicemente incavato nella
terra vergine, e contenente una piccola olla cineraria ansata, del tipo più comune alla
nostra necropoli (tav. Ili, fig. 5).
27. Pozzetto scavato nella terra vergine e murato di ciottoli, profondo m. 0, 65
e largo 0, 42. Lo cuopriva una lapide informe di nenfro. Sul cinerario erano impo-
sti due grandi vasi a foggia di pentola, di una tecnica rozzissima, a grosse pareti e
lucidati a stecco, di cui apparivano le larghe laminature attorno al corpo. Del rima-
nente erano privi di graniture, e con manichi a nastro applicati verticalmente dalla
parte superiore del corpo all'orlo, ed asportati d' antico tempo. Accompagnavano que-
sti vasi quattro tazzine, di tipo laziale manufatte e di tecnica più raffinata che le
olle precedenti. Al solito il loro manico a nastro, applicato nel fondo si eleva molto
sopra all'orlo, e si riunisce a questo convertendosi in un bastoncello steccato ad
anelli. Il cinerario ripeteva la forma dei due primi vasi, ma aveva il piede un poco
allungato, e l'orlo molto sporgente ed applicato immediatamente alla sommità del
corpo (tav. Ili, fig. 5). Lo cuopriva una ciotola a tronco di cono, il cui manico
a bastoncello, ripiegato verticalmente sull'orlo, fu tolto in antico. Nel fondo del
pozzetto si raccolse un frammento di fibula con corpo a mignatta, graffito a sottili
anelletti.
28. Pozzetto murato, profondo dal livello attuale m. 1, 45. La lapide-coperchio,
a foggia di callotta sferica, posava in un piccolo ripiano lasciato sulla terra vergine,
in modo che il vano del sepolcro resultava profondo m. 0, 70 e largo 0, 50. Una
parte del coperchio era stata anticamente asportata, collo scopo di visitare il conte-
nuto del sepolcro ; infatti all' infuori delle ossa cremate, disperse pel fondo, non si
trovò nessun frammento di terracotta o di bronzo.
29. Cassa lunga m. 2, 00, larga 0, 75. Ai lati del coperchio era deposta una
parte del corredo funebre, difesa da piccole sfaldature di nenfro, che sotto il peso del
terrapieno avevano ceduto sui fittili, in modo da ridurli in piccolissimi frammenti.
Nondimeno si estrasse intatta un' olla a corpo sferico, nella cui parte inferiore era
— 186 —
applicato un fondo a tronco di cono, e nella superiore un orlo rovesciato in fuori, a
quarto di cerchio. Conteneva il medesimo una fibula a navicella, bulinata nella parte
convessa dell'arco a larghe fascette. Eimosso il coperchio, apparvero poche ossa alla
testa ed un gruppo di vasi ai piedi. Questi consistevano in una coppa di lamina enea.
a callotta sferica con orlo rilevato in fuori, e sbalzato a bottoncini ; in tre oenochoai
di creta giallastra lavorate al tornio, di forma goffa, e con manico a bastoncello ap-
plicato dalla metà del corpo all'orlo, che è sagomato a beccuccio ; in un vasetto a
due manichi di forma rotonda plasmato a mezzo del tornio, di ima tecnica finissima,
e graffito con ima specie di corridietro, il cui solco è ripieno di colore rosso ; in un' an-
fora a doppia ansa, ed in un piccolo aryballos a bulla sferica e della stessa terra
che i vasi precedenti. Sotto a questi fittili si raccolse una lama di ferro, appartenente
ad un coltello.
30. Pozzetto il cui coperchio s'incontrò alla profondità di m. 0,55. Questo aveva
forma di callotta sferica vuota al di sotto, circondata all'orlo da un profondo solco, e
posava sugli orli del cilindro sporgendo circa 10 cm. Eimosso il coperchio, apparve
la funebre suppellettile a suo luogo, e vuota affatto dalla terra d'infiltrazione. Si estras-
sero gli oggetti col seguente ordine.
a) Rozzo vasetto a calice (cfr. il tipo dato alla tav. Ili, fig. 7), sostenuto da
piede allungato ed a tronco di cono. Conteneva una piccolissima cuspide di lancia in
bronzo, ed un piccolo rasoio lunato, lungo min. 42, che evidentemente ricordava, sic-
come un simbolo, il solito rasoio dei sepolcri felsinei e tarquiniesi, inquantochè la
parte lunata non è tagliente, ed il manico viene rappresentato da una piccola presa
rettangolare.
b) Ciotola-coperchio molto concava con orlo restringèntesi nell'interno, e fondo
allungato e posato entro il cinerario. Esso conteneva una fibula ad arco semplice, con
ardiglione piegato a triplice spirale, fermato entro la breve staffa.
e) Ossuario a goffa pentola, privo di decorazione e con solo manico a nastro,
applicato dalla parte superiore del corpo- all'orlo. Non conteneva che le sole ossa cre-
mate, e posava col fondo entro un orlo di grosso vaso, appositamente tagliato -in an-
tico: apparteneva ad un grande cinerario, graffito a meandri rettangolari sotto l'attac-
catura dell'orlo.
il) Due vasetti uguali al primo descritto, ma con doppio foro da un lato dell'orlo.
e) Ciotola priva di anse, a corpo compresso verso il fondo ed orlo vertical-
mente rialzato. Conteneva un vasetto di tipo laziale, il cui manico a nastro si rial-
zava sopra all'orlo.
/') Tazza molto concava ad orlo un poco rientrante, con manico a bastoncello
applicato lateralmente e sotto l'orlo. Nel suo piede, a tronco di cono, sono praticati
quattro grandi fori circolari.
5 novembre — 31. Il cilindro di questo pozzetto si trovò a capo della cassa
n. 29, per deporre la quale si tagliò l'incavo nella terra vergine, e si tolse una parte
della muratura a scaglie di nenfro. Nondimeno il contenuto di questa tomba i'u la-
sciato intatto, e lo notiamo qui sotto distinguendo oggetto per oggetto.
a) Cinerario ad olla corputa e compressa verso il fondo. 1 due manichi, uno
dei quali tolto in antico, consistono in due bastoncelli accoppiati e steccati a fune.
— 187 —
11 medesimo è decorato di una fascia, che gira sotto lo ause, compita agli angoli da
-rosso punteggiature, ed interrotta da piccoli tratti obliqui e paralleli. Sotto questa
.■ t. nella parte più rilevante del corpo, si ripetono su ciascun lato tre riquadramenti
graffiti con pettine tridente, e terminati negli angoli da uguali punteggiature che le
sopradette: il primo riquadramento a destra, è diviso per diagonale con una croce
-animata a metà delle braccia, gli altri contengono una semplice swastika (tav.III, fig.9).
Tra le ossa combuste una semplice fusaruola.
//) Ciotola-coperchio a fondo allungato, orlo rientrante e manico a bastoncello
obliquamente elevato sull'orlo, ma spezzato in antico. Essa posava sull'orlo del cine-
rario col fondo entro il medesimo, ed un poco inclinata; posizione che si mantiene
generalmente costante nelle tombe a incinerazione della nostra necropoli.
e) Tra il cinerario e le pareti del cilindro, da ciascun lato giacevano due olle
piccolo di rozza tecnica, e di forma goffa. Erano prive di qualsivoglia decorazione.
d) Sei vasetti a calice, d'impasto rosso-scuro e di esecuzione alquanto trascu-
rata. Duo di essi sono forati presso l'orlo; un altro nel piede.
e) Ciotola di forma rotonda e compressa verso il fondo. È munita presso la
parte superiore del corpo di un manico a nastro, contornato di piccole impressioni
oblique, ottenute con arco di fibula a fune. Il corpo di questo fittile porta graffito in
giro un ornamento di scacchi triangolari.
/') Dalla medesima si estrasse un vasetto di forma piatta, con manico a nastro
graffito nei bordi e rialzato sull'orlo.
g) Tre ciotole, due delle quali con manico a bastoncello, applicato orizzontal-
mente poco sotto all'orlo.
lì) Tavolinetto con piano di lamina di bronzo, di forma quasi rotonda (diam.
m. 0,115), priva di decorazioni. È sostenuto su tre sottili fasce di ferro, che conver-
gono nel centro del piano, ove sono imbullettate e legate tra loro con altra piccola
fascia dello stesso metallo.
/)• Due fibule a largo scudetto spiraliforme, con arco formato di dischi obliqui
di ambra, intramezzati da laminette circolari di bronzo.
/) Due braccialetti di lamina sottile avvolta a duplice spirale.
m) Avanzi di ima collana sparsi pel fondo del pozzetto, e consistenti in fusa-
raole ovoidali di ambra, in piccoli cannelli fusiformi di filo eneo avvolto a spira, in
anelletti di bronzo, in una faleretta di lamina sbalzata a duplice giro di bottoncini
e di cerchietti granulati, e coperta di sottilissima foglia di oro.
ri) Ago da cucire forato nella cruna.
32. Cassa chiusa da coperchio a quattro pendenze. Si trovò alla profondità di
m. 1,10 giacente in direzione da nord a sud, e larga esternamente m. 0,75, lunga
m. 1,80. Ai piedi del cadavere, di cui restavano pochissime tracce, si raccolse una
cuspide di lancia in ferro, una tazza di lamina enea sbalzata a baccellature, una cio-
toletta ansata, un kantharos a doppio manico ed un' oenochoe piccola, solo fittile la-
vorato al tornio.
33. Pozzetto incavato nella terra vergine alla profondità di m. 1,25, chiuso da
lapide arrotondata a callotta sferica, ma spezzata in antico appositamente per depre-
dare il sepolcro. Non vi si trevo nemmemo gli avanzi del cadavere.
— 188 —
34. Cassetta internamente lunga ni. 0,85, larga alla metà 0,30, arrotondata da
capo e da piedi, e chiusa da coperchio, ugualmente incavato e diviso sopra in quattro
pendenze. Eimossa la terra infiltrata, si trovò presso la testa un vasetto a pentola, di
t'orma snella, graffito a meandri rettangolari sulla parte più prominente del corpo, ed
una ciotola a corpo rigonfio e compresso verso il fondo, con solo manico a nastro appli-
cato a occhietto tra il corpo a l'orlo, e con decorazione di scacchi triangolari obliqua-
mente listati di graniture. Essa conteneva uno di quei comunissimi vasi di tipo laziale.
al cui corpo compresso e steccato a funicella attorno al fondo, è applicato un manico a
nastro, che si rialza e si riunisce sopra all'orlo. Presso l'omero destro, si raccolse un vaso
di forma identica a quello prima descritto, ma con fondo un poco umbilicato, e in luogo
delle graffi ture nel corpo, con profonde impressioni triangolari, ottenute con arco di fibula,
ovvero con funicella. Presso il femore destro, un vaso un poco più grande del precedente,
ma di forma uguale, decorato di larghe steccature nella parte superiore del corpo.
Ai piedi, contro l'usato, non fu deposto nessun oggetto ; ma tra le poche ossa rimaste,
si raccolse tra il petto e le spalle uno scarabeo di ambra con parte piana priva di
segni, e con parte superiore effigiata a coleottero a mezzo di rozze graniture; avanzi
di catenelle e sottili tubetti cilindrici, formati di filo eneo avvolto ad elica ; una spilla
appartenente ad una grossa fibula a scudetto, di cui una parte era rimasta adesa alla
medesima ; un arco di fibula, formato di una lamina sagomata a scacchi romboidali,
e compita da un piccolo scudetto spiraliforme. Questa curiosissima fibula è contornata
da un solco bulinato.
35. Stela sepolcrale di tufo friabile, spezzata in antico e gettata lungo il fianco
della cassa n. 20. La parte inferiore della stessa, rappresentata da un parallelepipedo
rozzamente tagliato, e lungo circa m. 0,65, largo per ogni lato 0,25, si trovò tuttora
infissa presso la cassa suddetta a m. 0,65 di distanza, attorniata da una rude mimi-
tura di scaglie di nenfro e di tufo. La parte superiore (tav. Ili, fig. 12) rappresenta
la copertura di un'urna-capanna, sul tipo di quella prima da noi descritta alla tomba 5,
e riprodotta alla tav. Ili, fig. 1. Cioè sul fusto parallelepipedo sporgono per ogni lato
le due pendenze del tetto, del quale è accennato lo spessore dinanzi e di dietro al
cippo, con un battente a rilievo di cm. 4 di larghezza. Sulla copertura al contrario
non appariscono le tracce dei correnti.
36. Pozzetto murato con informi pietre, tra le pareti tagliate nel solido terreno
e quelle del cilindro. Questo per essere di tufo friabilissimo, erasi spezzato sotto la
pressione del grosso coperchio a callotta, in modo che tra i molti frammenti di fit-
tili, di cui era ripieno, si potè appena distinguere quelli appartenenti all'ossuario, il
quale ripeteva la forma data per tipo della nostra necropoli ; cioè a pentola con corpo
rotondo ed allungato verso il piede, e con orlo riverso a quarto di cerchio ed appli-
cato immediatamente sopra al corpo. Sotto al detrito dei vasi apparvero le tracce di
una collana a piccoli anelli di bronzo.
37. Gruppo di due casse grandi, di cui la superiore si trovò espilata da antico
tempo, e l'inferiore priva di quella parte di coperchio, che sottostava alla prima
Quest'ultima non conteneva che due di quei sostegni di ferro, i quali abbiamo opi-
nato poco sopra appartenere alla tavola, su cui componevasi il cadavere innanzi la
deposizione nella cassa. All'interno, difesi da insufficienti ripari di nenfro e di tufo.
— 189 —
si raccolsero frammenti di alcune oenoehoai di creta giallastra, lavorate al tornio, e
dii' olle a corpo quasi sferico, con orlo rovesciato in fuori e piede a tronco di inno.
In questa cassa, né dentro né fuori apparve il più piccolo avanzo d'ornamento o di
oggetti in bronzo, e nemmeno di fittili manufatti ovvero torniti.
38. Cassa grande di tufo friabilissimo, con coperchio di due pezzi di tufo di dif-
ferente qualità, ma commessi con molta accuratezza. Un angolo di questo, corrispon-
dente alla testa del cadavere e asportato in antico, aveva servito agli antichi espilatori
per vuotare affatto il contenuto del sepolcro.
39. A circa m. 1 di profondità apparve il' coperchio arrotondato di questo ci-
lindro, che era deposto entro un taglio rotondo della terra vergine, e circondato da
ciottoli e da informi pezzi di nenfro. Il cilindro misurava m. 0,48 di diametro in-
terno, e m. 0,62 compreso lo spessore delle pareti. Conteneva nel mezzo il cinerario
a pentola di tipo comune, se togliesi il manico a nastro, superiormente avvolto ad
occhietto. La decorazione di questo vaso è rappresentata da due fasce di linee paral-
lele, graffite a pettine bidente nella metà superiore del corpo, la prima delle quali
comprende in giro un piccolo meandro rettangolare, e l'altra tre zig-zag distanti tra
loro, e composti di tre fascetti di linee. Tra le ossa ima semplice fusaruola sferica,
un anello di ferro, una sottile spirale di filo eneo, forse appartenente ad un monile,
ed un ago forato nella cruna. In antico l'ossuario era chiuso da ciotola di tipo comune,
priva di graniture e col manico asportato. Si trovò in frammenti, caduta parte dentro,
parte lungo le pareti dell'ossuario, e sopra ai vasi di corredo. Questi erano in numero
di tre, deposti da un lato, e si estrassero col seguente ordine in buonissimo stato di
conservazione, poiché il sepolcro si trovò affatto vuoto della terra.
a) Vaso a forma di ciotola-coperchio, con piede allungato a tronco di cono,
manico a nastro rialzato un poco sull'orlo, e con decorazione di piccoli tratti impressi
con arco affunato di fibula e di triangoli a vertice abbassato, divisi da una lineetta
verticale ed ugualmente impressi.
//) Vaso di forma simile, semplicemente steccato sotto l'orlo: conteneva ima
ciotoletta di tipo laziale, cioè col manico a nastro applicato nella parte più bassa
del corpo, e rialzato sopra all'orlo.
e) Vaso a piccola olla compressa verso il fondo, e con collo allungato ed a
tronco di cono. È munito nel corpo di un manico a nastro disposto verticalmente, ed
è privo di decorazione graffita ovvero impressa.
Attorno al piede dell'ossuario, sotto i fittili ricordati, si scoperse una coppia di
fibule a scudetto bulinato a voluta, coll'arco semplice e con triplice spirale : nell'ar-
diglione sta infilato un braccialetto, di sottile filo di rame avvolto a due giri, una
fibula ad arco schiacciato a foglia, priva della spilla e della staffa; molti grani di
ambra, ed un ciondoletto sferico di bronzo munito di attaccagnolo forato, i quali ul-
timi oggetti dovevano appartenere a collana, ancora perchè disposti in giro attorno
al fondo dell'ossuario, a somiglianza di qualche esempio della necropoli vetuloniese.
Vuotato il pozzetto, si costatò essere profondo m. 0.46.
40. Cilindro di tufo con coperchio a callotta sferica, vuota al di sotto, ma spez-
zata anticamente, forse per praticarvi una fossa per un doposito. I vasi, ad eccezione
di un rozzissimo •poculum, furono tolti in antico, ma le ceneri rispettate e deposte in
un angolo, sotto uno strato di scaglie iti tufo e di nenfro.
— 190 —
41. Cassa piccola (cm. 80X45) di tufo, chiusa dal solito coperchio, ai cui lati
apparivano lo tracce del rozzo vasellame tornito, che vi era stato deposto sotto lapidi
informi di nenfro. Si raccolsero solamente nell'interno della cassa due patelle, d'im-
pasto nero lucido, due boccaletti presso i piedi, ed all'omero destro un' ascia di ferro
molto danneggiata dall'ossido. È da notarsi che per deporre questa cassa, si dovette
spezzare una parte di un cilindro di tufo, che trovavasi a poca profondità. Qui, come
nella tomba precedente, mancava la suppellettile funebre; ma si erano rispettate le
ossa, deponendole in un vuoto praticato nel fondo del pozzetto.
42. Incavo circolare nel terreno vergine, profondo m. 1,30, e chiuso a metà da
una pietra di nenfro rozzamente arrotondata di sopra. Questo pozzetto era privo di
difesa, cioè della muratura a ciottoli come in altri esemplari congeneri ; la qual cosa
era stata motivo, perchè il pozzetto interamente franasse sotto il peso della lapide e
del terrapieno imposto, schiacciando il cinerario, il quale era a grosse pareti, e presso
a poco non si allontanava dal tipo più comune della nostra necropoli. Tra la terra
infiltrata apparvero le tracce di oggetti di ferro, che dovevano in origine rappresentare
una coppia di fibule a grosso arco e lunga staffa.
ti novembre — 43. Si rinvenne il coperchio di questo cilindro alla profondità
di m. 0,50, solcato in giro presso l'orlo, e vuoto al di sotto. Il cilindro di tufo, pro-
fondo m. 0,42, largo m. 0,33, conteneva un rozzissimo cinerario, a forma solita di pen-
tola corputa e priva di orlo. Vi posava sopra la ciotola-coperchio, a basso tronco di
cono e forata nel fondo. Conteneva la stessa un vasetto di tipo laziale, con manico
steccato presso l' attaccatila dell'orlo. Ai lati del manico internamente si ripetono due
impressioni triangolari; e nella parte superiore del corpo, un giro di uguali impres-
sioni. Attorno al cinerario si raccolsero i seguenti oggetti:
a) Navicella a fondo piatto, lunga cm. 18, rialzata a prua ed a poppa, e con
manico applicato trasversalmente nel mezzo.
b) Tre vasetti, che ripetono in piccolo la forma del cinerario, ma di tecnica
rozzissima: imo di essi si trovò chiuso da im coperchio conico.
è) Ciotola corputa, con piede allungato e largo manico a nastro, applicato dalla
parte superiore del corpo all'orlo.
Nell'attaccatura di questo al corpo, un giro a piccole impressioni oblique di fìbula,
comprese entro due graniture ; immediatamente sotto a questo ornamento, un meandro
rettangolare graffito a pettine bidente.
d) Tavolinetto composto di una lamina rotonda (diam. maggiore m. 0.105). un
poco arricciata in giù all'orlo. A mezzo di tre imbullettatine, sono applicate alla me-
desima tre piedi a sottili listre di bronzo, legati sotto il piano con un filo eneo, che
per maggiore solidità si saldò riempiendo il vuoto con pece greca fusa.
e) Ciotoletta corputa con breve orlo sporgente in fuori, e manico a bastoncello
applicato verticalmente dal corpo all'orlo.
/') Tre tazzine a calice di tecnica rozzissima.
g) Piccola lancia di ferro (lunghezza m. 0.11). con suo puntale dello stesso
metallo.
h) Piccola cannula di lamina enea, di cui ignoriamo l'uso.
i) Fibula, il fui arco di lamina è rappresentato da una doppia losanga com-
pita da piccolo scudetto spiraliforme.
— mi —
I) l'ulti, ■ lunatii lungo min. 75 con manico in lamina, fuso insieme alla lama
e forato con trapano. Un altro piccolo foro si ripete presso la costola tra due spor-
genze angolari.
m) Piccola fibula ad arco semplice.
u). Coperchio di vaso (diam. m. 0,037) formato di una lamina circolare piana.
nel cui mezzo è applicato un manico di filo quadrangolare, passante per due fori, e
ribadito al di sotto.
o) Piccolo tipo di cinerario Villanova (cfr. la fig. 15 della tav. Ili) con ma-
nico a nastro applicato verticalmente al corpo. Questo è graffito a grandi zig-zag, e
poco sopra, nell'attaccatura del collo, con una fascia a meandri rettangolari, ottenuti
con strumento a doppio dente.
44. Formella quadrata presso un limite semicircolare della necropoli, parte inca-
vata nella terra vergine e parte murata attorno per m. 1,75 di profondità. Ogni lato
misurava m. 1,70, e si trovava perfettamente orientato. Un terzo circa della medesima
era ripieno esclusivamente di carboni e ceneri del rogo, tra i quali qualche frammento
•li ossa umane, di laminette di bronzo e di vasellame consunto dal fuoco. Essa ci dà
l'idea della fossa comune ove deponevansi le ceneri dell'ustrino, inquantochè uè gli
ossuari, uè i cilindri si trovarono in questo gruppo circondati dalle medesime. Quel re-
cinto semicircolare, ricordato di sopra, era sostenuto da una fila di grosse pietre di nenfro
e segnava un limite della necropoli. È da notare che la sua area, rialzata sul piano
della necropoli per circa un metro, era cosparsa di carboni e di qualche frammento
di pietra con evidenti tracce del fuoco. La sua vicinanza colla fossa predetta mi fa
sospettare che su quel piano doveva comporsi il cadavere sopra la catasta.
45. Cassa lunga m. 1,80, larga 0,55, chiusa da coperchio di tufo friabilissimo.
Per deporre la stessa si era disfatto un cilindro identico ai precedenti, parte del quale
rimaneva a suo luogo colle ossa ammucchiate in un canto, ed i frammenti di piccoli
vasi posati sotto una sfaldatura di tufo. Ai piedi del cadavere si raccolse ima tazza
a callotta sferica in lamina enea, priva di orlatura allicciata e di manichi : misura
m. 0,16 di diametro e 0,06 di profondità. Presso la testa, in miserevole stato di
conservazione, una fibula ad arco semplice, graffito ad anelletti, e compito da lunghis-
sima staffa; di più gli avanzi di sottilissimi orecchini spiraliformi di filo argenteo, ed
i frammenti di due boccaletti di creta giallastra lavorati a tornio.
7 novembre — 46. Pozzetto incavato nella terra vergine, rivestito di muratura
a ciottoli e scaglie di nenfro, e coperto da ima lastra di pietra viva rozzamente arro-
tondata. Il cinerario ripete la forma di quello notato alla tomba n. 39, ma decorato
di riquadramenti, entro i quali le swastikas graffite a pettine bidente e compite da
punteggiature. Si noti che il manico di detto vaso era stato tolto in antico. La cio-
tola imposta sull'olio del cinerario, ci ricorda il tipo di quelle a basso tronco di cono,
forate nel fondo, ma ha per piede un piccolo listello circolare e porta un orlo un poco
arricciato in fuori. Tra le ossa combuste si raccolse un avanzo di arco di fibula co-
perto di sottile filo avvolto a fune, un cutter lunato, lungo cm. 4 e con presa ret-
tangolare in luogo di manico a occhietto. Ai lati dell'ossuario quattro tazze a calice.
due pocula rozzissimi di forma ovoidale, una barchetta (lungh. 17 cm.) a fondo piatto.
con bordi rialzati verticalmente, e due informi sporgenze a prua ed a poppa: rozza
Classe di scienze morali ecc, Memorie — Ser. I». Vnl. II. 21
— 192 —
ciotola corputa con grosso manico elevato sull'orlo, ed una tazzina di tipo laziale con
manico verticale, rialzato sopra all'orlo, ornata per tutta la parte rilevante del corpo a
larghe steccature piane e nell'attaccatura di questo all'orlo, di zig-zag impressi roz-
zamente con arco di fibula.
47. Cinerario di tipo usuale, chiuso da una ciotola a fondo allungato e forato
nel mezzo. Sì l'uno che l'altra erano privi di decorazioni. La ciotola conteneva il
vasetto di tipo laziale steccato attorno al corpo: il cinerario tra gli avanzi del ca-
davere vari anelletti di bronzo, uno dei quali di sottile filo eneo ravvolto ad elica:
un pezzetto di bronzo e spezzato (aes-rude) ; un cutter lunato identico a quello della
tomba 46. Attorno il cinerario, cioè tra questi e le pareti del cilindro, si estrassero
nel seguente ordine :
a) Un'olla a corpo ovoidale restringentesi a tronco di cono sotto l'orlo e nel
fondo, con manico a nastro applicato verticalmente nella prominenza del corpo, che
è decorato in alto da una sottile fascia limitata da doppio solco graffito e contenente
piccole impressioni oblique di fibula, ed in basso da sei meandri tonnati da simile
fascia, cioè da duplice granitura ed impressioni oblique, e disposti in modo da rap-
presentare una semplice swastika, nel cui braccio superiore sinistro è imito un
meandro a T.
b) Due navicelle, delle quali una, lunga m. 0,155, è munita a prua di un
collo d'oca ed a poppa da un incavo emisferico; l'altra lunga m. 0,14 foggiata a
poppa a guisa di beccuccio molto sporgente ed a prua di un sottile collo a testa di oca.
e) Due tazze a calice e con lungo piede.
rf) Ciotoletta steccata nella prominenza del corpo, con orlo sporgente e ma-
nico rialzato su questo.
e) Patella a tronco di cono con orlo un poco rovesciato in fuori.
f) Ciotola a breve orlo, fondo allungato e manico a nastro un poco rialzato
sull'orlo.
g) Ciotola di forma identica alla precedente, ma più grande, con corpo striato
verticalmente, e manico a largo nastro arricciato ai bordi.
h) Ciotoletta quasi emisferica, con manico semielittico. applicato orizzontal-
mente sotto l'orlo, e munito di due cornetti verticali.
i) Ciotola a fondo ristretto ed orlo rientrante: è munita di alto manico a nastro.
I) Poculum ovoidale con manico a nastro, applicato verticalmente all'orificio.
m) Due vasi piccoli a corpo rotondo, privi di anse e con orlo e piede rastremati.
48. Ziro di terracotta largo all'orlo cm. 40, nella parte più rilevante del corpo
58, ed alto 60 : era munito all'esterno, e poco sotto l'orificio, di due prese cilindriche.
(tav. II, tìg. 3). Si trovò incastrato in fondo ad un taglio cilindrico profondo m. 2
circa e largo 0,80, chiuso da due parallelepipedi di nenfro. Il cinerario posava nel
fondo sopra una piccola sfaldatura arrotondata, e ripeteva la forma del tipo Villanova
un poco modificata, inquantochè V unione dei due tronchi di cono è molto sporgente, e
decorata per ciascuna parte da due piccole prominenze messe in mezzo da tre listel-
Lettì verticali; ed i suoi manichi a nastro si riuniscono dalla sporgenza massima del
corpo all'orlo. L'ossuario non conteneva che pochi resti bruciati del cadavere, tra i
quali si raccolsero alcuni frammenti di lamine di bronzo, appartenenti alle fibule a
scudetto, e qualche anello pur collana. Detta olla era chiusa da una ciotola quasi
[liana con orlo rientrante e munito ili ansa orizzontale. Si trovò spezzata e caduta
entro e fuori dell'ossuario, ma non presentava nessuna decorazione, ed era di tecnica
rozzissima. Piccola olla molto corputa, ma compressa verso il fondo con orlo rien-
trante e 'sporgente in fuori, a quarto di cerchio. È d'impasto giallognolo, ricoperta di
imo strato considerevole di rosso intonaco, e levigata a stecco. Tazzina a corpo len-
bicolare ornato di due sporgenze e di steccature verticali e parallele: i suoi manichi
si compongono di due bastoncelli fermati nella parte più prominente del corpo e
riuniti ed avvolti ad occhietto sopra all'orlo. Tazza identica nella forma e nella de-
corazione, coli' aggiunta di tre steccature a sernicircolo, le quali circondano le spor-
genze, e con manichi semplicemente a nastro. Questa conteneva una ciotoletta di tipo
laziale a forma schiaccieta e manico a nastro applicato al corpo ed all'orlo, e rial-
zato sopra a questo, ed ima fibula il cui arco sul dinanzi è decorato di quattro pic-
cole sporgenze a bottone, e si riunisce sotto una piastrina umbilicata. Piccola olla
che ripete la forma di quella poco sopra descritta, ed è ugualmente spalmata di stucco
rosso. Sotto ai detti vasi si raccolsero i frammenti di un coltello e di una lancia
di ferro.
49. S'incontrò la chiudenda di tufo alla profondità di m. 1,20, sotto la quale
apparve il pozzetto murato a ciottoli, e ripieno della terra infiltrata. Per primo si
estrasse la ciotola in frantumi, ma tuttora posata sull'orlo del cinerario, con entro
una fibula con arco a foglia, compito da stalla inginocchiata, e da scudetto spirali-
forme. La ciotola ripeteva la forma più comune alla nostra necropoli, ed il cinerario.
era rappresentato da una rozza pentola con orlo applicato immediatatamente nella
parte superiore ed arrotondata del corpo. Questo era affatto privo di decorazione graf-
fita. Da un lato si raccolsero i frammenti di una tazzina di forma piatta con manico
a nastro rialzato sopra all'orlo, ed mi vasetto corputo a guisa di bicchiere e con
manico a nastro applicato verticalmente all'orlo. Il cinerario posava sopra alla bocca
di una grande olla spezzata all'unione del collo al corpo.
50. Piccola cassa (m. 0.25 X 0,S4 di vuoto) chiusa da lapide di tufo un poco
arrotondata al di sopra, ed incavata al di sotto. Ai piedi del piccolo scheletro si
estrasse un'oenochoe manufatta, priva del manico e con beccuccio sagomato.
51. Pozzetto difeso in giro da muratura di ciottoli, e chiuso da una lapide di
tufo arrotondata ed incavata al dì sotto,- come la chiudenda dei cilindri. Si trovò
ripieno di terra, che gravitando sul vasellame lo aveva quasi completamente frantu-
mato. Sopra all'ossuario due ciotole a corpo superiormente arrotondato, ed inferiormente
allungato a tronco di cono. Nella parte più sporgente del corpo sono decorate da
impressioni di fibula, disposte a triangoli obliquamente tratteggiati. Piccola ciotola
con identica decorazione, ma di forma piatta, umbilicata, e con manico semielittico
applicato verticalmente sull'orlo. Attorno al cinerario, che ricordava la forma più
comune, si estrassero gli oggetti col seguente ordine :
a) Tre pocida rozzissimi, a forma ovoidale, con manico verticale da un lato.
b) Ciotoletta quasi emisferica a fondo appianato, e con manico tolto in antico,
ma applicato orizzontalmente all'orlo.
e) Tazzina di tipo laziale a forma compressa, steccata nella parte più rilevante
— 194 —
del corpo, e munita di manico a nastro, che presso l'orlo si converte in im baston-
cello sagomato a steccature orizzontali, e nella parte superiore è decorato di duplice
impressione di funicella. Ai lati dell'attaccatura del manico l'orlo internamente è
ornato di due triangoli a vertice abbassato, impressi a fibula, e divisi per tutto il
campo da tratti obliqui e paralleli.
d) Olla di terra giallastra a corpo rigonfio, compresso verso il fondo, e munito
di manico a nastro, che è applicato verticalmente nella parte più sporgente. È rico-
perta, come le altre poco sopra notate, di uno strato di stucco rosso, e lucidata
a stecco.
e) Idem più piccola.
f) Vasetto a foggia di bicchiere ovoidale, munito di manico a bastoncello e
sostenuto su tre piedi. E di ima tecnica rozzissima, e di una esecuzione trascurata.
52. Cilindro di tufo chiuso dal solito coperchio, che presso la commessura portava
in giro un profondo solco. Il vuoto interno misurava m. 0,40 di diametro e m. 0,19
di altezza, ed aveva nel fondo un vuoto cilindrico profondo m. 0,06, largo 0,155. Su
questo vuoto posava il piede dell'ossuario, che nella forma trovava riscontro con
quello della tomba 48, ma con solo manico, e senza decorazioni delle apofisi e dei
listelletti. Posava capovolta entro il medesimo ima piccola ciotola col fondo piatto e
col corpo ovoidale munito di tre sporgenze coniche e di manico semielittico appli-
cato orizzontalmente all'orlo. Da un lato posava una grossa olla a corpo molto rotondo
e compresso, a fondo un poco allungato. Vi è imposto im collo sottile a tronco di cono,
ed un orlo rotondo e sporgente. Il manico a bastoncello si riunisce dall'orlo alla
sommità del corpo, ed è orizzontalmente steccato a sottili solchi. La parte superiore
del corpo, dove si unisce il collo, è ornata di un giro di triangoli riversi, tratteggiati
obliquamente da impressioni a spina. Piccolo tipo di cinerario a corpo rotondo, rastre-
mato ed allungato al piede, e con collo a tronco di cono. In giro triangoli identici
a quelli del precedente ma divisi due a due (v. tav. Ili, fig. 15). Sotto l'orlo quattro
solchi appena tracciati. Cinque tazzine a calice. Rozzissimo bicchiere semiovoidale.
Ciotoletta di tipo laziale ad alto manico e 'corpo steccato a fune. Nel fondo del ci-
lindro una lama lunata di cutter, il cui manico fermato da due imbullettature andò
perduto. Piccola fibula ad arco semplice. Avanzo di arco di fibula a drago, fasciata
a metà con sottile filo eneo, e da un capo e dall'altro avvolta a due spire. Lancia
in lamina di bronzo, a foglia di oliva con cannula arricciata sopra, lunga mia. 68.
e puntale della stessa a tronco di cono lungo mm. 32.
53. Cinerario di tipo comune con fondo molto ristretto, alto cm. 25 col collo
molto concavo, e con orlo rotondo e sporgente. Fu trovato nel fondo dell'incavo cilin-
drico sopra un orlo di grande vaso spezzato appositamente. Nell'alto del corpo gira
una fascia composta di sottili graniture parallele, e limitata da impressioni a fune.
la quale si piega ad angolo sotto l'attaccatura dell'unico manico, ed è compita da
forti punteggiature. Sotto a questa fascia si ripete un zig-zag triangolare a gruppi di
graniture parallele, ottenute con pettine a tre denti. La ciotola coperchio non pre-
senta nessuna particolarità nella forma, cioè ha il piede allungato ed il corpo rigonfio
e compresso verso il fondo: nella parte più sporgente di questo si ripetono in giro
sottili graniture oblique e parallele. Mira tazza di forma consimile, ma piti piccola
— 195 —
e meglio conservata, si trovò ai lati del cinerario, con entro un rozzo vasetto a tronco
'li cono, con piede ed orlo piano e sporgente,
hi giro all'ossuario:
a) Un vaso a corpo rotondo posato sopra un alto piede a tronco di cono, con
manico applicato all'orlo ed alla parte superiore del corpo. In questo risaltano tre
sporgenze rozzamente contornate di steccature concentriche, tra le quali un meandro
a duplice granitura, ma di esecuzione molto trascurata: questo è limitato superior-
mente da una sottile fascia a impressioni di funicella o di fibula, la quale gira sotto
il manico, e negli angoli viene compita da due grosse punteggiature a stecco.
h) Tazza non molto grande formata, di due tronchi di cono, uniti per la base
minore, di cui il superiore rappresenta il corpo, l'inferiore il piede. Nel fondo è pra-
ticato un foro irregolare.
e) Ciotola di tipo comune, solamente decorata nell'attaccatura dell'orlo di un
contorno a doppia linea graffita e ad impressioni di fibula a 'fune. Conteneva una
ciotoletta di tipo laziale, nel cui corpo si ripetono in giro steccature oblique e parallele.
(/) Ciotola grande con manico a nastro, i cui bordi sono un poco arricciati:
si ripetono attorno al corpo, interrotti dall'ansa, i triangoli obliquamente striati ed
impressi con strumento avvolto a fune.
e) Tazzina di tipo laziale, identica a quella, che fu scoperta entro il vaso
indicato sopra colla lettera e.
f) Rozzo poculum con manico a nastro applicato sotto l'orlo.
g) Tre tazze a calice di rozzissima fattura.
h) Degli ornamenti enei si potè soltanto estrarre in mediocre stato di conser-
vazione una coppia di fibule ad arco semplice e brevissima staffa, entro una delle
quali era tuttora infilato un braccialetto di lamina, solcata in mezzo ed avvolta a spirale.
i) Due anelli di bronzo non molto grandi.
/) Anellini fusi di bronzo e grani di pasta vitrea scura e di ambra, apparte-
nenti a collana.
m) Piccole imbullettature a capocchia emisferica, simili a quelle usate per
decorazione dei vasi.
54. Pozzetto murato con detriti di nenfro, e chiuso da rude lapide, la cui
parte superiore era stata arrotondata. Questa sotto il peso del terrapieno erasi spez-
zata, ed aveva talmente gravato sul vasellame da ridurlo in frammenti : del cinerario
non fu possibile costatare la forma e le dimensioni ; si riconobbe soltanto essere privo
di decorazione e chiuso da ciotola. Si notarono i frammenti di un vaso ansato a corpo
ovoidale e con piede a tronco di cono ; forse un' olla. Un bicchiere di creta rossastra,
ma di esecuzione trascuratissima ; una ciotola di tipo comune graffita a zig-zag con
strumento a doppio dente. Tra le ossa combuste qualche avanzo di ferro, 'probabil-
mente appartenente a fibula.
55. Pozzetto identico e trovato in uguale stato del precedente. Pochissimi fram-
menti dei fittili di corredo, ed un cinerario consimile a quello descritto nella tomba 52.
cioè con collo a tronco di cono, imposto al corpo molto rotondo, e compresso verso il
piede. È il tipo che più s'avvicina al cinerario Villanova.
56. Cassa chiù ;i da coperchio concavo al di sotto, e sopra tagliato a doppia
— 196 —
pendenza. Internamente misurava in. 0,18 di profondità, 0,44 di larghezza e 1,85 di
lunghezza. Attraverso ai piedi una lancia di ferro lunga ni. 0.315, la cui cannula è
formata da una lamina arrotondata, e congiunta sopra. Presso il femore destro un
kantharos di bucchero di forma elegante e con doppia ansa rialzata obliquamente
sopra all'orlo. Alla testa un' oeuochoe di bucchero a corpo rigonfio ed a manico rotondo,
applicato dalla sommità del corpo all'orlo, dove è decorato di due cornetti sporgenti.
8 Novembre — 57. Pozzetto quasi aderente alla cassa suddetta. Una parte della mu-
ratura a lastre di nenfro fu tolta nell'incavare la fossa; ma il contenuto si conservò intatto
ed a suo luogo, insieme alla rude chiudenda. L'olla cineraria a goffa pentola con basso piede
ed orlo appena pronunziato, era priva di decorazioni, e conteneva tra le ossa cremate
una fusaruola sferica, un sottile braccialetto di filo eneo, alcuni acini ovoidali di pasta
vitrea sema, tre anelli di bronzo ed una fibula ad arco semplice graffito ad anelletti,
ardiglione avvolto a tre spire e staffa inginocchiata e compita da scudetto spirali-
forme. Il cinerario era chiuso da una ciotola priva di manichi e del piede, a pareti
grosse e rozzamente plasmate. Aderente al cinerario ed alla parete del pozzetto si
trovò una piccola navicella frammentata, a fondo piatto, ed a bordi appena rialzati :
una tazzina un poco concava, sostenuta da tre piedi inginocchiati; due vasi a tronco
di cono accoppiati all'orlo sotto una presa informe e molto rialzata; due Razzine a
calice con snello piede e corpo quasi piano ; due rozzi pocula ovoidali, privi di manico.
58. Cassa di tufo chiusa da coperchio smussato alle testate, e a doppia pendenza.
Misurava internamente m. 0,22 di larghezza su m. 1,65 di lunghezza. Lo scheletro
era in gran parte consunto, e soltanto i denti c'indicavano il luogo ove posava la testa.
Qui si raccolsero in minuti frammenti gli orecchini a sottile filo argenteo ed alcuni
grani di vetro nero e bianco, appartenenti a collana. All'altezza del petto e sotto le
tibie il fondo della cassa era attraversato da sottili sbarre di ferro, ai cui capi erano
inchiodate le maniglie semielittiche. Accennammo in principio appartenere le medesime
ad un piano di legno, sul quale veniva composto il cadavere, innanzi di deporlo
nella cassa.
59. Cassa piccola lunga internamente m. 1,15, larga ai piedi m. 0,25. alla
testa, ove l'incavo era un poco arrotondato, 0,33, e profonda 0,18. Nel luogo dei piedi si
raccolse un rozzo vaso a forma ovoidale, sostenuto sopra un piede a tronco di cono, e
decorato nel corpo di brevi listelletti verticali. Il suo manico era stato tolto in antico.
60. Cassa trovata alla profondità di m. 0,80, chiusa dal solito coperchio, larga
nel vuoto m. 0,60 e lunga 1,70. Ai piedi una lancia di ferro, alla cintura un vasétto
a doppia ansa (kyathos) steccato a fune nella unione del collo al corpo, e decorato
di due sporgenze coniche.
61. Cassetta per bambino, espilata in antico perchè quasi a superficie.
62. Cilindro di tufo, il cui coperchio fu spezzato per deporre la cassa 68. Il
corredo funebre si trovò a suo luogo, eccettuato il cinerario, che fu tolto e le ceneri
versate sopra ai vasi. In luogo del cinerario fu collocato un vaso ad oenochoe, di goffa
forma con alto collo e beccuccio molto rilevato: nel suo corpo erano applicati in giro
sei listelli verticali a rilievo. Appartengono al corredo del pozzetto i seguenti oggetti:
a) Vaso rotondo e compresso verso il piede, che è un poco allungato a tronco
di cono: ai due lati opposti le anse sono formate da due bastoncelli che si riuniscono
— 197 —
ad angolo sotto l'orlo : la paxte superiore del corpo è decorata da un giro di triangoli
a vertice abbassato, striati obliquamente da impressioni di fibula ad elica.
b) Piccolo tipo di cinerario Villanova col solito manico a nastro, applicato
verticalmente alla sommità del corpo. In giro a questo si ripete quattro volte, entro
doppia graffitura, uno zig-zag graffito con strumento a due denti.
e) Rozzo poculum ovoidale con solo manico da un lato, ed immediatamente
sotto l'orlo.
d) Pendaglietto di bronzo a doppio tronco di cono, unito per la base maggiore,
e terminato da un appendice forato. È striato orizzontalmente ad anelletti paralleli
e nella prominenza abbellito con un giro di piccole punteggiature rilevate.
e) Due pendaglietti di bronzo a forma ovoidale, muniti di lungo attaccagnolo.
e grani per collana in pasta vitrea nera e bleu.
63. Cilindro di tufo con coperchio spezzato in antico, per dare luogo alle casse
seguenti. Infatti il cilindro si trovò forato da una parte per introdurvi una lagena
appartenente alle casse predette. Il contenuto però non fu manomesso. Si estrasse per
primo un vasetto con manico spezzato, ed in origine rialzato sull'orlo: esso posava
-opra una ciotola-coperchio a tronco di cono, ad orlo rientrante e con due apofisi ai
ai lati di questo. Dentro alla tazzina nominata, ima grande fibula con arco a foglia,
con staffa inginocchiata ad angolo, e con scudetto spiraliforme. Nel suo ardiglione sono
infilati due braccialetti a semplice listra di bronzo avvolta a spira. Il cinerario ripe-
teva la forma più comune, un poco compresso verso il fondo, e con manico spezzato
anticamente. È di rozzissima tecnica, a grosse pareti, privo di ornamentazione e levigato
con poca accuratezza. Non conteneva che una fusaruola sferica, tra le ossa combuste.
Attorno al cinerario si estrassero questi oggetti col seguente ordine :
a) Tazzina a callotta sferica con fondo appuntato, ed orlo rialzato da una parte
in modo da formare una piccola presa.
/;) Due vasetti di differente grandezza, ma ambedue a corpo rotondo e com-
presso verso il fondo, e munito di tre sporgenze coniche. Uno di essi, il più grande,
porta un solo manico a nastro, ed è decorato di quattro riquadramenti punteggiati
agli angoli, e contenenti una swastika, essa pure composta di più punteggiature : l'altro
vaso ha un doppio manico unito dalla parte superiore del corpo all'orlo. Quest'ultimo
conteneva ima fibula identica a quella descritta, nel cui arco si trovavano appesi due
braccialetti uguali ai precedenti, ma frammentati.
e) Tazzina semiovoidale con orlo restringentesi, e quatto prese ai lati di questo,
formate ciascuna di due listelli accoppiati.
64. Cassa priva del coperchio, che forse fu tolto da non molto tempo, trovandosi la
medesima quasi a superficie. Misurava internamente m. 0,52 di larghezza, m. 1,90 di
lunghezza e m. 0,43 di profondità. Si trovò affatto espilata. Per deporre questa cassa
fu spezzato un cilindro di tufo uguale agli altri descritti ; e si usarono i frammenti
dello stesso per proteggere alcuni vasi, che secondo l'uso si collocavano fuori della
cassa. Consistevano gli stessi in olle sferiche sostenute da piede conico, e compite da
un orificio molto sporgente ed arrotondato. Una di quelle, la sola che si potesse con-
servare, è striata di sottili listelli verticali, e porta due anse semielittiche nella parte
più rilevante del corpo, e un listello rilevato, nell'accatura dell'orlo al corpo.
— 198 —
65. Cilindro sottoposto in parte alla cassa 61. È il più grande che siasi trovato
in questo gruppo di sepolcri, perchè misura in. 0,56 di diametro e 0,47 di profondità
nel vuoto interno. Il coperchio era stato tolto in antico, spezzato e messo a difesa di
alcuni rozzi vasi torniti, che circondavano la cassa suddetta. In questo caso è da no-
tarsi, come abbiamo notato in molti cilindri, che, sebbene si spogliasse interamente
del contenuto, si rispettarono le ceneri, versandole nell'incavo praticato nel fondo del
cilindro.
66. Questo cilindro, ugualmente al descritto, fu spezzato e spogliato, ad eccezione
delle ceneri, per deporre lì accanto la cassa 60. Tra la terra infiltrata si raccolsero
piccoli frammenti di un monile di argento, formato di sottilissimi fili avvolti ad elica
e ondulati all'estremità.
67. Cassa lunga m. 1,50, larga 0,45, chiusa da grande coperchio, vuoto al di sotto
e tagliato a quattro pendenze. Ai piedi del cadavere un rozzissimo fittile manufatto a
forma semiovoidale, una tazzina a doppio manico e con corpo decorato da baccellature
verticali sbalzate dall'interno, ed una tazza a forma lenticolare. con due manichi a
doppio bastoncello, rialzati ed avvolti ad occhietto sopra all'orlo. Il suo corpo è abbel-
lito da due sporgenze coniche, messe in mezzo da quattro listelletti a rilievo.
68. Cassetta lunga m. 0,85, larga 0.29, profonda 0,15, chiusa da coperchio a doppia
pendenza di tufo friabilissimo. Non conteneva che due fibule ed un anello di ferro
presso l'omero sinistro e la mano sinistra; e presso il femore destro una tazzina a forma
lenticolare, su cui è imposto un collo leggiermente concavo ed un orlo arricciato in
fuori : il suo manico a nastro si converte in bastoncello nel punto più elevato, e si
allarga nuovamente a nastro nell'attaccatura dell'orlo. La parte superiore del corpo
porta in giro piccoli tratti verticali e paralleli eseguiti a stecco. Ciotola essa pure a
fomia lenticolare e con breve listello sotto il fondo. È priva di decorazione, ma è mu-
nita di due piccole anse, che superiormente si convertono in un bastoncello a sezione
triangolare. Ciotoletta di bucchero tornita, con due sottili manichi a bastoncello, dia-
metralmente opposti ed applicati nella parte inferiore del corpo. Piccola olla a corpo
sferico con due anse alla metà del corpo. Conserva le tracce di uno stucco rossastro.
come le olle della tomba 48 di questo stesso gruppo.
9 novembre — 69. Piccola cassa per bambino, chiusa dal solito coperchio. Al-
l'esterno ivaocnochoc grande, di forma goffa, a collo allungato e beccuccio sagomato
a foglia di edera. È di bucchero nero-lucido, lavorata a tornio. Si estrassero dall'in-
terno della cassetta i seguenti fittili :
a) A destra della testa. Tazzina sostenuta da snello piede e munita di tre
a potisi pendenti in giù nella parte inferiore del corpo , e di manico a bastoncello
elevato obliquamente sull'orlo. Si trovò ripiena di sostanza biancastra, simile a caler.
//) Dalla parte opposta alla precedente. Tazzina steccata verticalmente nella
parte più rilevata del corpo.
r) Vaso quasi sferico, a cui è imposto un orlo un poco arricciato in fuori: nella
parte più prominente del corpo sono applicati due manichi semielittiei diametralmente
opposti. Fu trovata all'altezza del fianco destro.
'/) Presso i piedi. Vaso rotondo, chiuso all'orlo, clic s'innalza sul corpo quasi
verticalmente. La parie superiore e pianeggiante del corpo porla in giro più striatine
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concentriche all'orlo. Da ciascun lato tra Le anse, è rozzamente graffito un volatile a
Lunga coda arcuata; lo linee graffite sono ripiene di ocre rossa.
e) Vasetto con collo a tronco di cono e doppia ansa, applicata dalla sommità
del corpo all'ori.». Tra Le auso da ciascun lato una doppia spiralo granita.
/•) Due oenochoai a corpo rigonfio e schiacciato verso il fondo, collo a tronco
.li eono. o beccucci.» sagomato e sporgente. Il manico della più grande di esse è l'or-
mato .li due bastoncelli che si riuniscono ad angolo retto sotto l'orlo. Questi ultimi vasi
erano aggruppati sopra ai piedi.
Tra la terra infiltrata sotto i predetti fittili si raccolse una fibula di ferro; e
presso il collo del cadavere, piccoli grani di pasta vitrea bleu e bianca, quattro pendo-
lerà di bronzo ed una maglietta col suo uncinello di sottile filo eneo.
70. Piccolo cilindro (diam. del vuoto interno m. 0,28. prof. 0.20) chiuso da solita
, -allotta, con presa in giro presso l'orlo e vuota al di sotto. Una parte del coperchio
era stata in antico tolta, e da quel vano vuotato il cilindro per deporvi una piccola
oenochoe di bucchero lavorata a tornio, appartenente al funebre corredo della seguente
cassa. Ma le ossa combuste furono rispettate, e sull'esempio di altri cilindri espilati
in antico, versate nel fondo del vano.
71. Cassa grande derubata da molto tempo. Vi si rinvennero due oenochoai grandi,
di bucchero tornite, ma ridotte in frammenti, e qualche avanzo di lamina enea, appar-
tenente a boccaletto od a ciotola. Sotto a questa cassa se ne trovò una seconda espi-
lata affatto per deporvi la prima.
72. Cassa non molto grande, trovata alla profondità di m. 1,60. Ai piedi del ca
.laverò piccola oenochoe di bucchero chiaro, con ansa alla metà del corpo, e grande
olla sferica a due manichi. Questi due fittili si trovarono compressi sotto i frammenti
del coperchio di tufo. Ai fianchi poche tracce di oggetti di bronzo, quali una fibula
di tipo etrusco, vuota internamente, un orlo di vasetto a ciotola . un frammento di
anello, ed a capo ed a piedi i soliti ferramenti colle maniglie.
10 novembre — 73. Cilindro dei più comuni, chiuso da coperchio di tufo leg-
giero, di cui una metà erasi frantumata ed aveva spezzato il cinerario. Solo si potè
riconoscere che questo non portava segno alcuno graffito ; era chiuso da ciotola a fondo
piano, con orlo rientrante e forata nel mezzo. Si raccolsero inoltre in mediocre stato
di conservazione: — Un'altra ciotola a piede allungato e manico a nastro tolto in an-
tico : nella parte superiore del suo corpo -è decorata di quattro zig-zag triangolari otte-
nuti con strumento a doppia punta, Ciotola di forma identica, ma più grande, la quale
conserva il manico ed è decorata di ima sottile zona a doppia graffitura e contenente
una fila d'impressioni di fibula a fune: questo ornamento gira sotto all'ansa ed è pun-
teggiato agli angoli. Vasetto composto di due tazze ovoidali accoppiate. Tazza a
piattello umbilicato, sostenuta da piede a tronco di cono. Rozza olla a corpo quasi
sferico, un poco allungato verso il fondo, e con manico a nastro applicato vertical-
mente nella massima sporgenza : è priva di decorazione e frammentata nell orlo.
Tazza a calice, di forma goffa e di rozza tecnica. Due poetilo che ripetono la forma
più comune dei nostri cinerari. Ciotoletta con piccolo manico asportato nella parte
superiore: ha forma di uu disco steccato nell'unione del corpo al piede, ed ha Iorio
leggermente rabboccato in fuori.
• 'lassi: di scienze morali ecc. — Memorie — Sor. I-'. Voi. II.
— 200 —
74. Alla profondità di m. 1,75 s'incontrò il coperchio di questa cassa, tagliato a
doppio declive, e circondato da vasellame tornito, che si racccolse in frantumi sotto
le deboli difese di tufo. Il coperchio, vuoto al di sotto, aveva da capo e da piedi due
profonde tracce servite per lo scorrere delle funi. L'interno della cassa misurava m. 1,96
di lunghezza, 0.48 di larghezza e m. 0.4o di profondità. Ai lati della testa due grandi
olle tornite, a corpo sferico, sostenuto dal piede a tronco di cono : portano diametral-
mente opposti due manichi a bastoncello, che rispondono nella parte più sporgente del
corpo. All'esterno sono spalmate di uno stucco rosso e lucidate come quelle descritte
alla tomba a cilindro n. 48. Sopra alla testa due vasetti di differente grandezza, a
forma lenticolare, con doppia ansa e sporgenze nella parte più rilevata del corpo, che
in uno. il più grande, è steccato a baccellature. Presso l'omero sinistro una tazzina
di tipo laziale, di forma schiacciata e con manico rilevato sull'orlo. Sopra alle spalle
una coppia di fibule di tipo etrusco, a corpo rigonfio, vuoto, e diviso a scacchi trian-
golari gratìi t i internamente a spina-pesce, e con spilla avvolta a triplice spirale ed inca-
strata nella lunga staffa. Orecchini cilindrici formati di un sottile filo di bronzo attor-
tigliato ad elica. Sopra allo sterno un grano ovoidale di ambra, perforato nell'asse
maggiore. All'omero destro, armilla formata di un grosso filo eneo, i cui capi sono
compressi e sovramessi. Alla cintura, fibula di tipo identico alle precedenti, ma molto
piccola, ed una fusa mola a tronco di cono, forata e decorata alla base di quattro scacchi
triangolari, tratteggiati con impressioni a fune, i quali si ripeiono in giro: avanzi di
catenella e di piccoli grani di ambra. Ai piedi, olla consimile alle prime descritte,
ma ridotta in frantumi.
75. Per deporre la cassa precedente s'incontrò colla fossa un cilindro di tufo che
trovavasi alla profondità di m. 0,80. Non vi restavano che poche ceneri e qualche
frammento liscio appartenente all'ossuario.
76. Cilindro piccolo di tufo chiuso dalla solita callotta, e posato entro un incavo
alla profondità di m. 1,30 circa dal livello attuale. Il suo cinerario era collocato nel
mezzo, entro il foro, ma non si rilevarono del medesimo né la forma, né le dimensioni,
tanto era compresso dalla terra infiltrata. Sopra ai suoi frammenti posava una ciotola a
fondo allungato, grafita nella parte più rotonda del corpo, con triangoli uniti a zig-zag,
compresi entro due steccature a pettine di tre denti. Indi furono estratti attorno al
cinerario i seguenti oggetti:
Tazzina a forma ovoidale, munita nel corpo di due anse orizzontali, e priva di
ornamentazione. Piccolo tipo di cinerario (alto m. 0,115) a doppio tronco di cono un
poco rotondeggiante, munito di manico a nastro, applicato su questa e sulla metà iti
collo. Sotto l'orlo, che è brevissimo e quasi piano, gira un ornato composto di una linea,
a cui aderiscono le Itasi di piccoli triangoli punteggiati al vertice ed obliquamente
striati a fune. Nell'unione del collo al corpo gira un bassissimo meandro rettangolare
ugualmente impresso, e nella parte più sporgente un contorno di cerchietti graffiti, il
cui centro è segnato con una punteggiatura (cfr. per la forma la tav. Ili, fig. 15). Due
pocula a l'orma ovoidale ansata. Piccola ciotola a callotta sferica, forata nel mezzo.
Ciotoletta a tronco di cono con ansa semielittica applicata obliquamente all'orlo. Na-
vicella rozzissima, sostenuta su quattro sporgenze: ha forma piana ;\ guisa di un ret-
tangolo, nel cui mezzo e un vuoto cilindrico , attraversato dq un piccolo manico a
— 201
bastoncello. Tazzina di tipo Laziale steccata nel corpo e con ansa rilevata sopra all'orlo.
Sei tazzine a calice, di rozzissima tecnica. Nel l'ondo del pozzetto: piccolo cutter
(min. 34) con manico rettangolare rivolto ad occhietto sulla lama ; fibula con arco a
drago, avvolta con due nodi a duplice spirale, e compita da piccolo scudetto spirali-
forme ; -piccola cuspide di lancia (lungh. mm. 48) a foglia di olivo, con cannula di
lamina ripiegata sopra.
12 Novembre — 77. Tomba a cilindro vuotata allatto degli oggetti, ma rispettate
le ceneri, (die si trovarono deposte nel foro praticato nel fondo, e coperte da una
sfaldatura di tufo. Credo che fosse espilata anticamente per deporvi la seguente cassa.
78. Cassa piccola colla testata da piedi aderente all' orlo del detto cilindro.
Verso i piedi del cadavere un' oenoohoe ad alto collo, beccuccio sagomato e corpo
striato di listelli verticali. Tazza di bucchero a calice, lavorata al tornio e ondulata
orizzontalmente a stecco. Alle mani un coltello (?) di ferro consunto dall'ossido.
79. Cassa grande con coperchio a quattro pendenze. Vi si trovò ai piedi: m'oenochoe
d' impasto rosso; ima ciotola di bronzo e due vasetti a callotta sferica sostenuta da
tre piedi ; un chiodo ed una lancia di ferro. Attraverso al fondo della cassa due sbarre
di ferro con sostegni e maniglie.
13 Novembre — 80. Tomba a pozzetto, il cui cilindro era stato manomesso. Tra gli
avanzi dei fittili si trovarono confusi i frammenti di un' urna-capanna. Rappresentano
un fianco e parte della copertura. La medesima ripeteva la forma della prima sco-
perta e descritta alla tomba n. 5. Il tetto però era molto acuminato, e poteva contenere
quattro correnti, che pei frammenti raccolti appariscono semplicemente attestati alla
sommità e privi delle ocherelle. Non si possono desumere che le seguenti misure:
altezza totale m. 0,18, larghezza del fianco 0,20, larghezza del lato più corto (parte
postica) 0,16, spessore delle pareti mm. 12.
81. Cilindro espilato anticamente. Si trovò privo del coperchio e, come al solito,
colle ceneri nel foro del fondo, coperte da qualche frammento fittile.
82. Cassa grande con grosso coperchio vuoto internamente. Misurava m. 0,52 di
larghezza, m. 1,83 di lunghezza, e m. 0,32 di profondità. Pochissimi avanzi dello
scheletro ed ai piedi soltanto due oenocìwai di bucchero lavorate a tornio, una delle
quali piccola e con corpo a bulla.
. 83. Pozzetto nella terra vergine, chiuso da informe lapide di neutro e difeso
attorno di piccoli frammenti di nenfro.e di ciottoli. Il suo ossuario ripeteva la forma
comune al nostro gruppo; era graffito nella sommità del corpo a zig-zag triangolari
obliquamente striati e chiuso da ima ciotola a fondo piatto, ad orlo rientrante e forata
nel mezzo. Sì l'uno che l'altra si trovarono compressi sotto il limo infiltrato e parte
della muratura franatavi sopra, in modo che fu impossibile conservarli. Ciotoletta i
manico rialzato sull'orlo e solcato da due steccature : nel corpo porta in giro cinque
zig-zag impressi con strumento a fune. Piccola tazza a forma di disco concavo con
manico asportato, ma in origine rialzato sull'orlo, e fondo diviso in croce da due graf-
tìture e punteggiato nel centro e nel mezzo dei quadranti risultati per le medesime.
Tazzina a tronco di cono con orlo restringentesi verso il centro, e con manico a nastro
applicato verticalmente dalla sommità del corpo all'orlo: attorno è decorata di tre
piccolissime sporgenze coniche. Tazza a calice, di rozzissima tecnica e forma. Oenochoe
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a corpo rigonfio e compresso verso il piede, collo a tronco di cono e beccuccio rial-
zato: è priva dell'ansa, che fu asportata in antico. Rozzo poculum a forma ovoidale,
ansato. Nel fondo del vano ima sola fibula ad arco a foglia, compito da staffa ingi-
nocchiata e da scudetto spiraliforme e contornato da sottile granitura. Altra fibula
ad arco schiacciato e decorato in giro di cerchietti a trapano. Fusaruola sferica di
terra cotta.
14 Novembre — 84. Cilindro scoperto alla profondità di m. 1,35, chiuso dal solito
coperchio, attorno al cui orlo girava un solco alto e profondo cm. 4. Posava nel fondo
del medesimo un' urna-capanna, appoggiata colla parte posteriore alle pareti del
cilindro. È la più rozza espressione della capanna. Ha base quasi rettangolare, che
misura da un lato m. 0,18 e dall'altro 0,17. In ima faccia minore si apre la porticella
quadrilatera (m. 0,08 X 0,06) forata presso gli angoli, e chiusa da tavoletta di terra-
cotta con fori corrispondenti ai nominati, entro i quali l'avanzo del sottile filo eneo
che la teneva ferma. Le pareti muovendosi dalla base si allargano e si arrotondano
superiormente nella copertimi del tetto, che manca di gronda come nella prima descritta
(Tomba 5, tav. Ili, fig. 1). La copertura è accennata mediante i correnti. La trava-
tura mediana, che corre da sopra alla porta fino alla parte postica, è alquanto rialzata,
e tagliente. Vi concorrono per ogni lato tre travicelli, i quali s'incrociano a teste di
oca, rozzamente plasmate. Un altro travicello dalla testata del corrente di mezzo,
scende fin sopra all'architrave, ed altro nella parte posteriore ad uguale altezza. È
alta in complesso m. 0,21; ha forma scomposta e fuori di simmetria; la tecnica
ugualmente rozzissima che nell'altra urna citata, dalla quale solo diversifica per essere
coperta di uno strato d'intonaco biancastro, ma senza traccia di decorazione.
Attorno all'urna e sopra erano disposti con questo ordine gli oggetti che seguono :
a) Tre fibule, due delle quali più grandi e con staffa inginocchiata, 1' altra
con staffa interrotta da una sbarra, i cui capi sono im poco arricciati. Ripetono la
forma più comune delle fibule a scudetto spiraliforme, con arco graffito sottilmente
ad anelletti. Nell'ardiglione delle due fibule grandi si trovano infilati due braccialetti
di sottilissimo filo eneo raddoppiato ed allargantesi davanti, a losanga ondulata.
b) Sopra al tetto della capanna si raccolse una fibula ad arco a foglia con
bordi arricciati e decorati di piccolissimi anelli (efr. il tipo dato dal eh. Ghirardini
nelle Notizie del 1882, tav. IH fig. 20).
e) Ciotoletta con orlo rientrante e rialzato da due lati a guisa di prese rettan-
golari, ciascuna delle quali ha due piccoli fori.
il) Ciotola grande con manico a nastro, superiormente decorato da un giro a
graniture, che comprendono piccoli tratti impressi a fibula, e che girano sotto l'ansa
guarniti di tre punteggiature agli angoli.
e) Due rozze ciotole a tronco di cono, con piede appena rilevato.
/') Rozzissimo vaso ovoidale con manico a nastro e con orlo un poco rilevato
in fuori. Ripete la decorazione della ciotola descritta sopra alla lettera d.
!/) Idem di modello piccolo.
h) Tazzina a doppia ansa, a corpo rotondo, a collo breve ed a tronco di
cono. Da ciascun lato, tra i manichi, un' apofisi conie;i con leggiere steccature cun-
ei ntriclu .
— 203 —
i) Ciotoletta rozzissima, con orlo un poco rientrante e con piede allargato alla
base. È priva di manico.
/) Ciotola con orlo rientrante, fondo piatto, ansa asportata anticamente e due
sporgenze presso l'attaccatura di questa.
m ) Tazza a calice, con snello piede, ma di rude fattura.
ri) Piatto quasi piano, sostenuto su tre rozzi piedi.
o) Tazzina di tipo laziale con manico rialzato sull'orlo e solcato da due leggiere
-leccature. 11 suo corpo vedesi decorato a mezzo di uno strumento a fune, di triangoli
a \ citicc riverso, e sotto, nella massima sporgenza, steccato a baccellature.
/>) Vaso rozzo a forma ovoidale con orlo quasi cilindrico applicato alla parie
superiore del corpo.
i/) Due pocula che ripetono la forma del vaso precedente.
/•) Grani piccoli di pasta vitrea, forati e coloriti di bleu scuro e di bianco.
s) Anelletti ammagliati due a due, appartenenti a collana.
/) Laminetta circolare concava, munita da un lato di piccola presa forata.
a) Faleretta di lamina, in forma circolare e forata nel mezzo.
85. Cilindro chiuso da coperchio emisferico e posato entro un pozzetto che era
murato attorno con grossi frammenti di nenfro, dopo essere stato approfondito per
ni. 1,60 circa nel terreno naturale. Il cilindro insieme al coperchio era alto m. 1,10.
Nel mezzo si posava un' urna-capanna ripiena delle ceneri del cadavere. Ha pianta
elittica non molto regolare, la quale misura nel diametro maggiore m. 0,22(3 e 0,18
nel minore. È di una forma originalissima, poiché manca della porticella, ma, a
guisa di vaso, è chiusa al di sopra dalla copertura del tetto. Le sue pareti (mi. 17
di spessore) si muovono dal fondo allargandosi in alto, e fanno acquistare al vuoto un
diametro maggiore di cm. 24 ed un diametro minore di 20. In giro, presso il fondo,
è decorata di un listelletto a guisa di zoccolo rilevato, sul quale scendono dai fianchi
sette listelli steccati a fune, disposti attorno ad uguali distanze e superiormente limitati
da altro listello, che fascia la parte superiore dell'urna. Il coperchio incastra nella
parte rientrante della medesima, circa 2 cm. sopra a quest'ultimo listello. È contor-
nato da orlatura rilevata, su cui posano per ogni lato tre travicelli intaccati a fune,
i quali si riuniscono sulla costola mediana foggiandosi a piccole teste o colli di oca.
Quest'urna, oltre alla varietà del tipo, ci offre ancora un saggio di una tecnica più
raffinata, unita ad una regolarità e ad una simmetria tale, che non risconti-ausi negli
esemplari notati. È alta, comprese le ocherelle, cm. 27.
Completavano il funebre corredo i seguenti oggetti :
a) Kozza ciotola a corpo compresso verso il fondo, manico a nastro applicato
dalla parte superiore del corpo all'orlo. È priva di decorazione granita od impressa.
Conteneva una ciotoletta di tipo laziale con manico rialzato e steccata con tratti
verticali e paralleli nella sporgenza angolare del corpo.
b) Vasetto a corpo più rotondo del precedente, con manico identico, ma spez-
zato in antico. È ugualmente decorato di steccature verticali.
e) Ciotola a fondo allungato ed orlo molto concavo al di sotto. Gira attorno
al suo corpo una fascia granita, che comprende piccoli tratti obliqui e paralleli, im-
pressi a fibula, e si ripiega angolarmente ai lati dell'ansa, a nastro.
— 204 —
il) Navicella piatta sostenuta da quattro piedi ed incavata nel mezzo, dove è
applicato un manico a bastoncello ricurvo : da ciascuna parte è decorata di tre sporgenze.
e) Rozzissima ciotola a forma semiovoidale, con manico rotondo che s'innalza
verticalmente sull'orlo.
/' ) Due rozzi pocula privi di ansa, con corpo rotondeggiante e compresso verso
il fondo, e con orlo restringentesi al centro.
g) Vasetto semiovoidale, privo di ansa con piede sporgente ad orlo piano.
li) Vaso grande con corpo quasi sferico, breve collo a tronco di cono, ed orlo
rialzato obliquamente e poco aperto. Nel corpo è applicata l'ansa a nastro verticale.
ed in giro al medesimo si ripete per tre volte uno zig-zag a duplice granitura.
Detto vaso era coperto da una semplice , ciotoletta a tronco di cono ed a piede al-
lungato ed allargato alla base.
i) Quindici tazzine a calice, di tecnica rozzissima, identiche al tipo dato alla
tav. Ili, fig. 7.
Nel fondo del pozzetto vari anelletti di bronzo, una piccola lancia di lamina ed
il suo puntale, e ima fibuletta ad arco ondulato, formata di sottile filo di rame.
86. Pozzetto con cilindro di tufo, il cui incavo era profondo m. 0.25 e largo
m. 0,35. Si trovò chiuso dalla solita callotta vuota al di sotto, e munita in giro della
presa scannellata. Una parte del coperchio era stata tolta in antico, e da quel vano
era stato saccheggiato il contenuto del pozzetto. Si raccolse entro la medesima una
chiudenda di urna-capanna forata negli angoli superiori : il rimanente della stessa
non si trovò né dentro né fuori del cilindro. Il fondo di questa era rimasto inesplo-
rato, perciò si rinvennero due vasetti a tronco di cono accoppiati e di una rozzissima
tecnica; un grosso vaso ad orlo molto concavo e sporgente e corpo rotondo e decorato
ili quattro zig-zag di doppie graniture concentriche ; altro più piccolo decorato di
meandri rettangolari ottenuti con pettine a due denti; due tazzine a manico rialzato
-opra all'orlo ed un rozzo vaso a disco, sotto il cui orificio s'innalza verticalmente
un'ansa a bastoncello.
87. Dentro ad un cilindro, uguale al precedente ed a poca distanza dallo stesso.
si scoperse altra urna-capanna. Evidentemente il contenuto del cilindro fu manomesso
fino da tempo antichissimo; qui però le ceneri si trovarono deposte da un lato e
su quelle posati i frammenti dell'urna. Consistono nel fondo rettangolare (cm. 27 X 20),
a cui aderiscono in parte i lati della capanna, che si muovono a piombo sopra un
basso zoccolo, e in qualche pezzo della copertura a doppia pendenza, sulla quale rile-
vano per ogni lato tre travicelli. Ha pareti sottili, esternamente levigate e abbrunite.
Qualche piccolo frammento fu lasciato attorno al cilindro insieme ai detriti di altri
fittili. Dentro all'incavo cilindrico, tra la terra infiltrata si potè recuperare una tazza
a forma ovoidale, con piccola presa all'orlo ; ima tazzina a calice e due armille ili
tilo eneo, avvolte a spira, e con anello di ambra infilato in una delle medesime.
88. Cassetta per bambino alla profondità di m. 0,85. Ai suoi piedi una piccola
tazza a fondo piatto, graffito a raggi e punteggiato nell'intersezione di questi. Cio-
tola grande ad orlo rientrante e priva di ansa, Oenochoe a corpo rotondo e compresso
e collo a tronco di cono, beccuccio sagomato, manico a nastro e corpo steccato ver-
ticalmente. Idem priva di decorazione nel corpo, ma con ansa a bastoncello, solcata
— 205 —
da profonda graffitura. Oenochoe a corpo sferico, collo aperto a tronco di cono, unito
per la base minore, ed orlo sagomato con piccolo beccuccio. Kantharos di bucchero
a doppia ansa elevata sull'orlo. Vasetto a bulla, di forma molto compressa verso il
fondo ed orlo schiacciato sul corpo. 1 predotti vasi, tutti quanti ottenuti colla ruota,
si trovarono aggruppati dalle ginocchia ai piedi. Un altro gruppo si raccolse dall'o-
mero sinistro fin sopra alla testa; essi sono: — Vasetto a bulla, su cui è messo un
largo orlo; è d'impasto giallognolo con tracce di ornamenti lineari di colore rosso-
scuro. Tazzina a piccolo piede con doppia ansa e due sporgenze nel corpo, tra Le
quali si ripetono brevi tratti verticali e paralleli, eseguiti con uno stecco piano. Cio-
tola grande con meandri rettangolari, e sopra un giro di due graniture a pettini'
bidente, tra le quali una linea punteggiata.
80. Cassa cbiusi da coperchio a quattro pendenze, larga nel vuoto interno m. 0,70,
lunga m. 2,05. Ai piedi si raccolsero i frammenti di una ciotola con corpo a bac-
cellature, e di un vaso a corpo lenticolare, a doppia ansa e doppia sporgenza. Alla
testa grande olla a corpo sferico, munita di due manichi semielittici e di un orlo
aperto e piede a tronco di cono: detto vaso è plasmato coli' aiuto del tornio e con
creta rossastra : sotto il suo orlo girano due fascie dipinte di rosso, e nel corpo, da
ciascun lato dei manichi, quattro riquadramenti a larghe zone, entro i quali è com-
presa una losanga tratteggiata di sottili linee rosse. Aderente a questo si trovò un
rozzo vaso striato a baccellature, e con corpo munito di due manichi, dei quali uno
tolto in antico.
90. Questo pozzetto si scuoprì in ima insenatura del limite nord-est di questo
gruppo di tombe. Sembra che a tale uopo fosse stato spostato il limite predetto, che
consisteva nel taglio a piombo del terreno vergine, alla profondità di m. 1,20 circa.
Non fu possibile di costatare la forma del cinerario e della ciotola, poiché parte
della chiudenda di tufo si era spezzata, gravitando sul terrapieno sovrastante al
funebre corredo : soltanto si poterono estrarre in mediocre stato di conservazione
due vasetti accoppiati e muniti di ausa, che si riunisce dall'orlo dell'uno a quello
dell'altro ; ima tazzina a tronco di cono, con ansa spezzata ; un vasetto a forma len-
ticolare con doppio manico rialzato sull'orlo e munito nel corpo di due piccole
sporgenze coniche e di sottili steccature verticali; poculum a forma ovoidale, privo
di manico; tazzina a tronco di cono con orlo piano e sporgente; tazza a calice, di
tecnica e di fattura rozzissima. Tra la terra che cuopriva il fondo del pozzetto si
rinvenne una fusarola a forma ovoidale compressa, ed un arco di fibula a foglia, la
cui estremità è compita da staffa inginocchiata, e da semplice scudetto spiraliforme.
Regione VI. {Umbria)
V. Santa Maria degli Angeli presso Assisi — in contrada s. Vin-
cenzo, in un fondo del sig. Bonaventura Testaferrata, alla distanza di circa un chi-
lometro e mezzo da Santa Maria degli Angeli, a poca profondità, si trovò un muro
della lunghezza di m. 7, 00, e dello spessore di m. 0, 50, congiunto ad altri mini,
ad angolo retto, costruiti in pietre rettangolari. Nel mezzo del recinto, formato dai
suddetti muri, si rinvennero due pietre sepolcrali iscritte. La prima alta m. 1. 40.
— 206 —
larga in. 0, 73, e terminante in fastigio, nel cui mezzo è in rilievo un rosone fian-
cheggiato da due pesci, reca V epigrafe copiata dal prof. L. Carattoli :
L VESPRIVS-CF
SER
La seconda, anch' essa fastigiata, e lasciata nuda inferiormente, misura in al-
tezza m. 1. 20, e reca il titolo, che pure fu trascritto dal prof. Carattoli:
CVESPRIVSCF-
Vi si trovò ancora un piccolo canale da acquedotto ; e quindi si scoprì una tomba,
formata con dodici tegoloni, alti ciascuno m. 0, 65, larghi alla base m. 0, 4.3. ed
alla testa m. 0, 38. Il cadavere era tutto consunto. Si ebbero poi tre vasi grezzi con
ossa bruciate; una punta di laneia in ferro; due piccoli balsamarì fittili; due fram-
menti di tazze aretine, e pezzi di vasi a vernice nera.
Il giorno 4 maggio si scavò un" altra lastra di pietra, alta m. 0, 85, larga
met. 0, 30, terminante ad arco superiormente, nella quale leggesi l' iscrizione, che
si desume dall' apografo del Carattoli :
IN ■ FRONT
PED-X
INAGRPX
E certo, come giustamente osservò il eh. comm. Gamurrini, che quivi doveva
passare un' antica via, avendo quei cippi la forma dei termini sepolcrali, usati lungo
e presso le strade.
VI. Bastia-UlilblU — Merita qui di essere ricordato che a mezzo chilo-
metro da Bastia-Umbra, a destra della strada che conduce alla sopra nominata villa
di Santa Maria degli Angeli, nel predio le Scarse, del sig. Pietro Cavallucci, del quali'
era affittuario il sig. Giuseppe Aisa, nelT anno 1877 furono scoperti cinque altri ti-
toli di calcare appennino, appartenenti a tombe della famiglia stessa. Di tali titoli
ora non rimangono che miseri frammenti, cioè il secondo verso del primo, e poca
parte dell'ultimo. Erano tutti cippi di calcare appennino, che cosi, dallo stesso prof.
Carattoli, nel tempo in cui avvenne la scoperta, furono copiati. Il primo, alto m.
<», ito, e largo m. 0, 45, recava:
T • VESPRIO • T ■ L • ALEXAEI
IN ■ F • P ■ Vili • IN • ACRV ■ P • XII
Il secondo, appartenente alla tomba stessa, e rotto inferiormente, ripeteva la leggenda
stessa colle varianti clic qui si rilevano :
T • VESPRIO • T • L ■ ALEXAE
IN-FP, VIII-N -AGRVPXII
11 terzo, alto m. 1. od. Largo ni. 0, 34, aveva in un solo verso:
TVESPRIVSTLN"lOG'S
— 207 —
!1 quarto terminante in timpano con rosa nel centro, allo m. 0, 26, largo ni. 0, 22.
conservava solamente :
T • VESPP
Il quinto finalmente, terminante a cuspide, alto m. 0, 50, Largo m. 0, 30, presentava :
C • VESPRIVS ■ T • F
Regìone I. (Latium et Campania)
VII. Roma — Note del comm. R. Lanciani.
Regione IV. Sull'angolo delle vie Cavour e Serpenti, sotto s. Francesco di Paola.
è i' u-nato in luce un muraglione a cortina, che per la sua smisurata grossezza può
essere certamente attribuito ad un edificio pubblico. Il muraglione non è rettilineo,
ma segue un andamento capriccioso, con isporgenze e recessi, dei quali non saprei
render ragione. È ornato poi di nicchioni di due metri di diametro, che debbono aver
servito per uso di fontana, vedendovisi tuttavia le asole o feritoie per la condottimi.
di piombo.
Quasi nel mezzo della via già Graziosa, ora Cavour, si è scoperto imo stanzone
a cortina, alla considerevole profondità di quindici metri. Appartiene ad una fabbrica
costruita a scaglioni su per la china del monte.
Presso s. Martino ai Monti, costruendosi ima nuova fabbrica dall' ing. Parboni,
sono state messe a luce pareti di un' antica casa, con affreschi di rozza maniera, e
con tronchi di colonne scanalate. La scoperta più notevole è quella di un ripostiglio
di getti o boccagli di fontana in bronzo, di artificio elegantissimo. Eappresentano teste
sileuiche, teste di tigre e di leone. Neil' istessa contrada, ma dall' altro lato di via
dello Statuto, cioè fra questa e la via ili s. Martino, furono ritrovati, alcuni mesi or
sono, tre mattoncelli da ipocausto, con notevoli graffiti tracciati sull'argilla ancor
fresca. Sul primo si legge, a caratteri corsivi: Crispiniane vivas cum omnibus tuis
(palma, corona). Sul secondo e sul terzo è disegnato un palmipede.
Nello scavo pel collettore di via Cavour (già Graziosa) si vengono discoprendo
pareti di antiche case, di ottima cortina, una fra le quali ornata di nicchie semicir-
colari, con pavimenti di varia maniera. Vi si è trovato un solo frammento di lapide
coi nomi :
I O C Hv S
LÀLCHAEVS
L • THELIS-
Nello scavo pel collettore di via dello Statuto presso s. Martino si discoprono
avanzi di una casa privata, con molte stanzuole da bagno pensili sugli ipocausti. Ser-
vono di fondamento alla casa sepolcri antichissimi (intramuranei) del tipo dei puti-
coli, con pareti a blocchi di cappellaccio, abbastanza regolarmente squadrati.
Classe di u a uo ili ecc Memorie — Ser. 4a, Voi. II. 26
— 208 —
Regione /'. Costruendosi una casa in via Principe Amedeo, al di là di piazza
V. E., si è ritrovata in terreno di scarico la seguente lapide marmorea :
D • M
L ■ STATILI • L ■ F • SEC VNDI
SALONASVE-TERANDAVGT FLAVIVS sic
HESPER • EVOC ■ AVG • HEP////////////////
B • M • FECIT • CVRA ■ AC/////////////////
PLOTIO REDEMTO E/////////////////
P H A N O /////////////////
IN FR P X /////////////////
Regione VI. Continuando gli scavi per la fondazione del palazzo della Banca
Nazionale, nelT area già Mercurelli, sono stati ritrovati : una statuina acefala di Ve-
ni' e, ad nn quarto del vero, di mediocre scultura ; un frammento di lastra marmo-
rea, con l'epigrafe seguente incisa a caratteri eccellenti :
jfi I S V L A\
,/V N I S V L A N
FVNISVLAN\
A V G V S T À
INDERÀ • ET ■ MENSVRAS • PO
D E D E R
EM-EXEDRAM-MARMORIBVS /
alcuni frammenti di decorazioni architettoniche ; e circa dieci fra catilli e mete di
molini di pietra vulcanica grigiastra. Una di queste mete porta incise le sigle, alte
">72 millimetri :
SPFR
Si è poscia ritrovata una seconda mèta di molino, fornita di sigle che ho tra-
scritte a questo modo :
G1AM
A sud del pistrinum, fra questo e la chiesa di s. Agata, si incomincia a sco-
prire un' officina di scalpellino, stabilita fra i ruderi di antiche fabbriche in epoca
difficilmente determinabile. Vi sono sei rocchi di giallo antico, uno di africano, un
masso di cipollino, uno di travertino tutti segati, o incominciati a segare, a giusta
misura. Su d'un rocchio di giallo sono graffite le seguenti leggende:
MAXIMINA S A LI S
ZENVARA ARCI
V S T V S
VTERE
0
VIVAS
0
— 200 —
Via Nomenlana. Nell'area di Villa Patrizi, e sul margine destro della Nomen-
tana antica è stata scoperta un' arala marmorea di rozza fattura, coi simboli della
libazione sui fianchi, e con la seguente memoria incisa sulla fronte :
D t* M
L L A E V I O
TERTIO- PA
TRONO BEN
EMERENTI- A
RAM-POSVIT
LLAEVIVSASI
ATICVS
Sono tornati poi alla luce i monumenti che seguono. Lastra marmorea, incisa a
caratteri di forma eccellente, e troncata nell' orlo inferiore :
CN ■ MVNATI • CNLPARIDIS
VESTIARIDEDIANIO
MVNATIAE-CN-L-ANATOLENI
M-PETRONI-SP-F-COL-SABINI
MVNATIAE-CN-L- SECVNDAE
CNMVNATI-CN-L-PHILEROTIS-VESTIARl
Colombario assai rozzo, con loculi a due a tre ed a quattro olle, e con pavimento
di mattoncini a spiga. Vi sono stati raccolti in gran numero ossuari fittili ; ossuari
di vetro ; lucerne fittili ; figurine ; amie ; ornati diversi in osso, e questo titoletto :
D M
HELPIDI - B M sic
EVTYCHS
COSERBV* • F-
VIXIT ANNI)
XVI
Via Salaria. Nel terreno Bertone, scavandosi dietro il mausoleo di Lucilia Polla,
si è trovata una parete di sepolcro di opera reticolata, nel mezzo della quale sta mu-
rata la seguente iscrizione in lastra marmorea :
a) D M '
PRIVATO ' T ' FLA
VI ' GAMI ' VERN '
ANTEROS ' PATER
ET' THREPTE'MATER
PllSSIM ' FIL'
VIX • ANN ' ir
MENS ' VII ■
— 210 —
Queste altre iscrizioni stavano disperse nel terrapieno :
b) D • M •
T • ATTIVS • T • F • COL • DECIMVS • e) DM
ATTIAE • TRHEPTE • LIB • I V L I A E • P R I M I GÈ N I AE
PlENTISSIMAE- LAIVS- ANICETVSCO
ET- ATTIAE- HEDONE- ET- IVGI-DE-SE-B-M-FEC-CVM-
SIBI-ET SVIS-POSTERISCt: QVA- VIXIT- ANNISL-
EORVM ■
■ h D M
P A L P I A E
S O T E R I D I ]
V-A-XXXVII-M-X-D-XI 111
C • P A LP I VS
R H O D O
ET-M-AEMILIVS
S A B I N V S
CONIVG ■ B • M • FEC
Sotto l' iscrizione di Privatus vedesi scavato nella parete un loculetto irrego-
lare pel cadavere di uu fanciullo. Lo scheletro aveva attorno al collo una collana ma-
gica. Altra collana simile è stata rinvenuta a breve distanza, attorno al collo di un
secondo scheletrino. Sono oggetti singolarissimi e por la materia e per la varietà ap-
pena credibile dei tipi. Come materia ho contato 1' osso, 1' avorio, il cristallo di monte.
1' onice, il diaspro, 1' ametista, 1' ambra, la pietra di paragone, il metallo, il vetro,
la pasta, lo smalto, etc. Tu quanto ai tipi ho notato elefanti, campanelli, colombi,
zampogno, lepri, coltelli, conigli, linguali, sorci, una figurina della Fortuna, polipi.
braccia umane, falli, martelli, timoni di nave, globuli, fusaiuole, esaedri, pani decus-
sati, denti di cignale e così di seguito.
Dietro il mausoleo predetto è stata ritrovata una seconda Lapide, murata ed im-
piombata contro una parete di reticolato:
D M
TI CLAVDIO DI
O M E D I I V L I A
NICE CONIVGI CA
RISSIMO ET DE
SE BENEMER CVM
QVAN XVI QVA XXXV
(Cuin quo vixit aiinis XVI: qui vixit annis XXXV).
Ilo percorso il nuovo magnifico viale dei monti, Paridi in tutta la sua lungh
dal cancello degli Orti Lucernari sulla Nomentana sino all'Acqua Acetosa : e trovo
degno di imlii il fatto che in una escavazione lunga oltre a :; chilometri, larga In
di. attraverso una delle più ridenti regioni del suburbano, non sia tornato a luce
— 211 —
alcun vestigio di antichi manufatti. Ho raccolto un solo frammento di specchio d' ac-
ciaio brunito senz n. miniti, il che porge indizio di un qualche avello scoperto e
distrutto.
Lungo la \ia (dell'arco oscuro) che dalla villa di Papa Giulio III conduce al-
: Acqua Acetosa, ho osservato molti poligoni basaltini, messi in opera a modo di pa-
acarri o murati nei muri di recinto. Da ciò si conferma essere questa via antica
destinata a congiungero la zona di via Flaminia col ponte Salario.
Sardinia.
Vili. Pilli — 11 E. Commissario prof. F. Vivanet riferì che nel gennaio del
decorso anno, il sig. Francesco Piladu, proprietario del fondo denominato Sa Biugia
tfanna, antica proprietà dei pp. Scolopi, e posta in territorio del vicino comune di
l'ini, avendo fatto aprire fossati per l'impianto di un vigneto, in vicinanza del luogo,
ove la tradizione vuole sorgesse una chiesa dedicata a s. Nicolò, scoprì un grosso
macigno di calcare forte, che ripulito dalla terra, apparve decorato della seguente
iscrizione, chiusa da cartello, della quale il prof. Vivanet mandò un calco cartaceo:
D M
MAGNIAE LVCRh
TIAE • VIXIT AN
NIS-XXX CON
IVGI BON AE
INCOMPARA
BILIMARITVS
FECIT
La lapide, rotta nel lato sinistro, alta m. 0,32, lunga poco meno di un metro,
fu donata dal proprietario al museo di Cagliari. Il prof. Vivanet ricordando che dal
territorio ove accadde la scoperta, provennero i titoli segnati nella pag. 808 del voi. X
del C. I. L., credè opportuno di visitare il luogo dello scavo, dove nuli' altro fu dato
di raccogliere che qualche raro coccio di rozza stoviglia e poche ossa.
Koma. 15 luglio 188(3.
11 Direttore gerì, delle Antichità e Belle arti
FlORELLI
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— 213 —
LUGLIO
Regione X. (Venetià)
I. Verona — Relazione di mons. Paolo Vignola, sugli scadi fatti nella
canonica della cattedrale durante il 18S5 ed i primi del 1886.
Col sussidio avuto dal Ministero della Pubblica Istruzione, si cominciò a lavo-
rare sotto il chiostro del cortile interno del canonicato ('), dove nell'anno precedente
crasi trovato il musaico (cfr. Notìzie 1884, ser. 4\ voi. I, p. 115).
Si trovò alla profondità solita il piano tessellato, e l'antico muro laterale del-
l'edificio, nella precisa direzione di quello già scoperto nel cortile, e che conserva
ancora i resti delle pitture parietali ; inoltre la corsia di pietra, alla medesima di-
stanza dal muro, e dell'identica larghezza ; finalmente una base di colonna al proprio
posto, e la colonna stessa col suo capitello, rovesciata in tre pezzi sul piano del
musaico.
Per materia, dimensioni e forme, così la base come il capitello somigliano
a quelli trovati l'anno scorso nel cortile ; il diametro della colonna è di m. 0,40 ; e
la lunghezza dei tre pezzi riuniti misura m. 3,80, senza la base ed il capitello; ed
in tutto m. 4,65, essendo la base alta m. 0,25 ed il capitello m. 0,60.
Questo scavo, profondo m. 1,70, lungo m. 12 e largo m. 2,50, praticato sotto il
chiostro, lungo il muro del fabbricato che sorge fra esso chiostro e la corte di s. Elena, costò
spesa e lavoro non lieve ; mentre si dovette sottomurare il fabbricato, che coi suoi
fondamenti non arrivava al musaico. Ora per altro si ha la compiacenza di vedere
questo tratto tassellato con tre diversi disegni, e colla colonna e capitello rizzati
sulla propria base, esposto alla vista di tutti, e difeso da una modesta cancellata di
ferro mediante un sussidio accordato dal Municipio, che riconobbe l'importanza della
scoperta, ed il merito di essere visitata e studiata dai nostrali e forestieri.
(') Degli scavi eseguiti nel 1885 fa dato un breve cenno nelle Notizie del decorso anno,
ser. 4", voi. I, p. 483, poco dopo il ricominciamento dei lavori.
Classe pi scienze morali ecc. — Memorie — Ser. -1". Voi, li. 27
— 214 —
Neil' eseguire questo lavoro, poco lontano dal muro di una fogna che fu co-
struita rovinando il piano tessellato, ed in vicinanza all'esterno muro del chiostro,
furono trovati, proprio sul mosaico, vari pezzi ili una catena di bronzo ammontic-
eli iati, ed in tutto identici al frammento trovato nel 1884 verso la biblioteca, che
giace al lato opposto del chiostro. Si vede che la catena era formata da tante croci
monogrammatiche, interpolate di quando in quando da ima piastra di bronzo circolare,
avente nel mezzo il monogramma costantiniano. Essa doveva essere appesa, essendosi tro-
vato l'anello terminale col chiodo di ferro che la sosteneva unito ai frammenti; e doveva
misurare una lunghezza di circa m. 5, qualora fosse stata ima sola catena ; la quale
sembra essere stata appositamente sepolta per nasconderla, mentre non era coperta
di macerie o rovine del fabbricato, ma solo da terra e piccoli cocci importati sul
luogo, dopo la distruzione dell'edificio.
Furono pure trovati in questo scavo alcuni frammenti di cornice marmorea ; una
spalla ignuda di statua muliebre, pure di marino ; finalmente un resto di lastra anche
di marmo, col seguente avanzo di iscrizione cristiana cemeteriale :
lOi PoY?IN
FOY^INOY
kmyeYht
11 desiderio di far nuove esplorazioni, e la speranza di qualche sussidio anche
dalla generosità degli amatori della storia patria, spinsero a fare nuovi scavi nel
prolungamento del chiostro, al di là della fogna sopra nominata, e nell'ingresso che
dalla corte s. Elena mette nel chiostro medesimo, sotto del quale si prevedeva dover
estendersi il piano tessellato.
Patto pertanto un assaggio dove si incontrano i due lati del chiostro coll'in-
gresso al medesimo, si trovò il mosaico col disegno stesso di quello riscontrato già
nel cortile, fra la corsia ed il muro del chiostro, e di quello ultimamente scoperto
dalla corsia alla fogna che lo interrompe ; e si riconobbe che collo stesso disegno pas-
sava sotto il muro della casa, posta fra il chiostro e la cattedrale; masi riconobbe
pure la difficoltà del lavoro, atteso che il muro di questa casa poggiava solo sulle
macerie, sepolte alla rinfusa nei secoli andati, senza alcun fondamento murato: e si
dovette da quel lato sospendere lo scavo, e prolungarlo verso l'ingresso, lavorando nel
mezzo per scandagliare il terreno senza pericoli.
Con questo scavo si venne fortunatamente a scoprire l'esistenza di un gradimi
di pietra viva, alto m. 0.25. che sorgeva dal piano del mosaico, ed era fiancheggiato
da un muriceinolo nella direzione della lunghezza dell'ingresso, segno evidente che
iu doveva esistere uno speciale manufatto, dal quale facilmente si sarebbe potuto
arguire la destinazione dell'antico edificio; e quindi si ebbe nuovo stimolo a prose-
guire ed allargare il cominciato lavoro.
Assicurato pertanto con sottomurazione il fondamento della casa sopra accennata,
e costruito un muro di sostegno al terreno, trasversalmente ai due lati del chiostro,
I'it inni mettere in pericolo i fabbricati, si prolungò ed allargò lo scavo, e >i pus.'
in uinlo un'area di in. 3,80 in lunghezza e m. 3,60 in larghezza, tanto cioè quanto
— 215 —
è La larghezza dell'ingresso al chiostro: ed allora si riscontrò, che il gradino sopra
indicato serviva di limite esterno di una zona rialzata e tessellata nel solito modo,
e che il muricciuolo la limitava lateralmente per tutta la sua lunghezza. A liam-o
del gradino, ed a capo «lei muricciuolo cou qualche sporgenza doveva esistere una
piccola colonna, indicata nel piano generale tessellato ila un;! pietra quadra con traccia
circolare e fittone di l'erro impiombato; e sulla estremità dei gradi loveva pure
esistere uno stipite o pilastrino, indicato da una incassatura quadra in esso praticata,
con frammenti di piombo fuso ad essi aderenti. Nel muricciolo, grosso m. 0,45, alla
distanza di circa m. 1,00 dal suo principio, è un'apertura larga ni. 0,65, con soglia
e stipiti in vivo: i quali hanno una scanalatura verticale, atta a ricevere un assito
o paratoio, per chiudere l'apertura medesima. Essa apertura mette ad un'edicola se-
micircolare, del raggio di m. 0,60, che si riconobbe èssere di costruzione posteriore
al muricciuolo ed all' apertura, giacché la parete semicircolare poggia sul mosaico
del piano generale dell'edificio, mosaico che vi passa sotto col suo disegno a fascia,
fiancheggiante il muricciuolo rettilineo più antico; ed il pavimento dell'edicola è a
livello della soglia dell'apertura, ed è cementato, ma non tessellato ; più alto quindi
m. 0,20 del mosaico sottoposto. Il muricciuolo. dopo l'edicola, si prolunga ancora: e
nella parte esterna verso il piano generale, conserva im piccolo tratto dipinto, con
una pianticella che sorge dal suolo, e si eleva a circa m. 1,00 di altezza; e poco più
doveva essere anche l'altezza del muricciuolo e dell'edicola, giacché nello sterramento
furono trovati alcuni pezzi di rivestitura, in parte marmorea, e mattoni, nell'esame
dei quali si rilevò ohe avevano servito ad .altri più antichi manufatti : ed in uno di
essi esiste àncora il bollo rettangolare
(
DIN AOL • O
È da notare inoltre che nello sterrare l'area sopra accennata, si trovarono vari
pezzi di una piccola colonna di marmo africano, spaccata longitudinalmente, ed un
capitello pure di marmo, opera certo romana del buon secolo. Questa colonna col
suo capitello doveva essere quella, che fiancheggiava il gradino del rialzo sopra men-
tovato. Altri piccoli pezzi poi di colonnette di giallo antico e di capitelli di tufo di
epoca bassa, coloriti in giallo e rosso, trovati vicino al muricciuolo ed all'edicola,
fanno sospettare che sulle rivestiture sorgessero delle colonnette, e conchiudere con
ogni probabilità che l'antico edificio, prima della sua distruzione, fosse stato restaurato.
Da questa interessante scoperta non si poteva per altro ancora conoscere, né la
lunghezza né la larghezza del rialzo fiancheggiato dal muricciuolo, massime perchè
da un lato il fabbricato, posto tra il chiostro e la corte di s. Elena, poggia col suo
fondamento sul mosaico del rialzo, e trasversalmente sotto l'ingresso era stata in
antico scavata un'altra fogna, più profonda del piano tessellato. Si tentò quindi un
altro scavo, più in là della fogna; e si trovò il mosaico del rialzo e la continuazione,
quantunque deperita, del muricciuolo che lo fiancheggia, con un'altra apertura uguale
a quella sopra descritta, e da essa distante m. 5,00. Ma anche qui, alla distanzi
di altri 2 metri, un'altra fogna, o forse un sepolcro, proibì di inoltrarsi colle esplo-
razioni. Vedendo pertanto, che non si poteva conoscere la precisa lunghezza di questo
manufatto, che oramai era di circa m. 10, si tentò di fare un'apertura nel muro,
— 216 -
che poggiava sul mosaico del rialzo, per vedere la loro larghezza. [1 lavoro fu fati-
coso ; poiché il cemento del imiro costruito con pezzi di colonna e di pietre, proprio
sul mosaico intatto, era così indurito da sembrare altrettanta pietra; esso diede per
altro un ottimo risultato, giacche si scoperse la precisa larghezza del rialzo, fiancheg-
giato dagli avanzi di altro muricciuolo, uguale in grossezza e paiallelo al primo
scoperto, e al di là il piano generale tessellato, più basso m. 0,20, collo stesso di-
segno e scomparto di quello trovato adiacente all'altro muricciuolo longitudinale. L'area
tessellata, compresa tra i due muricciuoli, è larga m. 1,85; e la larghezza del ma-
nufatto rialzato, compreso lo spessore dei due muricciuoli, è di m. 2,75.
L'apertura praticata nel sopra accennato muro, mettendo sotto l'impalcatura di
un locale terreno, dove senza pericolo si poteva lavorare, spinse a far eseguire lo
sterramento di tutta l'area compresa fra i muri di esso locale, che è di m. 4,00 X 8,00.
Quivi pure, come attendevasi, fu trovato il piano tessellato, quantunque in più parti
offeso, e la traccia di un altro muricciuolo rettilineo, e perpendicolare a quello che
fiancheggiava il rialzo; ed anche questo di costruzione posteriore al mosaico, che è
da esso attraversato nei suoi scomparti e disegni. Questo locale sterrato è attual-
mente tutto sgombro, e può essere visitato discendendo dall'ingresso al locale supe-
riore, mediante un vano lasciato libero nel lavoro di sottomurazione, per sostenere la
scala che mette negli appartamenti soprastanti.
Dalle fatte scoperte era sorto un fondato sospetto, che il rialzo col suo manu-
fatto dovesse sorgere sulla linea mediana di una vasta campata, o platea centrale,
fiancheggiata da due altre minori in larghezza, ma eguali in lunghezza, e diviso da
queste longitudinalmente da due corsie di pietra, sulle quali sorgessero due serie di
colonne, che mediante archi ed architravi, avessero sostenuti i coperti, o delle due
campate laterali (che in questo caso sarebbero stati portici, restando scoperta la
campata o platea centrale), o di tutto l'intero fabbricato.
Quantunque senza denari, si volle dal sottoscritto tentarne la prova con uno
scavo d'assaggio, in un locale terreno contiguo all'ingresso del chiostro, ed apparte-
nente alla casa posta fra l'ingresso e la cattedrale. Fortunatamente si trovò subito
la continuazione del piano tessellato collo stesso scomparto ; ed alla distanza sospet-
tata, la corsia di pietra della stessa materia e larghezza della prima, già scoperta
nel cortile fino dal 1884, e negli ultimi scavi sotto il chiostro; ed al di là di essa,
la continuazione del musaico, che passa sotto il muro della casa verso la cattedrale,
e che (se il fabbricato .'istrutto era simmetrico) avrebbe dovuto estendersi al di là
del piccolo viottolo interposto, anche sotto i muri della cattedrale medesima. In
questo caso la larghezza del piano tessellato, dall'uno all'altro muro laterale dell'edi-
ficio, comprese le due corsie di pietre, sarebbe stato di circa m. 28,00.
Un piccolo scavo sulla piazza della cattedrale, vicino alle case del canonicato
che la fiancheggiano, sarebbe stato preziosissimo, sia per determinare precisamente
questa larghezza, sia per precisare dove cominciasse 1' antico edificio, che ivi certo
doveva avere principio. Fattane pertanto dimanda all'onorevole Giunta Municipale,
fu da essa gentilmente fatto eseguire nel luogo da me indicato; e sono in dm eie
di esprimere alla rappresentanza del Comune i più vivi ringraziamenti.
Lo seaA a poteva avere risultati più soddisfacenti ; poiché alla precisa distanza
— 217
indicata, si trovò l'altro muro laterale dell' antico edificio; ed alla stessa profon-
dità il piano tessellato, che terminava col muro mediante una fascia bianca, avente
un piccolo bordo giallo e nero verso il mosaico, lavorato a quadretti bianchi con
rosetta gialla e rossa nel centro, e contornati da piccola fascia rossa e bianca con
bordo nero. Gli avanzi di un muro trasversale antico, ma posteriore al mosaico, su
cui è poggiato e ne taglia il disegno (di materia e costruzione identica alle edicole
sopra menzionate), e sopra di essi i fondamenti di altri muri meno antichi, impedi-
rono, è vero, di poter rilevare precisamente il principio dell'area tessellata ; ma scavi
più oltre praticati fecero conoscere, che non poteva prolungarsi sino alla porta della
casa, che è indicata col n. 19, prima della quale, in una cantina della stessa casa,
esistono i ruderi di antichissimo muro, che si innalzano più del livello del piano
generale tessellato, e che dovevano segnare il principio dell'edificio. Un ulteriore scavo
sotto il chiostro sottoposto alla biblioteca canonicale, potrebbe forse confermare questa
verità, per ora supposta.
Intanto dagli scavi praticati e dalle scoperte fatte sino ad ora, si è in grado
di precisare la larghezza dell'edificio in m. 28,30, oltre lo spessore dei muri laterali,
e di asserire che la sua lunghezza non era minore di m. 48,00, oltre le adiacenze
che certo si allungavano sino al Vescovato. La grande area quindi tessellata, tutta
ad un livello, ma con disegni diversi, senza essere frazionata da parete alcuna, e solo
divisa in tre campate, dalle corsie di pietra e dalle colonne, che dovevano essere
rizzate ad intervalli su di esse, aveva una superficie di m. 28,30 X 48,00, e solo
verso il fine della campata centrale era occupata dal manufatto sopra descritto, largo
m. 2,75, compreso lo spessore dei muri, e lungo certo più di m. 10,00, senza che si
abbia nessun dato dell'altezza.
Siamo per altro ancora molto lontani dal potere dedurre, con probabilità, la pri-
mitiva destinazione e l'uso successivo di questo antico edificio veramente monumen-
tale, distrutto da tanti secoli. La sua prima destinazione resta ancora ima inco-
gnita, che non potrà essere risoluta senza ulteriori lavori su più larga scala, nello
vicinanze della cattedrale e del Vescovato. Sotto la cattedrale infatti passa una gal-
leria od acquedotto, nel senso della sua lunghezza, colla sommità della volta m. 1,50
circa più bassa dell'attuale pavimento della chiesa ; e i materiali usati nella costru-
zione del coro, e specialmente del campanile, nelle parti più basse, devono avere ser-
vito a qualche grandioso edificio romano, che era o sul luogo o lì vicino. Nelle scu-
derie e nei pianterreni del Vescovato, verso l'Adige, e vicino a s. Elena, sono posti
in opera grandi pezzi di pietra con nomi e brevi epigrafi romane.
Quello che si può dire per ora quasi con certezza si è, che l'edificio prima di
essere distrutto, deve essere stato in parte restaurato al tempo del decadimento e
probabilmente sotto Teodorico, il quale di tanti lavori e fabbriche volle adornare la
sua Verona. La supposizione di due basiliche cristiane contigue, dottamente pro-
pugnata dal eh. conte Carlo Cipolla, non sembra possa ammettersi.
Una chiesa lunga certo più di m. 48 e larga m. 28,30, più larga dell'odierna
cattedrale, discendendo pure al VI secolo, non è ammissibile nell'interno di Verona,
i cui vescovi avevano col loro clero la residenza in luoghi vicini, ma fuori di essa.
Che nelle adiacenze a questa grande area tessellata (come quelle esistenti in s. Elena
— 218 —
ad un livello naturalmente più basso, per secondare il declivio del fiume) sia esi-
stito un tempio dedicato a Minerva, come scrive il Canobio, il quale poscia fosse
dedicato alla ss. Vergine, ed abbia preso in seguito il nome di s. Maria Matricolare,
è cosa naturalissima, massime se tra il Vescovato e s. Anastasia fosse antica-
mente esistito il Circo, come opina il Pompei; ma che gli estesi mosaici ora sco-
perti sieno il pavimento di una basilica cristiana nel secolo VII, è molto difficile,
se non impossibile, a credersi.
D'altra parte, come ima così grande ed ornata basilica, dedicata al Dio dei
cristiani, avrebbe potuto essere così presto dimenticata e profanata coli' erigervi sopra
abitazioni, e coltivarvi orti ad uso privato?; e ciò dai membri del clero stesso, molto
prima che Ratoldo (in proprietà del quale erano pervenuti per eredità, acquisti e
permute) fossero assegnati ai canonici nell'anno 813 per stabilirvi la loro residenza,
come risulta dall'atto formale che esiste nell'archivio capitolare?
Per contrario è molto più probabile, che i vescovi ed il clero abbiano trasportato nel
VII od Vili secolo le loro abitazioni sugli avanzi dei pubblici edilizi profani, nella
massima parte rovinati e distrutti, e qualche parte dei quali era stata convertita
e ridotta ad uso di tempio cristiano, prima che nel IX secolo fosse eretta la nuova
cattedrale.
Né l'aver trovata sul mosaico la catena di bronzo, senza dubbio cristiana, può
essere argomento per convalidare l'opinione, che i mosaici ora scoperti fossero il pa-
vimento della supposta basilica, mentre dal luogo, dal modo e dalla materia colla
quale la catena era coperta, vedesi chiaro che era stata importata da altro luogo
e quivi nascosta o sepolta.
Così pure non possono esserne argomento le iscrizioni tessellate del mosaico.
Bisognerebbe infatti provare, che simili iscrizioni non furono mai usate nei mosaici
lavorati per editici profani, e che l'introduzione di tali memorie tessellate fosse stata
esclusivamente cristiana, e riservata assolutamente alle chiese ed alle basiliche.
Nota dell'ispettore prof. Carlo Cipolla, sopra marmi scrii ti rin-
venuti liei letto dell'Adige.
Or non è molto vennero levate le pietre che giacevano nel letto dell'Adige, per
la rovina del Ponte Nuovo, avvenuta nella piena del settembre 1882. Ebbi altra
volta occasione di rilevare (cfr. Notizie 1883, ser. 3a, voi. XI, p. 383), come nel
togliere altri massi di pietra, appartenenti alla stessa rovina, avessero riveduta la
luce alcuni importanti titoli romani.
Ora, tra gli stessi avanzi si recuperarono altre pietre, alcune iscritte, alcune sola-
mente decorate, le quali tutte vennero trasportate nel civico Museo. Queste pietre si :
a) Cippo di calcare bianco, di forma quadrangolare, alto m. 0,78, largo m. 0,49,
e dello spessore di m. 0,42, mancante al lato sinistro di circa cent. 20. È corni-
ciato, ma la cornice venne smussata, per rendere il masso più adatto a servire di
materiale da costruzione. Entro la cornice è rappresentato in rilievo un littore, te-
nente colla sinistra il fascio, appoggiato alla spalla. La destra è piegata in basso, e
certamente reggeva la verga; se non che la sopra indicata mancanza della pietra,
porlo \ ia non solo la verga, ma anche la parte interiore del braccio.
— 210 —
b) Porzione destra diana lapide rettangolare, riccamente corniciata, alta nello
si ito attuale in. 1,13, larga m. 0,67, e dello spessore di ra. 0,34. La scorniciatili;!
è in rilievo, e gira intorno al margine destro superiore ed inferiore; il margine si-
nistro essendo mancante, come si è accennato. Vi è scolpito nel margine destro un
ramo di albero adornato di frutta, che sorge da un nascimento di foglie. Nelle altre
parti due grifi affrontati e proteggenti un'urna, che trovasi in mezzo a ciascun gruppo.
e) Cippo parallelepipedo di calcare bianco, alto ni. 0,50, largo m. 0,60, dello
spessore di m. 0,26. Vi si legge in belle lettere:
P-SATRIVS-P- F
NIGERSIBI- ET
P •SATRIOC- F
//////ONI- PATRI
d) Cippo in calcare bianco, sormontato da un timpano, sostenuto da due cornici
adornanti i margini della lapide. Nel timpano sono rappresentati due conigli, che
mangiano un grappolo d'uva. Giù in basso il cippo presenta il solito subsellio tra due
fasci, come si conveniva ad un seviro ; un seviro infatti è ricordato nell'iscrizione, che
leggesi nel campo sotto al timpano. È alto m. 2,24, largo 0,76, dello spesso e di
ni.o.42. L'epigrafe, di buonissimi caratteri, dice:
M ■ S E L I V S
SPERATVS
S I B I ET
M-SELIO- MAXIMO
PATRI -VIVIRAVG
SELIAE-M-LIB
MODESTAE
M ATR I
t F I
La famiglia Selia è nota tra le veronesi (cfr. C. I. L. V, 3648, 3802).
Oramai ninna altra speranza rimane più di trovare altre antichità, tra i ruderi
del Ponte Nuovo, essendo terminati i lavori per il loro recupero nel letto del fiume.
II. S. Vito di Negl'aro (Comune di Negra r) — Rapporto dei signori
prof. C. Cipolla e P. Sgulmero, vice bibliotecario della comunale di
Verona.
Ci recammo il 9 di luglio in s. Vito di Negraro, per riconoscere l'iscrizione
edita nel voi. V del C. I. L. u. 3980 ; poiché non era stato possibile al eh. Mommsen
di vedere quella epigrafe, che era sepolta, essendo stata adoperata nelle fondamenta
della casa, ora posseduta dal sig. Antonio Quintarelli, sulla riva sinistra del torrente
detto di Negrar, proprio allo sbocco del ponte denominato di s. Vito. Trattasi di un'arca
sepolcrale di calcare bianco, completa, tranne il coperchio, per quanto almeno si può
ora vedere. La fronte dell'arca misura m. 2.21 . l'altezza è di m. 0,77, lo spessore
— 220 —
di 01. 0,08. Le lettere sono profondamente incise ed elegantemente condotte, ed il
quadro in cui è posta 1' epigrafe, è tra le due solite pseudofìnestre. Il primo a
vederla fu il consigliere Gaetano Pinati, che la comunicò all'Orti, il quale la pubblicò
inesattamente (Intorno ai confini del territorio Veronese e Trentino, Verona 1830,
p. 34). L'Orti non indicò il luogo della lapide, della quale abbiamo una copia a
fac-simile, disegnata in un utilissimo opuscolo (cfr. C. 1. L. V, p. 327, n. XXXII)
di Giuseppe Razzetti, che si conserva manoscritto nella biblioteca comunale di Ve-
rona col n. 868. Se non che questa copia del Razzetti, che servì per la pubblica-
zione del Mommsen, presenta come completo il titolo, nel quale invece è da segnare
una lacuna, per una frattura che non è recente. Vi si legge, in lettere alte nel secondo
verso m. 0,10:
D W
VALER iae p R I M I
TI VAE • VALEK.I A • C ■ F • FES
TIVA • MATRI ■ PllSSIMA
B M
Siamo gratissimi al sig. Quintarelli per la gentilezza con cui favorì le nostre ricerche.
Regione VII. (Cispadana)
III. Bologna — Scoperte nella via dell' Indipendenza, descritte dal
prof. E. Brizio in un rapporto al R. Commissario Gozzadini.
Mi pregio di rendere noto a V. S. , che in seguito al permesso rilasciato dal
sig. sindaco alla Commissione incaricata dalla Deputazione di storia patria per la
carta archeologica della città e provincia di Bologna, di accedere nelle aree ove si
fanno le costruzioni nella via dell'Indipendenza, mi recai il 9 luglio a visitare i la-
vori che sono in corso per il fabbricato che è in continuazione a quello Coltelli.
Nel cavare le fondamenta del fabbricato stesso, sono stati trovati avanzi antichi
di varie epoche. Nel limite occidentale della casa, verso il giardino, sono apparse le
traccio di un ampio fondo di capanna del periodo di Villanova. Si sono già estratti
molti frammenti di vasi, alcuni dei quali con graffiti, altri con cordoni all'orlo, ed
altri con impressioni di serpentelli. Il pezzo più importante però é una specie di
mattone, forse un alare, tutto ad impressioni, come altri raccolti dal eh. Zannoni in
molti punti di Bologna, od ora esistenti nel Museo. Sul limite orientale della me-
desima casa, presso la strada, ho notato una quantità straordinaria di vasi fini rossi
e neri dell'epoca romana. Dalla loro giacitura argomento sieno oggetti di scarico. Ho
fatto porre in disparte i pezzi meglio conservati, tanto dell'epoca romana, quanto del
periodo di Villanova, acciò sieno poi mandati, secondo la convenzione, al Municipio.
Regione Vili. (Etruria)
IV. Fiesole — Nota del R. Commissario comm. G. Fi;. Gamurrini.
Sotto le mura etnische di Fiosolo dalla parte di tramontana, nel terreno de]
sig. G. Fancelli, è stato scoperto un sopolcro di forma assai singolare. È una piccola
— 221 —
stanza sotterranea, quadrata, di m. 2,15 di lato, alta in. 2,00, scoperchiata della
volta, forse di tempo recente.
La porta si volge a ponente, di forma rettangolare, larga in. 0,71, alta ni. 1.1 I.
ed è tuttora chiusa interamente da una sola grandissima pietra. Non in mezzo, ma
più presso alla porta, si alza una colonnetta di m. 1,30, tutta di un pezzo, e tronca
e spianata in cima, ad indizio funerario; e si posa sopra una larga base quadra, che
ha il lato di m. 0,59; cioè due piedi romani.
Questo ipogeo é costruito a grandi massi, alcuni dei quali prendono tutta la
larghezza della parete; sono pulitamente condotti a scarpello, e commessi l'uno sul-
l'altro senza cemento, con tagli molto precisi; in modo da formare una delle costru-
zioni più belle dell'epoca etrusco-romana. È la prima volta, che io sappia, che si rivela
in Etruria un tal genere di sepolcro ; di collocare cioè nel mezzo dell'ipogeo una co-
lonnetta o stele troncata, sotto la quale avrebbe dovuto essere collocato il vaso ci-
nerario di qualche nobile personaggio; perocché, scrive Servio il commentatore (in Aen.
Vili, v. 664): columnae mortuis uobilibus superpommlur.
Negli scavi presso il teatro di Fiesole, tra gli altri piccoli oggetti si raccolse
un collo di anfora vinaria, che nel manico porta il sigillo di fabbrica a lettere ri-
levate CINA per Cima. Ma ben più importante è ciò che è segnato a minute let-
tere, dipinte in nero sul collo :
U • OP • Q_ I' • M
COS
che ci dà il consolato dell'anno 633 di Roma, cioè: L. Op(imio), Q. F(abio) M{axumo)
co()i)s(ulibus).
V. Perugia — Sulla fine dello scorso febbraio il sig. Napoleone Neri ebbe
il permesso di fare alcune indagini, nel fondo suburbano denominato Frontone, presso
il pubblico passeggio di Perugia ; e nei primi lavori raccolse vari oggetti di suppel-
lettile funebre, cioè : parecchi avanzi di un' armatura di bronzo, ossia di un elmo di
una corazza e di uno scudo ; due gambali, cuspidi di lancia ed una lama ripiegata :
borchie e chiodi appartenenti alla cassa, coi resti della quale si trovarono le ossa
dello scheletro. Trovò finalmente una strigile ben conservata, la parte superiore di
un vaso di bronzo, ed alcuni fittili comuni.
Ripigliati gli scavi sulla fine dello scorso maggio, avvennero nuove scoperte,
intorno alle quali così fu riferito dall'ispettore prof. Luigi Carattoli.
25 maggio. Si scoprì una tomba a camera, alla profondità di m. 2,25, con
orientazione a sud, e con tracce manifeste di ripetute frane. Misura nell' interno
m. 2,65 X 2,47, ed ha l'entrata larga m. 0,88. A destra, nel masso, rimaneva una pan-
china tagliata a scalpello, della lunghezza di un metro e dell'altezza di m. 0,46. Sei
frammenti di denti di cavallo si rinvennero nella corsia d' entrata ; e nello interno,
sempre in terreno cretaceo e franato, in linea verticale, si trovarono alcuni oggetti di
bronzo, cioè un punteruolo di lancia, alto m. 0,19 circa, ed una statuetta, rappresentante
' I iSSE Iil SCIENZE MORALI eCC. — MEMORIE — Sri'. I». Voi.. II.
oo2
uu Genio, col capo velato in atto di sacrificare, con patera nella destra e con fascia
ripiegata nel braccio sinistro disteso. È di buona modellatura, e di buona conserva-
zione, alta m. 0,155, e del peso di gr. 350. Dalle prese aderenti alle estremità in-
feriori risulta, che formava il manico di un coperchio di bronzo, venuto fuori poste-
riormeute. Si trovò in fine un piccolo idoletto assai frammentato.
26 detto. Si riconobbero i resti di un vaso cinerario in terra cotta, con entro gli
oggetti di bronzo sopra accennati, e di un candelabro a lunga asta. Nello strato infe-
riore si scoprirono pezzi di armature metalliche ; il tutto travolto in posizione obliqua
dall'azione della flanatura.
Con le debite cautele si riusci pertanto a trarre fuori un elmo di bronzo, di
cui la casside di forma ovale e conica verso la punta, ha l'altezza di m. 0,18, ed il
diametro di m. 0,2-1, ornato in giro tutto all' intorno nella parte inferiore da linee
verticali, parallele a graffito ; nella parte posteriore ha una piccola falda; lateralmente
i suoi guanciali a sbalzo, e nella punta o apex due gruppi a rilievo elegantemente
modellati, raffiguranti cavalli pegasèi, guidati a mano da un fanciullo, alti m. 0,04
ciascuno, e posti quasi a contatto l'uno dall'altro, lasciando solo un piccolo spazio ove
fissare la cresta. Si ricuperarono poi questi altri pezzi : — Piccolo idoletto in bronzo,
alato e fasciato, con braccia distese, alto m. 0,06. Altro piccolo idoletto della stessa
altezza, semplicemente fasciato. Piccolo cane in bronzo a tutto rilievo, posato su
frammenti di coperchio metallico. Altri numerosi frammenti del medesimo coperchio,
cui certo appartenevano e i piccoli idoletti suaccennati, e il Genio in atto di sacri-
ficare, scoperto il giorno precedente. Dal complesso dell'esplorazione risulterebbe chiaro.
che tale coperchio in origine appartenente ad una cista, fosse stato adoperato per
coprire un gran vaso cinerario iu terra cotta, dipinto in buono stile, a figure rosse
su fondo nero, nell'orificio e nel corpo ; il quale, portato fuori a frammenti è a spe-
rare si possa bene, in tutta l'eleganza della sua forma e la ricchezza delle sue figure,
ricomporre. Si trovò quindi un' asta di bronzo, appartenente ad un candelabro, alto
m. 1,60, posato su base o piatto circolare del diametro di m. 0,36, sostenuto da tre
piedi semplici, che termina superiormente iu un puntale mobile, sormontato da un
fanciullo pure di bronzo, a tutto rilievo, con gamba e braccio destro elevati in atto
di danzare, dell'altezza di m. 0,14 circa. Poscia si ebbero due gambali di bronzo,
di buona fattura, rotti solo in qualche parte , e della lunghezza di m. 0,42 circa,
ciascuno; numerosi frammenti di ima corazza metallica, comprese alcune fibbie, imo
dei quali più conservato è forse la parte aderente al braccio o alla spalla ; un orcio
in bronzo con orificio a tre becchi e con manico semplice, assai frammentato, alto
m. 0,18 circa; una cuspide quadrangolare in bronzo, di un'asta di ottima conserva-
zione. Tre lancie iu ferro, comuni, ossidate ; un' arnia pure di ferro, assai ossidata,
lunga m. 0,76 ; frammenti di vasi ordinari in terra cotta, di piccola dimensione.
27 detto. Poiché dalla tomba esplorata precedentemente nulla più si poteva
aspettare, essendo stata tutta esplorata, l'area, si cominciarono intorno ad essa ed in
diversi punti altri scavi, i quali sino ad ora hanno dato chiari indizi di tombe
manomesse.
31. detto. Essendo state proseguile le ricerche nella zona delle tombe depredate.
— 223 —
a breve distanza e poco più in basso della precedente, riuvenuesi tra la terra un ago
crinale di osso, lungo ni. 0,20, di forma elegante e di buona conservazione, nonché
un asse sest anturio di bronzo assai consunto, con Giano bifronte nel dritto, e nel
rovescio la prora di ua\ e.
I giugno. Sempre verso ponente, quasi alla estremità della collina, fu rinvenuta
una tomba a camera, già esplorata, della quale fu possibile calcolare la misura in
m. 2,80X2,10X2,35, con le tracce di panchine laterali, e con una corsia, lungo
la quale eravi un'apertura quasi circolare, che condusse alla scoperta di altra tomba
sottostante, scavata nel tassello, ma poi tutta riempita di terra. Nello spurgarla vi
si rinvennero frammenti di vasi comuni in terra cotta, e due pezzi di orificio di una
grande olla a ziro.
5 detto. Impediti dalle pioggie e da altre cause a proseguire il lavoro in linea
verticale, si tentò altro scavo nel livello attuale del terreno, sempre in direzione di
ponente, anche allo scopo di rinvenire una traccia della strada principale.
7-9 detto. Ripreso il lavoro di spurgo nell' ultima tomba accennata, sino al
giorno 9 si ebbero vari coperchi di urne in travertino, alcuni dei quali con iscrizioni
etnische alla base.
II primo, a timpano con testa giovanile a basso rilievo nel centro, e con scudi
a volute nei fianchi, portanti ancora tracce di colore rosso scuro, tendente al nero
non aveva epigrafe alcuna.
1 1 secondo pure a timpano, più piccolo del precedente, reca solo la scritta :
M3>IVfl • iNV^fl • >m
Il terzo della forma medesima, ha l'epigrafe:
Il quarto con figura di donna semigiacente, a tutto rilievo, ornata di collana
e di manto, appoggiato il cubito destro su csucini, ha l'iscrizione :
-JAVI + Aqa via^INV^A- AN3Ì
10-14 detto. I risultati dei lavori furono negativi fino al giorno 13 ; il giorno 14
poi, a breve distanza dalla tomba rinvenuta nel 26 maggio, e quasi alla identica pro-
fondità, rinvennesi altra tomba, pure antecedentemente in parte rovistata : nella quale,
sparsi nel piano della tomba, e tra la terra che la riempiva, si rinvennero undici
bottoni di pasta vitrea, nove turchini a righe bianche, e due neri a righe gialle ;
inoltre due piccoli dadi in osso regolarmente numerati ; una piccola ansa di vaso di
bronzo terminata lateralmente a pomo, e della lunghezza di m. 0,15; frammenti di
un vaso metallico ; un orcio in bronzo, ad un manico, con orificio a tre becchi ili
discreta conservazione, alto m. 0,23 ; un'urna cineraria di pietra morta, con coperchio
triangolare, andata quasi tutta in frantumi. Vicino all' urna era posto un elmo metal-
lico, terminato alla punta superiore da un pometto vano, con piccole orecchie cesellate
a tre tondi o borchiette a sbalzo, con piccola visiera sul davanti, e con linee parallele
graffite nella circonferenza inferiore della casside. Esso misura un'altezza, compreso
— 224 —
il pomo, di m. 0,21, una circonferenza di ni. 0,61, ed una sporgenza della visiera
di ni. 0,025. Buona ne è la conservazione, tolti due buchi nella parte anteriore. Si
ebbero poi : una striglie completa, alquanto ritorta nel manico, della lunghezza di
m. 0.30 e dello spessore di m. 0,004 ; una lancia in ferro lunga m. 0,20, larga
in. 0,04, col suo cannello rotto in quattro parti, a causa della ossidazione, nel quale
veggonsi i residui del legno che costituiva l'asta; altra arma acuminata, o spada
in ferro, col suo fodero, mancante di impugnatura ed assai ossidata, della lunghezza
di m. 0,54, e di uno spessore massimo nella lama di inni. 42 e minimo di mm. 20 ;
un piccolo disco in lamina metallica del diametro di m. 0,05. con maschera lavorata
a sbalzo, forse decorazione dell'elmo sopradescritto ; vari frammenti di vasi comuni
di nessuna importanza.
15 detto. Alla distanza di circa m. 3 dalla tomba rinvenuta il giorno prece-
dente, sempre a ponente, si ebbe una nuova tomba a camera, della misura di
in. 2,76 X 2,85 X 1,90, pine soggetta alle conseguenze della superiore franatimi.
L' ingresso aveva una larghezza di m. 0,75. Di fronte, posato nel terreno, eravi un
cassone di tiasso o pietra morta, con coperchio a due pioventi, senza iscrizione od orna-
menti di sorta, se si eccettuano alcuni listelli negli spigoli superiori e laterali. Il
cassone misura all'esterno m. 1.87 in lunghezza e m. 0,56 in larghezza, ed all' in-
terno m. 1,70 X 0,42. Ha la profondità di m. 0,46. Il coperchio ha un'altezza cen-
trale di m. 0,16 e laterale di m. 0,06. Nell'interno del cassone rinvennesi uno sche-
letro intero, di giovane donna, in perfetta conservazione specialmente nel cranio e nei
denti, che trovaronsi al loro posto, e questi di uno smalto perfetto.
Aderenti al cranio, lateralmente, erano due orecchini di oro, circolari, a cordone
vuoto nell'interno, di semplice ma elegante esecuzione, del diam. di m. 0,02 ciascuno.
Vicino all'estremità inferiore, un piccolissimo e semplice anello in bronzo, del diametro
di m. 0.018; un pezzo di metallo informe; una piccola lamina di osso, a forma di
targa gentilizia, con sette forellini, dei quali tre racchiusi in relativa circonferenza ;
una situla di bronzo di buona conservazione, alta m. 0,145, con manico mobile, a cui
era unita una catenella a coppia, terminata da piccolo anello ; una fusaruola in terra
cotta ; cinque piccoli frammenti di lamina ossea, di varia forma, in parte graffiti, ed
uno a profilo di testa umana con berretto od altra copertura in capo ; altri frammenti
metallici, tra i quali una spilla di fibula con un cannello o piccola asta verticale,
lunga mm. 28, ed altra orizzontale, lunga mm. 33, ove sono otto forellini, quattro
dei quali tinti, e quattro con passaggio al di sotto. Sopra al cassone fu poi rinvenuto
uno specchio metallico del diam. di ni. 0,19, con manico in parte di bronzo, in parte
di (isso striato, della lunghezza complessiva di mm. 155 ; una striglie in bronzo di
sottilissima lamina, lunga m. 0,25. In terra finalmente si raccolsero frammenti vari
di piccoli vasetti ordinari in terra cotta.
225 —
Regione VI. ( Umbria)
VI. Via Flaminia — (Passaggio del Furio nel comune di Fermignano).
Notizie comunicato dal R. Ispettore degli scavi cav. Giuseppe Giocolila, ed altre
che si lessero sul Corriere Metaurense di Urbino (anno II, n. 26) fecero conoscere,
che lungo la via Flaminia, tra Calmazzo ed Acqualagna , appena varcato il famoso
passaggio del Tulio, sul finire dello scorso giugno, si rimaneva colpiti nello ammirare
una materia nera carboniosa, messa allo scoperto nei lavori di restauro che si van
facendo in quell'antica strada. Questa materia, come poi si seppe per un rapporto
prefettizio, occupava ora tutta, ora in parte l'area della strada, con ima potenza che
cresceva verso monte, per una lunghezza di varie centinaia di metri, ed alla profondità
dai venti ai quaranta centimetri sotto il piano stradale moderno. Consisteva in un
misto di frumento, fave, ceci ed altri legumi carbonizzati, che formavano una massa
di molti metri cubici di cereali quivi perduti. Vi erano pure molti .pezzi di legno
ridotti in carbone.
Secondo l'autore dell'articolo inserito nel Corriere Metaurense, ricordato di sopra,
questa grande quantità di derrate non avrebbe potuto essere attribuita a magazzini di
provvigioni, eostruiti presso la strada, mancando nei dintorni ogni resto di antiche fab-
briche, ed altro non essendoci di costruzione antica che quella fatta dai Romani pel-
le arginature del fiume, ed in sostegno della via, tagliata nella roccia. Né si saprebbe
come mai, se quelle provvigioni fossero state di prossimi magazzini, si fossero tro-
vate così confuse tra di loro, essendo mescolati i ceci e le fave col grano, in tutto
lo spessore e in tutta l'estensione dello strato.
Esclusa l'ipotesi che la carbonizzazione fosse avvenuta per via umida, ossia per
essere state quelle materie lungamente sotterra, troppo evidenti essendo i segni che
manifestano l'incendio, parve che questo fosse avvenuto nel tempo delle guerre go-
tiche, se pure non fosse da ricorrere al periodo della seconda guerra punica, allor-
quando quei luoghi di grandi fatti furono teatro.
Ma il cav. Luigi Mochi di Acqualagna, ricordando ciò che dal compianto suo
fratello fu scritto pochi anni or sono nella Storia di Cagli (p. 76 sg.), fece osser-
vare, con un articolo inserito nel n. 28 dello stesso Corriere Metaurense, che quan-
tunque manchino vestigia di antiche abitazioni, pure il Furio, cioè il foro più piccolo
ed antico, in un tempo fu abitato, essendovi stata la fortezza detta di Petra Pertusa
(pietra forata), la quale doveva avere alcune case adiacenti. Tale opinione è basata
sul racconto di Procopio (Bell. Goth. IV, 28, 34), ove si parla di quel fortilizio mu-
nito dalla natura, che fu già dai Goti abbandonato ai Greci (ib. IL 11). E parve al
sig. Mochi che la spiegazione di questa recente scoperta si trovi nella nominata storia
di Cagli a p. 81, ove si legge: » Non volendo dei Longobardi dir più di quanto
si attiene a questa istoria, accenneremo che nel 570 o 571, una loro turma, irrom-
pendo dalla Toscana, distrasse sulla nostra via Flaminia, ponendovi il fuoco, il ca-
stello di Petra Pertusa. Questa notizia ci è data da Agnello, che viveva neU'830.
ma che dice di averla desunta da storia scritta al tempo dei fatti che narra » .
— 226
Ora non essendo ricordato altro incendio in quel sito, si può ben supporre che il fru-
mento ed i legumi ritrovati fossero la provvigione di quel castello, bruciata tra il
570 ed il 571, e caduta con altri resti giù pel precipizio nella strada sottostante.
Che veramente trattisi di roba distrutta per incendio, si è potuto confermare
dall'esame di una cassetta di questi cereali, spedita in Roma per cura dell'egregio
ispettore Ciccolini, con vari frammenti di legno bruciato, qualche avanzo di ossa e
pezzi che sembrano di pane, in alcuni dei quali appaion manifesti i resti carboniz-
zati di un tessuto a cui erano involti, o che superiormente vi era disteso. Vi era
pure una grossa maniglia di ferro, che unitamente alle cose sopra indicate fu trasmessa
alla direzione del Museo della Oliveriana di Pesaro, ove furono depositati gli altri
oggetti, raccolti in quello scavo, i quali vennero così descritti dal eh. marchese Ciro
Antaldi, conservatore del Museo sopra ricordato:
« Grosso chiodo di ferro, con testa formata da un disco piano, dello spessore di
min. 2, e del diametro di circa min. 70. L'asta, fino alla punta, che non è perduta,
misura in lunghezza mm. 77. È rugginoso solo superficialmente, ed ha aspetto di
uno di quei bottoni, che calzano a tutta sostanza, e più che a fortificarle, servono
ad ornamento delle grandi porte. Un cerchietto di ferro del diam. di m. 0.05. e lo
spessore di m. 0,02. Anello sottile di diametro poco minore. Altro più grosso ma di
egual luce. Altro piegato ad ellisse. Due altri anelli rotti. Una fibbia di rame, o
meglio di ottone, simile a quelle ora usate per selle villereccie, e per basti. Uno scal-
pello, o meglio tondino di ferro invaso dalla ruggine, lungo poco più di m. 0,20. Uno
degli estremi finisce veramente come potrebbe uno scalpello, ma non sa dirsi tale
con la grossezza di quello che sarebbe suo taglio, che è di ben 4 min. ; nò trattasi
di scalpello da muratore; dall'altro lato s'atteggia una sgorbia; ma essa è appena
accennata, e non ha certo la lunghezza del cartoccio, anche minima, necessaria. Ferro
o paletto dentato. Se questo ferro, quadrato nel suo corpo, con un lato di mm. 11
circa, lungo m. 0,17, e che finisce danna parte in mia cresta doppiamente dentata,
non avesse all'estremo quella piegatura, che accerta essere stai" destinato ad essere
infisso stabilmente nel muro, poteva sorgere in mente che quella cresta rispondesse
ad una sorta di ingranaggio. Colla osservazione fatta propenderei a ritenerlo un ferro
da sostenere, asta od altro, da cui pendesse un panno o tenda; in tal caso la cresta
dentata non apparirebbe essere altro, che un grossolano ornamento. Un manico di ferro
di piccola secchia. Altro manico simile al precedente. Un coltello tutto rugginoso,
lungo m. 0,23, dei quali cent. 16 appartengono alla lama. È somigliantissimo ad
uno dei nostri odierni coltelli da tavola. Due pezzi di ferro piani, uno dei quali ter-
minato a punta. Altri due pezzi di ferro ritenuti da alcuni per due mannaie, mentre
pare più probabile che fossero lastre per fortificazioni di casse o di porte. Piccolo
cardine di ferro, ossidato, che fu creduto un arpione. Un pezzo di pietra, che si sup-
pone parte di piccola macina a mano. Alcuni frammenti di ossa ed un dente di ani-
male suino (?) » .
Furono posteriormente trovati questi altri oggetti, depositati anch'essi nel Museo
della Oliveriana : — Ferro. Una catena, due grossi chiodi, una fibula, una piastrella
bucata, un pezzo irriconoscibile. — Bronzo. Un anello, un piccolo chiodo. —
Rame. Quattro frammenti. — Terracotta. Due piccole palle forate.
— 227 —
Provennero da quei lavori stradali tre monete, che furono depositate anche nel
Museo di Pesaro, e che così furono descritte dal sig. marchese Antald i :
« Medio bronzo di M. Agrippa, relativo al suo terzo consolato (a. u. 727 ;
cfr. Cohen Vipsania 8), ma assai guasto per efflorescenza del metallo.
« Piccolo aretino di rame o di mistura, assai frusto e mancante di ima parte
del margine. Non è il caso di fermarsi ai ricordi della zecca aretina dei marchesi
di Toscana (970-1002), trattandosi di moneta autonoma, e per questa zecca non po-
steriore all'anno 1384 (cfr. Tonini, Topografia delle secche italiane). Leggo nel dr.
la leggenda circolare : -j- S '« DONATVS ; busto del santo nel centro, benedicente, mi-
trato, con pastorale nella sin. ; nel rovescio croce equilaterale in mezzo, ed intorno :
DE AR // TIO. Rimane incerto se debba leggersi de Are/io o de Ari/ io ; ma ritengo
esser questa moneta quella riferita dal Bellini nella diss. de monetis I/aliae non
observatis. della quale è la figura nell' Aggelati tom. V, p. 3, n. 11. sub. v. Aretii.
Sarebbe posteriore al 1318, ed apparterrebbe al tempo di Guido di Pietramala, se-
condo il Bellini medesimo.
« Abbondante quattrino di Clemente XI (1700-1721); nel dritto stemma Albani,
con triregno e chiavi; ed intorno CLEM • XI ■ P • O • M • A • III , il che importa che
fu coniato fra il 23 novembre 1702, e lo stesso giorno del 1703. Nel rov. quasi tutto
è cancellato, vedendosi appena la traccia di un busto di santo col nimbo, forse
s. Pietro, del cui nome pare appaiano elementi nella leggenda che vi correva attorno ».
E poiché mancava ogni notizia sulle circostanze del travamento di tali monete,
non potendosi ammettere che oggetti relativi ad età così lontane le ime dalle altre, si
fossero trovati commisti allo strato carbonioso, il suddetto marchese Antaldi, accor-
dandosi col cav. Mochi nello attribuire il fatto dell' incendio al periodo delle guerre
gotiche, osservò che il danaro di Agrippa, appartenendo per la coniazione al tempo
in cui la strada del Furio non era stata costruita, potè essere smarrito da qualcuno,
allorché il valico si faceva per incomodi sentieri ; che il piccolo aretino ci può ri-
mandare ai Ghibellini di Arezzo coi Pietramala, unitisi ai Ghibellini conti di Urbino,
senza che per altro si possa con sicurezza affermare il fatto e precisare il tempo di
tale alleanza ; finalmente che il quattrino dell'anno III del pontificato di Clemente
XI (1703) ci rammenterebbe i noti passaggi degli Austro-Gallo-Ispani per le gole
del Furio, con grande spavento e danno della provincia intiera.
Che veramente le monete non appartenessero alle strato carbonioso, venne con-
fermato da ulteriori indagini, per le quali si seppe che furono rinvenute all' infuori
della zona carbonifera. Pare sia stato trovato sul principio dei lavori anche un anello
di oro, intorno a cui null'altro riuscì di sapere.
E mentre è da augurare, che nella prosecuzione del taglio stradale maggiori ele-
menti si possano raccogliere per cura del prof. Vernarecci, che fu incaricato dal
Governo di seguire il corso di quelle opere, chiudo queste notizie lieto di poter an-
nunziare, che nei medesimi lavori, presso la galleria del Furio, in imo strato assai
basso, inferiore a quello carbonioso, e sull'antico piano della via fu scoperta una
lapide di calcare iscritta, alta m. 1,42, larga m. 0,74 e dello spessore di m. 0,23,
riferibile all' impero di M. Giulio Filippo o Filippo l'arabo (244-249 e. v.) , coi
segui della damnatio memoriae nel nome di lui, in quello di Otacilia Severa sua
22S
moglie, e di M. Giulio Filippo Cesare suo figlio. Essa ci ricorda il sito infestato da
ladroni, contro i quali furono mandati alcuni militi della flotta ravennate, che resero
sicuro il paese, liberando il passo l'anno 295 delle, v., come desumesi dal seguente
apografo, che traggo dal calco inviatomi dallo stesso prof. Vernarecci :
LO
/ VICTORIAEcs SACRVM «
PRO SALVTEM e IMP»
MsIVLIO-PHILPPO FELICIc
AVG 0 PONT e MAX <A TRIB ci POTII1
COS ■ PPET»Mtó1//J//0///////LIF PO
NOBILISSIMO CAEStó PRINCIPI
IVVENTVTIS » ET///G-///////////ESE
Vili III III * MATRI CASTRORVM
MAIESTATICHE EORVM
AVRELIVS -MVNATIANVS • EVO
CATVS EX COHORTE ■ VI PRETO
RIA PVePHH PPIANA • A G E N S A T
LATRVNCVLVM ■ CVM-MILITI
BVS N • XX • CLASSIS-PP R ■ R • RAVE
NAT1SPV-FIIJPPORVM DEVOTI
MAIESTATI QVE EORVMj"
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\CLEMEI-J
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25
La lapide fu anch'essa depositata nel Museo di Pesaro.
VII. Temi — Demolendosi un muro nel palazzo Graziani, sulla via detta
di Fossacieca ora strada Cornelio Tacito, si trovò fra i materiali di costruzione
un piccolo cippo funebre di travertino, alto m. 0,55, largo m. 0,31, e dello spessore
di m. 0,11; il quale dovè precedentemente servire ad altro uso, forse più ignobile,
essendosi riconosciuto nel mezzo di esso un buco, ove era impiombato un anello di
ferro. A causa di queste degradazioni, aggiuntavi la qualità porosa della pietra, riesce
oltremodo difficile il leggere la seconda parte dell' iscrizione, che contiene imo dei
soliti lamenti versificati alla peggio, inciso in caratteri minuti ora molto incerti, ed
— 220 —
in alcuni punti quasi svaniti. L'apografo che ne fece il R. Commissario comm. Ga-
murrini, confrontato con un calco, è il seguente :
■DM-
L V A L E R 1 O
MAGNO
L VALERIVS
EVARISTVS • 1
M V T I /////./ A IVP II
ATAF' L///O Piissimo
T V Q_V ICVMQ_LEGISTITVLVM
NOSTRWl NO M E N Q_ R E Q_V IRIS
ASHICEQVOFATO RAPI 1111111 M I I A
'I//MOR///ES
NONVS M/////IMOCVRREBAT
M 1 Ili TEMP OK.IS AN N VS
DVMSVBITO IIIIIIIIV IIIIVS /////TRI
svccvrr limimi n imo
s EKommimmmsv m)ri sit
mimmi be /////// nti mulinimi
et numi immuni ih unum ìvsmm
notvsvr mmimimiiii
Regione V. (Picenum)
Vili. Monteprandone — In contrada Centobmlie, prossima alla stazione
della strada ferrata, fu scoperto in occasione di lavori agricoli un cinerario di marmo
bianco, rotondo, che va a grado a grado restringendosi, assumendo nel coperchio la
forma di un cono. Il diametro maggiore, che è alla base, misura m. 0,40. L'altezza
totale è di ni. 0.50. Il coperchio è ornato da foglie in rilievo, ed è mancante nella
sommità, ove doveva essere il pomo. Nel centro poi dell'urna, tra il primo ed il
secondo verso di un' iscrizione, è scolpita a tutto effetto una corona di rose a ti-
gni di fiori. L' iscrizione reca :
OSSA
(corona ili rose)
Tl-EOPOMPVS • ET ■ ATTICE
THEOPOMPO • F V • A ■ III
Regione I. (Latium et Campania)
IX. Roma — Note dell' rag. prof. R. Lanciani.
Regione V. Nell'area di proprietà della Compagnia fondiaria italiana, posta
sull'angolo fra la via Merulana e la via Leopardi, alla profondità di oltre a sei metri,
è stato scoperto un apparecchio per il riscaldamento dell'acqua, il quale comprende :
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser, i-. \ol. IL
e
— 230 —
a) una cassetta ed un condotto distributore dell'acqua, ambedue in piombo; b) un
bacino composto di grossa lamina di rame, del peso di oltre duemila libbre, e col-
locato sopra l' ipocausto. I pilastrelli dell' ipocausto sono composti di mattoni, improntati
tutti col bollo rettilineo :
ASTVANA X FAC
Le pareti dell'ambiente sono poi foderate con lastre di piombo, unite insieme
per mezzo di chiavarde ribadite a freddo.
Regione VI. Demolendosi l'ex conservatorio di s. Paolo primo eremita, sull'angolo
delle Quattro Fontane con la via Palermo, è stato ritrovato, in grossezza di muro, il
seguente frammento di stele marmorea sepolcrale:
(corona lemniscata)
V1BIAE
ARTEMISIAE
VIX- ANN XXIII
MENSIBVS- XI
Nella regione degli Orti Sallustiani, facendosi un cavi' per il pilone angolare
della nuova fabbrica appartenente al sig. Cesare Bai. quasi dicontro la fronte del
noto Ninfeo, è tornata in luce, alla profondità di m. 15,00, un'ara rotonda di marmo
alta m. 0,70; nel giro della quale sono scolpiti di altorilievo i Gemetti delle stagioni.
divisi fra loro da quattro colonnine, sorreggenti un panneggio. Neil' istesso luogo
sono stati ritrovati : la parte posteriore, la testa, e ima zampa di cerva, ed un piede
di statua munito di calzare.
Regione VII. Presso lo sbocco di via Frattina nel Corso, costruendosi un nuovo
braccio di cloaca, alla profondità di metri 3 è stato scoperto il pavimento di un'antica
strada, che sembra dirigersi verso la piazza di s. Lorenzo in Lucina.
Nelle fondamenta delle nuove fabbriche del sig. Principe Sciami, in via dello
Muratte, è stato trovato il seguente brano di latercolo militare :
5
C F
A M
CAM
MA
IVS*
'VS
CNF
CLV
SECV
V s
C F
FAB
REO
7
CAECl
CAESARE
V s
SEXF
CLA
FINIT
s
M F
TRO
MAXIJV
V s
T F
AEM
PROCVL
V s
P F
LEM
FEL
s
T F
CLV
|s
P F
— 231 —
Nelle fondamenta della casa Salviucei, sul prolungamento della via del Tritone,
è state ritrovato il seguente titoletto sepolcrale:
A N T E S .
3 • L • PRIMA
CAETElVSCL
R.VFIO
IN FRPXIlI IN AG-PXII
Finalmente nell'area della Villa Ludovisi, è stata rinvenuta un'umetta cineraria
ili marmo con l'epigrafe:
AVR • DIONYSI
DVPLAPI sic
COÌTAVI PR
Regione IX. fu un cavo lungo la via Tomacelli, è stato scoperto in due punti
diversi il pavimento di un'antica strada, alla profondità media di m. 4. do. Nello
stesso luogo è tornato in luce lo speco di un'ampia cloaca.
Nei lavori sulla sponda del Tevere presso via Giulia, furono raccolti sul letto
del fiume, entro i cassoni per le fondamenta del muro del lungo Tevere, questi
pezzetti di iscrizioni :
a) lastrina di marmo alta m. 0,09, larga m. 0,06, dello spessore di m. 0,02 :
SSIMÒ\
KAL
F"-5--'
b) frammento marmoreo largo m. 0,17, alto m. 0,09. e dello spessore di
m. 0,05:
ION
ÌT1TA0H
e) id. largo m. 0,13, alto m. 0,14, e dello spessore di m. 0,07 :
ERNVS
EGlTA
:(AN
d) id. di m. 0.23 X 0,11 X 0,09:
MPOSVI I
POSI
e) id. di m. 0,11 X 0,10 X 0,04, ridotto a coperchio in tempi recenti:
M- Vii
P A T
V /
f) id di m. 0.14 X 0,15 X 0,04:
<o6
ASO
ET- I
— 232 —
g) id. di m. 0,09 X 0,0(3 X 0,03 :
EIVS
ILLIS
PFR
h) id. di m. 0,10 X 0,11 X 0,03, scritto da ambo i lati:
u I
RE V • AN
D E N T ^BIT
Vi si raccolse pure un peso di mattone con bollo circolare :
i) EX FIG CAES N CC
KANO ET C
CO(s)
Cfr. Marini 528, cioè Kano et Camerino eos.
Quindi si trovò pure un peso di basalte, alto m. 0,06, del diametro maggiore
di m. 0,11; sul quale a lettere punteggiate è incisa la nota leggenda:
k) T I • C L A V D C A E S ■ I V
COSLVITEL III-PEX ARTICHE IVS AED {sic)
Finalmente si ebbe un piccolo busto dell' imperatore Tiberio, scolpito in marmo
greco, alto m. 0,18. largo alle spalle ni. 0,12, conservatissimo ed intatto, con i
segni di policromia nei capelli, nelle ciglia e nel manto.
Regione XIII. Essendosi ampliato lo scavo del collettore al Testacelo presso
il monumento di Sulpicio Galba, si è riconosciuto esserne stata ab antico distrutta
la parte posteriore. Neil' interno del sepolcro si è rinvenuta la metà inferiore di una
statua, vii-ile, togata, sedente. Il piano di troncatura è regolare, e vi rimane ancora
la cassa del perno, per mezzo del quale le due parti della figura rimanevano aderenti.
In quella parte dei prati del Testaccio, che confina con le mura della città,
quasi dicontro alla settima torre, a destra della piramide di Caio Cestio, ed alla distanza
di circa 60 metri, è stato ritrovato il cippo della terminazione del pomerio, fatta
da Vespasiano e Tito nell' anno 74 dell' e. v. ; e vi si vede la leggenda edita nel
C. I. L., VI, n. 1232. Sul fianco destro del macigno si osservano le traccie ili
un altro numero (forse ////P ■ CCCXX VII), che potranno trascriversi esattamente
non appena il monumento sarà sollevato alla superficie del suolo.
Dalla draga Sirena, sulla sponda della Mormorata, vennero estratti dall'alveo
del fiume questi oggetti:
a) Col ii m ri duriti ni iu bronzo, di perfetta conservazione, misurante m. 0,22
in lunghezza, compreso il manico, e ni. 0,09 di diametro nel recipiente.
b) Sottile lamina di bronzo iu cui vedesi rappresentato, a traforo, un guer-
riero ritto sulla biga, con elmo crestato, scudo nella sinistra, e reggente colla destra
le redini dei cavalli lanciati al galoppo. Travolto dalle zampe dei cavalli, scorgesi
uno schiavo, benissimo disegnato in iscorcio. Misura in lunghezza m. 0.08. in
altezza m. 0,06.
Si recuperarono anche alcune monete imperiali di bronzo, tra le quali merita di
essere ricordato un gran bronzo di Vitellio, col 4. VICTORIA AVGVSTA : e per
— 233 —
buona conservazione sono nuisidcruudi quattro monete di Claudio, ima ili Germanico,
col $. SIGNIS RECEPTIS. ed una di Augusto.
Regione XIV. Delhi draga Rana, nell'alveo del Tevere, presso la Farnesina
furono raccolti questi pezzi :
a) lucerna fittile ad un lume, sotto la quale in graffito sulla creta molle,
si legge:
SEXTILIV) ■
HERME
RO) •
b) frammento marmoreo di m. 0,14 X 0,12 X 0,05, in cui rimangono Le
Lettere:
NIAN
OCAR
c) altro frammento di ni. 0,10 X 0,12 X 0,03:
L ■ AN
vXXV
d) altro, più piccolo, di ni. 0,06 X 0,07 X 0,02:
NA
e) un ultimo di m. 0,10 < 0,08 X 0,03:
CACC-
IVI • VNDEVI
IBENTER-
ITER \
Presso il ponte Quattro Capi, fu tratto fuori dall'alveo del fiume un altro pezzo
di mattone, col bollo circolare :
DEMVLPLOtffi. ISAVRICAE
ABAVIENO HA.ITY
pcrnc
cfr. Marini n. 1128.
Nello sterro presso il Ponte Botto, fu raccolto un pezzo marmoreo di m. 0,15
X 0,09 X 0.04 in mi si lesse :
(w)ANIBVS
iti;
si ebbe poscia un mattone col bollo circolare:
. . . basSl CAEPIONANA
et APRONIN
CO{s)
cfr. Marini n. 4o7.
Un'altro frammento di mattone, pure quivi trovato, reca il bollo circolare:
SER III ET VARO EX FIG
CA^NSENTIIVlAN FIG
ra(«)sio inni
cos
cfr. Marini n. 47-">.
— 234 —
Provengono finalmente dal letto del fiume: — Un grosso pezzo di sardonica,
lungo m. 0,11, e dello spessore di m. 0,07, trovato nelle fondazioni per la pila
centrale del nuovo ponte Umberto I. Un sistro di bronzo che conserva le verghete
orizzontali, ed ha sulla sommità dell'arco una pantera che allatta i figli. È alto
m. 0,09, e fu rinvenuto pure nel cavo per la pila centrale del ponte suddetto. Una
moneta di Vespasiano col i$ FELICITAS PVBLICA, trovata fra le terre di scarico,
provenienti dal letto del fiume, e depositate fuori di Porta s. Paolo.
Via Affla. Sul confine delle due tenute, della Posticciola di proprietà Me-
rolli, e della Mai-ranella di proprietà Bertone, sono stati eseguiti alcuni scavi di
poca importanza per cura di S. E. l'Ambasciatore d' Inghilterra. Souo tornati in luce
gli avanzi di una casa rustica dell'ultimo secolo della Repubblica, racconciata nel
secolo III dell' impero, con materiali di varia provenienza, alcuni dei quali scritti
nel modo che segue :
In un cippo di travertino rettangolo, grezzo, di lettura assai difficile, e con
punti incerti vedesi :
D M
y-c/////Evi5
CECILIV5
SHCF sic
COIVGL
B M F
CVM QVA
VIXIT ANN
XXV
In un pezzo di lastra marmorea, rimangono Ir sole lettere RYPI ; in altro leg-
ET CA
gesi il resto epigrafico: FECIT : iu im terzo e l'ultima parte di un titolo greco:
/uHMHCXAPtr
«NG0HK€
Si ebbero infine alcuni mattoni con marche di fàbbriche. Il primo ha il bollo
circolare : OPDOLEXFIGLPVBLILIANCCA
SINIVS NVMIDIAN FLC
Marte astato e sjaleato
cfr. Marini n. G.r>9« nota 3.
Il secondo reca il bollo circolare:
OP DOL EX pr AVG N FIG DOM Min
A EMI LI AE ROMAN A E
l 'hi va
cfr. Marini n. 179.
Nel terzo finalmente è il bollo pure circolare :
OP dol eX PR AVGG NN FIG SV
PERIOR LANI RVFINI
Mercurio col caduceo e la cramena
cfr. Marini n. 240.
Via Nomr al ano. Nell'area della villa già Patrizi, e in vicinanza del monumento
dei Rabirii, è stata scoperta una tomba, a grandi bugne di peperino, il cui vano
— 285 —
interno, pavimentato di musaico, misura m. 4,00 in lunghezza e m. 2,50 in larghezza.
Sulla fronte del monumento, che risponde lungo l'antica Nomentana, si legge l'epigrafe :
C CLODIVS C L
DIONYSIVS
CAPRILIA CN L
SVRA
È incisa in lastrone di travertino. lungo un metro, alto m. 0,70.
Via Portile, me. Nell'area della nuova stazione ferroviaria, espropriata alla casa
religiosa della Missione, e conosciuta nell' istoria dei giardini di Cesare appunto col
nome di vigna della Missione, è stato scoperto il pavimento di una strada antica, che
sembra correre parallelamente alla Portuense, lungo il piede delle colline Gianicolensi,
alla distanza di m. 100 dal margine destro di detta via.
Via Salaria. Il cav. Cesare Bertone, avendo proseguito lo scavo del mau-
soleo di Lucilia Polla, fino alla estremità del diametro, dal lato opposto della
grande iscrizione ha trovato l'ingresso all'ipogeo sepolcrale e l'ipogeo stesso, ma
sotto circostanze speciali ed inaspettate. Sembra che , dopo il ricoprimento arti-
ficiale dell' intero mausoleo, avvenuto, come si è detto altra volta, circa la metà del
secondo secolo dell' impero. 1' ingresso della cripta, nella quale riposavano le ceneri
dei Lucili, sia stato accidentalmente scoperto dai Cristiani, i quali trasformarono
quel sotterraneo in una catacomba, riducendo ad arcosolì i tre recessi della cella di
mezzo, e tagliando loculi nelle pareti dell'ambulacro. Anche più strano è il fatto
della profanazione e manomissione del cristiano cimiterio, avvenuta non si sa bene
in quale epoca ; in seguito della quale violazione le ossa e gli scheletri furono tratti
fuori dagli avelli, e gettati alla rinfusa sul pavimento. Furono trovate nell'ambulacro
alcune lapidi, che nulla hanno che fare col luogo della scoperta.
a) Stele marmorea, con protome virile nel timpanetto:
D • M
MVARSILIO ■ MAR
TIALIVETEXCOH-
iTIT-PR • VARSILIA-
STACTE • PATRONO
IDEMCONIVGIBM
FECCVM • QVA-VIX
AN • XVI
b) frammento di lastra marmorea:
TVENDrtr-
HERACLIDES
VICARIS
svls • Fe'cit
e.) umetta cineraria, con eleganti ornati di bassorilievo, e cartellino con la
leggenda :
D M
LCAECILIO
LASPANO
P-F-F
— 236 —
Sul fianco destro della Salaria, nei terreni della Banca Tiberina, che si esten-
dono Ira la vigna già Carcano e la villa Albani, è stato scoperto un muro tutto
infarcito di scaglioni marmorei. Vi si distinguono gli avanzi di un grande piedistallo
scolpito di bassorilievo, frammenti di figure diverse, ed una testa virile colossale
marmorea di buono stile e di ottima conservazione.
X. Castel Gandolfo — Nella Villa Barberini a Castel Gandolfo, sradicandosi
una vecchia elee, si è scoperto un bacino rotondo di fontana della antica Villa Do-
mizianea, incrostato di signino, e rivestito di marmi. I bolli di mattone trovati in
questo scavo accidentale, portano la leggenda rettangolare :
L NAVI PMHILI
Neil' istessa villa è stato scoperto tutto un cuneo del piccolo teatro imperiale.
nel quale si distinguono undici gradini o sedili, alti m. 0,42, spogliati però dei loro
ornamenti marmorei. Nel fondo della cavea, sono stati ritrovati alquanti frammenti
di cornicione intagliati in marmo greco, con l'eleganza propria del secolo d'oro.
XI. Atina, — Nella spianata di s. Marco, costruendosi la nuova rampa che
conduce al cimitèro, furono scoperti in Atina, sul principio del corrente anno, alcuni
pavimenti, dei quali fece il rilievo il solerte ingegnere del Genio civile sig. A.
Pedone, che aggiunse al lavoro topografico questi chiarimenti.
« Nel primo tratto che fu rimesso alla luce, si riconobbero degli ornati semplici e
puri, ed un intreccio di bel motivo. Nei tratti scoperti successivamente, si riconobbe un
artifizio a musaico con pezzi di marmo ed altre pietruzze di color vario. Fu quindi
sgomberata l'area di un cortile con dieci colonne mozze, e con una piccola ara nel
'•entro. Questo cortile doveva essere pavimentato in marmo, come può argomentarsi
dai pezzi di notevole spessore, che vi furono lasciati dopo le antiche spoliazioni. In
un angolo si vede l' imboccatura del tubo di scarico delle acque piovane, il quale è
di terracotta con cordone, di buona fattura, come sono in generale gli antichi late-
rizi della contrada.
« Le colonne dovevano essere di ordine dorico, per quanto può desumersi dal-
l'ossatura di un capitello trovato nello scavo; esso è di travertino lacustre, detto
volgarmente cemento nel circondario di Sora, e per le dimensioni risponde esatta-
mente a ciò che rimane delle colonne. Sono esse costruite con nucleo di struttura
laterizia incerta, contornato da laterizi speciosamente conformati a settore di circolo,
proprio rispondenti alla configurazione circolare del fusto, il quale è poi rivestito
di strati di intonaco, e quindi di imo strato di stucco dipinto, Tra i fusti delle
colonne ricorre un muricciuolo, fabbricato posteriormente alla colonne stesse, e che
sembra un parapetto in giro al cortile, nel quale danno accesso due aperture, una
in un lato lungo, l'altra in un lato corto. Nel centro di questo cortile si rinvenne
abbattuta la piccola ara ricordata di sopra, che è di pietra calcare e di forme rozze ;
il ehe male si accorda con i segni di ricchezza che veggonsi nel resto dell'edificio.
11 pavimento dell'area, tra questo cortile ed i musaici, è lastricato con mattone pesto
e calce; L'altro di una camera scoperta in piccolissima parte, è di battuto ordinario.
Ciò che rimane delle pareti è rivestito di intonaco rustico, poi di uno strato di
intonaco fino, da ultimo di uno strato di stucco dipinto. Si notano alcune treccie di
tubulatura di piombo, involata pochi anni or sono. Si notò pure in altra parto del-
l'edificio la traccia di una, colonna come quelle sopra accennate, sopra soglia in
pietra calcare; il che dimostra che la casa estendevasi nella parte meridionale; ma
ne vennero distrutte le vestigia. Furono pure rinvenuti frammenti di lastre di marmo
di vario spessore; un pezzo di piccola cornice marmorea; due testine di leoni; un'an-
tefissa fittile; e varie tegole. Infine si recuperarono alcuni frammenti epigrafici».
Di tali frammenti si ebbero calchi cartacei, per solerzia del predetto ingegnere.
Quattro pezzi, incisi in pietra calcare, sembrano appartenere al medesimo titolo:
b) (TcTPROj
IV
v9
e) T>-"D PArì
Il primo è largo m. 0,26; alto m. 0,20; il secondo è di m. 0,11 X 0,20; il terzo
è di m. 0,45 X 0,27 ; il quarto di m. 0,33 X 0,24. Uguale in tutti è lo spessore.
In un frammento di lastra marmorea, di m. 0,09 X 0,12, si legge in belle lettere
(tK'DL.
jA-con!
Aris • av/
AMIA/
In altro frammento, pure marmoreo, di m. 0,14 X 0,11 vedesi, anche in belle
lettere un poco più grandi:
I
VIR-S
NTVR
In un pezzo di tegolo si notò un bollo circolare, con entro una S.
XII. Pozzuoli — Nelle Notizie dello scorso aprile (p. 129) si disse di un
frammento di mattone con bollo rettangolare, rinvenuto nello scavo di via s. Fran-
cesco, ove si riconobbero i resti di un edificio termale. In quel laterizio, donato dal
sig. Fr. Persico al Museo nazionale di Napoli, vedesi l' impronta, che qui si ripro-
duce a fac-simile:
IC It.<
- . marni ,
Intorno a questo bollo fu comunicata alla E. Accademia una nota del socio
prof. F. Barnabei (cfr. Rendiconti voi. II, fase. 2, p. 30).
':. i di scienze moram ecc Memorie Sor. 4a, Voi. II. :'
— 238 —
XIII. Ventotene (Pandataria Insula) — Nello scorso maggio fu tro-
vata da un marinaro, nelle acque del porto di Ventotene, una lucerna cristiana
di bronzo, che fu aggiunta alle raccolte del Museo nazionale di Napoli. Il direttore
di queir istituto, il eh. prof, de Petra, la descrisse nel modo seguente :
« L'antica lucerna di bronzo ritrovata nelle acque di Ventotene è bilione. I becchi
terminano in fori stellati. Per l'olio che alimentava la lampada, vi è nel corpo della
lucerna un buco munito di coperchio, fissato con cerniera. Il manico ha la forma di
collo di grifo , con barba caprina , becco d'avoltoio e dorso cristato. Sorge tra le
orecchie la croce monogrammatica -£. Sulla testa del grifo, e in corrispondenza dei
due becchi, sono legate tre catenelle, che si riuniscono in alto ad un ferro in forma
di uncino, il quale serviva a tener sospesa la lucerna ed a smoccolarne i lucignoli.
L'oggetto è eseguito con arte squisita, e degna. dei migliori tempi dell'impero».
Regione VII. (Apulia)
XIV. Trani — JVote del prof. F. Barnabei sopra antichità di Trani,
Bitonto, e Rugrje.
Essendomi fermato in Trani nel recente viaggio che feci nelle Puglie e nelle
Calabrie, potei quivi, accompagnato dall'egregio ispettore cav. Sarlo, esaminare alcuni
frammenti lapidari scolpiti ed iscritti, i quali vennero rimessi in luce nella parte che
era stata per lungo tempo adibita a pubblico cimitero nei sotterranei del duomo,
ove tuttavia si conservano. Poiché fu sgombrato tutto quel sito dai mucchj di
ossame, si riconobbero nell'antico pavimento alcune lapidi con epigrafi frammentate,
tra le quali attirarono prima la mia attenzione i due pezzi di lastra iscritta, che
vennero editi nelle Notule del 1878, ser. 3a voi. II, p. 741, e furono ripetuti nel
voi. IX del C. I. L. coi numeri 6180, 6181. Questi pezzi, i quali secondo gli apografi
che servirono alle pubblicazioni sopra ricordate, parevano appartenere a due diversi
titoli, vidi invece che si riferivano al titolo stesso, al quale manca solo qualche let-
tera nel punto ove la lapide fu infranta. Nell'uno e nell'altro pezzo si osservano in
uguale grado i danni cagionati dallo attrito, essendo stati esposti nel pavimento, dal
lato che reca la scrittura. Vi si legge :
C. I. L. n. GÌ SI ih. n. 6180
p-ro
RV
plTVMIOFFOVF
loTfiTVIR AED
C A F / § AQFM A X I M k/
r /
Kiconobbi pure un altro pezzo di calcare, proveniente dal luogo stosso, lungo m. i i,72,
alto m. 0,42, e dello spessore di m. 0,38, in cui si legge il frammento dedicatorio :
jIVO-VESPASIANOj
/DOMITIANI AVGj
Nel duomo vecchio o s. Giacomi» vecchio di Trani, vidi usato come scalimi un
— 239 —
pezzo di cippo iscritto, che non trovo ricordato altrove, sebbene qualcuno del luogo
mi avesse detto essere stato edito inesattamente. Vi resta soltanto:
jNV S
KE-yu
ÌfiliaJ
XV. Bitoilto — Nel giardino dietro la chiesa di s. Pietro di Castro, vidi
rsato in un muro, come materiale di fabbrica, un cippo di calcare, in cui copiai
l' iscrizione seguente, incisa in caratteri abbastanza rozzi :
MINERVAE
SACRVM
CMARIVS
ZONGINVs
V s l m
Non credo possa mettersi in dubbio l'autenticità del titolo, il quale non poten-
dosi supporre trasportato da lontano, in sito che è abbondantissimo di materiale edi-
lizio, acquista importanza non lieve pel fatto, che nessuna iscrizione erasi finora trovata
nella città, che ebbe monetazione propria, fu ricordata dai classici (Plinio III, 11, 105 ;
Marziale IV, 55, 29) e negli Itinerari, e conserva il nome antico.
XVI. Rugge — ( Rudiae , territorio del comune di Lecce ) —
In Lecce, accolto dalla nota cortesia del benemerito duca di Castromediano, e degli
egregi componenti la Commissione conservatrice delle antichità, fui lieto di ammirare
il nuovo ordinamento dato alle collezioni del Museo provinciale in una parte del
palazzo della E. Prefettura, assai adatta per la tutela e lo studio di quelle raccolto
copiose, e destinate a sempre più prospero avvenire. Non è qui il luogo d' intratte-
nermi sopra questo Museo, che anche di recente fornì materia ad uno studio del eh.
cav. Giovanni Jatta ( Vasi del museo ili Lecce, in Rassegna pugliese di scienze, let-
tere ed arti anno I n. 1, 2, 3), e fu lodato giustamente dai eh. Helbig e Lenormant,
e da altri dotti che ebbero occasione di visitarlo. Ma desidero qui dire di un pic-
colo gruppo di oggetti, entrato di poco a far parte delle raccolto leccesi, oggetti che
mi furono mostrati dal sig. duca di Castromediano, il quale mi diede sopra di essi le
notizie che egli aveva potuto raccogliere, e volle per squisita sua bontà concedere a
me il piacere di riferirne.
Provengono da un sepolcro scavato presso Rugge, nel fondo Viola. Si riconobbe
quivi una camera, già depredata, nella quale come rifiuto della spoliazione, erano
stati lasciati, confusi fra la terra, alcuni vasetti fittili, rozzi, di formo comuni, e di
nessun valore ; e con essi un' iscrizione in lastra di calcare, larga m. 0.41, ed alta
ugualmente m. 0,41, essendo frammentata nella parte superiore. Vi si legge:
/ clyUvSoT"''}
PITHEROS (
— 240 —
Tuttavolta l'esplorazione antica non era stata quivi completa. Nel fondo della
camera si riconobbe un grosso mattone, che pareva servire di coperchio ad un piccolo
loculo. Tolto infatti questo mattone, si vide che copriva un vaso fittile, entro cui
erano frammenti di ossa bruciate di un fanciullo, e quindici dischi di osso conservatis-
simi. lavorati al tornio, del diametro di min. 24, e dello spessore di nini. 2. Da un
lato, con una piccola prominenza nel centro, hanno aspetto di piccole borchie, e dal-
l'altro lato hanno la superficicie perfettamente liscia, su cui porta ciascuno ima let-
ti'ni. greca ed un numero romano, i quali segni riuniti, compongouo la serie com-
pleta dei numeri, da uno a quindici, nel modo che segue; cioè col numero romano
superiormente, e col numerale greco nella parte inferiore :
I
À
II
')
B
ni
3.
r
mi
4.
A
v
5.
e
VI
VII
Z
Vili
8.
H
Alili
9.
©
X
lo.
I
XI
IÀ
XII
12.
IB
XIII
1 .
ir
XIIII
14.
IA
XV
15.
ie
Tessere simili non si sono trovate ora per la prima volta; e le numerose che
por lo passato entrarono nei pubblici Musei e nelle raccolte private, porsero materia
a vario opinioni. Prevalse in generale la sentenza, che avessero rapporto con gli
spettacoli teatrali (cfr. Henzen, Ami. Lisi. 1848, p. 273 sq. ; Man. ined. Imi. voi.
IV, tav. LII, LUI). E se per molte con numeri, ai quali sono uniti e nomi e rap-
presentanze di figure, poteva im concetto simile essere corroborato dalle autorità dei
classici, fu anche giustamente osservato, che difficilmente alla serie stessa avreb-
bero potuto esser riferite le tessere con semplici segni numerali, come queste ora rin-
venute. Lo dice chiaramente la nota al n. 8602 del voi IV del C. I. (Ir., ove fu-
rono ripetute le cinque greche e latine coi soli numeri : due, quattro, undici, dodici, quat-
tordici ; la prima posseduta dal Museo di Napoli, le altre della raccolta del comm.
Kestner. Quella nota ripete ciò, che il eh. Henzen nella memoria sopra citata aveva
sostenuto a proposito di esse, vale a dire che il loro uso era incerto; quantunque
non rifiutasse il eh. autore la opinione di coloro, che massime quelle con soli numeri
latini, reputavano aver potuto « servire di tessere frumentarie, indicando il numero
dell' ostio, dove si riceveva il gl'ano ». Ma soggiungeva pure il dotto maestro « essere
una tale congettura incertissima, potendo bene queste tessere appartenere alla classe
delle convivali, oppure alle stesse tessere teatrali ed aufiteatrali ; di modo che i nu-
meri indicassero sia l'ostio, pel quale si doveva entrare ai ludi pubblici, sia il cuneo
che dovevasi occupare, quante volte questi non fossero indicati col nome di qualche
divinità o persona umana; potendo immaginarsi benissimo che talvolta, per esempio
a causa di ludi gratuiti, fosse sufficiente questa semplice indicazione » (Ami. 1. e.
p. 282). Se non che supposizioni simili vengono ora escluse dal fatto, che le nostre
tessere, portanti la serie consecutiva numerale dall'uno al quindici, furono trovate
insieme riuniti' nella tomba di un fanciullo, ed in un sito ove nessun ilocinni'iitn
— 241 —
abbiamo por poter ammettere, che vi fosse stato teatro od anfiteatro. Tanto più che è
da escludere il rapporto al convito, pel quale una sola tessera sarebbe stata necessaria.
Pare invece assai più probabile, che questi oggetti fossero adoperati come un
mezzo mnemonico, e servissero di istrumenti di scuola, per insegnare così gli dementa
prima, eome la numerazione.
Se la cosa è in tal modo, dovrebbero in queste tessere riconoscersi quelle let-
tere mobili, che i maestri adoperavano, secondo che da Quintiliano è ricordato (Inst.
orai. 1. 1. 2.6).
Regione III. {Lucania et Bruttii)
XVII. Reggio dì Calabria — Note del predetto prof. F. Barnabei.
Mediante lo zelo degli egregi coirmi. D. Spanò-Bolani e can. A. M. di Lorenzo, che
attendono all'incremento del Museo di Reggio, molti oggetti sono stati ricuperati dal
suolo reggino, i quali accrebbero il pregio della pubblica raccolta ; e molti dati pre-
ziosissimi per lo studio dell' antica topografia, furono offerti ai dotti nelle diligenti
Memorie del eh. di Lorenzo, edite in queste Notizie, e raccolte poi in un opuscolo
separato (')•
Non occorre quindi che io qui ripeta ciò che altrove fu ampiamente svolto; e mi
basti dire, che alle premure degli egregi signori sopra ricordati, corrispose lo zelo
del sig. Giuseppe Vazzano, custode del Museo civico, il quale come diligentissimo ispet-
tore, accorse del continuo nei luoghi di scavo, raccogliendo tutte le notizie che po-
tevano giovare all'utile della scienza.
Furono esplorate varie parti, e dentro la città e nei terreni prossimi all'abitato.
Si riconobbero due sepolcreti, l'uno in contrada s. Caterina, al di là del torrente
Annunziata, lungo la nuova linea della strada ferrata; l'altro in alto sulla collina
detta la Torrazzo,, al di sopra della nuova strada Reggio-Campi. Le tombe che die-
dero copiosa suppellettile funebre, conservata ora nel Museo, erano costruite in late-
rizi, così nel primo come nel secondo sepolcreto, altre volte a muretti coperti di tego-
loni alla cappuccina, altre volte poi con coperchi di terra cotta, in forma di grandi
semicilindri. In una tomba della Terrazza, la copertura fu fatta con mattoni lunghi
disposti a libretto. Forse il giudizio definitivo circa l'età di questi due sepolcreti, deve
essere riservato al tempo in cui sistematiche investigazioni vi saranno praticate, po-
tendosi per ora dire, che quei luoghi furono piuttosto additati agli studiosi che esplo-
rati, pochissime tombe essendo state aperte sulla collina della Torrazza, ed in con-
trada s. Caterina , essendo state esaminate solo quelle , che per il taglio della
strada ferrata si venivano ad incontrare. Ma ne restano molte nel campo circostante,
dove è a sperare che si istituiscano metodici lavori ; i quali meglio faranno decidere,
f1) Le scoperte archeologiche di Reggio di Calabria, nel primo biennio dì vita del Museo
civico — Reggio 1885, p. GG con una tavola.
— 242 —
se questa parte della necropoli fosso stata dell'ultimo periodo della civiltà antica di
Reggio.
Fu riconosciuto tutto l'andamento dell'acquedotto, e determinati i siti ove erano
stati scavati dei pozzi, alcuni dei quali si conservano tuttora, e si adoperano secondo
l'antico loro uso.
In generale furono raccolti elementi ottimi per un proficuo studio sulla topogra-
fia reggina, e riconosciuti i luoghi ove ulteriori indagini arrecherebbero sicuro e
largo frutto.
Il più importante tra questi è il terreno, che è limitato nella città dalla via Bue
iettimi» re, e che attraversato dalla via Ascìwies e dalla Piazza del lavoro, com-
prende i fabbricati dei signori Taraschi, Barilla , Màfrica, e le case possedute dal
sig. cav. Pasquale Griso-Laboccetta.
Fino dal marzo del 1883 nella parte più alta di questa zona, in quella cioè che
sostiene i fabbricati Taraschi e Barilla, si scoprirono varie statuette fittili di deposito
votivo {Notizie 1883, ser. 3a, voi. XI, p. 539). Non era la prima volta che cose
simili quivi si rinvenivano. Altre statuette fittili erano state trovate in gran copia per
lo innanzi, quando la casa Taraschi fu ricostruita. Abbondavano le figurine rappre ea-
tauti una divinità muliebre, ornata di alto e ricco diadema, vestita con suntuosa veste,
e seduta su di un trono, colle mani distese sulle ginocchia. Altre figurine muliebri,
colle braccia ugualmente distese, erano ignude, e fatte per essere collocate pure iu
un trono, che però non formava un solo pezzo colla figura. Vi erano statuette di
cavalieri, altre di liricini ; e poi molte teste di vario stile, per lo più di tipo arcaico,
e molti vasetti di varia forma, alcuni fatti a mano, assai grossolanamente.
Oggetti votivi, simili a questi del terreno Taraschi. si rinvennero nel 1884, ad
una cinquantina di metri più in basso, nel terreno del sig. Giuseppe Màfrica, (love
quaranta anni prima erano stati eseguiti scavi fortunati, dal capo della provincia sig.
Roberto Betti {Notizie 1884, ser. 3a, voi. XIII, p. 630).
Ed a trenta metri da questo sito, sempre più in basso, altri oggetti fittili votivi
si scoprirono nella villa Griso-Laboccetta, dove l'egregio proprietario concedè le mag-
giori facilitazioni alla direzione del Museo.
Che quivi fosse sorto un tempio, nel miglior periodo della storia reggina, viene
dimostrato dallo esame di alcuni pozzi di decorazione architettonica, i quali nel ter-
reno Griso-Labocetta furono scavati, e che potei io esaminare fra il numeroso materiali'
di lineilo scavo, non. ancora esposto nel Museo per mancanza di spazio.
Vi sono molte teste fìttili frammentate, di stile arcaico, che appartengono ad
antefisse , ed alcuni resti bellissimi di tegoloni dipinti, che appartenevano al corona-
mento del tempio. Le pitture sono fatte a fuoco, con ossido di manganese e di ferro,
e sono ad ornato geometrico , con indizi di» rosoni nei quadrati. Merita singolare ri-
guardo un disco frammentato, con baccellature dipinte nel centro, e linee a zig-zag
nell'orlo.
Il pezzo più importante per altro di questo ornato architettonico consiste in un
rilievo di terra cotta, lungo m. 0,95, alto nello stato attuale m. 0.70, essendo rotto
superiormente. Rappresenta due figure muliebri, ili buono stile arcaico, in movimento
— 243 —
di danza, eseguite a stecca in maniera assai fine, massime nella sobrietà delle pieghe
del vestimento leggiero, come si vedo nel disegno che qui viene riprodotto.
-
r£gì-
Appaiono negli aititi le .strisce delle antiche pitture. Sono pure evidenti i buchi
pei quali passavano i chiodi di bronzo, destinati a tener ferme le lastre fittili orna-
mentali. Forse se lo scavo avesse potuto essere allargato, sarebbe stato possibile re-
cuperare altri pezzi di queste scul ture , e meglio determinare l'andamento dei muri
del tempio, dei quali non dubbi segni si ebbero nella così detta casa dell' orto-
lano, che pare costruita sopra i resti di quel sacro edificio, presso cui il rilievo fittile
fu raccolto
Ed è a sperare che incoraggiata la direzione del Museo civico a ripigliare le
indagini, e continuandole il favore del benemerito proprietario del sito, altri e pre-
ziosi pezzi si possano recuperare , i quali ne mettano in grado di meglio valutare
le cose finora avute. E conferma in tale speranza lo esame dell'altro materiale, non
ancora ripulito o restaurato, in mezzo a cui notansi non pochi pezzi di vasi greci di
varia epoca e di sommo pregio.
Noterò fra questi un pezzetto arcaicissimo, ove sono dipinte donzelle presso una
fonte, alla quale si avanza anche un cavallo. Accanto al viso di una di tali donzelle
leggesi TPy/riUOS; accanto all'altra ...IHE/\ In altro pezzo a figure nere su fondo rosso,
vedesi un uomo su di un carro che rapisce una fanciulla. Dalla testa dell'uomo parte
la leggenda: nOLVDEVKE*; sopra la donna è scritto: (pDIBE.
Nel porre termine a questi brevi cenni , trovo opportuno di dire poche parole
sopra alcuni oggetti provenienti dalla Piazza Vittorio Emanuele, ove fu costruito il
palazzo della Banca Nazionale, e dove è a dolere, come giustamente osserva il eh.
— 244 —
di Lorenzo (Notizie 1SS6, p. 138), che l'autorità preposta alla tutela dello memorie
patrie, non sia stata avvertita in tempo per raccogliere i dati scientifici nei lavori
che si fecero per le nuove fondamenta. Nelle terre di scarico, provenienti da questi
scavi, vari oggetti furono recuperati ; e di questi si fece lo acquisto per le collezioni
del Museo (cfr. Notizie 1. e). Ora a quelli precedentemente descritti e che tra quelle
terre si ritrovarono, vanno aggiunti vari piombi con leggende greche bizantine, che
non oso dire se sieno nuove, non essendomi stato possibile consultare il recente libro
del eh. Schlumborger sopra bolli di tal fatta, ed avendomi dovuto tenere a quanto è
edito nel voi. IV del C. I. Gr., n. 8988-9056, dove nessuna delle nostre leggende si
riscontra.
Questi bolli sono:
1.
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C(0
K — e-
A(v) LAW
-H
"• Kfóois), jìOì'jihfl Tip <7(ò òovkdì
TlO
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K (-) H
Atf 'w
"■ (Ki'qu) porj&et no aio óovho
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b.
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b. NixetpÓQOV ^«(aihxov) d7taO-(aQtov)
h.
TlO
C<o
k — a — h
AÒ [ AIO
"■ K(vqu) (iorj&si nò ao> SovXuj
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HAnP(0
ONOT
i- Mt%ttìjX 7iQoo{r)oroT(aQiM)
/ CO | ClO
—9 H
Ò I, AIO
TAAPOi
K/eniTio
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— 245 -
b.
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///AIACI
K--e-)-
A(v)
ì
ICI60
a.
r
a. b.
A
I--[— A H— j— R
K 9
9
" K(ùois) ^(o//')^(f() b. leggenda inintelligibile per l'ossido
Il can. de Lorenzo uè trascrisse poi un'altra, che aveva nel dritto un rilievo
irriconoscibile, e nel rovescio presenta un solo nome :
b.
8. ?
neAA
noY
In un'altra lesse solamente
b. Jlskuyiov
".
b.
9. ?
+ ev*
"■ ?
MIW//
////////
limili
b. 'Evip^iiUQ
1" poi trascrissi la bolla papale:
//.
10. QR£
P+A
CORI
PA£
Finalmente in una placchetta di piombo, rettangolare, e con listello rilevato a
guisa di piccola cornice, e con buco in un angolo vedesi in rilievo :
_p
I
Unitamente a questi bolli, molte placchette di piombo liquefatto per incendio
si raccolsero, il che fece supporre al de Lorenzo, che in quel sito, nel periodo bizan-
tino, fosse stato un pubblico archivio.
Roma. L'i agosto 1886.
Il Diretì eUe A ni i hità e Eelle arti
FlORELLI
— 247
AGOSTO
Regione IX. {Liguria)
I. Veiltimiglia — L' egregio ispettore cav. Girolamo Rossi ebbe notizia di
due frammenti epigrafici, provenienti dalla pianura di Nenia, scoperti tra il 1882
ed il 1 883, dei quali trasmise i calchi cartacei. Nel primo, inciso su lastra marmorea,
si legge :
T- FLAVI
FLAVI Cj
LIO • IN)
Nel secondo, che è su pietra di Arles, rimane la sola parola:
NEPOS
Regione VII. {Cispadana)
II. Bologna — Nuove scoperte in via dell' Indipendenza, descritte
dal prof. E. Brizio.
Nel fabbricato della ditta Finzi e comp. in via dell' Indipendenza sono apparse altre
capanne del periodo di Villanova, in continuazione di quelle precedentemente scoperte,
e colle quali sembrano allineate (cfr. Notizie 1886, p. 220 ). Se non che la località
era molto devastata dalle costruzioni posteriori di tutti i periodi ; e quindi anche le
buche si trovarono sconvolte, e riempite di frammenti di vasi di tutte le epoche. Che
però in origine avessero servito di abitazione, ed il centro a focolare, risultava evi-
dente dalla terra nera ed untuosa, nonché dai mille avanzi di carbone, che erano
specialmente nel fondo. Una capanna poi presentava la seguente particolarità, cioè
che il suo fondo concoide, era coperto da una incrostatura di bronzo fuso, e tutt' intorno
erano pezzi informi del medesimo bronzo fuso. Quella capanna, anziché ad abitazione,
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 1°, Vol. II. 31
— 248 —
pare abbia servito ad officina metallica. Tanto il fondo incrostato della capanna sud-
detta, quanto i pezzi di bronzo fuso, sono stati trasportati nel Museo.
Eegione VI. {Umbria)
III. Terni — Scavi dell' Acciaieria o della necropoli ternana, descritti
dal sig. Angelo Pasque
Allorché io venni in Terni, per ordine della Direzione generale delle antichità,
con incarico di assistere ai lavori di scavo nella nuova Acciaieria, in contrada s. Agnese
e s. Paolo, la Direzione dell'opificio dell'acciaio aveva già esplorata una vasta zona,
corrispondente a queir area che dovranno occupare il bacino di tempera, le vie e le
fabbriche circonvicine, e vi si era trovata cospicua suppellettile di una vetustis-
sima necropoli italica, di cui aveva dato avviso la causale scoperta avvenuta nel
fondare l'armatura del maglio ed i piazzali di scarico ('). Da principio si ebbe cura
soltanto che nulla andasse disperso, e si posero alla ricerca alcuni operai, che avevano
esclusivamente tale incarico ; ma gli oggetti raccolti da circa trenta tombe, oggi si
trovano insieme confusi, e non posso trattarne che classificandoli a seconda della loro
natura. Quando lo scavo sembrò assumere vaste proporzioni, l'egregio sig. ing. Vauzetti fu
sollecito di dividere il corredo di ciascuna tomba, e questo a suo luogo descriverò parti-
tamente, giovandomi delle molte indicazioni che il prelodato ingegnere gentilmente
mi favorì, coll'unirvi l'ampia facoltà di tenere dietro agli scavatori, e di guidarli per
tutto quel tempo che mi sarebbe occorso rimanere in Terni. Qui rendo sincere grazie
al eh. sig. Vauzetti, alle cui istanze la Società Veneta ha salvato un materiale pre-
ziosissimo per la scienza, e preparerà un locale a parte per ricevere tutto quanto di
antico si scoprirà in seguito ai nuovi lavori, nel vasto terreno occupato dalle officine
dell'acciaio.
Do in principio, a forma di catalogo, tutto quel materiale raccolto senza ordine
di singole tombe, e depositato in una sala della Direzione stessa entro l'acciaieria.
Fibule. Caratterizzano la nostra necropoli la quantità veramente considerevole
delle fibule a scudetto spiraliforme, e la varietà loro rispetto alla forma degli archi. Il
march. Eroli (2) ebbe agio di studiare ben dieci classi di fibule quasi tutte a scudetto.
ma trascurò di notare la decorazione bulinata nello scudetto, ed ancora di ricordare
questo in alcuni esemplari.
Fibule ad arco semplice^ prive ili scudetto. Pibuletta di modulo piccolo, il cui
arco si compone di un filo quadrangolare, compresso ad Una estremità per piegarsi
nella staffa, e rotondo dall'altra per formare la triplice spirale e 1' ardiglione. Sei
esemplari con arco bulinato a spina-pesce, e con ardiglione avvolto a triplice spira, e
fermato su breve e semplice staffa uncinata. Variano dai min. 66 ai :5S di massima
lunghezza. Fibula grande (mm. 78 di Lunghezza), con arco semielittìco e privo .li
(') V. l'opuscolo del marcii. Eroli pubblicato recentemente, il quale ha per titolo
scavati in Terni dal 1*80 al 1885.— Roma, Tip. letteraria 1886. cfr. \ 1886, p. 9 sg.
(I Op. cit. pag. 9.
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decorazione. Tre fibule con corpo bulinato a zig-zag e ad anelletti, presso la staffa
e presso la spirale. Tre frammenti con arco avvolto a fune. Fibula piccola di
ferro, con corpo rigonfio ; molto danneggiata dall'ossido.
Ad arco fascialo e prive di scudetto. Frammento di arco di fibula, composto
di un sottilissimo filo eneo, attortigliato sopra un altro di uguale spessore. Fibula
grande rotta in due pezzi, con corpo rigonfio e formato da tre dischi obliqui di ambra,
tramezzati da sottili laminette di bronzo. Questo esemplare era forse munito di scu-
detto, poiché conserva una parte della staffa inginocchiata. Avanzo dell'ardiglione e dell'arco
di ima grande fibula : la spilla è fasciata di sottile filo di rame, e l'arco porta tuttora
infilati due grani ovoidali di ambra. Piccola fibula a sbarra trasversale, bulinata a
fascetti di linee e ad arco quadrangolare , su cui si conservano due dischi obliqui
di ambra.
Ad arco serpeggiante e prive di scudetto. Frammento, il cui arco è decorato
di otto sporgenze a capocchia, disposte lateralmente. Frammento d'arco di fibula,
detta a drago, identica nelle dimensioni e nella forma all' esemplare di Vetulonia.
{Notizie 1885, pag. 113). Arco di fibula piegato a S, privo di staffa e di spilla. Piccolo
esemplare (lungh. mm. 40) di fibula a drago.
Fibule con arco semplice e con scudetti) spi roti forme. Tre fibule grandi, il cui
arco corroso dall' ossido non lascia travedere nessuna decorazione granita. Fibula
grande (lungh. mm. 132) ad arco sottile, fasciato di sottilissimi anelli incisi, ed
avvolto a capo dell'ardiglione con quattro spire. Nove esemplari di fibula ad arco
rigonfio e graffito ad anelletti. Nel loro scudetto nessuna traccia di graniture. È da
notare, che nell'ardiglione di alcune di esse si trovano infilati molti piccoli anelli fusi
di bronzo. Dette fibule variano dai mm. 100 ai mm. 88 di lunghezza. Fibula
graude (lunga mm. 123) con arco ad anelletti, e con largo scudetto contornato da una
lascia di sottili graniture : nel mezzo dello stesso sono disposti quattro piccoli quadrati,
ottenuti da più lineette concentriche, e divisi diagonalmente da un solco a bulino.
Esemplare piccolo con decorazione consimile al precedente. Piccola fibula con arco
semplice e con scudetto spiraliforme, privo di bulinature. Idem con arco graffito a
fascetti di linee ed a zig-zag, munito inferiormente di sbarra trasversale, essa pure
bulinata a sottili gruppi di linee. Lo scudetto è fissato sulla staffa, mediante due
imbullettature : in giro un contorno di lineette graffite, e nel mezzo due piccoli qua-
drati ottenuti con gruppi di linee parallele ai lati. Detta fibula è lunga mm. 64 ed
un poco danneggiata nello scudetto. Due frammenti di archi di fibule, appartenenti
a questa classe, e cinque scudetti rotti alla staffa, in due dei quali si scorgono sotto
l'ossido le tracce del contorno a piccoli triangoli obliquamente tratteggiati, e nel mezzo
i soliti quadrati.
Fibule con arco a foglia di lauro e con scudetto. Bellissimo esemplare, il cui
ateo a foglia è contornato da piccoli anelli, a somiglianza di un tipo più piccolo edito
dal eh. Ghirardini {Notizie 1882, tav. Ili, fig. 20). A capo ed a pie del suo arco,
cioè presso la inginocchiatura della staffa e presso la triplice spirale, sono due fori
passanti. Non è improbabile che la superficie dell'arco potesse essere rivestita di
qualche materia, come osso, ambra o cuoio, fissata a mezzo di chiodi entro quei
fori, tanto più che essa è priva di decorazione a differenza delle altre fibule
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congeneri (1). La sua staffa è munita trasversalmente da una sbarra a navicella, con tracce
di lineette bulinate, ed è fissata ad una piastra di forma elittica a mezzo di due chiodi.
Nessuna linea graffita dà a cotesto scudetto la forma consueta a spirale ; al contrario è
bulinato in giro con un contorno a tre fasci di linee, e decorato nel mezzo da due
piccole swa&tìkas. La lunghezza totale della fibula è nini. 152, il diametro maggiore
della piastrina crn. 9. Coppia di fibule a larga foglia, contornata di sottili bulinature,
e smezzata da una linea a zig-zag: la sua piastrina elittica viene fissata alla staffa
mediante doppia inchiodatura, e porta in giro un fascio di lineette graffite. Lunghezza
totale irmi. 134. Coppia di fibule identiche, decorate nella foglia del contorno e dello
zig-zag graffito, ma munite dello scudetto spiraliforme tirato a martello, d'un solo
pezzo colla staffa e privo di decorazione. Fibula identica alle precedenti ancora nella
decorazione dell'arco, ma con piastrina elittica imbullettata, e decorata del contomo
e di una piccola swastika da un lato. Idem con arco a stretta e lunga foglia, e con
piastrina imi) allettata e liscia. Piccola fibula con arco a foglia sottile, che porta nel
mezzo ima costola rilevata, ed è guernita ai bordi di cerchietti a trapano. Ho collo-
cato detta fibula in questa classe, perchè appartiene realmente a quelle a foglia, ma
dubito che mancasse di scudetto, inquantochè vi resta l'attaccatura della staffa, schiac-
ciata e rivolta a somiglianza di quelle fibule ad arco semplice, che abbiamo nominate
in principio.
Fìbule eoa arco ondulato e con scudetto. Fibula con arco serpeggiante avvolto
a due spire, con staffa inginocchiata e con scudetto spiraliforme privo di graniture.
Lungh. mm. 97. Fibula grande (lunga min. 194), con arco ad anelletti curvato in
dentro e ripiegato a doppia spirale. Da un capo termina colla spilla, dall'altro colla
piastrina elittica, il cui campo è interamente occupato da una grande swastika a
braccia gammate, e graffita con fasci di sottili linee parallele. Esemplare identico,
ma più piccolo del precedente (lung. mm." 155). La piastrina imbullettata ha un con-
torno intramezzato da un solco a zig-zag, e porta nel mezzo ima swastika a
braccia due volte gammate. Fibula grande (lungh. mm. 158) sul tipo delle
descritte, ma compressa alla metà dell'arco, che forma una foglia romboidale
allungata: la sua piastrina è tenuta ferma all'appendice della staffa con due
chiodi, ed è contornata da lineette e da piccolo zig-zag ottenuto con una ciappola.
Da un lato, nel campo della piastrina si scorge un piccolo quadrato, che forse si
ripeteva dall'altro , oggi tutto quanto ricoperto dall'ossido. Esemplare consimile
nella forma, e decorato di un contorno a zig-zag nell'arco, e di bulinature a
fune presso l'unione della staffa e dell'ago. Il suo scudetto fissato con due perni
ribaditi, contiene nel mezzo una croce con braccia due volte gammate, ed è
circondato da una fascia di linee graffite, che mettono in mezzo uno zig-zag a
ciappola, e che sono internamente limitate da altro zig-zag a bulino. Lunghezza
mm. 134. Scudetto e parte della staffa di ima piccola fibula a drago (?)'
con sbarra trasversale a navicella, ornata di sottili bulinature parallele ed alternate
fi Un esemplare proveniente dallo stesso .-'avo. ed oggi consertato insieme ad altri ul'uvuì
nella biblioteca municipale di Terni, porta tuttora infissi nei fori i due chiodi sporgenti nella parte
convessa dell'arco.
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con tre zig-zag a ciappola. Nel mezzo dello scudetto, che è circondato dalle solite
linee parallele, si trovano due piccole e semplici swasti/cas con sotto tre quadrati.
Altro scudetto con uguale contorno, ma con due soli quadrati sotto le swastikas,
lungo (min. 203). Ago di bronzo con cerniera forata da un capo. Credo chi.' possa
appartenere a grande fìbula piuttostochè ad ago crinale, contro l'opinione del prelo-
dato march. Eroli. che rese noto un esemplare consimile pervenuto dalla nostra mede-
sima località (').
Ornamenti diversi. — Anelli. Se ne contano una quindicina, tutti quanti fusi ed
arrotondati di sopra : nessuno dei medesimi porta graffiti i segni della decorazione. Fanno
parte di questa raccolta molti anelli fusi, del diametro di circa 6 cm., i quali a
detto degli scavatori, furono scoperti presso le orecchie del cadavere con qualche
avanzo di un sottilissimo filo eneo, che poteva servire a tenerli sospesi : altri anelli,
ancora più grandi, si raccolsero alla caviglia del piede sinistro , e di tale fatto
avremo la certezza, quando esamineremo più sotto le singole tombe scoperte alla mia
presenza.
Armille. Ne trovo raccolte ima diecina, la maggior parte frammentate, le quali
sono semplicemente composte di un doppio filo di rame avvolto a due giri. Taluni
esemplari sono ondulati ai capi, e come verrà fatto d'incontrare in seguito, ripetono
ima forma comune cogli orecchini, anzi qualche tomba ha dato armille ed orecchini
identici nella forma e nelle dimensioni, colla differenza che questi ultimi portano
attortigliato un sottile spirale di rame.
Orecchini. Qui, come nelle necropoli di Tarquinia e di Bisenzio, ritornano gli
spirali di filo eneo sostenuti da più sottile filo. Non so se a questa classe debbano
pure ascriversi alcuni tubetti spiraliformi di filo schiacciato, i quali da un capo av-
volto ad occhietto, portano un appiccagnolo molto adatto per infilarsi nell'orecchia, e
dall'altro im pendente ad anello ovvero una piccola spirale cilindrica.
Fibbia. Un solo esemplare, identico a quello edito dal prelodato march. Eroli (-')
ma privo della femmina: cioè consistente in un grosso filo di bronzo, piegato a
tre uncini.
A motivo del loro stato di conservazione, è impossibile decifrare se alcune lunghe
aste appuntate potessero aver servito per' aghi crinali, ovvero per ardiglioni di fibule :
è del pari indecifrabile l'uso di una quantità di frammenti di catenelle, di tubetti
spiraliformi e di lamina, uno dei quali lungo circa cm. 10, di alcune falere tte,
nonché di un anello di sottile lamina riunita ai capi per mezzo di im incastro, che
passa per un foro, e si allarga internamente a T sull'esempio di quello bisentino (3).
Fusaruole. Ne trovo sei di terracotta, senza indicazione di tomba. Hanno forma
di doppio tronco di cono, ed una sola è leggiermente sfaccettata. Nessima decorata
d'impressioni ovvero di graniture.
Utensili. — Cultri rettangolari. Cultro la cui lama misura mm. 47 X 83, fusa
(i) Op. cit. pag. 15, fig. 24 della tavola.
(2) Op. cit., fig. 2.
(3) V. Notizie degli scavi 1886, tomba XXIX del gruppo della Polledrara, di cui sarà detto
nel prossimo fascicolo.
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insieme al semplice manico ad occhietto, e tirata a martello, in modo che da tre
lati si presenta tagliente. Nel mezzo è forato e circondato d'un solco granito: altri
due fori si ripetono presso il taglio superiore. Cutter grande (mm. 77 X 70) molto
danneggiato nel taglio superiore. Esso pure è fuso insieme al manico, e porta attorno
all'unione di questo alla lama, im sernicircolo a piccoli zig-zag ed a fascetti di linee
sottilmente graffite. Idem frammentato come il precedente, con manico imbullettato
e composto di un filo avvolto ad occhietto, e compresso alle due estremità a forma
di due alette triangolari, che mettono in mezzo la lama e la fissano con tre chiodi
ribaditi. Piccolo cutter con semplice manico ad occhietto, formato come il precedente,
di im solo filo ed imbullettato. Avanzo di cutter con rozzo manico, imbullettato.
Cultri lunati. Sette coltelli con poca differenza nella loro forma : il più grande
misura mm. 128 di lunghezza, il più piccolo circa 9 cm. Il loro manico fuso insieme
alla lama è decorato di due cornetti, che in due esemplari si rivolgono da ciascuna
parte a piccola voluta. Piccolo cutter a larga lama forata presso l'incavo, e munita di
piccolo manico a tre punte.
A questo gruppo aggiungo pochi frammenti di simili coltelli, tra i quali un'ansa
imbullettata ed avvolta a fime.
Aghi. Due esemplari di ago da cucire, di cui uno lungo mm. 57 con foro cir-
colare alla cruna, l'altro lungo mm. 135, ritorto e con lunghissima cruna.
Armi. — ■ Lance. Lancia di bronzo a foglia di olivo, con larga canna ottagonale
forata da un lato. Gli angoli della cannula sono intaccati a fune, i bordi della lancia
per ciascun lato ornati di piccoli zig-zag. Lunghezza mm. 208. Due lance consi-
mili prive di ornamentazione. Lancia con lama a losanga, assottigliata verso la
punta ('); la sua canna è forata da un lato, granita attorno all'orificio, e striata lungo
la costola. Misura mm. 196 di lunghezza. Tre piccole lance a foglia di ulivo. Due pic-
cole lance a breve lama e larga canna ottagonale. Sauroter conico, forato parte a parte.
Spade. Lama di una spada di bronzo a doppio taglio un poco concavo nel
mezzo. L'armatura del manico, rotta in antico, fu aggiuntata a mezzo di due imbul-
lettature. È lunga m. 0,39 e graffila presso la costola, da ciascuna parte, con più
linee parallele limitate internamente da un piccolo zig-zag. Nella lamina che soste-
neva l'impugnatura, e nella sommità della lama, si conservano infissi i chiodi della
guarnizione di osso o di legno. Puntale di bronzo a nodo sagomato, non dissimile
dagli esemplari tarquiniesi.
Pugnale. Uno solo di ferro molto corroso dall'ossido, lungo mm. 241. A metà
della sua impugnatura si conserva un anello di ferro, che dovette servire per sostegno
o rinforzo del rivestimento di legno, ovvero di altra materia. L'elsa è rappresentata
da una sbarra trasversale di ferro.
Fittili. — Ne sono stati raccolti circa una cinquantina, tutti lavorati senza l'aiuto
della ruota, d'impasto cenerognolo, e la maggior parte privi di decorazione grafììta od
impressa, e con sole sporgenze a metà del corpo. Noi troviamo in questa collezione
un tipo sempre costante, che varia solamente nelle dimensioni, ed in qualche svi-
luppo più o meno demarcato nelle sue parti. Il vaso ha il corpo leuticolare, ovvero
(') Cfr. l'esemplare tarquiniese edito dal eh. Ghirardini, Notizie 1882, tav. I, fig. 2.
a forma più rotonda, su cui è imposto un collo a tronco di cono bassissimo e leg-
germente convesso. Più comunemente il corpo è decorato di tre o quattro sporgenze
steccate in giro, le quali in due esemplari sono alternate con piccole ìnaminellature
circolari, esse pure contornate da largo solco a stecco. Il manico si unisce dall'orlo
al corpo-, dove in molti vasi assume la forma compressa a nastro, ed è forato presso
l'attaccatura. Nei vasi a corpo più rotondeggiante, il manico è applicato presso l'u-
nione del collo al corpo, ed ha la forma di semplice nastro, avvolto ad occhietto.
Non lascierò di prendere nota di un vaso, più vicino nella forma a questi ultimi, il
quale porta in giro presso l'attaccatura del collo un meandro, a grandi dentelli ot-
tenuti con striature di strumento a tre denti; e di altro quasi sferico, che porta in
giro sotto l'orlo un largo zig-zag, formato di un sottile listello.
1 vasi predetti si trovarono usualmente ai piedi del cadavere, chiusi (non però
tutti) da ciotola, con fondo a tronco di cono e con orlo piano e rientrante, decorato
alla sua attaccatura di tre sporgenze coniche. Se ne conservano intatti due esem-
plari, uno molto grande (diam. min. 164), l'altro piccolo (diam. min. 100), ambedue
cou ansa trasportata anticamente, e privi di qualsivoglia decorazione graffita od
impressa.
Crani. Insieme ai vasi ed agli altri oggetti che abbiamo notati, si ebbe cura di
raccogliere sei o sette crani e qualche mascella, che fortunatamente era rimasta in-
tatta sotto la pressione del terrapieno e della copertura di ciottoli. Il sedimento sab-
bioso, che circonda e nasconde le tombe, è in gran parte favorevole alla conservazione
delle ossa umane; indi è che si potranno sperare dalla necropoli ternana preziosi
aiuti allo studio antropologico. Intanto accennerò di volo come i detti crani siano
tutti dolicocefali, come la loro cassa occipitale sia molto allargata e rotondeggiante,
l'angolo faciale alquanto ottuso e privo delle bozze frontali, la mascella inferiore
prominente e larga al mento. Quest'ultima in generale ha i denti pareggiati con
quelli della mascella superiore, e costantemente i due canini più sporgenti degli altri
ed inclinati verso gl'incisivi. Furono inoltre misurati vari scheletri d'individui d'età
sviluppata, e questi oscillavano tra i m. 1,70 e 1,64 di lunghezza.
A questo sunto descrittivo di quanto ho trovato senza indicazione di tombe e di
luogo, faccio tenere dietro la descrizione degli oggetti, che trovo ben distinti in tanti
gruppi quante sono le tombe scoperte, e mi giovo di tutte quelle indicazioni scritte
ed a voce, che coll'usata cortesia mi comunicò il prelodato ing. Vanzetti.
1. Questa tomba ci offre il più semplice e completo ornamento di un piccolo
scheletro di bambina. Tuttora restano infilati nel radio e nell'ulna due armille, che
si compongono di un sottile filo di rame compresso ed arrotondato sul dinanzi, ed
avvolto a dupliee giro. Agli orecchi due tubetti spiraliformi di filo eneo schiacciato,
attorno alle vertebre del collo una catenella ad anelletti di bronzo, alla spalla
destra una piccola fibula a mignatta con arco graffito a spire e con staffa inginocchiata,
la quale indica che doveva essere munita dello scudetto spirale, infine sullo sterno
ima grossa fibula lunga cm. 25 ad arco semplice, a scudetto imbullettato sulla staffa
e graffito con un contorno a lineette, e con due piccole e semplici swastikas nel
mezzo. Nel suo ardiglione erano infilati molti anelletti, ed un sottile filo avvolto
ad elica.
— 254 —
2. Fibula grande con arco a mignatta, graffito ad anelletti, e con scudetto spi-
raliforme tirato a martello dalla staffa medesima. Fibula di modulo mezzano identica
alla precedente, e con scudetto liscio e frammentato. Avanzi di una collana ad anel-
letti. Anello per dito, composto di una sottile lamina di rame tirata a martello, sem-
plicemente sovramessa ai capi. Tolgo da un appunto del prelodato ingegnere qualche
cenno sulla circostanza di questo ritrovamento. Si trovò lo scheletro posato sullo strato
vergine dell'arena, con attorno le tracce di antichissimo sedimento vegetale, che ri-
saliva sopra alla copertura dei sassi. Questi ricuoprivano la fossa, formando un pic-
colo dolmen ad immediato contatto del cadavere, ed accatastati senza ordine; indi
gli strati alluvionali di sabbia calcarea si alternavano con due strati di terra vege-
tale, nascondendo la tomba alla profondità di m. 2,40 circa. Lo scheletro, di cui si
salvò il cranio, aveva la testa a oriente e la faccia piegata sulla spalla destra, in
modo che guardava a nord. Non lascio di notare questa particolarità, inquantochè
tale posizione è ritualmente comune a tutte le tombe finora scoperte. Ai piedi si
rinvenne un grosso e rozzo vaso, che si disperse in pochi frantumi, perchè offeso
dalle pietre menzionate, ed un vasetto che non mi è stato possibile rinfacciare fra i
molti che ho notati sopra, e che forse andò perduto come il precedente ; alla mano
destra l'anello, gli altri piccoli sul torace insieme alla grande ed alla piccola fibula.
3. Tomba contenente un piccolo scheletro ; era circondato da pochi ciottoli con-
crezionali della Nera, tra i quali si raccolse una fusaruola ovoidale con due fori
laterali ed una fibula non molto grande, identica alle descritte nella precedente
tomba, colla sola differenza che il suo scudetto è internamente graffito con tre pic-
coli quadrati a lineette concentriche.
4. Indico la parte precisa dello scheletro ove furono trovati i pochi oggetti di
questa tomba coll'aiuto di una nota, che trovo inserita nell'involto che li contiene.
Fibula grande (lung. totale cm. 14) con arco a foglia di lauro, nel cui mezzo è rile-
gata una costola, e con scudetto dittico bulinato soltanto in giro con un contorno a
fasce di linee parallele alternate da zigrzag. ottenuti con una ciappola. Fu trovata
sopra alla spalla destra. Due anelli grandi di ferro, scoperti nel luogo delle orecchie
e serviti come inaures, perchè forse appesi in antico ad un sottilissimo filo eneo, a
imiglianza degli esemplari congeneri di bronzo. Due anelli di bronzo a largo cer-
chio, entro uno dei quali è tuttora saldata per l'ossido una lunga spirale di filo eneo
compresso; furono raccolti alla mano destra. Laminetta incurvata di ferro apparte-
nente, credo, ad un anello da dito.
5. Fibula identica alla precedente, ma con grande scudetto. È molto danneggiai
dall'ossido, divisa in due pezzi e priva di una parte «Iella staffa e dello spirale. Fale-
retta fusa, composta di due circoli concentrici che si uniscono a mezzo di quattro raggi.
Tubetto spirale di filo compresso. Orecchino a semplice anello di bronzo, ed avanzi li
grosso spinther fuso di bronzo.
6. Avanzi di una collana appartenente, credo, a piccolo cadavere. Consistono in
tubetti frammentati di sottile filo eneo, avvolto a spiralo, in grani di ambra, 'li osso
e di smalto vitreo bleu.
7. Fibula di modulo mezzano, il cui arco è graffito nel mezzo con linee a zig
Nel suo scudetto trasparisce sotto l'ossido La decorazione a piccoli quadrati. Fibula
— 255 —
piccola ad arco semplice ed a breve staffa. Due anelli di lamina enea. Scudetto ed
avanzo di una fibula con arco rivestito d'ambra. Frammenti di spirale appartenenti a
due orecchini.
8. Ai-co di fibula attorcigliato a fune. Scudetto spiraliforme di fibula a drago.
avvolta presso la staffa a quattro spire. Due braccialetti, imo dei quali spezzato, com-
posto di filo eneo un poco compresso ed avvolto ad elica. Tubetto a spirale, identico
a quello della tomba n. 4 e servito forse per anello.
9. Avanzi di un'armilla composta di un filo raddoppiato, i cui capi sono ondu-
lati. Piccola fibula, che ritrae il tipo di quelle a drago : è formata da un sottilissimo
filo eneo, il cui arco è avvolto a due spirali, e la cui staffa inginocchiata porta l'ap-
pendice spiraliforme. Anelletti di bronzo per collana.
10. Arco di fibula, avvolto a quattro spirali presso la staffa e nel mezzo dell'arco,
e ad otto spirali presso l'ardiglione. Semplice fibula priva della spilla, e con arco inciso
a fune. Avanzi di due braccialetti con estremità ondulate.
11. Piccola fibula identica a quella del n. 9, ma completa. Vi si trovarono infi-
lati due anelletti fusi di bronzo. Fibula a scudetto spiraliforme, nel cui arco riman-
gono tuttora due grani di ambra.
12. Tra gli avanzi del cadavere, che si trovò fuori di luogo ed indicava senza
dubbio una tomba rovistata, si raccolse in frammenti un lungo ago di ferro piegato
ad S, e con occhiellatura forata da un capo ed aguzzo dall'altro. In esso credo debba
riconoscersi un ardiglione di grande fibula di ferro.
13. Coppia di fibule grandi (lungh. cm. 13), con arco a foglia di lauro contornata
da sottili graniture, e smezzata da uno zig-zag. Uguale contorno si ripete nello scu-
detto. Spilla di grande fibula fasciata di sottilissimo filo eneo: vi aderisce per
l'ossido una lamina di ferro, di cui ignorasi 1' uso. Avanzi di un'armilla e di una
catenella.
14. Fibula di mediocre grandezza ad arco semplice, che si converte da un capo
nella triplice spirale e nell'ardiglione, dall'altro nella staffa inginocchiata e nello scu-
detto spiraliforme. Piccola fibula ad arco semplice. Anelletti per collana e tubetto spi-
raliforme, servito forse come anello da dito.
15. Da questa tomba trovo raccolta parte della mascella inferiore appartenente
ad individuo adulto, una coppia di fibule con arco a foglia bulinata nel mezzo a zig-
zag e con scudetto spiraliforme privo di decorazione, due piccole fibule ad arco sem-
plice e breve staffa, ed im avanzo di collana composta di grani di ambra e di pasta
vitrea turchina.
16. Grande fibula a mignatta con arco graffito ad anelletti, con scudetto imbul-
lettato e contornato da una granitura ondeggiata, che gira a spirale nel campo del me-
desimo. Nell'ardiglione si trovò infilato un anelletto. Avanzi di armilla in filo di
bronzo. Una coppia di orecchini a bauletto, formati cioè di un anello, entro il quale
incastra una piccola spirale cilindrica. Frammenti di una catenella di bronzo appar-
tenente forse a collana.
17. « Questa tomba a differenza delle altre era formata di pietre della cosi detta
spugna, però non di cava ma di torrente, perchè tutte smussate ed arrotondate. La
terra in cui giaceva il cadavere era vegetale molto grassa, compatta ed oscura, sparsa
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. 32
— 256 —
di radici quasi fossilizzate. In essa e per tutta la lunghezza dello scheletro, si rinven-
nero dei piccoli pezzetti neri, che sembravano carboni. La testa, come al solito, orien-
tata a levante poggiava sulla tempia destra, perciò guardava tramontana, come se ne
rinvennero delle altre, ed al posto delle orecchie aveva gli anelli, uno grande ed uno
piccolo per orecchio. La piccola fibula fu trovata al piede destro, i braccialetti ai
polsi». Ho riportato a parola questa nota dell'egregio ing. Vanzetti. Gli orecchini
predetti erano formati di sottilissimo filo eneo avvolto a duplice spirale, i braccialetti
di sottilissima lamina, e la fibula appartiene alla classe di quelle ad arco semplice,
bulinato nel mezzo con piccoli zig-zag. Di questa tomba fu conservato in frammenti il
cranio e qualche osso delle gambe.
18. Questa tomba ha dato solamente una coppia di fibule grandi (lungh. totale
mm. 141), con arco a mignatta graffito con sottili anelletti. Lo scudetto è spiraliforme
e contornato da uno zig-zag punteggiato.
19. Lancia grande (lungh. cm. 23) con cannula ottagonale forata da un lato, e con
lama a foglia di olivo. Si trovò presso la spalla sinistra del cadavere colla punta ri-
volta in su, e divisa d'antico tempo in due frammenti. Nel petto si raccolse lo scu-
detto spiraliforme, e parte dell'arco di una fibula a drago identica a quelle descritte
alle tombe n. 4 e 8. Grande fibula con arco compresso , incurvato in dentro ed im
poco allargato a metà : sì da un lato che dall'altro del medesimo si avvolge una du-
plice spirale, e l'arco stesso si converte in due braccia cilindriche, di cui uno imbul-
lettato e ribadito nella lunga spilla, l'altro ripiegato nella staffa. Lo scudetto elittìco
è fissato a questa mediante due imbullettature, decorato in giro di un'orlatura di linee
sottilmente graffite, e nel mezzo di ima grande swastika bigammata. L'ago di questa
fibula, lungo mm. 182, è compito superiormente da una capocchia sferica, che sostiene
una piccola prominenza a bottone. Fibule con arco consimile ne abbiamo notate cinque
nel descrivere gli oggetti senza ordine di tombe, ma questa è l'unico esemplare con
ardiglione a capocchia, da me veduto nella collezione dell'Acciaieria : nondimeno sem-
bra che anche per gli scavi anteriori • venissero fuori fibule congeneri, poiché il pre-
fato march. Eroli ne cita due e ne dà il fac-simile (')•
20. Braccialetto intero composto di sottile listra di bronzo, avvolta a due giri.
aiTotondata all'estremità, e presso queste decorata di sei cerchietti a trapano sopra e
cinque sotto. Piccoli spirali di sottile filo compresso ; appartenevano forse ad orecchini.
21. Quattro fibule a mignatta con anelletti graffiti nell'arco, e due di esse con
scudetto decorato di sottili graniture, composte a piccoli quadrati. Fibula grande priva
dello scudetto e di una parte dell'ardiglione. Il suo arco a metà s' incurva verso la
spilla, indi da ciascun lato si avvolge a due spire, e superiormente a mezzo di un
perno ribadito s'innesta nell'ardiglione. Fusaruola sagomata a cinque spicchi. Avanzi
di orecchini di sottile filo di rame compresso.
22. Grossa fibula ad arco leggermente affusato e graffito ad anelletti, interrotti
da tre nodi lisci. È lunga, compreso lo scudetto, mm. 128. Due armille di filo battuto
ed avvolto ad occhietto alle due estremità, dove in una resta tuttora infilato un ancl-
letto girante.
(') Op. oit. pag. <\ fig. 8.
— 257 —
23. Tomba appartenente ad nn bambino. Sullo sterno ima fibuletta identica a
quella descritta alla tomba n. 8. Una fibuLi ad arco semplice e breve staffa, od altra
con arco a cerchietti e staffa allungata e originariamente munita di scudetto. Queste
due fibule furono raccolte lungo il fianco sinistro. Al collo una grande quantità di
anelletti ammagliati due a due, ed ai piedi una grossa inseritola a doppio tronco
di cono.
24. Accompagna gli oggetti di questa tomba una breve nota del sig. ing. Van-
zctti, dove accenna che il cadavere era stato deposto a circa tre metri e mezzo di
profondità, cioè ad un metro dall'antico livello, entro lo strato della sabbia. Si raccolse
una grande fibula a foglia spezzata all'attaccatura dello scudetto, che è quasi circo-
lare e molto danneggiato dall'ossido, in modo che non è possibile riconoscervi la deco-
razione. Oggi, non so se trovati in quella guisa, si vedono infilati nell'ardiglione due
anelli fusi di bronzo, imo piccolo, l'altro del diametro di mm. 86. Due orecchini di
sottile filo eneo avvolto a spira, im largo anello di bronzo ed una fuseraola di terra
cotta a forma quasi sferica. Attorno al collo si raccolsero gli avanzi d'una collana
consistenti in piccoli tubetti spiraliformi, in anelli fusi ed in una piccola zanna di
porco, forata all'estremità, che corrisponde alla radice. Poiché mi cade in acconcio noto
qui il fatto, che la necropoli ternana oltre questo singolarissimo esemplare, ha dato
altri amuleti consimili formati d'una lastra di rame attortigliata e ritraenti a perfe-
zione la zanna del cinghiale (1). Nella biblioteca di Terni ne ho veduti tre, decorati
con bulinature e con cerchietti, raccolti insieme ad altri oggetti di uguale prevenienza
per cma dell'egregio sig. Ettore Sconocchia, che lodevolmente s'interessa delle patrie
memorie. Questi nella stessa circostanza mi ha mostrata una specie di cuspide di
freccia, fatta d'una sola lamina e vuota nell'interno, ma chiusa esattamente per ogni
lato e con appendice alla base. Dessa ritrae perfettamente il dente di squalo ; ed è
curioso osservare che da un lato, appeso per mezzo di catenella, si ripeteva un altro
dente più piccolo, ma costruito ugualmente che il primo.
25. Fibula a mignatta, granita nell'arco con anelletti, e attorno allo scudetto con
fasci di linee e con piccole punteggiature nel mezzo. Piccola fibula con arco incur-
vato verso la spilla, e compresso a laminetta. In giro corre un solco rozzamente graf-
fito. Avanzi di catenella a piccole maglie circolari. Nell'involto, ove erano raccolti i
detti oggetti, trovo indicato che i medesimi appartenevano ad una tomba di bambino.
26-27. Da queste tombe non si raccolsero che tre anelli in una, e pochi grani
ovoidali di ambra e di vetro nero nell'altra.
28-29. Trovo soltanto che appartiene alla prima tomba un piccolo pettine pen-
tagonale, nel cui lato più lungo sono tagliati irregolarmente i denti. La lamina di
questo pettine è circondata di piccoli cerchietti concentrici a trapano : superiormente
è forato e forse era appeso alla catenella a semplici maglie circolari, che trovo riu-
nita allo stesso. Appartiene alla seconda tomba una fibuletta, identica a quella più
volte citata dei sepolcri n. 4 e 8. Fu trovata addosso ad uno scheletrino, lungo circa
80 crn., di cui fu raccolto il cranio. Era seppellito nella pura sabbia, coperto con
pochi sassi calcarei di torrente, e giacente in direzione est-ovest.
(') Cfr. la fig. 23 della tavola inserita nel citato opuscolo del march. Eroli.
— 258 —
30. Lancia lunga mm. 254, trovata sopra la spalla sinistra del cadavere, e colla
punta rivolta in su. È il più bello esemplare venuto finora in luce dalla necropoli
ternana. Ha la lama a foglia di oliva, che sembra riunirsi alla cannula a mezzo di
costole laterali. La canna conica è striata nel mezzo da due bordi rialzati, e forata
presso l'orificio. In basso porta da ciascun lato del listello tre cerchietti a trapano.
La lama è circondata di piccoli triangoli obliquamente tratteggiati, ed è limitata
presso la costola da tanti cerchietti e da un doppio tratto obliquo, ottenuto con sot-
tile granitura. Piccolo ago crinale con ima estremità appuntata e 1' altra rivolta in
giù, ed arricciata in modo da sostenere un piccolo anello. Fibula ad arco semplice
avvolto a fune.
31. Questa tomba considerevole per gli oggetti che conteneva, fu trovata da un
lato aperta, forse da non molto tempo , e tutta quanta scomposta. Nel luogo dove
posavano i piedi del cadavere si raccolse un cutter lunato, con due piccoli fori nel
mezzo della lama, e con manico fuso e decorato di due appendici. È lungo mm. 110.
Da un lato si trovarono separatamente la spada di ferro e la sua guaina , 1' una e
L'altra in frammenti. La prima è lunga m. 0,33 circa, rivestita tutta quanta di ossido,
che non lascia vedere ove incomincia l'immanicatura ; sembra però che la lama avesse
in origine la forma di foglia di olivo. La sua guaina, lunga cm. 30, fortunatamente
conserva intatta la parte anteriore , che è contornata di una sottile fascia obliqua-
mente tratteggiata, e di tanto in tanto interrotta trasversalmente con zone a zig-zag.
La parte inferiore della guaina è munita del puntale, che termina con una piccola
palla ; e l'orificio è con molti fori, i quali servivano a fermare per mezzo di chiodi
il rivestimento interno di cuoio o di legno.
32. Cutter lunato, il più grande che sia stato scoperto nella nostra necropoli.
È lungo interamente mm., 158 ; ha il manico fuso insieme alla lama , rivolto ad
occhietto e decorato di due cornetti molto sporgenti. Fibula grande (mm. 115 di
lungh.) a scudetto spiraliforme, contornato da una fascia a lineette granite. L'arco di
detta fibula è graffito ad anelletti. Fibula identica alla precedente, ma molto più pic-
cola : nel suo scudetto oltre il solito contorno vi sono graffite quattro croci, ciascuna
formata di quattro triangoli, che si uniscono simmetricamente pel vertice a similitudine
della croce pisana. Fibuletta originalissima per la sua forma, che si assomiglia ad
uno schema di lucertola. L' arco a mezzo di due sottilissimi fili quadrangolari rap-
presenta il dorso dell'animale, ai cui capi arricciati sono unite quattro zampe arcuate;
la coda si prolunga e si converte nella staffa ; all'altra estremità il collo è unito a
mezzo di ribaditura all'ardiglione, che a capo si biforca e porta due grani lenticolari
di ambra, tenuti fermi dalla piccola rivolta dei fili. Dessi rappresentano la testa e gli
occhi del rettile. Fibuletta identica a quella descritta nella tomba n. 8. Avanzo di
piccola fibula con bordi forati , pei quali passava l'ornamento degli anelletti (') ; il
campo del suo arco a foglia è contornato da sottilissime linee graffite. Fibula grande
(lunghezza totale mm. 156) con arco infisso a mezzo di pernio , ribadito nel lungo
ardiglione; detto arcp s'incurva verso la spilla, e termina da un capo e dall'altro con
(l) Cfr. poco sopra l'esemplare congenere nella classe delle fibule a foglia di lauro, e la cita-
zione ilei tipo edito dal eh. Ghirardini.
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semplice avvolgimento a spira; la sua staffa compressa e ripiegata ad occhietto, ter-
mina colla piastrina spira lit'onue, priva di ornamento e tirata a martello dalla mede-
sima. Fusaruola in terracotta a forma lenticolare e molto grande.
33. Riassumo qualche notizia sul ritrovamento di questa tomba, da un appunto
inserito tra gli oggetti che compongono la sua suppellettile. Fu scoperta alla profon-
dità di m. 2,30, sopra allo strato vergine di sabbia, a cui si era giunti mediante
una fossa a sezione trapezoidale. Dapprima si ebbe cura di pavimentare il fondo
dell'incavo, con uno strato di piccoli ciottoli concrezionarì della Nera. I sassi che
cuoprivano il cadavere erano arrotondati, e probabilmente tolti dai torrenti vicini. Lo
scheletro giaceva colla testa a levante, perfettamente orientato e inumato, tramezzo ai
carboni sparsi per tutta la tomba ed in maggiore quantità presso alla testa. Il vaso di
terracotta, che secondo il solito si trovò ai piedi, era tutto in frantumi, ma potevaSi
rilevare del medesimo la dimensione (cm. 22) e la forma del tipo più comune, cioè
con corpo a bulla compressa verso il fondo, e decorata di un solo manico a nastro e
di tre rozze sporgenze steccate in giro, e "con collo a tronco di cono con pareti un poco
convesse. Accanto allo stesso un frammento di grosso anello fuso di bronzo, che doveva
fasciare la gamba sinistra sopra alla caviglia, siccome fu rilevato in molti altri sepolcri
di questa necropoli. Sullo sterno una grande fibula (mm. 198 di lunghezza), il cui
scudetto inchiodato alla staffa, porta graffito, il contorno a lineette intermezzate da imo
zig-zag, ed il campo a tre ornati di losanghe ottenuti con rozza bulinatura concentrica.
Il contorno a lineette ed a zig-zag si ripete ancora sull'arco a foglia di lauro, il quale
porta presso la triplice spirale un foro, e nel mezzo in luogo di costola, come in
qualche esemplare notato poco sopra, tre linee graffite a bulino. Neil' ardiglione di
detta fibula si trovarono infilati tre anelli di bronzo, fusi ed a sezione elittica, di
cui il più grande misura 98 mm. di diametro. Gli anelli erano distesi verso la spalla
destra e la fibula posata attraverso il petto, in modo che la sua piastrina rispondeva
nel luogo del cuore. Gli anelli, alcuni dei quali si raccolsero in frammenti, sono com-
posti di un filo eneo compresso ed avvolto ad elica : la mano destra ne era più fornita
che la sinistra. Tra essi nondimeno vi sono due grossi anelli fusi ed arrotondati a
bauletto. Attorno al collo restavano in frammenti i grani di ambra, di pasta vitrea bleu
e di osso, appartenenti a collana.
34. Tomba ad incinerazione. Dalle poche notizie raccolte dagli assistenti e dagli
operai addetti allo sterro ho rilevato, che la medesima trovavasi sotto un piccolo
dolmen, inalzato ai piedi di una tomba inumata, tanto che credevasi sul principio della
scoperta che il cinerario rappresentasse il solito vaso ili corredo, il quale accompagna
invariabilmente il cadavere. Non ho potuto costatare, se la copertura della tomba a
inumazione era contigua su quella contenente il cinerario, ovvero l'una e l'altra ben
distinte : vero è che l'ossuario fu trovato ad immediato contatto coi piedi dello sche-
letro, e questo mancava del solito vaso, il che forse ci fa supporre uno stesso tempo
di seppellimento, ed anche ima medesima copertura di ciottoli. L'ossuario fu raccolto
in frantumi : ha il corpo rotondo e diminuito a tronco di cono verso la base, e
porta un collo conico leggermente convesso ed un orlo piano al di sopra, e sotto incavato
e sporgente. S' intende che lo stesso, xome tutti gli altri fittili, è lavorato a mano
senza l'aiuto della ruota; ha pareti robuste, e non si allontana dai medesimi ne per
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la tecnica, né per la rozzezza dell'esecuzione. Tra le ossa combuste, che appartenevano
ad uomo adulto, si raccolse ima fibula lunga inni. 113 con scudetto spiraliforme, con
arco piegato verso la spilla, e limitato con due avvolgimenti a spirale, e con ardi-
glione superiormente fasciato da una laminetta enea.
35. Non meno singolare per la nostra necropoli fu la scoperta di un sepolcro ad
incinerazione, laddove più frequenti e non interrotti apparivano i cadaveri composti
sotto il tumulo di sassi. Fu scoperto il 9 aprile, come desumo da una nota degli
assistenti, che trovo confusa colla raccolta delle ceneri e degli oggetti ; dalla quale
tolgo le più importanti notizie. Alla profondità di m. 2,30 dal livello attuale, s' in-
contrò lo strato di ciottoli di spugna e di cava, con evidenti tracce dell' azione del
fuoco, composti entro un incavo a pianta circolare del diametro di m. 2 circa. Tolte
da una parte le prime pietre, si raccolsero gli avanzi di un vaso manufatto, ma privo
di decorazione. Nel centro del tumulo erano deposti, come ammucchiati, gli avanzi
di ossa umane, che avevano subito una fortissima combustione. Lo strato della terra
e della cenere appartenente al rogo, si prolungava per circa 80 cm. di larghezza e
per un metro di lunghezza oltre il centro dal lato di nord-est; e l'antico piano della
fossa era tutto quanto cosparso, per un centimetro di altezza, di carboni e di terra
bruciata. Con grande probabilità in quella fossa erasi eretta la catasta di legna sopra
un fornello di sassi ; indi avuto' luogo Yossilegivm, erasi nascosta ogni traccia delia
cremazione sotto il dolmen. Infatti gli ornamenti del cadavere si trovarono deposti
sopra alle ossa combuste, e per la grandezza e splendidezza loro ci fanno supporre, che
il rito dell' incinerazione oramai fuori di uso sia stato compito in onore di un distinto
personaggio. Ferma prima di tutto la nostra attenzione una grande fibula a scudetto
(lunga inni. 285), con arco formato da una listra di bronzo larga im centimetro, e
tutta quanta forata nel mezzo. Da un capo si avvolge a quattro volute, e forma la
spilla; dall'altro si spiega a formare una staffa a due snodature, alla cui appendice
per mezzo di due chiodi è applicato lo scudetto elittico. Questo è lungo nell' asse
maggiore mm. 107, tirato a martello, di cui nel rovescio si vedono le contusioni,
decorato nella faccia rispondente al dosso dell' arco con un largo contorno di linee
alternate da zig-zag a ciappola. Detto contorno si compone di tratti che si rivolgono
al centro, intramezzati da altri uguali che seguono l'andamento della periferia. Nel
mezzo una grande swastika, che si compone delle medesime lineette del contorno, e
porta le braccia più volte ripiegate ad angolo retto. Meritano uguale considerazione
due grandi fibule, una delle quali in frammenti, l'altra priva dello scudetto, le cui
lamine, per quanto apparisce dall'ossido che le ricuopre, dovevano ripetere la decora-
zione della prima. Una coppia di fibule in buonissimo stato ^ha l'arco, sebbene molto
piccolo, forato ugualmente che nella prima descritta : dentro a questi fori sono fissati
i capi dei sottilissimi fili che si avvolgono in tante spirali coniche, in modo da fare
apparire l'arco della stessa composto di tre ordini longitudinali di queste sporgenze.
Su questi esemplari è presumibile, che ancora la grande fibula fosse ugualmente orna-
mentata, perchè trovo tra i molti detriti della ossa e degli oggetti consunti dal fuoco
molti piccoli coni a spirale, identici ai sovraccennati. Noto per ultimo una specie di
maglia, che originariamente doveva avere la forma quadrilatera di cm. 10 di late.
Questa si compone di piccolissimi anelli fusi, oggi saldati per l'ossido, ma in antico
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tenuti fermi da un ordito di cordicella, poiché tra loro 11011 vi è intreccio di sorta.
Il bordo superiore di detto pettorale è munito di una fila di anelli più grandi degli
altri. Numerosi frammenti di ambra, e molti acini romboidali e fusiformi della stessa
materia appartenenti ad un monile.
Esaurita la descrizione del materiale raccolto innanzi la mia missione in Terni,
passo a studiare dettagliatamente quelle tombe, che furono scoperte alla mia presenza
dagli operai della Società Veneta. Come abbiamo detto in principio, lo scopo della
Società era quello di esplorare completamente quella zona di terra, compresa fra
l'edificio del maglio ed il bacino di tempera, innanzi che venisse occupata dai binari
e dalle fabbriche. Lo scavo era facilitato dall' abbassamento del suolo, praticatovi per
circa 2 m. nell'anno decorso; nondimeno moltissime tombe si trovarono espilate fin
da quell'epoca e quindi disperse. Il non potere tracciare uno scavo regolare è stata
causa, che appena fu dato di scuoprire una ovvero due tombe al giorno, e queste ora
in un luogo, ora in un altro.
1. La fossa incavata per un metro circa nella sabbia, e per m. 2,50 di profon-
dità dal livello attuale, si trovò ripiena di pochi ciottoli di concrezione calcarea, e
da im lato sostenuta da grosse ed informi pietre di cava. Da questa parte corrispon-
deva la testa del cadavere, che era perfettamente orientato da est ad ovest, e colla
faccia piegata sull'omero destro, in modo che guardava tramontana. Componevano la
sua funebre suppellettile i seguenti oggetti.
a) Ai lati e sotto la testa due sottilissimi fili di rame, avvolti con tre giri
ad elica, e muniti ad un'estremità di im occhietto, entro cui gira liberamente un
anelletto fuso, all'altra di un uncinetto, che serviva forse per appenderli all'orecchio.
b) Alla mano destra un grosso anello fuso di bronzo; alla sinistra una spi-
rale di sottile filo avvolto e compresso.
e) Allo sterno fibuletta di bronzo lunga min. 35 con arco semplice, graffito
ad anelletti ed a spina pesce.
d) Ai piedi avanzi di un grosso anello di ferro, e la seguente
e) Olla del tipo più comune alla necropoli ternana, priva di decorazione e
con ansa asportata in antico. Dentro alla medesima si rinvennero gli avanzi com-
busti di un individuo d'età giovanile, e tra essi una fibula con arco a fune, ed una
seconda con arco rientrante a semicircolo verso l'ardiglione, limitato da due spirali
e munito di staffa inginocchiata e di appendice a scudetto. È identica al tipo notato
più volte alla tomba segnata sopra col n. 8, e si trova unicamente nei sepolcri
di bambini. Questa tomba ci offre il secondo esemplare di cadavere combusto nell'olla,
che comunemente accompagna il cadavere inumato. L'altro esempio ci fu dato dalla
tomba 34 dello elenco precedente (p. 259 ). Ne aggiungo una terza, di cui si dirà
qui sotto al n. 3.
2. La piccola olla cineraria (alta circa cm. 21) ripeteva il tipo più comune
della necropoli ternana, e non portava altra decorazione, che le piccole sporgenze co-
niche nella parte più rilevante del corpo. Fu scoperta ai piedi del cadavere, e sorto
la stessa copertura, in modo da non lasciare alcun dubbio sull'unità di tempo, in cui
furono deposti l'uno e l'altra. Sì il cadavere inumato che quello combusto, non porta-
vano traccia alcuna di ornamenti.
— 262 —
3. Il 13 aprile si scuoprì un'altra tomba importante quanto le precedenti, tanto
per la ricchezza e varietà della sua suppellettile, che pel differente rito di tumula-
zione. Il cadavere giaceva colla testa a sud-ovest e coi piedi a nord-est , dentro un
incavo praticato in un rialzo di sabbia calcarea, sulla destra del bacino di tempera,
cioè più a sud delle tombe descritte, coperto da due grandi pietre di spugna con-
crezionaria della Nera, distese nel senso della sua lunghezza. Fuori delle pietre e
nel punto corrispondente ai piedi dello scheletro, si raccolse in grandi frammenti mio
ziro a grosse pareti, del diametro approssimativo di m. 0,40 e di m. 0,45 di altezza.
Lo ziro si trovò affatto vuoto, e privo di un terzo circa della sua parte superiore e
dell'orlo. Credo potesse appartenere a più antica tumulazione, perchè ancora collocato
fuori della copertura, che costantemente difende il cadavere ed il suo vaso di corredo ;
ma di questo tratterò più sotto, quando mi occorrerà rendere notizia di molti altri
ziri congeneri.
Il cadavere era circondato dagli oggetti che seguono:
a) Sulla caviglia del piede destro si raccolsero i frammenti di grande anello
di ferro e di una patera di lamina enea frammentata, la quale aveva forse la forma
di una callotta sferica, ruunita da una parte di un grande manico imbullettato ed
avvolto ad occhietto. Nel corpo di detto vaso non riconoscesi decorazione alcuna, ma
il manico è striato longitudinalmente da tre fasce punteggiate a sbalzo.
b) Una decorazione identica alla precedente contorna cinque laminette a forma
ovale , le quali raccolte in frammenti ed approssimativamente ricomposte, sembrano
formare una specie di falera munita di larga spilla, incerniata presso la curva mag-
giore della lamina. Vi restano aderenti per l'ossido gli aghi di detta spilla ; ed in
qualche frammento si riconoscono dalla parte interna gli avanzi di sostanze fibrose,
forse legno, le quali dovevano formare la fodera di detti ornamenti. In due di essi
è facile scorgere il contorno di tre o quattro linee punteggiate, contenenti nel mezzo
una swastika semplice, ovvero una swastika gammata ottenuta con una sola linea.
Un altro esemplare meglio conservato, oltre ad avere il contorno a più linee punteggiate.
è diviso nell'asse maggiore da una fascia identica al contorno, e decorata sì da una
parte che dall'altra da due zig-zag periati. Gli stessi ornamenti si trovarono lungo il
fianco destro dello scheletro, dall'altezza del gomito alle ginocchia, posati sopra due
coperchi emisferici, e sopra una rozza olla identica a quelle che abbiamo trovate ai
piedi delle precedenti tumulazioni. Sombra che la veste del defunto fosse stata di-
stesa sopra ai nominati fittili, tanto più che sulla stessa linea, ora sopra ed ora
sotto alle medesime falere, si raccolsero otto fibule a navicella, decorate lateralmente
e da ciascuna parte di due sporgenze scannellate ad anelletti, munite di lunga e
sottile staffa, e ornamentate nell'arco da lineette bulinate nel senso dell'asse minore
e da zig-zag nel mezzo.
e) Sul petto, in corrispondenza dello sterno, un avanzo di grande fibula, il cui
arco a mignatta era formato dai soliti dischi di ambra, e due coppie di uncinetti di
sottile filo messo a doppio, ed avvolte a spirale nell'appendice.
(I) Agli orecchi due sottilissimi fili enei avvolti ad elica.
e) Attorno al collo un monile di piccoli anelli fusi di bronzo, i quali sono
tutti graffiti a spina-pesce, ad avvolti a fune.
e
— 263 —
/') Presso la mano sinistra si raccolse un piccolo vaso, deformato dalla pres-
sione del terrapieno, ed un secondo quasi intatto col corpo a bulla sferica, a cui e
imposto un collo a tronco di cono riverso, con orlo molto sporgente.
g) Al ginocchio sinistro si trovò in buonissimo stato di conservazione una
kylìx di- forma snella, alta m. 0,13 e larga all'orificio m. 0,16. con orlo molto rove-
sciato in fuori e con parte inferiore del corpo alquanto rotondeggiante e restringentesi
sotto l'orlo. Nella parte più rotonda del corpo, a somiglianza delle kylikes arcaiche
dipinte, sono innestati due manichi semielittici ; e tra essi si trovano due sporgenza
'.oniche. La parte prominente del corpo è decorata in giro da sottili steccature verti-
cali e parallele. Questa kylix conteneva molti avanzi di mio scheletro di oca (?)
deposti nel fondo, e sotto uno strato di terra grassa, e ricca di sostanze organiche.
h) Tra questi ed i predetti fittili era stato deposto un piccolo kyathos a
a forma snella, munito di doppia sporgenza conica nella parte del corpo, che rileva
ad angolo, e di due anse asportate in antico ed applicate all'orlo.
4. Lo stesso giorno gli scavatori progredirono più verso il centro della necropoli
nel piazzalo di scarico ; e tra molte tombe recentemente espilate, fu dato rintracciar :
il cumulo di sassi appartenente ad una grande fossa (m. 2,50 X 3 circa), approfondita
m. 2,55 nello strato vergine della sabbia. Rimosse accuratamente le pietre si scoper-
sero i limiti di una larga cortina, che circondava lo scheletro formando l'incavo
rettangolare lungo m. 1,88 circa, e largo 0,74. Lo scheletro, lungo m. 1,65, ma di
ossatura veramente gigantesca, fu in gran parte raccolto ; era perfettamente orientato
siccome gli altri già scoperti, ed aveva la testa inclinata a nord. Ai suoi piedi, un
poco sulla sinistra, si trovò un'olla quasi sferica, priva del piede e del collo verti-
calmente rialzato. Dalla sommità del suo corpo all'orlo si univano due larghe anse,
delle quali una tolta in antico. Presso questo fittile, dalla parte rispondente ai piedi,
si raccolse ima pìccola cuspide di freccia (?) in bronzo, fusa, con cannula conica
forata, lunga mm. 41 e con lama tagliata in basso, a due ali angolari. Sullo sterno
una fibuletta ad arco avvolto a fune, e compito inferiormente da breve staffa arri<--
ciata. Presso l'orecchio sinistro, dove abitualmente si scuoprono gli strumenti ovvero
le armi, un cutter rettangolare, liscio e con manico ad occhietto, e fermato con im-
bullettature ribadite.
5. Il giorno 16 aprile fu trovata casualmente dagli operai addetti alle cave d
sabbia una fossa priva di copertura, in luogo distante forse trecento metri dallo scavo
finora descritto. Inviati colà gli scavatori, furono isolati due cadaveri d'individui adulti,
deposti l'uno appresso all'altro, dentro la fossa medesima. Alla testa del primo un
rozzo vaso (kyathos) d'impasto rossastro, munito di due larghe anse che furono tolte
in antico. L'altro non aveva che ima lama di coltello di ferro alla testa, lunga inte-
ramente m. 0,21 e con due imbullettature sporgenti nell'immanicatura, la qual cosa
indica che- quest'ultima fosse di altra materia, come legno, osso ecc. Ai piedi si rac-
colsero i frammenti di una ciotoletta ansata, di forma piatta ed umbilicata nel mezzo.
6. Proseguendosi nel giorno 17 le ricerche attorno a quella località, fu dato di
scuoprire un terzo sepolcro, internato ugualmente entro la fossa, e privo di qualsiasi
copertura : conteneva oltre lo scheletro del cadavere d'individuo adulto, uno scheletro
di bambino, deposto lungo il femore destro del primo. Presso il gomito sinistro dello
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Sor. 4a, A'ol. II. 33
scheletrirlo una fibula a scudetto, identica nella forma e nella grandezza a quella più
volte citata della tomba n. 8 del primo scavo. Lo scheletro grande aveva sul torace una
fibuletta ad arco semplice, munita di staffa inginocchiata e di scudetto spiraliforme :
presso il collo pochi grani di ambra e di pasta vitrea bleu; sì gli imi che gli altri forati.
7. I seguenti oggetti furono raccolti presso l'edificio del faglio, entro un limite
circolare segnato da pietre oblunghe di cava, infisse in modo che la parte più acumi-
nata sporgeva di circa m. 0,10 dal livello antico. Detto perimetro misurava m. 6 circa di
diametro, e conteneva il solito tumulo di ciottoli concrezionarì della Nera. Lo scheletro
composto tra le cortine di detta copertura, era perfettamente orientato, cioè colla testa
a levante ed i pieC i a ponente. Non vi si trovò traccia del vaso comunemente depo-
sto ai piedi, in luogo 1 quale ima semplice fusaruola a tronco di cono. Come pel
consueto sul torace era stata deposta una fibula (lungh. min. 102) ad arco semplice,
con staffa inginocchiata e con scudetto a spirale. Un'altra consimile, ma più piccola,
giaceva lun^o il fianco destro, unitamente ad una fibula ad arco semplice avvolto a
fune e compita da breve staffa. Agli orecchi due sottili anelli di lamina, e presso il
collo vari frammenti di collana a piccoli anelli fusi. Lungo il fianco sinistro verso il
gomito una fibuletta con arco a doppia voluta, identica al tipo più volte citato ed ap-
partenente alle tombe n. 4 e 8 del precedente scavo.
8. Si ripresero gli scavi nel 18 aprile, allato al bacino di tempera; e dopo qualche
saggio s'incontrò il cumulo di pietre, indizio certo del sepolcro. Infatti si mise allo
scoperto l'area occupata dalla fossa, e se ne misurò l'estensione: aveva forma quadri-
latera, lunga in direzione est-ovest m. 4,55 e larga 3,70, tutta quanta ripiena di ciot-
toli calcarei per l'altezza di m. 1 circa. La fossa era stata incavata nella sabbia ver-
gine sotto lo strato di terra vegetale, che oggi si trova' nascosto per circa m. 2 sotto
un terrapieno d'alluvione. Tolte le prime pietre, apparve la solita cortina di sassi più
grandi di quelli del dolmen, i quali formavano l'incassatura del cadavere. Questa mi-
surava m. 2 circa di lunghezza, m. 0,85 di larghezza, ed era perfettamente orientata
siccome le altre. Ai piedi si raccolse in frammenti un vaso grande di tipo comune,
steccato verticalmente nella parte superiorre del corpo, e munito di ansa a nastro arric-
ciata nei bordi. Alla caviglia del piede destro un anello fuso di bronzo; dalla parte
destra della testa un culter rettangolare con manico fuso insieme alla lama; dall'altro
lato una cuspide di lancia, la più lunga che sia stata finora scoperta in questa ne-
cropoli (mm. 277 di lungh.). La sua lama a foglia di olivo, arrotondata alla base, mi-
sura mm. 212 di lunghezza; la sua cannula conica è liscia e forata da un lato. Questa
lancia come tutte le altre, ad eccezione di ima, era priva del suo sa ■ Sopra
allo sterno si raccolse ima fibula ad arco semplice.
9. Sotto pochi ciottoli e qualche spugna della Cascata, si raccolse il 19 aprile, ai
lati del cadavere, una fibula a scudetto e con arco a foglia, divisa nel mozzo da una
t'ascia graffita con tratti obliqui e paralleli. Presso l'unione dell'arco alla spilla si i
un antico restauro, che si è ottenuto sovrapponendo un capo della spirale all'arco, e
tenendo fermo l'uno e l'altro con due imbullettatine. Presso l'orecchio sinistro si rac-
colse un cillter quadrangolare, con manico unito da chiodi ribaditi. Sullo stemo la
fibula ad arco semplice avvolto a fune, ed una fibuletta con arco avvolto a doppia elica.
identica a quella della tomba n. 8 più volte citata.
— 265 —
10. La fossa tagliata in un banco di arena, alla profondità di m. 1 circa dal-
l'antico livello, era .stata quindi ricoperta da un basso strato di ciottoli a guisa di
rade pavimento. Il morto si trovò disposto colla testa a levante ed i piedi a ponente.
Attorno al collo e sopra le spalle erano rimasto le tracce della collana e degli orec-
chini; questi consistenti in sottili lili di bronzo avvolti ad elica, quella in piccole
perle di pasta vitrea nera, in anelletti di bronzo e in grani di osso e di ambra. At-
traverso il petto si raccolsero i frammenti di ima grande fibula (lunga cm. 17) ad arco
serpeggiante ed avvolto a due spirali, graffito ad anelletti, e fissato a mezzo di riba-
ditura nell'asta della spilla. Questa è superiormente decorata di im globetto sferico
fuso insieme alla medesima, ed incastra nell'inginocchiatura della staffa e sopra lo
scudetto, entro il quale in mezzo ad un contorno graffito a fasci di linee ed a zig-zag,
si vedono tre croci formate ciascuna con triangoli riuniti pel vertice a somiglianza della
pisana. Tra la spalla destra e l'omero sinistro, attraverso il torace, si trovarono
disposte cinque fibule ad arco semplice ed affunato, compito da triplice spirale e da
breve staffa arricciata. Più verso il fianco sinistro, si vedevano in fila e collo scudetto
rivolto ai piedi, tre fibule grandi con arco affusato e graffito ad anelletti. Due di esse
portano uno scudetto spiraliforme inciso con un contorno ondulato ottenuto con tante
pmiLoggiature, l'altra con contorno a zig-zag compreso entro due fasce di linee, e con
tre scacchi triangolari obliquamente tratteggiati. Alla mano destra due anelli di bronzo,
e da ciascun lato un'arnailla composta di due spirali , una più grande dell'altra , a
doppio filo, che nella più piccola è ondulato presso i capi : i due spirali erano tenuti
fermi da due anelletti. Il vaso, che pel consueto era deposto ai piedi, si trovò aderente
alla tibia sinistra: ripeteva la forma più comune ed era privo di decorazione, se si
eccettua la doppia sporgenza nella metà del corpo.
11. Sotto pochi ciottoli di travertino si trovò il cadavere deposto entro una fossa
poco profonda, e nella stessa posizione che gli altri. Nessuna traccia di oggetti in
bronzo, eccetto tre o quattro anelletti, trovati attorno al collo insieme a molti grani
sferoidali, a disco, a tubetto fusiforme, e romboidali di ambra. Ai piedi un rozzo vaso
di tipo comune.
12. Piccolo incavo nella sabbia calcarea, a forse m. 0,40 di profondità dal primo
strato di terra vegetale, chiuso da due grandi pietre informi. Vi era composto lo sche-
letro d'un bambino, che portava attorno al collo un ornamento di anelletti di ambra
e di osso, ed alla spalla sinistra una fìbuletta, identica a quella che abbiamo data
per tipo alla tomba n. 8 del precedente scavo. Nel suo arco e nella spilla vi resta-
vano infilati molti anelletti.
13. Il giorno 20 aprile si riconobbe una copertura di piccoli ciottoli, disposti
entro mia fossa rettangolare di m. 1,30 per 2,25 di lato, alla profondità di m. 2,65
ch-ca dal suolo attuale. Lo scheletro accennava ad individuo di giovane età ; era lungo
m. 1,37, e portava ai piedi in luogo del consueto fittile una tazzina con corpo rotondeg-
giante ed allungato a tronco di cono nel piede. Nella massima sporgenza sono appli-
cate due anse a nastro, di cui una tolta in antico, e tra esse due piccole sporgenze
coniche steccate in giro da semicircoli concentrici. Sullo sterno fu raccolta una bellis-
sima fibula, il cui arco rappresenta un leoncino a bocca aperta, a coda serpeggiante
e con piedi rappresentati da un sottile filo di bronzo fuso insieme al corpo: uno di
— 266 —
essi si ripiega ad angolo retto e forma la staffa lunga ed arricciata, l'altro si avvolge
a tre spire, indi si allunga nell'ardiglione. È interamente limga min. 73. Sopra alla
spalla sinistra del cadavere, dove comunemente sono da ricercarsi le ai-mi e gli utensili.
sì raccolse ima lama spezzata di ferro, appartenente forse a coltello.
Messa in mostra la suppellettile funebre, non torneranno inutili alcune osservazioni
generali, che riguardano il carattere, e stabiliscono le basi per assegnare alla nostra
necropoli il suo posto, nel lungo stadio di civiltà designato col denominativo di età
del ferro. Occorre anzi tutto premettere, come da sì lontana età in poi il suolo at-
tuale siasi trasformato in modo, che della necropoli non apparivano più le tracce; né
si sarebbe potuto scoprire una tomba in quel piano, senza che grandi opere d'arte lo
avessero solcato a molta profondità e per ogni verso. Infatti le tombe sono incavate a
forma presso a poco quadrata entro un profondo sedimento di sabbia calcarea, sulla quale
dopo l'epoca dell'uomo, le grandi alluvioni hanno deposto il detrito dei vicini scoscen-
dimenti, e ricoperto completamente perni. 1,90 circa le tombe predette. Al eh. prof.
Bellucci, da quel dotto e diligente osservatore che egli è, non sfuggì certamente questo
cataclisma; e notò egli il progresso di tale livellazione, distinguendo gli strati delle
contigue vegetazioni e riconoscendo sui medesimi la presenza dell'uomo in varie epoche,
la qual cosa porta per conclusione che l'attuale piano di Terni potesse essere impalu-
dato fino ad epoca storica ('). 11 fatto quindi è provato dal non trovarsi interrotta
sopra ai sepolcri la stratificazione importata. L'osservazione fatta sopra luogo ci offre
ancora due validi argomenti per dimostrare, che l'antico livello si è rialzato dopo
l'epoca dei nostri sepolcri : il primo che le stele ed i recinti non oltrepassano che di
venti centimetri lo strato primitivo, in conseguenza si trovano seppelliti per m. 1,70
circa dal livello attuale; il secondo che, non sarebbe occorsa tanta quantità di ciottoli
laddove avessero seppellito in un profondo terrapieno (-). Di più i ciottoli siccome le
stele dovevano essere rimasti per lungo tempo allo scoperto, inquantochè sopra i me-
desimi si rialza un sottile strato di terra vegetale.
Non dubitiamo, fintantoché si farà nuova luce, di chiamare segni esterni le stele
ed i recinti, essendo questi oramai abbastanza noti in molte altre necropoli dell'età
del ferro. Ne ho veduti moltissimi infitti nell'arena allato alla tomba, ora nel punto
rispondente alla testa ora all'imo ovvero all'altro fianco: sono per lo più di macigno
(calcare delle Alpi) ed hanno forma ovoidale, ma in essi non riscontrasi nessuna traccia
della mano dell'uomo; cioè furono raccolti come si trovavano, e forse provengono dalle
falde delle alture che circondano il bacino della Nera oltre le Marniere, poiché è questo
il punto più prossimo alla necropoli e di formazione primitiva. Non tutti i sepolcri
avevano tale distintivo, né questo indicava maggiore splendidezza della suppellettile
o diversità di rito.
(') V. la breve notizia che il prof. Bellucci dà nella sua monografia Ai
Terni, h rita negli Atti della Società 'li scienze naturali.
Anno 1870, voi. XIJI. pag. 157.
i La tomba n espi rata alla mia presenza, ne conteneva quasi sei metri cubici; ordinaria-
mente le più piccole, comprese quelle dei bambini, ne hanno uno o due metri.
— 207 —
Nello spazio esplorato si scoprirono tre recinti circolari di pietre oblunghe , in-
fisse per la parte più grave in giro al cumulo di sassi. Due di essi sono stati esplo-
rati sei o sette mesi fa, e ignoriamo quale ne fosse il contenuto : l'altro fu rintrac-
ciato alla mia presenza, e racchiudeva quella tomba descritta poco sopra al n. G, che
ha data una meschina suppellettile. Altra specie di limite viene designata da molte
lastre, infisse per la parte più grave ed acuminate sopra: alcune di queste proven-
gono dai sedimenti calcarei delle Marmore , impropriamente detti alabastri; molte
sono di macigno; nessuna è di pietra friabile. Si trovarono infisse in due linee con-
vergenti, tramezzo alle ultime quattro tombe descritte.
Ma vieppiù che le stele ed i recinti, designano con sicurezza il luogo del sepolcro
i dolmenSj talora di piccole, talora di grandi pietre. Le tombe più cospicue sono riu-
scite quelle che contenevano maggiore quantità di ciottoli, mentre quelle dei bambini
o di cadaveri adorni di poverissimo corredo, erano semplicemente limitate da due pietre
e qualche ciottolo presso la testa e presso i piedi. Devesi aggiungere che alcune tombe,
molto più ricche a fronte delle altre, ed in conseguenza nascoste sotto un maggior nu-
mero di sassi, furono incavate a maggiore profondità, e quello che più monta, p;n L-
mentate accuratamente con un solo strato di ciottoli non molto grandi.
Espongo qualche osservazione sulla maniera tenuta nel costruire le tombe in
genere. L'incavo praticato per una profondità non maggiore di un metro, ha sempre
una sezione trapezoidale, cioè è ristretto per ogni lato verso il fondo. Alcune di dette
fosse misurano m. 2,70 di larghezza per 3,50 di lunghezza. Sopra al pavimento accen-
nato, ovvero se questo mancava, a contatto della terra vergine, si formava dapprima
una cortina di sassi più grandi che quelli della copertura, ed a forma elittica più o
meno regolare. La medesima rappresentava l'incassatura del cadavere, il quale veniva
deposto supino colla testa piegata sulla destra spalla e colle braccia distese lungo i
fianchi; indi si ricuopriva con ciottoli o piccoli frammenti di spugne concrezionarie
delle Marmore, accatastandoli a tumuletto conico, ovvero oblungo, avendo avuto la ci ra
di proteggere la testa dalla pressione dei sassi, col deporre sopra alla medesima e po-
sata sui bordi della detta cortina una pietra molto grande, ed altra ai piedi r
dente sul vaso. Nei due esempi di tombe ad incinerazione, dove quindi mancava il ca-
davere inumato, mancavano pure le cortine ed i pavimenti, ed i pochi sassi con trarr-. •
di ustione cuoprivano immediatamente gli avanzi del morto.
Dove riscontrasi con più certezza un vero e proprio rito, è nella disposizione e
nell'orientazione delle tombe: sì questa che quella corrispondono perfettamente tra loro,
in modo che può farsi un esatto concetto della necropoli, figurandosi le tombe disposte
in tante linee parallele, che corrono da oriente a ponente. Le dette linee sono di-
stanti fra loro m. 4. Ho potuto riscontrare tale allineamento non interrotto per una
lunghezza di circa quattrocento metri e per una larghezza di duecento , onde pare
si possa stabilire che tale sia l'aspetto della necropoli, anche in quella parte che
rimane inesplorata. Appartiene strettamente al rito ancora la disposizione di alcuni
oggetti attorno al cadavere. L'unica olla che ricorda il tipo Villanova, un poco tra-
sformato, trovasi collocata sempre ai piedi, o a contatto delle piante, ovvero tra le
tibie ; gli utensili e le armi sopra all'omero sinistro ; se cultri, colla parte tagliente
rivolta alla testa ; se lance o spade, colla punta in alto. Il rimanente, cioè fibule, anelli,
armille. collane ecc., spettano non al rito, ma all'uso di quel popolo, e in seguito
268
ai nuovi scavi con pazienti ed accurate osservazioni ci verrà fatto di rilevare qualche
notizia più sicura sull'abbigliamento , per poter fare i necessari confronti coi corredi
provenienti da altre località. Intanto accennerò come in tutte le tombe siasi scoperta
costantemente una fìbula sullo sterno, nessuna sopra alla spalla, siccome a Tarquinia
ed a Capodimonte nella necropoli di Bisenzio; e se il sepolcro ne conteneva molte,
erano queste disposte lungo il fianco sinistro fino ai piedi, ovvero attraverso il petto
dallo sterno al cuore. Le fìbule scoperte su cadaveri di bambini, ritengono sempre un
tipo costante, che ho descritto alle tombe 6 e 8 del gruppo escavato innanzi la mia
venuta in Terni. Gli anelli abbondavano più nella mano destra che nella sinistra; le
armille costantemente ai polsi; ed alla caviglia del piede destro un grosso anello o"
di ferro o di bronzo fuso.
È fuori d' ogni dubbio che il rito generale di seppellimento nella nostra necro-
poli debba ritenersi l'inumazione, inquantochè di circa 80 tombe esplorate abbiamo
soli cinque sepolcri ad incenerimento, e due di questi entro ima fossa comune col cada-
vere. Ma per la storia della necropoli non può lasciarsi senza nota il fatto, che dessa
conserva gli avanzi di più antica tumulazione, e sono quattro frammenti di doli manu-
fatti, a grosse pareti, d'impasto nero e rossastro, identici a quelli tarquiniesi, di Vetu-
lonia e di Bisenzio. Uno di essi fu trovato quasi intatto ai piedi della tomba 3, sco-
perta il 13 aprile, e gli altri dispersi attorno alla località esplorata. Insieme a questi
frammenti si rinvennero molti avanzi di fittili manufatti, alcuni oggetti di bronzo
spezzati, una cuspide di lancia ed una spada o coltello di ferro. È indi presumibile,
che nel disporre le tombe a inumazione siano state disfatte quelle a incenerimento
entro gli ziri ed i pozzetti, non altrimenti che nella necropoli bisentina, dove si taglia-
rono i cilindri per deporvi le casse. Ma quivi le ceneri furono sempre rispettate, perche
disposte nel fondo degl' incavi, difese da qualche avanzo del corredo fittile; indi il pe-
riodo delle casse abbastanza distinto da quello dei pozzetti.
A primo aspetto si crederebbe, che il rito d'incenerimento nella necropoli ternana
fosse stato coevo col rito d'inumazione, inquantochè sotto la stessa copertura troviamo
composto lo scheletro, e dentro il consueto vaso le ossa combuste con pochissimi orna-
menti. Non credo però, contro l'opinione di molti, che debba assegnarsi confusamente
ad uno stesso periodo l'uno e l'altro rito, perchè non si riscontra né a Tarquinia.
uè a Capodimonte un corredo funebre comune alle casse ed ai pozzetti, specialmente
in fatto di vasellame, che in quelle è nella maggiore parte tornito, in questi manu-
fatto. Indi il non trovarsi in tutto il campo esplorato nessuno avanzo della combu-
stione, bensì alcuni oggetti e gli ziri appartenenti a quel rito, ci fa opinare che incon-
trate le tombe a dolium ed a pozzetto, il contenuto venisse rispettato e deposto nel
vaso che comunemente accompagna il cadavere, a ricordo di un rito già trascorso.
Che non si usasse comporre le ceneri entro il vaso al tempo dei dolmen* della nostra
necropoli, ci offrono bastante prova i due sepolcri a incenerimento sopra luogo, i quali
non differiscono né in quanto alla disposizione rispetto agli altri, né in quanto alla
copertura.
Mi sembra opportuno dal complesso di questi fatti dedurre la conclusione, che
debba assegnarsi alla nostra necropoli un periodo strettamente limitrofo all'epoca dell'in-
cinerazione; il che designa con molta esattezza quel tempo, che divide i cilindri dalle
casse nelle località di Tarquinia e di Bisenzio.
— 260 —
Regione I. {Latìum et Campania).
IV. Roma — Note del prof. R. Lanciaci.
Regione IL Nella villa già Casali al Celio, ora convertita in ospedale militare.
innanzi all'antico casino nobile, ed alla profondità di 3 metri, è tornato in luce un
pavimento di musaico a colori della superficie di m. q. 12. Può sostenere vantaggie-
nte il confronto col noto musaico di via Nazionale, ora nella sala de' Fasti, sia
per la vivacità e freschezza de' colori, sia per la bontà del disegno e scomparti geo-
metrici racchiudenti emblemi diversi.
Presso l'angolo nord-ovest del ricordato casino, essendo stato demolito un mura-
gliene composto in gran parte con antichi marmi, si poterono recuperare i seguenti
frammenti di lapidi sepolcrali:
II) \"IVS ■ ASCLAS-LICTOR ■ Hi
VtATIBVS ■ APPARENT ■ VIAT
\lRALIA • PRAESVNT ■ GERVL
ViBILLARIORVM-PERPE/
\dO ■ PRIMO -ET
tLIBERTAE • ET1
^L • CLEANTHCi
XQVI • CAESARl
\mEIS • LIBERTI
\.VM • Q_VI -CAESARl ■ ET
yEXVlRAUS-QVI -A////DIC
^NDI • Q_yiNO_yENNALIS
\lA-SENIORVM-IIWMVNIS
\VIWIS • ET • ABVCCIAE
E • ET • SIBI -ET
lIBVS • D E C VR 1 AS
\ETERIS • LIBERTIS
EORVM
b) Grossa lastra marmorea spezzata, della quale sonosi salvati sette pezzi, che
riuniti compongono il frammento epigrafico che segue:
MORIA • I
MAI • CHID
ARABILIS-CV N
PALMINVS-A iROX-
T-SIBI ET SV S LIBERTIS
SQVE ■ ET TERISQJ/E
CIT • QVI QVIS HVIC-TlTV
INIECERIT INFERET-FI- sic
AERARIO-POPVLI WS XX
c) Frammento di lastra marmorea:
D • I
M-LVCCEIVS
BVS-FECIT-SI
OMNIBVS-Mj
T V M • C L V S \
libertabJ
RISOVI'!
■ H • M-
d) Lastra marmorea con lettere eva-
nescenti :
D M
MAGNE
S I A E
AGATHGMGR
CONIVGI
BENE ■ MERENTI
F E C I T
V I X • A N • XXV
— 2 70 —
e) Frammento di lastra marmorea:
D
L • AEMILIi
mil-coh-v-pra
stipendiorI
L • PERSTINA • P^rOB^S
COMMILITO -AMICO
BENEMERENTI- FECIT
/) Altro frammento di lastra marmorea:
* ^ t?TT I i e . T7 • n»' (~1
QVAE ■ VIXIT • ANNIS • XVIIII • M
MINICIA- HYGIAMATERj
SE • VIVA • ET • SVIS • SVlSQ^ET • LI
LIBERTABVSQj_POSTERISQ
Regione IV. Nello scavo per la cloaca sul proseguimento di via dei Serpenti,
al disotto dell' oratorio di s. Francesco di Paola, alla profondità di met- 2,50 e fra
terre di scarico, si è scoperto un grazioso simulacro marmoreo di un Frote dormiente
sotto gli attributi di Ercole. La figurina , che è lunga m. 0,80, riposa il capo sul
braccio sinistro, stringe con la mano destra la clava, e porta sulle spalle una faretra
vuota. Neil' istesso scavo si è trovata una tazza di bronzo alquanto corrosa, del diametro
di centimetri 35.
Fondandosi una nuova casa sul lato meridionale di via dello Statuto, in prossi-
mità di s. Martino ai monti, si è trovato un sepolcro arcaico in terracotta, inca
nel vergine e composto di tredici pezzi.
Nella escavazione per il prolungamento di via de' Serpenti verso s. Francesco di
Paola, alla profondità di met. 2,50 si è scoperta ira le terre di scarico una testa mar-
morea virile di buona scoltura, col naso scheggiato, ed un frammento di lastra marmorea
opistografa, sulla quale, nella faccia principale, si legge in carattere del primo secolo :
•LIVIO J-
S C I R T
-4 • SACERDOS -LOCO
•III
AVS • EX • SACERDOT
IBVS • DECV
■ IN • ARCAW ■ PVBLIC
•MS CO
CON
Nel rovescio poi è il titolo funebre, in lettere del terzo secolo:
D M
SENTIO • TITI
ANO • IANVARIO
C • TITINI VS
RVFVS • FILIO
SVO-DVLcISSIMO
■ B ■ M • F •
— 271 —
V. Demolendosi breve tratto di cortina delle mura urbane per l'aper-
tura della nuova porta s. Lorenzo, si è scoperta la fronte del ninfeo, già esplorato
e descrìtto nel 1S84 ; o per meglio dichiarare la cosa, si è scoperto che la cortina sud-
detta è composta di due pareti, divise fra loro da un intervallo di pochi centimetri
ripieno di. terra pigiata. La parete esteriore è opera di Aureliano : quella verso la
città è lavoro del primo secolo, elegantissimo, e ben conservato. Doveva servire di
sfondo ad un giardino. Vi si riconoscono dieci nicchie incrostate di smalti, pomici.
conchiglie e nicchi mai-ini. In alto corre uno sporto di cornice, coperto da lastre di
piombo.
Continuandosi la demolizione del muro infarcito di scolture, presso il convento
delle suore di Cliury in via Machiavelli, sono state ritrovate tre belle e grandi teste
marmoree, e questi pezzi di plinti scritti:
a) *AZHNCONAPXJieP£YCKAIAIA
\CHMA*rOAI|CI£YC £r I
b) /vXPYCePCOCA*
e) <Ì>AZH AIACHMAC
enotdl
Nell'isolato XIV della seconda zona, sono stati rinvenuti questi due titoletti in-
cisi in lastre marmoree:
A L B I AE
FORTVNATAE
VIXIT • ANN • I
MARTIALIS-ET-Z
CONTVBERr
KARISSIM AE
SIBI • ET • SVIS
V E T T I
DIAE->
EPISTO
LLONIS
In alcuni scavi all'Esquilino, è stata trovata un' urna cineraria marmorea.
[concia. Vi è incisa la seguente epigrafe sepolcrale, a lettere evanescenti:
////////////////
////////DI/1E
CLAVDIVS
P H OEB VS
CONIVGI B
MERE NTI
ET PENSATA
SORORI
PlISSIMAE
FÉ CERVIST
D
TI • <f
M
IS
DEMETRIVS ET
PENSATA
PARENTI OPTBM
Classe di scienze morali ecc. — Memorie
- S, r. la, Voi. IL
— 272
Nella villa già Giustiniani ora Lancellotti, presso il convento dei pp. France-
scani, è stato trovato il frammento epigrafico seguente:
M
X • L • AGATHO
OS • SIBI • ET
VERAE • VXORI
ET- LIBERTIS
Q VE • SVIS
VE -EOR VM
IN A • P ■ XIIX
Regione VI. Continuandosi gli sterri per le fondamenta del nuovo palazzo della
Banca Nazionale , sono stati messi in luce numerosi avanzi di fabbriche private con
resti di pitture parietarie, da assegnarsi alla fine del secolo terzo dell'impero. È stata
scoperta altresì una strada con pavimento a poligoni di lava basaltica, la quale di-
vide queste fabbriche private dal lato meridionale delle Terme costantiniane.
Sono pure venuti in luce molti avanzi architettonici, tra i quali voglionsi ricordare
due colonne, una di granito e l'altra di tufo con rivestitura di stucco. Di frammenti
epigrafici si recuperarono i seguenti:
a)
AGRIPPINA]
DIVI-CLAvA,
GERM AN I ?-'
CAESARIS ■
APOLLONIA
COLLEGIOI
.'C'bOMITIL
CAESAi
ìASIANI • A
\
VG
ITATI -DOMV
l/G '
Due pezzi di fistole plumbee aquarie recano la leggenda :
OFFICINA FOPvTVNI
Si ebbero pure mattoni con bolli, che ripetono quelli editi del Marini nei n. 53 * ,
92, 593, 739*.
Nel nuovo quartiere agli orti Sallustiani. quasi di contro al noto ninfeo, ed alla
mdità considerevole di m. 18, è tornato in luce un vano di gentile architettura
rustica, con le pareti incrostate di smalti, di pomici, e di conchiglie, e col piano di
lastroni di peperino. Furono ritrovati giacenti su questo piano : a) im bel torso di
atua di Diana, dal collo alle ginocchia: b) altro simile col panneggio svolazzante:
e) una statuetta acefala di Silvano; d) moltissimi altri frammenti da ricomporsi.
Regione IX. Nei fondamenti >! '•' ca a de Nicol . pre so L'angolo della nuova
via Nazionale col vicolo del Pavone, alla profondità di m. 6,50 si è rinvenuto un an-
tico canaio di cocciopesto, fatto a conca, largo m. 3,50, racchiuso tra due fascioni
— 273 —
di travertino larghi m. 0.75. L'acqua vi scorro ancora in abbondanza. Due muri cor-
rono paralleli al canale, ad intervalli di 2,50, il primo di reticolato, il secondo di
grossi blocchi di tuia.
Demolendosi la casa posta sull'angolo di via Rua e via del Portico d'Ottavia.
è stato recuperato il seguente frammento marmoreo epigrafico:
ÌRPRA
NICIVS
VENTI
Scavandosi nel mozzo della via Larga per la costruzione di una nuova cloaca,
è stata scoperta una base marmorea, larga m. 0,30, alta dieci, sulla quale è incisa
la seguente iscrizione:
PRO • SALVTEETVICTORIA ■ M • AVR
ANTONINI • AVO • ET COMMODI CAES ■ TOTI
VS9 • DOMVS EIVS • GAMIANVS • AVG • LIB
VT-RAT-STAT-SIGNVM-TRIBIAE.
• POS VIT •
In via dei Banchi Vecchi, presso il Banco di s. Spirito, è stato trovato un 1
di marmo, sul quale è inciso il seguente frammento epigrafico:
^--iwn • eePAnuN • anHi
iSioC • GNOAAG • KeiMAI
IMOKPATHC ■ ATAOOC ;
\l£H • nATPHC Ano TAPG'
IOICI AOrOIC TAMIGIO/
""^■JMillllllilllll'-IIIl^^
In occasione dei lavori di scavo pel collettore sulla sponda sinistra del Tevere,
è s ato scoperto per la lunghezza di circa m. 30 l'antico muraglione di opera qua-
drata, che correva in quel tratto della città, da una parte e dall'altra del fiume.
A metri 50 dalla testata del ponte Pabricio, a valle e sulla linea del tratto di
muraglione su ricordato, si è trovato al posto imo dei grandi cippi della terminazione
delle sponde del Tevere, fatta sotto Vespasiano. Il cippo misura m. 1,20 di altezza
nella parte sopraterra, m. 0,76 di larghezza e m. 0,50 di spessore; giaceva alla pro-
fondità di m. 1 sul pelo d'acqua d'oggidì, e fu trovato distanto m. 3,40 dal dorso del
muraglione moderno. Dell'iscrizione rimane solo quanto segue:
r:ONT:ìviN
TRIBVNICN
EX SO TEfc>
CVRATORES RIPARVJVP
TERMINAVERVNT-P\
— 274 —
È a notarsi l'importanza di questo cippo, al posto primitivo, sulla sponda sinistra ;
essendo tutti quelli sinora scoperti nei lavori del Tevere, stati trovati nella sponda
destra del fiume.
Regione XI. Sulle pendici dell'Aventino, lungo la via che mette alla porta ostiense,
a metri 40,00 circa dalla chiesa di s. Maria in Cosmedin, nei lavori che si esegui-
scono pel collettore della sponda sinistra del Tevere, è stato messo in luce un grande
arco costrutto con grandi blocchi di tuta cinereo, di m. 3,30 di luce, presso la cui
spalla sinistra, costruita parimenti di massi di tufa, era un robusto muraglione di opera
quadrata, che s'internava nel colle.
L'arco fu posteriormente acciecato da un muro di opera reticolata ; ma che prima
della chiusura avesse servito di passaggio, lo provano i molti poligoni di lava basaltica
trovati lungo il percorso del collettore, e che dovevano appartenere alla via che cor-
reva sotto l'arco predetto. In vicinanza di esso fu recuperato un cippo di travertino,
di m. 1,65 di altezza, 0,74 di larghezza, e dello spessore di m. 0,40. Vi si legge:
L-ASPRENAS
M-GAECILIVS-CORNVTVs
L-VOLVSENVS-CATVLVS
P -LICINIVS • STOLO
C-PONTIVS-PAELIGNVS
CVRATORES ■ LOCORVM • PVBLICORV,/?
lVDICANDORVM-EX-SC- EX FKÌVdtO
jN-PVBLICVM-REDEGERVNT
Non tutti i punti sono visibili. Il simile cippo pubblicato nel Bull. Coni. 1885,
p. 97, gemello a quello del C. I. L. VI, 1267, a b, ha gli stessi primi quattro nomi,
Invece di C. Pontius Paelignus vi è P. Viriasius Naso tr. pi. È notevole anche
la forinola in publicum redegerunt, in luogo del consueto restituerunt.
Dal medesimo scavo provengono i Seguenti due frammenti epigrafici. Nel primo
di m. 0,32X0,25X0,05 e inciso:
Nel secondo di m. 0.13X0,16X0,04 leggesi:
E P X I|
Si raccolsero infine dei tegoloni portanti il bollo:
EX • FIGLIN * IVCIANIS
PAET-ET AP'C S
Marini 384*.
Regi rme XIV. Eseguendosi gli sterri per il collocamento dei cassoni ad aria
compressa, per la costruzione dei muraglioni del lungo Tevere, è stata messa allo
scoperto la testata dell'antico ponte Emilio o Palatino, formata da mirabile opera qua-
drata, con blocchi di tufo perfettamente squadrati ed assai bene connessi.
Tra le terre, poco distante dalla testata del ponte, si recuperarono le iscrizioni
seguenti :
«) MELLAX ■ VElDIANVS •
DECVR- ITER
PARIETES- ET- CAMARAS
SCALARIORVM- OPERE
TECTORIOEXPOLITVM
D • S • P • D ■ D •
CCAESARE-L-PAVLLO-COS a. 754-1
L'epigrafe è incisa su lastra marmorea scorniciata, lunga m. 0,57, larga m. 0,4:'..
e dello spessore di m. 0,03.
b) Frammento d'iscrizione lungo m. 0,67, largo m. 0,32, dello spessore di m. 0,05.
Vi si legge:
DVI VIXIT ANNIS • XVI • MEN;
p-XXVIII-NATVS-XVIKAIjAVGÌ
Si rinvenne anche una stupenda testa della Giulia di Tito, grande al vero, scol-
pita in marmo pario.
Via Appia. Da uno scavo clandestino, praticato da un carrettiere fuori porta s. Seba-
stiano, vennero in luce questi due titoli sepolcrali :
a) Piccolo cippo marmoreo alto m. 0,25 scorniciato, con urceo e patera e con
l'iscrizione ;
DlIS • MANI
NOVIAE-SPER
NOVIA- THERAPNE
ET ■ CHAEREMO
FECERVNT
FILIAE SVAE PlISSIMAE
VIXIT • ANNO VNO
MENSIBVS-X-DIEBVS-Vl ■
b) Lastra marmorea sulla quale è incisa a non buoni caratteri:
%. D M *
I V L I A E ARGYRIDI
COIVGI • BENEMERENTI
QjIVLIVS- HERMES-ET
IVLIAE- IVSTAE • ALVMNl
Via Portueme. Negli steni pei lavori della nuova Stazione ferroviaria del
Trastevere, è stato trovato il seguente frammento epigrafico, inciso su lastra marmorea,
larga ih. 0,37, alta m. 0,27:
D ■ EXDONATIO
L-ANTONIVS • FLOR
ET-IVNIAE-NEPOTILLAr|
SANCTISSIMAE • ET
L'ANTONIO -FLOR/
M- AEMILIO- AVX/
CIVNIOCATTVT/
IVNIAE ■ RAS;
LIB-LIBERTABVS
Costruendosi la condottimi dell'acqua Marcia, fra l'antica città di Porto e l'abi-
tato moderno di Fiumicino, è stato scoperto il seguente frammento di lapide cemete-
riale cristiana, rotto in sette pezzi, ed inciso a caratteri di forma assai buona:
IC-REQVIESCIT
': vIP'et mensibvs • V •
,'AL_ • KEBRVARIAS
1C C O N S V L E •
JCVM BONIFATIVS
Ì////VNIA • CONPARAVIH
i
(Tl
Jb
V. Tivoli — L'ispettore cav. Francesco Bulgarini riferì, che essendosi dalla
Società delle forze idrauliche posto mano agli sterri di quel grandioso quadriportico,
volgarmente appellato villa di Mecenate, ma riconosciuto appartenere allo storico tem-
pio di Ercole Vincitore , furono messi in luce tre grandi piedestalli marmorei , con
urceo e patera nei fianchi. Il primo non reca iscrizione di sorta. Nel secondo leggesi
questo importante titolo, di cui il sig. ispettore mi trasmise il calco:
HERENNI AE • M • F-
HELVIDIAE • AEMILIANAE-
L • CLAVDI • PROCVLI
CORNELIANI • COS
REGINAESVAE-H-C-POSVIT
TI • CLAVDIVS • TI- F • QVI
LIBERALIS • AEBVTIANVS
EQJ/O PVBLICO PRAEFFABR
TRIB • MlL • LEG • III • CYRENAICAE
DECCAESCOSPR- CVM
CLAVDIA • NECTAREA
V X O RE
— 277 —
Ne] terzo è l'iscrizione seguente, che trascrivo pure dal calco:
M ■ AC1LIO ■ Mr F- GAL-
GL ABRIONI
CNCORNELIOSEVERO
COS
PONTIFICHn VIR • A • A • A • F ■ F •
ViVIR • TVRM ■ EQVIT- ROMAN
TRIB-MIL-LEG-XVAPOLLINARIS
SALIO • COLLINO ■ LEG ■ PROV-
CRETAE ■ CYRENAR-LEG ■ PROV
AFRICAEQVAESTIMP-CAESAR
T- AELl • HADRIANI-ANTONINl-AVG-PlI
AETOR.I-LEG-ASIAE-S-P- Q_- TIBVRS
VoNO-MVNICIPI- QJ QJ DESIGNATO
Le iscrizioni sono conserv&tissime, ed incise in assai buoni caratteri.
VI. Terracina — Nota dell' ispettore sig. Filippo Lombardini di Sezze.
Trovandomi in Terracina, venni invitato dal sig. Remiddi, ingegnere capo del Con-
sorzio idraulico pontino, ad esaminare gli avanzi di antichità, che si vanno disco-
prendo nelle fondamenta di una fabbrica nel borgo della Marina, e precisamente nel
giardino di proprietà comunale.
In assenza dell'ispettore locale, accettai di buon grado l'invito. Acceduto sul luogo
osservai moltissimi e grandiosi frammenti di cornici, colonne, capitelli, in pietra cal-
care, piccole comici in rosso antico ed altri pezzi di marmo; tra i quali meritano
speciale ricordo un capitello corinzio del diam. di m. 0,64, molto accuratamente lavo-
rato, benché danneggiato, ed un grande pezzo di cornicione. Notai anche una testa,
frammenti di sculture, ed una statua muliebre acefala, con palla attortigliata nelle
braccia, alta dalla spalla ai piedi m. 1,50.
A m. 4 di profondità si riconobbe una vasta platea, lastricata con grandi pietre
calcari. Nel tratto scoperto veggonsi le seguenti lettere di bronzo, alte m. 0,295:
IVS • Q_
Un lato di questa platea o Foro, è parallelo all'antica via Appia di Traiano,
della quale è più alta m. 0,25. Gli altri lati probabilmente erano decorati da monu-
menti, dei quali sono avanzi i massi sopra ricordati.
Il de La Blanchère , nella seconda tavola annessa al suo lavoro su Terracina,
con l'autorità di una pianta rilevata da Baldassare Peruzzi nel secolo XVI, esistente
nelle Gallerie di Firenze, nota sul luogo indicato: Forum in compito Severianae.
Dal che si viene a conoscere, che in quel tempo rimanevano ancora cospicue traccio
dell'edificio pubblico ora iu parte scoperto.
Regione IL (Apulia)
\ II. Ginestra (frazione del comune di Kipacandida) — X>.- IT agro di questo vil-
laggio, il solerte ispettore cav. M. Lacava riconobbe un' iscrizione frammentata della
quale mandò questo apografo:
LICIVS
MAXIMVS
ANNOR XIIII
HERMES PAT
VIICIA MAT
F • B ■ AI • P
A III. S. Fele — In contrada denominata Civita,, nel sito ore sorgeva il paese
medievale di Vitalba, l'ispettore stesso copiò quest'altra iscrizione mutila:
CELLF7
VSCL
MEIS-I
DVLCI
KOCO
IX. GenzanO di Basilicata — Nell'alta valle del Bradano presso Genzano,
e propriamente sulla via che da Genzano mena a Palmira (già Oppido, nel cui ter-
ritorio fu trovata la lei Bantina), in contrada Pericoli, si sono sempre rinvenuti an-
tichi oggetti. Secondo la tradizione locale, vi esistono le reliquie di un pago col
nome di Festale; e quivi anni dietro fu scoperto un sepolcro, con una lapide
'."•ritta, di cui l'ispettore sopra ricordato fece fare tm calco in gesso. La lapide è ora
murata nella masseria del doti Albano, ed è di assai difficile lettura, sia per la roz-
zezza con cui fri incisa, sia per le offese del tempo. Ti si vede:
' S C E I ATAM
ALERREOLAA
ARCA VEFII A
ESVAEQAEDEVV
/VTAESLA/VORVM
PLVSMINVS/kIMO
OECcriiri
IF MOR
X. Brìndisi — Riferì l'egregio ispettore arcidiacono Tarantini . che essendo
demolito il nmro di cinta nel giardino del convento dei Cappuccini, fra i ina-
i di fabbrica si trovarono due pezzi di lapidi, che furono aggiunte alla rao
comunale, e dei quali l'ispettore mandò i calchi.
— 279 —
Ne] primo, largo ni. 0,18, alto m. 0,19, leggasi:
Vb
EG • III
ERCITVS
VLIMIL
Nel secondo, che è largo m. 0,34. alto m. 0,16 rimane:
-J^ivleiaPl-
llitychj>"
XI. Taranto — Tesoretto di monete di oro descritto dal prof. L. Viola.
11 contadino Cataldo Grecucci, arando un fondo di sua proprietà posto nel recinto
dell'antica Taranto, ed in vicinanza della masseria denominata il Tesoro, tirò fuori
con la punta del vomere un vasetto rustico contenente 92 monete di oro. Questo fatto
avvenne nello inverno del 1883, dal qual tempo il Grecucci conservò lo monete,
senza farne parola ad alcuno, sino ai principi di quest' anno, quando si decise a ven-
irle ; ma prima mi permise di studiarle e di farne il seguente catalogo.
Di esse 7 erano stateri di Taranto, tutti benissimo conservati, fior di conio :
so di Filippo di Macedonia , e 5 di Alessandro suo figlio ; dei Filippi nessun fior
di conio, ma ima metà ben conservati ; gli Alessandri erano alquanto sciupati.
Da questo può congetturarsi, che il tesoretto fu seppellito nel tempo della conia-
zione degli stateri tarantini, e non pochi anni dopo la coniazione degli stateri di
Alessandro, cioè fra gli ultimi anni della fine del quarto ed i primi del principio
del terzo secolo av. Cr. 11 non avervi trovato alcuno statere di Pirro, può autorizzarci
a non rimandarlo ad epoca posteriore al 281 av. Cr.. quando il re epirota approdo
in Italia. Tuttavia si spiega bene la presenza di tanto oro macedonico in questa
città, ricordando la venuta di Alessandro il Molosso, dai Tarantini chiamato per com-
battere i Lucani ; il quale fatto accadde verso l'anno 332 avanti l'era volgare. Dopo
questo tempo le condizioni politiche dei Tarantini divennero sempre peggiori, per i
nemici delle vicine contrade che vie più acremente li combattevano, per la chia-
mata in soccorso di Agatocle di Siracusa e di Cleonimo di Sparta, e per le fazioni
interne che li facevano vivere in continua lotta. Allora probabilmente il possessore
del tesoretto volle mettere in salvo il suo peculio.
Per la numismatica tarantina poi riesce importantissima la nostra scoperta, che
vale a definire con quasi certezza gli anni della monetazione degli stateri, sia quelli
■•he hanno nel dr. la testa di Eracle giovane, coperta dalla pelle di leone, sia quelli
con la testa muliebre ornata da Stefano, velo, orecchini e collana , la quale con ogni
probabilità rappresentava la ninfa Satyria, madre di Taras.
1. Testa giovanile di Eracle a dr. coperta dalla pelle del leone; b) Poseidon
col tridente in biga, rivolto a di-.; sopra, stella ad otto raggi; sotto, delfino guiz-
zante, cuspide di lancia, e presso la pancia dei cavalli NAH, 1.
2. Come il precedente ; r) pure simile, salvo che vi è sotto il fulmine, e presso
i eavalli AIP, 1.
Classe di sciem-k morali ecc. - - Memorie Su'. 1', Voi. II.
— 280 —
3. Come il precedente ; r) Poseidon come sopra , in alto stella ; i cavalli pog-
giano le zampe posteriori sopra un filetto, sul quale è un delfino guizzante, 1.
4. Come il precedente; r) pure simile, in alto N1KA, nell'esergo TAPANTIN.Q.N. 1.
5. Testa di divinità muliebre a dr. con stefane, velo, orecchini e collana ; sotto
AKON ; r) i Dioscmi a sin. al passo ; il primo coronante il cavallo, 1' altro con
palma e corona; esergo 2 A, 1.
6. Come il precedente; avanti in alto TAPA ; piccolo delfino innanzi ed imo indietro ;
sotto il collo AY ; r) Dioscuri come sopra ; in alto stella ad otto raggi ; esergo SA, 1.
7. Come il precedente ; vicino al mento della testa muliebre un delfino ; esergo
AKON, il tutto in un giro di perline ; r) Dioscuri come sopra ; in alto AIOIKOPOI. 1.
8. Testa di Apollo laureata a sin.; r) biga; sotto; <J>IAinnOY, 8.
9.
Id.
R>
id.; tridente, 10.
22.
Id. r) id.; tridente inverso, 11.
10.
Id.
$
id.; diota, 3.
23.
Id. r) id.; tripode, 1.
11.
Id.
4
id.; nell'esergo cuspide di
24.
Id. r) id.; grappolo. 5.
lancia, 2.
25.
Id. r) id.; farfalla e cuspide di
12.
Id.
tO
id.; sotto fulmine, 13.
lancia, 6.
13.
Id.
$
id.; altro conio, 1.
26.
Id. r) id.; stella M, 6.
14.
Id.
$
id.; ZA, 1.
27.
Id. r) id.; testina muliebre, 1.
15.
Id.
$
id.; M. 1.
28.
Testa di Athena galeata a dr.:
16.
Id.
«*
id.; fulmine, M. 2.
r) Nike a dr. con ali spie-
17.
Id.
$
id.; lira, 3.
gate, AAEHANAPoY. 1.
18.
Id.
4
id.; clava, 1.
29.
LI. 4 id.; M, 1.
10.
Id.
$
id.; stella, 1.
30.
Id. r) id.; H, 1.
20.
Id.
$
id.; corona (?), 3.
31.
Id. r) id.; grappolo, 1.
21.
Id.
$
id.; caduceo e cuspide di
lancia, 1.
32.
Id. r) id.; tridente, 1.
Regione III. {Lucania et Brutti)
XII. Velia (comune di Ascea) — Essendo stato incaricato dal Ministero l'in-
gegnere degli scavi cav. L. Fulvio di fare una visita al luogo denominato Castel-
lammare ili Veglia o della Bruca, nel territorio del comune di Ascea, dove riman-
gono i resti dell'antica Velia (cfr. Notizie 1882. ser. 3a, voi. X, p. 555), per riconoscere
se mai a causa dei lavori della strada ferrata littoranea avessero a soffrire detrimento
gli avanzi delle vetuste costruzioni, riferì l'ingegnere predetto che fra il quinto ed il
sesto ettometro, a partire dallo sterro della nuova galleria verso Pisciotta, in una cava
di prestito, alla profondità di circa un metro dal piano di campagna, si scoprirono alcune
tombe costruite a muri di pietre, e protette da tegole alla cappuccina, tenute ferme tra
loro per mezzo di malta. I vasi fittili provenienti dalla suppellettile di queste tombe
erano tutti rozzi e di forme comunissime.
Vi si trovò insieme un cardine di bronzo, del diametro di ni. 0,12. Sparsi fra
le terre si raccolsero poi frammenti di lastre marmoree, ove si leggono resti epigra-
fici latini, dei quali mi furono trasmessi i calchi. Dallo esame di essi risulta, che Le
tombe si riferiscono all'età della decadenza imperiale.
— 281 —
Il prinm ili tali frammenti, alto m. 0,13, largo m. 0,12 reca:
XXX
AMA
CON
ol • B • M
Nel secondo, alto m 0,15, largo m. 0,20, relativo ad un classiario, vedesi:
T
MIL-EX-CLA
VARR
Nel terzo, alto m. 0,27, largo m. 0,22, che per la forma dei caratteri, argomen-
tando dal calco, direbbesi appartenere al frammento precedente, rimane:
M1L
X1IFEC-FI
VMSABINN
EN-MER-N-M
C-
Presso il sig. Alasio potè poscia l'egregio ing. Fulvio osservare quest'altra epi-
grafe, scoperta a quanto pare, nel luogo medesimo, e riferibile essa pure alla bassa
epoca. È in lastra di marmo di m. 0,24 X 0,25, incisa in lettere rozzissime :
M E sic
LVCRETIVS
ADVLESCES
AMANTISSIMVS
VIXITANN-VIIII
M I S PVFIVS
CAMPANVS ALVM
NO • B • M
Appartiene invece alla età greca un titolo frammentato di stela funebre, pos-
seduto anche dal sig. Alasio, che misura m. 0,19X0,28, e dice:
oNHSoY
ToYaH
MONoS
XIII. Mliro-LllCanO — In contrada Casale nell'agro di Muro-Lucano, l'ispet-
tore cav. Michele Lacava riconobbe fabbricata in un muricciuolo , che serve di sedile
innanzi ad una casa colonica, l'epigrafe edita nel voi. X del C. I. L. n. 440 sull'apo-
grafo del Lomonaco. È incisa in lapide di calcare, di m. 0,34 X 0,49, assai con-
sunta; e secondo il calco vi si legge:
C • OCTAVIO ■ MRCIO
NI-VIXAN -XXI -ET-
C ■ OCTAot'O -SEVE
R O • V I X
Villi CQCTaVIVS
SEVERVS-PATeR
— 282 —
In una casetta rurale presso Ruia s. Basile, ove si colloca l'antica ffumislrone,
usato per materiale di fabbrica vedesi questo frammento epigrafico, copiato dall'ispet-
tore medesimo
///// PIVS FELI
CISSIMVS VIX
AN • LIMI MA
NILIA FORTV
«fflTA CBM-F
XIV. Bella — Nel territorio del comune di Bella, iu una contrada che da
questa lapide porta il nome di Pietraacritla, non molto lungi dal distrutto paese me-
dioevale di s. Sofìa, luogo chiamato ora s. Antonio dei Casaleni , è 1' iscrizione se-
guente, così trascritta dall' egregio Lacava:
FELICVLA
VIX AN VI
ATIMETVS
SoKA F
XV. Ruoti — Nell'agro di Ruoti, sul confine tra la Lucania e l'Apulia, esiste
la epigrafe che segue, incisa in lettere rozzissime in una lastra di calcare, alta m. 0,45,
larga m. 0,48.
FIRMA * AVGA
NTIANEFIklETI
TVkVM POSV/
T QVE VIXITA
NNIS XXIIII DV
D VA
XVI. Potenza — Fabbricata iu un muro del palazzo del Liceo, che un tempo
fu palazzo marchesale, è una pietra alta m. 0,65, larga m. 0,55, ove è incisa la iscri-
zione seguente, la cui lezione assai incerta negli ultimi versi, si desume dal calco fat-
tone eseguire dallo stesso sig. ispettore :
D M
FLAB'EBERVI
ANENIC/DIVGIQVI
VIXIT awNIS XXVI
P • OC///VS iV/////
s-cv /////////// ov
r A M I S XVII
B M
— 288 —
Nell'area dell'antica Potenza fu recuperato un piccolo frammento epigrafico, di
cui mi fu rimesso il fac-simile. Misura m. 0,15X0,11, e vi si legge:
AL
OKEI/
A-nA/
TIOW
Presso la locanda detta di Pappaeiecio, a due chilometri dalla città, in vici-
nanza del luogo denominato Bettelemme, dove si estendeva l'antica Potentìa, fu poi
trovato questo titolo, inciso in calcare, e copiato dallo stesso sig. Laeava
FESTVS HIC
S IT VS EST
ANNORVM IIX
XVII. Tolve — In contrada Moltone, nell'agro di Tolve, non lungi da s. Maria
di Rossano, fu trovato un frammento, largo m. 0,20, alto m. 0,14, che dice:
i IHIZ
T EKT
E nello stesso luogo trovasi un cippo sepolcrale di calcare, in cui, come rilevasi
dal calco, si legge:
PONI IC.
VIX ANIS
■/ESVICTOi
\ARITVSCOi
5M P OS VI
11 frammento è alto m. 0,40, ed ha la maggiore larghezza di m. 0,35.
Roma, 15 settembre 1886.
Il Direttore gerì, delle Antichità e Eelle arii
FlORELLI
285
SETTEMBRE
Regione X. ( Vcnctìa)
I. Negrar di Valpolicella — Nota dell' ispettore cav. Stefano De
Stefani.
Vicino alla sponda del torrente di Negrar, e precisamente sul fondo di parte
destra, non lungi dallo stabile detto Palazzo , giaceva un masso di pietra dina gros-
solanamente squadrato, di m. 0,80 per ogni lato. Un temporale, sui primi dello scorso
luglio, fece gonfiare il torrente, e le acque trascinarono il masso a qualche distanza
dal posto primitivo. Kimasto il fondo del torrente all' asciutto, dal sig. Paolo Degani
di Negrar e da altri testimoni si verificò, che quel masso copriva una cassa sepolcrale
formata da sei lastre di pietra del luogo, della misura di m. 0,80 circa, per lato;
la quale conteneva tre teschi umani interi, ed altre ossa umane accatastate, ed in
parte rotte. In un angolo della cassa eravi un piccolo orciuolo, del diametro di m. 0,20.
a pareti sottili, con labbro inclinato all'esterno; ed era di terra grigiastra, pesante,
simile all'impasto dei buccheri cinerei, senza lisciatura ed ornamentazione. L' orciuolo
conteneva una lucerna di terra cotta ordinaria, colla rappresentanza di un genietto
nudo, alato, portante nella destra un disco a cinque raggi. Alcuni tegoloni a battente,
ed altri avanzi di laterizi romani, lasciano supporre che altre tombe vi si possano in
seguito rinvenire.
Regione XI. (Transpadana)
lì. Lingotto (Frazione del comune di Torino) — L'ispettore comm. V. Promis
riferi, che lungo la strada di Nizza presso Lingotto, e precisamente nella località deno-
minata 1' Ostarietta, di proprietà del sig. cav. Francesco Taricco, eseguendosi alcuni
abbassamenti di terreni, furono scoperti resti di antiche costruzioni. Consistono in due
ambienti rettangolari, formati da muri dello spessore di m. 0,80, e composti di ciot-
toli, riuniti da buonissima calce.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. K Voi. IL 16
— 286 —
Tutti questi muri hanno un'altezza uguale, da m. 5,00 a 6,00, e posano su di
uno strato di bellissimi embrici di grana assai fina, ed in generale delle dimensioni
di m. 0,45 X 0,30. Questi embrici poi hanno l' impronta della impugnatura, ma nes-
suno finora porta bollo di sorta.
Questa scoperta si collegherebbe, a quanto il nominato ispettore sospetta, col-
l' altra fattasi l'anno scorso sulla stessa via di Nizza, poco oltre la cinta daziaria,
cioè di una tomba con un'epigrafe romana per coperchio, e di una grande quantità
di materiali di costruzione, dell'epoca romana, sparsi ad una certa profondità per un
buon tratto di terreno (cf. Notizie 1885, ser. 4a, voi. I, p. 234).
III. Settimo Torinese — Lo stesso ispettore Promis ha riferito, che nel co-
mune di Settimo Torinese, in regione detta Isola, e in località denominata la Citta-
della, di proprietà del conte Avogadro della Motta, è stato rinvenuto un vaso di bronzo
contenente un ripostiglio di circa ottocento monete imperiali.
Le monete sono di tipi comuni, e meno due di Giulia Paola, sono tutte assai
male conservate. La più antica è una di Vitellio ; le altre appartengono a Vespasiano,
Domiziano, Traiano, Adriano, Antonino Pio, alle due Faustine, a Lucio Vero, Lucilla,
M. Aurelio, Commodo, Crispina, Settimio Severo, Caracalla, Elagabalo, Giulia Mesa,
Soeraia, Alessandro Severo e Mamea. Nessuna moneta è posteriore a questa imperatrice.
.Regione Vili. (Cispadana)
IV. Ravenna — Il R. ispettore cav. dott. Silvio Busmanti avverte, che nel
fare un restauro allo spedale annesso alla chiesa di s. Giovanni Evangelista, e pre-
cisamente presso il campanile, è stata messa in luce ima colonna di granito bigio,
coronata da capitello bizantino.
È interrata per m. 1,50, e sporge dal suolo per m. 3,00.
V. Forlì — Nota dell'ispettore cav. A. Santarelli.
Presso la città fuori della Barriera Ravaldino, alcuni lavoratori nelT abbassare
un terrapieno, poco distante dalla fornace Hofmann, giunti alla profondità di m. 3,50
s' avvennero in un gruppo di bronzi antichi, posti in una buca, e così stretti gli uni
e gli altri, da dover pensare che fossero contenuti in una specie di borsa, naturalmente
poi consunta. Erano in suolo vergine, ma il terreno sovrastante presentava diverse
stratificazioni. Quella immediatamente sopra il gruppo era nerastra, con qualche osso
di bruti ; ma al contatto dei bronzi mancavano fittili e indizi di tombe; talché è a
ritenere si tratti di un ripostiglio.
La messe archeologica è composta di fibule a navicella, a due e tre globetti,
di più grandezze; di altre pure a navicella senza globetti, ma con appendici nuove
e forse inedite, e di fibule ad arco semplice, che però dovevano portare oggetti infissi :
tutte insieme una settantina circa, delle quali però solo sei sono intatte. Sonvi anche
tre armille disadorne, girate a spira, bottoni semisferici cavi con gambo; vezzi di
pasta colorata e di vetro, e molta minutaglia di ardiglioni e cartocci, riportabili agli
esemplari in discorso.
_'s?
Regione VII. (Etruria)
VI. Givitella d'Ama — Nelle Notizie del corrente anno à pag. 142 fu dato
cenno di una scoperta, avvenuta nel podere del sig. marchese Giuseppe degli Azzi
denominato la Madonna, scoperta consistente in un'urna e due coperchi di travertino
con figure recumbenti.
Ora l'ispettore prof. Carattoli ha fatto sapere, che in altro podere del mento-
vato sig. marchese, vocabolo Pepaja, tra il maggio e giugno scorso si rinvennero in
tombe depredate gli oggetti che seguono: — Urna di travertino con coperchio a
triangolo, di m. 0,50X0,23, avente una patera ombelicata nel prospetto. Il coperchio
è alto sino al vertice m. 0,42, ed ha un rosone in rilievo.
Coperchio d'urna in travertino con figura di donna recumbente, con collana pen-
dente, armille, flabello nella sinistra e fiore nella destra. È della lunghezza di
m. 0,56 circa.
Altro coperchio simile, con figura di uomo recumbente, con collana, patera nella
destra e la sinistra distesa a sostegno del manto ; della lunghezza di m. 0,58 chea.
Altro coperchio triangolare con fiore nel prospetto, dell'altezza di m. 0,45 e della
larghezza di m. 0, 22.
Ad un metro circa sotto il suolo, si rinvennero poi oltre ai soliti tegoloni fram-
mentati, cinque teschi ed avanzi di uno scheletro con due orecchini d'oro ; inoltre uno
specchio graffito, sufficientemente conservato, rappresentante il giudizio di Paride.
Si ebbero poscia frammenti di vasi aretini, con marca di fabbrica in orma di piede ;
tazze leggierissime con eleganti bassorilievi ; una fiasca , due vasi semplici , quattro
balsamari e due lucerne fittili, una delle quali intiera ed altra frammentata; tredici
balsamari di vetro; mezzo anello ed un grosso chiodo di ferro.
Da ultimo in altro terreno del medesimo sig. marchese degli Azzi , vocabolo
Carpaneto, durante i lavori agricoli, si scoprì un torso marmoreo di Ercole giovane,
un altro marmoreo di statua virile, ed altri pezzi di sculture.
VII. Orvieto — Giornale degli scavi della necropoli volsiniesc in con-
trada Cannicella, redatto dall'ini). R. Mancini.
8-29 agosto. Non appena terminato il raccolto nel terreno vocabolo Camicetta,
di proprietà del sig. cav. Luigi Felici, sono stati ripresi i lavori di esplorazione delle
tombe antiche, nel tratto ove queste formano il gruppo principale dell' importante ne-
cropoli (cf. Notizie 1886, p. 120).
Da principio si seguirono cinque traccie di tombe; quindi una tomba arcaica,
ripiena di terra, che si riconobbe essere stata altre volte rovistata. Giaveva alla pro-
fondità di circa m. 9,00, con la porta orientata ad est, ed era alta m. 2,00 e larga
m. 0,83. Vi si trovarono dei cadaveri solamente incombusti, collocati come di con-
sueto sopra due banchine di tufo, l'ima a sinistra e l'altra di fronte.
La tomba misura all'interno m. 2,30X3,40, ed ha un'altezza massima di m. 3,45.
Di oggetti raccolti senza alcun ordine si notarono : — Bronzo. Un pezzo di aes rude.
Due fibule semplici, una lunga m. 0,07, l'altra rotta. Vasetto ad alto manico, di alt.
— 288 —
m. 0,14. Caldaio del diam. di m. 0,33. Altro del diam. di rn. 0,32. Catino semplice
del diam. di m. 0.20 — Ferro. Una lancia lunga m. 0,34. — Osso. Anello, forse di ba-
stone, con decorazione di giri concentrici fatti a graffito, diam. m. 0,03. — Buech ro.
Undici vasi e tazze di diversa forme e grandezze, in parte rotte. — Fittili dipinti.
Frammenti di alcune tazze incomplete, di buono stile e della decadenza. — Cocci ordi-
nari. Due olle, l'ima alta m. 0,40, l'altra m. 0,28. Antefissa con testa di Satiro
dipinta a colori rosso e nero.
A contatto di questa tomba, dal lato nord venne in luce altra tomba identica,
orientata ad est, la quale per essere stata varie volte esplorata, si trovò sgombra di
oggetti, meno alcuni frammenti di buccheri semplici di nessuno interesse archeologico.
30 agosto - 12 settembre. Furono scoperte altre due tombe del consueto stile
arcaico, con orientazione opposta alle già notate nel precedente rapporto. Per essere
state depredate in varie epoche, di oggetti alla rinfusa tra la terra vi si estras-
sero: — Broiuo. Due manichi semplici semi-circolari di una patera. — Ferro. Lancia
lunga m. 0,43, di forma comune. Peso da bilancia molto ossidato. — Fittili dipinti.
Frammenti di una tazzina attica, con giri concentrici rossastri nella parte interini
dell'orlo. Tazzina a due manichi orizzontali, di arte corinzia, con animali palustri ih
giro nella parte esterna, diam. m. 0,15. — Fittili ordinari. Piatto grande, diam.
m. 0,30. — Buccheri. Ventiquattro vasi e tazze di varie forme e grandezze, in parte
rotte. — Oro. Una spirale semplice da capelli, diam. 0,12.
Superiormente alle tombe ora descritte, con spostamento verso est, vennero in luce
alla profondità di circa m. 2,80 due tombe a cassa, di forma rettangolare a pozzetto,
riconosciute integre, e formate con i soliti tufi senza cemento. La prima misura
m. 0,55X0,90X0,35, e vi si raccolsero i seguenti oggetti misti alla terra: — Bronzo.
Ago crinale semplice con testa a ghianda, lungo m. 0,125. Fibula ad arco semplice,
lunga m. 0,05. Vasetto con manico, alto m. 0,04. Un pezzo di aes-rude. — Fittili
dipi itti. Tre vasetti a semplice vernice nera lucida, in parte rotti. — Bucchero. Trentuno
vasetti e tazze ordinarie, di più forme e dimensioni. — Pietra. Piccolo cippo di forma
cilindrica, alto m. 0,07. È da notare che per mancanza di spazio, i buccheri furono
posti sotto il piano inferiore della cassa, ove furono rinvenuti.
A contatto della precedente tomba se ne scoprì altra identica, delle dimensioni
di m.0,52X0,87X0,40. Vi si rinvennero : — Fittili dipinti di urte locale. Tre vasi
ad anfora, uno de' quali è con figura in nero, rappresentante, un Satiro da un lato e un
efebo dall'altra. Gli altri due hauno semplici fascie nerastre in giro ; ciascuno è alto
m. 0,35, diam. di bocca m. 0, 185. Tutti e tre si trovarono pieni di ossa cremate.
Tazza a due manichi orizzontali , diam. 0,15, con sfinge all' interno , di arte della
decadenza ; rotta. Altra simile, ma semplice. — Fittili ordinari. Piccolo vaso a
colonna, alto m. 0,22, diam. m. 0,15, con entro ossa cremate. Sedici vasi e tazze di
varie forme e grandezze, in parte rotte. Anch'esse si trovarono nascoste sotto il piano
inferiore della cassa, per mancanza di posto, nel tempo della tumulazione.
Di fronte alla porta d'accesso dalla tomba ad una camera, di cui appresso se-
guirà la descrizione, e precisamente al livello dell'architrave che trovasi alla profondità
di circa m. 3,70, fu rimessa in luce una tomba a cassa in forma di pozzetto, delle
dimensioni di m. I..",u L,20X0,50. Fu già depredata; e tra i resti di cadavere
— 280 —
incombusto, si poterono accuratamente raccogliere i seguenti oggetti: — Broiizo. Orcio
alto ni. 0,25, con manico terminante al di sotto in una palmetta, e al di sopra in uu
semicerchio ornato in ogni estremo da un leopardo coricato, mentre nella parte cen-
trale vi sporge una testa di leone (imitazione forse dei vasi di bucchero etruschi a
rilievo). Candelabro alto m. 0,94, in parte rotto, con asta ottangolare. Nella parte
superiore vi sono collocati tre vasetti, imo sovrastante all'altro, di varia grandezza:
e quindi quattro piccole assicelle ricurve, ove poggiava il piattino. La base è for-
mata da tre zampe di forma quasi umana. Fibbia per cintola lunga m. 0,0(J. Ven-
ture borchie che ornavano la cassa. Due manichi semplici di patera. — Verro. Can-
delabro semplice e rotto, con sopra un piatto di metallo. Frammenti di coltello, lancie.
tirabrage e molle. — Bucchero. Quattro tazze e vasi, non che frammenti di grand:
vasi cinerari. — Alabastro a. Frammenti di un vaso.
13-19 settembre. Terminata l'esplorazione della tomba a cassa, di cui nel pre-
cedente rapporto, se ne rinvenne altra arcaica ad una camera, alla profondità di e irci
m. 7.00. Sull'architrave della porta, orientata ad ovest, vi è scolpita la seguente
iscrizione :
S^DiqflìlSrlXfl
Mantiene sempre il medesimo stile delle altre tombe, e per essere stata esplorata
varie volte, non vi si trovarono che i seguenti oggetti: — Bronzo. Piccola fibula a
doppio arco semplice, lunga m. 0,035, rotta. Due manichi semplici di patera. Tre
leoncini di candelabro. — Bucchero. Frammenti di alcuni vasi e tazze.
Di fronte a questa, si notò la seguente iscrizione, scolpita nell'architrave della
porta di altra tomba quasi distrutta:
Seguì la scoperta di altre quattro tombe arcaiche, identiche a quella ora descritta.
che per aver subita la medesima sorte di devastazione, non conservavano che questi
oggetti: — Argento. Frammenti di orecchini a forma di pera, ld: di una bulla lunga
m. 0,02. — Osso. Tre manichi di specchi, alti 0,08 ciascuno. Manico di un cerchietto. —
Bronzo. Fibbia per cintola lunga 0,04. Due manichi semplici di patera. Tre leoncini
che ornavano le ciste. Un pezzo di aes-rude. Patera semplice e rotta, del diametro
di m. 0.34. Anello semplice, diam. 0,035. — Ferro. Lancia lunga m. 0,45. — Buc-
chero. Frammenti di vasi e tazze semplici con rilievi. Trentaquattro vasetti di varie
forme e dimensioni. Due fusaruole. — Terracotta. Quattro pesi di varia grandezza.
Vili. Bolsena — Praticatisi alcuni scavi di antichità dai sigg. Ravizza, nel
fondo vocabolo Vietana, fu dallo stesso sig. Mancini accertato, che dal lato sud
a poca profondità vennero in luce alcune tombe a fossa, di piccole dimensioni, sca-
vate nel sedimento arenario, le quali si riconobbero avere appartenuto a gente povera.
Essendo state in varie epoche totalmente spogliate, non vi si raccolse che qualche
frammento di vasetto di coccio ordinario, non che di anforina di vetro, di forma comune.
— 290 —
IX. Bisenzio — (Comune di Oapodimonte sul lago di Bolsena) Scoperte
della necropoli, descritte dal sig. Angelo Pasqui.
Scavo della Polledrara (16 novembre - 2 dicembre 1885).
Non si tralasciarono gli scavi del gruppo descritto (cfr. Notizie 1886, pag. 177).
senza avere prima saggiato per ogni verso il terreno circostante. Ritornarono infrut-
tuose le ricerche, inquantochè la necropoli di s. Bernardino era assolutamente isolata.
cioè limitata intorno intorno da un rialzo di nenfro, il quale appariva nudo a super-
ficie, ovvero coperto con un bassissimo fondo di terra vegetale. Tal fatto ci offre una
prova (siccome nei sepolcreti di Tarquinia e di Vetulonia), che gli antichi italici
prediligessero nelle loro tumulazioni quel terreno più facile a rimuoversi ; indi è che
troviamo limitarsi le tombe laddove incomincia la superficie del masso. Per mezzo
delle ricerche predette si potè costatare, che quel gruppo occupava un'area di circa
150 m. q., ed era circondata irregolarmente da un piccolo taglio sul terreno vergine ,
in maniera che il piano, ove nascondevansi i sepolcri, in antico si presentava a so-
miglianza di un avvallamento quadrilatero e pianeggiante, approfondito con uno sterro
uniforme per circa m. 0,80 di altezza.
Il 16 novembre gli scavi furono rivolti a mezzogiorno della località di s. Ber-
nardino, a circa m. 800 di distanza (tav. II, fig, 2 e) nel terreno denominato la
Polledrara. La presenza di tombe in tale luogo era stata avvertita per lo innanzi,
quando cioè due o tre anni ora sono i cavatori di pietre s'incontrarono nelle casse
di tufo, e le depredarono dei fittili e dei bronzi, tra i quali ultimi corre voce che
molti fossero venduti a ragguardevole prezzo. Ed invero, in seguito alla notizia det-
tagliata che esponiamo qui sotto su ciascuna tomba, apparisce essere questa una lo-
calità molto proficua per gli scavi, poiché la funebre suppellettile ivi raccolta ha stret-
tissima analogia colla nota tomba tarquiniese del Guerriero.
16 novembre — 1. Questo sepolcro consisteva in una cassetta di tufo, lunga m.
1,05, larga 0,43, e profonda 0,40, chiusa da coperchio arrotondato di sopra e molto
incavato al di sotto. All'esterno nessun fittile ; all'interno circondavano i pochi avanzi
del cadavere gli oggetti che qui notiamo, coll'ordine con cui furono raccolti incomin-
ciando dalla testa :
a) Orecchini di sottile filo di rame, avvolti a spirale.
b) Armilla trovata nel luogo dell'omero destro: si compone di un piccolo filo eneo.
e) Maglietta e uncinetto, ambedue formati di sottile filo di rame e trovati
sullo sterno.
(/) Faleretta di lamina sbalzata con un giro di bottoncini : si raccolse presso
la cintura.
e) Coltello di ferro lungo 10 cm. ; è molto consunto per l'ossido. Esso giaceva
lungo il femore destro, colla punta rivolta ai piedi e coli' impugnatura aderente alle
falangi.
/') Ocaochoe rozzissima, molto corputa, a collo ristretto e beccuccio appena
pronunziato.
- 291 -
g) Piccola olla a due tronchi di cono, uniti per la base maggiore e compiti
superiormente da un orlo piano ed un poco sporgente. Sotto la giunzione dei due coni
una stretta fascia, con impronte oblique di fibula o di altro strumento affunato ; più
in basso un giro di triangoli tratteggiati con uguali impressioni.
h) Oeuochoe identica nella forma alla precedente, ma più piccola e di tecnica
più raffinata.
i) Altra oeuochoe, che ripete la medesima decorazione dell'olla segnata sopra
colla lettera g.
I) Pocidum a forma ovoidale, con solo manico asportato in antico.
m) Vaso corputo a bulla, con snello collo e con orlo sporgente ed im poco
arricciato in fuori : la sua unica ansa a nastro si unisce dalla sommità del corpo alla
giunzione di questo al collo; in alto porta due cornetti verticali.
ìì) Piccolo tipo di cinerario, con ansa a nastro applicata nella parte più pro-
minente: fu trovato tra le ginocchia.
o) Ciotola a forma piatta con due manichi a nastro, tra i quali per ogni lato
una piccola sporgenza conica, e sottili tratti verticali ottenuti collo stecco.
p) Ciotola ad alto piede, con ansa asportata in antico e tre apofisi all' orlo,
tra le quali un giro d'impressioni a cordicella divise e disposte obliquamente tre a tre.
q) Ciotoletta a fondo allungato con solo manico semielittico, ma priva di de-
corazione graftìta od impressa.
r) Bozza ciotola di forma compressa, umbilicata nel mezzo e con manico a
bastoncello rialzato obliquamente sull'orlo.
s) Piccolo tipo di cinerario Villanova.
t) Tazza a tronco di cono, sopra al cui orlo è applicato un manico verticale ,
e lateralmente tre sporgenze coniche. Conteneva una ciotoletta di tipo laziale, cioè a
forma compressa e con manico rialzato sull'orlo.
u) Rozza olla a corpo rotondo, con breve collo e piede allungato : nella mas-
sima sporgenza del 'corpo da ciascuna parte si muove un manico a doppio bastoncello,
che converge e si riunisce all'orlo. Questi cinque ultimi fittili furono scoperti in un
gruppo ai piedi del cadavere. Non lascierò di notare, che tanto nei medesimi, quanto
nei precedenti non apparisce l'opera del tornio, ma una rozza manifattura esternamente
levigata collo stecco ed abbrunita a forte calore.
2. Cassa di tufo internamente lunga m. 1 ,70, larga 0,45, profonda 0,35 : il suo
coperchio aveva una forma a sezione trapezoidale, cioè piano al di sopra ed inclinato
nei lati: di sotto era incavato per m. 0,35 di profondità. Sulla spalla sinistra dello sche-
letro si scoprì ima sitala di lamina alta m. 0,305, di forma identica al tipo tar-
quiniese {Notìzie 1885, tav. annessa, fig. 3) e con uguali manichi solcati a fune, un-
cinati all'estremità e giranti nelle orecchiette, che sono affisse nel collo a mezzo di
due imbullettature. Nel collo (come nell'esemplare citato) corre in giro uno zig-zag,
formato da due linee sbalzate dall'interno; sulla parte piana del corpo che si unisce
a quella inferiore mediante chiodi ribaditi, ricorre una fascia sbalzata a spina-pesce,
indi più sotto un giro d' imbullettature , una zona di piccoli zig-zag ed altro giro
periato. Sotto l'unione delle lamine, dove il corpo si restringe a cono riverso fino al
piede, si ripetono due fasce a spina pesce ed una a zig-zag, divise da imbullettature
— 292 —
a sbalzo. Non lascio di notare, siccome io feci quando mi occorse parlare di simili
vasi (Not. 1885, ser. 4a, voi. I, p. 619), che questa situla è ricoperta internamente di uno
strato uniforme d'intonaco biancastro, aderente al metallo, e stratificato sino all'orlo
per lo spessore di due millimetri. Sul petto due fibule a corpo rigonfio e graffito a
fasce rettangolari; entro ciascun ardiglione delle medesime, si trovarono infilati due
braccialetti di filo eneo avvolto a fune. Presso l'omero destro una borchia composta
di due lamine, vuota di dentro ed a forma di grossa fusaruola, con foro quadrango-
lare nel mezzo, e con cerchietti concentrici sbalzati a bottoncini; piccola borchia, essa
pure di due lamine e con foro quadrangolare nel mezzo, ed altra più piccola con foro
circolare; ambedue furono trovate a breve distanza dalla prima, e forse componevano
imo di quei grandi fusi, dei quali ci offrì bellissimi esemplari la necropoli tarquiniese.
Orecchini di filo argenteo avvolti a spira. Lungo il lato sinistro del cadavere segui-
vano questi oggetti :
a) Vaso corputo con piede a tronco di cono, e con due anse nella parte pro-
minente del corpo. È decorato nel collo di sottili fasce rosse, e di piccoli triangoli
a vertice abbassato di uguale colore; nella parte più rotondeggiante di fasce qua-
drangolari, divise diagonalmente in quattro triangoli tratteggiati di rosso (cfr. Notizie
1885, tav. annessa, fig. 6).
/;) Vaso identico nella forma e privo di ornamenti.
e) Rozza oetiochoe, con beccuccio sagomato a foglia di edera e manico a nastro.
d) Vasetto con ansa, steccato a baccellature e sostenuto su tre piedi. È il
solo esemplare manufatto tra i fittili di questa tomba.
e) Rozzo vaso a corpo ovoidale, a lungo piede ed a largo orlo.
/') Oiotoletta con ansa a bastoncello, applicata obliquamente all'orlo.
g) Tazzina piatta con manico rialzato sull'orlo.
Ai piedi due fibule con arco formato da dischi di ambra, alternati da laminette
di bronzo: una piccola ascia di ambra, forata nell'occhio, lunga mm. 25 e larga al
taglio mm. 20 : coltello di ferro molto corroso dall'ossido : conca di bronzo a callotta
sferica (diam. m. 0,30), con orlo piano ed un poco arricciato. Dentro a questa si trovò
una ciotoletta di lamina, quasi emisferica, ma alquanto danneggiata dall'ossido. Ai
polsi due braccialetti di grosso filo eneo, dove girano liberamente due anelletti di
ambra, ed alla mano sinistra un anello di grosso filo avvolto a doppia spirale.
3. Pozzetto chiuso con rozza lapide di nenfro, ed approfondito per circa m. 2,20
nel terreno vergine. Aveva forma cilindrica ottenuta per mezzo di una muratura a
piccoli ciottoli. Appariva nel mezzo l'orificio del cinerario circondato da ima ciotola
grande, con ausa applicata obliquamente all'orlo, che è rastremato verso l'iuterno , e
da due piccole ciotole che si distinguono dalla prima, per l'orlo piano e sporgente
sul corpo e pel piede appuntato. Inoltre prima di estrarre il cinerario, si raccolse un
poculum della solita forma ovoidale e privo del manico. L'ossuario presentava una
forma di vaso, alquanto sporgente nel corpo e compressa verso il fondo, superiormente
compita da collo rientrante e basso, e da un orlo appena pronunziato. Attorno alla
parte superiore del suo corpo gira un sottile meandro rettangolare ed una doppia linea,
ambedue eseguiti con arco attortigliato di fibula ovvero con cordicella. Tra le ossa
cremate, che riempivano per metà la detta olla, non si raccolse nessun ornamento.
— 293 —
Presso il fondo del medesimo, da un lato giaceva un vaso identico al precedente nella
forma e nella decorazione, ma di dimensioni la metà più piccole, e dall' opposta parte
due vasetti, uno dei quali a forma compressa come i precedenti e con impronte trian-
golari sotto l'attaccatura del collo, l'altro a foggia di pentola a forma goffa, d'impasto
rossastro e- con orlo e piede molto sporgenti. Nel fondo del pozzetto si raccolse una
cuspide di lancia in bronzo con lama a foglia di oliva, cioè arrotondata alla base
e con cannula conica lunga m. 0,18: un coltello di ferro molto danneggiato dall'ossido,
ma con avanzi d'immanicatura di osso o di avorio.
4. Pozzetto incavato nel terreno vergine alla profondità di m. 1,25, murato at-
torno di piccoli frammenti di nenfro e chiuso da ima rozza lapide di tufo. Il cinera-
rio era stato coperto da ciotola ansata e con piede allungato, posato entro 1' orificio
del medesimo. Parte della ciotola, che erasi spezzata sotto la pressione della lapide-
coperchio, si rinvenne sopra alle ceneri, e parte caduta attorno al cinerario. Questo
aveva forma di grossa pentola a doppia ansa rialzata verticalmente, e quasi a contatto
dell'orlo, dalla unione del collo al corpo, il quale era emisferico e sostenuto su piede
ristretto e cilindrico. Attorno alla prominenza del medesimo gira uno zig-zag triangolare,
a più linee parallele ottenute con pettine a doppio dente. Tra le ossa cremate, una
fibuletta ad arco semplice. Insieme ai molti frammenti che costituivano i vasi di
corredo posati attorno al cinerario, cioè tra questo e le pareti dell'incavo cilindrico,
si poterono soltanto estrarre in mediocre stato i seguenti fittili.
a) Vaso a corpo ovoidale, un poco pianeggiante verso l'attaccatura del collo,
con orlo aperto e molto incavato al di sotto, e con manico ad occhietto infisso verti-
calmente nella maggiore prominenza. In giro corre uno zig-zag graffito con più linee
a pettine bidente.
b) Ciotola ad orlo rastremato verso l'interno e fondo allungato. Il suo manico
a nastro si rialza un poco sopra l'orlo. Vi fu trovato dentro un vasetto a fondo piatto,
e con manico a nastro molto elevato e ripiegato sull'orlo.
e) Piccolo poculum ansato e striato nel corpo con triangoli concentrici.
d) Vaso a corpo lenticolare con manico ad occhietto, e con doppia sporgenza
conica nella parte più prominente del corpo.
Nel fondo dell'incavo, tra il limo d'infiltrazione, si raccolsero gli avanzi degli orec-
chini di sottilissimo filo argenteo ed un arco di fibula semplice.
17 novembre — 5. Questo pozzetto, non differiva dagli altri sopradescritti,
ma a contatto della muratura conteneva un grande ziro, che ripete esattamente la
forma del cinerario Villanova (tav. Ili, fig. 13). È alto m. 0,66, largo esternamente
nel punto più rigonfio del corpo 0,65, nell'orlo 0,44. Sotto l'orlo gira una fascia a
meandro rettangolare, graffito con pettine a quattro denti, e nella massima sporgenza
del corpo tra le due anse cilindriche asportate d'antico tempo, si ripetono da ciascuna
parte due riquadramenti graffiti con uguale strumento, compiti agli angoli da tre grosse
punteggiature, e divisi diagonalmente da linee semplici, graffite ed intramezzate con
tratti gammati. Di questo importante fittile furono recuperati tutti i frammenti. Il
cinerario era chiuso da ciotola a piede allungato, e posata sull'orificio nel senso nor-
male. Desso ha forma di pentola con corpo rigonfio e compresso verso il fondo, che
si restringe e va a formare un piede oblungo ed allargato alla base. Nella parte
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. LI. "7
— 294 —
superiore del corpo porta le due anse a nastro steccate a fune, e tra queste un mean-
dro rettangolare di linee raddoppiate e parallele. Detto cinerario non conteneva che
le ossa cremate del cadavere. Da un lato del medesimo si trovò coricato im askos a
foggia di grande oca, lungo cm. 41, con qualche traccia di coloritura rossastra dispo-
sta a fasce ed a figure geometriche. Posa su alto piede a tronco di cono : da un lato è
compito da ima piccola testa forata nella bocca, dall'altro da un orificio cilindrico
con brevissimo orlo arricciato in fuori. Tra la testa e l'orificio corre nella sommità
del corpo un listello rilevato, e tramezzo a quelli un manico striato a tre bastoncelli,
ed applicato trasversalmente nella parte pianeggiante del corpo. Kozza oenochoe priva
di qualsivoglia ornamento : ha l'orlo ed il collo un poco rastremati rispetto al corpo,
che è molto sporgente. Oeaochoc corputa ed un poco compressa verso il fondo : il suo
beccuccio è leggiermente sagomato a foglia di edera. Oenochoe più grande delle pre-
cedenti, col collo a tronco di cono, col corpo lenticolare e col manico applicato nella
parte prominente del corpo, dove gira una sottile fascia a meandro rettangolare, e
poco più sotto un'altra a triangoli concentrici eseguiti con pettine bidente. Tavolinetto
di lamina enea, di forma ovale (diam. maggiore cm. 18), decorato in giro e nel mezzo
da circoli paralleli di punteggiature sbalzate e da quattro raggi in croce, ciascuno
dei quali formato da tre linee ugualmente punteggiate. In origine il medesimo era
sostenuto da tre laminette di bronzo, incurvate in fuori e fissate superiormente con
una irnbullettatura ribadita. Ciotola a fondo allungato ed a largo manico rilevato nel-
l'orlo : è decorata nella parte più sporgente del corpo da triangoli concentrici, che si
seguono senza interruzione lìmo presso l'altro. Avanzo di lancia in ferro, con traccia
della legatura enea che la fermava all'asta. Spada di ferro, la cui lama misura circa
cm. 22 di lunghezza. Si trovò chiusa nel fodero, che si compone di una lamina di
rame piegata e sovramessa di dietro, lunga cm. 23 e larga all'orificio mm. 45. Il
medesimo termina con puntale sagomato a doppio nodo, e conserva nell'interno la fo-
dera di legno, entro la quale scorreva la lama. Allo stesso forse apparteneva un anello
di bronzo. L'impugnatura della spada è alquanto corrosa dall'ossido, nondimeno porta
qualche traccia di rivestimento di legno o di osso, e sull'elsa un disco lenticolare di
ferro. Avanzo di vaso con fondo a tronco di cono, su cui posa la parte superiore del
corpo, arrotondata e restringentesi fin sotto l'orlo a somiglianza dei più cornimi cine-
rari del gruppo di s. Bernardino. Portava sopra all'orlo due prominenze rotonde e
forate, entro le quali giravano due manichi semicircolari di bronzo attortigliati a
fune. Frammento a guisa di una lamina fusa di bronzo, con bordi arricciati e deco-
rata nel mezzo da tre listelletti convergenti. È forse un aes rude ? Cutter lunato
di lamina, con manico ad occhietto fuso insieme alla lama. Due pezzi di aes rude
appartenenti a lastra di bronzo spezzata avanti il completo raft'reddamento. Due anel-
letti di bronzo.
1 8 novembre — 6. Cassa di tufo trovata a poca distanza da quella segnata col
n. 2 e di uguali dimensioni. Ai piedi dello scheletro una rozza oenochoe a grosso
collo, priva del beccuccio e con ansa a nastro rilevata un poco sopra all'orlo. Va-
setto di forma compressa, con manico rialzato e riunito dalla parte inferiore del corpo
fino sopra oll'orlo. Piccola ciotola, con piede allungato e fondo internamente punteg-
giato con due circoli concentrici. Tazzina di forma piatta, con due manichi salienti
— 295 —
tino all'orlo: nella parte più sporgente del corpo due semplici bottoni a tronco di
cono. I predetti fittili sono tutti plasmati senza aiuto della ruota. Sopra ciascuna spalla
si raccolse una fibuletta di tipo etrusco; sul petto una coppia di fibule con arco di
ambra, anello tti fusi di bronzo alla mano destra, ed alla sinistra una fusaruola di ter-
racotta a doppio tronco di cono e priva di decorazione.
19-20 novembre — 7. Il vuoto di questa cassa misurava in. 1,90 di lunghezza,
m. 0,70 di larghezza, e m 0,64 di profondità. Il suo coperchio incavato per m. 0,20,
era tagliato sopra a doppia pendenza, largo complessivamente m. 1, lungo 2,30, ed
alto dai bordi della cassa fino al vertice 56 cm. La cospicua suppellettile funebre
che circondava i pochi avanzi del cadavere si raccolse col seguente ordine. Attorno
ai piedi : Ciotoletta di bronzo tirata a due lamine, di cui una forma il corpo e l'orlo,
l'altra il piede a tronco di cono. Il suo manico a larga fascia arricciata ai bordi,
si unisce a mezzo d' imbull ettature dalla sommità del corpo all'orlo, rialzandosi un
poco sopra a questo. Kipete nella forma il tipo tarquiniese edito nelle Notìzie del
1882 alla tav. III, fig. 24, ma è privo di decorazione. Situla grande di bronzo
identica nella forma a quella ricordata sopra, alla tomba n. 2, e decorata di zone sbal-
zate a zig-zag ed a lineette oblique, alternate con giri a bottoncini. Vaso grande di
terracotta a forma quasi sferica, compita superiormente da breve orlo arricciato in fuori
e sostenuta su alto piede a tronco di cono. Nella pai-te superiore, cioè sotto l'attac-
catura dell'orlo, ricorro un ornamento di scacchi triangolari con vertice abbassato, co-
loriti di nero, e più sotto una fascia a meandri di colore rosso contornati di nero,
una piccola zona a zig-zag, un altro meandro identico al precedente, e nella parte in-
feriore fino all'attaccatura del fondo più fasce rosse limitate da una linea nera. Detto
fittile sembra eseguito a tornio. Vasetto a forma compressa, steccato nella pai-te più
rilevata del corpo. Due fittili che ripetono la forma del vaso dipinto, ma privi di
decorazione, se tolgonsi le steccature oblique sull'orlo e le due sporgenze coniche nel
corpo. Alla cintura : lunga catenella a maglie di sottile filo eneo ; dalla stessa pen-
deva, aderente al fianco sinistro, uno spiedo lungo cm. 54, appuntato da una parte,
e dall'altra ripiegato ad occhietto, entro il quale gira liberamente un grosso anello
di bronzo. Maglietta ed uncinello di filo di rame. Ciotola di lamina, sostenuta su tre
fascie di bronzo. Sbarra di ferro, con maniglie e con sostegni semicircolari a ciascun
capo. Quattro fibule, il cui ai-co si compone di dischi di ambra divisi da laminette
di rame. Furono trovate disposte obliquamente dal mezzo dell'addome al femore de-
stro. Alla mano destra : tre anelletti di sottile filo di argento ed un altro dello stesso
metallo, che racchiude entro un castone una placchetta circolare di ambra. Alla mano
sinistra : due grossi anelli di ambra. Ai polsi : frammenti di due braccialetti di filo
d'argento ondulato (cfr. Notizie 1885, tav. annessa, fig. 7). All'omero destro : grande
fibula di tipo etrusco, nel cui ardiglione è infilato uno spinther di lamina, vuoto in-
ternamente. Un fuso con cannula di lamina, alla cui estremità inferiore è applicata
la fusaruola a forma lenticolare e compita da nodo sagomato. All'omero sinistro : fi-
bula uguale alla precedente, e con spinther identico infilato nell'ardiglione insieme
ad un altro braccialetto di lamina, concavo esternamente e decorato di tesselli qua-
drangolari di osso e di ambra. Fibuletta di lamina argentea e di tipo etrusco, Quat-
tro piccolo fibule di tipo etrusco, con corpo un poco rigonfio nel mezzo. Attraverso
— 296 —
alle braccia, sotto i pochi residui del cadavere, si raccolse l'altra sbarra identica alla
precedente. Attorno al collo : sottili orecchini di filo argenteo. Collana composta di
anelletti di bronzo. Pendoletti piriformi di ambra, forati superiormente. Due piccoli
tessetti rettangolari di osso o di avorio, decorati di due cerchietti concentrici a tra-
pano. Ciotoletta manufatta di forma rotonda e compressa verso il fondo, con orlo piano
e quasi verticale, su cui si ripetono in giro piccoli triangoli obliquamente tratteggiati
con impressioni di strumento a fune.
8. Ziro a grosse pareti (mm. 23), largo all'orificio m. 0,40, nel mezzo 0,75.
ed alto 0,80. Si trovò chiuso da una rude lapide di tufo ed internato nel pozzetto
cilindrico, che era semplicemente approfondito nel terreno vergine per circa m. 2. Nel
fondo del medesimo posava il cinerario, a forma di pentola priva delle anse e di qual-
sivoglia decorazione. Dessa era ripiena per due terzi circa di ossa cremate e di car-
boni, tra i quali si raccolse un avanzo di fibula ad arco semplice, e piccole armille
di filo eneo avvolto a doppia spirale. Entro la bocca del cinerario posava xmoenochoc
a grosso collo e ad orlo rotondo, grafita nella sommità del corpo con un giro di trian-
goli capovolti ed aderenti gli uni agli altri. Da un lato del cinerario un'olla a corpo
lenticolare, sostenuta su piede a tronco di cono e compita da collo cilindrico. Sì da
una parte che dall'altra, si riuniscono all'orlo ed alla sommità del corpo due mani-
chi a nastro, di cui uno asportato in antico ; tra questi le due prominenze coniche,
messe in mezzo da due listelletti verticali a rilievo, e superiormente circondate da
un terzo piegato a semicircolo. Attorno al piede dell'ossuario si scopersero gli avanzi
di una collana di anelletti di bronzo infilati in uno spago, di cui restavano le tracce
conservate dall'ossido, qualche grano di vetro e di ambra, ed una fusaruola di ter-
racotta a doppio tronco di cono.
9. Pozzetto incavato nella terra vergine a doppio vuoto cilindrico, di cui il supe-
riore largo m. 1,20, profondo fino alla chiudenda m. 1,10. e l'inferiore largo m. 0,45
e profondo 0,53. Sopra alla rozza ciotola a tronco di cono posava ima ciotoletta di tipo
comune, decorata di un bottone sulla parte superiore del manico, che è steccato a fune.
di tre sporgenze coniche lateralmente all'orlo, e tra queste, di un giro di triangoli capo-
versi, impressi con strumento affunato. Da una parte del pozzetto un piccolo tipo di
cinerario Villanova (cfr. la fig. 15 della tav. Ili), con manico a nastro applicato nella parte
più sporgente del corpo. Questo fittile è di creta giallastra, dipinto attorno all'unione del
collo al corpo con una linea rossa, e con triangoli compresi l'uno nell'altro e tratteggiati
obliquamente : a detta decorazione fa seguito nella maggiore sporgenza del corpo un giro
di scacchi triangolari oblunghi e con vertice abbassato, e verso il piede ima sottile linea
di colore rosso. Questo vaso sembra sia stato sagomato a tornio. Vaso di forma identica,
ma d' impasto nero, manufatto e decorato nel collo di una doppia linea granita con
pettine a due denti, e divisa obliquamente da piccole impressioni parallele di arco di
fibula o di strumento a fune ; poco più sotto da un meandro rettangolare graffito col
medesimo pettine. Vasetto di tipo laziale, con manico rialzato sopra all' orlo e con
corpo compresso e privo del piede. Tazzina a forma schiacciata, decorata nella parte
più rotondeggiante di triangoli compresi inversamente l'uno dentro l'altro, e tratteg-
giati con linee obliquo e parallele d' ingabbiatura bianca. Tazza a calice e con alto
piede. Il cinurario di questa tomba ripeteva la forma più comune del gruppo di
— 297 —
s. Bernardino ed era privo di decorazione : non conteneva tra le ossa cremate che un
semplice cutter lunato, presso la cui ansa rilevansi nella lama due sporgenze acumi-
nate. Nel fondo del pozzetto fra i predetti fittili si raccolse una lancia ed un coltello
di ferro, ed uno scudetto spiraliforme di rame appartenente a fibula.
21 novembre — 10. Pozzetto tagliato nella terra vergine, e identico al precedente
si nella l'orina die nelle dimensioni. 11 cinerario non presentava nessuna particolarità
ne diiferenza, a fronte dei più comuni scoperti a s. Bernardino : era chiuso, invece che
dalla ciotola, da una tazzina a forma lenticolare e con breve orlo, e con solo manico
rialzato su questo a guisa dei vasetti di tipo laziale. Dentro al cinerario niente altro
che le ossa cremate; all'intorno del medesimo si raccolsero in mediocre stato di con-
servazione i seguenti fittili : oenochoe di forma goffa, con collo ed orlo breve e privo
del beccuccio, e con corpo decorato di un giro di piccole impressioni a spina, limitate
sopra e sotto da una fascia granita con pettine a due denti e da un giro di triangoli a
vertice abbassato, e obliquamente tratteggiati con impronte di fibule o di cordicella. Altra
oenochoe di forma goffa, con sottili meandri rettangolari graffiti con pettine a due denti
nella parte superiore del corpo. Tazzina di forma lenticolare, munita di due anse e
steccata verticalmente nella parte superiore del corpo. Fondo di vaso a tronco di cono,
appartenente forse ad un cinerario ; in basso porta un giro di fori, e sopra questi entro
due linee graffite imo zig-zag ad impressioni di fibula. Tazza a fondo pochissimo rile-
vato, corpo compresso e quasi a doppio tronco di cono, nella cui giunzione rilevano due
sporgenze steccate all'interno: tra le due sporgenze si uniscono dalla parte superiore
del corpo al breve orlo due anse a nastro , di cui una tolta in antico. Ciotoletta a
basso tronco di cono, con avanzo dell'attaccatura del manico poco sotto l'orlo. Tra la
terra infiltrata nel fondo dell'incavo si raccolsero una coppia di fibule grandi di tipo
etrusco , bulinate a riquadramenti ed a cerchietti concentrici : nell'ardiglione di una
delle medesime due grandi armille spiraliformi di sottile filo di rame, ed una falera
composta di due circoli concentrici uniti da quattro raggi.
11. Pozzetto con cilindro di tufo chiuso da callotta sferica. Nel mezzo l'olla cine-
raria a forma rotonda, a doppia ansa formata da due bastoncelli che si riuniscono ad
angolo sotto l'orlo, e priva di ornamenti graffiti od impressi. Era coperta da una cio-
tola a corpo arrotondato, forata nel fondo e con orlo un poco incavato al di sotto.
Circondavano l'ossuario : Due tazzine a largo tronco di cono. Una ciotola a fondo al-
lungato , decorata nel corpo d'impressioni a fibula convergenti ad angolo, e messe in
mezzo ad ima sottile fascia a duplice granitura ed a tratti affamati, obliqui e paral-
leli: il suo manico a nastro rilevasi sull'orlo ed ha bordi arricciati. Bozzo poculum
semiovoidale, con ansa a nastro applicata dalla metà del corpo all'orlo. Due tazzine
formate da due dischi circolari uniti da un collo cilindrico ; il disco che forma il corpo
della tazza è un poco incavato di sopra e forato da un lato. Bozzo vaso a corpo ovoi-
idale, e ad orlo piano e rilevato obliquamente : una delle due anse a nastro fu anti-
camente asportata. Vaso di forma identica, decorato di due piccole sporgenze coniche
nella parte più rigonfia del corpo, e tra esse di rozzi riquadramenti con dentro gruppi
di linee a zig-zag graffite con pettine a tre denti ; sotto il. suo orlo ricorrono piccole
e rozze graniture angolari , le quali girano attorno ai manichi. Coppia di poetila a
corpo ovoidale, e ad orlo quasi piano e rialzato verticalmente sul corpo.
— 298 —
12. Cilindro internato come il precedente nel pozzetto, approfondito per m. 2 circa
sulla terra vergine. Era alto sino al coperchio m. 0,31, largo 0,47, e chiuso dalla cal-
lotta vuota al di sotto e munita in giro della presa a largo solco. Occupava il mezzo
del vano una piccola urna-capanna a guisa di cassetta quadrangolare, che misura in
pianta cui. 16X8, con pareti che si allargano un poco in alto e si restringono incur-
vandosi e formando un orifizio rettangolare, a somiglianza dell'urna ricordata alla tomba
85 del gruppo di s. Bernardino. Ugualmente che questa, l'urna in parola è chiusa da
un coperchio a doppia pendenza, sul cui timpano anteriore è praticato un piccolo incavo
circolare, che rappresenta rozzamente il foro della finestra. Detta copertura è divisa
nel culmine da un corrente ove fanno testa cinque travicelli, quattro dei quali, cioè
sul dinanzi e sul dietro, s'incrociano a colli d'oca, gli altri si alternano a vicenda
uncinandosi alla sommità. Questa urna è alta fino al culmine cm. 16; ha pareti sottili
e d'impasto rossastro, e la sua tecnica e l'esecuzione non la distinguono affatto dagli
esemplari già noti della necropoli bisentina. Conteneva poche ossa calcinate apparte-
nenti forse a bambino, e tra queste una fibula piccola ad arco semplice e due sottili
braccialetti di filo eneo. Circondavano l' urna-capanna i seguenti oggetti :
a) Grosso vaso a corpo rotondo e compresso verso il fondo, a collo basso ed orlo
arricciato in fuori. Nel suo collo gira una doppia striatura a pettine bidente, entro la
quale si contengono piccoli tratti obliqui e paralleli, impressi con strumento intaccato
a fune; più in basso si ripete uno zig-zag ad angolo retto, formato da sottile fascia
identica a quella superiore. Nella parte più rilevante del corpo quattro riquadramenti,
distinti l'uno dall'altro (e due di essi intramezzati dall'ansa a nastro), composti di
due giri paralleli a pettine di quattro punte, e compiti su ciascun angolo da quattro
profonde punteggiature. I medesimi racchiudono una swasti/ca, con braccia diagonali
rispetto ai riquadramenti ed uncinate ai capi.
b) Poeulum rozzissimo a forma ovoidale con manico a bastoncello.
e) Vasetto di tipo laziale steccato nella parte superiore del corpo.
d) Navicella sostenuta da quattro sporgenze coniche, ansata attraverso all'in-
cavo del mezzo, e contenente da ciascun lato un vasetto piccolo di forma ovoidale, de-
corato di quattro sporgenze oblunghe ai lati dell'orificio.
e) Nel fondo del pozzetto si raccolse una coppia di fibule grandi a scudetto
spiraliforme, ad arco semplice e a staffa inginocchiata.
/') Altre due fibule di uguale modello, ma più piccole.
g) Avanzi di ima collana consistenti in due grani, uno di pasta vitrea scura,
l'altro di terracotta, ed un tubetto spiraliforme di filo eneo.
13. Cassa grande, chiusa da coperchio a duplice pendenza e contenente pochis-
simi avanzi del cadavere. Alla testa, grande olla a corpo sferico, breve orlo e piede
a tronco di cono. Sul fondo giallastro della creta rilevano più zone rosse attorno alla
parte superiore del corpo, ed ai lati dei manichi si ripetono sei circoli concentrici, ag-
gruppati tre a tre e dipinti di stucco bianco. Oenochoe di bucchero manufatta e levi-
gata accuratamente collo stecco. Attorno all'attaccatura del suo collo al corpo, ricorre
un giro di lunghi scacchi triangolari sottilmente graffiti. Kaatharos manufatto a corpo
lenticolare sostenuto su basso piede, con alti manichi ed apofisi tra essi nella parte
più rilevata del corpo. Entro il medesimo fu scoperto un piccolo rasoio (lungh. min. 41)
— 299 —
tagliato in una lamina, insieme all'ansa quadrangolare e forata. È il primo esemplare
di cutter limato, che riscontrasi nelle casse della necropoli bisentina. Vasetto di forma
identica ed altro consimile al kantharos sopra notato , ma ambedue privi del piede
e della doppia sporgenza.
14. Cassa grande trovata alla stessa profondità, e quasi a contatto della prece-
dente. Era chiusa da coperchio a duplice pendenza, ed il suo vano interno, che mi-
surava m. 1,45 di lunghezza per m. 0,38 di larghezza, era arrotondato da capo e da
piede, e corrispondeva all'incavo del detto coperchio. In un lato della medesima cor-
rispondente ai fianchi si trovarono aggruppati i seguenti vasi: oenochoe con collo a
tronco di cono, orlo circolare cioè privo del beccuccio, e corpo decorato di quattro
listelletti a rilievo, e munito di manico a duplice bastone che si unisce ad angolo
sotto l'orlo. Tazza a forma emisferica, manufatta, con sole quattro prese a listello semi-
circolare applicate a distanze uguali sotto l'orlo. Piccola tazza emisferica, a fondo piano
e ad orlo rientrante: la sua manifattura è alquanto trascurata.
Tazzina a forma lenticolare, con orlo e manico rialzato verticalmente sulla parte
superiore e restringentesi nel corpo. Vasetto a disco concavo, con manico rialzato sul-
l' orlo e decorato di due cornetti cilindrici a capocchia arrotondata : il suo fondo è
steccato al disotto a otto raggi e punteggiato nel mezzo. Tazzina a corpo emisferico
e fondo piano, munita di due anse semielittiche a bastoncello, applicate alla metà
del corpo. Nel mezzo del torace si trovarono due fusaruole, una delle quali a forma
lenticolare, l' altra sfaccettata. Alle spalle ima coppia di orecchini di sottile filo
avvolto ad elica ; anelletti di bronzo ; avanzo di una grossa fibula con arco di dischi
d' ambra ; anello di ferro e fibuletta di ferro a corpo rigonfio nel mezzo ed a lunga
staffa.
15. Pozzetto murato a ciottoli, contenente il cilindro di tufo chiuso dalla solita
callotta emisferica, e nascosto alla profondità di m. 1,25. Il cinerario ridotto in fran-
tumi dal peso della terra infiltrata era a foggia di semplice pentola, con ansa aspor-
tata anticamente, e decorata nel corpo da zig-zag graffiti con pettine bidente, e chiuso
da ciotola a tronco di cono di rozzissima fattura. Attorno allo stesso si raccolsero con
questo ordine gli oggetti seguenti:
a) Vasetto a corpo rotondo, orlo breve ed ansa verticale a nastro : è decorato
di una sottile fascia a graffiture parallele, che comprendono piccoli tratti obliqui
impressi con arco di fibula a fime. Questo ornamento gira sotto il manico, e come
negli esemplari congeneri, è punteggiato agli angoli. Nel suo corpo si ripetono quattro
riquadramenti graffiti, punteggiati negli angoli e divisi diagonalmente da una croce :
tra un riquadramento e l' aitro una piccola sporgenza conica.
b) Vaso identico, con manico asportato anticamente e con solo ornamento delle
sporgenze.
e) Piccola barca lunga mm. 115, munita di due sporgenze laterali a prua ed
a poppa.
d) Oenochoe di forma molto goffa, con collo a tronco di cono, orlo sporgente
e rotondo, e manico a nastro applicato dalla parte più sporgente del corpo all' orlo.
e) Ciotola a corpo rotondo e piede oblungo, decorata nella sommità di una
sottile fascia a duplice granitura, la quale contiene piccole impressioni oblique di
— 300 —
fibula e gira ad angolo sotto l'ansa; aderente a quella corrono i triangoli concen-
trici ottenuti con uguale strumento.
f) Tazza a callotta emisferica, con orlo piano ed imo poco sporgente : è soste-
nuta da imo snello piede a tronco di cono.
g) Tre tazze a calice di forma gotta e di rude esecuzione.
li) Vasetto corputo con orlo restringentesi e poco aperto, ansa a nastro appli-
cata dalla parte superiore del corpo all' orlo, dove si rialza un poco. Sotto l' orlo è
abbellito da ima stretta fascia rozzamente granita, contenente le solite impressioni
di fibula a fune, girante ad angolo retto sotto il manico, dove è limitata da cinque
grosse punteggiature.
i) Ciotoletta di tipo laziale, con manico rialzato sopra all'orlo e con corpo
decorato di larghe steccature verticali.
/) Tazza a forma lenticolare, liscia, con doppia ansa a nastro rilevata sul-
l'orlo, e due prominenze coniche a metà del corpo.
23 novembre — 16. Pozzetto murato nella terra vergine con ciottoli di nenfro, e
chiuso da due parallelepipedi di tufo accoppiati insieme. Si trovò alla profondità di
m. 1,35, con parte della detta chiudenda spezzata e caduta nell'interno. Non si tenne
conto del cinerario, perchè ridotto in minuti frantumi ; nondimeno si riconobbe ripe-
tere il medesimo la forma più comime del gruppo di s. Bernardino, ed essere privo
di qualsivoglia decorazione. Tra le ossa una grande fibula di tipo etrusco, interna-
mente vuota e bulinata nell'arco a riquadramenti, a cerchietti concentrici, ed a lineette
a spina ; un anello di ferro ; avanzi di catenelle appartenenti forse a collana, ed una
fusaruola ovoidale rozzissima. Attorno agli avanzi del cinerario si raccolsero i seguenti
fittili: Ciotola grande a tronco di cono, priva del manico e ad orlo rientrante, late-
ralmente decorato da quattro sporgenze oblunghe. Ciotola con anea a bastoncello appli-
cato orizzontalmente e sotto l' orlo, che non porta granita od impressa alcuna orna-
mentazione. Ciotoletta a forma emisferica, con ansa orizzontale e due sporgenze ai lati di
questa. Askos a forma di volatile, con coda arricciata in su e con orificio a tronco
di cono in luogo della testa: è sostenuto su quattro bastoncelli cilindrici, e porta
sopra al corpo un manico a nastro piegato nel senso della lunghezza, e attorno al
medesimo, sopra uno strato sottile di stucco rosso-cupo, ima fascia striata obliqua-
mente di giallo, e sotto questa un giro di triangoli a vertice abbassato, dipinti dello
stesso colore ed intersecati da lineette parallele ai lati: questi triangoli sono più
grandi nella metà del corpo, e decrescono grado a grado verso la coda. La massima
lunghezza di questo askos è m. 0,27, l'altezza 0,21. Ciotola molto corputa, decorata
di listelletti verticali e con due manichi a nastro. Idem im poco più grande. Idem
con anse a bastoncello, convergenti ed avvolte ad occhietto verso l'orlo: il suo corpo
è munito di due sporgenze diametralmente opposte. Idem con manico a nastro, con
due sporgenze coniche, ed ai lati di queste con largo incavo circondato da piccole
punteggiature. Vasetto a forma ovoidale, sporgente all' orlo ed allungato nel piede :
è privo di decorazione, e porta da un lato nella massima sporgenza del corpo un
piccolo manico verticale. Tazzina a fondo piatto, con ansa rilevata siili' orlo.
Nel fondo del pozzetto senza ordine si raccolse una collana, formata di più grani
di ambra e di vetro bleu. di cannelli fusiformi di ambra grattiti a spina-pesce, di un
— 301 —
ciondoletto composto di uno dei nominati cannelli, a cui sta appesa una targhetta
rettangolare, e di un grosso scarabeo d' ambra di forma ovale, liscio e munito supe-
riormente nell'asse maggiore dell'attaccagnolo di bronzo. Inoltre si rinvenne uno
spinther di bronzo avvolto a fune, un anello consimile, tre piccole fibule di tipo
etrusco, vuote e graffite nel dosso dell'arco con riquadrameuti a spina-pesce, ed un
anello di ambra.
17. Pozzetto uguale al precedente, e trovato alla stessa profondità e quasi a con-
tatto del medesimo. Il cinerario, chiuso da ciotola comune, aveva forma di una gotta
pentola, decorata in giro di una sottile fascia grafita con pettine' a due denti, e con-
tenente piccole impressioni di strumento a fune disposte a zig-zag. Le ossa cremate,
che lo riempivano fino a metà, non contenevano che una semplice fusaruola a forma
lenticolarc. Circondavano detto ossuario i seguenti manufatti, ammonticchiati 1' uno
sull' altro :
a) Askos il cui corpo formato da un cilindro vuoto, posa orizzontalmente sopm
uno snello piede a tronco di cono, e porta nel mezzo un collo aperto all'orificio, che
è sagomato a beccuccio : il suo manico a bastoncello si unisce dalla metà del cilin-
dro all' orlo.
b) Rozzo vaso alto cm. 20, formato di un corpo cilindrico, che inferiormente
si converte in un fondo a tronco di cono, unito al medesimo per la base maggiore.
L' orlo è piano ed obliquamente aperto, il suo manico a bastoncello si rialza xin poco
sull'orlo, ed è attaccato poco sotto nel corpo.
e) Due oenochoai di forma goffa e di rozza tecnica, con orlo sagomato a beccuccio.
d) Rozza olla a corpo rotondo, che si allunga inferiormente verso il piede a
tronco di cono: nella massima sporgenza sono applicati da ciascuna parte due ma-
nichi semicircolari avvolti a fune, ed una protuberanza conica messa in mezzo da
larghe steccature oblique e parallele.
e) Vaso a corpo ovoidale restrigentesi al piede ed all' orlo, il quale è munito
di ansa a nastro un poco rialzata.
/') Tazzina a forma rotonda e compressa, steccata in giro e con ansa riunita
in basso e sopra all'orlo.
g) Idem con due anse a bastoncello, che convergono all'orlo e si riuniscono
avvolgendosi ad occhietto, con due prominenze coniche steccate in giro, e messe in
mezzo da due grosse punteggiature.
24-25 novembre — 18. Pozzetto murato di ciottoli, e chiuso da un coperchio di
tufo vuoto al disotto e rozzamente arrotondato sopra. Posava nel fondo il cinerario
di tipo comune, privo di graniture e senza indizio della ciotola. Intorno al medesimo :
Grosso vaso a doppia ansa, a corpo rotondo e decorato di listelletti e di sporgenze, a
collo conico, su cui è imposto un orlo piano e poco sporgente. Idem di tipo identico,
cioè con collo a tronco di cono, ma privo di decorazione rilevata o granita. Tazzina
a foggia di una kylix di tipo arcaico, con quattro manichi semielittici a bastoncello
applicati nella parte più rilevante del corpo, e compressi verso l' orlo. Tazzina a
doppia ansa avvolta ad occhietto sopra all'orlo, con sporgenze nel corpo, le quali
sono circondate da due listelletti verticali e da altro curvato sopra a semicircolo. Nel
fondo tra la terra infiltrata i frammenti d' una lancia in ferro.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 1*, Voi. DL :'>s
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IO. Pozzetto identico a quelli descritti sopra. Dal fondo del medesimo si estrasse
intatto l'ossuario, a corpo rotondo e ad alto collo a tronco di cono, che è compito da
uri) aperto e pianeggiante. Ai lati due larghi manichi, e tra questi su ciascuna parte
sono disposti in giro sette listelletti verticali poco rilevati. Tramezzo ai molti frammenti
di vasi, compressi per la caduta della lapide, si poterono raccogliere in mediocre
stato i seguenti fittili :
a) Due ciotole a corpo alquanto rotondo e piede allungato, una delle quali
decorata semplicemente di grandi zig-zag, graffiti con pettine a doppia punta, l'altra
di un meandro rettangolare, limitato sopra e sotto da una sottile fascia di lineette
oblique graffite.
h) Tazza a doppio tronco di cono imito per la base minore, liscia, di esecu-
zione rozzissima, e forata presso l' orlo.
e) Due ciotolette, ima delle quali a forma compressa e ad orlo rientrante,
l'altra a piede allungato e ad ansa rilevata sopra all' orlo.
d) Ciotoletta di tipo laziale, steccata a fune nella prominenza del corpo e con
manico sporgente sopra all'orlo.
e) Vasetto a bulla sferica compressa verso il fondo e ornata di due sporgenze
coniche tra i manichi, i quali sono a nastro e si convertono a bastoncello triangolare
presso l'attaccatura dell'orlo.
Nel fondo di questo pozzetto si raccolse una fibula a scudetto spiraliforme, il
cui arco spezzato in antico fu sovramesso e fermato a mezzo d'inchiodatura ribadita:
ligi wle restauro è da notarsi nella inginocchiatura della staffa, colla differenza che in
luogo di essere sopramessa è guernita di una laminetta fissata con chiodi alla mede-
sima ed allo scudetto.
20. Olla cineraria a forma sferica, trovata nel fondo di un pozzetto identico ai
precedenti ed aggrappato coi medesimi. È d' impasto giallastro con due anse alla
sommità del corpo, ciascuna delle quali tonnata da un bastoncello piegato a due
semicircoli aderenti l' imo all' altro : era chiusa da ciotola a fondo allungato, orlo
rientrante, ornato di tre sporgenze, e munito in un lato da manico a bastoncello di-
sposto verticalmente e piegato a semicircolo. Dentro questa ciotola, che posava col
fondo entro l' orificio del vaso, si trovarono quattro fibule accoppiate due a due per
1' ardiglione, con arco vuoto internamente e bulinato a sottilissime linee a spina pesce,
intramezzate da cerchietti a trapano. Descriviamo qui sotto i fittili che componevano
il funebre corredo di questa tomba.
a) Rozzo tipo di cinerario Villanova, decorato alla metà del collo di un giro
a. triangoli graffiti obliquamente, ed alla sporgenza del corpo da grandi zig-zag trian-
golari, ottenuti con pettine a doppio dente
b) Ciotola grande con manico a nastro, piede allungato e corpo decorato in
alto da gruppi di triangoli, impressi a funicella e disposti in giro tre per tre. Con-
teneva una tazzina a fondo piatto e manico rialzato sopra all'orlo.
e) Ciotoletta con orlo rientrante, con manico a bastoncello rilevato obliqua-
mente su questo, e sostenuta da piccolo piede. Internamente girano nel suo fondo due
circoli punteggiati e concentrici.
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(I) Tazzina con orlo e manico identici alla precedente, ma a fondo pianò e
privo della decorazione interna.
e) Ciotola ad orlo rastremato verso l'interno, a manico piano ed a fondo al-
lungato.
/') Rozzo vaso formato da due tronchi di cono, che si riuniscono per le basi
maggiori; ha un orlo rotondo e sporgente, ed il manico a nastro asportato in antico.
g) Tazzina a corpo compresso verso il fondo, decorato di cinque sporgenze oblun-
ghe, e munito di semplice manico a nastro rialzato un poco sopra all'orlo.
h) Tazza con corpo compresso, su cui obliquamente si elevano due manichi
a bastoncello e semielittici : la creta di questo fìttile ha un colore giallastro, su cui
rilevano più fasce parallele di ocre rossa, oggi in gran parte evanite.
i) Quattro rozze tazzine a calice (cfr. il tipo dato alla tav. Ili, fìg. 7).
/) Tazza a bulla compressa verso il fondo, con manico a nastro, applicato ver-
ticalmente dall'orlo alla parte superiore del corpo, che è decorato di un giro a trian-
goli impressi a fibula e punteggiati al vertice.
Sotto a quest'ultimo vaso si raccolse nel fondo del pozzetto un grano di vetro
chiaro forato, un acino ovoidale di ambra, due orecchini cilindrici di filo eneo av-
volto ad elica, ed un sottile braccialetto formato di filo due volte sovramesso.
21. Pozzetto identico ai precedenti. L'ossuario si allontanava un poco dalla forma
più comune, e rappresentava alquanto modificato il tipo Villanova; cioè si componeva
di due tronchi di cono uniti per la base maggiore e sostenuti su piede conico, e poco
sopra alla sporgenza del corpo portava un semplice manico a nastro, avvolto ad oc-
chietto e disposto verticalmente. Esso non conteneva che le ceneri del cadavere, ed era
chiuso da ciotola grande a piede allungato ed orlo restringentesi al centro, la quale
conteneva posata nel senso nonnaie altra ciotola più piccola, con orlo molto incavato
all'unione del corpo e con piede rilevato in fuori. Sì l'ima che l'altra erano prive di
graniture. Circondavano l'ossuario : Un rozzo e grande bicchiere a forma ovoidale, con
orlo piano ed ansa a nastro disposta verticalmente: un modello piccolo di vaso con-
simile ed altro identico, ma privo di orlo rilevato: ima tazzina emisferica: un va-
setto corputo, ristretto all'orlo ed al piede, con manico tolto in antico e con rude
zig-zag graffito in giro: ciotoletta liscia a fondo allungato a tronco di cono: idem a
forma ovoidale, con impressioni triangolari di funicella sotto l'orlo; conteneva una fu-
saruola a tronco di cono, ed era chiusa da altra ciotola a fondo piano, umbilicato e
decorato a raggio di cinque larghe steccature.
2(5 novembre — 22. Pozzetto- murato a ciottoli e scaglie di nenfro, approfondito per
m. 2 circa nel terreno vergine, e chiuso da due diatoni di tufo accoppiati. Cinerario
di tipo comune con ansa asportata, decorato da una sottile fascia a impressioni oblique
di fune, che gira attorno alla parte superiore del corpo e sotto l'attaccatura del ma-
nico, nei cui angoli è guernita di grosse punteggiature. Nella parte più rotonda del
suo corpo si ripetono tre riquadramenti a più linee concentriche, entro i quali si con-
tengono tre swasti/cas, a braccia ripiegate a zig-zag e punteggiate nell'intersecazione.
Ancora gli angoli dei riquadramenti sono compiti da grosse punteggiature. Detto cine-
rario era chiuso da una tazza a calice, con orlo rientrante e con manico rilevato obli-
quamente sul medesimo : conteneva un vasetto a forma lenticolare. a doppia ansa, di
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cui una tolta in antico, e tra queste, due sporgenze a tronco di cono circondate supe-
riormente da largo solco. Tra le ossa del cinerario una semplice fibula di tipo etru-
sco, alquanto danneggiata dall'ossido; due fusaruole a forma ovoidale e compressa, ed
un avanzo di pendaglietto di bronzo. Insieme al cinerario si estrasse un rozzo vaso
a bulla, munito nel corpo di larga ansa a nastro con collo a tronco di cono, sulla cui
parte superiore gira un ornamento di triangoli concentrici a vertice abbassato e com-
pito da una punteggiatura. Quattro tazzine a calice di tecnica rozzissima. Un rozzo
poculum a forma ovoidale, e con manico a bastoncello. Ciotoletta di tipo laziale con
manico a nastro rialzato sopra all'orlo, forato presso l'attaccatura di questo, e deco-
rato di due capocchie cilindriche. Tazzina a tronco di cono, con orlo rastremato ed
incavato sotto l'attaccatura : è d' impasto nero, a pareti sottili, e porta un manico a
bastoncello riimito ad occhietto sopra all'orlo.
23. Pozzetto cilindrico chiuso da informe lapide di tufo, incavato nel terreno
vergine, e difeso attorno fin sotto la copertura con muramento di scaglie di nenfro e
di tufo. Rimossa la chiudenda, apparve per primo il tetto di un'urna capanna. Si potè
estrarre in buonissimo stato : ha pianta rettangolare (m. 0,145X0,17), su cui si ele-
vano le pareti fino alla gronda allargandosi a metà, e convertendo l'urna in una forma
ovoidale allungata lateralmente. Dal detto piano alla gronda misura cm. 19. Nella
fronte apresi una porticella quadrata di m. 0,09 per ogni lato, chiusa da una for-
mella di terracotta, forata agli angoli. Nei fori corrispondenti, praticati su ciascun an-
golo del vano, si conservano tuttora infilati gli anelli di bronzo che servirono per fis-
sare la chiudenda. Sopra alla porta, ed immediatamente sotto alla gronda, si è rap-
presentata la finestra con un foro circolare. La gronda è piana e sporgente circa
mm. 1 7 ; ha forma ovale, indi verso il mezzo si rialza con una costola, che corre
nel senso dell'asse maggiore, e a cui fanno testa per ogni parte quattro correnti, cia-
scuno dei quali ornato di due colli d' oca nella testata superiore. Tra l'imo e l'altro
corrente, in vicinanza della gronda e parallelamente a questa, si trova un altro collo
d' oca rivolto verso la parte anteriore dell'urna. Dinanzi e dietro la costola mediana
concorrono a questa tre travicelli disposti a raggio, ciascuno dei quali è ornato nel
mezzo da un' ocherella. 11 diametro maggiore della gronda misura m. 0,215, il mi-
nore 0,165 e l'altezza totale 0,26. Questa umetta è identica nell'esecuzione e nella
tecnica a quelle del gruppo di s. Bernardino. Compivano il corredo funebre di questa
tomba due rozzi vasi a corpo ovoidale, fondo allungato e sporgente alla base, ed orlo
piano e poco rilevato : un vasetto consimile con piede rastremato, orlo sporgente, ma-
nico a nastro, e con corpo decorato di tre piccole sporgenze coniche, tra le quali un
giro d'impressioni triangolari a fibula od a funicella: rozza ciotola con steccature ver-
ticali limitate superiormente da un piccolo zig-zag.
24. Pozzetto identico al precedente, e trovato alla stessa profondità ed alla di-
stanza di circa 60 cm. dal medesimo. Il cinerario è rappresentato da vaso rozzissimo
semiovoidale, molto aperto all'orlo (cm. 27), che è piano ed obliquamente rialzato.
Sopra alle ossa posava una tazza a calice poco incavata, e sostenuta su alto piede
conico. Attorno all'ossuario una grande ciotola, a corpo rotondo e fondo allungato; sotto
al suo orlo gira una fascia sottile punteggiata agli angoli, e contenente piccole im-
pressioni oblique e parallele di fibula a fune; più in basso un meandro rettangolare
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graffito con pettine a tre punte. Tazzina di tipo laziale sostenuta da breve piede, con
manie. i rialzato e steccato ad anelli presso l'attaccatura dell'orlo, che internamente e
da ciascuna parte del manico contiene due triangoli a vertice abbassato, ottenuti con
impressioni di strumento a fune; nella massima sporgenza del corpo tre gruppi iso-
lati di zig-zag ugualmente impressi. Tazzina a forma compressa con tre sporgenze nel
coipo. tra le quali un riquadrameiito punteggiato agli angoli, diviso diagonalmente
da due lineette in croce. Nel fondo del pozzetto si raccolsero due fibulette uguali, ad
arco semplice graffito a gruppi di anelletti alternati da fasce a spina-pesce.
25. Pozzetto identico ed aggruppato coi due precedenti. L'ossuario ripete la forma
di grossa pentola, a corpo superiormente arrotondato ed inferiormente compito da tronco
di cono. Dalla parte superiore del corpo all'orlo si uniscono quattro manichi a baston-
cello, tra i quali un riquadramento contenente una fascetta di linee graffite ed inter-
secate diagonalmente. Cuopriva il cinerario una piccola ciotola a tronco di cono, con
orlo rientrante e manico semielittico applicato obliquamente da una parte. Vaso for-
mato da doppio tronco di cono unito per la base maggiore, e decorato superiormente
da un giro di triangoli graffiti. Idem, ma più piccolo e privo di decorazione. Vasetto
a bulla sferica, con breve orlo incavato al di sotto e con collo basso e decorato di
una lascia grafita con pettine a tre denti, la quale racchiude un zig-zag impresso
con strumento a fune. Detta fascia si ripete a semicircolo sotto l'attaccatura del ma-
nico. La parte più rigonfia del corpo è ornata di un rozzo meandro rettangolare.
Ciotola identica a quella poco sopra descritta, ma più piccola.
26. Pozzetto murato a ciottoli di nenfro, e chiuso da lapide di tufo rozzamente
arrotondata di sopra ed un poco incavata di sotto. Cinerario di tipo comune, liscio e
con ansa a nastro dalla parte superiore del corpo all'orlo : era chiuso da rude ciotola
ad orlo rientrante ed a piede allungato, e non conteneva che poche ceneri del cadavere.
Due vasetti ovoidali di tecnica alquanto trascurata, privi di orlo rilevato e di ansa.
Tre tazze a calice dello stesso tipo dato alla tav. Ili, fig. 7. Askos rozzissimo a
corpo ovoidale, attraversato sopra da un manico semielittico, e compito ad una estre-
mità da un collo cilindrico e da orlo un poco riboccato in fuori. È di creta nera,
spalmata interamente di un grosso strato di ocre giallastra. Tazza a tronco di cono,
posato per la base maggiore e con orlo rabboccato in fuori.
27 novembre — 27. Cilindro di tufo vuoto internamente (diam. m. 0,35, profondo
0,30), chiuso da coperchio emisferico identico a quelli del gruppo di s. Bernardino.
L'ossuario di questa tomba era rappresentato da una piccola olla a forma ovoidale
allargata all'orlo, priva del manico e di qualsivoglia decorazione; era chiusa da ima
ciotola a largo corpo ed a fondo leggermente umbilicato, la quale conteneva una na-
vicella lunga cm. 12. a forma piatta, con bordi allargati e rotondeggianti, e divisa
a prua con una costola rilevata, che termina con una testa di oca.
Seguono i vasi di corredo che circondavano l'ossuario; e teniamo conto dell'ordine
con cui furono estratti:
a) Piccolo vaso che ripete la forma dell'ossuario.
li) Olla corputa, ristretta al piede ed all'orlo, e con ansa a nastro applicata
alla metà del corpo : questo superiormente è ornato di uno zig-zag, impresso con stru-
mento adunato e compreso entro due graniture a doppio solco; inferiormente di un
rozzo meandro rettangolare graffito con pettine a quattro denti.
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e) Vasetto di tipo laziale con corpo steccato verticalmente, e decorato sotto
l'orlo da un giro di zig-zag ad impressioni di fibula.
d) Due tazzine a calice.
e) Vasetto a corpo compresso con piede ed orlo sporgenti , con ansa a nastro
rilevata sopra all'orifìcio : sotto a questo ricorre ima doppia impressione di cordicella,
e nella parte rilevata del corpo si ripete per otto volte uno scacco triangolare a linee
concentriche, impresse con uguale strumento.
Nel fondo del cilindro si raccolse un anello di filo di rame avvolto a triplice
spira, una piccola lancia di lamina (lunga min. 45) con cannula formata della stessa
lamina ed accartocciata, un piccolo sauroter di lamina, appartenente a detta cuspide,
piccolo cutter lunato, fusaruola a tronco di cono, la cui base è decorata con un giro
di punteggiature.
28. Cilindro identico al precedente, e scoperto a poca distanza dallo stesso. Il
cinerario a rozza pentola compressa verso il fondo, aveva un manico a nastro , che
rilevavasi ad occhietto sull'orlo, ed era decorato in giro da un doppio solco graffito
sotto l'orlo, e più in basso, da quattro riquadramenti con punteggiature agli angoli,
e contenenti quattro linee graffite ed incrociate diagonalmente. Una di questi riqua-
dramenti è diviso dagli altri, a mezzo di un meandro rettangolare. La ciotola, che
cuopriva questo ossuario, ha forma di callotta sferica con orlo rientrante, priva del
manico e di decorazioni. Accompagnavano l'ossuario i seguenti oggetti:
a) Due rozzissimi vasetti di forma semiovoidale e privi dell'ansa.
b) Due tazzine a calice del tipo più comune.
e) Due rozzi poetila privi del manico, ed altri due con manico a bastoncello,
applicato verticalmente sotto l'orlo.
il) Vasetto di rude tecnica, a corpo molto rigonfio ed a collo decorato all' in-
giro da una linea punteggiata.
e) Tazzina a forma rotonda e compressa, con orlo rilevato in fuori, e con ansa
rialzata sopra all' orlo e decorata presso 1' attaccatura di tre impressioni di fibula :
identiche impressioni si ripetono a zig-zag sotto l'orlo, mentre il suo corpo è steccato
a tratti obliqui e paralleli.
/) Lama di cutter lunato, lunga mm. 35.
g) Piccola cuspide di lancia, identica a quella ricordata nella tomba prece-
dente e lunga mm. 66.
li) Frammenti di un arco semplice di fibula.
29. Cilindro di tufo con chiudenda a callotta sferica vuota al disotto. Conteneva
il cinerario di tipo comunissimo, decorato sul corpo di una sottile fascia ad impres-
sioni oblique di fibula, lo quali girano ad angolo retto sotto l'attaccatura del manico,
e poco più in basso di quattro rettangoli intramezzati diagonalmente da ima croce a
braccia gammate a zig-zag, e punteggiati negli angoli. Detto vaso posava entro l'orlo
di grande olla, spezzata appositamente all'attaccatura del collo al corpo, dove appa-
riscono graffiti due solchi paralleli, sotto i quali sono larghe impressioni oblique a stecco.
La ciotola-coperchio è rappresentata da un disco concavo, forato nel fondo e con orlo
aperto ed obliquamente rilevato. Questa conteneva una grande fìbula a scudetto spi-
raliforme bulinato nel contorno, ed un anello a sottile fascia di bronzo, striata a
sbalzo. Vj notevole la giuntura della lamina che fonua 1'auollo: da un capi porta un
— 307 —
foro circolare, entro il quale passa l'altro capo tagliato a T. Dentro al cinerario la
sola fusaruola ovoidale, ed intorno i seguenti manufatti, disposti con quest'ordine:
a) Navicella a fondo piatto, lunga cm. 15, e sostenuta su quattro alte gambe umane.
li) Ciotola grande a fondo allungato, quasi a tronco di cono, e priva di deco-
razione granita od impressa.
e) Idem più piccola.
d) Tazzina con manico rialzato sopra all'orifìcio, e con corpo steccato a fune.
e) Vasetto a corpo ovoidale, e ad ansa a nastro sporgente tra il corpo e l'orlo.
/) Piccolo e rozzo poculum a forma semiovoidale.
rj) Tazzina a tronco di cono, ornata sotto l'orlo di quattro prese formate di
un listelletto piegato a semicircolo.
li) Cinque tazze a calice sul tipo dato nella tav. Ili, fìg. 7.
i) Due tazze identiche alle precedenti, ma con largo piede intagliato con tre
rozzi fori.
/) Due tazzine a calice, unite all'orlo ed al piede per mezzo di due listelletti.
30. Pozzetto murato nella terra vergine alla profondità di circa m. 1,75, e chiuso
da informe lapide di nenfro, la quale insieme ad ima parte della muratura aveva
ceduto al peso del terrapieno, ed era franata sulla funebre suppellettile. I frammenti
del cinerario ricordavano una forma comunissima, cioè a corpo rotondeggiante e molto
allungato verso il piede; quelli della ciotola si trovarono confusi coi molti detriti
dei fittili, ne fu possibile raccoglierla in grandi frammenti. Nondimeno si estrassero
in mediocre stato di conservazione: Due vasi a bulla compressa verso il fondo, e compita
da snello collo a tronco di cono. La parte più sporgente di uno di essi è decorata di
rozzo meandro rettangolare, ottenuto coli' impressione di cordicella ; quella dell' altro
di grandi triangoli a vertice abbassato obliquamente, striati con uguale impressione. Pic-
calo e rozzissimo tipo di cinerario Vìllanova. Ciotoletta a forma rotonda e compressa
verso il fondo. Due semplici tazzine laziali a manico sporgente sull'orlo. Una tazza
a calice e con basso piede.
Nel fondo del pozzetto, sotto ai predetti fittili, si raccolse un arco di fìbula con
avanzo dell' attaccatura dello scudetto, ed un frammento di laminetta di bronzo piegata
a semicircolo.
28 novembre — 31. Cilindro identico a quelli notati sopra. Il cinerario ripete la
forma comune, è decorato in giro di riquadrala enti con sioastikas, una delle quali
trovasi isolata e priva di contorno sotto l'unica ansa a nastro. Neil' attaccatura di
questa all'orlo, sotto cinque linee graffite si trovano quattro impressioni angolari di
fibula a fune; nella parte anteriore del corpo, tre prominenze coniche ; sotto l'attac-
catura dell'orlo, un meandro rettangolare graffito con pettine a tre punte. I seguenti
vasi erano stati deposti attorno al cinerario con quest'ordine:
a) Due tazzine con manico rialzato sopra all'orlo ; una di esse steccata a fune
nella prominenza del corpo.
b) Tre tazze a calice di rozzissima tecnica.
e) Vaso rozzo corputo ed allargato verso il fondo ; sotto l'orlo una fascia a
quattro graniture, ed un giro di zig-zag triangolari impressi con strumento a fune.
Nella sporgenza del corpo tre riquadramenti punteggiati agli angoli, e contenenti una
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croce, i cui bracci terminano con molte graffi ture concentriche. Da un lato del corpo,
il cattivo stato di conservazione scuopre i due fori, entro i quali incastravano i capi
dell'ansa a nastro.
d) Due rozzi poetila ansati.
e) Tazzina a forma compressa, e con manico rialzato ed ornato presso l'attac-
catura e nella parte interna dell'orlo di tre. cerchietti a trapano, messi in mezzo da
quattro triangoli ottenuti con impressioni oblique di strumento a fune. Nella parte
più prominente del suo corpo si ripetono in giro i cerchietti a trapano, molto distanti
l'uno dall'altro.
f) Tazzina a breve piede, a fondo piano ed umbilicato.
g) Cinque fusaruole, tre delle quali a forma ovoidale e liscie, le altre a bac-
cellature ottenute collo stecco.
h) Coppia di fibule, il cui arco è formato di piccoli dischi di osso o di avorio
infilati in un sottilissimo quadrello di bronzo.
i) Due braccialetti di sottile filo eneo.
/) Piccola fibula ad arco semplice.
m) Frammento d'armilla, composta di un sottile filo di rame ondulato.
n) Avanzi d'una collana, consistenti in piccoli grani di ambra e di pasta
vitrea bleu e nera.
30 novembre — 32. Pozzetto difeso da muratura cilindrica di scaglie di nenfro, e
chiuso da due parallelepipedi di uguale pietra. Del cinerario e della ciotola si rac-
colsero pochi frammenti: quello aveva forma di pentola, identica al tipo più comune
di s. Bernardino e priva di decorazione; questa a piede allungato e con ansa un
poco rialzata sopra 1' orlo. Tra le pareti del pozzetto ed il cinerario si raccolse :
Un' altra ciotola a forma emisferica , di rozzissima fattura e priva dell' ansa e di
qualsivoglia ornamento. Due vasetti a forma compressa, con piede appena accennato e
con manico a nastro unito dall'orlo alla massima sporgenza del corpo, che porta un
giro di steccature a fune. Vaso a forma ovoidale compressa, con manico a nastro
verticalmente applicato nella parte superiore del corpo, che è decorata di tre gruppi
a tre grosse punteggiature disposte a triangolo.
33. Cilindro chiuso da callotta emisferica, e posato in fondo ad un incavo ci-
lindrico, che misurava m. 1,60 di altezza e m. 0,85 di diametro. Cinerario rozzissimo
a foggia di pentola, molto corputa e priva di orlo rilevato. Posava entro lo stesso
una ciotoletta ad orlo rientrante, fondo a tronco di cono ed ansa semielittica obli-
quamente rialzata da un lato dell'orlo. Circondavano l'ossuario i seguenti manufatti.
«) Ciotola grande, corputa, ed a fondo allungato, superiormente decorata di
una sottile fascia ad impressioni oblique di fibula, e poco più sotto di un meandro
rettangolare ottenuto con strumento a doppia punta.
//) Vasetto di tipo laziale, steccato a fune nel corpo. Fu trovato dentro alla cio-
tola precedente.
e) Idem con uguale fascia che la ciotola segnata con r/, la quale gira sotto l'ansa
ed è punteggiata negli angoli : questo esemplare in luogo del meandro porta in giro tre
gruppi di linee graffite a zig-zag, concentrici. Idem di modulo piccolo con uguale fascia
sotto l'orlo e sotto il manico, e con meandro triangolare impresso con strumento a fune.
— 309 —
(I) Navicella a fondo piatto, orlo appuntato o rivolto in giù: sostenuta sopra
uno snello piede a tronco di cono.
e) Altra navicella a fondo piatto, ed a bordi molto aperti. Ambedue questi
esemplari sono frammentati.
f) Tazza a calice.
Nello spurgare il pozzetto dalla terra d'infiltrazione, si raccolse ima lama di col-
tello arcuato di ferro, lungo em. 6, ed altra piccola (cm. 5) lama ugualmente in ferro.
1, 2 dicembre — 34. Cilindro identico a quello descritto. Ossuario di tipo comune,
ornato sotto l'orlo di sottile granitura, interrotta a distanze uguali da gruppi di tre
punteggiature. Nella parte più sporgente del suo corpo, girano cinque meandri trian-
golari, graffiti con strumento a quattro punte. Piccola ciotola di esecuzione accurata
con ansa tolta in antico, di cui resta l'attaccatura del corpo ornata di un grosso foro :
sopra all'orlo ricorrono sottilissime impressioni triangolari di fibula a fune, compite
al vertice da un cerchietto a trapano , di più si elevano sul medesimo due protube-
ranze coniche, impresse con tre giri di uguali cerchietti. Segue la nota dei manufatti
e degli ornamenti, che completavano il funebre corredo di questo sepolcro.
a) Tazzina a manico rialzato sopra all'orlo, che internamente è decorato di due
zig-zag triangolari, ottenuti con impressione di strumento a fime. Questo ornamento si
ripete nel corpo della medesima presso l'attaccatura del manico.
b) Idem priva di dette impressioni, ma con corpo steccato verticalmente.
e) Tre ordinarie tazze a calice.
d) Quattro tazze a tronco di cono, di una tecnica e di una esecuzione trascu-
ratissima.
e) Kozza ciotola a piede allungato ed orlo un poco rientrante: è frammentata
nel fondo e presso l'orlo, ma non porta alcuna decorazione.
f) Ciotola grande corputa, ed a piede ed orlo rastremati. Sotto al suo orlo e
sotto l'attaccatura inferiore del manico, gira la solita decorazione a impressioni di stru-
mento a fune. La sommità del suo corpo è ornata da un meandro rettangolare, ese-
guito con pettine tridente.
g) Due rozzi pocula.
li) Piccola lancia di lamina enea, con lama a losanga e lunga, compresa la can-
nula, cm. 6.
i) Arco di fibula in lamina compressa, composto di due porzioni di cerchio,
di cui la superiore termina colla spirale dell'ardiglione, l'inferiore colla lunga staffa.
/) Cutter limato e tagliente nella parte convessa. È formato con una lamina
ritagliata in giro ed attorno al manico, che è semplicemente forato.
Scavi del Merellio di s. Magno (30 novembre — 20 dicembre 1885)
Sebbene precipuo scopo degli scavi bisentini fosse quello, di rintracciare i docu-
menti relativi al periodo più antico della presenza dell'uomo in quella regione, non-
dimeno i sigg. cav. Paolozzi e fratelli Brenciaglia ebbero il lodevole pensiero, di non
lasciare inesplorate le tombe a camera, che circondano per ogni lato le scogliere tu-
facee di Bisenzio nella parte nord-ovest, cioè dalle macchie di s. Magno al poggio
della Mina. Era volgare tradizione a Capodimonte, che le medesime, sui primi di
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. 39
— 31Q —
questo secolo ed ancora in tempi più recenti, avessero offerto pregevolissimi vasi
dipinti, che poi passarono alla raccolta Vaticana: ed invero nel castello Brenciaglia
tuttora si conservano alcuni bronzi, siccome urceoli, patere umbilicate, qualche vasetto
di vetro smaltato e cinque o sei vasi dipinti, che ripetono rappresentanze riferibili al
mito dionisiaco, ugualmente che i fittili discoperti nel terzo strato delle casse alla
Palazzetta. Gli scavi furono rivolti sulla costa che guarda il lago, a nord-ovest
dell'antica città, in luogo denominato il Merellio di s. Magno. S' incominciarono alla
fine di novembre, e si continuarono ad intervalli fino al 20 di dicembre. Le tombe
discoperte ammontano a circa una ventina; sono tutte a cella con ingresso a trincea,
chiuso alla porta da una serra di tufi squadrati, e portano attorno alle pareti un banco
rilevato sullo scoglio, alto m. 0,65, largo un metro. Nessuna di esse si trovò immune
da precedente visita, tanto più che rasentavano tutte, disposte in due file, un'antica
via, che dall'abitato romano di Bisenzio si spingeva entro la foresta di s. Magno in
direzione di Gradoli. La maggiore parte ha dato pochissimi frammenti di vasi, dispersi
dai primi visitatori; tre sole una quantità veramente considerevole di fittili, di varia
grandezza e di vario tipo. Inoltre queste ultime si distinguevano per un tentativo di
semplice decorazione a colore rosso. Faccio seguire la descrizione dettagliata di cia-
scuna delle medesime e del loro contenuto.
I. tomba. Celletta a pianta rettangolare di m. 2,00 X 2,20, con ingresso aperto nel
lato maggiore, ed accuratamente ostruito con tufi squadrati del luogo. Si trovò la serra
a suo posto in fondo a breve corridoio, largo m. 1,10, nel quale presso la porticella
sì da im lato che dall'altro aprivasi un nicchiotto. Sebbene questo si trovasse esplo-
rato, pure la chiudenda intatta ci fece nutrire speranza, che il contenuto non fosse
stato giammai manomesso : ma ad eccezione dei molti fittili, si riconobbe poi che pel-
ai tra via la tomba fu spogliata degli oggetti preziosi che poteva contenere. La cella
sepolcrale era coperta da volta a doppia pendenza, che si distaccava dalle pareti sopra
un profondo e largo solco, il quale più che per ornamento, credo fosse stato intagliato
per raccogliere gli stillicidi del masso, affinchè non corressero liberamente sui banchi.
Questi potevano contenere tre cadaveri, poiché giravano attorno alle pareti, lasciando
così nella pianta della tomba un passaggio, largo cm. 90. Sui banchi nessun oggetto,
nemmeno gli avanzi dei cadaveri , che si trovarono in parte rovesciati nel passaggio
menzionato. La funebre suppellettile era tutta quanta disposta in tre profondi loculi,
ciascuno rispondente sopra al relativo letto. A metà delle pareti girava una fascia larga
cm. 4, e dipinta di ocre rossa assai sbiadita per l'umidità : due fasce consimili dispo-
ste a triangolo, e divise da una terza verticalmente calata dal vertice, erano dipinte
sopra alla porta a guisa di fastigio ; e nella volta tre linee rappresentavano i correnti,
uno al vertice, gli altri a metà delle pendenze. I più grandi vasi, che qui sotto sono
notati, furono tolti dal loculo di fronte all'ingresso, gli oggetti in oro ed in pasta vitrea,
confusi colle ossa ai piedi dei banchi.
1) Grande ziro (alto cm. 68) con manico piano e verticale, applicato dalla parte
superiore del corpo all'orlo.
2) Foculo imposto sopra un cilindro di terracotta : altezza totale m. 0,54, dia-
metro del foculo 0,50.
'■'') Anfora alta cm. 55, di stilo corinzio, ma d'imitazione localo. È dipinta ;i
— 311 —
fasce rosse e rosso-scure. Sulla fascia superiore, da ciascun Lato delle ausi', due ani-
mali acquatici, nell'inferiore da una parto un leone con giubba, coda e macule nel
corpo di coloro biancastro, e con zampe rosse e bianche. Sembra che il medesimo porti
in bocca una gamba umana. Segue dietro al leone un'aquila con corpo rosso, ali e
coda bianche ; indi altro volatile interamente colorito di bianco, ed un cervo che pa-
scola, dipinto di bianco e di rosso.
4) Due rozze anfore a corpo rotondo, e con manichi formati di due bastoncelli
accoppiati : una di esse si trovò chiusa da rozzo coperchio emisferico, ansato sopra e
verniciato di ocre rossa.
5) Kylix emisferica con doppia ansa, e con decorazione di fasce rosso-scure e
bianche. In giro corre un fregio di animali acquatici alternati con rosette.
6) Bombylios a bulla sferica, orlo piano e sporgente e con ansa verticale. È
di bucchero nero e lucido, e imita nella forma i bombylioi egizi di creta biancastra.
7) Piccolo as/cos a forma di capriolo coricato. E interamente punteggiato di
rosso-scuro.
8) Idem a forma di porco-spino, ugualmente punteggiato.
9) Grande anfora di bucchero, le cui anse sono rappresentate da larghe fasce,
che presso all'attaccatura del corpo si uniscono a due branche a bastoncello.
10) Grande kylix di bucchero nero e lucido (diam. m. 0,285). È ornata nella
parte inferiore del corpo da due fasce di sottilissime graniture.
11) Kozza kylix, che ripete la decorazione ad animali del vaso segnato col
n. 5, ma entro una fascia pili grande.
12) Piccola patera umbilicata di creta rossastra.
13) Due kantharoi a doppie anse rilevate sopra all'orlo.
14) Kantharos ad un solo manico, guernito sopra di un bottone piano e circolare.
15) Vasetto a forma di disco concavo e compresso. Porta da un lato un alto
manico a nastro, decorato sopra di due cornetti cilindrici verticalmente accoppiati.
16) Due oinochoai di bucchero con corpo a bulla sferica , collo a tronco di
cono riverso, e beccuccio sagomato a foglia di edera.
17) Vasetto identico al n. 15, ma privo di manico.
18) Ciotola di bucchero a tronco di cono.
19) Due tazzine di bucchero, con orlo incavato al di sotto e molto aperto.
20) Cinque patellae di bucchero di varia grandezza, la maggiore con due listelli
risaltanti nel corpo e nel piede.
21) Kylix di bucchero a doppia ansa semiellittica ed orlo piano ed obliqua-
mente rialzato.
22) Tazza a calice con snello piede e con orlo rientrante.
23) Tazzina a bulla sferica compressa verso il fondo, e con orlo schiacciato sul
corpo. È interamente ricoperta di ocre rossa.
24) Tazza a calice di creta rossastra verniciata come la precedente.
25) Lagena di bucchero, con orlo forato da una parte e limitato al di sotto da
un beccuccio : ai lati di questo tre sporgenze.
26) Alabastron a foggia di gamba umana.
27) Idem più grande e più rozzo.
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28) Idem a tronco di cono, con piccolo orlo piano e con ansa sotto a questo.
È dipinto a zone nere su fondo chiaro.
29) Due vasetti identici al n. 23, ma dipinti superiormente con una fascia ad
animali acquatici.
30) Tre lekithoi a fondo appuntato, dipinti a fasce sottili di coloro scuro, e
nella parte superiore e pianeggiante del corpo a piccole foglie scure.
31) Due alabastro, a fondo piano, coloriti a fasce rosse.
32) Ciotoletta ad orlo rientrante, plasmata in creta rossastra e dipinta nell'orlo
con una fascia di colore scuro.
33) Tre rozze otnochoai, identiche nella forma a quella descritta al n. 16.
34) Due tazzine a piede, con corpo rientrante e privo di orlo : nella parte supe-
riore di quello, gira una fascia con entro animali acquatici dipinti di rosso, alternati
da piccole rosette di uguale colore.
35) Bombylios a bulla , con lungo collo, orlo piano e piccola ansa verticale.
Sotto al suo orlo gira un ornamento a foglioline, e nel corpo una fascia ad ocherelle
dipinte in rosso-scuro.
36) Lekythos a piccola bulla, il cui fondo è un poco allungato : ha un collo
cilindrico alquanto sottile, ed una piccola ansa a nastro da un lato.
37) Bozzo vaso emisferico di creta rossa, ristretto all'orificio e sagomato con
due larghe steccature. Da un lato porta un alto manico a nastro.
38) Piccola spirale di oro compita ai capi da un rosoncino, e formata da un
fascetto di quattro lili, due dei quali interni sono avvolti a fune.
39) Capocchia di bottone a rosetta sbalzata con cinque foglie.
40) Scarabeo di pasta vitrea celeste. È di provenienza egiziana, e scritto nella
parte appianata.
IL tomba. Non differiva dalla precedente nella grandezza, e nella disposizione dei
letti funebri e dei fittili entro i loculi. Di più fu trovata alla sinistra della stessa,
e così a contatto, che gli antichi espilatoli avevano perforato la parete che le divi-
deva: ciò spiega perchè fosse trovata a suo luogo la serra della tomba descritta e
parte della sua suppellettile, che non sarebbe passata per quel vano se non in fram-
menti. La volta di questa seconda cella aveva forma semiellittica, con uguale incavo
nell'impostatura e colla solita decorazione di tre fasce longitudinali dipinte in rosso,
ma coli' aggiunta di dieci correnti trasversali per ciascuna parte, dipinti di uguale co-
lore. Le pareti a metà dell'altezza, siccome nell'altra tomba, sono divise da una fascia
orizzontale colorita in rosso sulle tracce di un solco graffito. Il loculo di fondo sol-
tanto conteneva a suo posto la suppellettile seguente :
1) Foculo composto di un piatto (diam. ni. 0,50) ad orlo piano, un poco con-
cavo, con rialzo incavato nel mezzo, e munito al di sotto di quattro prese rettango-
lari. Posa su alto piede cilindrico, superiormente ornato di grossi fori circolari, e infe-
riormente di fori triangolari l'uno inverso all'altro.
2) Vasetto a bulla compressa verso il fondo. È dipinto a ocherelle di colore
rosso-scuro.
3) Vasetto ad orlo rientrante e piede allungato: esso pure è dipinto nella mas-
sima sporgenza del corpo a fasce rosse, alternati' con un giro di piccole oche.
— 313 —
4) Vaso emisferico ad orlo piano, ed obliquamente rilevato e con ansa a baston-
cello. Si ripete attorno al suo corpo la fascia di ocherelle.
5) Cinque patellae di bucchero con orlo rientrante.
6) Piccola patera umbilicata di bucchero.
7). Tre tazze di bucchero a forma di calice.
8) Idem di creta rossa.
9) Tazzina d'impasto rossastro, e con piede ed orlo rientranti.
10) Koiitlutros di bucchero a doppia ansa.
11) Bombylios con due tigri coricate, rivolte l'ima contro l'altra, e dipinte di
rosso-scuro e di nero.
12) Idem a fasce rosse ed a fasce punteggiate di rosso.
13) Piccola oinochoe di bucchero con corpo rigonfio in basso, beccuccio sago-
mato e manico a nastro.
14) Oinochoe di forma identica, ma più grande.
15) Aryballos a bulla con ocherelle dipinte in giro.
16) Tre anforette dipinte a fasce rosse.
17) Sei oinochoai di varia grandezza, di bucchero nero e lucido.
18) Due rozze oinochoai di creta rossastra.
19) Due patellae di creta rossa, dipinte internamente di fasce nere concentriche.
III. tomba. Piccola cella (m. 2 X 1,75) munita in giro dei soliti banchi, e trovata
più a sinistra ma sulla stessa linea delle due descritte. Per accedere alla medesima,
gli antichi espilatoli avevano distrutta una parte della fronte, ed erano discesi tra questa
e la chiudenda. I vasi più grandi si trovarono accatastati nell'interno a contatto della
serra, gli altri dispersi ai piedi delle banchine e rovesciati dentro all'unico loculo,
che si approfondiva nella parete di fronte. Quivi si ripeteva l'ornamento accennato
sopra alla porta della prima tomba, cioè vi erano dipinte due linee che convergono
ad angolo verso il loculo, ed erano divise da altra perpendicolare. Dette fasce, dapprima
graffite, furono quindi ripiene di ocre rossa.
1) Ziro di bucchero a doppia ansa, alto m. 0,48. Tra le anse quattro leoni acco-
vacciati, plasmati a bassorilievo ed in profilo.
2) Due tazze a calice di bucchero con basso piede, orlo leggermente rabboc-
cato in fuori, e corpo a baccellature sbalzate dal di dentro.
3) Oinochoe dipinto anteriormente con due guerrieri, che si vanno incontro pro-
tendendo lo scudo e stringendo la spada. Hanno testa nuda dell'elmo, ma i capelli
cinti da una tenia biancastra: indosso im corsaletto aderente alla vita, ed alle tibie
gli schinieri.
4) Anforetta dipinta a foglie di edera , ed a baccellature rosse e nere nella
parte superiore del corpo.
5) Anforetta di forma snella, ma un poco più grande della precedente. Sul collo
porta dipinte due palmette, e nel corpo più fasce sottili di colore nero.
6) Anfora grande, con un solo giro di palmette nel collo, e due nel corpo.
7) Grossa oinochoe di bucchero, di forma golìa, con beccuccio sagomato e con
manico formato da due bastoncelli accoppiati.
8) Piatto sostenuto su basso piede, dipinto esternamente di fasce nere.
— 314 —
!)) Vasetto di bucchero a bulla, compressa un poco verso il fondo e sottilmente
steccata nella parte inferiore. Il suo collo ha fonna di tronco di cono riverso, ed il
manico a bastoncello è applicato nella parte superiore del corpo, e rialzato e fissato
sopra all'orlo.
Regione VI. {Umbria)
X. Perugia — Bromi del giuoco del Cóttabo, scoperti nella necropoli
perugina. Nota del prof. F. Barnabei.
Trovandomi in Perugia il giorno 15 ottobre, di ritorno da Todi, ove mi recai per
ordine del Ministero ad esaminare le scoperte quivi avvenute, e delle quali si dirà
nei prossimi fascicoli, fui molto amorevolmente accolto dall'egregio ispettore prof. Ca-
rattoli, a cui sono lieto di esprimere pubblicamente la mia riconoscenza. Sotto la
guida di lui e del bravo sig. Angiolo Lupattelli, ebbi la fortuna di ammirare le anti-
chità preziose che si conservano nel Museo perugino ; nella qual visita mi accompagnò
pure il eh. prof. Francesco Moretti, della cui cortesia serberò sempre grato ricordo.
Con questi signori mi fermai ad esaminare i bronzi recentemente scavati nella
necropoli di Perugia, in contrada Frontone ; i quali, il giorno stesso 15 di ottobre,
come dalle persone del Museo mi fu detto, furono per la prima volta esposti al pub-
blico, e collocati nelle vetrine, essendosene da poco fatto l'acquisto per conto dell'am-
ministrazione. Ne era avvenuta la scoperta nel maggio scorso, ed un rapporto del prof.
Carattoli intorno alla scoperta medesima, era stato edito nelle Notizie dello scorso luglio
(p. 221).
Si ferino subito l'attenzione mia sopra un oggetto, che mi parve di non comune
importanza, e mi affrettai ad esporre a quei signori la mia opinione; la quale per
altro dal sig. Lupattelli non fu subito accettata, perocché non era la prima volta che
un oggetto simile si era rinvenuto nel territorio di Perugia ; altri in fatti se ne con-
servavano nel Museo; e sopra di essi unanime era stato il parere de' dotti, che vi
avevano riconosciuto solo dei candelabri. E come candelabro questo oggetto era stato
indicato nella relazione edita nelle Notizie, che ho ricordata superiormente. Per uno
di questi nondimeno, continuava il sig. Lupattelli, la sentenza era stata varia, aven-
dovi il dottissimo Vermiglioli riconosciuto un istrumento musicale, quantunque il
compianto Conestabile avesse poi mostrato, che meglio a far da candelabro quell'istru-
mento medesimo fosse stato acconcio ; se pure non si voleva stare alla supposizione di
quelli, che vi avevano riconosciuta un' insegna militare, od un istrumento guerresco.
Intendeva di alludere a quel bronzo, formato di vari pezzi, che fu scoperto nella tomba
dei Volunni, che si conserva ora nell'ipogeo stesso, ed è riprodotto nella tav. XIV n. 5
dell'opera del Conestabile intorno ai monumenti di Perugia etnisca e romana (').
La quale tavola io riguardando, trovai motivo per confermarmi nella mia credenza.
E poiché, da quanto mi affermava il sig. Lupattelli, che è stato sempre in rapporto
(') Dei monumenti di Perugia, della letteratura e bibliografìa perugina. Perugia 1855,
voi. 'i con atl.
— 315 —
coi (lotti che studiarono e studiano lo antichità perugino, nessuno aveva finora mani-
festato avviso, che col mio parere fosse di accordo, ho reputato utile di non frapporre
indugio nel comunicare questa Nota, la quale serve a meglio dichiarare alcune delle
cose, che in questi fascicoli furono inserite.
L'oggetto di cui io parlo, descritto come un candelabro, fu rinvenuto fra il 2.">
ed il 27 di maggio, in un ipogeo etrusco nella necropoli del Frontone, come è minu-
tamente dichiarato nel giornale (Notizie, 1. e). In una zona di sepolcri depredati, quasi
stri limite della strada rotabile, si scopri una tomba a camera con volta franata;
dove, in mezzo alla terra, che dentro erasi accumulata per la rovina, si recupe-
rarono vari oggetti della suppellettile funebre; cioè un bellissimo olmo di bronzo;
due gambali e numerosi resti di una corazza ; un punteruolo di lancia pure di bronzo,
ed un orcio dello stesso metallo ; inoltre alcune lancie di ferro ossidato ; resti di va-
setti fittili ordinari; e frammenti di un vaso dipinto; i quali essendo stati riuniti,
dopo che il giornale del prof. Carattoli fu scritto, servirono a ricomporre un bellis-
simo oxybaphon a figure rosse in fondo nero, di stile severo, e rappresentante divinità
dell'Olimpo. Vi era stato apposto un coperchio di lamina di bronzo; nel cui centro
sorge una figurina, da competere per arte con quelle che formano i manici più ele-
ganti delle maravigliose ciste prenestine. Ha la patera nella mano destra. Sull'orlo
poi di tale coperchio, collocate ad uguale distanza, stanno tre figurine muliebri, ima
delle quali alata, ma condotte assai rozzamente, ed un cane eseguito con rozzezza
anche maggiore.
Pare che con quest'uomo d'arme fosse stato seppellito anche il cavallo ; così poten-
dosi argomentare dai denti equini, che nel giornale si dice fossero stati scoperti nella
corsia di entrata; dove tutto fa supporre, che i resti dello scheletro dell'animale an-
dassero confusi tra le terre che si sgombrarono.
Ma checche sia di ciò, importa notare, che il corredo funebre di quel guerriero
non consisteva nei soli oggetti sopra accennati ; ma andava unito ad essi anche
quello che porge materia alla mia Nota. Si compone di vari pezzi, che non tutti fu-
rono citati nel rapporto già edito. Quivi si parla di « un' asta di bronzo appartenente
ad un candelabro , alto m. 1,60, posato su base circolare, del diametro di m. 0,36,
sostenuta da tre piedi semplici, e che termina superiormente in un puntale mobile,
sormontato da un fanciullo pure di bronzo, a tutto rilievo con gamba e braccio destro
elevati, in atto di danzare, dell'altezza di va. 0,14 circa ».
Ora l'arnese qui indicato, si completa con altri pezzi scoperti insieme a quelli
sopra descritti ; ai quali poscia vennero riuniti, ed ai quali assolutamente appartengono,
come si verrà qui dimostrando.
Vi è un largo piatto di lamina di bronzo, in forma di coppa, un poco danneg-
giato, con buco nel centro, attraverso il quale passa la lunga asta; ed un piccolo
disco piano, del diametro di rum. 95, o poco meno. Merita di essere ricordato anche un
altro pezzo, cioè un anelletto di bronzo che scorre sull'asta; il diametro della quale va
gradatamente restringendosi in modo, da farla rassomigliare ad un bastone di frusta. Sopra
il detto anello riposa il largo piatto o bacino, il cui foro centrale, per dove passa l'asta,
ha un diametro maggiore del diametro interno, e minoro del diametro esterno dell'anello
medesimo.
— 316 —
Benché nessun argomento vi possa essere a prima vista, per dubitare che trattisi
di un puro e semplice candelabro, pure se si considera poi attentamente, non si può
comprendere in che maniera mai questo candelabro si potesse adoperare.
Si abbia una base di bronzo, sostenuta, a guisa di una cista, da tre piedini;
in mezzo alla quale sia superiormente fermato nel centro un imbuto o cannello di bronzo;
ed in questo si conficchi una lunga asta, di lamina enea, restringentesi gradatamente
verso la sommità, ed alta quanto è alto un uomo di statura ordinaria ; fermandola con
un chiodetto trasversale attraverso il buco praticato nel cannello esterno, e rispondente
ad altro buco nella parte inferiore dell'asta, che rimane nascosta. Si faccia scendere
nell'asta medesima, così piantata a perpendicolo, un anello mobile, che si fermi verso
il basso od a metà, ossia nel punto, ove il diametro dell' asta diventa maggiore del
diametro interno dell'anello; quindi si prenda un largo piatto o bacino di lamina,
con un foro nel centro, e si introduca anche questo dall'alto nell'asta, in modo che
venga a riposare ove l'ostacolo dell'anello gli si oppone. Si consideri finalmente, che la
detta asta finisca al di sopra in una punta non acuta ; che questa poi si perda, combacian-
dovi perfettamente, entro un cannellino che vi si ponga, dopo aver fatto entrare nell'asta
e l'anello ed il piatto ; e che il detto cannellino , simile alla parte superiore di una
colonnetta, sostenga nel capitello o dado una figurina, non già in atto di danzare ,
come fu creduto, ma in movimento di portare più alto che sia possibile il braccio e
la mano destra, o meglio un oggetto che nella mano solleva.
Che tutta questa compagine non avesse potuto servire per un lume, si rileva
nettamente da ciò, che nessun segno vi si scorge di quello che per un lume sarebbesi
richiesto. Non avrebbe potuto esservi messa una candela, come quelle rappresentate
nei candelabri dipinti sulle pareti delle tombe etnische; perocché mancava il chiodo
in cui conficcarla ; e non si riconoscono indizi del sito, in cui questo chiodo doveva
esser posto. Né avrebbe potuto servire da chiodo 1' oggetto che è nella mano della
figurina, e che la figurina leva in alto, pel motivo semplicissimo, che tale oggetto
finisce chiaramente a punta smussata, e rappresenta un rhyton capovolto, come dirò
appresso.
Altro sito poi non avrebbe potuto esserci per mettere ima candela ; che assoluta-
mente non avrebbe potuto collocarsi nel piatto centrale, terminando esso nettamente
negli orli a superficie liscia , senza punte. Molto meno avrebbe potuto esserci luogo
per un lume sospeso o posato ; senza dire che contrasta al concetto di candelabro il lavoro
sottile e leggero, come quello condotto a lamina semplice e vuota; mentre per il bi-
sogno di solido appoggio, e tale da resistere agli urti continui della vita domestica,
meglio conveniva il pezzo formato di un solo getto e fuso, nel modo cioè con cui i
candelabri generalmente sono fatti.
Ma poi, dato pure che una candela od una face avesse potuto conficcarsi sulla
punta dell'oggetto sostenuto dalla statuetta di bronzo, resterebbe a vedere, in quale
posto allora avrebbe dovuto essere collocato il piattinetto , di cui sopra ho parlato.
Che appartenga esso all'istrumento di cui ci occupiamo, non può esser messo in dubbio.
Lo dimostra primieramente il fatto, che unitamente agli altri pezzi fu raccolto; ma
più che ogni altro lo dimostra un piccolo incavo praticato nel centro del piattinetto
medesimo, incavo che combacia perfettamente nella punta smussata con cui termina
— 317 —
l'oggetto od il rhyton sostenuto dalla statuetta, sulla base della colonnina, nella sommità
dell'asta o della canna. Collocato il piattinetto sopra questa punta, vi si mantieno
in perfetto equilibrio. Dunque, se era quello il suo posto, non è il caso di pensare a
candelabro, in nulla convenendo ad un candelabro un simile apparecchio.
A. che cosa allora serviva questo fusto , piantato su di una base, con larga coppa
nel centro, e con piattinetto in bilico nella cima? Non è difficile la risposta, per coloro
che abbiano avuto qualche familiarità collo studio dei vasi greci. Trattasi del giuoco
greco del Kóttabos, di cui tante volte furono disegnate le scene nelle pitture vasculari,
e di cui si fa continuo ricordo nei comici antichi ed in altri autori greci.
Intorno a questo giuoco scrissero recentemente i chh. Jahn ed Heydemann ; il
primo nel Philologus (XXVI, 2, p. 201. sq.), il secondo negli Annali dell' List Itulo
(1868, p. 217; cfr. Man. Vili, tav. LI).
Né voglio io ripetere ciò che nelle predette memorie si legge ; alle quali può
ricorrere chiunque ampiamente desideri occuparsi del tema. Mi basti il dire, che così
quegli autori, come gli altri che ne toccarono ne dissero, illustrando le sole fonti
archeologiche conosciute, cioè i vasi dipinti ; perocché fino ad oggi, nessun istrumento
originale di questo giuoco era noto agli studiosi, e quello di cui qui è parola, è il
primo che viene fuori; laonde il pregio suo è altissimo, massime poi se si riflette
che ci fa comprendere molte particolarità, le quali dalle semplici pitture vasculari non
era dato di comprendere a pieno.
Ripetono tutti che il giuoco del cottabo fu inventato in Sicilia, donde passò poi
in Grecia, e vi diventò di moda, fra la gente abituata alla vita elegante di Atene,
nel V. secolo avanti l'era volgare, cioè nel periodo della maggiore floridezza greca ;
e che, come cosa di moda, subì anch'esso le vicende del fanatismo e dell'abbandono,
essendo decaduto col decadere di quell'età felicissima. In fatti, mentre gli scrittori
dell'antica commedia e della commedia di mezzo ne parlano, come di un costume della
vita di allora, solo per reminiscenza ne toccano gli scrittori della commedia nuova ;
né vi è passo alcuno degli autori latini che provi con certezza, che dai Romani il
nostro giuoco fosse stato conosciuto ed usato (cfr. Jahn, 1. e. p. 220). Il che, se è
vero, non sarà per questo men vero ciò che prima di adesso era del tutto sconosciuto,
vale a dire, che se non presso i Romani, fosse stato presso gli Etruschi il giuoco greco
del cottabo e noto ed esercitato.
E se per quanto concerne l'età, nulla contrasterebbe a ciò che sopra si è riferito, tutto
portandoci ad ammettere che la suppellettile funebre di quella tomba, in cui il bronzo
nostro si conservava, massime se si considera il vaso dipinto, sia da riferire al V.
secolo prima di Cristo, cioè a quel tempo appunto in cui il giuoco del cottabo fu
maggiormente in voga ; non mancherebbero pure alcuni argomenti per farci ammettere
la probabilità, che il giuoco medesimo non avesse avuto fine in Italia nel tempo stesso.
in cui nella Grecia cadde in abbandono. Ma intorno a ciò non è qui il luogo di dire.
Assai confuse sono le opinioni dei dotti circa le varie maniere, con le quali
questo giuoco si praticava. Vi fu chi dalle fonti classiche credè di poter dedurre, che
queste maniere fossero nove (Groddeck, antiq. Versa-che 1800, p. 1(33-238); altri in-
vece concluse esser tutte queste non altro, che modificazioni di due principali forme
(Becker, Char. 1, 476). In generale si distinsero tre maniere.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Sor. 4a, Voi. II. 40
La prima e più semplice eia quella di segnare sul pavimento un punto, ove il
giuocatore, dopo aver fatto sull'indice destro roteare la fiala con entro il resto del
vino, doveva andare a colpire col poco liquore, che nel vaso potorio era stato lasciato.
Il cogliere nel segno portava il premio.
La seconda forma consisteva nel porre sul pavimento un vaso, in cui il liquore
doveva entrare per il colpo del giuocatore ; ovvero per accrescere la difficoltà, nel
collocare a terra un bacino pieno di acqua, entro cui galleggiassero delle scodellette
vuote {ò^i§a(p«, quindi 6 xórza^og Si ò^v§à(pav), scodellette che riempiute col vino
lanciato, dovevano poi andar sommerse.
La terza forma era quella del xórza^og xazaxróg; il qual nome, come spiega
Ateneo (XV, p. 666), veniva da questo : che il cottabo poteva essere abbassato, e poi
rialzato (') ; forse non solo per pura volontà (cfr. Heydemann 1. e. p. 233), ma a se-
conda della statura dei giuocatori.
Si prendeva un fusto, come quello di un candelabro (Jgd^dog xozTafìixrì), pian-
tato a perpendicolo, e passante nel centro di un bacino di bronzo (Xsxdvrj), che non
scendeva generalmente oltre la metà del fusto medesimo. In cima al fusto si collocava,
così che vi rimanesse in bilico, im piattinetto come di bilancia (nkàaziy^), sopra
cui si posavano alcuni piccoli oggetti, che vi si mantenessero in equilibrio; oggetti
che dovevano poi essere colpiti dal vino lanciato, e che cadendo sul bacino sotto-
posto, dovevano suscitarvi un sunno.
Vuol dire che non poteva essere detcrminata un'altezza costante, in cui la mira
do\ èva andare a colpire, ed a cui la cima del bastone coli' oggetto da colpire doveva essere
sollevata ; ciò che avrebbe prodotto troppo svantaggio di alcuni a vantaggio di altri, a
seconda della statura, se il colpo doveva essere dato come di fionda, in linea orizzon-
tale, ma poteva all'occorrenza essere riabbassato il bastone, facendone penetrare una
maggior parte, inferiormente nel cannello della base, óve il bastone era piantato, come
si vede nell'esemplare ora riapparso.
È chiaro adunque che il nostro piattinetto, che ad un candelabro non avrebbe
potuto mai convenire, che si mantiene in bilico perfettissimo sulla parte più alta del
nostro bastone, sia il vero piatto cottabico (nXdariy^) ; dove è da notare im piccolo
buco, che ben poteva servire per sospendervi qualche gingillo od altro, il quale
facendo prima da contrappeso, traboccasse poscia con tutto il piccolo disco, allorché
l'oggettino posato sul punto opposto a tale buco sopra il disco stesso, e destinato ad
essere la meta od il bersaglio, per l'urto del vino venisse a precipitare.
Perocché io sono di avviso, che la meta od il punto del bersaglio non consistesse
in questo semplice disco, che avrebbe offerta troppo poca superficie, o troppo lieve
ostacolo al giuocatore, se posto all'altezza di un uomo, e presentandosi in semplice
linea trasversale, avesse dovuto esser colpito come il taglio di una lama. E se vuoisi
ammetterò che il vino vi si dovesse avventare, non già dopo avergli dato il movi-
mento centrifugo, roteando la patera sull'indice della destra, ma col movimento pa-
rabolico, che nasceva per 1' uso del rhyton, ed in modo che dovesse cadere sulla
(') Siimi. Alisi. Pac. 1242: xtttaxtoi <i'è ixh'jfttjota1 <hiò roti xaràytiv, xcù av niihv ùvàyeiv,
lòv xÓTTufioy.
— 310 —
superficie del piccolo disco, i già colpire i! disco nel taglio; rimane sempre questo,
che per quanto sonoro sia stato il bacino di bronzo sottoposto, non vi si sarebbe mai
prodotto un suono di qualche effetto, per la caduta semplice di una piccola lamina,
come è il disco di cui ci occupiamo.
E so ciò non è in assoluta armonia con quanto le rappresentanze dei rasi fittili
ci insegnano, lascio che altri possa meglio dimostrare; e così non insisto sopra argo-
menti minori, che la materia consiglierebbe di svolgere. Uno tuttavolta merita, so
non altro, di essere accennato.
Secondo alcuni passi di autori, la laminetta per il bilico non sarebbe stata un
piccolo piatto di bilancia puro e semplice, come è il nostro, e come è quello che vedesi
in alcune pitture vasculari (Ann. 1886, tav. d' agg. B); ma una piccola tavoletta
(7tivaxfoMov), che sarebbe stata posta in bilico, e che sarebbe poi caduta per l'urto
del vino che vi colpiva (Antiphanes, 'A<jq. yov. 1. Ili, p. 29). Anzi qualche scrittore mo-
derno accennerebbe quasi a credere, che la cosa fosse stata sempre così ; affermando
che alla tavoletta fosse stato dato metaforicamente il nome di bilancia (cfr. Hey-
demann, 1. e. p. 223). Alla quale opinione non potendo stare, bisognerebbe per lo
meno ammettere, che in un dato tempo fosse stata denominata bilancia cottabica
un oggetto, che nel cottabo aveva sostituito il disco originario ; vale a dire quello
di cui il nostro piccolo disco ci porge l'esempio. Se non che, non si potrebbe ugual-
mente concludere, che tale innovazione avesse prodotto l'abbandono della forma pri-
mitiva, essendoci prove che ambedue i modi contemporaneamente si usarono; e ciò
meglio si dimostra da quello che segue.
Ho detto di sopra, che il bronzo scoperto lo scorso maggio nella necropoli di
Perugia sia il primo istrumento del giuoco del cottabo, che in originale si sia co-
nosciuto. Devo ora aggiungere, che esso non è il solo che sia stato finora ritrovato,
altri essendone tornati all'aperto nello stesso territorio perugino, i quali o furono
considerati come semplici candelabri, essendo privi di alcuni dei pezzi accessori, ov-
vero si possono ora riconoscere per alcuni di questi pezzi, che nel Museo si conservano.
Pare che tutti provengano dalla stessa necropoli del Frontone, e che fossero stati
scoperti allorquando nell'anno 1840 si apriva la strada rotabile, nel punto limitrofo
alla camera sepolcrale, in cui il nostro cottabo recentemente fu trovato.
Abbiamo un bastone cottabico, con propria base, come il nuovo scoperto, sor-
montato da colonnetta con sopra la piccola figurina di bronzo, colla mano in alto
protesa, come la nostra; bastone che è segnato nell'inventario del Museo col n. 1712 (').
Non si sa quale sia stata la sorte e del bacino centrale, e del pezzo da collocare
in bilico sulla cima. Certo è nondimeno, che questo pezzo per il bilico non avrebbe
potuto quivi avere la forma del disco, come quello che ho descritto; o per lo meno
non avrebbe potuto essere collocato immediatamente in bilico, sulla punta dell'oggetto
levato in alto dalla figurina. Si dimostra da questo, che la figurina, la quale in modo
assai elegante solleva più alto che può il braccio, che doveva sostenere la meta, sia
(') Credo che sia quello che è ricordato dal Vermiglioli, nella Memoria sulla tomba dei Vo-
lumii, e che dicesi scoperto in occasione dei lavori stradali, presso la necropoli perugina (cfr. Cone
stabile, Mon. d. Perugia Etr. e Rom. II. p. 54).
— 320 —
per accrescere la difficoltà a chi doveva colpire, sia per quel movimento naturale, onde
la persona che porge il bersaglio fa di tutto per sottrarre sé medesima al pericolo di
essere colpita , non spinga , come sostegno di questo bersaglio, un oggetto terminante
a punta, nel modo che si è visto nell'esemplare descritto ; ma un oggetto che termina
a piccola superficie piana. Eappresenta questo anche un rhyton , ma rivolto in alto
dalla parte della bocca; mentre nel primo esemplare la figurina stringe un rhyton,
rivolto dalla parte del piede. Che ben convenisse questo vaso, che è di convito, ad
un giuoco in cui il rhyton era pure adoperato, e che per ogni riguardo aveva carat-
tere simposiaco, non è chi non vegga. Questo oggetto o rhyton adunque della seconda
figurina o del secondo cottabo, non presenta nella parte più culminante un punto o
perno per il perfetto bilico; ma una superficie piana di pochi millimetri, sopra la
quale poteva collocarsi una tavoletta, che alla sua volta portasse poi uno, o meglio due
oggetti, un piccolo listello in somma, che situato nel centro, sostenesse nelle estre-
mità due oggettini; poiché sarebbe bastato, che col vino lanciato fosse stato colto
im solo di questi, acciò ambedue gli oggettini posati a bilancia, col listello o tavo-
letta di sostegno, precipitassero giù nel bacino sottoposto, producendo il fatidico suono.
Nella stessa guisa doveva esser formato un terzo cottabo, di cui si conserva
solo una tìgiuina muliebre colla relativa base, da essere collocata nella sommità del
bastone cottabico; la quale statuetta, segnata nell'inventario col n. 1877, è la più
elegante di tutte, ed è della migliore conservazione.
Nella guisa stessa finalmente doveva esser fatto un quarto cottabo, di cui
esiste pure la figurina superiore, che è nella raccolta del compianto Guardabassi.
nel Museo stesso perugino.
Parrebbe di dover concludere rallegrandosi con la buona fortuna, che ha voluto
dotare Perugia di una serie così copiosa di oggetti rarissimi, i quali non solo val-
gono a provare col loro numero, che il giuoco del cottabo fu molto usitato in Etruria ,
del che mancavano documenti ; ma che fanno pensare a qualche altro tema, per cui il
pregio loro non poco si accrescerebbe.
Parlando della terza forma del cottabo, mi son trattenuto a dire di quel modo
più semplice, con cui gli autori la descrivono, che trova riscontro nelle pitture vascu-
lari, ed a cui assai bene l'istrumento nostro conviene. Ma vi era im altro modo più com-
plicato; quello che il eh. Heydemann chiama xvtxafìog xaraxróg col Manes {Ann. 1. e.
p. 223) , intorno al quale argomento gli scrittori si mostrano nel massimo disaccordo.
Alenai anzi pare, che non ammettano vi possa esser stato un xótxafiog xazaxvóg
senza Manes, o della maniera semplice che si è detto.
Giusta il parere di costoro, oltre le prime due forme del giuoco, la terza forma
sarebbe stata questa. Piantare sul suolo una canna di legno perpendicolarmente, ed
in cima di essa collocare un altro pezzo di legno orizzontale. Alle due estre-
mità di questa traversa, sospendere due piatti; e sotto ciascuno di questi piatti
collocare in terra un catino pieno d'acqua, dentro cui sorgesse una statuetta
di bronzo dorato, che si chiamava Màvyg . Sembra che il legno trasversale
dovesse rimanere in bilico; perocché il giuoco sarebbe stato fatto in questa guisa.
Il giuocatore avrebbe dovuto lanciare il vino, in modo da farlo cadere entro uno
dei piatti sospesi alle estremità della traversa superiore; e fare che pel peso di
— 321 —
questo vino medesimo, raccoltovi dopo molte gettate, il piatto, mancato l'equilibrio,
venisse a cadere ; e cadendo andasse a colpire sulla testa la statuetta di bronzo o di
rame entro il bacino sottoposto; e così la buttasse giù entro l'acqua del bacino, facen-
dola scomparire quivi sommersa. Sarebbe stata questa una variazione della seconda
maniera; in quanto che, invece di mandare a fondo i vasetti vuoti galleggianti, si
sarebbe mandato a fondo nell'acqua il Manes; ed il premio sarebbe toccato a colui,
che fosse riuscito a dar nel segno con minor numero di colpi, e quindi con minore
quantità di vino (Smith, Bici, of gr. and rom. Ant. ad v.. p. 366).
La quale spiegazione, per quanto ingegnosa, non si accorda col passo dello sco-
liaste, che ha servito a farla immaginare. Giacché è precisamente il xórraflog xuTaxTÓg,
che lo scoliaste vuol descrivere, quando parla del Manes. Il testo greco in fatti suona
nella traduzione così: — Il cottabos xaraxTÓg era questo. Vi era come un candela-
bro alto, che aveva in sé una certa figurina, che si chiamava Manes, sopra
cui bisognava che cadesse il piatto del bilico, buttato giù per il colpo del vino ('). —
Non vi è nessun accenno a bacino sottoposto, in cui il Manes avesse dovuto essere
collocato, dicendosi chiaramente che doveva questo essere nel candelabro medesimo
(iv turilo), e formare parte integrale di esso.
Parve nondimeno che tutto potesse conciliarsi, supponendo una variazione nel-
l'uso del Manes, variazione che al giudizio di chi scrisse nello Smith (1. e), veniva
poi a costituire il vero e proprio xórrafiog xaraxTÓg.
Questo sarebbe stato, allorché ciò che si chiamava Manes, o la statuetta, non
si fosse collocata entro i bacini sottoposti, ma sopra una colonnetta a guisa di can-
delabro; ed in modo che il piatto, sospeso sopra di questo Manes, colpito poi dal
vino, ricadesse sul Manes, e da questo quindi andasse a precipitare nel sottoposto ba-
cino ripieno d'acqua ; ove per tale caduta sarebbesi suscitato un suono, ed a seconda
che questo suono fosse stato maggiore, sarebbesi dato il premio.
Se non che, non si riesce a concepire come il meccanismo avesse potuto essere com-
posto. Perocché a voler tutto ammettere, occorrerebbe pure di necessità ritenere, che
ci fosse anche ima pertica, sostenente sulla cima una traversa per il bilico dei due
dischi ; e che sotto ciascuno di questi due dischi, o sotto imo per lo meno, fosse col-
locato in terra un largo bacino di rame pieno di acqua ; e che dentro questo bacino
fosse poi messo il candelabro col Manes, ad immediato perpendicolo del piatto in
bilico, acciò la caduta di tal piatto urtasse il Manes sulla cima del candelabro, in modo
da farlo andar giù entro il bacino sottostante.
Ma a parte, che nessuna rappresentanza siasi avuta che accenni a meccanismo
così complicato, si oppone primieramente questo, che non si comprende come il premio
dovesse essere concesso a chi suscitava dal bacino un maggior suono. Bisognerebbe
cominciare dallo escludere l'acqua nel sottoposto bacino, affinchè si ottenesse un suono di
qualche efficacia, essendo chiaro a tutti, che piccolissimo rumore si produrrebbe per
la caduta di un grave in un recipiente di me'.allo, quante volte fosse questo ripieno
di liquido, che impedisce la scossa, e quindi il suscitarsi delle onde sonore.
(') Schol. ad Lucicm. Lexiph. ó uiv xurttxzò; roioìzog • tjv ri olovcì Av%vlov vipqlòv, t/ov iv
eavrù TTQÓaionói' ri. o ixu'Asho tu«i'»;c. icp'ov tifci neocn' zrjv xata^aì.'AofiÉvrjv n'Adori yyet.
— 322 —
Nondimeno vi è qualche cosa di più, che ci obbliga a non accogliere una spie-
gazione simile. Dice Ateneo (XV, p. 667 D; Schol. Arist. Pac, 1244): Il cottabo
che si chiama xcaaxróg era fatto così: vi era im candelabro alto, portante quello
che si chiamava Manes ; sulla quale figurina doveva andare a cadere il piatto in bi-
lico colpito col vino, e donde ricadeva nel sottostante bacino (')•
Le quali parole non pare possano lasciare incertezza, intorno a ciò che doveva
cadere nel bacino, parlandosi del piatto in bilico e non del Manes. Inoltre, per un
giuoco simile non si sarebbe richiesto che un sostegno solo ; non già i due che per lo
meno sarebbero stati necessari, secondo la spiegazione prima riferita ; per la quale è
bene ricordarlo, non ci vuole soltanto il fusto per reggere la mèta che doveva essere
colpita dal vino, ma il sostegno dell'altro bersaglio, su cui questa mèta, toccata dal
colpo, dovesse subito andare a cadere. E questo secondo sostegno, né le rapresentazioni
dei vasi giammai recano, né le fonti classiche ci autorizzano ad ammettere.
Forse a voler uscire dall' intricato ginepraio, in cui spinge la incerta guida degli
scoliasti di Aristofane e di Luciano, e procedere con quella riserva, che altri man-
tennero in un tema così difficile, dovremmo starcene ad ima divisione generale ; vale
a dire ammettere, che il cottabo della terza forma fosse stato di due maniere, quello
semplice ossia senza statuetta, e quello colla figurina o col Manes. Che in fatti si
facesse il giuoco senza la figurina, lo mostrano chiaramente le rappresentanze vascu-
lari, ove non è mai apparso che il piatto in bilico fosse altrove collocato, che sulla
punta dell'asta o del bastone cottabico, senza altra aggiunta od intermediario di sorta.
Allorché il piatto in bilico, anzi che sulla nuda punta dell'asta, si collocava
sulla mano della statuetta, piantata in questa punta, si aveva il cottabo col Manes.
Il che per altro non significa, che la statuetta o Manes dovesse cadere. Gli autori
citati si prestano benissimo per farci ammettere, che dovesse rimanere ferma. E poi
lo stesso eh. Heydemann riporta quel passo di Nonno (Dionys. XXXIII, 64), in cui
il giuocatore colpisce la statuetta nel viso, senza che questa trabocchi.
Ma vi è di più ; il medesimo dotto autore mostra nettamente il suo parere, che
il Manes non sempre dovesse precipitare. Secondo l'avviso di lui {Ann. 1. e. p. 230),
questo giuoco col Manes si faceva in due maniere ; in una alquanto complicata, ed in
un'altra complicatissima.
La prima è facile ad intendere. In cima alla pertica cottabica, invece della tavoletta
o del piatto in bilico, si poneva la figurina o Manes, la cui testa il giuocatore doveva
colpire col vino, che doveva riversarsi poi con rumore nel bacile sottoposto. Per questo
insulto a cui era esposta, si dava a quella figurina il comunissimo nome servile.
La seconda poi era quando vi erano ed il Manes ed il piatto in bilico ; o vi
erano altre complicazioni difficili ad immaginare.
Veramente, non parrebbe che questa figurina fosse chiamata Manes, per il fatto
di questo continuo insulto, a cui doveva rimanere esposta, essendole gettato in faccia il
liquido, che qualche volta il giuocatore avrebbe potuto lanciare anche dalla bocca;
perocché mi sembra che il nome servile derivasse per lo appuuto dall'ufficio servile a
(') TÒ de xu'/.ov[ievov xuiuxxòv xoriajisìoi' roiiìvióv iati ' Xv^viov iati)' v\prj%óv, t/'"' r'"' ,««»'»/>'
xaXovfisvoy, ètp'oy zqy xcaa^aXkojxévìjv edti niaeìv nXàanyyct nhjytTactv r<ò xoTtaflu), htev&sv
(T hunitv elf Xsxavqv vnoxeiuévrjv.
— 32o —
cui Li figurina era destinata, ufficio cioè di portare il bersaglio. Vuol dire che col tempo
alla figura di un servo, sostituirono una figura elegante, come la figura di Ebe, che il
eh. Heydemaim giustamente ricorda, citando il passo di Nonno, e come le belle che
nei cottabi perugini si osservano, una delle quali mostra il concorso di tutta la potenza
dell'arte, per rendere elegante l'istrumento del giuoco, in cui la gente elegante molto
si esercitava.
Tuttavolta, non insistendo sopra di ciò, non credo si possano ammettere queste due
maniere, e specialmente la prima; in guisa che il giuoco fosse formato col solo Manes,
senza il piccolo piatto in bilico, che dal Manes fosse sostenuto ; e che tutto si ridu-
cesse a colpire la figurina nel capo, e far ricadere nel bacino il liquore usato per tale
colpo. Mi parrebbe primieramente assai difficile, che si potesse esercitare il voluto
sindacato nel giuoco, quante volte questo consistesse solo nel colpire col vino la testa
' del Manes, per far ricadere poi il detto vino nel piatto sottoposto e suscitarvi il
suono. In secondo luogo la testa del Manes sarebbe stato troppo piccolo ostacolo o schermo
per raccogliere tanta quantità di vino, quanto occorreva, acciò col ripercuotersi precipitasse
giù nel piatto e vi producesse il rumore.
Vi sarebbe inoltre un dato di fatto per escludere la supposizione, che vi fosse un
giuoco del cottabos col Manes senza piatto in bilico ; e questo si dimostra da tutti i
bronzi perugini, nei quali le figurine collocate sulla punta dell' asta cottabica, sono
per rimaner ferme nel momento del giuoco, e compiono tutte 1' ufficio di reggere il
bersaglio.
Se quindi deve concludersi, che il cottabo col Manes fosse stato di tal guisa, che
invece di avere il piattinetto del bilico sulla punta del bastone cottabico, lo avesse sopra
una statuetta conficcata in questa punta, e senza bisogno che tale statuetta dovesse
nel colpo del vincitore venire a cadere, i nostri bronzi ci porterebbero il primo
esempio di ciò; e per conseguenza il loro valore non poco ne crescerebbe.
Non pertanto, se tutto questo è da ammettere, non ne deriva per conseguenza lo
escludere, che vi sia stata pure un' altra maniera assai più complicata del cottabo col
Manes ; e tale in cui il Manes fosse stato esso pure destinato a cadere, colpita la
mèta, nello scaricarsi del giuoco.
E se le fonti classiche lasciano dubbi intorno al modo con cui questo mecca-
nismo doveva essere composto, parrai che possa valere ad eliminare ogni dubbio lo
studio di un altro bronzo perugino, il quale finora fu erroneamente interpretato.
Ho detto in principio, che quando il sig. Lupattelli si mostrò esitante ad accettare
la spiegazione mia, pel fatto che ad altri bronzi scoperti nel territorio di Perugia e
simili al nostro, alcuni dotti autorevoli avevano data spiegazione diversa, mi mostrò
la tav. XIV dell'opera del Conestabile, ove è riprodotto nel n. 5 un oggetto di vari
' pezzi, formato questo pure con ima canna di bronzo, e con un piatto intermedio.
Ora questo oggetto non si compone soltanto dell'asta metallica, con un gran disco
e con vari dischi minori in essa infilati, come è riprodotto nella tav. XIV n. 5 del-
l'opera citata; ma si compone di altri pezzi, rappresentati nella tav. XV dell'opera
medesima coi numeri 1, 2, 3 ; i quali, perchè non furono fin dal principio considerati
nel loro insieme, diedero campo alle congetture più strane intorno all'uso a cui aves-
sero dovuto servire.
— 32-1 —
Si considerò da prima la sola asta coi dischi; la qual parte primieramente si
rinvenne. Kacconta il Vermiglioli, che nello scavo del famoso ipogeo dei Volunni nel
1840 (Conestabile, o. e. p. 49, 54), nel grande vestibolo per cui si passa alla tri-
buna quadrata con le urne di squisito lavoro, nella parete di prospetto, su cui si
lesse un'iscrizione etnisca mutila (tav. II, n. 1), sospesi nella parete sopra questa
iscrizione, o posati sul suolo ai piedi di essa, o cadutivi, si trovarono alcuni
bronzi spettanti ad un guerriero. Si ebbe un elmo ; poi due gamberuole di assai
bella forma ; quindi la fodra di imo scudo. Si ebbe pure un bronzo di una forma
totalmente nuova, cioè una verga metallica, probabilmente mancante dell 'estremità
superiore, ma con impugnatura da poterla tenere comodamente nella mano. Ad una
certa distanza della sommità vi era infilzato un disco movibile, e al di sotto del me-
desimo altri dischi di assai minore diametro, i quali l'un dietro l'altro infilati,
e variamente distanti nella verga medesima, si muovono quasi tutti con l'agitarsi di
essa, rendendo cosi qualche suono nello scontro che avviene fra di loro (p. 54). E per
alcune ragioni che quel dotto espose, credè di concludere che quivi dovesse riconoscersi
un musicale istrurnento,
Ma questi bronzi non furono i soli, che da quel punto ritornarono alla luce.
Sgombrate dal pavimento le poche terre che vi si erano accumulate, vi si tro-
varono altri pezzi di bronzo, il cui studio non valse a dissuadere il Vermiglioli dalla
opinione prima esposta ; opinione per altro non accettata da tutti, avendo altri dotti
mostrato avviso, che in queir istrumento si dovesse riconoscere un' insegna guerresca,
ciò che in maggiore accordo si sarebbe trovato coi resti delle armature, che unita-
mente erano stati scoperti.
Questi nuovi bronzi, dice il Vermiglioli, consistevano primieramente in tre gruppi
rappresentanti una figura a testa umana e piedi leonini, investita da ambo i lati da due
sfingi accovacciate ; gruppi riuniti poi da un cerchio metallico, ed intramezzati da un
ornamento di bronzo a palmette. Si sarebbero creduti i tre piedi o la parte inferiore
di ima cista ; ma impediva questa conclusione il fatto, che nessun altro indizio di cista si
era trovato ; e per contrario gli altri pezzi che unitamente erano stati raccolti, meglio
convenivano ad un candelabro. Vi era un piccolo cannello, diviso da quattro dischi, che
andava gradatamente restringendosi, terminando a fogliami aperti ; e che bene avrebbe
potuto esser parte dell'asta di un candelabro, a cui quello che prima era stato cre-
duto piede di cista, poteva formare la base. Tuttavolta non si risolveva il Vermiglioli
ad abbandonare il concetto di cista, quando esaminava una piccola e sottile lamina
in forma triangolare, dai cui lati pendono a catenuzze tre ciondoli della forma di olive
o ghiande; sopra la quale lamina posava una statarti a intieramente arcaica^ con la
testa sormontata da qualche cosa che la fa somigliante ad alcune delle immagini
della Efesia, e che ha nella destra un serpe (?), mentre con la sinistra sostiene una
tabelluccia quadrilatera, che potè essere un dittico chiuso o rituale (p. 55). E servì
ad accrescere la incertezza il rinvenimento di altre due statuette, lavorate nello stile
medesimo della prima: ed una di esse pure col serpo (?) intorno al destro carpo,
ed in atto di approssimarsi al petto una porzione di quel rettile (p. 56). Nondimeno
credendo poi il dotto autore di riconoscere in queste figm-e uno stile inferiore, si
decise a non ammettere, che come gli altri pezzi, al medesimo oggetto appartenessero.
— 325 -
Ma che appartenessero invece ad un solo e medesin ggetto, dimostrò bene il Cone
stabile; il quale su esitò da prima a riconoscervi un vero candelabro (p. 54 noi al
si confermò poscia in questa idea, per il confronto che gli parve di istituire con altri
monumenti di tale natura (p. 139, n. 3). Né modificò tale concetto allorquando vide,
elie Le due figurine descritte in ultimo dal Vermiglioli, si riunivano a quel pezzo
o cannello, che al Vermiglioli fece supporre il candelabro ; e si riunivano nel modo,
con cui dal Conestabile fu fatto disegnare nella tav. XV della sua opera al n. 2.
Se non che per quanti raffronti si istituiscano, né anche qui si giunge a com-
prendere, in qual modo questo candelabro fosse stato adoperato; o per lo meno in
qual parte di esso avrebbero potuto essere collocati alcuni dei pezzi che gli sareb-
bero stati assegnati; ad esempio la statuetta raffigurata nella stessa tav. XV al
n. 3, e descritta dal Vermiglioli colla prominenza sul capo, come quella di alcune
immagini della dea Efesina. Non si saprebbe uè anche qui qual posto assegnare ad
un altro pezzo, che panni di aver veduto, esaminando per quanto ora si può. i bronzi
originali, nella inadatta custodia in cui tuttora restano, presso l'ipogeo ; donde non è
possibile muoverli, finché un ultimo residuo di una lunga questione giuridica non sia
stato appianato. Mi pare di aver visto anche un piattinetto o disco di lamina di bronzo,
da non confondere col bacino di mezzo, attraversato nel centro dall'asta metallica; piat-
tinetto che fa subito pensare al disco simile, usato per il bilico nel cottabo che prima
ho descritto. Ma lasciando ciò, basta a provare che si tratti anche qui di vero e
proprio cottabo, quella prominenza che è sul capo della statuetta ; prominenza che al
Vermiglioli avea richiamato alla mente le acconciature della divinità Efesina, e che
invece è l'apice, ove il piattinetto del bilico doveva essere collocato.
Non pertanto questo cottabo deiVolunni,che tutto fa supporre fosse stato lasciato nella
camera sepolcrale, posato in terra sull'ingresso della cella di fondo, e sotto le armature,
differisce grandemente in alcune parti da quelli superiormente notati. E mettendo
da banda che la figurina pel sostegno della meta sia in vero abito servile, il che ren-
derebbe più conveniente il nome di Manes, va notato che vi sono, oltre questa due
figurine simili vestite ugualmente, e che dovevano essere destinate a rappresentare
una parte non indifferente nel giuoco. Dalla tav. del Conestabile (XV, 2) ove queste
figurine sono rappresentate, non si rileva una particolarità, che il eh. autore forse non
credè meritevole di attenzione, e nella quale, secondo che io credo, è riposto il segreto
della cosa. Queste due statuette (ne giudico sempre per quanto ho potuto osservare, nello
stato in cui si trovano ora custoditi quei bronzi, attraverso le vetrine. » he non ho potuto
aprire) riposano con un piede sull'inferiore dei quattro dischi, i quali interrompono il
cannello terminante a fogliami ; e non rimangano aderenti colla mano alla parte su-
periore del cannello medesimo, alla quale mostrano di accostarsi. Inoltre non hanno
il piede piantato in maniera stabile sull'orlo della superficie del disco; ma immesso
trasversalmente in un incavo praticato nell'orlo del disco stesso, e per mezzo di un' appen-
dice o perno, forato inferiormente, e che forma tutto un pezzo col piede ; appendice che
mediante un leggerissimo contrappeso aggiuntovi nel buco, sei-viva a mantenere la
figurina in bilico; in guisa che al più leggero urto che la figurina ricevesse, e che
avendo il braccio e la gamba protesa difficilmente avrebbe potuto evitare, precipitasse giù.
Vuol dire che doveva il tutto essere congegnato in modo, che al cadere del piatto
Classe di scienze .morali ecc. — Memorie — Ser. la. Voi. II. 1 1
— 326 —
in bilico, situato sulla testa della statuetta superiore , dovesse essere toccata una,
ovvero ambedue queste figurine aggiunte (forse poteva tastare che ne fosse colpita
una sola), le quali per tale colpo , venivano esse pure a cadere. Ma occorre di
poter bene esaminare l'originale, per decidere se nella loro caduta dovessero venire
a toccare il bacino del centro, come si può supporre, producendovi un maggior suono;
ovvero collo abbassarsi anche di questo, colpissero i dischi sonori, facendoli ricadere
l'uno sull'altro, per accrescere l'effetto rumoroso.
E mentre voglio sperare, che intorno a ciò si possa presto dare un giudizio de-
finitivo, termino questa Nota, toccando nuovamente un tema, che in principio ho accennato.
Non so se tutti possano essere di accordo nello accettare le opinioni espresse dai
dotti, intorno al tempo nel quale la tomba dei Volunni rimase aperta, o vi si continuò
a seppellire (Conestabile, o. e. p. 142). Checché sia di ciò, se è vero che per le de-
corazioni architettoniche, e pel gusto di quell'arte splendidissima che in generale vi
domina, non possiamo respingerci in una età, che non si accorderebbe con quello, che
in altre parti di Etruria ci si rivelò per mezzo di simili maravigliose forme, bisogna
allora concludere che il giuoco del cottabo, di cui un istrumento si trovò anche in
questo ipogeo della nobile famiglia dei Volunni, noto ed usato dagli Etruschi (del
che mancava ogni prova innanzi che questi bronzi perugini fossero conosciuti), durò
in Etruria e quindi in Italia, più tardi che in Grecia; ossia nell'età, in cui gli
scrittori greci ne parlano come semplice ricordanza di un costume abbandonato.
XI. Spoleto — Rapporto del R. Commissario comm. G. F. Gamurrini.
Non essendosi ancora data alcuna notizia sopra gli scavi, che vennero ultimamente
eseguiti in Spoleto, intorno ai quali non mancherà certo di dare maggiori informa-
zioni il sig. Giuseppe Sordini, che li ha diretti, stimo utile intanto comunicare
quanto segue:
Sotto la piazza del Municipio di Spoleto giacciono gli avanzi degli edifizii ro-
mani, alla profondità di circa m. 2,00 ; e lo stesso civico palazzo è fondato sopra quelli.
Da quanto è stato scoperto e dal prossimo monumento innalzato a pietre quadrate,
il quale volgarmente ed a torto chiamasi la Basilica, si deduce che quelle costru-
zioni datano dal primo secolo dell'impero. Appartennero ad una casa patrizia e con-
senta nei suoi ornamenti, la cui fronte risponde oggi ad una pubblica via, che corre al
lato sud della piazza ; e la parte sinistra è molto internata sotto il palazzo civico,
come quella destra si nasconde sotto la via che va per lungo nella piazza, entro la
quale poi si prolunga il peristilio colla parte postica. Per la quale sua posizione, e
per la conoscenza che dal discoperto se ne trae molto certa, non sarà difficile di rin-
tracciare quanto di quell'edilìzio resta nascosto. Esso è mirabilmente adorno di mo-
saici, e vi appariscono pitture rispondenti per l'arte al secolo cesareo: tosto che uno
vi si all'accia, contempla lieto, e raccoglie quel lembo di casa, del quale ecco quanto
ora si vede.
Un accenno abbiamo del vestibolo, che si distacca dall'atrio; e poi tutto l'atrio
col suo impluvium quadrato di ben corniciate pietre: quivi di fronte al prothyrum
sorgeva L'ara, della quale sussiste l'incasso nella pietra, e dietro l'ara fu operato dagli
antichi uno sfogo per L'acqua, che si accoglieva nel contiguo pozzo, il quale presso
— 327 —
al sommo aveva una bocca, e quindi la chiavica di ri liuto verso la porta. Nel ripu-
lire questo pozzo, vi si trovò un pregevole frammento di iscrizione dedicata a Claudio
da una Polla. Per la quale lapide marmorea, che poteva essere esposta nell'atrio e
presso 1' ara, inclino a credere che questa sia stata la casa di Polla, donna di una
famiglia favorita da Claudio. L*atrio aveva la sua corte, con pavimento a mosaico di-
stinto a dadetti bianchi sul nero. Proseguendo a diritto dal vestibolo, ed oltrepi
l'impluvio e la corte dell'atrio, si entrava in un grande ambiente, nel tablinum, colla
sua fronte tutta aperta, che dava sull'atrio e ne riceveva la luce. Ritiene il tablinum
il suo pavimento a rosoni, che non è scoperto tutto, ma ne restane da scoprire altri
due metri di larghezza, giacenti sotto il palazzo pubblico. A mano destra della no-
minata corte, si trovano due stanze abbastanza spaziose, le quali non hanno la parete
di fronte, ma ricevono come il tablinum la luce aperta dal cortile : vi è una porta
di comunicazione tra loro; ed ambedue sono abbellite da mosaici assai fini in colui.
Per le quali particolarità, sebbene la ubicazione imponga che si debbano appellare
albicala, sarei però poco propenso a crederle camere da letto, e quindi sulla loro
destinazione rimango molto dubbioso. Col proseguimento degli scavi si vedrà a quale
uso furono addette.
Da una di queste due stanze, presso la parete di fondo a destra, evvi un pas-
saggio a due scalini, con un ripiano, da cui si entra in ima camera piantita a mo-
saico con ornati in colori, e adorna di una parete, la quale serba ancora alcune ele-
ganti dipinture in opera detta alessandrina, consistente in figurette di animali fantastici
e tralci di foglie e fiori. In un frammento d'intonaco caduto, si scorge una ninfa che
va ad attingere acqua. La volta era decorata a stucchi e molti pezzi sono stati
raccolti, dai quali pure si argomenta quale fosse la perizia ed il buon tempo dell'arte.
L'esplorazione non ha proceduto oltre alle pareti di fondo di questa camera
e del tablinum, e solo ha riconosciuto, che presso questi dne ambienti fu custruito
uno stanzino, che probabilmente si addiceva o per ritiro o per bagno. Poiché di
quelle pareti di fondo si sono serviti nel medio evo per edificarvi un altro muro, in
cui si sono incontrati dei fusti di colonne, probabilmente tolte dal prossimo peristilio :
il quale dietro al muro dovrebbe discoprirsi.
Nel disgombro della terra che si era accumulata sopra colle rovine, si è ricono-
sciuto, che la casa fu incendiata e disfatta, e da quel tempo così giacque. Coli' agglo-
merarsi poi degli scarichi si è formata la piazza, e nel maggior lato di essa si è co-
struito, in epoca piuttosto a noi vicina , il palazzo civico, le cui fondamenta stanno
molto più alte del piano della casa romana.
Si argomenta dall'esame delle reliquie, e specialmente dalle monete, che la casa
fu distrutta ai tempi di Arcadio e di Onorio, il che ci porta a supporre, che fosse
uno dei funesti effetti delle due discese di Alarico verso Roma nei primi anni del
secolo quinto.
— 328 —
Regione I. (Lahum et Campania)
XII. Roma — Note del sig. Luigi Borsari.
Regione i I . Sotto la casa distinta col numero civico 17, nella salita del
Grillo, è stata riconosciuta una parete laterizia della vetustissima chiesa di s. Salva-
tore in Militi :< , situata come tuta gli scrittori di topografìa concordemente
attestano, tra la chiesa dei ss. Domenico e Sisto e di s. Caterina. In detta pa-
rete rimangono cinque frammenti di intonaco, nei quali sono traccie di pitture. Nel
primo frammento, a sin. di chi guarda, sono due figure una delle quali coperta con
dalmatica e con sandali ai piedi; ma per la mancanza delle teste non si può rico-
noscere, quali personaggi o santi esse rappresentino. Al basso della parete corre una
fascia rosso-scura, nella quale a pennello è tracciata una leggenda di cui rimane solo :
.... OT-P TVOAM :+:• EGO BE PIN6E
Non cade dubbio debba supplirsi Ego Beno de Rapina, ossia il nome stesso
che leggesi nelle analoghe pitture di s. Clemente e dell'oratorio dei Sette dormienti
scoperto sulla via Appia, presso s. Cesareo, dal prof. M. Armellini.
Presso questa parete laterizia esistono due grossi muraglioui di opera quadrata,
nei quali devonsi riconoscere avanzi di serbatoio o difese dell' antichissima fonte, cono-
sciuta poi col nome di fonte del Grillo.
Regione VII. Eseguendosi i cavi per la costruzione della fogna in via Frattura,
e precisamente nel quadrivio formato da detta via con le vie Belsiana e del Gam-
bero, a notevole profondità sono state scoperte alcune colossali colonne di granito rosso,
del diametro di m. 1,10 circa, spezzate in più parti nella caduta. Questo rimane pro-
vato dall'essersi trovati i vari rocchi l'uno presso l'altro aggruppati.
Stante la poca o niuna conoscenza che si ha della topografia della parte nord
di questa regione, non si può stabilire con certezza a quale edificio pubblico spet-
tassero questi giganteschi monoliti. Pare certo nondimeno che debbano riferirsi a quel
grandioso edificio, i cui nobilissimi avanzi furono scoperti nell'anno 1876 (cf. Vo-
tizi» 1886, p. 137, 138), in occasione dei lavori per lo adattamento dell'officio centralo
delle Poste nell'ex-convento di s. Silvestro in Capite. Tali avanzi consistono in un fram-
mento di fregio e in un masso di trabeazione tutto ricoperto di ornati, in quello stile
che generalmente suolsi attribuire al tempo dei Flavii.
Gli antichi scrittori di topografìa romana collocarono in questo punto della re-
gione VII {Via lata) la naumachia di Domiziano, ma con quali prove, con quale
fondamento, non sappiamo.
Via Salarili. Un sepolcreto degli ultimi anni della repubblica e dei primi tempi
imperiali, si va discoprendo tra le vie Salaria e Pinciana, ma più vicino a quella, a li»
e 50 metri di distanza dalle mura di Aureliano. 1 monumenti consistono in tanti pic-
coli colombari, costruiti in buonissimo reticolato, e generalmente ben conservati. Vi si
raccolsero le seguenti iscrizioni inciso su piccole lastre marmoree, alcune confuse tra le
terre altre infisse alle pa ti 'lei colombari, sopra i Inculi.
— 320 —
COMMVNE ■ E^-
CVLINA-ET PVTEVM
ET-ITER-AT TRICLIA
8) C • IVLI • DEMEll
INOSSVARIAf"
. magna -oll/^
) ih-vacvaesvnMì
5) p-maecivs
C • PVB • BVRRVS
VI • AN • 1XIII
T) LTONGILIVS LL-DIOCLE
TONGILIALL- RVFA
9) C ■ ALFIVS • GRATVS
FECIT
CONSIENAE-BAVCIDI
VXOR
CONSIENAE C-IARlTlONI
ALFIAE • C L ■ PYRAMIDI
2) C- ANTISTIVSPANNYCHVS
FLAVIAE • SABINAE
VXORI • CARISSIMAE
VIXIT • ANNIS • XVIII
4)
A • SERVILIVS -AL- NICEPOR
A- SERVILIVS -AL- SATVRIO
6) CVRTIA-PL-MONIME
HERMOCRATES • LIVIAES
HELENA CVRTIA
8) L-TONGILIVS LOL-PÌ
T-PEDVCAEVS • T • L j
10) DIS • MAN
EVHEMERO
FECIT
P O M P E I A
EVHEMERIA
CONIVGIOPTIMO
111
F E
P-ANNEVS!
PATRC;
12)
AVFIDIA-
PHILVMENE
D * M
CAECILIO irJGENVO
CONIVGI • CARISSIM
B-M- FECIT VALERIA
SATVRNINA VIX •
ANN-XXIIII -M-IX
14)
DIS • MANIBVS
L- CENIO • PIO-
PRISCIANO •
FECIT ■ CAENIA,
PRISCA -MA
VIY.
L5) D • M
COELIAE • APHRODISIAE
CONIVG • OPT • ET ■ KARISSIM
SEX • PEPONIVS • ANNIANVS
E ■ T sic
lr'' P ■ CORF-ID-I • P ■ L
DIONYSI- OSSA
HlC-SITA- SVNT
PHILODESPOTVSDD
330
17)
19)
C -MANI
PHIL
PECVLI ARÌ
AN- VI- MEN,
///XX-FIL-DVLCÌ
///FELICISSl/
FECVhf
21) »
L • SICCIVS \) ARTICLEIA
(li
18)
20)
22)
LVCRIO
HORME
VAXIIII
vDNOVIV s
synhistor)
PATER
SECVNDI!
AEMILì
L • PVLLIVS;
SEMPRONI1
SILIO- STRIGO
L-COH-T-
CINI
A N ■ X I
{ V! V V v
23)
C*P ATGIC
AnGAGYOGPA
MENANAPOY
AIATPOnOYC
24) D • M
L • VALERIO • GENE
V I X • AN • XXXXl\
FECIT
V
-ERIVS ■ ACRATV
TBERTO SVO- BM
25) D • M
P ■ VERASIO- PAVLI
NO- FILIO • DVLCIS
SIMO • QVI • VIX • ANN
VII- DIE • XVII -FEC-
AMBIBIA ■ MATER
26)
M
ERI AE
iSPANILLAE
LPPLVS • HEDISTVS
CONIVGI-SVAE
BENEMERENTI-
Oltre a questi titoletti marmorei da colombari, furono scoperti anche i seguenti
cippi di travertino, i quali trovavansi ancora infissi al loro posto, agli angoli dei sepolcri.
27) S O C •
M • II? I D I V S • M • F • M E N E
M • SEXTIVS • M • L • DIDA
M • NVMITORIV//////////////SIO
P ■ CORNELIVS • P • L • FAVSTV//
Q.: APIDIVS • 0_L ■ PARNACE//
Q^ FVLVIVS • Q_: L • LVCRIO
29) e L-ANCHARIVS
L-LTHAEMO
AVRELIA-MOL-ZOSIM
INFP-XII IN A-P-XVI
L-ANCHARIVS
L- L-THAEMO
AVRELIA-M-D-L-
ZOSIME • IN
F-P-Xll- IN A-P-XVI
30) A-AMPIVS-A-L-
E ROS
AMPIA- AL
ASTA-SIBIET
S V E I S
— 331 -
A • AMPIVS
32)
IN FR-PX
A ■ L
IN AG- P -XXIV
31)
XIII. S. Maria di Gapua Vetere — Relazione del prof. A. Soguano.
Verso la tiue dello scorso aprile, eseguendosi alcuni lavori di costruzione nelle
proprietà delle signore Perugini, iu via s. Erasmo presso l'Antiteatro Campano, in
una tomba di tufo già frugata, alla profondità di m. 5 all'incirca, fu rinvenuto, rotto
in tre pezzi un vaso fittile dipinto. Fu fatto restaurare dall'attuale possessore sig. Ca-
ntano; ma è da notare che venne anche restaurato dagli antichi stessi, come si ri-
leva da alcuni punti di piombo, che si vedono qua e là sul ventre. È un cratere no-
lano (alt. m 0,42; diam. della bocca m. 0,48) con splendida patina nera, decorata
di rappresentanze a figure rosse in ambo i lati : le due rappresentanze sono, come
d'ordinario, divise tra loro da due rosoni o ornati di foglie, ciascuno al di sotto di
un' ansa.
Vi è rappresentato un sacrificio. Nel mezzo vedesi un' ara quadrangolare ardente,
presso la quale da im lato, cioè a dr. , è in piedi un giovane imberbe coronato di
alloro e coperto di mantello, che cadendogli dalla spalla sin. mentre lascia nuda la
spalla di', col braccio corrispondente, gli ravvolge la parte inferiore della persona ; egli
tiene con la sin. all'altezza del petto un grosso piatto, dal quale sporge qualche ramo-
scello, e con la dr. ima specie di catinella al di sopra dell'ara, quasi in direzione della
fiamma. Sulla testa si legge: I FP(n)KA(ì]g).
Dall'altro lato dell' altare, cioè a sin. sta una figura virile barbata, parimente
laureata e coperta, nella metà inferiore, da un mantello, che con un lembo le passa
sull'avambraccio sinistro: essa impone anche le mani sulla catinella tenuta dal gio-
vine. L'epigrafe opposta a questa figura barbata andò perduta nella rottura del vaso,
e solo ne avanza un K iniziale e il S finale. In alto, tra le teste delle due figure,
è un bucranio. A dr. del descritto gruppo, cioè dietro al giovane, si vede in piedi
un' altra figura virile barbata, rivolta a sin. verso l'azione, coronata di edera (?) e co-
perta di mantello, la quale abbandona il braccio dr. su di un lungo bastone appog-
giato alla spalla corrispondente: sul capo di essa leggesi il nome APcSIAS. A sin.
poi del detto gruppo centrale sta un giovane imberbe, coronato di alloro, nudo, salvo
una breve veste che gli cinge i lombi, il quale inchinandosi alquanto in avanti, con-
duce un agnello al sacrificio, traendolo pel collo con ambe le mani verso l'altare.
Il nome appostogli è: MANTI0EO?. Segue un auleta, anche senza barba, laureato,
suonante la doppia tibia e coperto di mantello la parte inferiore del corpo : sulla sua
testa leggesi l'epigrafe KAAAIAS. In alto, al di sopra di queste due ultime figure, è
sospeso un festone di alloro. I nomi di MavTi'Dtoc e di KcdXiag ricorrono in altre
pitture vascolari (Jahn, Vasens. n. 1096 ; Heydemann, Vasens. n. 3240 ; S. A. n. 281).
Vedesi nel mezzo un vecchio satiro barbato e calvo, stante tra due donne, l'ima
di riscontro all'altra ; le quali avendo una copertura sul capo e tutta la persona am-
mantata, si appoggiano con la dr. ad un lungo tirso piantato al suolo. Il vecchio satiro
rivolto alla donna, che è a sin., tiene con la dr. un rhyton, che avvicina alla bocca. Il
rosso e il nero in questo lato, specialmente nella figura del satiro, sono alterati alquanto.
Il disegno delle due rappresentanze è poco corretto, anzi potrebbe dirsi trascurato.
— 332 —
XIV. Clima — Poco lungi dal Fusaro, nella proprietà del sig. Vogelsang,
tenuta in fitto da Giuseppe Scotti, si è rinvenuto un frammentino di tavola marmorea
di m. 0,14X0,07, nella quale si conserva il resto epigrafico che ricorda un milite
della fiotta pretoria misenate, manipulario della trireme Concordia:
D Ms
mvalerialex/ \
manTTTconcor]
3LAÌ—
Ne fu mandato un calco dal eh. sig. colonnello Giuseppe Novi.
XV. Pozzuoli — L'ispettore monsignor Galante copiò presso il eh. E. Ste-
vens questa nuova iscrizione, che secondo fu affermato, proviene dalla via Campana,
e fu scoperta a circa trecento metri dalla chiesa di s. Vito.
D • M • S -
Qj LVCCEIVS • CON
CORDIANVS
V I X I T • A N N I S
DVOBVS-M-XI-D-XX
PATER -IMPIVS-FILIO
DVLCISSIM • FECIT
Nel fondo detto Scotti, ora Vogeslang, presso il medesimo lago di Fusaro, fu recu-
perato un frammento epigrafico inciso su lastra di marmo bianco. Vi si legge, secondo
l'apografo dell'ispettore cav. F. Colonna:
y/OMARIVW
MACERIA
VM EST
XVI. Napoli — Nota del direttore degli scavi e monumenti comm.
M. Ruggiero.
Nell'area già occupata dal giardinetto municipale in piazza Municipio, e compresa
fra il prolungamento di via s. Brigida e quello della via Paolo Emilio fmbriaui (già
Concezione a Toledo), eseguendosi le fondazioni dei nuovi edifizì, sin dalla fine dello
scorso anno si vennero discoprendo antiche tombe, di una delle quali fu dato cenno
nelle Notizie del 1885, ser. 4a, voi. I, p. 607. Giacevano alla profondità di sei o sette metri
dal livello stradale ; ed erano formate con embrici a battenti, senza marca di fabbrica.
La copertura di essi era fatta con embrici inclinati a due falde, e poggiati n< ■ 1
piede sui lati lunghi del letto di embrici, e nel vertice l'uno contro l'altro. Tre tombe
aperte alla presenza del prof. A. Sogliano, da me incaricato, erano piene di terra, e
non contenevano che lo scheletro con la testa ad occidente ed i piedi ad oriente. Oltre
ad alcuni pezzi di vasi fittili ili ninna importanza, e ad una lucerna frammentata
anche di terra cotta, vi si raccolsero gli oggetti seguenti: — Terracotta- Fondo di
— 333 —
vasetto a vernice nera esternamente, sul cui fondo esterno è graffito LA . Punta di an-
fora, sulla quale è graffito:
ALI+ (Alili?)
Oleare in. terra cotta naturale, inverniciata, col manico rotto e il becco frammentato :
ha sul ventre un meandro in nero. — Bromo. Un piccolo amo da pesca. — Avarisi
organici. Alcune conchiglie. Chiaramente queste tombe sono di età romana ; ma per
decidere con precisione intorno al tempo, mancano gli elementi necessari. Tuttavolta
è sommamente importante per lo studio della topografia dell'antica Napoli lo aver
riconosciuto questo fatto. Che poi nei tempi posteriori, altre costruzioni si fossero sovrap-
poste a quel sepolcreto romano, lo provano alcuni ruderi, scoperti a poca profondità
ed una camera coperta di volta a botte, sul cui suolo, che trovavasi a cinque metri
di profondità dal piano attuale, era disteso, giusta il rapporto dell'ingegnere degli
scavi cav. Fulvio, un masso di malta e pietre di tufo, spesso circa cent. 20; al di
sotto del quale giacevano da sei a sette scheletri umani, insieme a gran quantità di
terra, pietre e cocci di vari vasi di creta.
Degli oggetti raccolti noto alcuni vasetti frammentati di creta, che per la tecnica
non possono attribuirsi all'antichità classica, ed un tesoretto di monete medioevali,
rinvenuto il 16 marzo, e di cui il mio collega prof, de Petra mi comunica la se-
guente nota.
• Il tesoretto trovato in piazza del Municipio si compone quasi tutto di denari
tornesi, conservati ora nel Museo Nazionale. Furono coniati in massima parte nella
Grecia dai principi di Àcaia e dai duchi di Atene. Vi si trovano frammisti pochi
denari tornesi battuti in Francia, nel reame di Napoli e dai dinasti greci di Arta e
di Neopatrasso. Il tempo del suo nascondimento può essere quello del ni Ladislao
di Napoli (a. 1386-1414). Eccone il catalogo riassuntivo.
Princìpi di Acaia.
Guglielmo di Villehardouin . . 52
Carlo I di Angiò 12
Carlo II 38
Fiorenzo di Hainaut 44
Isabella di Villehardouin . . . 118
Filippo di Savoia 17.")
Filippo di Taranto (zecca di Cla-
renza) l!:;1
Ludovico di Borgogna .... 5
Ferdinando di Maiorca .... 1
Matilde di Hainaut 147
Giovanni di Gravina 113
Roberto di Taranto 12
Duchi di Atene.
Guido I de la Roche .... 2
Guglielmo de la Roche . . . . 201
Guido II de la Roche . . . . 300
Zecca di Lepanto, Filippo di Taranto 2 1 .">
» di Corfù » » ;]
Zecca di Orta. Giovanni Despota 1
di Neopatrasso. Angelo . . 6
» di Sulmona. Carlo III di Dur. 4
» » » Ladislao . . 1
» di Luco. Ladislao ... 1
» di Avella 1
» di Morea, consumati . . . 800
Toruesi di Francia 6
Tornesi incerti .">
Totale 948
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II.
Totale 1546
4L'
— 334 —
XVII. Pompei — Relazione del prof. A. Sogliano.
Eseguendosi, sin dagli ultimi giorni dello scorso mese, imo scavo straordinario
fuori le inura di Pompei, mi vedo obbligato dalla importanza della scoverta a rife-
rirne subito, riserbandomi di fare in seguito quelle aggiunte e correzioni, che mi ver-
ranno indicate dal progresso dello scavo.
Nel fondo della signora Angela Contieri vedova Pacifico, situato a sud-est di
Pompei, poco lungi dall'anfiteatro e appiè dell'argine di terra, che cinge la città da
quel lato, facendosi il cavo di un pozzo, s'incontrarono quasi a fior di terra il giorno 27
agosto p. p. alcuni avanzi di antiche costruzioni. Questa Direzione ordinò d'urgenza
che il saggio di scavo fosse continuato per poter prendere, in seguito dei risultati otte-
nuti, gli opportuni provvedimenti.
L'area sinora scavata è di circa m. q. 200, e benché non si sia ancora disterrato
il piano antico, si può affermare che il caso ci ha menati alla scoverta di una via pu-
blica, fiancheggiata da monumenti sepolcrali. Di questi solo due attigui fra loro e con
la fronte rivolta al nord, sono stati rimessi quasi interamente a luce, mentre di due
altri sul lato opposto della strada, epperò rivolti al sud, comincia ad apparire la parte
superiore.
11 primo edilizio sorge sopra un basamento di fabbrica, della grandezza di m. 3,402 ,
rilevato dal piano antico per circa m. 0,45. Costruito di mattoni, che si alternano
con filari di pietre di tufo tagliate in un modo simile, costruzione molto adoperata
nell'ultima epoca di Pompei, questo edilìzio ha forma quadrata (m. 3,082), e l'altezza
di tutta la parte conservata è di m. 3,50. Nel mezzo vi è cavato un piccolo pas-
saggio a vòlta a tutto sesto, alto m. 1,70, largo m. 1,30, e con pavimento di coccio
pesto. Tutto rivestito di stucco bianco, finisce superiormente in un cornicione di coro-
namento, sormontato da un dado della grandezza di m. 3* e alto m. 0,30, sul
quale si elevava un tamburo di opera incerta rivestito di stucco, del diametro di
m. 2,55, di cui non avanza che la parte inferiore per un' altezza massima di m. 0,37.
La fronte e le facce laterali dell'edilìzio sono scompartite in riquadrature rilevate, con
pilastrini angolari scanalati e sormontati da capitelli fantastici a fogliame appena rico-
noscibile, mentre il lato posteriore o meridionale, come pure l'interno del piccolo pas-
saggio a vòlta, è rivestito di stucco liscio. Sulla fronte, al dì sopra del vano di pas-
saggio e al di sotto del cornicione, corre l'incastro lungo m. 2,20 e alto m. 0,35, per
l'epigrafe che sventuratamente manca; e su ciascun lato del detto vano vedesi a bas-
sorilievo di stucco una fiaccola ardente alta m. 1,55; quella a dr. è quasi intera-
mente perduta. Alle spalle del descritto edifizio, cioè lungo il suo lato sud, corre un
muro, intorno al quale non può dirsi ancor nulla, essendosene appena iniziato il di-
sterro. In mezzo al pavimento del passaggio a vòlta, si è rinvenuta infissa in un foro
circolare di diam. 0,30 un' urna coperchiata di terracotta, contenente ossa combuste
e una monetina sconservata di bronzo; un' altra monetina appena riconoscibile {sextans)
si raccolse fra la terra nel buco.
Mancandovi la cella sepolcrale, il monumento descritto deve considerarsi come
un cenotaphium, che per la mancanza della epigrafe non sappiamo a quale perso-
naggio sia stato innalzato. Sulle pareti sono tracciate le seguenti epigrafi, clic riescono
importanti per la loro relazione con la vicina Nuceria.
— 335 —
Sulla fronte in lettore rosse:
a) a dr. del vano di passaggio b) a sin. del detto vano <> piti sotto, in Lett. corsive
QeseRNlNuM Q LÀT////A////
N VCERIAE Sotto, epigrafe cancellata
Sul lato orientale, presso l'angolo, anche in lettere rosse:
" L MVNATIVM
QVINQJD V-B-o/"
NVCER
Nell'interno del piccolo passaggio a vòlta è graffito :
1 ) sulla parete est -) sotto la volta, presso la parete est 3)
PRIMo QVINTIO • Vhle M Q_
Sulla parete ovest un fallo graffito.
Accanto al cenotaflo or descritto, e propriamente dal lato orientale, si trova il
secondo monumento, che da quel primo è discosto per una distanza di m. 0,50 ; l'in-
tervallo fra i due edilìzi è chiuso, dal lato posteriore o di mezzogiorno, con un mu-
retto divisorio. Questo secondo editizio, di forma rettangolare, sorge al pari dell'altro,
sopra un basamento di fabbrica, difeso nel lato anteriore o settentrionale da un pa-
rapetto forato alto m. 0,85, e misura m. 3,40 sulla fronte e m. 2,70 nei lati. È tutto
di opera laterizia rivestita di stucco bianco, e contiene una celletta sepolcrale larga
m. 0,96, profonda m. 1,45 e alta m. 2,25, coverta di vòlta piana, ora caduta, e con
pavimento di mattone pesto : il vano d'ingresso ha la medesima larghezza della cella,
e le facce interne degli stipiti simulano i battenti di una porta aperta. A ciascuno
dei quattro angoli esterni è addossata una colonna laterizia, che sporge per un tre quarti;
ricoverte di stucco, queste colonne sono sormontate da capitelli compositi di tufo nu-
cerino, poco conservati. A differenza del primo, la decorazione esterna di questo se-
condo monumento è di stucco liscio, e solo sulla fronte all'altezza di m. 2,30 dal
suolo risaltano due modiglioni o mensole, che sostenevano al di sopra del vano d'in-
gresso una cornice, la quale ora è caduta insieme con la parte superiore dell'edilìzio:
sicché l'altezza di tutta la parte conservata di esso è di m. 3,70. Accanto all'ingresso
della celletta, a dr. è addossato al muro un basso sedile di fabbrica, e un altro n' è
addossato al muro orientale dell'attiguo cenotaflo già descritto. Nella celletta si rinven-
nero due cippi marmorei ad erma anepigrafi infìssi nel suolo, e sotto a ciascuno di essi
era sepolta un'olla di terracotta con ossa combuste. È a notare che una di queste olle è
contenuta da un'urna di piombo, e così pel coverchio dell'una come per quello dell'altra,
ambedue forati nel centro, passava ima ristaila di piombo lunga m. 0,80 all'incirca, rinve-
nuta spezzata : nell'olla di terracotta si trovarono due monete di bronzo, delle quali l'una
è irriconoscibile, e l'altra è un dupondio di Augusto con la leggenda LLVS III
VIR AAAF/: nel mezzo S C. Dalla seconda olla di terracotta venne fuori un dupondio
di Tiberio coniato in Cartagine, con la leggenda del rovescio: TI VIR CICPI SPDVS P :
PP .
nel mezzo . Fra la terra si raccolsero alcuni balsamarj di vetro. Una terza colti-
— 336 —
metta tornò a luce, a dr. dell'ingresso alla cella, addossata al sedile menzionato di
sopra, che sulla lastra di marino, alta m. 0,56 e larga m. 0,23, reca l'epigrafe:
FESTAE • APVLLEl • F
VIX- ANN -XVII
Anche qui sotto era sepolta l'olla di terracotta, contenente le ossa combuste e
un triens ; essa però era sormontata da un tubo fittile rettangolare (0,37 X 0,09). Final-
mente a sin. del detto ingresso, si scovrì conficcata nella terra un' altra lastra mar-
morea, frammentata superiormente (alt. mass. 0,31, larg. 0,21) , con l'iscrizione:
6-ONVIVA
VEIAES •
VIX'ANXX-
Sotto, la solita olla di terracotta, nella quale insieme con le ossa si rinvenne
un asse repubblicano.
Assai più importante è il seguente programma gladiatorio, dipinto in rosso nell'in-
terno della cella:
Sulla parete sud Sulla parete ovest
NVMiNI
AVGVSTI ?
GLAD • PAR • XXII • VENATI O • DAÌuMPEI F LAMINIS ■ AVGVSTALIS
PVGNAB- CONSTANT ■ NVCER-III-PR-NON
NONIS • Vili • EIDVS • MAlAS
NVCERINI • OFFICIA • MEA CERTO ■ INAI . . .
La lezione delle parole Augusti, e cerio, quasi svanite del tutto, mi è stata gen-
tilmente comunicata dal prof. Mau.
Si tratta dunque di uno spettacolo, che la famiglia gladiatoria di im flamine augu-
stale, del quale non è chiaro il nome, avrebbe dato nella vicina Nuccrin. probabil-
mente nel foro, in onore del nume di Augusto. Torna qui di nuovo il rapporto con
Nucerìa, già rilevato dalle iscrizioni dipinte del cenotafio, ed è notevole il cognome
di Constantia dato a quell' oppido in mi' epigrafe dei primi decennj dell' e. v., in cui
ci saremmo aspettati piuttosto il cognome di Al] 'aterna (C. I. L. X, p. 124).
Sovrapposta al 3° verso della epigrafe gladiatoria, si legge quest' altra iscrizione
in grandi lettere nere corsive:
mInivs viTvlo sAl
Sulla parete ovest della medesima cella, è graffito leggermente AL*B . e sullo sti-
pite a dr. ABCD.
Alla profondità di un metro e più. si rinvennero accatastate cinque statue pan-
neggiate di tufo, di grandezza naturale, delle quali due femminili ; erano ricoverto di
stucco bianco, che in alcune teste è ben conservato, ed aveano dipinti di rosso gli
occhi, le sopracciglia e i capelli- Altre due statue di tufo, panneggiate, si trovarono
sparse pel fondo alla medesima profondità di un metro e più: 1' una è virile, di
grandezza naturale, e l'altra è muliebre, priva della parte inferiore (alt. della parte
— 337 —
superiore conservata m. 1,10). Poco discosto da quest'ultima, si raccolse una lastra mar-
morea larg. 0,35, alt. 0,21 con l'epigrafe:
ALFIAE N • L •
SERVILLAE
Finalmente fra le terre si trovarono alcuni pezzi di colonne intonacati', quattro
capitelli di tufo, uno dei quali composito, piuttosto ben conservato; una grossa pina
di tufo, che nel dado ha il foro del pernio; alcune antefisse frammentate di terracotta.
una tegola col bollo: N SILLIVS-N (C l. L. X. n. 8042, 97) e dei frammenti di ferro.
Ln testimonianza delle epigrafi dipinte ci autorizza a ritenere sin da ora, che la
strada, la quale si va disterrando, sia un tratto della via publica, che passando per
Pompei univa Nocera a Napoli (C. I. L. X, p. 58 n. II e p. 124). Questo tratto, me-
nando direttamente a Nuceria, non può non rannodarsi alla così detta porta di No-
cera, la cui denominazione riceve oggi una piena conferma.
Regione III. {Lucania et. Bruttìi)
XVIII. Altavilla Silentilia — Nelle Notizie del 1876 (ser. 2-, voi. Ili, p. 118)
fu edita, sull'apografo dell'ispettore cav. Augelluzzi, un' epigrafe latina rinvenuta in
Altavilla Silentina. Essendo ora quella lapide stata osservata dall'egregio cav. Ferdi-
nando Colonna, che me ne procurò un calco cartaceo, sono in grado di darne la esatta
lezione.
D M
AVR ■ OLYMPIADI KÀSTISSI
ME FEMINE QVE VIXIT ÀNNIS XXXIII
MENSES • V • DIES ■ XXVI ■ IVLIVS EV
fROSYNVSCOIVCIDVLCISSIMEFECIT
La lastra marmorea, su cui è incisa, misura m. 0,51 X 0,25.
(Sicilia)
XIX. Messina — Il sig. Antonino notaio Picciotto, membro della Commissione
conservatrice dei monumenti, riferì per mezzo del sig. Prefetto, che nei lavori pel via-
dotto presso la città, sulla linea della strada ferrata Messina-Cerda, si scoprì una tomba
antica, coperta da grossi mattoni. Tolti con diligenza questi mattoni che facevano da
coperchio, videsi che la tomba conteneva i resti dello scheletro ed alcuni oggetti fittili.
Si riconobbero poi gli avanzi di una grande costruzione a grosse pietre quadran-
golari squadrate, che sembrano accennare a due linee quasi parallele di muri, fian-
cheggianti una strada di quasi m. 8,00 di larghezza, normale al menzionato sepolcro,
distante quasi cinque metri delle fabbriche accennate.
XX. Termini - Inieiese — Il R. Commissario per gli scavi e musei di Sicilia ha
comunicato a questo Ministero, che tra i ruderi del castello di Tormini-Imerese è stato
recuperato il seguente framménto epigrafico, inciso su lastra di calcare di m. 0,20 X 0,18.
•L-LESBPJs ?
)L-DAMOP|
AS-F D-S
— 338 —
XXI. Palermo — Nota del prof. A. Salinas, direttore del Musco
N'azionale.
Cavandosi le fondamenta del nuovo edificio scolastico municipale, in piazza Mon-
tevergini, si sono rinvenuti alcuni vasetti ordinari, alcuni dei quali a copertura stan-
nifera, di opera medioevale ; e con essi sette lucerne. Una di queste ha vm rosone a
rilievo, iscritto entro un altro contorno simile; e quattro, più o meno integre, sono
della solita fattura cristiana antica.
Una ha il monogramma di forma costantiniana ; in due il monogramma è a croce ;
dalla quale in un esemplare pendono le lettere DD V (sic). In un' ultima lucerna,
frammentata, si vede un uccello posato su di un capitello corinzio. È da notare, che
questi oggetti si rinvennero in uno strato profondo di terreno di trasporto ; onde è da
inferire, che quel riempimento fosso fatto con materiali di rifiuto, accumulati, per
quanto si può supporre, fra il quinto secolo ed il mille all'incirca.
Il Municipio di Palermo ha depositato nel Museo nazionale tutte queste terrecotte.
XXII. Seliilimte — Nota del -predetto sig. direttore.
Il Museo nazionale palermitano ha acquistato uu' epigrafe ed un vaso, rinvenuti
ne' pressi del così detto tempio di Messana, al di là dell'avvallamento del Selinns.
L'epigrafe è scolpita iu una piccola stele di tufo, squadrata non molto esattamente,
larga m. 0,19 e profonda m. 0,15 nella parte spianata. L'altezza totale, compresa la
parte inferiore grezza, è di m. 0,43. Sulla fronte, a lettere grosse, molto incavate e
dell'altezza di m. 0,04 circa, è incisa la seguente iscrizione oro^Jor, salvo che in
parte del primo verso:
APia
OAAM
OSAP
I i TI
Oi
La forma delle lettere accenna ad epoca buona, nou discosta dalla prima distru-
zione di Selinunte. Nella povertà dell'epigrafia selinuntina ha anche il suo valore
questa iscrizioncina sepolcrale, la quale del resto offre un particolare degno di nota:
il secondo nome di Aoiffviog portato dal morto Aristodemo o Aristodamo. Tanto l' ono-
mastico del Pape (3a ediz.) quanto l'indice del Corpus, hanno 'Agitino/; come nome
di donna, ma non hanno punto il maschile 'Agi'tiriog, che qui è da stimare un patro-
nimico. Dei patronimici in tog abbiamo esempì nelle iscrizioni beotiche (cf. ('. f. lì.
u. 1574).
Il vaso è un lekythos a figure rosse, dell'altezza di m. 0,20. Vi è dipinta con
eleganza una figura muliebre, alata e vestita di lunga tunica, con una patera nella
sinistra ed un orciuolo nella destra, in atto di libare su di un altare collocato in
uno scalino.
Roma, 25 ottobre 1886.
Il Direttore gen. delle Antichità e Belle arti
FlORELLI
— 339 —
OTTOBRE
Regione X. ( Venetia)
I. Este — Rapporto del prof. Alessandro Prosdocimi.
Praticandosi imo scavo per rinforzare un muro nel cortile di una casa in con-
trada s. Stefano, di proprietà della signora Antonietta Muletti-Prosdocimi, alla pro-
fondità di m. 1,00 dal suolo moderno, tra uno strato di macerie di età romana, ho
rinvenuto i seguenti oggetti: — Lucerna in argilla rossa ad un solo beccuccio, col noto
bollo in rilievo: LVPATI. Frammento di collo di anfora, portante all'esterno sul li-
stello dell'orlo il bollo : P SEPVLLI. Pezzo di mattone col bollo : PANSIANA. Parte
superiore di piccola» anfora, che sopra un' ansa reca in rilievo il bollo rettangolare :
M-C-OPPVs- Fondo di vasetto di pasta finissima rossa, con la marca in rilievo:
PAVLLA. Pezzo superiore di un peso forato in argilla rossastra, su cui veggonsi i
graffiti :
Nel deposito medesimo si trovarono molti mattoni ed embrici, ma anepigrafi.
Fattosi più profondo lo scavo, a m. 2,50 dal piano superiore, nello strato pu-
ramente euganeo, si sterrò una tomba in semplice buca, nella quale, circondati da
terra di rogo, si trovarono due cinerarii di argilla assai impura e di colore nericcio,
fatti rozzamente a mano a cono rovescio e fondo concavo. Erano coperti con ciotole
pure grossolane e di nule fattura. In uno dei cinerarii, fra le ossa combuste, si re-
cuperò ima bellissima fibula ad arco semplice, di filo di bronzo ritorto.
Questa tomba , benché povera di oggetti e di fittili , è interessante, perchè ap-
partiene al periodo più arcaico della civiltà euganea, e dimostra lo estendersi della
necropoli di villa Benvenuti lungo tutta la contrada di s. Stefano, che trovasi alle
falde del colle detto del Principe.
Nella breve comunicazione inserita nelle Notizie dello scorso marzo (p. 66), non
si tenne conto di un frammento fittile iscritto, alto m. 0,13, largo m. 0,19, che si
rinvenne negli sterri del Foro Boario , presso gli avanzi del castello marchesale , a
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. la, Voi. II, 43
— 340 —
m. 3,70 di profondità. È certamente un pezzo di urna cineraria, in cui sembra do-
versi riconoscere un resto di epigrafe euganea, scritta in caratteri latini. Le lettere
hanno la forma di quelle, che veggonsi nelle urne del sepolcro dei Tìtinii, scoperto
nella villa Benvenuti (Notizie 1883, ser. 3a, voi. XIII, p. 3 sq.) Vi si legge a graffito :
-A.LF &EL-SAPAR
Regione Vili. (Cispadana)
IL Bologna — Nuovi scavi della necropoli felsinea nel podere s. Polo,
descritti dal E. Commissario conte G. Gozzadini.
Per incarico del Ministero della Pubblica Istruzione ho continuato nella prima-
vera di questo anno 1866 gli scavi governativi del podere s. Polo, del sig. Arnoaldi,
ov' è un lembo della necropoli felsinea; ed anche questa volta mi sono valso dell' as-
sistenza intelligente, perspicace e lodevolissima del sig. dott. Cesare Euga.
Alcune delle piccole trinciere sono state aperte in contiguità alle anteriori, che
diedero buoni risultati (cfr. Notizie 1886, p. 67 sq.); altre a distanza, ed una nel
limite estremo del podere, a ponente. La quale ha accertato la continuazione della
necropoli etnisca fino a quel punto, e quindi la congiunzione con l'altra parte della
necropoli stessa, che si estende nel podere contermine de Lucca e nella Certosa. Ma
benché siansi trovati sepolcri da per tutto, tranne in una sola trincera, pochi oggetti,
e pochissimi ragguardevoli si sono rinvenuti, da che l'antica spogliazione fu generale,
e più diligente di quella avvenuta nei sepolcri, talora prossimi, esplorati negli anni
scorsi. Però le recenti indagini han dato a conoscere alcune particolarità interessanti,
concernenti le fosse sepolcrali ; sì che per l'acquisto di queste cognizioni non sono
stati infruttiferi gli scavi, che sono argomento di questa relazione.
Si è accertato che per lo più queste fosse sepolcrali erano in linee parallele,
sempre da oriente a ponente con i lati più lunghi : si è accertato che fra fila e fila,
tra sepolcro e sepolcro si era lasciato originariamente una banchina, o parete, o se-
parazione, di terra vergine, tagliata accuratamente, della larghezza di m. 0,80 a
m. 1,40, la quale si comincia a scorgere quando con lo scavo si arriva all'antico
piano etrusco, sottostante circa m. 1,70 all'odierno di campagna. E allora si vede
nerastro il terreno circoscritto da queste banchine , eh' è l' indizio più apparente di
sepolcro. Talvolta la banchina di separazione nei lati minori, o estremità delle fosse,
è tagliata con grande esattezza, per lo più nel mezzo, in modo da lasciare passaggio
da sepolcro a sepolcro ; e tali aperture di comunicazione arrivano sino al piano delle
fosse. Ma quando di due fosse contigue una è più profonda dell' altra, sembra che
allo slivello si rimediasse mediante gradini.
Sono particolarità, che si erano soltanto appena vedute dubbiosamente alti-;) \olta.
e che credo non siano mai state constatate in sepolcri scavati nella terra. In quelli
scavati nella roccia sì; ma è tutt' altra cosa, perchè si poteva far uso di tali comu-
nicazioni, col continuare a depositare cadaveri e ceneri in quei sepolcri o ipogei.
(ili antichi violatori, da quanto appare, ora aprivano fosse ili molta lunghezza,
che comprendevano parecchi sepolcri; e in questo caso distruggevano o interamente
— 341 —
o parzialmente le banchine tra sepolcro e sepolcro. Le distruggevano parzialmente, se
facevano le fosse più strutte delle antiche, o non proprio nel mozzo di esse. Ed è
appum Ile ... eie non smosse e non rovistate, che si rinviene la miglior parte
della suppellettile.
Oltre- di ciò si è accertato che i sepolcri, almeno in parte, avevano in uno dei
lati una specie di canale molto inclinato, largo all' imboccatura m. 0,90 e allo sbocco
m. 1,00, il quale cominciando nel piano etrusco fuori del sepolcro, andava dentro sino
in t'ondo. Ma non si è mai potuto constatare, se tale specie di canale fosse sempli-
cemente a piano molto inclinato, o se suddiviso in gradini, come fa supporre il ripido
pendio. Sembra però certo, che questi canali fossero fatti per agevolare la discesa
delle casse mortuarie, e di coloro che andavano a collocarvi presso, ordinatamente, la
suppellettile funebre. Anche l'esistenza di questo canale, dubbiosamente riconosciuta
nel sepolcro settimo sterrato nell'autunno del 1885, si è potuta accertare soltanto adesso.
Non dirò che siasi accertato eziandio, chi fossero gli antichi violatori e spoglia-
tori dei nostri sepolcri etruschi ; e lascerò che altri lo dica, se le deduzioni e i fatti
che esporrò persuaderanno.
È noto ad ognuno, che i Galli invasero queste regioni quand'erano tenute dagli
Etnischi, e che poi le invasero i Romani quando le dominavano i Galli. Cercai già
dimostrare {Notizie 1886, p. 75) non essere credibile che i Romani, i quali ave-
vano civiltà, credenze e riti molto simili a quelli degli Etruschi, e grande la reli-
gione dei morti, siano stati i violatori e spogliatoli di questa necropoli etnisca , e
che poscia a quella, così contaminata, sovrapponessero la propria. Ora aggiungo, che
dagli scavi recenti risulta palese, che oltre l'avidità di sagrilego bottino, gli antichi
violatori insultavano quasi sempre i cadaveri, sparpagliandone le ossa, e gittando a
pezzi i cranii qua e là , senza che ciò possa attribuirsi a foga di rapacità. Si potrebbe
invece attribuirlo al non esservi comunanza alcuna né di stirpe, nò di credenze, ne
di religione tra i violati e i violatori, come non v'era tra gli Etruschi e i Galli, e
che questi ultimi, invasa la regione padana, ne spogliassero i morti come ne spoglia-
vano i vivi. E in vero in quei sepolcri tutti depredati, in quei cadaveri manomessi
e dispersi, c'è la impronta d'una brutale barbarie anziché d'una civiltà corrotta e
rapace.
Alcune volte tra la terra cemeteriale ricacciata dentro i sepolcri, si sono rinve-
nuti frammenti di fibule galliche di ferro , ed anche una di tali fibule intera , che
non avevano nulla che fare con la suppellettile funebre etnisca: e potrebbe darsi,
che tali fibule di meschino valore fossero state perdute dai violatori, mentre scava-
vano la tena dei sepolcri, o mentre ve la ricacciavano dentro.
Ma un indizio più considerevole è il ritrovamento fatto l'anno scorso d'una vanga
di feno, di forma particolare, nello strato medio di un sepolcro etrusco violato. La
quale evidentemente appartenne ai violatori, e rimase fra la terra di riempimento.
Ora, se i violatori fossero stati Romani, anch' essa dovrebb' essere di forma romana,
cioè press'a poco coni' è la nostra d'oggidì. Invece si discosta molto dalla vanga ro-
mana, ovvero da tutte quelle che sono nel Museo nazionale di Napoli, il quale ri-
gurgita di attrezzi e strumenti romani d'ogni sorta; e somiglia per contro a talune
trovate in Francia, che si conservano nel Museo di Saint-Germain. Consultati due
— 342 —
valentissimi archeologi francesi , uno mi dichiarò che le teneva per cerio posteriori
all' epoca dell' invasione romana, il che non esclude siano galliche e di tipo gallico :
solo esclude che siano d'una grande antichità. L'altro valentissimo archeologo fran-
cese mi dichiarò , che sebbene quelle vanghe siano credute romane, egli è convinto
che sono galliche.
Tutte queste deduzioni, tratte da fatti, mi sembrano di non poca entità. Ma c'è
un fatto positivo e diretto, un fatto geologico che esclude l' opera dei Romani nella
violazione dei sepolcri etruschi della necropoli felsinea; ed è che taluni di questi, vio-
lati e depredati, hanno sopra uno strato di terra d'alluvione non discontinuato né ri-
maneggiato; una terra vergine posteriore alla violazione dei sepolcri. Sopra a quello
strato ce n' è un altro di ciottoli, parimente non discontinuato, formatovi da un tor-
rente disalveato, che probabilmente è quello poco lontano detto adesso Meloncello : e
questi due strati di terra alluvionale e di ciottoli sono più bassi dello strato romano,
che quivi si rinviene costantemente da m. 1,40 a m. 1,70 dalla superficie attuale della
campagna. Quindi risulta, che la violazione di quei sepolcri etruschi è anteriore allo
strato e al periodo romano, e che perciò la non può essere se non dei Galli.
Ora, dicendo d'ogni sepolcro, dimostrerò come la spogliazione fosse quasi totale,
e come sfuggissero pochi oggetti pregevoli o interessanti.
Prima trinciera in prossimità degli scavi fatti nell' autunno del 1885. Sterran-
dola si rinvenne nello strato romano : — Frammenti di piattello giallastro etrusco.
Id. di pentolini rozzi, rossastri etruschi. Id. di tazza greca figliata. Pezzo di spilla
di fibula. Capocchia di cilindro di argilla nera con circoli concentrici impressi, del
periodo di Villanova.
Questa trinciera, come quasi tutte le altre dei recenti scavi, era priva di sepolcri
romani, trovati costantemente 1' uno presso l'altro negli scavi anteriori. Forse quei
luoghi erano diventati acquitrinosi dopo il periodo etrusco, invasi da corsi d'acqua,
com'è dimostrato dalle ghiaie stratificate naturalmente al disopra dei sepolcri etruschi.
1. Sepolcro etrusco: di latini. 2,20X2,20; profondità totale dal piano di cam-
pagna m. 3,25. Si è in questo sepolcro che si cominciò ad accertare una particolarità,
traveduta nel sepolcro settimo dell' autunno 1885 (Wotisie 1886, p. 75), e che si
trovò confermata in altri sepolcri sterrati ultimamente, cioè il canale inclinato d'ac-
cesso, del quale ho già dato ragguaglio.
In fondo : — Ossa dello scheletro sparpagliate, cranio in pezzi, sparsi. Piattellini
(quattro) d'argilla rossastra e rozzi, in frammenti. Piccolo kantaro, in frammenti, con
figure rosse su fondo nero. Yasettino greco, in frammenti, a vernice nera. Vaso greco
(oenochoe '?), in frammenti, figurato trascuratamente. Fusaiuola d'argilla, lunga in
forma di strobilo, con attorno quattro solchi profondi, e colorata di nero. Perle (due)
traforate, di pasta vitrea turchina, per monile. Tubetti (tre) d'osso lavorato, in fram-
menti e relativi dischetti di chiusura.
2. Sepolcro etrusco: di lati m. 2,80 X 2,00; profondità m. 2,40. Uno dei pochi
contenenti più d'uno scheletro. Ce n'eran tre , due dei quali depostivi dopo che il
primitivo sepolcro era stato frugato. Lo scheletro superiore (a m. 2,40) avea statura
maggiore dell' ordinaria, cioè m. 1,80 dalla testa ai malleoli, e le ossa umlto grosse;
il braccio destro piegato siili' avambraccio (cosa insolita negli scheletri etruschi), e la
— 343 —
mano sinistra sullo pelvi. Era orientato in modo opposto al rito etrusco, ossia con i
piedi a occidente. Nessun oggetto; solo a distanza di 20 cent, un frammento ili baso
di stela, probabilmente del sepolcro primitivo.
Lo scheletro dello strato medio (a m. 3,55) era alto quasi rome l'altro (in. 1,75),
con le braccia e le mani lungo il corpo, e adagiato sul fianco sinistro; .anch'esso di
grossa ossatura, ma orientato con i piedi a levante. Nessun oggetto.
Questi due, aitanti della persona, aggiunti nel sepolcro già stato frugato, e de-
posti senza rito d'orientazione, sarebbero forse Galli? Se ce ne fosse stato qualche in-
dizio più positivo, non si potrebbe più dubitare che i Galli invasori violarono e spoglia-
rono le tombe dei vinti. Ma se ciò non si potè constatare a s. Polo, sembra che ri-
sultasse invece in sepolcri etruschi alla Certosa, spogliati della primitiva suppellettile,
e introdottivi cadaveri di Galli insieme con suppellettile loro propria.
Nel piano del sepolcro primitivo etnisco (a m. 3,85), lo scheletro, di statura
ordinaria, era scomposto e disperso : non ci erano rimasti che due frammenti di piat-
tellini giallastri.
3. Sepolcro etrusco: di lati m. 2,60 X 2,00, profondità m. 3,80.
A m. 3,00 : — Bozza base di stela. Alcuni cocci di piattellini giallastri. Fram-
menti di vasi rozzi.
Nel fondo : — Anellino di bronzo. Pezzetti di guscio d'ovo. Tracce della cassa
mortuaria di legno. Ossa dello scheletro sparse.
4. Sepolcro etrusco: di lati m. 2,50X2,00, profondità m. 3,20; perciò uno
dei meno profondi. Aveva il canale inclinato d'accesso.
A m. 2,80 : — Frammenti di stele sovrastanti ad altra stela in pezzi, la cui scul-
tura è bene conservata. Questa stela di m. 0,70 X 0,60, è incorniciata dalla spirale
greca corrimi dietro. A destra del riguardante è la figura principale, che occupa
due terzi dello spazio, seduta maestosamente in una seggiola ornata con alto schie-
nale inclinato in dietro, a foggia delle nostre poltrone. Essa figura, maschile, palu-
data, sembra posi i piedi sopra un suppedaneo, e porge con la destra un oggetto,
non distinguibile, ad ima donna ammantata, che le sta dinanzi, volta verso di lei in
posizione alquanto curva , forse causata dal poco spazio che rimaneva libero. E una
rappresentazione affatto nuova fra le tante delle stele felsinee.
Nel piano del sepolcro (m. 3,20) : — Lo scheletro in posizione, come se vi fosse
stato cacciato con la testa all' ingiù e le gambe in alto, e gettativi sopra i pezzi di
stela accennati. Due grandi fibule d'argento, ad arpa, appaiate, coperte da patiua
di bronzo, benché non si trovassero nel sepolcro oggetti di bronzo, i quali però do-
vrebbero esserci stati e rubati in antico. Perle (tre) di pasta vitrea, di varie gran-
dezze. Perle (tre) d'ambra, da monile. Pezzetto informe di ferro. Tubo d'osso in fram-
menti. Pezzetti di guscio d'ovo. Vasettino attico (bombylios?) a vernice bruna, con
ausa e con orificio a imbuto. Frammento di base di vaso figurato. Tracce della cassa
mortuaria di legno.
5. Sepolcro etrusco : di lati m. 2,80 X 2,00, profondità m. 4,60.
Nel fondo: — Lo scheletro, lungo m. 1,65 fino ai malleoli e con le mani lungo
il corpo, non era stato smosso; cosa rarissima. Alla sua sinistra, distante m. 0,20,
erano disposti ordinatamente i seguenti oggetti, eccettuato il vasetto attico ch'era
— 344 —
nel mezzo. Tubetti (due) d'osso, uno rotto, con i relativi dischetti. Tubetto d'osso
simile ai sopradetti, ma ornato di quattro solchi che girano attorno, e di circoletti
concentrici, frammentato. Frammenti (due) di ferro informi. Vasetto attico (bombylios ?),
con ansa e con orificio a imbuto, d'argilla fina rossigna a vernice ranciata , rotto.
Piccolo kantaro con figure rosse su fondo nero. Piattello rozzo d'argilla giallastra, con
pieduccio rotto. Piattelli (due) simili al sopradetto, ma senza pieduccio, rotti. Cio-
tolette (due) d'argilla rossastra, rotte: una ha nel fondo esterno ima croce grafita.
Ambedue contenevano residui di gusci d'ova. Pochi pezzi di grande vaso, con figure
rosse su fondo nero. Fusaiuole (due) rozze, d'argilla nera.
Trinciera seconda, al nord di quelle del 1884 e 1885.
Nello strato romano (m. 1,40-1,70) si raccolsero più che altrove frammenti di
mattoni, di embrici, di tegole e d'anfore; due mattoncini esagonali; due frammenti
di balsamario di vetro; due pezzi di manici di cinerario di vetro, e un balsamario
d'argilla; le quali cose eran tutte frammiste a ciottoli fluviali, che indicavano esser
quivi corso un torrente.
Fu trovato un solo sepolcro romano a incinerazione, manomesso forse nel fare
lavori agricoli; e non c'era rimasto che uno deisoliti quattro vasetti fittili, angolari.
Inoltre nello stesso strato: — Monete (due) romane, di bronzo, corrose. Cate-
nella di ferro, lunga m. 0.28. Piccoli pezzi (tre) di aes-rude. Frammenti di vasi ro-
mani. Frammenti (cinque) di vasi greci a vernice nera. Globetto di pasta vitrea con
solchi attorno. Lastrine (due) di bronzo, appartenute forse ad una cista. Parte di fa-
sciatura di bronzo, appartenuta ad un mobile. Parte di piccola catenella di bronzo.
Frammenti di vasi figurati. Frammenti di vasetto dipinto a squame. Frammento di
patera con figura. Sezione, segata, d'osso di bue.
Immediatamente sotto lo strato romano : — Cumulo, di forma irregolare, del diame-
tro di m. 0,50, e dello spessore di m. 0,30, formato di ceneri e di minuti residui d'ossa
carbonizzate, lasciate nell'ustrino, la cui terra si vedeva aver subito l'azione del fuoco.
Nello strato medio, a m. 2,55 : — Sènza segno di fossa, uno scheletro di ragazzo,
perfettamente orientato, con le braccia distese lungo il corpo e le palme delle mani
volte in giù. La testa essendo stata posata intenzionalmente sopra una stela, però
troppo grossa, s'era curvata sul petto. Nessun oggetto accanto.
Sotto si trovò la terra vergine; onde si può dedurre, che la necropoli etnisca
non si estendesse al di là degli ultimi sepolcri messi all'aprico nel maggio e giugno
1884, cioè m. 38,50 al di là dalla capitagna divisiva, e che essa necropoli attra-
versava diagonalmente da est a avest un lembo del podere s. Polo, fino al podere
de Lucca, come dimostrerò in appresso.
Trinciera terza al sud della prima aperta in quest'anno.
0. Sepolcro etrusco: di lati m. 2,50X2,00, profondità m. 3. Gii.
A mezzo: — Pochi cocci di piattellini giallastri.
Presso il fondo: — Alcuni frammenti di piccola stela.
In fondo: — Le ossa dello scheletro gettate alla rinfusa. Kesidui di gusci d'ova.
Tracce dalla cassa mortuaria, di legno. Nessun rimasuglio di vasi dipinti. Frammenti
di fibula gallica, di ferro. Se vi fu perduta dai violatori, furono essi certamente com-
pensati dal non aver risparmiato nulla della suppellettile etnisca.
— 34r, —
7. Sepolcro etrusco: di lati m. 2,70X1.00, profondità m. 3,70.
A diverse altezze: — Frammenti (tre) di piattelliui giallastri.
In fondo: — Lo scheletro manomesso, il cui cranio era fatto in pezzi, sparsi
qua e là. Dischetti traforati (nove) d'ambra, per monile. Perle (tre) di pasta vitrea
turchina, una delle quali ornata di circoli bianchi. Frammenti d'arco di fìbula di
bronzo, ad arpa. Frammento informe di ferro. Nessun rimasuglio di vasi dipinti.
8. Sepolcro etrusco : di lati m. 2,55 X 2,30 , profondità m. 3,50.
Nel fondo: — Lo scheletro intero, lungo fino ai malleoli m. 1,60, con le braccia
distese lungo il corpo.
Sparsi: — Fibula d'argento, ad arpa. Chiodo di ferro. Bottone di ferro piano-con-
vesso. Disco traforato d'ambra per monile. Perle (due) di pasta vitrea per monile.
Tubetti (due) d'osso, schiacciati, con i relativi dischi.
Raggruppati ordinatamente a sinistra della testa dello scheletro, sotto una striscia
di terra non tocca dai violatori: — Piccolo kantaro, dipinto trascuratamente a figure rosse,
alcune delle quali avvolte in un drappo e con striglie in mano. Pentolino rozzo d'ar-
gilla giallo-sema, a due manici orizzontali, con entro piccole ossa di volatili, forse
residuo del silicerno. Piattellini (otto) rozzi d'argilla giallognola; alcuni con tracce
di vernice ranciata, con entro molti pezzi di gusci d'ova. Ciotoletta d'argilla giallo-
gnola. Frammenti (sei) di asticine e chiodi di ferro. Tubetti (due) d'osso, uno col
relativo dischetto. Estremità superiore rotondata d'un colteltino di selce piromaca
levigata, lavorato a doppia costa al di sopra. Nucleo di selce piromaca scagliata
appositamente.
9. Sepolcro etrusco: di lati m. 2,45X2,18, profondità m. 4,40.
In fondo : — Ossa delle scheletro sparse. Pezzi di stele frantumate. In uno è figu-
rato un uomo volto a destra, con la clamide, e sembra avere il capo coperto : è in
atto d'avanzare, e tiene la mano destra sul fianco. Nel lato opposto del frammento non
resta che la metà anteriore di due cavalli alati, e una gamba d'uomo, probabilmente
di colui che suol precedere la biga correndo. Un piattellino rozzo, d'argilla giallo-
gnola. Frammenti d'altro simile piattellino. Frammenti di ciotoletta bruna, con croce
graftìta nel disotto. Ossicini (quattro) di volatile, forse anch'essi residuo di silicerno.
Trinciera quarta, piccola, di saggio, all'estremità occidentale del podere, presso
il rio Meloncello, col quale confina il podere de Lucca. È un punto intermedio sulla
linea retta, tra la casa colonica di s. Polo e il campanile della Certosa.
Sotto tre diversi strati, il 1° dei quali era di terra alluvionale, dello spessore di
m. 0.80 ; il 2°, o medio, di ciottoli fluviali, dello spessore di m. 0,35 ; il 3°, o infimo,
dello spessore di m. 0,45, si scoprì un manufatto d'epoca romana. Era quadrato, di
m. 2,80 per ciascun lato; e consisteva in una specie d'incassatura, alta m. 0,40,
formata da tegoloni manubriati messi di coltello, con riempimento di rottame late-
rizio romano, tra il quale erano alcuni mattoncini esagonali, e frammenti di arenaria,
forse basi di stele etnische. Ciò era collegato da calce di fortissima presa, e posava
sopra rozzi lastroni di pietra, che soprastavano a uno strato grosso m. 0,30 di ciot-
toli fluviali, mescolati a detrito laterizio, e rivestito anch'esso di mattoni manu-
briati, cementati, coli' incavo volto in fuori. Tutto questo muramento era poi rafforzato
intorno da una specie di sperone, largo m. 0,95, di mattoni murati in declivio. Posava
— 346 —
immediatamente sopra la terra di un sepolcro violato, del quale si vedevano le tracce ;
onde dovevano averle vedute anche i Romani costruttori di quel manufatto. Però
il rettangolo del manufatto era situato così, che il suo centro non corrispondeva a
quello del sepolcro etrusco, ed aveva i lati rivolti agli angoli del sepolcro stesso, due
dei quali rimanevano scoperti. Ma non si potè arguire se fosse una base di sepolcro,
od altro.
10. Sepolcro etrusco; di lati m. 2,00 X 1,60, profondità m. 4,30.
A m. 3,50 (ossia a m. 3,80 prima di arrivare al fondo) si cominciarono a tro-
vare le ossa dello scheletro, sparse qua e là, e pezzi del cranio.
Nel rimanente strato di m. 0,80 : — Piattellini (dieci) rotti e mancanti di varii
pezzi. Frammenti di piccola ciotola d'argilla rosso-sema. Pezzetto di vaso a vernice
nera. Chiodi (due) di ferro. Frammento di cornice di stela, con la spirale corrimi
dietro.
Trmciera quinta, vicinissima alla casa colonica, e a quella trinciera dove l'Ar-
noaldi trovò un grande e bellissimo kratere dipinto, e un bel candelabro di bronzo.
A due metri di profondità si rinvenne uno strato di ghiaia compattissimo, dello
spessore di m. 0,40.
11. Sepolcro etrusco: di lati m. 3,00 X 2,00, di profondità m. 4,55.
La banchina di separazione aveva un'apertura regolarissima, larga m. 0,90, che
lo metteva in comunicazione col sepolcro n. 14, benché il piano di quest' ultimo
fosse più basso m. 1,15. Aveva inoltre il canale d'accesso a levante (largo in cima
m. 1,10, e in fondo m. 1,40), in uno dei lati minori.
A m. 3,25 : — Orlo e pezzo di vaso rozzo, etrusco. Pezzetti (due) di vaso a
vernice nera. Fuseruola d' argilla, arcaica. Rifiuto di lavorazione di selce. Dente di
cavallo.
A m. 3,50 : — Molti pezzi di stele, dai quali era scomparsa ogni traccia di scul-
tura, toltone uno che conservava la cornice a fogliame. Fibula piccola, ad arpa,
d'argento.
Nel fondo : — Cranio e poche ossa scompigliate, dello scheletro. Fibula piccola
d'argento. Capocchie (due) di chiodi di ferro. Bottone d'osso. Pezzo di coltellino di
selce.
Nello strato medio, alla profondità di m. 2,69, quasi sopra al sepolcro etrusco
n. 12, si trovò una lastra di macigno di m. 0,50X0,40, grossa m. 0,40, che
copriva un grande kratere dipinto, contenente ossa umane carbonizzato e ceneri. Il
quale era stato collocato verticalmente nella terra senz' alcun riparo, e senza alcun
oggetto, e sarà sfuggito ai violatori, per essere un po' da parte del sepolcro etrusco,
più basso. Non lo dico un ossuario etrusco, per mancanza di oggetti che lo caratte-
rizzino, ma probabilmente lo è, essendo uno di quei krateri figurati, che si trovano
frequentemente nei sepolcri etruschi, ed anzi appartiene al periodo non molto antico,
come altri trovati là presso.
Vi è dipinto , senza granitura , principalmente una scena del tiaso bacchico,
con figure mezzanamente grandi , trattate con grande finitezza nelle teste e nelle
vesti muliebri, che conservano tracce di tinta bianca. La composizione, di stile libero,
è di sei figure; tre Fauni coronati di edera e col tirso, in pose e atteggiamenti
— 347 —
diversi, elio guai-ciano la danza di tre Baccanti, Le quali .suonano il tympanum o tam-
burino : una, soprastante ad un gran basamento corniciato in cima dalla spirale cor-
rimi-dietro , è manifestamente agitata dal Dio, di cui celebra le orgie. Queste tre
Baccanti sono coronate in diverse guise, e coperte fino ai piedi di vestimenta soprac-
carte di ornati. Nel lato opposto del kratere sono dipinti, con disegno largo e non
graffito, due donne, e due uomini con striglie in mano, tutti ignudi, che stanno per
entrare nel bagno.
12. Sepolcro etrusco: di lati m. 3,00X2,10, profondità m. 5,60, con canale d'ac-
cesso in uno dei lati maggiori, e con l'apertura di comunicazione col sepolcro n. 13.
Tra i m. 3,00 e 4,50: — Stela piccola in pezzi, mancante della base; misura
hi. 0,41X0,39. Vi è espressa una sola figura- maschile a fronte sfuggente, di tipo etru-
sco, appoggiata a bastone. La cornice è a zig-zag. Altra stela a tre compartimenti di
scultura finissima. Nel superiore mia palmetta verticale, con ai lati altre due palmette
orizzontali. Nel mediano, figura maschile paludata, seduta in biga, che ha ruote ar-
caiche. Questa figura sostiene con la destra l'ombrello, il quale è altresì sostenuto dalla
mano sinistra di un Genio, che le si libra di contro. Nel terzo compartimento, un
ippocampo alato, sovrastante ad un serpe che ha l'estremità della coda lunata. Nella
cornice, due rami a foglie lanceolate, i quali s' incontrano in cima. Frammento di stela
con la metà superiore di figura maschile nuda; la cornice ha una spirale di rami
d'edera. Frammento di stela a due compartimenti; nel primo è la parte inferiore d'un
uomo a cavallo; nel secondo ima sfinge alata ritta sulle quattro zampe, con testa
maschile volta in dietro. Altri pezzi della stela a tre compartimenti.
Più in basso: — Pezzo di aes-rude. Tubetto d'osso lavorato.
Nel fondo : — Le ossa scompigliate dello scheletro, e il cranio a pezzi, in disparte.
13. Sepolcro etrusco: di lati m. 3,00 X 2,00, profondità 4,90, con l'apertura di
comunicazione coi sepolcri n. 12 e 14.
Nel fondo : — Frammenti (tre) di fibule di bronzo a coda di rondine. Anellino
d'argento frammentato, con entro una falange di dito. Pezzo di aes-rude. Frammenti
(parecchi) di grande kratere, con figure rosse in fondo nero, d'epoca tarda. Ciondolo
'l'ambra, in forma di fiaschettina elissoide schiacciata, con fori per tenerla appesa.
Bottoncini (due) d'osso , uno più piccolo dell'altro. Fusaiuole (due) d'argilla di tipo
arcaico. Sassolino di selce rossa. Poche ossa dello scheletro, e non il cranio.
14. Sepolcro etrusco: di lati m. 3,10 X 2,00, profondità m. 4,50; aveva l'apertura
di comunicazione con i sepolcri n. 11 e 15.
Nel fondo in un angolo : — Grande kratere, in pezzi, con manici attortigliati e con
gli ornati a vernice bianca, conservata in alcuni punti. Le figure rosse, non graffite,
su fondo nero rappresentano un combattimento tra Amazzoni e giovani Greci. Quelle
isono quattro, vestite nella loro solita foggia, armate di ascia e di arco, montate
a cavallo, eccetto una distesa in terra, con gli occhi chiusi , che par morta. Sono
quattro anche i giovani Greci, vestiti solo del manto ; ma tutti con elmo in testa.
Uno di quegli elmi ha grande cresta, e le paragnatidi ritte e appuntite, che sem-
brano orecchie di cavallo. Le armi dei Greci sono parazonio e lancia. Kylix in pezzi,
figurata. Neil' interno sono rappresentati due giovani, uno seduto e l'altro ritto.
Altra kylii in pezzi. Pentolino rozzo d'argilla nera. Piattellino d'argilla giallastra.
Classi: di scienze morali ecc. — Memorie — Si r. 1 ■'. Voi. II.
— 348 —
Ciotoletta nera. Manichino mobile di bronzo. Grande ansa di bronzo, in forma di lituo,
t'ormata da una verga ritorta. Pare che il vaso a cui apparteneva, fosse foderato di
legno, essendosene trovati alcuni pezzi carbonizzati, che erano attaccati all'ansa quando
fu raccolta. Dello scheletro non rimanevano che alcune ossa, sparse e frantumate. Del
cranio c'erano pezzi a m. 1,00 e a m. 1,50 dal fondo.
15. Sepolcro etrusco: di lati m. 3,60X2,25, profondità m. 4,60, e due delle
solite aperture, che lo mettevano in comunicazione con i sepolcri n. 14 e 17.
A m. 1,00 dal fondo : — Grande frammento di stela, alto m. 0,80 X 0,85, con
cornice a spina di pesce. Vi rimane la parte inferiore di due figure maschili drap-
peggiate, e fronte a fronte.
Nel fondo : — Alcuni frammenti di tazzetta a vernice nera. Frammento di vaso
figurato. Frammenti di pentolino a due manici, rozzo brunastro. Archi (due) di fibule
di bronzo. Oggettino d'argento, formato da due cerchielli riuniti come un 8. Chiodini
(tre) di bronzo. Chiodini (due) di ferro. Poche ossa dello scheletro, e frammenti del
cranio.
16. Sepolcro etrusco: di lati m. 3,15 X 2,00, profondità m. 5,30; aveva la solita
apertura di comunicazione col sepolcro n. 15.
A m. 3,00: — Alcuni pezzi di stele, logori. Cocci di vasi rozzi. Frammento
informe di bronzo.
A m. 3,30 : — Piede di piattello rozzo, bruno, con croce gammata granita al-
l'esterno.
Presso il fondo : — Frammento di stela a due compartimenti, incorniciati dalla spi-
rale corrimi-dietro. Nel compartimento di sopra rimangono le sole zampe anteriori
di due cavalli correnti. Nel compartimento di sotto è la figura nuda d'un uomo, ada-
giato sopra un tettuccio, col braccio destro disteso, e il sinistro abbassato: ha da-
vanti qualcosa che non si distingue. È soggetto nuovo.
Nel fondo : — Frammenti di vasetti rozzi. Frammenti di alabastron. Peduccio di
bronzo, di mobile. Dadi (due) cubici. Alcuni pezzi d'ossa dello scheletro, e frammenti
del cranio.
17. Sepolcro etrusco: di lati m. 3,50X2,15, profondità m. 4,80. La solita
apertura lo metteva in comunicazione col sepolcro n. 15.
A m. 2 : — Fibulina, di bronzo, a losanga, vuota : tipo arcaico s. Polo.
Presso il fondo: — Pezzo di femore, e alcuni frammenti del cranio dello scheletro.
Nel fondo, sparsi : — Frammenti di kylix nera. Pezzi di kylix con figure rosse
su l'ondo nero , rappresentanti giovani nudi, ritti con alta asta in mano. Frammento
di pentolino rozzo, bruno. Dado cubico. Dischetto d'ambra traforato, per monile. Bot-
tone d'osso.
18. Sepolcro etrusco: di lati m. 3.25 X 2,10, profondità m. 1,50.
Nello strato romano : — Fusaiuole (due) arcaiche. Chiodi di ferro.
A m. 2,00: . — Pentolino a due manici, rozzo bruno.
A m. 3,9(>: — Frammenti di stele, ammucchiati quasi nel mezzo. Quattro sono
incorniciati dalla spirale corrimi-dietro. Nel compartimento superiore, la testa di
uu serpe e due quadrupedi, che hanno qualche rassomiglianza coi lupi. Nel compar-
timento inferiore, dovevano essere due stìngi aifrontate, delle quali rimane una sola
— 349 --
intera. È alata ed ha la testa coperta da un berretto a squame, dalla cui cima scende
all' indietro una specie di freccia ad asta ondulata, cosi conio si rappresenta la folgore.
Il petto della sfinge è coperto da egida, a squame anch'essa. Dell' alti a sfinge non
rimane che un pezzo di coda. Scultura finissima e eonservatissima. Frammento di ci-
masa di stela con la spirale corrimi-dieiro, e una parte di serpe.
Nel fondo : — Piattellino d'argilla rossastra. Coppa d'argilla rozza, bruna, con piede
alto, sul quale sono graffite due linee quasi parallele, intersecate ad angolo un poco
aperto da altra linea. Frammenti di kratere nero con figura femminile, rossa, la
quale stando in biga, guida i cavalli alati e correnti. Pezzo di piccolo kantaro, di-
pinto a figure rosse su fondo nero. Balsamario di vetro azzurro opaco, con due pic-
cole ansette gialle, e un listello celeste presso il collo ; l'orificio manca. A poca di-
stanza, altri due listelli uno giallo ed uno celeste, che sono ripetuti più in basso.
Questo balsamario, molto bello, è lungo, cosi com'è, m. 0,092. Fusaiuola di vetro az-
zurro opaco, con ornamenti celesti sovrapposti. Perla da monile, di vetro e ornata
come la l'usaruola precedente. Ciondolo d'ambra a foggia di cuore, con appiccagnolo
traforato. Ciondolo d'ambra rappresentante la parte anteriore di un piede umano, cal-
zato ; è munito di appiccagnolo. Patera di bronzo. Statuetta virile nuda, di bronzo,
con la mano destra sul fianco e la sinistra sporgente, la palma volta in giù. È di
maniera arcaica, sopra piedistallo circolare, come tutte le altre che ornavano il vertice
dei candelabri. Perciò il candelabro ci sarà stato insieme, e sarà stato rubato. Fibulina
di bronzo a coda di rondine. Chiodi (due) di ferro. Frammento informe di piombo.
Ossicino di volatile.
III. Forlì — Scoperte presso il nuovo palazzo della Cassa di risparmio,
descritte dall'' ispettore cav. A. Santarelli.
Negli scavi del decorso agosto per la costruzione della nuova residenza della
Cassa di risparmio di Forlì, che sorge sul Corso V. E., furono scoperte alcune tombe,
una delle quali di non lieve interesse per la storia locale.
La prima, che fu incontrata a circa m. 1,50 di profondità, è di epoca romana.
Si presentarono embrici grandissimi, messi a due pioventi, che costituivano im manu-
fatto, lungo m. 0,85, largo m. 0,50, ed orientato. Saputa la cosa, mi recai in luogo,
e trovai i tegoloni tutti anepigrafi, solo fomiti di circoli digitali impressi nella creta
molle, ed il sepolcro formato di avanzi di ustrino per uno spessore di m. 0,20, fra
i quali non rinvenni che pochi frammenti ossei, e carbone.
Altre due tombe romane, ma queste di inumati, si offersero in altro punto della
fabbrica, presso a poco allo stesso livello, composte anch'esse di tegole a capanna: però,
corrispondendo sul vecchio muro di facciata, erano state guastate in antico, e quindi non
diedero ora che un pezzo di lastrina di bronzo, forse avanzo di cinturone, ed un mezzo
anello pure di bronzo. I cadaveri avevano il capo a sud ed i piedi a nord. Nell'area
circostante, ma a distauza da dette tombe, furono a quando a quando raccolti per cura
e diligenza del sovrastante ai lavori sig. Enea Manuzzi gli oggetti ebe indico : — Bronzo.
Un frammento di quell'arnese chiamato tira-arco, nel quale restano le tre solite punte,
e parte dei due anelli. Piccolo campanello frammentato, privo di battaglio. Avanzo
di fermaglio da cintura, o da balteo. Coperchio di tazza con suo gangetto snodato.
— 350 —
Un piccolissimo pesce, forse ornamento da collana. Altri frammenti indecifrabili. —
Vetro. Un globetto semisferico verdastro. — Fittili. Un grano da collana di argilla
gialla finissima. — Pietra oliare. Due pezzi di pentole.
La più importante scoperta fu l'ultima, quella cioè di una tomba arcaica di
guerriero, trovata nel cavare i fondamenti per le colonne del portico frontale del
palazzo, e precisamente in confine con la via del Corso sopra ricordato.
Il suolo sovrapposto era formato da terriccio di trasporto : poi veniva uno strato
di ghiaia, di cent. 80 circa, probabilmente scoperchiato anticamente nella sistemazione
della strada, la quale pare segni il tracciato della via Emilia, come indicherebbero
anche i resti di un ponticello a lato del prossimo palazzo Merenda. Seguiva poscia
il terreno vergine. Entro al medesimo, alla profondità dal piano superiore di m. 1,90.
s'incontrò uno scheletro messo in fossa libera, lunga circa m. 2,00 larga m. 0,90, e senza
segnali. Il cadavere aveva il capo ad est, e i piedi ad ovest. Le ossa, meno le tibie,
erano ridotte a minuti pezzetti, per l'umidore e la pressione del terreno ; ma si potè
determinare, che il morto era collocato supino, e la statura sua non eccedeva
l'ordinaria.
Ed ecco la suppellettile funebre deposta col medesimo. Presso al corpo ed all'omero
destro, stavano : — 1. Un vasetto a forma di skijphos senza piede, che invece di anse, ha
quattro bitorzoli puntuti equidistanti vicino all'orlo. È di color bruno, plasmato a mano,
con terra impura, solo essiccata. Misura in altezza m. 0,08, con l'orificio largo m. 0,07.
Fu estratto quasi iutero. Esso richiama i fittili delle terremare, ed è identico ad uno
trovato in tombe di Tolentino (cfr. Bull, di Pai. it. anno VI, tav. 10, n. 8). — 2. Ciotola
di terra gialliccia ben cotta, fornita di piccolo piede, e fatta alla ruota. Nell'in tenni
e sul labbro un poco inflesso, serba segni di coloritura rossa. È alta m. 0,038, e del
maggior diametro di m. 0,093. Fu levata intatta. Parecchi vasetti simili uscirono
dalle tombe della Certosa, ed altre analoghe (cfr. Zannoni, Scavi della Certosa
di Bologna tav. XXIX, n. 7 e tav. XXXVII, n. 12). — 3. Pochi avanzi di altra
ciotola di terra nera senza piede, che si- trovò in briccioli.
Presso al radio sinistro dello scheletro : — 4. Oetwchoe di terra fina gialliccia
ben cotta, a corpo rigonfio e collo brevissimo, con manico a tenia rialzato sull'orlo.
e beccuccio appena pronunziato: sembra eseguita alla ruota. È alta m. 0,10, diam.
magg. m. 0,10. Ha una larga fascia rossa sul labbro; altra sul ventre, chiusa da
due più strette, ed una terza sul piede, foggiato a piccolo zoccoletto. Fra il labbro
ed il ventre è pure un sottile fregio ondulato, dello stesso colore ; ed anche il manico
serba spennellature orizzontali, della medesima tinta. Venne raccolta intatta. — 5. hi.
della stessa foggia e misura, della identica tecnica figulinaria, con i medesimi ornati,
eccetto che invece del rosso corallino come nella prima, è stata adoperata una vernice
rossastra. Si trovò quasi intera. Vasetti consimili per coloritura e forma uscirono
dalle tombe di Corneto-Tarquiuia, da quelle di Orvieto, e dalle felsinee (cfr. Noli:/ •
1885, ser. 4a, voi. 1, p. 634; 1886, p. ti, 7; Zannoni op. cit. p. 4(19).
Sempre procedendo a sinistra dello scheletro si rinvenne: — ti. Olla di terra rossa
ridotta in minutissimi pezzi, che non fu possibile ricomporre, ma che per una parte del
collo che si è salvata, si rivela simile a quella che si descriverà al n. 9. — 7. Urna roz-
zissima, fatta a mano, di terra impastata con frammenti pietrosi, spalmata di argilla
- 351 —
nerastra e d'imperfetta cottura. È di forma piuttosto slanciata a doppio cono, e sulla
metà del ventre pinta tre sporgenze cilindriche, equidistanti, con profonde impressioni
in testa, ottenute con istrumento rotondo e con un dito. Ila labbro grosso e divari-
cato, e in luogo di piede, una semplice schiacciatura di piccolo diametro. In altezza
misura m. 0,37, nella maggiore espansione, m. 0,31. La bocca è larga m. 0,17, e lo
spessore della pareti oscilla tra i min. 7 e 12. Era ridotta in molti pezzi per la
pressione del terreno ; ma con grande pazienza potei ricomporla quasi interamente. È
noto che vasi rozzi con protuberanze a metà, del ventre, e con appendici analoghe,
s'incontrarono in sepolcreti di terremare (cfr. Crespellani, Scavi del Modenese 1880,
tav. II, n. 1 e 8). Quello da me descritto riproduce più in piccolo il dolio, con bitor-
zoli cilindrici ornati d' impressioni rotonde, venuto fuori dalle necropoli bolognesi
(cfr. Zannoni. op. cit. tav. L1I, n. 1). — 8. Urna liscia di terra durissima impastata
con polvere silicea, ingubbiata d'argilla rossastra, fatta senza aiuto di tornio, e cotta
a fuoco aperto. È di forma snella, a doppia ansa obliqua, con labbro sottile lievemente
divaricato ; e nell'insieme richiama il noto tipo degli ossuarii di Villanova. Misura
in altezza m. 0,34 , nella maggiore larghezza m. 0,28. Il diametro dell'orificio è di
m. 0,17; le pareti non eccedono lo spessore di rara. (3, ed ha fondo senza risalto.
Si trovava presso la tibia sinistra dello scheletro, ed in discreto stato di conserva-
zione. — 0. Olla veutricosa, di terra rossa impastata di bianchi granelli pietrosi, la-
vorata a mano, e cotta a buon fuoco. Era ai piedi del cadavere. Misura in altezza
m. 0,35 , nella maggiore ampiezza m. 0,34. La bocca si alza con una specie di col-
lare, che termina in cordone diviso in grossezza da lieve solco, ed è larga m. 0,15.
Verso la metà del ventre nascono due anse oblique, foggiate come quelle dei cine-
rarii di Villanova, ed il fondo consiste in una semplice schiacciatura. Anche le pareti
di questo vaso sono di varia grossezza, presentando in alcuni punti lo spessore di
mm. 4, in altri di ini. 10. Era stata spezzata dal peso della terra, ma molto meno
della compagna ricordata nel n. 6 ; talché si è potuto abbastanza bene ricomporre.
In mezzo ai frammenti di essa stava un pezzo di lama di coltello di ferro, lunga
m. 0,11 larga m. 0,040, in origine forse collocata entro al fittile. Quest'olla, per la
forma, meno lo zoccolo che non ha, ne richiama una della necropoli d'Orvieto (cfr. No-
tizie 1880, tav. V, n. 50) ed altra diota degli scavi felsinei (cfr. Zannoni op. cit.
tav. LXXI, n. 6).
Stretta fra la medesima e l'urna n. 8 era : — 10. Una Kylix di bucchero nero finis-
simo, a due manichi lievemente rialzati, fornita di piede poco sviluppato e con labbro
arrotondato inflesso. È alta m. 0,05, e l'orifizio presenta la larghezza di m. 0,14.
Meno poche sbiecatile, e la rottura di una delle anse, è in discreto stato, e serba
ancora parte dell'antico lucido. Pel tipo essa riproduce una tazza del III periodo
d'Este, e richiama pure le felsinee, salvo che queste hanno il piede più aggraziato
(cfr. Notizie 1882, tav. V, n. 53).
Tutti questi vasi erano pieni della terra, che aveva servito a ricoprire il sepolcro,
e non serbavano neppure il più piccolo avanzo del pasto. Eimango quindi incerto se
attestino il silieerno, o sieno stati posti per altri motivi di rito.
Sul petto poi dello scheletro, erano due piccole fibule di bronzo frammentate.
Sono a semplice arco, formato da lamina che s'ingrossa nel mezzo, con istalla corta,
— 352 —
che termina in bottone volto all'insti. Kinuendo i pezzi di una di esse, vedo che
misuravano in lungo circa mm. 42. Il loro tipo corrisponde a quello delle note fibule
della Certosa di Bologna, e del III, periodo d'Este. Presso alle fibule, si trovò posta
trasversalmente una cuspide di lancia di ferro, sulla quale resta dall' ossido saldata
in taglio una punta di giavellotto egualmente di ferro, molto deformata, se pure non
si tratta di altra lancia. Accanto a questo gruppo, era un lungo pezzo di lama dello
stesso metallo, che pare di coltello con codolo.
La lancia è della forma a foglia d'alloro, con costola appena accennata, e fornita
di cartoccio per l'asta, dalla quale, attesa la posizione in che si rinvenne l'arma, è
evidente che era stata separata. In complesso è lunga m. 0,31, e nel punto della
maggior espansione m. 0,077. Il giavellotto, munito anch'esso di gorbia, è della lun-
ghezza di m. 0,21 e largo m. 0,035. Lì presso stava il frammento di un sauroter,
che probabilmente avrà appartenuto alla ricordata lancia.
Altra cuspide di lancia di ferro più piccola era a piedi del cadavere, dal lato
destro, ed aveva la punta rivolta in giù. È della forma dell'antecedente, molto inve-
stita anch'essa dall'ossidazione, e misura in lungo m. 0,25, in largo m. 0,065.
Tanto la prima, che la seconda lancia, si cavarono fuori spezzate ; ma le rotture
non datano certo dalla loro deposizione, perchè i pezzi aderivano, e nelle fratture
il metallo non è intaccato dall'ossido del resto. Queste cuspidi sono della più antica
foggia; e per citare alcuni esempi, richiamano le liguri di Velleja, e quelle delle
necropoli di Tolentino. Anche la loro duplicità ha riscontri interessanti, vedendosi
appunto soldati con due lance nella situla di fattura umbra, trovata in tomba etnisca
degli scavi Arnoaldi-Veli, ed illustrata dal eh. Brizio (cfr. Notule 1877, tav. Vili,
n. 1, 2; Bull, di Pai. II. anno VI, tav. X, n. 14; Atti e Mera, della lì. Dep. di storia
patria per le Romagne fase. IV, 1884, tav. VI, VII).
La descritta tomba di Forlì, al disotterramento della quale assistei di continuo
per raccoglierne tutte le particolarità, mi sembra abbia molta somiglianza con quella
dei sepolcreti di Tolentino, che vengono assegnati alla prima età del ferro (2° periodo).
Infatti, oltre al modo di seppellimento ed all'associazione di vasi rozzi e fini, corri-
sponde anche la distribuzione dei medesimi intorno al cadavere. Qui, come là, i
vasetti potorii sono alla destra vicino al capo, ed i maggiori, presso alle tibie ed
ai piedi (cfr. Bull, ili l'ai. il. anno VI, tav. X, n. 1, tav. XI, n. 1, 2). Potrei pure
rilevare ima certa attinenza con la civiltà umbra per l'urna a bitorzoli, pel rozzo
bicchiere, e pei vasi riproducenti il tipo di Villanova ; con quella del III periodo
d'Este e quella di Corneto Tarquinia, per le oenochoe colorate a zone; con l'etnisca,
per le fibule ; ma mi riserbo più ampii studi, quando potrò radunare maggiori elementi
in altri punti della città, o nell'area circostante al luogo dello scoprimento, che senza
le difficoltà che mi presentarono le fabbriche, la via principale, e gli accumulati
materiali pel nuovo lavoro, avrei interrogata tosto, allargando le esplorazioni. Pel mo-
mento quindi mi limito a designare questa tomba come preromana, e darla per la
più antica che fino ad ora sia apparsa nel territorio forlivese.
Chiudo notando con compiacenza e gratitudine, che l'on. Amministrazione della
Cassa, di risparmio ha fatto dono alla raccolta cittadina di tutti questi interessanti
cimelii.
— 353 —
Regione VII. (Etruria)
IV. Chiusi — Sarcofago di terracotta policroma, scoperto a Poggio
i mterello, presso Chiusi. Nota del prof. li. A. Milani.
Di ritorno da Chiusi, mi affretto a dare comunicazione della importante scoprii ;
che provocò ia mia ultima gita in (india città. Trattasi di un sarcofago di terracotta
policroma, simile e quasi parellelo a quello che si scoprì a Montebello (nord-est di
Chiusi) dieci anni or sono ('), e che fu acquistato dal Ministero, perchè fosse degno
ornamento del Museo Etrusco di Firenze.
Questo nuovo sarcofago, per quanto bello, grandioso e ben conservato, non ha la
magnificenza dei particolari, né la frescezza mirabile del sarcofago fiorentino; onde
messo al suo confronto, certamente viene in seconda linea. Lo stile si può dir quasi
il medesimo: ma l'arte è meno fina e ricercata, la tecnica dei colori più semplice,
e più semplice altresì la sua peculiare decorazione.
Fu scoperto nel corrente autunno da alcuni scavatori di professione, nella pro-
prietà del sig. cav. Felice Astori a Poggio Canterello, quattro miglia a ponente di
Chiusi ; e si trovò insieme a cinque ragguardevoli oggetti di argento, in una tomba
vergine, composta di una sola camera scavata nel tufo, priva di pitture e d'ogni altra
decorazione.
Menava alla tomba una [ance a piano inclinato, e la porta era otturata da due
lastroni fittili anepigrafi (imbricesf), posti uno sull'altro. Il sarcofago stava addos-
sato alla parete di fondo, larga poco più del medesimo (circa metri 2), mentre la
suppellettile d'argento stava ancora attaccata alla parete di destra, larga circa m. 1,70.
Nel dare la leva alla cassa del sarcofago, questa si ruppe nel bel mezzo; in tale
stato fu portata a Chiusi in casa dello scavatore sig. Oreste Miguoni, dove io la vidi
rimessa insieme alla meglio, col suo coperchio e con gli altri oggetti della tomba.
A differenza della cassa del sarcofago fiorentino , fatta originariamente in due
pezzi, questa, ch'è pur di maggiori dimensioni , è fatta tutta d'un pezzo. Misura in
lunghezza m. 1,81, in larghezza m. 0,71, in altezza m. 0,42. Non è sormontata di-
rettamente dalla figura recumbente, come quella del Museo di Firenze, bensì da due
lastroni legati a battente (lunghezza complessiva m. 1,85, largh. 0,75, spessore 0,05).
che formano il vero coperchio della cassa, sul quale riposa la figura ottenuta in due
pezzi, secondo la tecnica osservata nel sarcofago fiorentino.
Il fronte della cassa è decorato architettonicamente con due semplici cornici
liscie, ima superiore ed una inferiore, legate alle estremità da due pilastrini a voluta
ionica fiorita (cfr. quelli del sarcofago di Firenze), e da due triglifi nel centro, i quali
dividono il fondo in tre scomparti regolari, riempiti da tre rosoni simbolici a quattro
petali vermigli e pericarpio giallo. Essendo gialla anche la tinta generale della cassa,
(i) Vedi Notizie degli Scavi 1877, ser. 3*, voi. I, pag. 456458 sg.; Bull. Inst. 1877, pag. 196-20 i
(Hèlbig); Academy 15 dicembre 1877; Rcvue Archéol. 1878, p. 136; Ann. Inst. 1879, pag. 87 sgg.
(Milchhflfer), tav. d'agg. A-B, e Mon. Inst. XI, tav. I (a colori) ; Gamurrini, Appendice al Gì. It. di
Fabretti 1880, p. 17 sg.
— 854 —
i detti rosoni, i triglifi ed i pilastrini furono tutti contornati di nero, per meglio farli
risaltare dal fondo. Sono inoltre dipinti di nero i mutoli dei triglifi, e la corona liscia
della cornice superiore.
L'epigrafe invece di essere sulla corona della cassa, come nel sarcofago più volte
citato, si trova sullo zoccolo a destra : non come quella impressa a caratteri mobili,
uè tampoco dipinta ; ma semplicemente incisa ; e mostra di essere stata eseguita con
10 stecco, allorché l'argilla stava per asciugare. Essa ci chiarisce sulla persona cui
appartenne il sarcofago:
flSflns3>iT • flinviifle • itiimas
Seicenti Thanunia Tlesnasa
Abbiamo a guisa di prenome lo stesso nome capostipite, che si legge nel sarcofago
di Firenze (Larthia Scianti s' .... io Sveniasa), ma il nome di diramazione gen-
tilizia è nuovo, ed è quello dei Thanani (= Taninii ? ) nei Tlesna. Tlesna è nome
già conosciuto per altre epigrafi.
Lo scheletro, trovato integro senza altri oggetti nella cassa suddescritta, fu rac-
colto con cura dagli scavatori, e mi fu fatto vedere. Il cranio, benissimo conservato e
completo, mostra d'esser appartenuto ad una donna piuttosto anziana, ma non del tutto
vecchia; e tale apparisce altresì la donna ritratta sul coperchio, Seiantia Thanunia
Tlesna, la quale giace sopra un materasso (aiQwun]), comodamente poggiata col go-
mito su di un cuscino (nnoaxt(fct'/.caoì) . tenendo nella destra lo specchio doppio
(xdvoTtzQov) , e accocciandosi il velo del capo con l'altra mano. È l' istessa azione
della figura del sarcofago fiorentino ; variano soltanto i particolari del vestito , l' ac-
conciatura e gli ornamenti.
Il piano modellato a materasso (ov/n.nn^), è dipinto giallo a fascie vermiglie;
e misura in lunghezza m. 1,64, in larghezza 0,(30, in altezza 0,06; il cuscino su cui
poggia il gomito , tutto liscio e privo affatto di frangie , è dipinto di vermiglio ; lo
specchio è tondo col bordo dentellato , ed è munito della sua theca aperta a libro,
dipinta di verde del color del bronzo (?). La mano che sostiene lo specchio ha sei
anelli gialli : uno al pollice (seconda falange), uno all' indice (seconda falange) , due
all' anulare (seconda e terza falange), e due al mignolo (seconda e terza falange).
Quattro hanno la forma oggi volgarmente detta russa, sono cioè lisci e rigonfi nel
mezzo, con pietra incastonata espressa col color rosso (imitazione della granata o della
corniola legata in oro); uno tutto giallo, sembra fatto a scudetto con incisione mi
mezzo, ed uno, quello dell'indice, porta il congegno della chiave, simile a quello
osservato nella figura del sarcofago di Firenzi' {Ann. Ifat., tav. d'agg. A-B; cfr. p. lini.
11 braccio sinistro resta coperto dalle pieghe dell' amjpechonion , il quale scendendo
dal capo, e raccogliendosi sulla spalla sinistra, si aggira intorno a quel braccio e
ricasca con grazia davanti al cuscino.
L' ' ampechonion, e di color paglierino, con orlatura vermiglia. Del medesimo co-
lore, e parimenti orlata di vermiglio, è anche la veste talare della nostra matrona.
Un semplice chitone {ayian^) allacciato con un largo bottone tondo sulla spalla de-
stra, è cinto sotto il petto con ima zona, lunga e stretta, annodata nel bel mezzo e
dipinta del color dell'oro con slrisce vermiglie (cfr. la simile cintura del sarcofago
— 355 —
ili Firenze). Il chitone (o%ioi;ós) superiormente lascia, a nudo l'ascella e tutto il
braccio destro sollevato in arco, con la mano Insellata spoglia di anelli, graziosa-
mente piegata all' indietro; inferiormente lascia scoperto il piede nudo, modellato con
perfetta conoscenza del naturale.
Sulle forme piene, larghe e rotonde del braccio destro, dipinto ili carnicino,
fanno bella pompa gli ornamenti del color dell'oro : un' armilla brachialis fatta a
nastro modiuato e dentellata sui bordi; e una seconda armilla al polso (dextroche-
rium) formata di un doppio cordone ritorto, desinente in due teste serpentine (cfr. un
simile braccialetto nel sarcofago di Firenze). Anche il collo è adorno di un bel vezzo
giallo a goccio, imitante l'opera di oriticeria in uso nel III" - 11° sec. a. Cr. ; mentre
dagli orecchi pendono due orecchini a goccia e dischetto , dipinti come fossero di
pasta vitrea, ed imitanti in effetto il vetro fenicio filogranato. La chioma, dipinta di
vermiglio carico, è divisa sulla fronte, e dietro si delinea sotto al velo come raccolta
a chignon. Di sopra è adorna di un bel diadema giallo a punta, centinato con due
volute, il quale imita il metallo prezioso.
A lato delle orecchie, sopra le tempie, sono espresse e dipinte due piccole cioc-
che di capelli ricciuti, come nella testa del sarcofago di Firenze; e come in quella
testa, anche in questa sono indicate a nero le sopracciglia, le ciglia e le pupille, le
quali spiccano distintamente sul color giallo-carnicino della faccia. La testa, piuttosto
larga e tonda, è modellata con ricercato studio del vero ; il naso grosso con le pinne
un poco aperte, e col setto larghissimo ; la bocca semichiusa , con le labbra legger-
mente rovesciate ; il mento e le gote piene ; un ampio sottogola ; corto e largo il collo.
In generale i tratti del viso, come le forme ampie e pesanti di tutto il corpo, il
petto generoso, ma alcunché floscio, e il braccio particolarmente pingue , danno alla
nostra figura l'aspetto della donna appassita, che va a toccare la pinguedine della
vecchiaia. Non andremo lungi dal giusto , assegnandole i cinquant' anni , se Helbig
poteva assegnare alla figura del sarcofago di Firenze i ventotto anni, ossia il bello
della maturità.
Le proporzioni generali del corpo mi fecero l'effetto di esser meglio trattate che
nel sarcofago fiorentino : non e' è queir allungamento tanto eccessivo delle parti infe-
riori, e quella estrema piccolezza della testa in confronto con il corpo, sproporzione
ivi richiesta dalla ragione tecnica. Le pieghe del chitone e il panneggiato (LelYampe-
chonion, corrispondono alla trattazione franca e disinvolta del sarcofago di Firenze.
Direi in conclusione che lo stile come la tecnica qui sono più rilasciati ; ma che in
compenso e' è più studio della individualità, e più fedele e rigorosa l'imitazione del
vero.
L' epoca di questo nuovo insigne monumento dell'arte plastica chiusina è deter-
minata dal sarcofago, che di proposito abbiamo continuamente citato in confronto, nel
quale si rinvenne un asse onciale consumato. Se il sarcofago di Larthia Seiantia di
Sevenia si potè, in base a quella moneta, riferire con precisione fra gli anni 217-146
a. Cr., non andremo certo errati riportando alla seconda metà del sec. II0 a. Cr. quello
di Seianti Thanunia di Tlesna.
I cinque oggetti trovati insieme col sarcofago stanno pure d'accordo con questa
data, massime se si considera la peculiare trascuratezza del lavoro di cesello. Sono
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. !-">
— 356 —
cinque oggetti di toletta benissimo conservati, più ricchi di quelli rinvenuti col sar-
cofago fiorentino, e degni di non minore interesse. Tali oggetti sono:
1 ) Specchio tutto di lamiera d' argento con lungo manico cesellato a spina
pesce, e desinente in foglia liscia. Il disco, liscio nell' interno, è esternamente cesel-
lato intorno alla periferia col motivo a onde fra due linee di punti. Lungh. totale
dello specchio m. 0,38 ; diam. del disco m. 0,15.
2) Sitala liscia del noto tipo a forma ovoide, con manico a fettuccia arcuata.
Alt. m. 0,16; diam. della bocca m. 0,13.
3) Acerra a tronco di cono con coperchio a cupola, e col ventre cesellato di
un encarpo continuo e di bucrani infulati ; il tutto molto trascurato nella tecnica. Il
coperchio è ornato col motivo a onde come lo specchio, ed è sormontato da ima ma-
glietta, a cui è attaccato un filo a sospendere. Ai lati dell' acerra , altee due ma-
gliette per catenella o fili a sospendere.
4) Aryballos a ventre sferoidale con due magliette ai lati del collo, destinate
per il filo a sospendere. Ha il ventre decorato col motivo a onde fra due linee di
punti, osservato nello specchio e nell'acerra, a cui fa accompagnamento. Alt. m. 0,075.
5) Strigile di sottile lamiera d'argento tutto liscio, ma di forme elegantissime.
Lungh. m. 0,22.
La presenza della strigile in questa tomba dimostra, che l'uso di questo stru-
mento da bagno non era estraneo alla toletta delle donne etnische del tempo ellenistico.
V. Orvieto — Giornale degli scavi della necropoli volsiniese in con-
trada Cannicella, redatto dall' ing. E,. Mancini (')■
20 settembre - 3 ottobre. Altre due tombe vennero alla luce alla profondità di
circa m. 7,50, sempre del consueto stile delle precedenti descritte, le quali fanno
parte della necropoli più antica. Essendo come d' ordinario state esplorate varie
volte, vi si raccolse : — Bromo. Piccolo piede di vaso, diam. 0,09. Due pezzi di aes rude.
Grande anello diam. 0,13, forse l'orlo del collo di qualche vaso. Specchio senza graf-
fiti, frammentato. — Fittili di [nati. Frammenti di un vaso di arte locale, e di una
tazzina a semplice cornice nera lucida. — Terracotta. Un peso da telaro, altom. 0,11. —
Verro. Molle per fuoco, lunghe m. 0,45. Lancia rotta, lunga m. 0,36. — Osso.
Manico semplice di specchio, lungo 0,08. Due anelli ed una borchia. — Bucchero
semplice e con ritieni. Settantadue vasi e tazze di più forme e grandezze in parte
frammentate.
Presso la porta di una tomba a due camere, alla profondità di m. 2,80 si rin-
venne una cassa già frugata , scavata nel terreno , con un cadavere incombusto. Di
oggetti sparsi senza alcun ordine si raccolsero: — Bronzo. Due specchi, dei quali uno
rotto, senza graffiti, il più grande del diam. di m. 0,15. Oggetto da toletta lungo 0,09,
rotto. Cinque pezzi di aes rude di varia grandezza. — Terracotta. Quattro fuse-
ruole. — Fittili ordinari. Sette vasi e tazze di forme varie e comuni.
La tomba in discorso è di quelle più recenti , a due camere , che formano la
seconda necropoli, poiché venne posta sopra il piano superiore della cornice di altea
(') Cfr. Notizie 1886, p. 287.
tomba ad una camera, molto più antica. Si trovò alla profondità di circa m. 3,50,
con la porta orientata ad ovest. È di bella costruzione, mancante totalmente della
volta, della quale non si può dimostrare la forma. È puro a ritenersi che avesse la
copertura in piano, giacché questo fatto viene chiarito dalla straordinaria altezza delle
pareti, che misurano m. 3,24 compresavi la cornice , e poi vanno a piegarsi molto
sensibilmente nella parete interna , da costituire in base una larghezza di m. 2,34
ed in sommità m. 1,52, formando così un timpano tronco. Sembra che si trovi iso-
lata, occupando in parte un tratto di strada della necropoli sottostante. Ha il pro-
spetto discretamente conservato, lungo m. 3,52, alto 3,42 con la porta di forma rettan-
golare, alta m. 2,42, larga m. 0,92, e grossa m. 0,63. Nell'architrave, alto m. L,00,
è scolpita la seguente iscrizione molto danneggiata dal tempo:
nìMxIb:
La prima camera ha le dimensioni in larghezza di m. 2,34 X 2,33, e la porta interna
di accesso alla seconda camera misura m. 3,00 in altezza ; mentre misura in larghezza,
alla base, m. 0,80, in cima m. 0,58, ed ha m. 0,23 di grossezza. La seconda camera
misura m. 2,34 X 1,75. Per essere state le due camere spogliate di tutto, in epoca forse
non recente, il travamento si ridusse a poca suppellettile unita a qualche frammento
di ossa umane incombuste : — Fittile dipinto di arte locale. Frammenti appartenenti
ad un vaso. — Fittili ordinari. Ventidue vasetti e tazze di più forme e grandezze.
Proseguendo lo scavo dal lato ovest, furono messe in luce tre piccole traccie di
tombe ad una camera, orientata a sud, di quelle appartenenti allo strato superiore,
e che non fanno parte del nucleo principale della necropoli. In una di esse solamente
si raccolse: — Oro. Due semplici spirali da capelli, che hanno il diametro di 18
millimetri. — Bronzo. Due pezzi di aes rude. — Fittili ordinari. Tre vasetti di
varia dimensione. — Ferro. Lancia, lunga m. 0,23.
Eegione VI. ( Umbria)
VI. Todi — Di una ricca tomba della necropoli tuderte, scoperta
nel predio « la Peschiera ». Rapporto del prof. F. Barnabei.
Da alcuni anni furono intrapresi scavi in Todi, nel pendio meridionale del colle
sopra cui si erge la città, a pochissima distanza dalle mura tubane, nei predii s. Ste-
fano e s. Raffaele, dove si riconobbe estendersi la necropoli della famosa città umbra.
Se non che , essendo state eseguite le indagini per scopo commerciale , e quindi col
solo proposito di raccogliere oggetti, gran copia di quella messe che avrebbe for-
nito prezioso materiale allo studio, miseramente andò perduta. Si aggiunse nuovo
danno pel modo con cui le cose trovate furono poi confuse tra di loro, senza memo-
ria alcuna delle circostanze che ne accompagnarono la scoperta, non essendosi tenuto
registro dei travamenti, a seconda delle tombe, ed essendo così distrutta ogni traccia
di quei rapporti intimi , pei quali si determina il pieno valore delle antichità , che
la terra ci ha custodite.
Dall'esame dei fittili, dei vetri e dei bronzi conservati in Todi presso i signori
Orsini , proprietari dei fondi , si potè dedurre che le numerose tombe esplorate ap-
partenevano per la maggior parte al III0 ed al II0 secolo avanti l'era volgare; e da
— 358 —
altre notizie raccolte si seppe, che i depositi erano formati in casse di travertino di
un solo pezzo, ovvero in casse di legno, ricoperte e difese da grandi lastre di are-
naria (cfr. Notizie 1885, ser. 4a, voi. T, p. 355).
Al III0 secolo avanti Cristo va riferita una nuova tomba, trovata gli ultimi giorni
di settembre nel predio limitrofo « la Peschiera » pure dei signori Orsini, la cui sup-
pellettile funebre , ricchissima di oggetti di oro di ornamento muliebre , giova a ri-
velare nella maniera più cospicua lo stato dell'arte nella prossima Etruria , quando
vi dominò rigoglioso il gusto dell'arte greca.
Si scoprì da principio una testina fittile, assai ben modellata, rappresentante una
Minerva, che dovè trovarsi confusa fra le terre di scarico, e va probabilmente messa
nell'ordine di quei detriti, che dai templi o dagli edificii del sommo del colle, furono
travolti giù nell'abbandono e nella rovina.
Poscia , a tre metri dal suolo moderno si incontrò una fossa , con resti di uno
scheletro, depositato in origine in una cassa di legno, tutta consumata dal tempo e
dall'umido, come poteva dedursi dai segni che in mezzo alle terre aveva lasciati.
Secondo risulta dalle informazioni , avrebbero fatto parte della decorazione di
questa cassa molte borchie circolari di bronzo , del diametro di mm. 55 ciascuna ;
quattro grappe di ferro, e sei teste di grifoni in piombo, due delle quali più grandi :
senza che per altro si possa argomentare con guida sicura intorno al modo con cui
nella cassa erano distribuite.
La suppellettile funebre era formata da utensili di bronzo , di terracotta e di
vetro.
Primeggia tra i bronzi una patera elegantissima, del diametro di m. 0,22, con
manico formato da una figurina di Bacco, alta m. 0,16, posta su base triangolare,
abbellita di incrostazioni d'argento. Ha la sinistra appoggiata al fianco , ed avvolta
nel braccio destro una pelle di tigre che cade dall'omero.
Segue un orcio, alto m. 0,16, rotto in più pezzi, che facilmente si ricommettono,
con manico rappresentante una bella figura silenica, coronata, in movimento di riposo,
con esagerata piegatura della persona.
Quindi uno specchio del diametro di m. 0,175, graffito a disegni di stile per-
fetto, con una rappresentanza relativa al mito di Venere, ma assai danneggiata dal-
l'ossido. Si distinguono ai piedi delle figure centrali gli attributi dell'Amore; e presso
le figure laterali due iscrizioni etnische, chiuse in rettangoli, e di incerta lettura per
l'ossidazione. Vicino alla sinistra fu letto: NV^+, ed alla dritta ^ H <] V-f-////1'/// H.
Viene poi un thymiaterion, alto m. 0,49, di forme bizzarre, e d'arte un poco
trascurata. Alla base tre figure alate, due delle quali con le mani protese, puntando
i piedi in avanti, si appoggiano col dorso ad un cerchio, che è come una ruota ; in
mezzo a cui, su propria base, è collocato un mortai-inni, dove un Satiro con un macinello
in ciascuna mano, macina od impasta, nel movimento che ricorda la figura dipinta nella
tomba dei Settecammini presso Orvieto ('). Sulle spalle del Satiro sorge un fusto, che
innestandosi in una figura muliebre, vestita di tunica ed alata, ricomincia al di sopra
(!) Conestabile, Pitture murali a fresco e suppellettili etrusche scoperte in una necropoli presso
Orvieto nel 1863. Firenze L865 con atl. p. 53, tav. V.
— 359 —
di questa, e tonnina nel piattino che alla sua volta sostiene quattro oche: ed in cor-
rispondenza di esse nella parte inferiore quattro pendagli, in forma di gocciole.
Si ebbero finalmente, anche in bronzo: Una piccola civetta, alta m. 0,052, usata
forse come pomo di un coperchio di cista, raccolto in frammenti. Un boccale liscio,
di forma comune, alto m. 0,80. Frammenti di un vaso con manici terminanti in pal-
mette, e di una cista con coperchio e manico laterale. Avanzi di una striglie, e tre
pezzi di aes rude.
Tra i fittili attira tutta 1' attenzione un rhyton conservatissimo, alto m. 0,19, e
modellato nello stile più elegante che si possa immaginare. È a doppia faccia ; e
rappresenta da un lato un Sileno mastrevolmente ritoccato a stecca, con una tenia
disposta in motivo ornamentale assai felice; e dall'altro lato una Baccante. Nel viso
del Sileno si osservano traccie di colore rosso cupo, ed alcuni indizi di doratura. Sul
calato poi. in cui si risolve il vaso protorio, è dipinto un ornato a palmette che se
non pel motivo, ricorda per la tecnica i rhyton del territorio vulcente.
Alla tecnica medesima richiamano il pensiero vari frammenti di due vasetti dipinti,
uno dei quali ha la forma di skyphos; intorno alla cui rappresentanza nulla per ora si
può affermare.
Seguono due orci a vernice nera , ed una saliera di fabbrica etrusco-campana ;
quindi un orcio ordinario, ima piccola olla e varii frantumi di vasi locali.
Un piattinetto di fabbrica etnisca, del diam. di m. 0,115, reca superiormente
in stile trascurato una testa barbata, dipinta su fondo nero ; e di sotto l' iscrizione
pure in nero:
Altro piattinetto simile , con testa muliebre diademata , ripete inferiormente
l'iscrizione medesima :
ZV\3A3m(\ÌZ\l
Di vetro si ebbe soltanto un balsamario a fondo turchino, con striature bianca-
stre, alto m. 0,13.
Biechissimo, come ho accennato di sopra, era l'ornamento della persona defunta,
tutto di oreficeria finissima ; né pel solo decoro del viso e delle mani, ma anche per
la sontuosità delle vesti. Al quale ornamento non vennero destinati soltanto i lavori
di pura oreficeria funebre ; ma si adoperarono anche monili elegantissimi, che erano
stati usati per accrescere le grazie e la venustà, fra le gioie della famiglia e neBe
felicità della vita.
Vincono per finitezza 1' orecchino famoso del Museo di Perugia, edito dal Co-
nestabile (Monum. di Perugia Etnisca e Romana pag. 472, tav. CVI, 2: Bull.
List., 1869, pag. 176) e l'altro del Museo Britannico, due orecchini i quali ripro-
ducono esattamente la forma di queBi accennati. Sono lunghi m. 0,10 ciascuno. Bap-
presentano un grande scudo, contornato da rosette e da lavori a pulviscolo, che si
risolvono inferiormente in volute, in mezzo alle quali rimane sospesa una bella testa
muliebre, ricca essa pure di splendidi orecchini, e con ciondoli intorno al collo, sotto
cui è attaccato un pendaglio. Scendono lateralmente alla testa muliebre tre catenelle,
terminate pure con pendaglietti. Dietro lo scudo superiore è un gancio, con cui questi
— 360 —
grandi orecchini erano attaccati ciascuno ad un cerchio di oro, della solita forma di
orecchini semplici, che terminano in un capo con una testa di animale.
Bellissimo è il monile, fatto con tre catenelle a maglia, sommamente fina e
solida, che si perdono entro cerniere coperte di pulviscolo, con disegno in forma di
fogliami, le quali alla loro volta si innestano in tre bulle, una ovale nel centro,
recante un'onice, e due rotonde lateralmente, del diametro di m. 0,024 ciascuna,
abbellite con teste di Medusa, eseguite a sbalzo.
Adornavano le mani tre anelli. Uno di lavoro semplice, con legatura di filo finis-
simo, chiude un'onice tagliata in forma di scarabeo, senza incisione alcuna, ed ha
il diametro di m. 0,027.
Un altro del diametro di m. 0,020, è di lamina riempita con mastice, e quindi
di puro uso funebre, senza ornato alcuno.
Un terzo anello pure di foglia di oro e con anima di ferro, ha una grande targa
ovale di m. 0,030 X 0,024, sopra cui sono impresse a stampo due figure nude, cia-
scuna con attributi, in mezzo alle quali, superiormente è incisa a bulino una stella.
Presso la figura a sinistra, è incisa pure a bulino ed a caratteri nitidissimi l' iscri-
zione seguente, che probabilmente è di Genio femminile, e trova riscontro nell'iscrizione
\03ifUFM del famoso specchio del Kircheriano (cfr. Gerhard, Etr. Spiegel pag. 22,
tav. XXXVII; Fabretti, Gloss. it.n. 2484):
Che questo anello in forma di sigillo fosse stato destinato ad ornare il pollice,
lo dimostra la sua grandezza, e lo conferma il sarcofago chiusino ora esposto nel
Museo di Firenze, ove la defunta rappresentata sul coperchio, ha la sinistra con cinque
anelli ; uno nell'indice, due nell'anulare, uno nel mignolo, uno finalmente nel pollice
(cfr. Annali d. Listituto 1879, tav. d'agg. AB). Lo conferma anche la figura rappre-
sentata nel nuovo sarcofago di Chiusi, descritto in questo fascicolo dal eh. prof. Mi-
lani. Ma in quale mano l'anello fosse stato, e se nella mano stessa fossero stati posti
gli altri descritti, non si può ora sapere.
E né anche ci si può avventurare in congetture, sulla maniera con cui fossero
stati usati gli altri ornamenti di oro che si recuperarono, non essendosi tenuto conto
della loro giacitura rispetto al cadavere od ai resti dello scheletro.
Si ebbero venti coperture di lamina d'oro (bratteae) per bottoni, del diametro
delle bulle o poco meno; tutte di lavoro a sbalzo, con i buchi nell'orlo, pei quali
dovevano essere cucite alle vesti.
Otto di esse raffigurano una testa muliebre di prospetto, con larga acconciatura
delle chiome e con calato; adorno il collo con un monile ad anforette e bulle.
Altre otto hanno nel centro una semplice rosa; due presentano una testa di
Medusa (?); due altre in fine una faccia di Sileno.
Vi è poi una laminetta, che ritrae a sbalzo una figura alata seduta, ed in atto
triste; forse il Genio della Morte. Né pare improbabile che questa figurina fosse
stata collocata nell'abito sotto il monile, nel mezzo del seno; nel modo cioè con cui
è collocata la borchia rappresentante una Gorgone nel sarcofago chiusino, che ho
ricordato di sopra; mentre tutte le altre lamine dovevano essere disseminate con ra-
gione di simmetria e di abbellimento in tutto il ricco abito della defluita, porgendo
e
— 361 —
uno dei più splendidi esempì di quelle vestes auratae o tifi il hit a e (xQvoomx.GToi
iffiHjrss), delle quali gli autori greci e latini ci lasciarono ricordo, ed i cui orna-
menti si ammirarono in gran copia tra gli ori restituiti alla luce dalle tombe di
Kertsch o di Panticapéa (*).
Xmi poche di tali bratteae si ebbero pure dagli scavi di Etruria (cfr. Museo
Gregoriano tav. CXYI sg.).
All'ornato medesimo delle resti della defunta, doveano riferirsi otto pezzi di lamina
di oro, terminati ad onde, nel motivo che così spesso ricorre nella decorazione degli
abiti sui vasi dipinti di Panticapéa, e nelle pitture delle tombe etnische ;. decorazione
che è più volte ripetuta nel sarcofago chiusino del Museo di Firenze, così sotto il
monile sul petto della donna raffigurata, come nel braccio destro, sul termine della
corta manica presso la spalla.
Sopra le quali onde dovevano essere cuciti dei delfini, pure di lamina di oro,
imo in corrispondenza di ciascuna, come vi guizzassero, nella maniera medesima con
cui è fatto l'ornato del sarcofago dipinto di Bomarzo riprodotto dal Canina néH'Mruna
marittima (II, pag. 142, tav. CXX).
Costituivano probabilmente un largo collare od una frangia di oro, duecento
più pezzettini di lamina saldati a tre tubetti, da essere infilati come le margheri-
tine; collare o frangia che poteva forse essere terminata da quindici pendaglietti.
anche di lamina d'oro striata.
Non è improbabile in fine, che come abbellimento della chioma fossero posti
moltissimi fili d'oro, sottili come capelli, dei quali si raccolse gran numero.
Si ebbe finalmente un ago crinale di avorio, che termina in una bellissima testa
di ariete, del tipo di quelli conservati nel Museo etrusco vaticano (cfr. Museo Grego-
riano tav. LXIV).
Regione I. (Lathim et Campania)
VII. Roma — Nel suolo urbano e nel suburbio avvennero le scoperte seguenti :
Regione VI. Continuati gli sterri per la fondazione del palazzo della Banca,
sulla via Nazionale, si raccolsero vari frammenti marmorei di ornato architettonico,
cioè capitelli, colonne scanalate di pavonazzetto, architravi, cornici di elegante di-
segno e di non spregevole lavoro.
Notevole si è il rinvenimento di quattro grossi blocchi di pavonazzetto, in ognuno
dei quali è inciso in caratteri corsivi ed in rozzissime lettere, da giudicarsi a quanto
pare del settimo o dell'ottavo secolo dell'era nostra, ima leggenda: Urani trib. et Noi.
che si ripete pressoché identica in tutti.
Il primo blocco, di m. 1,40 X 0,60 X 0,25, reca:
a) v
yjyo n p x
(») Comptes rendues de la Commission archéologique de S.' Petcrsburg 1865, pag. 55 sg.,
tav. HI; 1886, pag. 71, tav. II; 1869, pag. 6, tav. I.
— 362 —
Nel secondo, di m. 3,10 X 0,85 X 0,32, è inciso:
*)
Nel terzo, di m. 1,94 X 0,60, si legge:
o)
Il quarto finalmente, di m. 1,50 X 0,65 X 0.25 ripete, sempre con piccole va-
rianti, la leggenda:
*wKlm
Nei medesimi scavi fu recuperato anche un pezzo di fistula plumblea acquarla,
lungo m. 1,10, sul quale leggesi il nome del proprietario:
M • POBLICI • NICEROTIS
Regione XIV. Nelle opere per il muraglione del Lungo-Tevere presso l'ospizio
di s. Maria in Cappella, si è estratto un cippo di marmo scorniciato, alto m. 1,00,
largo m. 0,56, rescritto sotto l'impero di Costante (337-350 e. v.), e col ricordo del
noto L. Aurelio Aviano Simmaco, prefetto della città nel 364 :
felicitateci pvblicam
clementia • et • v i r t v t e
cvmvlanti • d-n-fl-ivl
constanti • pio- felici
victoriactrivmphaTori-avg
avr-avianvssymmachvs • v-c
praef-annonae ■ d- n-m-q_eivs-
In uno dei lati vedesi scolpita una nave, forse della flotta annonaria, e quindi
in relazione con l'ufficio del dedicante, se pure non si debba ritenere che questa non
sia da riferire alla prima destinazione del cippo.
A questa destinazione precedente si riferisce senza dubbio l'iscrizione dell'altro
Lato, ove conservasi intatta la memoria della dedicazione, che si riferisce alla fine
del secolo anteriore.
DEDICATA
VI-KAL IVN-DDNN a. 284 è. V.
CARINO AVG- ET
NVMERIANO-AVG
coss
Nel proseguimento degli scavi per la sistemaziona dell'alveo del fiume presso
la Farnesina, si trovò un cippo di travertino alto m. 0,55, largo 0,49, e dello spes-
sore di m, 0,30, relativo alla terminazione del Tevere nell'anno 73 dell' e. V: sotto
Vespasiano. Vi si legge un frammento epigrafico assai guasto, ma importante, recandoci
il nome di Dillius Aponianus ricordato da Tacito (Hist. Ili, 10, 11), e trovandovisi
una denominazione nuova, quella cioè di RlPa WElENTana, della quale non si ave-
vano altri esempì :
m-iR.-P////lMP -X
pp- c os -mi
)ESIG- V- CENSO R
DILLIVS-APONIANVS
CVRATOR RIPARVM
ET ■ ALVEI • TIBERIS
VIT rip-veienT
ree xxxvi
Altro cippo, ma frammentato, di m. 0,54 X 0,38 X 0,10, fu recuperato tra gli
scarichi presso il ponte di ferro di s. Paolo, e spetta alla terminazione fatta sotto
Traiano, dal noto Ti. Giulio Feroce (C. I. L. VI, n. 1239 sg.) :
nervaetì^
(traiani-avg-ge
J)maxim-tribvn
Iti ■ ivlivs • fé
ìriparvm
Negli scavi presso la testata di Ponto Rotto, si recuperò un frammento di iscri-
zione sepolcrale, incisa in lastra marmorea. Vi si legge:
D NI
DIAE
SSIANE
NI
In altro pezzo marmoreo, pure quivi recuperato, resta l'ultima parte di altro
titolo funebre :
LIA S IBI
BERT'QJPOST-
EORVM
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 1'. Voi. II. 10
— 364 —
Considerevole quantità di monete imperiali fu estratta dai cavi per le fonda-
zioni delle pile nel nuovo ponte Umberto I. Meritano di esser notati per l' eccellente
conservazione alcuni bronzi di Nerone. Domiziano, Nerva, Traiano, Severo Alessandro,
Gordiano, Claudio Gotico ed Otacilia Severa.
Via Portttense. — Sgombrandosi le terre per la nuova stazione delle strade fer-
rate in Trastevere, poco fuori la porta Portese, nella proprietà del sig. Luigi de Cavi,
è stata scoperta una lastra marmorea scorniciata, lunga m. 0,85, larga m. 0,41, sulla
quale sono incise le parole seguenti :
CIRCVS
Quantunque le lettere della seconda e terza riga sieno state abrase, pure da
quello che resta chiaro apparisce, che tale frammento epigrafico sia di ima tavola
lusoria, completandosi il secondo verso CLAMOR MAGNVS, come si ha in altra ta-
vola simile scoperta nell' agro Verano, edita dal eh. p. L. Bruzza, unitamente a
molte altre iscrizioni di tal genere (cfr. Bull. Comm. ai-ch. coni. 1877, p. 81 sgg.).
Via Salaria. — Nelle Notizie dello scorso mese (p. 328) fu riferito, che tra
la via Salaria e la Pinciana, in occasione dei lavori pel nuovo quartiere, fu ricono-
sciuta l'area di un vasto sepolcreto, relativo al periodo tra la fine della repubblica
ed il primo secolo dell'impero.
Debbo ora aggiungere che il materiale epigrafico quivi raccolto fu copiosissimo,
essendovi state finora rimesse all' aperto cinquecento iscrizioni ; delle quali alcune
poche soltanto vennero date nel fascicolo del mese scorso (p. 329, 330). E poiché
un materiale così cospicuo merita di essere conosciuto nel suo insieme, mi affretto
a comunicarle agli studiosi per mezzo degli accurati apografi del eh. prof. Gatti.
1. Lastra di marmo (m. 0,44 X 0,20), con cornice:
Q_- SVPICIO • CAMERINO ■ C • POPPAEO • SABINO ■ COS
CVRATOR1BVS • H Ì S Q_V E •
L • MVNIO • GNOMONE • Q_- VOLVMNIO • AMPHIONE •
QVI • RECTE • SOCI • MONVMENT! ■ SVNT •
a. 9 e. v.
C ■ CVRTIVS THEOT1MVS
L • MARCIVS • PH1LOMVSVS
M • REMMIVS'IVCVNDVS ■
SEST1A • R V F A •
C • NAVT1VS • AMPHIO •
M-I'ECCELLIVS • HILARVS-
ARISTIA • P 1 TH VSA •
LICINIA • EPIGONE •
C- FLAVIVS • SOSIA-
C- PETRONIVS • VARIA
M • ALLIVS ■ SABINVS-
TI BER I VS •
CLODIA • AVTOMATE •
A • VALGIVS • EROS •
POLLIA • M • F •
M • LIVIVS • ANTEROS-
CORDI A • NARDIS •
LVTATIVS ■ HILARVS •
RAB1RIA • ECVMENE
L • MARCIVS • PRIMVS
HELV1A • HELPIS •
FANNIVS •
PELOPS ■
AELIA • TH AL EA •
; L ■ SESTIVS
PHILEROS ■
L-SESTIVS-PRIMIGENIVS-
— 3(35 —
2. Cippo di travertino:
s o c •
M-PIDIVS-M-F-MENE
M-SEXTIVS-M-L-DIDA
M • NVMITORIV//////////////SIO
P • CORNELIVS-PL-FAVSTV//
Q^ APIDI VS • Q-_ L ■ PARN ACE//
Q_; FVLVIVS • Qj L • LVCRIO
3. Cippo di travertino:
SOCIORVM
L • IVNIVSLL-NICEHORVS
L • IVNIVSL-L-DEVTERVS
P • VISELLIVS-P-LFIRMVS
P • MAGVTIVSPLGRATVS
P • MAGVTIVS P-L-E V N V S
IN FR-PXIIIN AGRP-XII
4. Cippo di travertino :
DAMAE
eT-sociorvocTo
in fropxii
in agr-p'xiix
5. Frammento di cippo in travertini):
LIBEI
ET-FAA
G. Grande lastra di marmo:
DlS * MANIB
8. Parte inferiore di stele marmorea :
ACACO • VIX
AN-IIII •
7. Cippetto marmoreo piccolissimo,
cui] urceo e patera nei lati:
D ■ M
festoni-'
9. Lastrina da colombario:
SEX ■ ACELLIVS
0 ■ L
SALVIVS
10. Tavola di marmo, con cornice:
D ///// M
T • ACONIVS • KARVS • FEC •
L • MVMMIO • ONESIMO •
TATAE ■ SVO ■ B • M • ET •
FLAVIAE HYGIAE ■ MATRI •
SVAEETTACONIO-BLASTO-
PATRI- SVO B-M-ET-SIBI-ET-
SVIS • POSTERISO_- EORVM
VIX -ANN-XXI-M-III-H-VI-
Nel mezzo del v. 1 si veggono le
tracce d' un' ascia scalpellata : il v. ult. è
scritto sul!' abrasione della cornice.
11. Lastrina da colombario:
ACTE • CAESIAE • T
F-GALLAE-ANCILLA
VIX • ANN • XIX
Prima il quadratario avea scritto:
v. 1 CAESIA-ET — v. 2 ANCILLA
12. Lastrina da colombario:
AEBVTIA-L- L'OPTATA
SIBI • ET • SVlS
13. Simile, di marmo bigio :
M • AEFVLAnVS
M • L • PRIMVS
14. Simile:
ANTEROTIS
AEMILI
366
I.i. Simile:
v-L-AEMILIVS'
FELIX
16. Simile:
L-AIMILI-P-L sic
SEVERI
17. Metà di tavola di marmo:
AGATHOPVS- FECER
VNT • EVTYCHIDI
SVAE- BENEMERENTI
18. Lastrina da colombario:
ÌLIO 'ALBANO
VOPTATAPATRo
19. Frammento di tavola marmorea :
)M A N I B V S
E-FILIAE-ALBA
ER • SERVOS
AITIANI • CAE
G • GERMANI
T ■ SIBI
20. Lastrina da colombario : parte
delle lettere furono abrase tino da antico :
aE ■ ALEXANDRI
W//////////////////RTAE
21. Piccolo masso di travertino in
forma di cubo :
OSSA
L ■ ALFINI ■ L • L ■
DIODORI
22. Cippo di travertino:
f ITG~i\. V S ~~
[nivs-ti-l
/ETVS
/InNIA-L-L-TlALIA
/I N F R • P • X 1 1 1
IN AGR • P- XII
23. Lastrina da colombario assai erta:
C • ALFIVS • C ■ L
EROS
25. Titoletto da colombario, ricavato
da un frammento di cornice marmorea :
M • ALLIVS
L ■ F • VOT •
24. Tavola marmorea:
C • ALFIVS • GRATVS
FÉ C IT
CONSIENAE • BAVCIDI
VXORI
CONSIENAE • CL\RlTlONI
ALFIAE • C • L • PYRAMIDI
Le lettere punteggiate sotto, sono rescritte.
'_!ii. Lastrina da colombario ansata:
AMARANÌ
CORNELI/1
VIXIT • ANl^
ARESCVSASC
LOCVM-ET-OL
27. Cippo di travertino:
A-AMPIVS
A • L
DIOGENES
— 367 —
28. Cippo «li travertino:
A-AMPIVS-A-L-
E ROS
AMPIA- A ■ L
7ASTA-SIBIET
S V E I S
IN-FR-P-XI///
INAGRPXI
2!». Cippo ili travertino:
L-ANCHARIVS
L- L- THAEMO
AVRELIA-MO-L-
ZOSIME • IN
F-P-XlI-IN A-P-XVI
30. Cippo di travertino:
0 L-ANCHARIVS
LL-THAEMO
AVRELIA-MOLZOSIM
INFP-XII IN AP-XVI
31. Lastrina da colombario:
C • ANINIVS
forTvnaTvs
vIxiT'ANN- VII
32. Titoletto di colombario:
L • ANNAEVS
MVSICVS
33. Tavola marmorea:
P • A N N
H I
FÉ (f[
P-ANNEVS
PATRO
34. Cippo di travertino:
ANN IENA
q^l-prIsca
HlCSITAST sic
35. Tavola marmorea:
D • M
ANNIAE • HERMA
IDI-VM-V-DXI-
FECER • ANNIVS
HERMA-ET-ANNIA
SECVNDA-PAREN
36. Lastra cir
colare
di marmo
(diam
. 0,31)
»*
5'r ' ).
U
Si >-
'- O
«i -
'd "4 ,
o *
2 -* ì
S 1
»
'ri PI !
Ji •/*,
V
fra it
W
-VfD.V
37. Lastrina da colombario:
ANTHVSA
PEDISEQ_
38. Frammento di cippo di travertino:
ANTIGONO
TI-CAES • SER
vMCTVMARIO
368
3fl. Titoletto di colombario:
C • ANTISTIVS • PANNYCHVS
FLAVIAE • SABINAE
VXORI • CARISSIMAE
VIXIT • ANNIS • XVIII
cate
4(J. Tavola marmorea : lettere rubri
A • ANTONIVS • ALBANVS
CVRSOR ■ ET SVPRA ■
CVRSORES
FACTIONIS ■ PRASINAE •
TREBONIATERTVLLA
POSVIT
41. Cippo di travertino, consunto:
C- ANTONIVS////
CHILO
//////////////////////
//////////////////////
42. Cippo di travertino:
C- ANTONIVS -C-L
CHILO
IN FR P XII
IN AGR P XIIX
43. Simile; molto consumato:
C • ANTONIVS C L
CHILO
IN FR P XII
IN AGR P XIIX
44. Cippo di peperino:
////////////////////
///////////////////
///////////////////
■
C- APONI ■ MAHE
L- TONGILI-DIOCLIS
IN FR • P • XV
IN AGR • P • XXIV
45. Simile:
///////////////////////
///////////////////////
L-FABRICI-MAN:///
L • TONGILI ■ EVANGELI
M- LICINIVS
MAHE
46. Simile, trovato coi due precedenti:
IN FR • P • X////
IN AG • P ■ XXIV
47. Lastrina da colombario :
L • APONIVSLL-
PHILEROS
48. Grande cippo rettangolare di tra-
vertino :
L
APPVLEIVS
D
•L
SOLO
L
APPVLEIVS
O
■ L
ZETHVS
L
APPVLEIVS
0
L-
ANTIOCHVS
L
APPVLEIVS
O
L
THIASVS
LOCVMIN FRPXIIIN AGRP-XII
CONLIBERTET- CONLIBERTABVS
DE SVO ■ DEDERVNT
40. Simile:
^PPVLEIVS O-L
LAPPVLEIVSO • L
LAPPVLEIVS O-L
L-APPVLEIVS ■ D ■ L
THIASVS
ANTIOCHVS
ZETHVS
SOLO
LOCVMIN FRPXII INAGRPXII
CONLIBERT • ET-CONLIBERTAB
DE SVO ■ DEDERVNT
369 —
50. Simile:
L ■ APPVLEIVS-L ■ L
< SALVIVS ■ FAB • POSI
L • APPVLEIVS • L • L • L
FELIX ■ SINA-
IN FP-XIIS1N AGP-XII
CONLIBERTISET
CO N L IBERTABVS
DESVO DEDERVN
51. .Simile: lettere rubricate:
L- APPVLEIVS-L- D-L
TAVRISCVS
L • APPVLEIVS ■ L • L
AVCTVS
1NF-P-XIISINAG-P-XII
CONLIBERTIS • ET
CONLIBERTABVS
DE SVO DEDERVN
52. Frammento di lastra di marmo :
L-APPVLEll
LOCVM • M(J
DEDI
53. Lastra di giallo brecciato :
L • APPVLEIVS
LL-ETO-L
ALEXA-
54. Lastrina da colombaio, assai erta :
L • APPVLEIVS
« L • L •
\MPHIO
55. Lastrina di marmo ausata: let-
tere riempite di stucco rosso:
L • APPVLEJ
CILIO
L ■ APPVLEIO
L-L-M
56. Lastrina di giallo, da colombario :
L • APPVLEIVS
LL-ETO'L
DIOMEDES
57. Lastrina marmorea da colombario:
lappvleIvsdl
diomedes
58. Simile :
L ■ APPVLEIVS
L-L-ET- 3L-
DORVS
60. Simile:
L • APPVLEIVS
LETO!
F A VST VS
59. Simile:
VS • L • L ■ EROS ■
NOS -SECVm
/1DÓS-TVLIT-M-XL
61. Grande cippo di travertino:
L • APPVLEIVS • 3 ■ L • HERACLIDa
L ■ APPVLEIVS- 3- L- CERDO
62. Lastrina da colombario :
L • APPVLEIVS
LLETOL-
PHILARGVRVS
63. Simile:
L-APPVLEIVS-L-L
PHILODESPOTVS
ET- CISSO • LIB
370 —
64. Simile:
VAPPVLEIVS
RlMVS-TECTOR
X5NIVGISVAE
65. Lastrina di giallo antico :
LAPPVLEIVS
L- L -ET • D • L • PRISCVS
66. Titoletto marmoreo da colombario :
L • APP\
SALV
L • APPVLE
67. Simile:
L ■ APPVLE1VS
LLLOLSODAL
A
68. Lastra di alabastro :
L • APPVLEIVS • L • 7 ■ L
TAVRISCVS
APPVLEIA ■ L • 7- L
FAVSTA
69. Lastrina da colombario:
ffiPVLEIA
LL- L-
acanTis
70. Simile, di giallo :
APPVLEIA • L • L
ET ■ D ■ L •
ARSE
71. Lastrina marmorea da colombario:
APPVLEIA LL- DL-
ATHENAIS
72. Simile:
APPVLEIA ■ L- L
HEDYLIO
13. Simile :
APPVLEIAE
POLLAE
74. Simile: lettere rubricate:
A?
L-APPV^
76. Lastrina da colombario :
ÌIVS • L ■ L
ERATVS
75. Frammento di lastra marmorea
scorniciata :
ÌLEIVS
77. Simile; trovata nel medesimo co-
lombario :
PHILEMO
78. Simile; trovata nel medesimo
colombario :
VRBANA
79. Lastra di travertino:
LARRIVSIVCVNDVS
ARRIALAIS
ARRIASABBATIS
VA IX '
371
su. Lunga Lastrina da colombario, 'li
giallo:
ARRIAE ■ FELICI ■
82. Titoletto da colombario:
ASINIA
PRIMA
IX-AN-XVIII
81. Frammento di lastra marmorea:
ASC li:
ANTIGC
PATRC
B- M- D!
83. Simile di bigio; lettere grandi e
profonde:
ATALENAE
GEE
84. Tavola di marmo bigio, con
cornice :
ATEIA'CETOL-PSYCHE
C • ATEIVS • C • L • MAMA
IN FR-PXVI-IN AGR-PXII
85. Cippo di travertino: lettere con-
sunte:
M • ATEILI
PHILlMVSI
OSSA SITA
86. Cippo di travertino :
ATINIAE • L • L
HILARAE
VSTRINVM
INF-P-VIS-INAG
P • XII
87. Lastrina da colombario :
C • ATTIVSOL
PHILOXENVS
mapt" \ -EMIT
88. Simile:
P • AVFIDIVS-
PL-PRINCEPS
89. Simile:
AVFIDIA ■
PHILVMENE
90. Stele marmorea:
Dls • MANIBVS-
V avidiaetYche
91. Cippo di tuta
92. Tavola di marmo con cornice :
D • M
AVR-ALEXANDRO
FILIODVLCISSIMO
VIX- AN-II-M-VII
AVR ■ ALEXANDER
MIL' PATER FECIT
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Sri-. I\ Voi. II.
L • AVILLI • L • L
MENOPHILI
L • POLLI • L • L
C ALL ICLE
POLLIA • L • L
MVSARIVM
INFRO ■ P • XVI
INAGRO P ■ XIII
17
— 372
93. Tavola di marino:
D • M
AVR ■ AVGVSTIA
NO • AELIA • MA
CEDONIA- AMI
CO-BM-ET-AVR-
PARES-LIBERTVS
FECERVNT
94. Tavola di marmo :
t O |
DISM-
)AVRELIAE • CVj
AE • VIXIT -ANN
piES-XXXXVII • FÉ
ELIVS-PRIMIGENI1
95. Frammento di lastra marmorea:
AVTRCi
96. Simile, molto erta:
BÀCV_
M-VLP- EV)
ETTYCH,'
DVLCf
97. Lastra marmorea:
L • BAIVS • O L-
LICINIA- LETO-L-
LICINIA- O • L • LV
ANNOR- XXI- C
98. Titoletto da colombario:
BAIA ■ L ■ L -I
CLEOPAT!
99. Simile:
- ..TAj/_^Q-....róiÌ : V X uR
J3 A S S V S
[ELIO. PRIMIGENIO
100. Simile
/>eNIGNA
101. Cippo di travertino:
BENNIA • L \
CHRESTE -\
L-BENNIVS-D
FAVSTVS •
LBENNIVSOL
LVCIFER •
102. Frammento di lastra marmorea:
(<ECIL\
) o_cae\
0IADVME1Ì
SVAE-BENF
£CITQ\7
PO '
103. Lastra di marmo: le lettere
conservano tracce di vernice turchina:
D * M
CAECILIO INGENVO
CONIVGI • CARISSIM
B-M-FECIT- VALERIA
SATVRNINA VIX ■
ANN-XXIIII-M-IX
104. Tavola di marmo:
| raro, in |
DIS-MANIBVS
C-CENIOPIO-
PRISCIANO ■
FECIT • CAENIA,
PRISCA -MA /
373
105. Lustriiia da colombario:
C • CAENIVS
PHOENIX
106. Simile, ili marmo bigio:
,caesivs • cai:
CILIX L-L-
LAMPAD
L-L
107. Stele di marmo:
D corona
CAESIA • C
ILIAET
^•C/f/sAR I s
VOS- MINIS
R'ATORCONrvN
f • GENIALIS • CAE
SARIS-SERVOS
VICTIMARIVS
GENER • FECERVNT
CAESIAE-TERTIAE
DE SE-OMNI-EX-CAy
SA • ben-
J1
108. Titoletto da colombario:
CCAIVSCFCOL
BASSVS
C A I A • C ■ L
ARBVSCvLA
109. Lastrina piccolissima da colom-
bario :
CALISTE
110. Frammento di lastra marmorea:
Tbertabn)
IO ■ CALL,1
\ ENEME7
111. Lastra di marmo :
/M
/L L I N I C O
/XXII • D • XXXIX
jLLIOPE -MATER-
jISSIMO- FECIT •
Ì-LIBERTIS- LIBER
JTERISQ_+ EORVM
Nel v. ultimo fu prima scritto
^osTERISQVEORVM, poi corretto.
112. Lastrina da colombario:
C*CAMERIVS*C*l\
VICTOR * HIC * CVBAT 4
ANNORVM • VII
113. Lastra di marmo : lettere rubica te :
l
M • I-5ANIVS ;| M-IUNIVS
SYNEPHEBVS $ EPHEBVS
(Il CELLARI VS
(
FACTIONIS-I'RASINAE
114. Titoletto da colombaio:
JCAPRIÌs
cLpriliaI
115. Simile
SSYMERIVS Afe CASSYMERIA
i
O'L
D-L
#
INNAMVS Y P L A T E
116. Frammento di lastra marmorea:
rTTsPA
CATIJfc
L.kivs-
117. Simile:
CERDO • N
— :174 -
118. Lastrina da colombario:
Ili». Simile:
ivs CERD
CESTVS
(«IIVS • NO
CCESTI-L
(ILIS
V-AIII1
L20. Simile:
121. Simile:
CHIVS
i-M-L-CIMBER
VAX
L-TYRANNIS
122. Frammento di tavola di marmo : 123. Simile: grandi lettere:
(CLARO-VIX-ANL-
'CVNDA ■ PATRONO
ENTISSIMO
FECIT
i AVDIVS-AVG- L
THEMER- SIBI
E HERMONILU
L24. Grossa lastra di marmo:
125. Lastrina piccolissima da coloni
liario :
TI • CLAVDIV-
TI-L-FAVSTVM
VIX-ANN-XXXV-
126. Titoletto marmoreo da coloni- L27. Lastra di marmo:
Ilario :
T ■ CLAVDIVS • SAL!
V ■ A ■ XXX!
VCLAVDIA • CROCI
/S MIL ■ Ari
/VIXIT • ANN
CLAVDIA-A/
ETL-GAVIV
LVS-MIL-CO)
128. Titoletto da colombario, opisto- 129. Dall'altro, inlettere assai trascu-
rate :
grafo. Da un lato si legge
■ marcella1
matripiIssimal
130. Lastra 'li marino, erta e con
cornice :
Dls • MÀNIBVS
CLAVDIAETLF
PÒLLITTAE
cornelivs-vItalis
/Gì" OP1 tMAE
131. Lastrina ila colombario:
'/DIA SVCESSA • FÉ •
.ONIOSIBI-ETCOIVG-
V-ANNIS-XX-
132. Lastra di marmo:
_JMI
CIA OPATj
IARINO
CONIVGI ■
NE ■ MER.EN
FECIT • ET • S
ET • SVIS • PO
RISQ_ ■ EOR.
134. Lastrina di bigio: lettere rubricati,' :
133. Simile:
X -CLODI
ADVMENI
\/GI ■ RARISSIMO
\sE-MERENTI
^ ERVNT
VTYCHE CoN
jhrysis -fil-
posterIsq_
<-■ CLODIVS • APPI
L • GA' •
TREBONIA-MATER-
135. Cippo di travertino:
CLODI VS
MENELAVS
INFR-PE-XVI
INAGPXII
C- CLODIVS-GA'-L
HILARVS-
136. Lastrina da colombario:
CLODIA • DL • SECVNDA ■ VXSo
C- ANTONIVS • C F- OVF • RVMILo
137. Stele marmorea :
D • M
mcocceI
oalcimo-avg
LIbCOCCEIALO
LIA • FECIT ■ PAT
RONOSVO • bE
NE • MERENTl
138. Tavola di marmo:
D ■ M
COELIAE • APHRODISIAE
CONIVG • OPT ■ ET • KARISSIM
SEX • PEPONIVS ■ ANNIANVS
E • T
139. Lastrina erta, da colombario: 140. Titoletto da colombario; lettere cat-
tive ed evanescenti :
vCOMINII
(A • COME SIBI ET
Il ■ SPERATA COMINIA •
[>Is ■ dvobvs VALERIA]
V I V I A V I i ?
376
141. Titoletto da colombario:
Q_- CONSIDIVS
QjL ■ ANTIOCHVS
CONSIDIA-Qj L ■ HESYCHIO
143. Simile, di giallo:
P • C O R T : D I • P ■ L
DIONYSI- OSSA
H I C • S IT A • SVNT
PHILODESPOTVSDD
142. Simile:
ANI -C-ETO-L
[\TAE
CORANAO-L-
VRBANA
144. Lastrina marmorea da colombario:
C • CORN E LI
AMET H YlSTI
GALLI • LIBERTO
145.. Simile:
c • cornelivs
calInvs
c • cornelivs
apollonivs
146. Simile:
C ■ CORNELIVS
C- L • FELIX
147. Urna quadrata marmorea :
C ■ CORNELIVS > CORNELIA
GALLI LIBERT ■
HERMIA ■
MVSARIO
1 48. Simile, con ornati in bassorilievo :
A ■ CORNELI
A-F- iOL
AFRI
149. Lastrina da colombario:
CORNELIA
DEVTERA
150. Simile:
CORNELIA'
CLEROTIS
151. Tavola di marmo:
D • M
CORNELIAE
HARMONIAE
152. Lastrina da colombario:
CORNELIA • SP • F
SECVNDILLA
PCORNELIVSSPF
CERIA LIS
153. Tavola di marmo
Dlls ■ s(
COSIN
F • SVA
P R I S C
ET • M/
I N I A I
PIENTISS
MATRI
C • SEMrj
GLAJ
154. Simile:
D <t> M * S
COSMICE
QVAE VIXIT
ANNOS TTT
MENSES VI DIE I
FECIT IVCVN
DA MATER
F I L I A E D V L
C I S S I M A E
155. Lastrina da colombario :
LCOSSVTI-
1 ■ L ■ LENAE
COSSVT1A-7L
HILARA
150. Simile :
V • CRESTE ■ FEClT ■ SIBIET-
OPTATAE -FIIlAEVAViIII-
V • GEMELLO
157. Tavola di marmo :
D • M
CRETONIAE ■ EVRESI
FAV FECERVNT ■ C • CRETONI
sti VS-SEVERVS-ETCRETO
NVS NIA • IANVARIA • PAREN
CAE
sa TES • PIENTISSIMI • B-MFIL
RIS VIXIT-A-IIIIM-IIIIDIIII
IN'FRONTE-P-II ■ IN' AGRO- P- III
158. Stele marmorea :
D t
II
CCVRIATIO
CAECILIO
CLEMENTIANO
QVIVIX-ANNI
MENS-VI-D- VI
C L A V D I V S
ANTONINVS
TVTOR- PONENDVM
CVRAVIT
159. Lastrina da colombario :
CVRTIA-P • L • MONIME
HERMOCRATESLIVIAES
HELENA-CVRTIA
160. Tavola di marmo :
(DAPHNE*
(b-SVAE-FAVSTA
.OTIOVICTORI
\S • SVIS •
\AGR-PXII-
101. Lastrina di giallo, da colombario : 102. Lastrina da colombario:
C-DECIMIVS
C ■ L • ACVTVS
DECIAO-L-
LYCNINIS
V-M-VETTIENI-M'L
PHILANTROPHI
103. Stele marmorea :
rosa
D ■ M
D E T E L I A E
APOLLONIA-
M • DETELIVS
O N E SIM VS
ETM-DETELIVS
Z O S I M V S •
P AT RO N AE
B • M • FECER •
104. Grossa lastra marmorea con cornice:
D I S • MAN
DIDIA • MATER
DIDIAE • FILIAE
CARISSIMAE-ET-SIBI- FEC
QVAE ■ VIX • ANN • XXVIII
POSTERISQVE ■ EORVM
378
165. Urna quadrata di marmo :
DIOGNETO • TI • AVG • SER
ALYPIANO • QVI ■ PRAEFVIT
PEDISEQVIS • THYR.SVS • VICAR
F ' D • S
Ititi. Titoletto da colombario :
JP ■ L ■ DIONYSIA
I ■ HILARVS
107. Frammento di lastra marmorea : 108. Cippo di travertino:
M • DOMITIVS
SP ■ F • POM
SECVNDVS
S I B I • ET
scanTiae-sp-f
primill a e
conivgi-svae
infr • p • vii
in ag ■ p • xii
DO
SVI
FÉ
LIB
169. Simile :
\
M • D O M r
S P • F • P O M
SECVNDVS
SIBI ■ ET
SCANTlAE-SP-F
P RI MI L L AE
CONIVGI-SVAE
INFR • P • VII
IN AGP- XII
1 70. Frammento di piccola lastra di marmo:
D
DOMN
IVNIA
171. Umetta marmorea:
EGNATIVS
SECVNDVS
VlX • A ■ I • M • X
172. Lastrina da colombario:
EGNATIA
FELICVLA
vlx- AN • XXII
Q^MINVCIVS
ANTHVS
1 73. Frammento di lastra marmorea
PAPHU- ET
174. Piccola stele di marmo, cod antefisse
D • M
EPICTETO
BENEMERENTI
COIVNX-SVA
17">. Cippo di marmo, con urceo uel
lato sinistro; il destro manca:
protome
del defunto
D M-
epitYnchani
mater-tyrannis
•filiosvo-
•dvlcissimo-
•FECIT-
Q_;VIX ANN VII
M • Vili • D • XVII
379 —
170. Tavola di marmo:
M
ERI AE
^SPANILLAE
LPPLVS • HEDISTVS
CONIVGI • SVAE
BENEMERENTI-
177. Lastra semicircolare, di bigio : 178. Stele di marmo:
D\
EVANC\
SANCT\
PATRI ^
\ANGELVS^
REVCHARIS
MATER • ET
SE ■ PROSDOCI
MVS-IANVARIE
FI • SVE • VIXIT
ANNIS-X-M-XI
D • Villi BENj:
MEREr*
179. Cippo di travertino:
V
EVCTENIS
A
• AEMILIVS
A
L • SAMPSAEV
INFR • P • US
INACR • P • US
I-ÀLEROTII
180. Stele marmorea, con timpano ed ante-
tisse:
rosa
DlS • MAN
EVHEMERO
FECIT
P O M P E I A
EVHEMERIA
CONIVGI • OPTIMO
181. Grande ed erta lastra di
marmo :
\
EVNOMO
TIIDIEB-XV
R-ET-LIC^
5SIMFEC
182. Lastrina da colombario, opistografa.
Da un lato in lettere minute:
DlS MANIBVSSACRVM
EVPORO • SERVO ■ VILICO • CAEs
AQVARIO • FECIT ■ VESTO
RIA • OLYMPIAS • CONTVB
ERNALI-SIBI-ETSVIS-POSTERISQVE
EORVM
Classe di scienze morali ecc. — .Memorie — Ser.
Voi. II.
18
380
183. Dall'altro lato:
MVMMI A
7LLVCNISVlXANXI
1 84. Frammento di lastrina, di bigio :
IA • EVTN,
llNIAv
185. Lastra di marmo:
186. Frammento di lastra marmorea, con
cornice :
DIS • MAN-
AFabioa-LepACÀ.
tho • fabia • hespe ^
187. Lastrina da colombario: let-
tere cattive e consunte :
L .FABIVS • J • L
philomvsvs
RVTILIAmL-CHIIì
tatismarI-
MACHASRA ?
PHILOXSENVS
POLI T O R
sik <~ r-> t /^~
188. Lastrina da colombario, di travertino:
FELIX
OPPI
189. Frammento di lastra marmorea: 190. Tavola di marmo:
FELICI/
D I S • MAN
FELICI ■ BENE ■ MER •
FILIO-VIX-
annis-ITìi-dIeb-xxxxviiii
ag athemer • pater • et
flavi a-laeta * mater
Fi LIO » PIISSIMO
191. Tavola di marmo, opistografa.
Da un lato:
D M
FELICI- ET MEM
MIAE • LAIDI •
FECIT • MEMMIA
CORINTHIAS
CONIVGI • ET
V ATRI-BENE
HERENTIBVS
192. Dall'altro:
AEDICVLAM • O
monvmenTo • Mi'
PROXSIME • HORTOS • SA
PATRONAE -MEAE-ET-L-E
MEA • POSITA • ERVNT
IN -DE • MOV1SSE • VELI
AB • ALENARE • VELI
VT • ITA ■ CA VEAT • A
NIVE • MEVM • ERAS
VELIT- IN • EORVM ■ LO
NISI • SIQVID ■ HERED
VEDICI AT • SIQVIS -AD
\aR-IO • SATVRNI- C
S|CERIT-HS- V ■ JV,
\ ELATO RI ■ D
;
L9 '•. Lastrina da colombario:
/^FICTORIVS
OPTATVS
194. Simile:
FIRMVSHORDIONIAE
DOXSAE • FILIVS
VIXIT-ANNXV-ET
OSSA -EIVS • HIC
SITA ■ SVNT
Tavola marmorea, scorniciata
l
D • M • T • FLA
PROSENE
FRATRIC/
ET-AGELE-L
RENTI • FEC
BVSO_ SVI
ET
197. Cippo di travertino:
C ■ FLA VIVS
C • L • APELLA
FLAVIA- MVSA
CIP ■ IN SVO • DO^J
ìx.fronT.p.xiii IX.AGR.P.XIII
196. Tavola marmorea, con due tìnestrine
laterali: lettere dipinte con minio:
D • M
T • FLAVIO -ANATELLONTI
DVLCISSIMO • FILIO • T ■ FLAVlVS
TROPHIMVS • ET • FLAVIA
ANATOLE -PARENTES-INFELIC
FECERVNT ■ VIXIT • ANN • XVI • MEN
viiii-dIeb-x-sibI-svis-posterisqve-eorvm
198. Tavola di marmo:
D u M
T-FLAVIO-ARCHE
LAOVIX-ANN
XLVI-M-X-
VALERIA- FLORA
CONIVGIBMF
199. Piccola stele di marmo:
D ■ M ■
T • FLAVIO
TH ALLO
FLAVIA
P R I M I G E
NIA-COIVCl
200. Tavola di marmo:
'?-FLAVIVS -V
SIBIET-vTl/
CHARINI • C
SVAE
201. Tavola di marmo:
^---^vbVS~\
TsQVE EORVM CV
FLORAE FILIAE ET
DENTIS NEPOTIS F
IN F p vii tn sj
202. Titoletto da colombario:
G-FOLIVS-7-L
PHILOCOMVS
- 382
203. Simile:
FORTi
OCT
EVTi
DELI
204. Frammento di lastra marmorea :
I D I S • JVW
WS-FOR"
VtMO '/
205. Lastrina da colombario :
/ARIVS-t\
j. VNATVS • V
20C. Tavola di marmo : lettere rubricate :
D / M/
FORTVNATI VIX
AN' II' M' XI' D'
XXVl FECERVNT
SEXTILIVS TE'
T E L E S P H O R sic
CVM CYNEGIDI'
F I LI AE RARISSIME
207. Glande tavola di marmo; gli ultimi tre vv. furono aggiunti posterioraente :
'('ENSIDIVS • N • L
//IAVRVSSIBIET
-iCVARIAE ■ EPHESIAE • CONIVGI ■ ET
iRENSIDIONLPRIAMOF-POSTERISQ_
SVIS-FECIT
vt •FRESIDIVSNLTHEORVS-V-AXX es
vESIDIA-N'L-AGELE-N-FRESIDIVS-N-L-HlLOGEN
^IDIVS-N-LSATVRNINVS
208. Tavola di marmo :
l'RONTOCON
IVGI ■ PIENTIS
SIMAE ■ FECIT
209. Stele marmorea;
corona
D ■ M
A FVLVIO
CRESCENTI
VIX-ANN-VI
CLAVDIVS
J/l ASTER ET
<VLVIA-SPES
210. Tavola di marmo, scorniciata : 211. Lastrina da colombario; lettere evanide:
A • FVRIO
FORTVNATO
FVRIA • GALATEA
- PAX/
FVRIA • CAPRATINA
VIX- A -mi -M-V
LFVRIVSCELER ■ LIBERTAE
212. Stele marmorea:
D • M
FVSCVLAE • BENE
MERENTIETPIEN
TISSIMAE ■ PECVLI
ARIS -CONIVNX
ET -PRIMA -FILIA
FECERVNT
214. Lastrina da colombario:
383 —
213. Tavola di maino:
• D • * • M •
GELLIOBALENTINO
MARITO -BENEMERElSTl
SERTORIA • CALLISTE *
CVM-QVOVIXIT-ANN-
■XBITASINELITE-
'215. Lastrina di marmo: belle lettere
A • GESSIVS • A • L
ZEPHYRVS
VIXIT • ANN XI
GIGASAGIT
Factionis
Prasinae"
VlCIT-PALMAS'lN-BIGA
xxvi-maiores- ii
;iilis-i
AANTONI
ADRASTO
agitatori
Factionis
prasinae
216. Cippo di travertino:
GR AI C INI A
L-L- Q_: VARIA
MARCI
L • T I S I N I O
217. Lastrina romboidale, di marmo:
SEX • GRANI • SEX ■ F
AEM
218. Grande lastra di marmo,
scorniciata :
GRANI A • VlT
iw-granivs-c
l-cornelio-l-liber"
bene-merenTi-
m/-granivs 1yv • l • 1
ET-SVls-POSTER!SQ_V ^^-^Tvi
219. Titoletto da colombario
C • GRATILIVS
D ■ L • FAVSTVS
VIX-ANNI-
220. Simile, ricavato da un
frammento di grossa e rozza lastra
marmorea :
PRIMA-GRATIA-
SARCINATRIX-
FECERVN • QVI
DEBVERVN
221. Stelo di marmo: lettere cattive
DJSl
MAN
HAGN
ET-SYiVÌ]
RVSA • M
TIALI-FE
•A-IIM-/
•H-X
— :!84 -
222. Lastrina da colombario:
223.
Simile
\TRONAE 1 R'\
T • HATERIVS
ìH ALINE Aj
SPERATVS
224. Simile:
225.
Simile :
fC- L • HELICE
'CATTIO TlBAEo
/Gì • SVO
ISSIMO
HERA
FECIT-F
eT-sibi
226. Blocco di marmo :
227.
Tavola
marmorea :
/ M
^ENT
JAN SAC
^ CEKV
JNIVGI BENE
„- 1TVLVM
VS • HFRMA sic
HERME'
ERISQ_: EOR
FILIO DV
SIMO VI
AMMIC T
228. Frammento di lastra
marmorea :
/hersilia'
llBOS FECI
229. Lastrina da colombario:
jVS • L • L .
VS
MENAEVS
230. Simile:
/'CETTll- LIB-
Anlxxfeci
ANVARIA-
CIVM-
231. Frammento di tavola marmorea:
232. Lastrina da colombario:
CN ■ IVL1
CN F-Qvl
234. Lastrina di marmo :
CIVLIDEMEÌU
IN OSSVARIA
MAGNA -OLL////
HI VACVAESVNI II
233. Frammento di lastra marmorea:
235. Tavola marmorea:
3 • M
(VLIO-DIO
^ 385
286. Lastrina da colombario:
C- IVLIVS- 1
FEL
240. Stele marmorea:
• D • M • S ■
IVLIAE- DONA
TAE ■ VIX • ANN ■
XXXV • M ■ VI • D • XII
Q_- SITTIVS • IVLI
ANVS -MIL- COH-
XI • VRB -FR A •
TER-PIISSIMVS-
237. Simile, piccolissima :
C • IVLIVS ■ C ■ L
GALATIO
238. Titoletto di colombario:
239. Simile:
IVLIA • 0 L •
ANTIOGHIS • sic
IVLIA
DAPHN
241. Lastra di settebasi:
D\
IVLIA- H
IVLIVS -tìS
VNA CONVi
\annis xl|
ìADQVIESC
242. Lastrina di marmo:
IVLIA • ICETE • DVLCISSIM
PARENTIBVS-SVIS • VIX-AN-XXU
243. Tavola marmorea:
D • M
IVLIAE • SEVERAE
CONIVGIFECIT
M • POMPONIVS
HERMES -ET -IVLIA
TYCHEPATRONAE
• B-M-
244. Titoletto da colombario:
I VLI A
THALASSJi-
245. Simile:
IVNIC-LPoTa
MONIS
246. Grossa stele di marmo:
DlS • MAN
IVNIAE
ELEVTER0
vix-an"
VNO-ME///
VI • D • XX
F-P ET
M-F
249. Titoletto di colombario:
l-laelivs-l-f-fab
CLEMENS
247. Lastra di marmo:
i' N I A E • C • L
(VIOSCHARIONIS
248. Lastra di marmo:
rosa
D ■ M • S •
LAECANIAE
CAPELLAE-AN
N ' XII 1 1
LAECANIA
RVFIN A
SOROR- VF
250. Simile
M-LICININ
ET-M-LICIh
VEIVS • E
386 -
251. Sanile:
■ LICINIVS
RABBV sic
■ ET • SVIS
252. Simile:
M • LICINIVS •
BASSVS-
VIXIT-ANN-XXXV
253. Lastra di bigio:
D-
M • LICIN
PHOR-)
VITALI • A
POST- S(
254. Lastrina da colombario:
P • LONGIIS!
PL-SVRI
OLLA- 1
255. Frammento di lastra marmorea:
250. Tavola di marmo:
D • M
LVCCEIA ■ HEDONE
ALVCCEIO POLYGO
NO ■Y"~V KARIS
FEC ^\_J~^ MAR
V-AN XVIII
257. Cippo di travertino:
P • LVCRETIVS
P • F • PROCVLVS
IN FR • P • II
IN AGR • P • III
258. Lastrina da colombario:
LVCRETIA
Q^ F-
SECVNDA
259. Frammento d' urna marmorea :
M
M
F
260. Grossa lastra di marmo :
lettere pessime:
MACARIA
TFES-flIJV
EVCTE • S\
ET SVIS
201. Lastrina da colombario:
P • MAECIVS
T-PVB-BVRRVS
VI-AN-1XIII
Nel. v. 2 prima fu scritto C, poi
corretto in T, e finalmente abrasa l'una
e l' altra lettera.
387 —
262. Titoletto da colombario:
Qj MAENIVS ■ Qj L ; Q_: MAENIVS ■ Q_; L
ATHENIO ^ CRESCENS
\ Vlx ■ AN • T • MENS • X
MAENIA • Q_- L ■ PAPHTE
263. Frammento di lastra marmorea : 264. Lastrina, di giallo:
C-MANI
PHIL
-!ii."i. Titoletto di colombario:
IMANLIVS
EROS
260. Simile :
INLIA • LEVC/l
'ONIVS-EROS-
267. Tavola di marmo
A -MARCIVA
MARCIA ■ C
sic VITALIODELIC\
SVM
,1
268. Cippo di travertino :
q_: cimarci
cl: l • philo ■ et
felix-sibi-eT-svis
INFRO-P-IIS-IN-AG-P-U
269. Titoletto da colombario,
di giallo:
L • MARCIVS ■ L • F •
RVSTICVS-V-A-IV-ME
NSES • Vili
270. Lastrina da colombario, di bigio:
SEX • MARCI!
TERTVLLV;
SIBI • ETj
PAPIRIAE-REì
271. Tavola di marmo:
D M
Q_ MARlI • REPERTI ■ VI
XIT-ANN-IIII-MENS-X-DI
EB-XI-QJVIARIVS-AGATHO
PVS ■ ET • CHARIS- ALVMNO
DVLCISSIMOF-ET-S-P-S-
272. Titoletto da colombario, ricavato da
un . frammento di cornice : la scrittura è can-
cellata:
MARIA ■ EROTIS
///////////////
SEX • MARIVS///////
273. Lastrina marmorea semicircolare, 274. Lastrina da colombario:
da colombario:
C ■ MATIVS C-MATIVS MATIAOT
3 ■ l • diochares HILARVS PYRINE
Class:; di scienze morali eoe. — Memorie Ser.4a, Voi.. II. 19
175. .Simile, di travertino:
C • MATIVS • D ■ L
SATYRVS
388 —
276. Sul coperchio di un grande vaso
ansato, di travertino :
MEMMIAE ■ D • L • PERGAMINIS
277. Tavola di marmo:
(vi E N A N DÌ
IIA'E-ARSIl\
[VGl-CARL
IXIT • ANN ■ Pj
278. Lastrina di bigio:
|NIVS • L L ■
cNOPHILVS
27'.». Frammento di titoletto da co- 28U. Simile:
lombario :
(MIA-MINIS-
Vi .
C ■ MIT
281. Lastra di marmo:
MNEMl(
porciae)
VIXSIT-A
MENSE;
282. Lastrina da colombario:
Q_: MVCIVS • O
L • OPTATVS
283. Simile:
P ■ MVLVl • ATHENODORl
OSSA-SITA-SVNT
284. Cippo di travertino:
MVNATIA • D • L
HALINE
L-MVNATIVSD-L
PHILODAMVs
IN-FRONT-P-XII
IN- AGR ■ PXII
285. Simile:
MVNATIA • 3 • L
HALINE
L-MVNATIVSOL
PHILODAMVS
IN FRO ■ P XII
IN AGR • P • XII
280. Simile più grande:
MVNATIA • 3 L
HALINE
L-MVNATIVS-3-L
PHILODAM///
IN FRO • P -XII
IN AGR • P ■ XII
28 < . Titoletto da colombario:
MVNIA- L- L •
menophila
hIc • Sita ■ est
: I —
288. Simile
C • MVSA
PHILARGYRj
SVO • Br;
MVSANIA-]
289. Simile:
Ita-mvs/j!
Vlioleoi
VoNYSlQ
290. Tavola di marmo:
DIS • M •
MVSSIA LAIS
FEC-EPICTETO
F- r^\ B M
vix-aX
xxxv/
291. Lastrina da colombario:
MVTIA • SEX ■ L
HELICE
202. Frammento di tavola di marmo:
\-MYSTIS-i\
Io-conivg/
\ • VIXIT->y
293. Piccola urna marmorea, sulla 294. Piccola piramide di marmo, sovrap-
quale, a modo di coperchio, poggiava posta all' urna n. 293:
una piramidetta di marmo (n. 294):
DlS • MANIB
NATALI
M-TERENTIVS
AVGVSTALÌS
OSSA
TMVLI-À I
AN-VIX-XVII
XANTHE-D-E-
295. Frammento di lastrina da
colombario:
fER\
"vNERP
296. Tavola di marmo:
D ■ NERIA • PALLAS • M
ET ■ NERIVS • APRIO
PARENTES • FECER
FILIAE /^~~\ S V AE
QlVA-VIV_y M ■ II
Ne] v. 1 fu prima scritto NERIAE •
297. Tavola di marmo
D 1
SEX- NO i
RESTIT
CLAVDI/
IVGI ET
TOjy
299. Simile:
NOMA
CL-
EROTIS
301. Lastrina da colombario:
C • NORBANVS
C L
FAVSTVS
303. Lastrina da colombario:
v D • N O V I V
synhistorI
PATER I
390 —
298. Lastrina da colombario:
NONIAOL-
ANTHIS
300. Tavola di marmo:
» D \ MB
NONIAE • HEVRESI
C-F-A • CONIVNX IN
FELICISSIMVS CVM
QVA VIXIT ANNIS
XXXVIII
SINE QVERELLA
302. Cippo di travertino : lettore rubricate
C • NORBANVS
C-L-STEPHANVS-
NORBANA
LAVDICE
INFRO- P • XII
IN AGRO- P • XII
304. Tavola di marmo:
Q_;NVMISIVS- FORTVN
ATVS • SIBI -ET-CORNELIAE
PRISCAE • CONIVGI • SVAE
CARISSIMAE • FECIT • H ■ S •
TERRAEMPTAQVOQT'TF
V • A • L •
305. Titoletto da colombario, di 306. Simile, opistografo. Da un lato e scritto
bigio: in lettere, che portano tracce di rubricazione :
OCTAVIV
C-OBELLIVS S&OBELLIA
STEPHANVS M CANTABRA
V
FILIA.V-A-VII
307. Dall'altro lato:
k -SIBI -ET-
lìVE-EORVM-
AEDIC
S I B I • S V
308. Frammento di steli' marmorea:
OCTAVIVS-Hhk\
COLLIBERTVS
::o!>. Stelo ili marnin :
•'ina
D ■ M • S
OCTAVIAE- PRI
MIl-ENIAE ■ MA
TRI-OPTIMAE
POSVIT-(?AETVLI
CVSFILIVSTTIS
VIX ■ AN • LX
391 —
310. Titoletto da colorali
OECONO/
BIS
311. Tavola marmorea:
y
-LSI ADI Ah
OPTATAE
vIXIT-ANXLV
FECIT
O L S IA DES
FE////X/
CO/""-
312. Stele di travertino, con timpano ed
antefisse, molto corrosa:
OSSA-HICSITASVtf
OLVMPHEI
RICINI NERV/t
SER
THERES • DE
S VO FECIT
SEIBI • ET • SVEIS
tino:
313. Lastrina da colombario :
Jgiae
N-XII
iJNESIM
315. Titoletto da colombario, di traver-
OPPIA ■ M • L
CALISTE
314. Cippo di travertino:
IN" FR P XIII
IN AGR P XVI
T-OPPIVS ■ M- F
TRYPO
M-OPPIVS M • L
HILARVS
C • PLOTIVS CL
PHILOMVSVS
M-LVCILIVSOL
S ASS A
316. Titoletto da colombario, let-
re minute ed elegantissime:
oppiae- he;
sanctissim;
CLiOsTorivsTiìa'i
317. Lastrina di giallo :
OPPIA 3 • L ■ NYMPHE
ANNOR ■ XVII
318. Lastrina di marmo:
•JIVS-OPT/1
NIA-C-L-TYCH\
\NN • XX\;
319. Simile:
<f- A L-ORiENS
<~alYtic
320. Cippo di travertino:
O S C I A • S T • F
IN FR • P • XII
IN AGR-P-XIIX
— 392 —
321. Altro simile:
OSCIA • ST • F
INFR- P-XII
IN AGR-P-XIIX
322. Frammento di tavola marmorea, 323. Titoletto da colombario:
con bellissime lettere:
/^OolOJ L • PAPIVS • L • L
CNÓS(' EROS
Vlx ANN
,\
PAPIA ■ L ■ L
ATNEIS
324. Simile:
PATVLCIA-L-L-
AMMIA
C • IVLIVS • D L
FELIX
325. Cippo di travertino:
A • P A X A E A
A • L • N A R D I S
TITVLVM- MEMO Ri A E
SVAE • FECIT • ET • SVIS
PRIMO • F • QVI ■ DECESSIT
ANNORVM • XXX
PATRI Q_V E • E 1 V S
A • PAXAEO • PHILOXENO
\.
; ■ A • PAXAEO • R V F O
32(3. Tavola di marmo:
PECVLIARÌ
AN- VI- MEN1
XX^FIL-DVLCì
///FELICISSU
PECVL/^
327. Lastra di marmo, ansata:
M I B V s ■
N ■ XlT- BENE •
EREGRINVS-
TER-SIBI-ET-POSTERIS
328. Cippo di travertino
M • PESCENNI
M • L • HERAE
329. Titoletto da colombario:
SEX • PESCEN
NIVS • SEX ■ SEX
L • FELIX •
330. Simile:
SEX • PESCENNIV5
SEX-SEX-SEX- L-PRIMVS
331. Lastra marmorea, assai erta:
P • PETRONIVS
PL ■ HILARVS-
P -PETRONIVS • PH'6.PPVS
STER riNIA-P-1 -EVPROS1NE
STERT1NIA • 3 ■ L • NYSA
332. Titoletto da colombario:
>STRONIVS-PF-POL-
vRTIVSFOROCORNEL
,PRAETORIAE
39 ; —
:;:;:;. Simile , con Lettere pe isime :
P H I L I P I *|
SCAEVA-'
SVO
334. Lastrina da colombario:
PLOTIA
O-L-
MENPIS
CI'
335. Tavola di marmo:
vPLOTIA SALVIA
\FVRNIACL GALATEA
NIA-SYMPtERVSA
FELIX-
:;:',(). Lastrina marmorea, ansata:
SEX • POMPEIVS
FORTVNATVS
MVSAE-ET-CELADI
FILIVS-VIX-AN-XIIII
337. Tavola di' marmo:
VIX-ANN-II-SIBI-ET
DMPEIAE-DORCHAE
VXSORI-SVAE
338. Cippo di travertino:
POMPILIA
IVCVNDAI • L • PHASCVSA
VIXIT-ANNOS-XIIX
339. Frammento di lastra marmorea:
POMPO
Il T ITILI
340. Titoletto da colombario, di 341. Lastrina da colombario:
giallo :
POMPONIA
T • L
ANTHVSA
OMPONIA,'
HFI PIS • :
342. Lastrina di giallo:
/dntia • c\
CONILLA1
343. Titoletto da colombario :
M • POPI1
SP -F-fVEi
344. Grande tavola di marmo,
con cornice:
PRECCI
& D « T tf S es
345. Lastrina da colombario:
'SINIA
PRIMA
/IX-AN- XVIII
34ii. Framment i di lastra mar-
morea :
ws-prince
\erinvs
' O-VIX-
LVII
LLA-VXSO
394 -
347. Cippo di travertino:
A ■ P V P I V S
3L-TiOPHILVS sic
348. Frammento di lastrina di
marmo :
ILIVS
RTVS
349. Simile, cou lettere cattive :
ri a E
;ARTAE
DSSA
350. Tavola di marmo, con let-
tere rubricate:
N -QVINCTIVS- N-NOL
CERDO INFRP-XII ■ IN AGR . P • Xl/
HVIVS • MONVMENT • PART • DIN
EMIT'ETMANCIPACCEPIT-SIBI-ET-7
351. Tavola di marmo:
D • M
ho • qvinto
Vm-vii-d-xiii
.AXIA-APO
FILIODVL
\l-MO
352. Cippo «li marmo:
^^-<vH 111 •
"RESTITVTO
NOMINATI -VERNAE
V -A -XIIX •
V-LVCCEIA-M-L- LESBINA
MATRI • ET ■ FR.ATR.1BVS
D • S • F
IN F • P- 111! • IN A • P • 11! -
353. Lastrina piccolissima di marmo:
C- REVENTI\i
HONORES
FVIT • CORON//
A V REAMI
CONLIB7
354. Titoletto da colombario,
quasi del tutto consunto:
L-RV////////////L-
T////R//////
355. Lastrina da colombario, piccolissima.
ansata:
C • SAENIVS • C ■ L
HEBVR
356. Titoletto da colombario:
P- SAFINIVS
M-F-VOT-RVFVS
357. Simile:
- C • SALLVSTIVS ■ C • L ■ EVCLES
"S ""'MONVMENTO ■ SVO
— :;<».-
358. Stele marmi
D • M •
C-SALLVSTI-
VICTORIS
MATER • PI
ENTISSIMA
ET-ALOEPION
LIB • EIVS
B- M •
359. Tavola di marmo:
SALLVSTIA-CRISPI-L-HELPIS
HERMOGENI / AMERIMNO
VIRO FILIO
CHRYSEROTI-F CHIOF
360. Lastrina da colombario:
SALVIA
M • 3 • L ■
COMMVNIS'VA-XIIX
361. Simile:
SALVIA
,'PHILVMINA
i
362. Cippo di marmo :
D • M-
SÀTVRNlNA
M-LVCCEIO-Àr;
ÀTHOPO-CONIV
Cl-ÒENE-MEREN
Tl-FECIT
363. Piccola lastra «li marmo:
M-SAC-
US-SATYRIO
XXIIX-V-XX\
M-QiET-VA
364. Cippo di travertino :
A • SAVFEIVS
A-LDIOCLES
IN FR ■ P • IIX
IN AGR-P • XII
365. Lastra ricavata da un frammento ili
pilastro scanalato:
; <'. Frammento di Lastra mar-
morea :
MG-MINI
rvn;
E-SECV,
VEJL-t1
367. Titoletto da colombario
SECVNDI
AEMIL
L • PVLLIVS1
SEMPRONI
368. Tavola di marmo:
M • SEMPRONIVS ■ D • L • IVCVNDVS
SIBI-ET-OCTAVIAEPRIMAEVXORl-ET
MSÉMPRONIO-MF- ALBANO -FILIO
369. Lastrina da colombario
SEMPRONIA
DL- GRATA
ANNORVM-NATVS-DECESSIT-VIIII
Classe di scienze morali ecc. — Memori] i i '■. , Vol. IL
5"
— 396
370. Urna marmorea quadrata,
adorna di rilievi :
D • M
SEPTEMBRI
CORNELIA
P R I M I L L A
DELICIO-SVOF-
371. Lastrina da colombario:
A • SERVILIVS • A • L • NICEPOR
A • SERVILIVS • A • L • SATVRIO
372. Lastrina di marmo :
SERVILIA • P • ET • D • L
ROMANA • VIXlT • AN • X
ET-MENSES ■ IV-DIES -XXIII
CLODIA O • L
373. Tavola di marmo:
[XTILIVS-M-L-DON^
|TILIÀ-M-L-MODEST
AVIVS ■ L • L • AOJLA-
\\TV-ABMILONE
IO ■ PVBILICO
XULIA-SE-XXC
374. Lastra di marmo:
A
L • SICCIVS \ÌJ ARTICLEIA
LVCRIO M HORME
375. Frammento di lastra marmorea:
v • A ■ XII II
F • SI6E'
SIBI • ET(
ABASCANTC\
;iXIT-ANNIS-X'
RTABVSQVF/
SQVE-EOR)/
N-AG
376. Titoletto da colombario :
M • SILIVS
APOLLINARE
V- A • VII ■
377. Tavola di marmo :
corona
-L- SILIO • STRIGO
L-COH-T-
lei NI-
AN- XI •
378. Frammento di lastra mar-
moi'ea :
379. Lastrina da colombario :
SODALA
RVFA'
IC-SITA-SVNT
— 397
Simile:
riVS-L-L-SPINTHER
AE-RVFAE-GlilBEPvTA
iCOIVNX
381. Tavola di marmo, con cornice :
ET-P-ST
S E VE R
P-STATIN
ONESIIV,
Ff
382. Ti tolette da colombario,
e . re rubricate:
.MA • > • L • STACTE
v ■ CHELIDONI
■ FECECERVNT-V'A'
[
383. Frammento di lastra marmorea :
'i E R T I N
SATHOP)
/ E N T ,
384. Lastrina di marmo:
EACCIVS • NIC
MYR
D ■ III
385. Titoletto da colombario:
SVESTILIAO • L
EVCHE
386. Frammento di grossa lastra
di marmo:
sy L P I c I vy
ocraTei
387. Tavola marmorea:
D • M • S/
S VLPICI
RVFI r
QVAE-V//'/
RPriT H
388. Lastrina da colombario, con
borchie di bronzo:
svToriao-l-meThe
fecit
c • ivlivs • mamerivs
ET • SVIS
589. Metà di lastrina da colombario, ansata :
SYMPHERVSa
VIXIT • AN
XXIV
390. Titoletto da colombario:
M • TERENTIVS
• M • L •
AMARANThVS
391. Simile con lettere rubricate:
M ■ TERENTIVS
M- L-
APOLLONIVS
392. Tiloletto da colombario:
c • terenTi •
C-L-NICASION
394. Lastrina di marmo :
TERENT
LALAGE
. Piccola scheggia di marmo :
érTìvsI
396. Ti detto da colombario:
TIMOTES • VIXIT
ANNOS • XVIII
. 8. Tavola di marmo:
TITINIAE O- L
EVNIAE
CCOCCEIVS-CL
STEPHANVS
POSVIT
tOO. Lastrina da colombario :
lettere profonde :
. L-TONGILIVS-LLDIOCLEs
TONG1LIA LLRVFA
401. Simile:
L-TONGILIVS-LOLPI
T-.PEDVCAEVS • T • L]
403. Cippo di travertino, assai
consumato: lettere cattive e d'incerta
lettura :
? TREMILIORVM
NICE
GLAVCI ANDRo
TERTI • EXSINIS
FELICIS-RODAE
CLADI
L MARCI TISINI0
IN F/// IX
IN \IV
398 —
393. Cippo di travertino:
M • TERENTIVS/////////OPHILV//
M-TERENTIVS//// CHARITO
LAELIA • P ■ L ■ POSTVMA
M-TERENTIVS-M-L • FELIX
LAELIA • D • L • HILARA
M • LAELIVS 0-L-///TVRNINVS
IN FR • P ■ XII IN AGR-PXXIV
397. Simile:
L • TU
EVCL
399. Stele di marmo:
D atera jvi
TITIA • PRIMA • FECIT
SIBI ■ ET • SVIS ■ FLAVIA
VIX-ANN-XI-M-V-FOR
TVNATA-VIX-ANN-XIII
M-V1II-TITIANVS-VIX
ANN -XIII -M'-X- FILIS-
ET-CERDONI- CONIV
GI-B-MLIBLIBERTAB
QVE-SVISQVE-ORVM
IN RE SVA • FECIT
402. Lastrina di marmo:
L-TREBONIVS
L • L
ONESIMVS
Titoletto da colombario:
CLiTRESI • ISOCRYSI
TRESIA • EVTICIS
405. Sin.il
e :
TrYphe-ì
SVAE
406. Lastrina da colombario con borchie
di bronzo:
(K • TVDICIVS • AMANDVS
V • ANN-X) IV
4<i7. Tavola ili ma
D • M
TYCHES • QVAE ■ VlX
ANNIS • II-MENS -X
DIEB • III-
caecilivs • evhodx
et-sextilia-conivn:
vernacvlae
dvlcissimae
FECE
t08. i itoli " i ' lombario:
il ■ LIBERTAE
i
ERVNT
UO • tYranno
iTRONO ■ SVO
i
409. Cippo di travertin i :
LVALERIVS
LLCLARVS
IN 1 R-P-XVI-IN A-P-XII
HO. Tavola di manne bigio:
D • MI
VALERIO • GÈ;
VIX • AN • XXXXI
» FÉ CI T
Vi ERIVS-ACRATVX
\iBERTO • SVO ■ B • M ]
5 le1 lettere CRATV ono
Nel v
rescritte.
411. Cippo di marmo:
D • M
D • VALERIO
IANVARI O
ET • D ■ VALERIO
EVCHARISTO
D • VALERI VS
SATVRNINVS-ET
VALERIA • EPICON E
PAR • INFELICISSIMI
412. Stele di marmo:
D corona M
M- VALERIO
IVSTO- MIL-
CHO-XIVRB
7- CORNELIA
NI-FEC-iT////s
///// CLODIENV
SEVERVS •
CO M M AN I
P V L A RI •
• B • M •
413. Tavola marmorea: lettere rubr
a seduta su letto, in
atto di porgere un grap-
polo d' uva ad un uccello
D M
L-VALERIO SABINO
L-VALERIVS RESTI
TVTVS • ET • ISIDIA
FORTVNATA • FILIO
DVLCISSIMO
FECE RVNT-QVI- VIX-
ANNVM-XI-D-XII
414. Tavola di marmo :
DlS • MANIBVS
VALERIÀE-APOLLONIA
vixit • Ann vm
VALERlA-HELPIS
WATER
415. Lastrina di pavonazzetto. opistografa.
Da un lato :
C • VARINI • EROTIS
EMPTA-OLLA-DE
C- CORNELIO-C- L-HERM! A
400
410. Dall'altro lato, iscrizione più
antica, lettere rubricate:
Sex • appvleivs
tiYmen
PHAEDRA-F-VlX-ANÌT-
417. Lastra quadrata di marmo:
D • M • L-VARIc
ALB/"^\ANo
MI L| V jCO
U
in- v_yviG
L-VARIVS-SECVM
DVS • FR • K •
418. Urna elegantemente e ricca-
mente scolpita:
DlS • MANIBVS
SACR.VM
VARIAE
AMOEBE
VIX-ANN-XV
MENSB-IIII
DIEB- XVIII
419. Titoletto da colombario:
VARIAE • AMOEB
ONESIMVS • CON
LI-B-MET SIBIPOST
EORVM
420. Cippetto marmoreo piccolissimo :
421. Titoletto da colombario, rica-
vato da un frammento di grosso blocco
di marmo :
L ■ VATRONIVS
D-L-SVAVIS-OSSAHIC
SVNT
VARIA
HEVRE
SIS
VIX
ANN VII
MENS X
D XX
422. Lastra di marmo:
iv
POLL>
DOMI
MIL • COH\
DVLSI ■ MIL>
ANVI-VLXIT-AN-XXII
OVENNON1VS-SABINVS
ET-L-ABVXELLIVS-;
SEVERVS • AMICO-
CARISSIMO ■ BENE-
MERENTI • DE • SE •
FECERVNT-
423. Frammento di tavola di marmo:
vIIVS SOTE
L VENNONI
rTENTISSIMAE
l POSTERISQ_'
l_4. Lastrina da e» >I ( »m 1 >a ti< » :
VSAE • L
425. Tavola di marmo:
D • M
P- VERASIO- PAVLI
NOF1LIO • DVLCIS
SIMO -QVI-VIX- ANN
VII DIE • XVII -FEC-
AMBIBIA • MATER
- 401 —
126. Tavola di marmo, con quatta ai ' i
angoli:
DlS • MANIBVS
VERGINIATHALLVSA-ELAINO
CONTVBERNALI-SVODE SE
. BENE f~> MERENTI
I^-^E
427. Lastrina di marmo:
428. Lastrone di travertino, con cornice :
corona
M - VESTIVS • M ■ L
ANTEROS •
429. Frammento di lastra di marmo :
P-VETTI\I
PVETTKJ
l\- VE.-1 1JL1 V
PATRn
A-VETILI-ERONISJ
A-VETILI-FELICIS
AVETILI-PHILIPPI
IN FR-P-XVI
in;
430. Cippo di travertino:
civettio lterti
laberi a d • l •
0 berenice ■
vettIa-qj.- salvia//
vettia-qthedon///
431. Urna di marmo : lettere minute :
D I S ■ M A N I B
QjVEVIO • IVSTO
Q_;VEVIVS ■ SECVN
DVS-FECIT-FILIO SVo
V1XIT • ANN • Vili • MES
Villi
432. Lastra di marmo:
D M
c vibio • maximo
c vibivs vnion
Pater
433. Frammento di lastra marmorea:
'MITI
/CTORI
,
CIT BE
QVI
/
/STI
MENS ■ VI ■
ÓRAS • V •
434. Tavola di marmo:
* D * M *
VICTORIO *
« ArATAER
LIBERTO *
BENEMEREN
TI FECIT *
435. Piccola lastra di bardiglio:
vM • VINElVS
M-L-PISTVS
IVLIA-LO-
RVSTIC/
VlX • A • XXl
4:jii. Titole d i olombario :
VITALIS • VIXIT
ANNIS ■ XVII
PARENTIBVS • SVIS
CARA
102 —
frammento di lastra, con cornice :
•W8. Urna quadrata di marmo:
P • VITRVIV.V ■ DAMA
P-VITRVVIV.S' ARISTOBVLV.V
PVITRVVIV.V • VARDANVS
439. Titoletto da colombario:
P • VITRVVI
SIPYLI
440. Titolutto da colombario : lettere rubri-
cate : il v. 3 in parte fu abraso :
VITRVVIA • P • L • LY®NiS
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411. Tavola di ni
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44:2. Grande lastra di marmo:
VMMIDIA • FORTVNATA •
VIXIT ■ ANNIS • ' Vili
MENS . VIII ■ DIES ■ XXV'
VMMIDIA • M ASVET A • M AT • F -
Lastra di marmo :
VRBANAE • MAÌU
MONTANI • DISPENS
NORBANORVM
MI. Lastrina marmorea:
COMMVNE • Es
CVLINA-ET PVTEVIVT
ET- ITER- AT TRICLIA
445. Cippo di travertino quasi
del ti tto consunto:
P-////////NIVS
///////////////////
IN ■ F • P • XXVI
IN • A • P • XXIV
L46. Frammento di cippo in travertino:
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CRVM
IAD-L
447. Frammento di cippo in tra
ao: 'riunii Lettere:
eTlia
l r\ i /
448. Frani mentii di cippo in travertino:
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II:»- 172. Frammenti di lustre marmoree:
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47o-49G. Frammeuti di lastrine da colombario:
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da un lato
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flall'altru lato:
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497. Titoletto marmoreo:
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498. Frammento di lastra marmorea :
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499. Tavola di marmo:
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500. Lastrina dì marmo: lettere mi-
nute :
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— 4UÓ —
Via Tiburtina. Nella vigna posta sulla sinistra della ria Tibiirtiiia, dirimpetto
alla basilica di s. Lorenzo, è stato trovato il seguente avanzo di una tavola mar-
morea degli atti arvalici, che è stato acquistato e riunito alla serie di cotesti monu-
menti raccolta nel Museo Kircheriano. Il nuovo frammento fa parte della tavola che
conteneva gli atti dell'anno 145, e della quale si conoscemmo già tre piccoli avanzi
(cf. G. I. L. VI. 2085; A'/'//. Tnslit. 1882, p. 72; 1883 p. 110). Degna di nota 'è
La menzione dei consoli Cn. Cornelio Proculo e D. Giunio (Caro?), sull'etti nel mese
di maggio del predetto anno, che fino ad ora erano del tutto sconosciuti.
ANTONIVS A
VS ALEXANDER
ISDEM COS-
3 CONCORDIAE FRATRES ARVALES SACfc
NVS PROMAG MANIBVS LAVTls VELATO CAPITE S
•_egIs • svls • indIxit
l> BONVM FAVSTVM FELIX FORTVNATVM SALVTAREQVE SIT IlWP C/
PRONEPOTl T AELIO HADRIANO ANTONINO AVGVSTO PIO PONTIF M/
PARENTIQVE NOSTRO ET M AELIO AVRELIO CAESARI FILIO ET CETERIS
romano qvIrItibvs FRATRIBVSQVE ARVALIBVS
SaCRIFICIVM DEAE DIAE HOC ANNO ERIT ANTE DIEM XVI K IVN DOMI ANTE Di
Ivn domI CONSVMMABITVR ADFVERVNT in collegio ti licinivs cassivs o
M FABIVS IVLIANVS HERACLEO OPTATIANVS M VALERIVS HOMVLLVS TI IVLIVS CANDII,
CN CORNELIO PROCVLO D I V N I O
XVI K IVN IN PALATIO IN AEDE DIVORVM PER TI LICINIVM CASSIVM CASSIANVM PRO
SACRIFICIVM DEAE DIAE TVRE VINO FECERVNT IBIQVE DISCVMBENTES TORALIBVS SEGMENTA
PATRIMl ET MATRIMl SENATORVM FILI PRAETEXTATl CVM PVBLIClS AT ARAM RETVLERVNT L
CALPVRNIANVS A LARCIVS LEPIDVS PLARIANVS QJVNIVS MAVRICVS ADFVERVNT IN COLLEGIO T
MAG TI IVLIVS CANDIDVS CAECILIVS SIMPLEX TI IVLIVS IVLIANVS ALEXANDER L ANTONIVS
M VALERIVS IVNIANVS M FABIVS IVLIANVS HERACLEO OPTATIANVS L DIGITIVS BASSVS
ISDEM COS • XIIII • K •
IN LVCO DEAE DIAE TI LICINIVS CASSIVS CASSIANVS PRO MAG AD ARAM IMMOLAVIT PORCAS PIA
ETOPERIS FACIVNDI IBIQVE VACCAM HONORARIAM ALBAM AD FOCVLVM DEAE DlAE ImmOI ^VIT
Vili. S. Maria Gapua Vetere — L'ispettore comm. G. Gallozzi riferì, che
essendosi cominciati gli scavi dal sig. Califano Bernardo nel fondo Petrara , si
rinvennero in considerevole quantità oggetti fittili votivi: cioè 92 piedi umani di di-
versa grandezza; 5 gambe; 130 teste virili e femminee; 2 mezzi busti rotti in più
punti; un piccolo cavallo senza gambe; 3 piedi di bue.
IX. Napoli — Nota dell' ispettore cav. Ferdinando Colonna.
Nei lavori per 1' apertura dell'ultimo tratto di via del Duomo, dal vico s. Se-
vero alla strada dei Giubbonari, in sezione Pendino, si è scoperto quanto segue.
Nel cavo al tratto di fondazione nel primo compreso del basso alla strada della Settaria,
segnato col num. 37, già proprietà Pizza, alla profondità di m. 3,80, si è rinve-
nuta la parte superiore di un busto di cariatide egizia, in basalto, rotta in due pezzi,
— 406 —
della complessiva altezza di in. 0,26, e grossezza di m. 0.25. Si trovò pure una colon-
nina di granito bigio di stile egizio, composta del fusto, alto m. 1,58, del diam.
di 0,22, capitello alto m. 0,42, ornato di otto foglie di acanto, delle quali quattro
si elevano sino all'abaco, e quattro intermedie sino al punto in cui le prime si disgiun-
gono per curvarsi alquanto in fuori. Lo zoccolo è di m. 0.25, e la base di m. 0,42.
Questi avanzi architettonici ritrovati fuori opera, in direzione sud-est della via
del Nilo, limite occidentale assegnato alla regione nilense, appartenuti a fabbricato di
stile egizio, stanno in conferma di quanto gli scrittori di cose locali ci dicono intorno
al tempio di Autinoo, ed alla topografia di Napoli, segnatamente ai tempi dell'imp.
Adriano (cfr. Mazzarella-Farao, Le XII Fratrie attico-napolitane. Napoli 1820).
In uno scantinato compreso nell'area del casamento Canista, sito tra le strade
della Sellaria, vico Fate e vico Verde alla Sellaria, è stata scoperta una colonnina
di marmo bianco composta del fusto scanalato, alto rn. 0,50 e del diametro in base
di m. 0,35, del capitello corinzio alto m. 0,40, dello zoccolo o dado di base di m. 0,50,
e di m. 0,30 d' altezza.
Nel piccolo compreso del basso del casamento Girella, con l'ingresso nel vico Fate
n. 2, tra la terra e i calcinacci, alla profondità di circa ni. 2,00 si è recuperata
una colonnina in marmo bianco, priva di capitello e zoccolo, alta m. 1,18, del diametro
in base di m. 0,14.
Regione V. {Plcemim)
X. NeretO — Demolendosi un cornicione della casa del sig. Stefano Cilli,
maestro delle scuole comunali di Nereto, si recuperarono due mattoni, l'uno intero
l'altro frammentato, di m. 0,40X0,40 ambedue. Recano in buone lettere il bollo ret-
tangolare :
VLPIVS
TVTOR*
In uno di questi mattoni, il detto bollo fu impresso almeno 15 volte. In un altro
lii impresso 24 volte, ed in modo che le varie impressioni dello stesso bollo, costi-
tuiscono le lettere:
CH
L'egregio ispettore sig. barone Domenico de Guidobaldi, che annunziò la cosa,
e mandò i calchi di quelle impronte, soggiunse che quei due fittili non sono di ori-
gine neretina, ma provengono dal suolo prossimo di santa Maria a Vico, che lunga-
mente fornì materiali alle moderne costruzioni della città di Nereto.
Sicilia
XI. Gela — - Il eh. prof. A. Salinas ha fatto sapere, esser stato acquistata pel
Museo nazionale di Palermo un'anfora panciuta alta ni. 0,41, con figure resse su fondo
aero, proveniente da Gela. Vi è rappresentata Minerva in atto di porre una corona
sul capo di Ercole. Assistono alla scena due personaggi, Iolao e un vecchio dalla
barba bianca. Sulla figura di Ercole è l'iscrizione HPAKAH, e sulla figura di [olaoè
— 407 —
scritto (<')OAEOS. Tutto il vaso è dipinto con molta cura, anche negli ornati che
occupano il campo libero, e nella parto posteriore, la quale è dipinta con una figura
barbata tra due donne in piedi.
Sardinia
XII. Pailli-Monserrato — Il R- Commissario dei musei e scavi di Sardegna
riferì, che in occasione dei lavori che si eseguiscono pel deviamento del torrente, nel
comune di Pauli-Monserrato, regione in Sa campa di sa Molti/m, ed in terreno già
di Dessi Giuseppe, venne scoperta una tomba antica. Essa era posta in uno strato di
terra ghiaiosa, col fondo sopra uno strato argilloso compatto, alla profondità di m. 1,00
dalla superfìcie del terreno. Era formata da quattro massi di pietra forte arenaria senza
copertura, posti senza cemento.
Vi si rinvennero i resti di quattro cadaveri volti verso il sud, mentre la direzione
della tomba era nord-sud; e poche stoviglie di terra ordinaria (anfore e piattini), che
furono rotte nel fare lo scavo.
Si raccolse anche una moneta di bronzo, che per essere assai mal conservata è in-
decifrabile.
Roma, 21 novembre 1886.
11 Direttore gen. delle Antichità e Eolie arti
FlORELLI
— 409 —
NOVEMBRE
Regione XI. (Transpadana)
I. Grlliro — Alcuni scavi diretti dall' ispettore di Domodossola avv. cav. Gia-
como Trabucco, furono eseguiti sul finire dello scorso agosto nel comune di Giuro,
in Valle Cannobina provincia di Novara, e precisamente in contrada Margugno,
dove circa quaranta anni prima erano state scoperte tombe di età romana, che resti-
tuirono suppellettile vascularia e monete. Le nuove indagini fecero, riconoscere sette
tombe a cassa, che misurano in generale m. 1,60 in lunghezza, m. 0,60 in larghezza,
e m. 0,40 in altezza, formate con lastroni di pietra e col coperchio pure di lastroni.
Una sola tomba era di minori dimensioni, essendo, come pare, destinata a contenere i
resti di un bambino. In due sepolcri si trovarono due vasi di pietra oliare, e due
ascie di ferro.
Regione Vili. (Cispadana)
II. Ravenna — L'ispettore cav. dott. Silvio Busmanti fece sapere, che costruen-
dosi un pozzo ,artesiano presso la basilica di s. Vitale, a m. 4,95 si recuperarono due
grandi anfore spezzate , varie ossa umane, due spilloni d'avorio, ed una stela intatta
di marmo greco, alta m. 1,20, larga m. 0,40, sulla quale a lettere alte m. 0,04, leg-
gesi l'iscrizione seguente:
D M
P VOLVJVtf
ALEXANDRI
VIXIT ANN'
XVIIII
MENS • Villi
VOLVJVNIA
REDEMPTA
LIBERTO
M-
xUla medesima profondità fu pure scoperto un pavimento di mosaico, di opera alessandrina.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II. 52
410
Regione VII. (Etruria)
III. Perugia — Note dell'ispettore prof. Luigi Carattou.
1. Scavo nel fondo Braccio. — Fino dal 18 dello scorso ottobre si cominciarono
gli scavi nel terreno vocabolo Braccio, proprietà del sig. Augusto Rossi, nella par-
rocchia di s. Costanzo presso Perugia; ed a tutto il giorno 23 si ebbero i risultati
seguenti. Nei decorsi anni, vivente il signor Giacomo Eossi, padre dell'attuale proprie-
tario, si trovò una porta di tomba in travertino, della misura di m. 2,00 X 0,79 X 0,19,
insieme con due pietre, forse stipiti della medesima porta; e a detta del contadino,
vi sarebbe stata anche la camera, da lui chiamata buca, la quale essendo piena di
terra ammassata, non diede allora occasione a veruna ricerca ; solo rimosse le pietre,
furono queste appoggiate ad una vicina pianta di olivo, ove tuttora rimangono.
Avuta dal contadino l'indicazione del posto ove era collocata la porta, si die ivi
principio ai lavori di spurgo, e si trovò la spalletta della porta stessa, la quale oltre
il travertino, aveva un muro a secco, di un sasso sopra l'altro. Convinti che succes-
sive franature avessero riempito il vuoto della tomba, volta a mezzogiorno, rimossa
gradatamente la terra, si rinvennero a m. 0,50 dal piano due lancie in ferro, ossi-
date, della lunghezza totale di m. 0,40 ciascuna. Poco distante si trovò altra lancia
più piccola con cannello, pure in ferro, ossidata, della lunghezza di m. 0,15, entro
cui v' era certo adattata un' asta di legno.
Proseguendo poi a scavare, alla profondità di m. 2.50 si presentò un orcio in me-
tallo, con orificio a foglia di edera e manico rialzato, in buona conservazione, alto
m. 0,22. Trovato il vaso, si sospese lo scavo dall'alto, per eseguirlo in direzione del
piano della porta; e quasi subito si ebbe una ronca in ferro ossidata, con lama in-
tatta lunga m. 0,24, larga m. 0,06. Poco lungi da questa venne fuori un'ascia, pure in
ferro, lunga m. 0,17, con occhio o buco- per il manico.
Continuato lo spurgo della terra, si raccolsero dei chiodi in ferro ; delle borchie
metalliche fratumato, forse ornamento di cassa, essendovisi trovato in alcune ade-
rente anche qualche frammento di legno. Inoltrandosi nella tomba, cominciarono a sco-
prirsi alcune parti di scheletro umano ; indi si recuperò un anello d' oro massiccio,
liscio sì all'interno che all'esterno, del peso di gr. 29, e del diametro di ima. 17 in
circa. Assomiglia in tutto ai nostri anelli a fede, da sponsali, ed essendosi trovato nel
lato corrispondente alla sinistra del cadavere, è a supporsi che il defunto l'avesse
avuto nella mano sinistra. Dello scheletro pochi frammenti di ossa rimanevano. Nella
medesima tomba rinvennesi pure una striglie di bronzo, di cui solo il solido manico
è conservato; un pezzo di aes-rude del peso di gr. 80; un dado in osso, ma rotto;
due maniglie di cista, in bronzo, l'ima di forma oblunga con linee ciuve a rilievo,
ben conservata, lunga circa m. 0.11; l'altra di forma arenata con le due estremità a
pometti, con linee curve a rilievo, lunga m. 0,06 circa. Si ebbero poi sei bolloni in
metallo e qualche chiodo; molti frantumi di borchie metalliche, di media grandezza;
altri frammenti di sottili aste di ferro, come parti di uno spiedo. Ai lati, all'altezza
della testa e della vita, erano vasetti e tazze fittili di fattura ordinaria, nella maggior
DO
— 411 —
parte frammentate; dodici pietre della forma e dimensione di uova di piccione, di-
pinte a Tari colori.
Nel giorno 23 si scopri un'altra tomba, della misura di ni. 3,10X3,70X2,40,
ove però uul L'altro si rinvenne, che frammenti di scheletro collocato da levante a ponente.
2. -Scavo presto Monteluce. — In uno scavo casuale nel terreno Baccaccino,
presso Monteluce, nei sobborghi della città, verso la metà dello scorso ottobre, a sinistra
della via che conduce alla villa di Favarone, si rinvennero tre urne di travertino, di
farina rettangolare, con i coperchi a timpano, prive di iscrizioni e di ornamenti. Uni-
tamente a queste si ebbero i seguenti oggetti di suppellettile funebre. Tazzina di buc-
chero, rotta. Altra tazza, con peduccio, frammentata. Altra simile, e di maggiore dia-
metro delle precedenti, intera. Otto rotelle da segnar punti (?), della dimensione di
un soldo. Due dadi fittili. Un vaso ordinario di media grandezza, rotto in varie parti.
Anche per lo passato questo terreno fu feracissimo di anticaglie, ed in partico-
lare di bellissimi vasi dipinti.
IV. Civitella d'Ama (Frazione del comune di Perugia) — Il predetto ispet-
tore riferì, che sul finire dello scorso ottobre si ripresero gli scavi nel fondo vocabolo
l 'ir ilio, di proprietà del sig. Giuseppe degli Azzi, dove le ricerche riuscirono infruttuose.
Iniziate quindi le indagini nella località denominata L'orto dell'osteria del pro-
prietario medesimo, tra il 29 ed 30 ottobre si rinvennero tre tombe a cassa, una delle
quali era stata rovistata da molto tempo. La seconda, oltre il cadavere incombusto,
conteneva i seguenti oggetti: anfora fittile, con due manichi, uno dei quali rotto; piccoli
oggetti d'argento, di varia forma ed assai frantumati ; un piccolo attrezzo rurale in ferro,
simile ad un piccone; altro frammento in ferro, di cui non può determinarsi l'uso.
La terza tomba aveva pure lo scheletro ; ed oltre a questo, anelli d'osso e fram-
menti di avorio figurato, forse incrostatura della cassa; piccoli vasi e balsamarii fit-
tili, ordinarii ; frammenti in ferro ed un bacile ; alcuni dischi ed un galletto di bronzo.
Ai piedi del cadavere, che parve di una donna, si rinvenne un vasetto frammentato
in argento; allato sinistro, aderenti alla postura della mano, due anelli d'oro, l'uno
intrecciato a cordoncino, l'altro a grosso castone con pietra orientale, forse giacinto:
prossimi alla posizione del cranio, due orecchini d'oro, lavorati a filigrana, di buonissimo
lavoro ed intatti , un' anfora di terra semplice, di perfetta conservazione.
Regione VI. (Umbria)
V. Via Flaminia — Scoperte presso il passaggio del Furio, nel
comune ili Fermignano, descritte dal prof. Augusto Vernarecci (')•
Eccoci a dar conto sulle scoperte di antichità avvenute sulla via Flaminia, lungo
il torrente Candigliano sul passo del Farlo, nel tratto indicato dal disegno qui
(!) Nelle Notizie dello scorso luglio p. 227, dopo aver esposto ciò die si potè raccogliere in-
torno a queste scoperte presso il Furio, terminai accennando all'incarico dato al prof. Vernarecci
di recarsi sul luogo dello scavo, untale tutto ciò che potesse riuscire utile allo studio, e mettere in
grado di meglio giudicare sopra la importanza storica delle cose trovate. Avendo il professore sud-
detto compiuto il suo incarico, trasmise la relazione che qui si riproduce.
412
aggiunto, il quale rappresenta la linea stradale, e poco prima dell* ingresso nella galle-
ria del Furio, dalla parte di Possombrone, e dopo la uscita dalla galleria medesima
verso Cagli, fino al punto A, prossimo alla stretta dei 'postiglioni, al di sotto del
monte del grano.
Lo strato di frumento fu riconosciuto finora nei punti segnati con le lettere a, b,
c, d, e, f, g, h, /, l, m, n, o, p, q r, s, e nel modo che per ciascun punto è indi-
cato nei rilievi che seguono, tolti come il precedente da un disegno eseguito dal
sig. ing. Mezzacapo del E. Genio civile, a cui devo esprimere la mia gratitudine.
per gli aiuti che mi diede nello adempimento del mio mandato.
Nel punto a lo strato aveva la maggiore altezza di m. 0,95'; negli altri punti
poi, secondo le misure rispettivamente poste.
Duo erano le questioni delle quali do) i a panni. Chiedevasi da prima se le
— 413 —
materie carbonizzate, scoperte sulla Flaminia, ci attestassero wa incendio avvenuto lì
sulla strada, ovvero fo ero quivi cadute per un incendio avvenuto superiormente, cioè
.opra Le rocce che sovrastano a quella via. il che doveva condurre a risolvere con
altri sussidi il quesito storico.
Ora-la prima di queste dimando non sarebbe stata fatta, se con maggiore esat-
tezza, nei diari die diedero il primo annuncio della scoperta, fossero state esposte le
cose. Parve adunque sul principio, che lo strato carbonizza o fo le -iato soltanto rin-
venuto sotto il piano, che chiameremo moderno o recente della Flaminia; il che è con-
trario al vero. L'ispezione del luogo ha mostrato invece, che lo strato scoperto sotto
il livello moderno della Flaminia non è che una parte, e forse non la maggiore, di
quanto trovasi al di sopra del piano stradale, presentemente abbassato e corretto, ed
in siti ove la strada non corse mai. Si è visto che dove le roccie, ritraendosi per così
dire, danno luogo a varie insenature (tra le quali è notevolmente grande quella com-
presa nel tratto b-i, che ha la lunghezza di metri 192), e dove i massi caduti ed il
detrito delle rupi e delle terre sovrastanti, formano una forte inclinazione di suolo, cui
sta come base la scarpata della via, quivi per l'abbassamento ora portato alla strada,
tagliata in parte la detta scarpata , si scorge lo strato nerastro. Comprendendovi le
roccie sporgenti, che interrompono quello strato, la zona carbonifera finora scoperta dal
punto A fino alla galleria, appare e riappare per una lunghezza di 43(3 metri.
Ma ciò non è tutto. Dai tagli operati dopo che fu fatto il rilievo sopra ripro-
dotto, appare che lo strato nerastro continua anche al di là del punto A, verso Cagli,
dopo la così detta stretta dei postiglioni; uè per un piccolo tratto soltanto. Così
pure, gettandosi il nuovo muro di sostegno e di riparo alla Flaminia , nello spazio
compreso tra le lettere i-m, si è osservato giacere sotto la via il medesimo strato.
In un punto, al lato alla via, ho notato lo strato nero con sopra il detrito della mon-
tagna; quindi altro strato nero, con sopra altro detrito. Se ragioni mancassero per
dimostrare, che gli strati giacenti in basso sono formati di materie scese dall'alto, se
ne avrebbe una anche in questo, poiché staccatosi il primo strato dall'alto, non ha
mancato a coprirlo il detrito; si è quindi staccata un'altra parte dello strato, cui man-
cava come il sostegno o la base , al quale col tempo ha dovuto tener dietro altro
detrito.
Ho notato come lo strato sia generalmente maggiore sotto la strada (40 centi-
metri all'incirca, non 30 come fu scritto) che sul pendio, ove corre generalmente assot-
tigliato ; né ciò è meraviglia, giacché in basso trovansi, come a dire assommati, più
e più distacchi ed avvallamenti di quelle materie.
Presso la galleria, ove per la natura del luogo il deposito poteva stare a livello
della strada, formandosi ivi da natura una specie di antro, lo strato carbonioso si è
trovato dalla potenza di oltre 70 centimetri ; e quivi il frumento bruciato era più
abbondante, più schietto, e meno confuso che altrove. E la ragione panni chiara;
perchè quelle materie non avvallarono, né perciò troppo si perderono o si confusero.
Quanto poi al fatto, che i chicchi del grano nella parte inferiore degli strati appari-
scano torrefatti anzi che bruciati, dovrei dire essere stato ciò affermato anzi che pro-
vato; perocché chicchi in ottimi e direi quasi fresca conservazione trovansi in ogni
parte dello strato, risultando questo di materie molto varie e confuse. Per quanto
— 414 —
riguarda poi i calcoli, che si fecero sulla quantità del frumento, vengono questi a ca-
dere, se si ripensa che non si può determinare quella regolarità od eguaglianza dello
strato carbonioso, che pure fu detto essersi riconosciuta, e sulla quale i calcoli stessi
si fondavano.
In quelle materie adunque, in cui niente altro io veggo che avanzi e traccio
di vastissimo incendio, trovansi oltre il frumento bruciato (grano, ceci, fave; in
qualche luogo anche un poco di miglio) ora rado e sparso, ora in piccola parte am-
massato, pezzi grossi e piccoli di carbone, in grandissima copia ; inoltre terriccio nero,
travi carbonizzate, ceneri conglutinate, pietre annerite, calcinate, o che mostrano più
o meno violenta l'azione del fuoco, unitamente a pezzi di tegole, di mattoni, di coppi,
calcinacci, frammenti assai abbondanti di rozze stoviglie, pezzi di vetro, ossa, senza
dire degli oggetti che vennero mandati al Museo della Oliveriana, e furono descritti
dal sig. marchese Antaldi {Notizie 1886, p. 226). Questi oggetti si rinvennero qua e
là, sopra e sotto lo strato carbonioso e confusamente, ad eccezione delle tre monete,
trovate in parte al tutto estranea allo strato di cui discorriamo, ed allo scavo presente.
Volendo ora spiegare come mai quivi si trovassero, così come si è detto, queste
materie insieme confuse, annerite, carbonizzate, tengo per fermo che avessero esse ap-
partenuto ad abitazioni, arse con tutte le masserizie e provvigioni che contenevano,
e quindi precipitate giù; abitazioni innalzate tra le varie insenature della montagna.
È vero che di fabbriche antiche non è finora apparso alcun vestigio ; ma le ma-
terie che si rinvengono nella zona nerastra, panni le facciano fuor di dubbio supporre.
Cercandosi probabilmente difesa ad abitazioni, non potevasi avere né p'.ù salda né più
temibile che fra quei dirupi; i quali sporgenti erano come baluardi, e trincee presso-
ché insuperabili delle medesime.
Uua cosa m'accade di notare, qui di passaggio, ma che non mi sembra punto da
dover trascurare, ed è che quel tratto di terreno notato tra le lettere b-i , ove è la
maggiore insenatura di tutta la gola, chiamasi dai contadini del dintorno monte del
grano. Qui per il grande spazio dovea essere il maggior numero di case, e per con-
seguenza maggior copia di provvigioni: né sarà strano il pensare, che quivi special-
mente fossero state le horrea. E perchè forse il grano bruciato vi appariva, non a
molta profondità più che altrove, venne a quel vasto cumulo il singolare appellativo,
che d'altra parte non avrebbe avuto ragione di avere. Aggiungerò anzi, che in tempo
dei lavori di restauro fatti alla via Flaminia, al Passo del Furio, tra il 1848 ed il
1850, si parlò di frumento bruciato, trovato in quel così detto monte del grano; e
il celebre chirurgo dott. Malagodi recossi da Fano appositamente per osservare la cosa,
e riportò come curiosa memoria una piccola quantità del frumento bruciato. Ciò mi
viene attestato dal sig. cav. Getulio Morelli, che in quel tempo conduceva in appalto
i lavori. Questo monte del grano non è indicato nel rilievo riprodotto; mentre vi è indi-
cato l'altro tra i punti b-i. che non è molto lungi dall'uscita della gola del Furio.
Nell'altro monte del grano, verso la stretta dei postiglioni non si è giunti, nò si giun-
gerà credo coi lavori attuali di modificazione alla strada: ma che vi si debbano trovare
anche residui di materie carbonizzate è assai probabile, vedendosi in generali", che
al Passo del Furio, ovunque si abbiano insenature, ivi o nel pendio o in basso si scor-
gono strati di cereali e d'altre materie combuste.
— 415 —
Ma Lasciando ciò da parte, e tornando alla nostra questione, a me sembra accet-
tabile, un poco modificata, la opinione di coloro che videro in quei relitti di materie
combuste i miseri avanzi del castello di Petra Pertvsa. Ciò che narra l'Agnello del-
l'incendio longobardico, portato nell'anno 570 o 571 a quel castello, così terribile nei
tempi delle guerre gotiche, ha qui la più splendida prova. Di altro vasto incendio,
avvenuto in altro tempo tra quei dirupi, tacciono le storie: mentre il longobardico ci è
ali. -tato solennemente colle pai-ole exierunt Longobardi et transierunt Tusciam
tisque ad Romam, et ponentes ignem Petram Pertusam incendio concremaverunt.
Dove per la vastità della cosa eredo sia da notare, che lo scrittore la prima volta
che dalle generalità scende a particolari, per toccare de' danni dei Longobardi, accenni
subito all'incendio di Petra Pertusa.
E inteso in tutta questa vastità quel castello, confermerebbe a meraviglia, ove
di conferma avesse bisogno, il racconto di Procopio ; o a meglio dire , e le scoperte
ora fatte e i passi dei libri de bello gothico, dove si tocca di Petra Pertusa, si lu-
meggerebbero a vicenda. Procopio narra ad esempio, come in quel castello stanzias-
sero di presidio nel 538 quattrocento Goti, battuti poi dai soldati di Martino e di
Ildigere: ora non era eerto possibile, che quattrocento uomini si ricoverassero nelle
poche case immaginate dal Mochi. e scaglionate contro alla natura del luogo, cioè
nelle roccie sporgenti lì allato della Flaminia, e a livello della medesima, poco lungi
dalla galleria.
Giacché senza dire, che troppo angusto era il sito per ricoverarvi quattrocento
soldati; questi, come gente che rinserravasi fra dirupi inaccessibili, otturate che fos-
sero ambedue le gallerie, cogli altri sbocchi, da un lato; chiusi da un nauro dall'altro,
dovevano rifornirsi di larghissima copia di vettovaglie; temendo di aver chiuso, aneli e
per lungo tempo, ogni adito, e dover quindi venire a patti o morire per fame. A quelli
adunque che anche in notevole numero là si rinserravano, e dovevano naturalmente
prevedere le conseguenze di lunghi assedi, facea mestieri di largo spazio per sé e pel-
le provvigioni militari, spazio che sarebbe stato sufficiente ai bisogni, quante volte
sopra gli strati che qua e là lungo la gola appariscono, fossero stati eretti dei
fabbricati.
Dopo tutto ciò, per quanto io posso giudicare, cadono tutte le supposizioni che,
per la scarsa e confusa conoscenza dei fatti e dei luoghi, vennero messe innanzi; non
-endo il caso nò di pensare al frumento combusto per via umida, né alle provvi-
gioni abbandonate e bruciate lì sulla via, acciò non se ne impossessasse un nemico
incalzante e vittorioso; non a Narsete, che secondo ci narra Procopio non fece porre
alcun incendio nel castello di Petra Pertusa ; non essendo lilialmente il caso di pen-
sare ai Cartaginesi ed ai remoti tempi delle guerre puniche, perocché fu dimostrato
altrove che sarebbe lo stesso, che fare soverchia violenza al racconto di Livio, trasci-
nando gli eserciti romani e punici sotto le gole del Fuiio (cfr. Marcolini, Lettera al
can. conte Alessandro Billi da servire di appendice a! Riscontro storico di Solfara
e Bargni — Fano, Lana 1866).
Né le monete che testé furono trovate al Passo del Furio, così varie di tempo,
essendo una di M. Agrippa, altra di Arezzo (sec. XIV), la terza di Clemente XI, fanno
punto ostacolo a ciò che ho detto di sopra : dardi.', vengo assicurato che esse furono
— 41(3 —
trovate all'infuori della zona carbonifera, e precisamente presso il piccolo foro all'en-
trata di quel tratto, dell'antica via Flaminia, che girava attorno alla rupe, e che è
stata poscia abbandonata, e su cui sorge ora una povera abitazione. Così punto non
sì oppone a ciò che ho detto la lapide marmorea, di più antico tempo; poiché rin-
venuta presso la galleria in uno strato assai basso, inferiore molto a quello carboni-
fero, e quindi senza relazione di sorta col medesimo. A chiarimento di questi strati
aggiungerò, che al Furio si sono scoperti, in alcuni punti, sino a sette piani stradali,
posti l'uno quasi sopra l'altro, formati più che da altro, da naturali detriti della mon-
tagna, i quali poscia spandevansi ed alla meglio appianavansi ; donde in alcuni punti
si fecero tanto forti le pendenze, e si sentì quindi la necessità di tornare ai piani an-
tichi, e d'accrescerne anche, secondo i casi, l'abbassamento.
Regione I. (Latlum et Campania)
VI. Roma — Note del prof. G. Gatti.
Regione II. Negli sterri che si vengono facendo dinanzi al demolito casino
nobile della già villa Casali al Celio, per la costruzione dell'ospedale militare, sono
apparsi molti avanzi di muri spettanti ad una antica casa privata. Notevole è soltanto
una stanza, la cui parete di fronte conserva due colonne tuttora al posto , con la
loro base e capitello ionico. La stanza ha circa m. 6,40 per ogni lato: le colonne
distano m. 1,70 dagli angoli, e 2,35 fra loro. Si compongono di due rocchi distinti:
l'inferiore è baccellai» , di marmo bigio; il superiore scanalato, di marmo bianco.
L'altezza è di m. 3,30, col diametro di m. 0,35. Una piccola parte del pavimento,
verso la parete sinistra della stanza, è lastricata di marmo; tutto il resto è di gros-
solano musaico a scaglie di pietra.
Sono stati trovati fra le terre: una testa virile in marmo, assai malconcia; un
piccolo leone giacente, pure in marmo: un bustino di Giove Serapide, in terracotta;
una caldaia di bronzo, tutta ammaccata ; ed i monumenti epigrafici che seguono.
Lastra di marmo, con segni di abrasione di un'epigrafe postavi precedentemente:
M
/
DlIS • MANIBVS
P-HELLENIVS-HIERAX
Ci rande lastra di marmo, che originariamente costituiva la fronte di un sarcofago:
CALPVRNIAE ■ PIAE
VXORI • SANCTISSI
MAE • PHILOLOGVS
MARITVS • ET • L ■ CAL
PVRNIVS ■ EVFRATES
MATRI • DVLCISSIMAE
B • M ■ FECERVNT
— 417 —
Frammento di fregio marmoreo, oon cornice:
Frammento di lastra di marmo*
(jFrecVnTda'
jIIOR IN DIVINAI
Due mattoni col bollo di fabbrica:
'TI *CLAVDI
HERMEROTIS (Marini n. 732*)
Frammento di un titoletto opistografo da colombario:
da un lato: dall'altro:
\ • AVG NIB
JVE j
UatrI (et
Presso la Scala Santa al Laterano, in alcuni sterri per fondazioni di nuove fab-
briche, è stato trovato un frammento di lastra marmorea, sul quale rimane questo
avanzo di antica iscrizione:
.EVERA
pSIBI-ET
/LAETO
Regio ne IV. Dall'ing. sig. P. Narducci, il quale attende a studi sulla fognatura
dell' antica Roma, è stata scoperta presso la via degli Zingari, nella via Clemen-
tina, una cloaca antica di forma sino ad ora sconosciuta, la quale scolava le acque
dal Quirinale nella valle sottoposta verso l'Esquilino.
La cloaca è coperta alla cappuccina con mattoni rettangolari, curvi di m. 0,62
X 0,62, formanti un sesto come gotico : poggia su mattoni in piano, bistondati. ed ha
le pareti a cortina di mattoni. Trovasi incassata in terreno vergine, specie di sabbione
argilloso, giallo. I mattoni portano il bollo figulino:
o EX PR LVCILLAE VERI FIGVLINIS
TERENTIAN OPV L S F
~ (Marini n. 101*)
Regione V. Costruendosi un fabbricato presso la chiesa di s. Bibiana, è stato rin-
venuto il seguente frammento epigrafico, inciso su grossa lastra di marmo, riferibile
all' anno 250 dell' e. v. , ed all' impero di Traiano Decio :
D-N-CmessiO-QVINTO-Tr/;w««o decio
\ AVC • II • ET ■
... weiTTlO-CRATO- CoS
KAL- FÉ BRI
... cae'dNA- INARCO • PRAEf' • AJ
JT • FVVIO ■ MAGNIANO • V| sic
Classe di-scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. LT. 53
— 418 —
Demolito presso la porta di s. Lorenzo un tratto delle mura urbane, che nella
parte interna era costituito dalla parete di un antico ninfeo (v. Notizie 1886, p. 271),
vi furono ritrovati 24 frammenti di piccole statue in marmo, per lo piìi di soggetto
bacchico e di arte mediocre. Alcuni di questi frammenti appartengono ad un gruppo
di due Satiri; uno dei quali giace a terra avvolto dalle spire di un serpente, l'altro
sembra accorrere in suo aiuto.
Dallo stesso luogo provengono questi avanzi di una grande lastra di marmo,
con cornice :
MLOLL
PRIMV
- — ^sxS ^ v b U
iiX ■ ANN
E • S HIMIS -r\
IT-SIBI • ET- SVI\
Regione VI. Essendosi posto mano agli sterri per la fogna della nuova via, che
da s. Nicola da Tolentino si dirige alla porta Pinciana, attraverso l'area della già
villa Ludovisi, si è trovato un grande deposito di anfore disposte in più ordini. Sono
tutte eguali nella forma, ed alte m. 0,70. La massima parte non hanno veruna iscri-
zione: solamente in tre sono state osservate, vicino al collo, alcune tracce di parole
scritte a pennello. Inoltre sopra ambedue i manichi di due anfore è impresso il bollo
di fabbrica C • V • \A. ; ed un' altra ha sopra un manico soltanto il marchio : L • V T R O FlJV] .
Regione Vili. Nelle fondazioni di una casa sull'angolo della via della Conso-
lazione e di s. Giovanni Decollato, è tornato in luce un lungo tratto di antico mura-
gliene, costruito a grossi parallelepipedi di tufa, sul quale era stato fabbricato un altro
muro laterizio. Tale costruzione si dirige da est ad ovest.
Di fronte al suddetto muro, sono stati scoperti gli avanzi di un'antica fabbrica,
costruita nella fronte con buona cortina laterizia, e con muri traversi ed archi. Fra
le terre è stato raccolto un capitello composito, alto un metro, assai danneggiato.
Regione IX. Demolendosi quella parte del palazzo già Vidoni, ora Bandini-Giu-
stiniani, che prospetta sul nuovo Corso Vittorio Emanuele, si sono trovati fra le terre
duo frammenti epigrafici. Il primo inciso in lastra di marmo bianco reca :
D • M
... ««TONIVS ■ CALLISTI
an JVS -SIBI ■ ET ■ SVIS
//^.//JBERTABVSQVE
pos^lRISQVE • EORVM
Il secondo, che appartenne alla fronte di un sarcofago con rilievi di pesci ed onde, conserva:
iXIT
CIT
JSCE
ERVN
//S
— 419 —
Si sono inoltre recuperati cinque pezzi di un' urna ellittica striata, con testa leo-
nina; una testa colossale muliebre, appena abbozzata, die potrebbe forse attribuirsi
ad una imperatrice; ed un frammentino di candelabro, per cero pasquale, i cui rilievi
sono proprii dell' arte cristiana del secolo in circa settimo.
Nel fondare il muro di facciata del casamento De Nicolò, in via de' Banchi Vecchi,
si è trovato a tre metri di profondità dal livello stradale un tubo aquario di piombo,
che stava tuttora al suo posto. Se n' è potuta estrarre soltanto una parte, nella quale
fortunatamente è conservata l'iscrizione:
/flbriONIS PRASINAE
Questo condotto adunque portava l'acqua al celebre stabulimi della fazione pra-
sina, ove Caligola soleva spesso trattenersi e cenare (Sueton. in Galig. 55); ed il cui
sito corrisponde in circa al palazzo della Cancelleria ed alla chiesa di s. Lorenzo in Da-
maso, la quale perciò in qualche documento del medio evo è detta anche in Prosino.
Per la continuazione del nuovo Corso Vittorio Emanuele, demolendosi un mino
nel cortile del palazzo Sforza-Cesarini, si sono trovate entro il muro stesso quattro co-
lonne ottagone di travertino, distanti l'ima dall'altra m. 3,30 e del diametro di m. 0,75.
Regione XIV. Nell'anno scorso fu estratto dall'alveo del Tevere, presso ponte Sisto
(v. Notule 1885, ser. 4a, voi. I, pag. 518), un frammento d'iscrizione in marmo,
che dee leggersi nel modo seguente :
'MlHIQjyN
/JA VI K IVM
VIVNIAS INJ
/ONSVMMAB1
:S IVNIANVS,
vEYS TI IVU>/
Appartiene evidentemente ad ima tavola degli atti Arvalici ; e contiene una parte
della formola, con la quale si faceva Yl, idi et lo dell'annuo sacrificio solenne ad onore
della dea Dia. Coll'aiuto dei simili frammenti superstiti può essere reintegrato in
questa forma :
Quod bonum faustum felix fortunatumque sii
imp . Caesari
totique domni eius/ populo romano quiritib'us ,
fratribusque arvallbus MIHIQVe, sacri ficium dea<- dine
hoc anno erit ante (//EM VI K IVN/«.s domi,
ante dlem II II K IVNIAS IN luco et domi, ante diem
Hi k . la >i . domi cONSVMMABUar. Adfuerunt in
collegio M. Valer liti IVNIANVS . .'
TVS TI IVLIVs Candidus etc.
In quanto all'epoca, non sembra dubbio che sia da attribuire agli ultimi anni
di Traiano. Imperocché mentre la formola domi, consummabltur si trova negli atti
dell'anno 118 e nei posteriori, giammai in quelli dei primi anni del secondo secolo ;
la parola mlhlque, posta in fine del Carmen Indlctlonls, è adoperata invece negli atti
— 420 —
dell'età di Traiano, e manca costantemente in tutti i posteriori. Dunque l'anno, al
quale spetta il nostro frammento, dev' essere anteriore ma prossimo al 118. Ora poiché
le solenni feste della dea Dia sono indette per i giorni 27, 29 e 30 di maggio, ciò
indica aversi un anno pari dell'era volgare: essendoché per gli anni dispari le sacre
cerimonie erano celebrate nei giorni 17, 19 e 20 dello stesso mese (cf. Henzen, Ada
fr. Armi. p. 4). Quindi il ricordato frammento potrebbe con qualche probabilità asse-
gnarsi all'anno 110; non escludendo però che possa riferirsi anche ad altro anno egual-
mente pari, come il 114 o il 112, ma non forse anteriore.
Via Su In ria. Nei terreni della Società dell' Esquilino, a sinistra della via Sa-
laria moderna, ed a circa 60 metri di distanza dalla terza torre del recinto urbano,
sono stati scoperti gli avanzi di un grandioso sepolcro, costruito a parallelepipedi di
tufa con sovrapposti lastroni di peperino. Aveva la fronte curvilinea; e sorgeva sul
margine sinistro dell' antica via Salaria, della quale si sono trovati i selcioni, fuori
di posto, presso il monumento predetto. Dell' iscrizione incisa su grandi blocchi di
marmo (lunghezza totale m. 1,65; altezza m. 0,65), e rotta fino da antico in molti
pezzi, sono stati recuperati quasi tutti i frammenti ; i quali ricongiunti insieme dicono :
m. IVNIVS-M-L- MENANDER o-io
SCR ■ LIBR ■ AED • CVR • PRINCEPS 0. 07
ET • Q_ 0. 07
vIVNIA ■ ML • CALLISTE o. 09
IVNIA • D • L • SOPHIE o. os
VlxiT -ANN • Vili 0. 05
Di fianco al descritto monumento di M. Giunio Monandro, si è incominciato a sten-are
un altro grandioso sepolcro d' età repubblicana, posto egualmente sul margine sinistro
dell'antica Salaria. E di forma rettangolare, e si compone di grandi massi di peperino
regolarmente squadrati : il basamento è scorniciato. Addosso al lato sinistro, che è il
solo finora scoperto, si sono trovati muri laterizi del terzo secolo.
Continuandosi poi gli sterri del vasto sepolcreto fra la via Salaria e la Pinciana,
è stata scoperta una stanza sepolcrale, che conserva soltanto una piccola parte dell'an-
tico pavimento decorato di musaico a colori. Vi si vede rappresentato im vaso con
tralci di vite, ed un uomo che salito sopra una scala, è intento a raccogliere i grap-
poli delle uve.
Nelle fabbriche del sig. Nodari, a destra della Salaria moderna, e precisamente
nel sito ove si è trovato un cubicolo spettante al sotterraneo cimitero di s. Felicita,
é stata rinvenuta una stele di marmo, che reca questa iscrizione:
corona
D M
IVLIAE • FELICIS
SIMAE • ANIMAE
SANCTAE • QVAE
VIX- ANN • PLVS •
MINVS • XXV ■ FEC ■
P-AVRELIVS-HERIVBS
CONIVGI • B • M •
— 421 —
VII. Tivoli — Essendo stati proseguiti gli sten-i nell'area, donde tornarono
a luce i cippi editi nelle Notizie 'lei passato agosto (p. 276 sg.), si scoprirono altri
frammenti epigrafici, che si spera possano essere completati Degli scavi clic sono in
corso. Mi basti per ora dire essere pienamente dimostrato con queste ultime scoperte,
che in quel sito, conosciuto col nome di Villa di Mecenate, debbonsi riconoscere i resti
del tempio di Ercole Vincitore, come il Nibby aveva giustamente supposto (Analisi
t, III, p. liti) sg.).
Regione IV. (Samnium et Sabina)
ani
Note dell' ispettore cav. A. de Nino.
VIII. Pentillia — In questi ultimi tempi sonosi fatte varie scoperte fortuite
nel territorio di Pentima, delle quali è bene tener conto, nell'interesse della storia e
della topografìa di Corfinium. Nella contrada Cisterna, in un terreno del sig. Raf-
faele di Ciccio, a mezzo metro di profondità, si scoprì una stradella di breccia bat-
tuta, e sotto di essa un aquedotto riquadrato, in muratura, di m. 0,30 di luce. Poco
discosto si trovò un vaso vinario di circa un metro di altezza.
Dietro la cattedrale si è rinvenuto un morso di cavallo, ben conservato. E di
t'erro; ma nella parte che va sotto il muso, vi sono infilati quattro anelli seghettati
di bronzo. Inoltre si sono trovate sei fibule di ferro, di varie forme; due anelli di
bronzo; e varii frammenti di strumenti chirurgici.
Al di Ih, della cattedrale, lungo l'antica via Claudio-Valeria, a destra di chi va
a Raiano, in terreno dei sigg. Mai-rama, si scoprì una tomba di bambino, a inuma-
zione. Vi si trovarono oggetti di ferro (forse fibule), che non furono calcolati, e sei
piccole armille a nastrino, di bronzo. Una è liscia; le altre cinque sono con disegni
a percussione, cioè una ha disegni di sei linee incrociate e inquadrate; una di cir-
coli intersecati da due diametri a croce; una di circoli in campo spicato: ima con
semplici dentelli a due orli; e una di circoli dentro a due rombi, i quali rombi
hanno poi un punto per ogni lato esternamente. A poca distanza, sempre nella stessa
direzione, in una tomba di adulto, si rinvenne un oggetto di bronzo a forma di asper-
sorio, composto di un cannello vuoto attaccato a una sfera di due coppi, uno de' quali
bucherellato. E ancora nello stesso sito, ma in un terreno anteriormente scavato, si
ebbe una fibula di bronzo con disegni spiraliformi e graffiti: più una striglie, pure
di bronzo, mancante di manico.
In un luogo detto de Cantra, dove l'antica via Claudio-Valeria formava una curva
andando verso Popoli, si sono trovati due Ercoli dei soliti, ed una statuetta togata
priva della testa, avente in mano ima specie di patera e nell'altra un globo.
Nella contrada Varranice, poco prima di entrare in Pentima dalla parte della
stazione della ferrovia, si sono rinvenuti quattro pezzi di serratura, in bronzo; una grossa
chiave di ferro con piccolo anello, fusto piatto e ingegni di quattro fori agli angoli
di una piastrina rettangolare, con un foro nel centro ; e anche una intaccatura nel lato
interno della piastrina medesima. Più in alto, nella stessa contrada Varranice,
— 422 —
Baldassarre Polidori scavò un' anfora alta m. 0,19, diametro di bocca m. 0,12 e di
base 0,09. Vi si conteneva un' anforetta con manico rotto.
Insieme al frammento lapidario pubblicato nelle Notizie del 1885, ser. 4-\
voi. I, pag. 382, si trovarono tre lucerne un poco rotte: una piccola senza bollo; una
con due palme a rilievo nella parte superiore, ed incavato nel fondo il bollo:
GVICACA
La terza ha il bollo a rilievo :
COIVVIVNIS
Vi si trovò anche un coperchio da vaso, di bronzo.
Nella contrada La Virila , in terreno di Pelino Navaroli, fu trovata un' anfora
a base conica, alta m. 0,58, col diametro di bocca di m. 0,34. Nella bocca non e' è
il solito orlo a listello.
In s. Giacomo, nei terreni del conte de Petris, si rinvennero undici monete di bronzo
imperiali; una piccola oinochoe a vernice nera, una fibbia circolare di bronzo, a due
coppi, e una corniola con figura muliebre incisa. Ai limiti poi della stessa contrada,
presso l'attuale camposanto, e poco prima di giungere agli avanzi del primo mausoleo,
da Pelino Moreschi fu messa in luce una tomba a cripta, scavata nel breccione, e vi
si raccolse un'anfora alta 0,35, col diam. di bocca 0,13 e di base 0,11. Dentro v'era
un' oinochoe alta 0,07, col diam. di bocca di m. 0,035 e di base 0,03. Vi si ebbe
altresì una patina a vernice nera, alta m. 0,065, col diam. di bocca di m. 0,20 e di
base 0,06.
Notevoli per la storia dell'arte sono dieci pezzi di stucco, rinvenuti in un terreno di
Salvatore di Falco, tra le ultime cose di Pentima e la cattedrale. Vi sono fogliami,
cornici, parte di figure umane, fra cui una bella testa: il tutto a bassorilievo.
Finalmente presso il luogo ove si eseguirono gli scavi sistematici, nella contrada
Madonna dell'' Grazie, si trovarono parecchi oggetti di osso, cioè : quattro pezzi di
coruicetta, tre stili interi", un pezzo di graa, cerniera con un foro circolare sulla super-
ficie di lato , sei pezzi romboidali, da formare col loro insieme una specie di tazza,
e una tessera epistografa che reca :
a) GVMMIA '') XXI
Tutto fu salvato dall'amministrazione pubblica per la raccolta corfiniese.
IX. RoCCacasale — Al sud del monte Morrone, che è una diramazione della
Maiella, verso la metà della salita tra Roccacasale e il diruto paese di Orsa, si ad-
dossa una cresta bislunga di un monticello che chiamasi Dietro le mura. Tutta la
contrada è sparsa di frammenti di tegoloni e di vasi. All'estremità orientale poi è
una specie di poligono, cerchiato di mura a massi rettangolari, scalpellati, sovrap-
posti senza cemento, come nelle rama di Micene. I massi sono di grandezza varia,
da uno a due metri e più di superficie esterna. Il poligono ha il lato ovest di m. 29,80.
il lato nord di m. 92,30, il lato sud di m. 35,15, e il lato est di in. 3. ni) in linea
spezzata. Nella prima spezzatura è Lungo ni. :!(), .">(>. nella seconda in. 16.90, nella
terza ni. 6,05.
— 423 —
Se poi dal lato nord, alla distanza di rn. 66,20 da occidente a oriente, si entra
nel poligono per m. 6,70, trovasi un pozzo circolare a grandi massi grezzi senza cal-
cina, coperto ancora per metà da un lastrone; e in mezzo al lastrone è un foro cir-
colare. Manca l'altra metà del coperchio. Continuando quindi verso oriente per m. 6,60,
alla stessa distanza trovasi uu altro pozzo di simile fattura e dimensione. La cinta
di questo poligono rimane abbastanza conservata, sino all'altezza di m. 3,70 e per la
lunghezza di m. 21,61. In seguito volgendo a oriente, s'interrompe e riprende e con-
tinua nelle ultime linee spezzate di m. 16,90 e 6,05. Al nord la continuazione, in
ispecie verso le fondamenta, è poco interrotta. Ad ovest è conservata discretamente
verso i due angoli. Dal lato nord della colossale cinta, seguendo sempre verso l'ovest
la cresta bislunga del colle, si ha la cospicua lunghezza di m. 167,80. Questa esten-
sione era chiusa da mura di massi grezzi anche senza cemento, dei quali rimangono
notevoli avanzi nella parte settentrionale, alla distanza di m. 6,30 dalla prima cinta
del grande poligono.
Di questa antichissima stazione manca ogni memoria scritta o tradizionale. 1 po-
poli che vi abitarono, probabilmente scesero poi da queste alture e presero stanza alle
radici del monte, nelle contrade s. Margherita, s. Giovanna s. Nicola, s. Felice e Fonie
tirilo masseria, dove per iscavi fortuiti si scoprirono muraglie e tombe e lapidi.
Idoli di bronzo si rinvennero a s. Giovanni; sepolcri in gran numero a s. Felice; e
più in là, muri e vasi vinarii. Quest' ultima contrada appartiene in gran parte al
marchese Orsini di Sulmona. A s. Felice, giorni sono, in un terreno di Panfilo Car-
bone, venne allo scoperto un' altra tomba con vasi rotti, e un gladio di ferro, che
conservasi dai signori fratelli Massa, il quale è simile a quelli della necropoli di
Alfedena, cioè con pomo contornato da quattro pometti a uguale distanza tra loro.
Nell'avanzato medio evo, la popolazione risalì alquanto il monte; e così sorse
probabilmente l'attuale paese di Roccacasale, nella cui estremità superiore vedonsi
ancora gli avanzi di un castello. Nella torre più alta di questa rocca, all'altezza di
m. 20 circa, è murato di traverso un frammento di lapide, dove con l'aiuto di can-
nocchiale ho potuto scorgere appena poche lettere.
Di iscrizioni incise in pietra paesana, finora ignorate dai dotti, ho riconosciute
le seguenti (x) :
Nella chiesa diruta di s. Maria di Loreto, usato come stipite della porta, e mu-
rato a rovescio, è un masso di m. 1,70X0,51X0,18; ed usato come architrave un
altro masso, quasi delle misure medesime. Ambedue hanno grandi e belle lettere,
alte m. 0,16, che sembra appartengano al medesimo titolo. Nel pezzo dell'architrave
leggesi:
s v A
C-DECIMI
nell'altro dello stipite:
eOMMVNIS
FEC
(') Di tutte le lapidi ricordate in queste relazioni, il eh. De Nino mandi) anche i calchi car-
tacei.
— 424 —
Murate al fianco destro della porta esterna nell'orto attiguo alla casa del notaio
Enrico Patrizi, è questa lapide alta m. 0,21, larga in. 0,40, spessa m. 0,11:
C- TATTIVS-OL-ALEXAN
"ATTIA- C-LANTEMIS
A I IVS CL-CAPIIOF sic
POSI
Finalmente in casa del predetto sig. notaio, murata a rovescio in un pilastro, è
una lapide di m. 0,50X0,63X0,12, in cui è incisa l'epigrafe edita dal Gamicci con
una leggera variante, per apografo avutone da un amico (St/ll. n. 1733), e così ripro-
dotta nel C. I. L. IX, n. 3121 a, senza la indicazione precisa del luogo a cui si rife-
risce. Il testo originale dice:
SCAEFL&O-L-RVFA
SCAEFIAO-LDIOCLEa
POSIT-
X. Sulmona — 1. Facendosi imo scavo fuori porta s. Matteo, in un orto di
proprietà del sig. barone Domenico Tabassi, presso la chiesa di s. Maria Rontizvalle,
alla destra del Gizzio, è stata rinvenuta un'olla piena di monete di bronzo. Il vaso
andò in frantumi, e le medaglie si sperperarono. Ma con rara energìa il proprietario
del terreno le ha raccolte quasi tutte, e sommano a cinquecento circa.
Sono monete di bronzo ; ed appartengono alle famiglie Acilia, Antestia, Appu-
leia, Atilia, Cornelia, Clovia, Fabia, Licinia, Maiania, Marcia, Mafia, Opimia, Pinaria,
Papiria. Saufeia, Sempronia. Scribonia, Terentia, Titia, Titinia, Valeria. Il proprietario,
appassionato cultore delle antiche memorie, ha promesso di volerle donare al nascente
Museo Peligno di Sulmona. Nel luogo stesso del rinvenimento, si è raccolta una patina
campana a vernice nera, rotta, e un vasetto semisferico con bocca circolare nella parte
convessa, e con base a cornice sporgente in fuori.
Nell'orto medesimo, l'anno scorso si scoprirono alcune tombe, ma non potei con-
statare con certezza se fossero dell'età romana o cristiana. Forse dovevano essere del
basso impero. Fra le monete ora venute in luce, ne ho notata una con ossicino ade-
rente, verde per l'ossido, e una con pezzo di ferro anche aderente.
2. La valle Giallonardo, alla sinistra del fiume Gizzio, nel tenimento di Sul-
mona, di cui- parlai altra volta nelle Notizie (anno 1880, ser. 3a, voi. VI, pag. 268;
anno 1881, ser. 3a, voi. VII, pag. 253; anno 1885, ser. 4a, voi. I, pag. 170),
ha per denominazione catastale Valle Oasalengo. Ora in questa contrada si con-
tinua l'escavazione dell'arena, e di quando in quando vi si scuoprono tombe ad inu-
mazione, o a forma rettangolare o a cripta, nella dura breccia. Tempo fa in un depo-
sito rettangolare, si trovò uno stamnos con due manichi a nastro, alto ni. 0.30 col diam.
di bocca 0,17 e di base 0,14. V'era dentro im vasetto, che ruppero gli scavatori. Una
i ba a cripta, con solo scheletro, non diede che un anello massiccio di bronzo e una
patina a vernice nera, alta m. 0,07 col diametro di bocca m. 0,19, e di base m. 0,06.
Stava al fianco destro del morto. I due oggetti, a me donati dall' attuale proprieta-
rio del fondo, sig. Antonio Majone, sono destinati pel Museo Peligno di Sulmona.
— 425 —
Un' altra tomba poi si è scoperta proprio nel nuovo casino dolio stesso sig. Majone,
méntre si ribassava il terreno per un pavimentò. I vasi erano rotti, eccetto una seconda
patina a vernice nera, alta m. 0,06, col diam. ai base m. 0,06, e «li bocca ni. 0,15.
Dopo Falle Casalengo, andando verso nord-ovest, sempre alla sinistra dal Gizzio,
viene la- contrada Sotto la Falle. Ivi nei terreni di proprietà dell'avv. Mazara, affit-
tati.a 'Nicola Quaraglia, nel farsi la piantagione delle vigne, molti anni indietro si
scoprirono anche tombe ad inumazione con ceramica a vernice nera, e alcune lucerne
con bolli.
Ancora più giù. in contrada La Valle, nei terreni dello stesso proprietario, tenuti
in affitto da Alessandro Finocchi, in tempi remoti numerose furono le tombe scoperte
con ricca suppellettile funebre. E sempre in giù nella stessa direzione, e poco più sotto
dei mulini della sig. Ferri, dove si forma una trincera per nna galleria della strada
ferrata Koma-Sulmoua, furono, qualche settimana dietro, sconquassate quattro tombe
a tegoloni senza bolli. Gli oggetti che si rinvennero, si dicono rotti. È necessario tener
conto di questi minuti fatti, per tentare l'integrazione della notizia storica intorno alla
necropoli di Sulmona, al sud ovest delle mira urbane.
3. Una seconda necropoli dell'antica Sulmona incontrasi fuori Porta Napoli; e ne
diedi cenno nelle Notizie del corrente anno (p. 133).
4. Una terza necropoli trovasi uscendo da porta s. Matteo, anche alla sinistra del Giz-
zio, poco prima di giungere al Regio Trattura, per la via di Zappanotte, dove si ese-
guiscono i lavori della strada ferrata Sulmona-Koma, dalla nuova stazione sulmonese
all' imbocco della prima galleria. Per la esecuzione di questo tronco, sopra la via di
Zappanotte, si sono dunque formate sino ad oggi quattro trincera, che gli ingegneri
chiamano finestre, e che sono destinate a dar passaggio alla terra di rifiuto. Ora in
tutte queste trincera si rinvengono muri e tombe di varie epoche, ma tutte a inuma-
zione, eccetto ima della quarta trincera. La loro dirazione è approssimativamente dal
nord al sud. Prima di parlarne dettagliatamente, amo notare, che lungo la via di Zap-
panotte sonosi scoperte traccie di una strada brecciosa e larga, alla profondità media
di un metro e mezzo. Forse doveva essere l'antica via per cui andavasi a Poma. In-
tatti essa dirigesi verso la stessa Roma, e poi ha per punto di partenza porta s. Matteo,
che si chiamò anche porta Eomana.
Nella prima trincera dunque, in terreno del sig. Gennaro Cattenazzi, si sono sco-
perte due tombe a tegoloni, e tre a cripta, scavate nella dura breccia. Gli oggetti che
vi si rinvennero furono manomessi prima che io ne avessi avuta notizia. Dai frammenti
raccolti ho riconosciuto la forma comune di alcuni vasi, che erano olle e patine e
cotile fatte a mano.
Entrati più dentro nella detta trincera, comparve un residuo di mure a cui era
appoggiato un dolio. Quando io giunsi sul luogo era stato tolto a pezzi. Ricomposti
poi alla meglio quei pezzi, potei averne le dimensioni seguenti : altezza m. 1,30, dia-
metro di bocca 0,50 e nella corporatura 1,25. La base era quasi tutta a forma convessa.
Il dolio era impiombato intorno intorno. Dall'impresa Vitali ho avuto alcuni esem-
plari di quelle grappe plumbee, che sono quasi tutte a tre o quattro branche con chiodi
cilindrici anche di piombo, ribaditi internamente. Si parlò inoltre di monete che non
si poterono avere.
Classe di sciente morali ecc. — Memorie — Ser. Ia, \ ol. IL 54
•— 426 —
La seconda trincera è formata sui terreni dello stesso sig. Cattenazzi e del contadino
Domenico Malvestuto. Anche qui al mio arrivo le sette tombe a cripte arenarie, erano
distrutte. Furono salvati questi soli oggetti : frammenti di due braccialetti di bronzo ; tre
strigili di bronzo, rotte nel manico; un'olla ben tornita, alta m. 0,21, col diametro di
bocca di m. 0,15 e di base 0,09; e più una patina campana, a vernice nerastra, alta
0,05 col diam. di bocca 0,12 e di base 0,045.
La terza trincera cade sui terreni del barone Giovanni Battista Corvi, e del cano-
nico Emilio de Mattheis. Ivi si sono messe allo scoperto otto tombe a tegoloni, come
affermano, senza suppellettile funebre. Alla scoperta delle tombe successive sono stato
presente anche io. La decima tomba aveva questa forma : cassettone quadrangolare, lungo
m. 1,95, largo m. 0,45, alto anche m. 0,45. Sul coperchio di questo cassettone, altri
tegoloni disposti a due pioventi, nella congiuntura superiore coperti da coppi. Dalla
base del coperchio, fino al vertice dell'angolo superiore dei due pioventi, m. 0,45. In
tutte le giunture poi una crosta di calce. Il cadavere abbastanza conservato. Non vi
era nessuno oggetto. Lo stesso in altre cinque tombe simili.
A poca distanza poi, sono venuti fuori parecchi frammenti di pietra bianca, pae-
sana, lavorata a scalpello , tra cui pezzi con scorniciature e fogliami a bassorilievo.
Bellissimo un frammento con foglie di quercia, e un altro con foglie e bacche di edera.
In un pezzo di plinto lungo, m. 0,25, alto m. 0,15, si legge:
In un altro frammento di altra epigrafe, lungo circa m. 0,13, restano le lettere:
RETO
Un terzo pezzo di [lapide iscritta, lungo m. 0,33, largo m. 0,10, conserva sola-
mente :
PJ\
IE
CH
RT
In un quarto finalmente, alto m. 0,16, largo m. 0,15, rimane
EST- E
CISSI
DES
Vi sono raccolti altresì tronchi di colonne, forse appartenenti a cippi.
Segue la scoperta di altre quattro tombe a tegoloni, senza oggetti; e da ultimo
una tomba senza tegoloni, scavata a rettangolo sulla breccia. Conteneva un vaso grande,
rotto, e dentro una piccola oinochoe di comune dimensione, e una fuseruola di
terracotta.
Anche la quanta trincera, in un terreno del suddetto canonico De Mattheis, è stata
fertile di scoperte. Oltre dieci tombe a tegoloni, di niuna importanza, meritano una
speciale descrizione le otto seguenti.
— 427 —
La prima con tegoloni laterali, senza i due pioventi al di sopra. Da capo, tre
boceettine di creta ordinaria, con collo stretto e una piccola oinochoe campana. Verso
la testa dello scheletro, due medaglie di bronzo, una irriconoscibile ed una di bel
conio, dell' imperatore Aurelio, in petto una catenella di bronzo frammentata, e un
pettinino' di bronzo rotto nella dentatura. Di fianco, un vasetto semicilindrico, anche
di bronzo, con coperchio piatto a cerniera, e intorno intorno, parallele alla base, tre
linee di puntini a rilievo, una cioè da piedi, una in mezzo e una da capo. Questo
nasetto ha dalla parte di dietro una apertimi quadrangolare, sormontata da un piccolo
foro tondo, e un altro foro tondo, ad uguale distanza, l'ha inferiormente. È alto
m. 0,045; ha il diam. 0,045, e la base di m. 0,04; e pare quindi che dovesse fare
parte della collana. E della collana dovè far parte anche un campanule conico di
bronzo. Nel braccio sinistro una piccola armilla di bronzo, a filo semicilindrico. An-
cora di fianco, una verghetta di vetro a mosaico bianco e turchino in linee longitu-
dinali: forse frammento di piccola cornice. Si ebbe finalmente un pavoncello di bronzo
con piedino piatto, a cerniera, torse manubrio.
La seconda tomba era come la precedente, senza pioventi nel coperchio. Al fianco
destro dello scheletro si trovò soltanto un'olla rotta, ed un'anforetta sana.
La terza, formata come le sopra descritte, era di bambino. Vi erano : una piccola
oinochoe alta m. 0,05, e due anforette a vernice nera, con due bozze ai fianchi, ad uguale
distanza dalle anse. Una è alta m. 0,065, l'altra 0,05.
La quarta, come le altre, diede i pezzi qui enumerati. Vaso grande frantumato.
Tazzetta rotta nell' orlo. Una piccola olla, tozza, rotta in due. Un vasetto di bronzo,
frammentato. Un pezzo di serratura, anche di bronzo. Un dente di cinghiale tagliato
nettamente, dalla metà alla punta.
La quinta tomba, anche formata come le altre, restituì : frammenti di lucerne,
uno dei quali ha in bassorilievo una figura "irile, con cesti in pugno (?) ; una taz-
zina a vernice nera, alta m. 0,04 col diametro di bocca di m. 0,08 e di base 0,04;
una lucerna a becco largo con rabeschi in rilevo ai due lati , che terminano in
orecchiette.
La sesta tomba, a cassettone rettangolare, era scavata nella breccia. Vi si raccolsero,
questi oggetti in bronzo. Una fibula di filo cilindrico, graffìta a linee e spighe pa-
rallele. Vasetto un po' rotto da un lato, con fascia leggermente rilevata in mezzo al
corpo; è alto m. 0,06, col diam. di bocca m. 0,03 e di base semisferica m. 0,043. Un
pendaglio a forma di pera. Un oggetto cilindrico, che si assottiglia un poco verso una
estremità, come fosse un pestello. Un altro oggetto a targhetta quadrangolare. Una
mestola lunga m. 0,15. Uno strumento, a scalpello in ima estremità, e a punta acuta
nell'altra. Una specie di paletta a forma di triangolo equicrure, alto m. 0,15, man-
cante di manico. In ferro poi una specie di scalpello corroso, lungo m. 0,17.
La settima tomba era simile alla precedente. Conteneva un gran vaso rotto, ed
un'olla corpacciuta, alta m. 0,09, col diametro di bocca di m. 0,07 e di base m. 0,04.
Ha un coperchio a tronco di cono. Più vi era una oinochoe corpacciuta, a vernice
nera, con orlo orizzontalmente largo, alto m. 0,07, col diam. di bocca di m. 0,45 e di
base m. 0,02. Vi erano in fine due piccoli anelli di filo cilindrico, di bronzo.
La ottava tomba era a cremazione. Era formata da un'olla cineraria, con coperchio
— 428 —
a tronco di cono rovescio, intorno alla quale erano cinque balsarnarì di creta, fusi-
formi, e due boccettine anche di creta ; simili in tutto ai fìttili degli ustrini corfiniesi.
Questa tomba stava a minore profondità delle altre.
Continuati i lavori nella terza trincera, si scoprì una tomba rettangolare, scavata
nella breccia. A destra del morto, una patina rotta. Vi era dentro un residuo di cibo.
Quindi una seconda tomba a cripta, in cui si raccolse un vaso di creta, a forma di
un tronco di cono, fino al collo; dal collo in su si restringe, e poi si riallarga sul
labbro. È alto m. 0,23, diametro di bocca m. 0,13, e di base m. 0,20. Ha il manici
rotto. Di questa forma è il primo che si rinviene nella contrada peligua, Dentro la
lagena vi era un'oinochoe a vernice nera, alta m. 0,07, col diametro di bocca m. 0,045.
e di base 0,048. Presso la lagena una patina campana, alta m. 0,045, col diametro di
bocca m. 0,13 e di base m. 0,05. Frammenti di oggetto irriconoscibile di ferro.
Si trovò poscia un' altra cripta. Da capo v' era un' olla tornita, rotta in minuti
pezzi. Anche la cotila da piedi era rotta.
La quarta tomba era parimenti a cripta. A destra dello scheletro, una patina cam-
pana, alta m. 0,06, col diametro di bocca m. 0,11 e di base m. 0,048. Frantumi di
altro vaso.
La quinta tomba, parimenti a cripta, presentò da piedi, una patina campana, alta
m. 0,04(3, col diam. di bocca m. 0,12 e di base m. 0,05. Più due anforette, con ans_>
spezzate.
La sesta tomba finalmente, essa pure a cripta, aveva a destra una patina campana,
alta m. 0.07, col diam. di bocca m. 0,18 e di base m. 0,06. Lì presso, un' anforetta, anche
campana, snella, alta m. 0,55 ; e un' oinochoe a bocca tonda , con due bozzette ai lati
del manico: è alta m. 0,06.
Nella quarta trincera, la cremazione continuò negli strati superiori ; e inferior-
mente si ebbe qualche tomba a inumazione. Si scoprirono due olle ossuarie, fra le quali
un' anforetta piccolissima. Quindi un' urna quadrangolare di pietra bianca, paesana,
lunga m. 0,65, larga m. 0,43, profonda m. 0,30. In mezzo a ciascuno dei suoi lati, nell'aper-
tura, si trova impiombata una grappa di ferro che si ripiegava sul coperchio, il quale
è dello spessore di centimetri tre. Conteneva poche ossa cremate, di bambino. Intorno
all'urna erano tre balsamarì fusiformi di creta. Di bronzo poi si rinvennero due anellini,
una bulla a due coppi, saldata orizzontalmente nel mezzo. Quindi un oggetto di un
sol pezzo, formato di una specie di nastrino massiccio, largo un centimetro, piegato
a ferro di cavallo. Il diametro è di m. 0,09, la saetta di m. 0,06. Dai frammenti di
un altro simile nastrino si può argomentare, che l'oggetto a ferro di cavallo doveva
pendere, nella parte del diametro, da una specie di mollette ricongiuute alle due estre-
mità, come una piccola ellissi molto schiacciata. Si scoprì poi un'olla ossuaria, delle
solite, senza alcun oggetto intorno. E ancora un' altra olla con ossa umane cremate,
tra cui alcune ossa lavorate, simili alle corfiniesi, come pezzi di nastri, di scornicia-
ture, di tazzette. Al di fuori, frammenti di una strigile di bronzo consunta dal fuoco.
A poca distanza, due stili di osso. Ultima olla ossuaria di creta. Tra piccoli rasi
rotti si raccolsero due frammenti di un braccialetto di bronzo, scannellati in linea
longitudinale.
Venne quindi in luce una tomba a inuma lata .11 1- tra di pietra Manca
— 429 —
paesana, scorniciate, le quali servirono anteriormente ad altro uso. Tra le ossa dello
scheletro, nulla. Poco discosto, accanto ad altro ossa non cremate, uscì una lapide
scorniciata in tutti i lati, eccetto nella parte inferiore. La sua forma ò di due ret-
ingoli, uno grande al di sopra, e misura in larghezza m. 0,73 e in altezza in. 0,:'.x, e
uno piccolo al di sotto, che ha in larghezza m. 0,55 e in altezza m. 0,1 1. L'altezza totale
della lapide è di m. 0,49.
In mezzo al rettangolo superiore è ima nicchia rettangolare, alta m. 0,21, larga
m. 0,17, dentro cui è a bassorilievo un busto di giovinetto, piuttosto di buono scal-
pello.
Nel rettangolo inferiore poi si legge :
L • SATVRIO
OPTABILIFILIO
Mancando la cornice nel lato di sotto, fa supporre un altro pezzo che doveva
servire di base. E può darsi ancora che l'iscrizione dovesse continuare:
A poca distanza, si scoprì un' urna ossuaria a forma di vaso, con fascia orizzon-
tale nel coi-po e con anse, terminanti inferiormente a foglie di edera. Una delle anse
è un poco rotta. È rotta pure la scorniciatura della base. Il vaso è alto m. 0,33,
col diam. di bocca m. 0,20. Ha il suo coperchio di forma conica schiacciata. Neil' orlo
del vaso vi sono di qua e di là due buchi, che corrispondono a due altri simili nella
dentatura del coperchio; sicché il coperchio doveva rimauere fermo nel vaso per mezzo
di due assicelle metalliche.
Da un lato tra le due anse si legge :
OSSA-SITA
EROTIS-
XI. G'IllSanO — Cansano fa parte del comune di Campodigiove. Ora nel teni-
mento di questa frazione comunale, sul colle detto delle Pietre Murine, sono sparsi
molti frantumi laterizi: e al fianco nord est dello stesso colle scopronsi di quando in
quando tombe a inumazione, con vasi, e non di rado con lance e spade.
Queste scoperte funebri si verificano per le cave d'arena. Nella vicina chiesa di
s. Nicola, notevole per affreschi del secolo XII, ricoperti di scialbo, sull'altare della
Madonna del Soccorso si trova per gradino un frammento epigrafico, lungo m. 0,72 ,
largo m. 0,24, dello spessore di m. 0,16 con queste poche lettere:
T* GAJ
SA /
Le lettere misurano nel primo verso m. 0,09; e lo spazio interposto in questo verso
e quello di crii comparisce 1" inizio, fa ammettere vi fosse stato un verso intermedio,
con parola o parole incise solo nella parte centrale.
Al sud est di detta chiesa, corre una comoda via , che in più punti vedesi ta-
gliata nella viva roccia , e che sale e si svolge lungo la valle tra la Majella e il
monte, su cui trovasi la chiesa. Che sia la via antica, che congiungendo Corfinio con
Isernia, da Sulmona andava ad Aufidena? È utile ricordare qui, che questa via si
— 430 —
faceva passare per Campodigiove dal defunto dr. Alessandro Colaprete (Regno delle
due Sicilie descritto ed illustrato p. 93) ; per Pettorano sul Gizzio , e pel piano di
Cinquemiglia, dal notaro Pietro de Steplianis (ih. p. 74) ; e per la foce di Scanno
dall'altro defunto dr. Giuseppe Tantum (ib. p. 106). Che se questi tre dotti non
si poterono mettere d'accordo, per determinare la vera direzione di quest' antica strada,
perchè non sarebbe permesso a me esprimere una quarta opinione, sostenendo che
quella via da Sulmona per la contrada delle Pempinelte, toccasse un paese distrutto
nella contrada Tavuto, e poi si svolgesse dietro l'attuale chiesa di s. Nicola, e di là
pel Quarto di s. Chiara sboccasse verso il Sangro ? Per chi conosce la topografia
del territorio peligno, una tale supposizione non parrà strana. Solamente vorrebbe
essere corroborata da altre prove di fatto.
Tornando al colle delle Pietre Murine, sia per questa denominazione, che accenna
evidentemente a ruderi, sia per ciò che vi resta di laterizi, e pel frammento lapida-
rio riportato , e per la traccia di via antica , bisogna assolutamente ammettere, che
quivi fosse stato un pago o vico sinora sconosciuto. Potrebbe darsi che gli abitanti
di questo pago o vico fossero poi discesi a prendere stanza nella parte sottostante , ed
avessero formato l'attuale Causano, che nel medio evo ebbe fortilizi e feudatari parecchi.
Anche nel tenimento di Cansano si trovano ruderi di muri e frammenti di la-
terizi in un dorso di collina, che ha queste varie denominazioni : Santa Maria detti
Trillici (nel catasto s. Maria dei Chierici): Case della Bocca; Carcerelle ; Cuppelle;
Acjlieta e Tondo. Nel Tavuto però in un terreno di Cesare e Gaetano Colalancia,
cansanesi, dal lato sud ovest, emergono ancora avanzi di cinta a grandi massi poligo-
nali, spianati un po' attorno nelle diverse faccie, e commessi senza cemento. Si osservano
inoltre avanzi di una seconda cinta, ma con massi grezzi sovrapposti anche senza calcina.
L'antica stazione de' primitivi popoli dovè quindi, nello stesso sito, sentire l'in-
fluenza romana, e nel medio evo trasformarsi in rocca, come indica una di quelle de-
nominazioni. E probabilmente si chiamò Carceri, secondo un'altra denominazione della
contrada. Anche nelle pergamene medievali si accenna a nome di persone, con l'ag-
giunto de Carceribus.
XII. Campodigiove — Prima di giungere al Guado di Coccia, che è un
varco nella catena della Maiella, dalla parte di Campodigiove, si trovano ruderi di
una chiesetta intitolata appunto alla Madonna di Coccia, restaurata nel 1746, come
si legge nell'architrave della porta. Quando poi si giunge alla sommità del Guado,
volgendo a destra, si erge uno dei picchi della Maiella, che si chiama Campanaro,
dalla forma campanula; e più in là un altro picco, ancora più alto, detto Parafino.
Ora sul primo spianato del monte Campanaro, sono sparsi molti frammenti di
tegoloni e di vasi massicci e di vasi fini, di creta. Il luogo è quasi inaccessibile, ed
a sud-ovest munito di una scogliera naturale, tagliata a perpendicolo. Nel mezzo
dello spianato alcuni macigni, disposti in linee piuttosto regolari, accennano a gros-
solani muri di divisione. L'ingresso a questa primitiva dimora di popoli, doveva essere
da nord verso sud, piegando poi ad ovest; punto di partenza il culmine del Guado.
Chi poi dal Guado di Coccia scende giù, dalla parte di Campodigiove , a valle,
vede il fiumicello Tescino, formato da parecchie piccole sorgenti. 11 Tescino quindi
_ 431 —
gira intorno ad una conca naturalo, verso nord e poi verso sud e ovest. Ad ovest
trova umlici ododici gorghi, che inghiottono tutta l'acqua, e che in dialetto si do-
mandano Trapuuaturi; notevole fra essi il pozzo della Zingara e Pozzolungo. Sicché
l'acqua del Tescino non si impaluda che alla fine dell'inverno, e a primavera, non
essendo • allora i connati gorghi capaci di inghiottirla tutta. Allora si forma un lago
del circuito di circa un chilometro, che poi per lo più si secca al principio dell'estate
A nord-est di detto lago, sono le contrade Piano di Tofano, Colle di Remi e
Ferremare, in cui con alcuni ruderi di muri, si osserva grande quantità di sparsi la-
terizi. Vi ho notato qualche frammento di bucchero italico. Il defunto dott. Colaprete
mi assicurava, di aver raccolto in quei dintorni una gran quantità di armi di selce.
A me poi consta che in Colle di Renzi, Giuseppe Palumbo di Campodigiove, anni dietro,
scoprì un pavimento a mattonelle, sotto le radici di annoso faggio. Dunque tra per
questo e per la denominazione di Terremare, che si ricorda pure nell'antico catasto
di Campodigiove, pare indubitato che anche intorno al lago vi dovè essere una di-
mora di popoli primitivi.
Laterizi sparsi in gran copia si vedono parimenti nel così detto Piano, al sud di
Campodigiove, e laterizi altresì sopra al Carniccio, verso levante, nella contrada Sai 'ice,
dove per iscavo fortuito nel 1884 Vincenzo del Mastro mise allo scoperto un pavi-
mento, che si trovava sotto un grande macigno.
La necropoli di questo gruppo di popolazione doveva essere sotto l'Ara, nei ter-
reni dei signori Ricciardi e Nanni, ed anche più giù verso il fossato. Di fatto quivi
in tempi diversi si scoprirono tombe con suppellettile funebre, che andò dispersa.
Evidentemente questo stesso popolo nel medio evo si addossò alla soprastante collina;
e così ebbe le mura ed un castello feudale, di cui rimangono tuttavia alcuni avanzi.
Si chiamò e si chiama Campodigiove, denominazione anch'essa che merita di essere
tenuta in conto dagli archeologi.
XIII. Pettorano — Di fianco al Camposanto di Sulmona, sul dorso di colle
Saventre, si svolge una stradella, che sale fra le contrade di Faseetello, e Fascia e
Vali' acquarci, e l'altra della itetela e Pacile. La stradella diventa poi strada nel
passo di s. Panfilo, che una pia tradizione attribuisce all'impronta del carro del santo,
che da quella altura scendeva per andare a Sulmona, ma che altro non è che una
traccia di via romana , tagliata in più punti nella viva roccia. In questo passo di
s. Panfilo la strada è larga m. 2,10, per la lunghezza di m. 14,50.
Come finisce la contrada della Métela, a sud-ovest comincia una cinta di mura
pelasgiche , della primitiva maniera , a grandi massi , senza opera di scalpello ; ed
ascende, quasi in linea retta e quasi senza interruzione, per circa mezzo chilometro,
fino al culmine del colle Pacile , detto volgarmente Orto di s. Panfilo, per alcune
popolari leggende.
Un centinaio di metri più oltre, continuando la traccia della descritta via, co-
mincia un altro muraglione pelasgico, quasi secondo riparo , il quale verso la metà
della lunghezza del primo muraglione , fa punta, formando così un angolo acuto. Il
primo muraglione poi, giunto all' Orto di s. Panfilo, cioè alla vetta del colle Pacile,
volge a nord-est. Là si vede la parte più conservata, alta fino a circa tre metri. A
432 —
sud-est la cinta si interrompe, e ricomparisce debolmente dove ripiglia la strada, ta-
gliata anche in quel punto sulla viva roccia. Di là la traccia della strada accenna
a scendere, per la via delle Pempinelle o Penninelle verso Fonte Pipele. Qui si ve-
dono ancora alcuni ruderi di un fabbricato di età romana; e poi verso le contrade
Carcere/le e Tavuto, ricordate superiormente, presso le mura pelasgiche del tenimento
di Causano ; e di là ancora la traccia fa ripensare all' altra sulla roccia , dietro la
chiesa di s. Nicola, sopra il paese di Cansano medesimo.
'Nell'Orto di s. Panfilo quattro mucchi di pietre possono essere indizio di quattro
pozzi circolari, rialzati, simili a quelli delle mura pelasgiche nel tenimento diEoccacasale.
Appiè della grande cinta, e per tutta la contrada sopra Fonte Pacile , che si spiega
a sud-ovest, in forma d'anfiteatro, sono sparsi in gran copia frammenti laterizi , fra
cui quelli di vasi di bucchero italico e di grandi dolii. Uno di questi pezzi aveva
lo spessore, di m. 0,06 nell'orlo e di m. 0,04 nel corpo.
Gli scrittori patrii ricordano solo il nome di Pacile, come feudo che appartenne
a questo o a quel signore nei secoli XIII , XIV e XV (cfr. Antinori , Pacco//// ili
memorie storiche delle tre provincie degli, Abruzzi voi. II, pag. 159; Di Pietro, Me-
morie storiche della città di Sulmona p. 208, 257). Di mura pelasgiche nessuna
menzione mai.
XIV. Goriano Sicoli — Poco distante da Goriano Sicoli, nella contrada Sta-
tura, dove anni dietro eseguii alcuni saggi di scavo (cfr. Notizie 1878, ser. 3a,
voi. Ili, p. 48 sq.), e proprio in un terreno dei sigg. Paolucci, mentre si cavava della
pozzolana, si scoprì ima tomba a inumazione, contenente uno stamos, e dentro un'olla
con monetine che furono disperse dagli scavatori. A destra dello scheletro si trovò una
cuspide di lancia di ferro, e un pomo con foro verticale, dove probabilmente era luti-
lata, e la cuspide di ferro e l'asta di legno.
A circa m. 7 di distanza, fu rinvenuto un gran vaso dello spessore di m. 0,03.
Vi si contenevano alcuni tronchi di piramide in terracotta, con foro trasversale, verso
la punta.
Frentani
XV. San BìlOllO — Il sig. Niccola della Fazia ha riferito, che nel tenimento
di s. Buono, del circondario di Vasto, in contrada Vusico o Fusco, in una pianura
sottostante al declive di una collina denominata Moro, eseguendosi alcuni lavori
agricoli, è stata messa allo scoperto una tomba composta di mattoni, contenente uno
scheletro, ai piedi del quale era un'iscrizione, incisa su pesante masso di pietra locale.
Essendo detta pietra stata infranta dal colono scopritore, per impiegarne i fram-
menti nella costruzione di una maceria, non rimangono dell'epigrafe die le poche
lettere seguenti, come si desume del calco cartaceo :
is manib-sa»
metti oqj5-a\
Vano vix-anJ
*VS o.
— 433 —
XVI. Vasto — Nota dell'ispettore prof. A. de Nino.
Nella strada di s. Lucia, dove suppongo una delle necropoli dell'antica Histonium,
a destra di chi va uscendo da Vasto, sorge ancora un massiccio nucleo di colombario.
A sinistra, non è guari, ne esisteva un altro simile, che fu distrutto. Di qua e di
là il terreno è cosparso di frammenti di vasi, di suppellettile funebre, e di tegoloni,
in ispecie sui terreni del sig. Agostino Monteferrante. Ci è altresì chi ricorda, che
in quel punto si scopersero parecchie tombe a tegoloni.
La strada di s. Lucia volge a nord-est, e mena a Torricella, alla Meta ed al
mare sottostante.
A Torricella, più di un chilometro distante dalla città, nei terreni dei signori
fratelli Benedetti e di Federico Molino, vi sono notevoli avanzi di un edificio, che
reputo essere stata un'antica villa. Ivi stanno allo scoperto alcuni pavimenti a piccole
mattonelle e ad opus spicatum. Vi si vedono inoltre residui di vasche, e nella parte
che guarda il mare, tre grandi emicicli ad opus reticulatum, con fasce orizzontali di
mattoni. E poi sul terreno pezzi di stucco, colorati in bianco e rosso e bianco e nero,
e mattonelle di marmo bianco, verde, serpentino. In quel punto adunque l'edificio
accenna a bagno.
A Torricella, per scavi fortuiti in diversi tempi, si raccolsero oggetti, che sono
serbati dall'egregio sig. Giuseppe della Guardia. Ho notato nella raccolta della famiglia
di lui una lucerna aretina, col rilievo di un cavallo pagaseo, e nel fondo la marca
rilevata a linee sottilissime: 3. Ho notato pure un grosso frammento di vetro cilindrico
a musaico, con foro in linea longitudinale; alcuni frammenti fittili con figure inca-
vate, forse forme di vasi ; un pendaglio di bronzo a forma di mela, con sporgenza a
cono tronco nella parte inferiore, e con picciuolo graffito a circoli concentrici, pendente
da doppio disco spiraliforme. È somigliantissimo ad altri della necropoli di Alfedena.
Una seconda necropoli doveva essere nella contrada la Salce, dove in diversi
tempi si rinvennero tombe con oggetti, tre dei quali fanno ora' parte della collezione
archeologica del lodato signor della Guardia. Sono una kylix a vernice nera ; una
lagena alta m. 0,17, a vernice nera e strisce orizzontali; un'anforetta di corporatura
schiacciata, alta m. 0,19, con disegni in nero a strisce verticali, che si allargano infe-
riormente, intramezzate da linee orizzontali e continue.
Tombe a tegoloni si scoprono inoltre nella contrada la Neviera, e sempre con
suppellettile funebre. Ultimamente in un sepolcro si trovò un'olla, alta m. 0,25, coperta
con una scodella un poco schiantata nel labbro. Vi si trovò pure una patina di creta
ed una cuspide di lancia di ferro. Tali oggetti vennero accquistati pel Museo civico.
Nel mese di marzo ultimo, varie antichità vennero a luce anche presso la sta-
zione della strada ferrata, in un terreno del sig. Alfonso Genova. Trattasi di parecchi
muri, e di pavimenti della stessa struttura di quelli della contrada Torricella. Né vi
mancarono i grandi dolii, fracassati dai lavoratori, e né anche i tegoloni iscritti. In
uno vedesi l'ultima parte del bollo di altra tegola istoniese, riprodotta nel n. 6078,35
del voi. IX del C. L L. cioè:
a p o L A V
g. v. H • G
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. -1°. \ oi. II. 55
— 434 —
In altro leggesi la marca:
C SILI
Nell'interno della città, rimpetto alla chiesa della Madonna delle Grazie, in
tempi diversi si scoprirono parecchi pavimenti a musaico. Tutto il terreno intorno
alla chiesa è sparso di frammenti di vasi aretini, di antefisse di creta, di mattonelle
di marmo, di cubetti di pietra bianca e cenerognola ed anche di vetro.
Nella strada Pampani, casa del sig. del Ke, a circa dieci metri di profondità,
ultimamente si vide un tratto di strada a grandi massi poligonali, simili a quelli
delle vie pompeiane.
Quasi di prospetto poi, nelle cantine del sig. dott. Alberto Missione, fu rimesso
in luce un pavimento a musaico, di cui un pezzo si conserva nel Museo civico.
Nel marzo del 1884, scavandosi le fondamenta della casa del sig. cav. Ponza,
presso il muro delle Lame, si rinvennero due frammenti di marmo saccaroide, che
si trovano nel Museo della città, e che riuniti danno questi segni
In altri scavi per fondazioni di case, sempre intra mocn/a, si ebbe una testina
virile di marmo bianco, posseduta del sig. della Guardia.
Regione II. (Apulia)
Hirpini
XVII. Airola — L'ispettore cav. Ferdinando Colonna ha riferito, che sul ca-
dere di luglio u. s. , alle falde del versante settentrionale della collina detta di Moa-
teoliveto, verso la strada provinciale che dal comune di Airola mette a quello
limitrofo di Majauo, furono scoperti avanzi di antiche costruzioni, in opera reticolata,
e di pavimento a mosaico, con tesserli ineguali, di rozzo lavoro, in travertino bianco.
Questi avanzi costituivano insieme i materiali di una camera terrena, di forma presso-
ché trapezoidale.
11 piano della camera trovavasi circa a m. 1,00 sotto il livello di campagna; e
gli avanzi delle mura erano_ dell'altezza approssimativa di m. 1,00.
Lo stesso ispettore potè osservare, presso un contadino del luogo, una fibula di
bronzo di forma comune, semiellittica, lunga m. 0,07, mancante dell'ardiglione; ed
una moneta di bronzo spettante a Giulio Vero Massimo ; i quali oggetti si dissero rin-
venuti in luogo non lontano da quello, ove si scoprirono gli avanzi di antiche costruzioni.
XVIII. S. Nicola Manfredi — Nel castello baronale di s. Nicola Manfredi
L'ispettore predetto riconobbe le iscrizioni latine, delle quali è parola nei numeri
2110, 2111, 2116 del voi. IX del Corpus, e che per essere sfuggite alle ultime ricer-
che degli studiosi, vennero riprodotte non esattamente.
— 435 —
[mportantissima è quella che leggesi in un cippo di travertino, di m. 0,85 X 0,39
• 0,44 e che dice:
IVNON I
VERIDICA
//////////////
//////////////
//////////////
//////////////
Di questa epigrafe, data con altra lezione nel n. 2110 del ricordato volume del
Corpus, tratta una nota del prof. Barnabei inserita nel fascicolo 12 dei Rendiconti
Accademici del volgente anno (p. 369).
Calabria
XIX. Taranto — Nota del prof- Luigi Viola.
Nel fondo del sig. Carlo Cacace , posto in vicinanza di questo Ospedale civile,
fu ultimamente rinvenuto in un pozzo un tronco di statua alto m. 0,78, rappresen-
tante un giovane nel fiore dell'adolescenza, ignudo, col corpo posato sulla gamba di-,
e col ginocchio sin. leggermente abbandonato innanzi. È privo del capo, che era al-
quanto piegato a dr., e coperto da lunghi capelli, dei quali restano due ciocche su
ambedue le parti del petto. È difficile riconoscere la direzione delle braccia, che sfortu-
natamente mancano, ad incominciare dalla metà degli arti superiori.
Così pure è frammentato nelle gambe, cioè nella dr. dall'alto del ginocchio in
giù, e nella sin. di cui rimane anche il ginocchio. Nel resto è conservatissimo, se si
eccettua una leggiera scheggiatura nella mammella sin. ed una piccola rottura nel
pube. A lato poi della coscia dr. restano ancora le traccio di un attacco, forse con
qualche oggetto tenuto colla mano dr. ovvero con tronco di albero, come spesso vedesi
in moltissime statue. Il lavoro è di una sorprendente bellezza, e certamente devesi
rimandare ai tempi più splendidi della plastica tarantina.
Il petto e l'addome sono maravigliosamente modellati con distinzione di tutte
le parti, le quali restano poi accordate insieme e coperte dal derma morbido e flessuoso,
così da mostrare una certa mollezza e pienezza di forme, mentre non è difficile poi
vedere nel dorso, nelle natiche e nelle gambe, le rientranze ed i rigonfiamenti di una
forte muscolatura.
Tutto questo rivela la rappresentanza di una divinità, la quale aveva nel concetto
e nelle forme qualche cosa di femmineo, per cui ho ritenuto che il nuovo monumento
avesse rappresentato Bacco od Apollo.
In un altro fondo dello stesso sig. Cacace, in prossimità del nuovo Arsenale in
x. Lucia, è stato messo alla luce un pavimento marmoreo di una stanza, appartenuta
a casa di epoca romana. Esso ha la forma rettangolare, lungo m. 3,60 X 2,80, ed è
tutto lavorato in marmi di vari colori, cioè giallo e rosso antico, portasanta, breccia
incarnatina, breccia semplice, marmo africano, lumachella, pavoncello. Vi è pure
— 436 —
qualche quadretto di alabastro. L'insieme è specioso, ed i marmi sono così bene armo-
nizzati in fascie, rombi, triangoli, rosoni grandi e piccoli, da renderlo un monumento
di qualche importanza artistica.
Nei triangoli laterali esistevano delle figurine, delle quali veggonsi traccie più
o meno incomplete.
Regione III. {Lucania et Brutti)
XX. Gerace (Locri) — Il sig. dott. Scabelloni destinò alla raccolta pubblica di
Reggio di Calabria vari oggetti, provenienti da scoperte fortuite del territorio di Locri,
trovati presso Gerace superiore e nella sottoposta area, dove sorgeva la greca città. Que-
sti oggetti consistono in testine fittili, balsamari e vasi, ed in due frammenti di
iscrizioni latine, così trascritte dal can. A. di Lorenzo :
a) (OCTA i) ORNELIAE
I // F M • F
Vi è pure un mattono col bollo seguente, che rilevo dal calco, ed in cui è forse
da leggere il nome Helvidi:
V$3>
XXI. Reggio di Calabria — Note del vice direttore del Musco can. A. M.
di Lorenzo.
1. Riattaccandoci a quanto fu detto nelle Notizie del febbraio di quest' anno
(p. 59), intorno al gran serbatoio d'acqua, i cui avanzi sussistono tra il castello di
Reggio e la via Baracche , e a quanto sul noto acquedotto greco venne comunicato
nelle Notizie del 1885 (ser. 4a, voi. I, p. 525), qui soggiungiamo il frutto di altre
posteriori ricerche.
Quando un sette anni fa, si tagliò lo stradale che mena dalla via Baracche
alla via Reggio-Campi, sotto la fontana del Belvedere, fu incontrata in esso stradale
una delle nostre solite cisterne coniche, la quale oltre al presentare le più grandi
dimensioni che tali cisterne sogliono avere, ci offrì un dato molto notevole, e ciò era
che in essa metteva capo un condotto d'acqua. Era questo formato di tubi molto
massicci, perfettamente cilindrici, col vicendevole incastro ad angolo normale, ed a
cui non si sono incontrati finora de' somiglianti presso di noi.
In primo luogo, la presenza di questa ramificazione di acquedotto ci confermava
la congettura, che codeste cisterne non servissero in antico a serbatoi di biade, come
altri volevano, ma sibbene a conserve d'acqua. Non essendo pertanto istituito ancora
di que' giorni il patrio Museo, i pochi tubi che si estrassero nel taglio della strada
andarono dispersi.
In secondo luogo, colla speranza di possibili future ricerche, noi prendemmo nota
— 4-:i7 —
del punto preciso di questa scoperta, e della direzione della tabulatimi, che accennava
a greco-tramontana.
Inaugurato appena il Museo, facemmo ricercare nell'aggere che fiancheggia la
detta traversa, il filo del condotto, ed estratti un paio di quei cilindri, li abbiamo
collocati • nel Museo a saggio di questa varietà della nostra antica tecnica industriale.
Se non che la posteriore scoperta della continuazione dell'acquedotto greco, da mezzodì
del talloncino Orangi, cioè un duecento metri a greco della detta cisterna {Notizie 1. e),
e quella del gran serbatoio idi-aulico, che dalla stessa cisterna dista un centocinquanta
metri nella direzione di maestro, e" inducevano la quasi certezza che il condotto a tubi,
di cui dicevamo, doveva partire da esso grande acquedotto in qualche punto intermedio,
tra la piattaforma susseguente all'orto Molisani del Talloncino Orangi e il detto serbatoio.
Era duuque il metodo più facile a rintracciar l'acquedotto dopo la sua uscita di
sotto la piattaforma, il seguir la guida della tubulatura per dentro il fondo Auteri,
che fiancheggia da tramontana la sopradetta traversa Baracche-Belvedere. E così ap-
punto furono ordinati i lavori dalla Direzione del Museo, con piena e cortesissima
concessione de' signori Auteri, proprietarii del locale. Si pigliarono adunque le mosse
dall' aggere accanto all'accennata traversa, dove cercata e ritrovata la tubulatura inter-
rotta, fu questa seguitata per un paio di metri, tanto per assicurarci della linea ; ed
estratto qualche altro paio di pezzi, fu intermesso in questo luogo il lavoro e ripi-
gliato dentro la cinta dell'orto Auteri; dove in prima fu ritrovata la tubulatura. a
scarso un metro di profondità, più o meno danneggiata dal peso del terreno, dall'umido,
da' tremuoti, dai lavori agricoli ; ma dopo una quindicina di metri dal muro di cinta,
il canale era interrotto, e non se ne ritrovò più traccia nei parecchi saggi praticati
a diversi intervalli nel giardino.
Abbandonata allora la ricerca di questa ramificazione, portammo il nostro lavoro
al limite boreale dello stesso podere, cioè a circa ottanta metri dalla traversa Ba-
racche-Belvedere, con la speranza di sorprendere l'acquedotto principale. Quivi per-
tanto di lato al muro di chiusura, cominciammo a condurre ima trinciera perpetua.
E fummo fortunati : dappoiché al secondo o terzo giorno di lavoro, il piccone urtava
nel sodo, e il taglio di saggio che praticammo nell'informe muro incontrato, ci aperse
appunto l'acquedotto. Questo punto della scoperta sta quindi nel vertice di un angolo
aperto di circa 130 gradi, con due lati uguali, di poco oltre a centoventi metri cia-
scuno, irnienti quel da montagna all'imboccatura della piattaforma Molisani, e quel
di marina al gran serbatoio esplorato.
L' esplorazione interna dell'acquedotto nel punto tagliato ci fornì i seguenti
particolari. Il terriccio depositatovi lo riempiva fin quasi all'altezza de' piedritti. Espi-
lato era de' mattoni del piovente, e certo da tempi remoti, giacché nello stato presente
di interrimento è inaccessibile all'uomo. Vuotato del materiale, si trovò che misura
m. 0,45 di larghezza, m. 0,90 nell'altezza de' piedritti, non più che m. 1,10 dal fondo
al vertice del piovente. E si ricordi che avanti di giungere in città, esso acquedotto
fu misurato (al vallone di s. Lucia) m. 0,48 di largo e m. 1,35 nella maggiore al-
tezza {Notule 1883, ser. 3a, voi. XI, pag. 538). Qui adunque nell'orto Auteri si vede
alquanto rimpicciolito, perchè si trova di aver percorso tutto il fianco superiore della
città, cacciando, naturalmente, tuff i necessari erogatori.
— 433 —
Si potè inoltre da questo luogo accertare la sua direzione verso libeccio, cioè
verso il fianco suburbano australe, che guarda il Taurocino, appunto come avevamo
nel citato luogo congetturato, contro l'opinione de' nostri che il volevano finito nei fossi
del castello. Osservando poi la detta direzione, ci spiegavamo ciò che l'ortolano del
fondo Auteri ci narrava, che cioè in quella linea, a un trenta metri dal punto esplo-
rato, l'acqua dell'irrigazione si sperde subito per via sotterranea ; il che vuol dire che
ha trovato l'accesso all'acquedotto. Altra volta venivaci comunicato dal rev. prof. Lo-
renzo Lofaro, che da mezzodì della casa Auteri (la quale chiude da marina il detto
podere) fu demolito molti anni fa ira grande acquedotto. Ora a tal sito appunto va
per linea diretta il nostro acquedotto. Messici quindi alla ricerca nel luogo accennato,
riconoscemmo a fior di strada, rasente una casetta vicino, alla casa Auteri. il fondo
dell'acquedotto col suo battuto di cocciopesto e l'avvallamento nel mezzo, che toccando
dapprima un po' di sbieco la base della detta casa, si perde infine sotto di essa, accen-
nando così al rione Archicelli-Crocitìsso, e dimostrando di voler sempre più divergere
dalla testata di marina del gran serbatoio, dove trovammo una bocca di acquedotto,
la quale non avevamo potuto accertare se fosse d'immissione, ovvero erogatoria. La no-
vella scoperta avvalora la seconda ipotesi, e fa supporre che l'acquedotto, dopo uscito
dalla piattaforma Molisani, e avanti di giungere al sito del presente orto Auteri,
diramasse un braccio che passando verso il fianco boreale della chiesa del Carmine Vec-
chio, metteva nel gran serbatoio per la testata di montagna.
2. Nel detto fondo Auteri abbiamo incontrato de' spessi frammenti di ceramica
antica. Un pezzo di terracotta abbiamo conservato con cura speciale, ed è un cavo
o formella di foglia d'acanto, in cui si dovean gittare d'argilla o plastica cotali mo-
tivi di decorazione.
Avanti però di lasciare questo podere giova tenere conto di un' antica cisterna
conica, che dietro la casa Auteri si conserva, non solo in buono stato, ma con l'ori-
fizio tuttora intero ed armato nel modo che diremo. È il primo esemplare che ab-
biamo così incontrato finora, dappoiché codeste cisterne si veggono ordinariamente de-
capitate, meno dell'esemplare Musitano (cf. Nat. 1883, ser. 3a, voi. XI, p. 177), che
conservava ancora un buon tratto di pozzo cilindrico sovrapposto al cono consueto. Nella
cisterna adunque dell'orto Auteri, ecco come presentasi la bocca; e non sappiamo deci-
dere ancora se sia stata in tal forma acconcia fin da' tempi classici, o non sia stata
invece una modificazione medioevale. Come adunque il cono giunge a restringersi a scarso
un metro di diametro, esso è bruscamente tagliato, e sull'orlo sostiene murato un ciam-
bellone di pietra dolce, formato di un solo pezzo. Su questa armatura poi s'appoggia
il coperchio mobile, consistente in un disco anch' esso di pietra, con un foro nel mezzo
pel passaggio del secchio, come si vede in moltissimi nostri pozzi suburbani di questi
ultimi secoli.
Abbiamo rimosso questo coperchio, per vedere se qualche speciale condotto met-
tesse dall'acquedotto a questa cisterna; ma l'indagine ci risultò negativa. La provvista
dovea quindi venire dalle grondaie, o per altra via di rifornimento.
3. In uno de' mesi trascorsi, fu aperta nel cortile della Prefettura una fossa qua-
drangolare per costruirvi una latrina. Ecco i dati archeologici ottenuti da questo
taglio.
— 439 —
Da tre a quattro metri di profondità fu incontrata una base ili muro, che cor-
reva quasi nell'asse maggiore del taglio, e parallelamente al vicino Corso Garibaldi.
Questo muro, di quasi m. 0,60 di spessore, continuava ad allungarsi sotto il terrapieno
dall'uno e dall'altro capo della fossa, senza mostrare nel tratto scoperto di sei metri
tlcuno incrociamento di altri muri, sicché sospettammo fosse il lato di una chiesetta
medioevale, hi tutti gli strati del terrapieno che venne tagliandosi, s'incontrarono
molti loculi, con scheletri umani difesi da semplici tegoli fermati ad angolo retto.
Qua e là nel terriccio comparvero delle monete bizantine di bronzo, quasi strutte
dall'ossido. Una tomba incontrata nel fondo del taglio, era alquanto rafforzata con
muratura. Sopra di essa giaceva un pezzo di colonnino marmoreo scanalato. Fuori
di ciò tre oggetti hanno principalmente fermata la nostra attenzione in questo scavo.
Il primo è un pezzo di affresco sopra l'intonacatura, che rimaneva tuttavia attac-
cata a una pietra informe rinvenuta nel terriccio. Questo tratto superstite dell'affresco
rappresenta una testina, che par sia di una Madonna. La dipintura è rozza, ma non
priva di espressione. Il capo della figura è velato; di grandezza un quarto circa del
diametro naturale. Se in quel sito v' era (come abbiamo congetturato) una chiesetta
nei tempi di mezzo, l'affresco dovette appartenere alla parte superiore di essa.
Per secondo si è incontrato un condotto di tubi di terracotta, che passava un po'
obliquamente l'estrema base del detto muro. È da notare che la direzione di questo
acquedotto accenna da montagna al fianco boreale dell'Archivio provinciale, occupato
dall'angolo della Prefettura, che dà sul Corso Garibaldi, nel qual sito era un pozzo
di acqua sulfurea, che venne ostruito nei primi decennali di questo secolo. Da
marina poi esso acquedotto mira al presente locale della Ispezione di pubblica sicu-
rezza, sulT incrociamento della via s. Francesco di Sales con quella detta moderna-
mente delle Terme, dagli avanzi appunto delle terme reggine, discoperte nel 1812 e
presto risotterrate. Da tutto ciò nasce spontanea l'ipotesi, che quell'acquedotto condu-
cesse l'acqua minerale o nelle ferma o lì vicino, e che tal uso continuasse tuttora
quando fu fondato quel muretto, che noi abbiam supposto de' tempi di mezzo ; dappoiché
incontratosi l'acquedotto nell'ultimo scavo delle fondamenta, esso non fu spezzato, ma
denudato invece da sopra e dai lati, gli fu imposto il muro. Che quei tubi fossero
destinati a condurre acqua minerale ci sembra confermato da ciò, che essi non sono
già cilindrici, ma sibbene panciuti, da rassomigliare al corpo delle anfore vinarie,
forma che favorirebbe la deposizione de'. sali disciolti nell'acqua. Due di questi tubi,
insieme col detto affresco ed altri cimelii di minore importanza, entrarono a far parte
della suppellettile del patrio Museo.
Entrò pure nel Museo un' oncetta medioevale di bronzo, ch'era il terzo oggetto che
volevamo particolarmente designare. Questa si presenta nella comune forma di dischetto.
H,i 26 millimetri di diametro, cinque di spessore, e pesa 27 grammi. Porta sopra una
faccia la croce latina, in mezzo all'indicazione del peso, in questa forma : P ' A (').
In altra oncia bizantina di bronzo, a disco, di grammi 26 \'3 , che possediamo
nella nostra particolare collezione, e che pare sia stata rinvenuta sulla nota collina
del Salvatore, la croce è greca, e sovrasta alla leggenda, in questa forma: r .
(') Cfr. Garriteci presso il Rorelli, Annali di Numismàtica 1846, pag. 206.
— 440 —
Nel nostro Museo (collezione Caminiti) è anche un tre-once medioevale, di bronzo,
forse di provenienza pugliese, sempre a disco, e del peso di grammi 78. Anche la
croce è greca di più semplice forma, e sovrasta alla leggenda in questo modo: r. r-
Un altro tre-once possiede il nostro Museo, di grammi 68 nel presente stato di
ossidazione, il quale però non è a disco, ma a piastra quadrata. Esso ha di proprio,
che porta tre figurette umane in tarsia d'argento, delle quali rimane solo superstite
qua e là qualche particella. Nel basso si vede, anche in tarsia d'argento, l'indica-
zione del peso : P l~-
E finalmente è da segnalare un'altra oncetta di bronzo, a piastra quadrata,
rinvenuta nella contrada Arancea, presso il confine australe del comune di Keggio,
o regalata al nostro Museo dal sig. Valentino Attanasio. Pesa 25 grammi. Non
porta indicazione scritta, ma sibbene in finissima tarsia d'argento i contorni di tre
figurette umane, delle quali non perdurano che le tre testine e alcune estremità de-
gli arti.
4. Ed ora noveriamo gli altri più interessanti oggetti di antichità, ritrovati in
questi ultimi mesi in varii punti della città e de' dintorni.
Nel nostro Museo la collezioncina Caminiti ha ricevuto un fondo di tazzetta are-
tina, col bollo T-CEL in impronta piediforme. Nel disotto di questo frammento è
un graffito. La stessa raccolta ebbesi regalato un b'alsamario, in forma di riccio terrestre,
dissotterrato presso la strada Due settembre, cioè a poca distanza dal sito ove furono
discoperti i fusti calcari, di cui si è detto nelle Notizie di quest' anno (p. 63). L'ani-
maletto misura 10 centim. di lunghezza, 5 di altezza, e porta l'orificio sul dorso. È
a vernice gialla, e gli aculei sono accennati con punti neri.
Dai pressi della città ebbe il Museo un'urna cineraria fittile, dono del sig. Anto-
nio Montani fu Giuseppe, il quale trovolla tempo dietro in contrada s. Caterina.
presso cioè alla nota necropoli. Insieme con l'urna donò anche alcuni lacrima torii e
tazzette con opercolo, che assiema vi si trovavano dentro col combusto. Quest'urna
è a manichi verticali, e misura m. 0.26 di altezza, m. 0,36 di diametro alla pancia e
all'orlo, m. 0,15 al diametro della base.
Provenne anche dal suburbio una mezza lucerna cristiana, della consueta argilla
rossastra. L'orlo del piatto reca le solite fogliette ornamentali ('). Entro il piatto
poi è una croce, formata di due pezzetti di nastro ornamentato, sovrapposti l'uno al-
l'altro.
Contemporaneamente fu recata al Museo uu' altra interessante lucerna cristiana,
trovata non sappiamo in qual punto delle vicinanze, la quale rappresenta sul piatto
Daniele fra i leoni. Il Profeta è in piedi, nudo, con le braccia sollevate nel consueto
atteggiamento, onde l'arte antica cristiana significava la preghiera. Le belve sono due.
una per ciascun lato di Daniele.
Altro bel pezzo di arte cristiana del periodo bizantino, entrato di fresco nel Museo,
è un picciolo capitello di marmo in forma quadra, divaricante dal basso all'alto. Mi-
sura m. 0,17 di altezza, 0,14 alla larghezza superiore, e 0,10 all'inferiore. In tre delle
(') Garriteci, Storia dell'Arte cristiana dei primi otto secoli della Chiesa voi. VI. tav. 174 76,
— 441 —
facce è scolpita di rilievo una palmetta, e nella quarta vedesi (in uno scudo rotondo)
la croce con la preghiera j^f* cioè: Kvqu (ìorj&si, usata nei molibdobulli bizantini,
e qui superstite solo in parte.
Questo interessantissimo capitello fu rinvenuto presso la passeggiata della Marina,
nella demolizione che si sta facendo del bastione s. Matteo. Esso sporgeva dalla vec-
chia cinta della città per la difesa radente della vicina porta Dogana, la quale ri-
spondeva allo sbocco della presente via del Plebiscito. Il sodo di quel bastione fu
visto occupato da un vero caos di rovine, e di fabbricati di tutte le epoche. Fra gli
avanzi fu rinvenuto questo frammento di epigrafe in marmo:
€Y/1 '
Parimenti si scoprirono due metri di pavimento marmoreo di vari colori, con un buon
disegno geometrico di quadri e semiquadri. Ivi stesso una congerie di pezzi d'intonaco,
con pitture ornamentali a fresco. In altro punto, negli strati superiori, comparve un
buon gruppo di vasi , lucerne e tazzette, che ci sembrano appartenere agli ultimi
periodi medioevali. Verso il fondo, tra gli avanzi della vecchia cinta , fu rinvenuto
un grosso mattone col bollo retrogrado affatto nuovo recante: NH3XI3T.
Venne anche fuori un anellino di vetro, con vergella ornamentata ; un opercolo
di vaso aretino col bollo da cimi' e due fondi di tazzette anche aretine, uno col
K AolNl
bollo KAAA, e l'altro col bollo frammentato C VOI ; simile all'altro rinvenuto sulla
collina del Salvatore, e da noi edito (cfr. C. /. L. X, n. 8337,7).
Roma, 19 dicembre 1886.
Il Direttore gerì, delle Antichità e Belle arti
FlORELLI
— 443 —
DICEMBRE
Regione Vili. {Cispadana)
I. Bologna — Nuove scoperte della necropoli felsinea, nell'area dell'ar-
senale militare. Relazione del R. Commissario conte Gozzadini.
Nelle Notizie del 1886 (p. 76) fu edito l'ultimo mio rapporto, intorno ad og-
getti arcaici dell' epoca di Villanova , trovati nell' arsenale militare di Bologna.
Da allora ad oggi, seguitando i lavori di fondazione per nuovi fabbricati, gli
operai hanno continuato a rinvenire di siffatti oggetti, quasi tutti dell'epoca soprad-
detta: pochissimi etruschi, pochissimi romani nello strato superiore ; e come per lo
passato, ho potuto raggranellarne buon numero, cioè 174 a spizzichi, e salvarli da di-
spersione. Alla maggior parte delle fibule manca la spilla. Delle figuline ne ho avute
pochissime, perchè furono trascurate, come cosa che non valesse la pena di raccogliere.
Il continuo ritrovamento di tali oggetti in diversi punti, dimostra quanto sia
vasto quel sepolcreto arcaico, che fu da qualche tempo esplorato in parte, con scavi go-
vernativi. Inutile il dire che quasi nessuna particolarità è nota dei sepolcri, frugati con
tutt' altro intendimento di quello scientifico; ma a ciò possono supplire in qualche modo
le mie relazioni degli anteriori scavi governativi, fatti nello stesso arsenale e nello
stesso sepolcreto.
L'unico ordine che io posso dare alla enumerazione degli oggetti salvati, per ar-
ricchire nel Museo archeologico bolognese la collezione proveniente da questo arse-
nale militare, è quello di tener insieme gli oggetti in quei gruppi, che mi fu dato di
salvare a quando a quando; poiché è probabile che ognuno di quei gruppi, se è di
pochi oggetti, appartenga a un solo sepolcro; se è di molti, appartenga a sepolcri contigui.
a) Armille (due uguali) di verga cilindrica, massiccia, di bronzo, striata lon-
gitudinalmente. Porzione d'altra armilla consimile. Armilla di sottile verga cilindrica,
massiccia, di bronzo. Fibula piccola d'argento, senza spilla, Porzione d'ago crinale di
bronzo. Assicella di bronzo attorniata da cerchi in rilievo, e sormontata da larga capoc-
chia foggiata a cappello chinese: è un oggetto che di solito s'accompagna ai freni da
cavallo. Lama di coltello, di bronzo, in tre pezzi. Grano di vetro bruno , di fibula.
Classe di scienze murali ecc. — Memorie — Ser. I', Voi. II. 56
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Frammento di balsamario di vetro azzurro con filetti bianchi attorno, rilevati. Fusaiuole
(tre) d'argilla. Lucerna fìttile romana in pezzi.
b) Armilla, piccola, formata da una fettuccia di bronzo a tre giri: ha una estre-
mità larga fatta a rombo con foro pure a rombo, in cui è infilato e ripiegato l'ultimo
giro della fettuccia: la credo una novità. Fibula di bronzo massiccia; stretta, nell'esterno
dell'arco convessa. Lama di coltello di bronzo intera, a curva sinuosa, e con tre cavi-
gliett?. Altra lama simile, spezzata anticamente in tre pezzi.
e) Grandissima fibula di bronzo a girigogoli, con pallottoline peduncolate ; ha
magnifica patina. Corpo di fibula di smalto a cordoni longitudinali ornati di zig-zag in
rilievo, gialli su fon-do celeste. Altri due simili sformati dal fuoco. Capocchia sferoi-
dale grandissima d'ago crinale, di smalti) finissimo celeste, con circoli concentrici e
fascie a zig-zag gialle. Altra simile in pezzi.
il) Piccola fibula di bronzo, massiccia: è incompleta, ma ha la rara particolarità
d'essere attorniata , fuorché dalla parte interna , da nove costoline strette e molto
sporgenti. Fibula di bronzo, di forma romboidale con costa mediana. Frammenti di
bronzo. Porzione di braccio e mano di smalto, di color glauco. Nel braccio è un foro
per appensione: la mano fa le fiche : talismano ben eseguito e grazioso. Pezzi d'un
oggetto massiccio di bel vetro azzurro. Ciottolo levigato di selce piromaea.
e) Piccolo strumento da suono, di bronzo, a sezione di campana, ridotto in
pezzi anticamente. Porzione della sua mazzuola di bronzo. Frammento di grossa armilla
di bronzo, di lamina striata. Fibula massiccia di bronzo con due pallottoline ai lati.
Fibula di bronzo a costoline molto sporgenti. Fibule (due) incomplete, ornate di grani
di smalto gialli e celesti. Fuseruola pentagoaa, e graziosa, d' argilla. Cilindri (due)
a capocchie, d'argilla.
/') Strumento da suono a sezione di campana, di bronzo, grande e massiccio, tutto
pertugiato a diverse figure geometriche, rombi, triangoli, semicircoli ec. (particola-
rità ch'io credo nuova) ridotto in pezzi ritualmente. Armille (due uguali) di verga di
bronzo ettagona, molto massicce. Altra armilla simile, ma meno granfe. Altra ar-
milla di bronzo, massiccia, meno grossa. Pezzo d'altra armilla di bronzo, massiccia.
Metà d'altra armilla di verga ottangolare, di grossezza media. Sette grandi pezzi
di armille di bronzo, massicce. Pezzi d'una grossa armilla di lamina di bronzo. Fi-
bula di bronzo , grande a girigogoli , con pallottoline peduncolate. Fibule (sei) di
bronzo, massicce , di diverse grandezze. Fibule (due) di bronzo a navicella, incom-
plete. Molti pezzi di diverse fibule di bronzo. Fibula grande di ferro coll'arco a spi-
rale, incompleta. Pezzi di fibula d' osso, con castoni per ambra. Pezzo d'ambra di
fìbula. Spilloni (due) di bronzo, d' aghi crinali. Figurine umane (due) uguali, di tutto
tondo, di bronzo, che tengono alti gli avambracci, ed hanno un anello fisso in cima al
capo: sono, probabilmente, sommità o manici di auriscalpi, o di simili utensili. Ausa
di bronzo a penna, di capeduucola. Pallottolina di bronzo con la gorbia per inserirvi
un manico, e caviglia. Paletti na di ferro. Asticelle di bronzo (due), attorniate da
cerchi in rilievo e sormonta e da larga capocchia, foggiata a cappello chinese. Pezzi
(tre) di lamina di bronzo, forse appartenenti ad una cista o ad una situla. Pezzo di
larga e grossa striscia di bronzo, tutta scanalata. Pezzi (due) di aes-rude, vmo grande,
ed uno piccolo.
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g) Sesioni (otto) coniche di ambra, di una grande fibula. Grani ili smallo
(cinque) di fibula. Pusaiuole (quattro) d'argilla, di forme diverse.
//) Porzione di strumento da suono di bronzo a sezione di campana, con zone
a zig-zag in rilievo, su l'ondo a spessiseime strie orizzontali parallele ; quelle zone
sono tramezzate da altre strette con serpentelli impressi a punzone. Pezzo di sezione
conica d'ambra, di fibula. Pezzo di aes-rude. Piccole monete romane (tre) di bronzo,
corrose.
i) Grossa armilla diverga cilindrica di bronzo, scanalata longitudinalmente.
Altra simile armilla, ma non scanalata. Armilla di verga quadrangolare di bronzo, non
molto grossa. Pezzi (sei) di grosse armille di verga. Fibule (cinque) di lamina di
bronzo. Fibule (cinque) massicce di bronzo piccole, una delle quali carenata. Molti
frammenti d'altre fibule di bronzo. Orecchia di bronzo, di un vaso, con anello gire-
vole. Oggetto di bronzo della forma di una piccola ciambella (diametro mill. 42),
con attorno sette borchie massicce sporgenti, e in cima un grosso anello fisso. Lunga
tamia scanalata di bronzo , con grosso bottone alle estremità : in tre pezzi. Due
grandi pezzi di verga piatta, di bronzo. Grandissima e pesante pallottola di smalto
molto compatto, per ago crinale. È azzurra con circoli concentrici e circoli semplici
incavati profondamente e riempiti di smalto giallo, ed è la più grande e più fina
eh' io conosca. Oggetto di smalto celeste e giallo, alterato dal fuoco. Due cilindri
d'argilla con capocchie : sono differenti, ed uno ha cinque serpentelli impressi in ogni
capocchia.
/,) Molti frammenti di lamina di bronzo di una cista, ornati di borchiette a
sbalzo. Manici (quattro) di bronzo, semicircolari e girevoli, a cordone spirale, di due
sitale. Grandi manici (tre) di bronzo pressoché orizzontali, di due ciste. Ansa di
bronzo di capeduncola.
/) Fibula di bronzo grossa, massiccia. Fibula massiccia di bronzo, quasi piatta
e stretta. Fibule (due) massicce sottili. Scheletro di fibula, che sarà stato ornato di
sezioni d'osso, con ambre incastonate. Frammenti di bronzo. Fuseruola d'argilla.
m) Frammento di oggetto di bronzo da suono, a sezione di campana, con zone a
zio-zao- in rilievo ecc., come altro descritto. Grossa armilla di verga quadrangolare di
bronzo. Fibula di bronzo a girigogoli, con pallottoline peduncolate. Fibula grande
di bronzo, a sanguisuga. Frammento di cinturone di bronzo. Grande ago di bronzo,
con grande cruna quadrilunga. Ansa di bronzo a penna, di capeduncola. Chiodo di
bronzo, con grande capocchia convessa. Fuseruola d'argilla.
n) Grande strumento da suono, di bronzo, a sezione di campana, tutto traforato
finamente ; nel contorno, a triangoli intersecati, sicché rimane frammezzo un listello a
zig-zag; nella parte centrale il traforo è a rombi, e il listello rimastovi frammezzo è pure
a rombi. Quasi tutti i 57 trafori sono tuttavia riempiti di pezzi d'ambra. La fascia
esterna è ornata di serpentelli, impressi a punzone. Tutto ciò eseguito con una esattezza
ammirabile, onde questo oggetto è il più bello e il più conservato d'ogni altro di tal
genere, trovato nei sepolcreti bolognesi. Come sarà stato splendido, quando il bronzo
era smagliante, quasi come l'oro, e l'ambra rutilante quasi come un rubino!. Sua
mazzuola di bronzo tutta incisa attorno di gruppi di finissima strie parallele, alter-
nate da dieci fasce liscie: mancano le sferoidi alle estremità : è elegantissima ed ha
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magnifica patina. Amiilla di verga cilindrica di bronzo, striata longitudinalmente ;
le estremità sono ornate. La maggior parte di una molto grande e grossissima ar-
milla, di lamina di bronzo. Armilla molto notevole, anche per l'ottima tecnica: è
formata da un largo cerchio di lamina di bronzo, con gli orli piegati ad angolo retto,
che tengono incastonati dei parallelepipedi di ambra, alternati con parallelepipedi di
osso a circoli concentrici, dentro i quali è intarsiato un cerchiello d'ambra con ese-
cuzione perfetta, adoperatovi il trapano girevole o gallico. Fibula di bronzo a lungo
astuccio, ornata longitudinalmente a bulino e a punzone. Fibula di bronzo a lungo
astuccio, piccola e liscia. Fibula di bronzo, piccola e corpulenta. Fibula grande,
di smalto. Scheletro di fibula, nel cui arco rimangono alcuni dischetti d' ambra.
Frammenti di una piccola cista di bronzo, ornata a sbalzo. Coppa di bronzo con
piede di lamina stretta, divergente nelle due estremità. Altro piede consimile, i
quali due e la coppa, riscontrano perfettamente coli' utensile a due coppe situate sopra
una lamina pressocchè quadrata, pubblicato nella mia descrizione degli scavi fatti dal
sig. Arnoaldi; tav. Vili, fig. 1. Frammenti di una grande urna fìttile, ornata di spessi
cordoni orizzontali, e di anse fatte a mammella. Fu detto, ed è probabile, che i bronzi
di questo gruppo erau dentro ad essa urna.
o) Fibula massiccia di bronzo a girigogoli, con pallottoline peduncolate.
■p) Armilla grande di verga cilindrica di bronzo, con le estremità rastremate.
Fibula grande di bronzo a girigogoli, con pallottoline peduncolate. Lama larga di
coltello di bronzo. Manico di bronzo, elegante, di esso coltello. Altra lama di
coltello di bronzo, con cavigliette. Suo manico elegante di bronzo. Due grosse anelle
di bronzo, forse da bardatura. Ansa di bronzo, a penna, di capeduncola. Due pezzi
di un oggetto di bronzo biforcato, con diramazioni laterali puntute, a guisa di
palco cervino; credo sia oggetto nuovo. Testina massiccia, di bronzo, di leone a
bocca aperta e pertugiata, con due strette appendici, una in alto una in basso, da
infiggere: è uguale ad alcune che ornavano una cista etrusca foderata di legno, degli
scavi De Lucca. Testina di capro con corna ammoniche, munita anch' essa di due
appendici puntute, in cui è una caviglietta, ed un foro per altra caviglietta. Queste
due testine, di lavoro certamente etrusco, hanno un particolare interesse, essendo state
trovate, bensì all'arsenale, ma presso il colle, cioè presso il lembo della villa Fa-
vorita, di proprietà della principessa Hoheuzollern-Pepoli, alla profondità di quattro
metri. E dimostrano che là ci sono sepolcri etruschi, i quali si congiungono con gli
arcaici.
q) Vaso ovale, grande, romano, di argilla rossiccia di pochissimo spessore, ma
elegante. Ha una sola ansa larga e piatta, fatta a 7: il collo stretto, imbutiforme,
con fascia sporgente in cima. Lucerne (tre) di argilla molto fina, con grande rosone
nel mezzo in rilievo nitidissimo, e tutti tre variati. Lucerna d'argilla finissima, con
in mezzo un Genietto alato in rilievo, che tiene simboli in ambedue le mani: il bec-
cuccio della lucerna è ornato. Lucerna fittile col beccuccio ornato; manca la parte
mediana superiore. Lucerna fittile con la marca :
AGILIS
F
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II. Faenza — Verso la fine di novembre scorso, scavandosi una fogna nel vi-
colo Pescherie in Faenza, alla profondità di poco meno che 2 metri, fu rimesso in
luce un pavimento in musaico a tasselli di breccia veronese , di giallo di Siena , e
d'Istria. Fu levato a grandi pezzi, a cura del Comune, che lo ha fatto collocare nel
gran corridoio della pinacoteca faentina. Giaceva sopra uno strato di mattoni spez-
zati di terra rossa cupa; e se ne cavarono m. 3 e mezzo circa per circa m. 3.
Il disegno è regolarissimo, accuratamente condotto in meandri, tondi, punte, cro-
cette e zig-zag. Non vi è nessun simbolo o figura.
Tanto risulta dalla relazione dell'ispettore cav. Busmanti, che si recò sul luogo
della scoperta per incarico del Ministero.
Regione VII. (Etruria)
III. Magione — Nel fondo la Rocca, tra il castello di Zocco ed il villaggio
di s. Feliziano, a quattrocento metri circa dalle sponde dal Trasimeno, il sig. Kiccardo
Pompili, proprietario del terreno, in occasione di lavori agricoli trovò un piccolo busto
in agata, rappresentante un antico personaggio, che ricorda il tipo in cui gli scrittori
di iconografia riconoscono raffigurato il grande oratore di Arpino. Il busto è alto circa
in. 0,12, ed ha una scheggiatura nel petto. L'esecuzione artistica non è finissima.
Nella località medesima, coperta da annosi ulivi, veggonsi sparsi nel suolo ab-
bondanti rottami fittili , indizio di antiche costruzioni. Vi si raccolsero anche delle
monete.
IV. Perugia — Nota dell'ispettore prof. Luigi Carattoli.
In una mia escursione a Monte Scosso, a sei chilometri circa da Perugia, nella
villa del cav. Ricci, ebbi opportunità di esaminare parecchie urne etnische in traver-
tino , le quali trasportate là in varie epoche , mi si assicurò dai proprietarii e dai
coloni, essere provenienti da Menterone e dal terreno attiguo al pubblico cimitero, a
un chilometro circa della città. Esaminata la pubblicazione del Vermiglioli (Iscrizioni
ri, ■Hsclie e romane), non mi fu dato riscontrarvi le epigrafi in esse scolpite; ritornato
pertanto nella suddetta località, presi in accurato esame i bassorilievi e le epigrafi, e
ne ebbi il risultato seguente.
1. In coperchio triangolare di urna, la quale ha e nel coperchio e nel prospetto
dei banchetti funebri :
>IAH3 va -aqi) VA
2. Alla base del coperchio triangolare di urna, la quale ha nel prospetto un rosone
con scudi rovesciaci :
M3qi)-iq)Am-itfl8A}-3
3. Alla base di coperchio triangolare di urna , la quale ha nel prospetto una
Medusa con due rosoni ai' fianchi :
■3tfl -flj-gq-iaqzA) fio
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4. Alla base di coperchio triangolare di urna, la quale ha nel prospetto un ro-
sone con due scudi rovesciati:
«^l + fl8ftÌ>Vfl-3///D-Vfì
5. In un coperchio triangolare di urna, la quale ha nel prospetto un banchetto
funebre :
]Ofì/VHflltA8AD-///D
6. Alla base di coperchio triangolare, ed al prospetto dell'urna, ove sono i soliti
scudi rovesciati:
ltAH34A3-n-rt2fì8
7. Nella base di coperchio, con figura recumbente e con il mostro, scritta nel
prospetto :
4fìHnvfì-3qo-qfì
8. Alla base di coperchio triangolare di urna, la quale ha nel prospetto un ro-
sone con due scudi rovesciati:
M 3 1 0 • fl I fD
9. Doppia iscrizione, l'ima nel coperchio triangolare e l'altra nel prospetto, ove
sono due scudi con festone:
4fìifì>qfl-3<ii)-q.fl
N)3V-!fl fìlrlfìO
10. Nel prospetto di urna, ove insieme con l'iscrizione è rappresentato un guer-
riero su cavallo marino:
MaiD-l3>Mfl2///
11. Nel coperchio triangolare di urna, la quale ha nel prospetto una toilette
muliebre :
fì+qaoi »
Nota del comm. Gamurrini sopra le urne etnische qui riferite.
Le urne etnische trasportate da Monterone presso Perugia nella villa del cav.
Ricci a Monte Scosso, e che colle loro epigrafi si pongono ora in luce dal prof. L. Ca-
rattoli, sembrano provenire tutte da uno stesso sepolcro, appartenente alla famiglia
Cina. Ciò si manifesta da un certo ordine genealogico, in cui sono legati i diversi
nomi incisi nelle urne cinerarie.
Nel rintracciarlo attentamente, vi discopriamo che il capo di famiglia, il quale
fece porre il sepolcro, fu come dice l'iscrizione 1: Au. Ciré. Ah.... evial: cioè, Aulo
Cirio figlio di Aulo, e di una, il cui nome terminava in evial, che altro non ci rimane.
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Costui tolse in moglie una Gafatia, del ramo della Mar, 'in. per distinguer.-: da
qualche altro ramo di quella famiglia, molto estesa nel perugino, cioè: V. Gufati.
Macri. Ciro* (2). Traeva essa il suo prenome Velia dal padre suo Velio Gafatio,
come dimostra l'urna della madre, cioè della suocera di Aulo Cirio, che era una
Tkana Gasreia, u forse meglio Gaspreia, famiglia nota fra le perugine, la quale
urna reca l'iscrizione segnata nel n. 3. Tito. Gasrei. Ve Ga{f)ate{s').
Da Aulo Cirio e da Velia Gafatia vennero due figli; l'uno, il maggiore, cullo
stesso prenome del padre: A». C(ir)e. Ah. Gafati{al) (4). L 'altro, col prenome man-
cante nel sasso, ma che probabilmente è quello di Arante (Ar?). Ci(re). Cu fai ini
S'atL... (5).
Aulo sposò una Fastia Vibia, la quale famiglia, come molto numerosa, si distin-
gueva nel ramo della Gapenatia, forse perchè anticamente provenuto da Capena: Fasti.
Vi. Gapenati (6). La Tibia, è solo indicata colle sue iniziali di Vi, che così si usava
sovente nei nomi più conosciuti.
Da loro due proviene il figlio Arante: Ar. Ciré. Au. Vipial (7). Il quale Arante,
se non fu suo zio, di cui sopra si è accennato, ebbe per moglie una Caia, cioè: Gaia
Gires (8). Da tale matrimonio nacque un Arante, che si nomina nel duplice ossuario,
il quale conteneva pure le reliquie della sua consorte : Ar. Ciré. Ar. Coiai —
Thania. Ai. Vedi. (9).
Non so se più maturo esame porti a riconoscere in questa iscrizione, che il fa-
migliare IA, sia invece lì per Vibia del ramo di Vedi, vale a dire l'antica, se non
vogliamo supporre, come apparisce dal calco, che manchi la lettera precedente ; nel
qual caso ben si supplisce col famigliare di Gaia.
Un'altra donna, la Papleia, fu sposata ad un Cirio: Paplei Gires (10). Ma di
questi nel sepolcro non si nota la successione.
L'ultima epigrafe che ci rimane nei segni .... itherta (11), è così manchevole,
che non merita esame.
Dall'insieme però abbastanza s'intende, che le urne di Monterone si trassero da
un solo sepolcro, la cui famiglia, o la Ciria, apparisce ora la prima volta nell'etnisca
epigrafia.
V. Civitelk d' Ama (Frazione del Comune di Perugia).
Nel fondo Osteria del sig. Giuseppe degli Azzi, nel teritorio di Civitella d'Ama,
proseguirono le ricerche, delle quali si disse nelle Notizie dello scorso mese (p. 411) ;
e si ebbero i rinvenimenti che seguono, secondo le informazioni sommarie finora
ricevute.
Nell'ultima settimana di novembre si trovò: una sedia di bronzo, un'anfora fittile,
due lacrimatoi pure fittili, una lucerna di terra cotta, e vari frammenti di avorio.
Nella prima settimana di decembre, furono poi scoperte sei urne di travertino,
tre delle quali liscie e rotte, e altre tre lavorate ; una con un serpe ed un putto di
prospetto, altre due con fogliami. Si rinvennero pure varii coperchi di urne , per lo
più lisci, e che non sembrano appartenere alle urne sopra ricordate, eccetto due sol-
tanto. Non mancarono altri pezzi di urne di pietra così detta morta, senza alcun lavoro
od ornato.
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VI. Allumiere — Nota dell'ispettore barone Klitsche de la Grange.
In lina precedente relazione inserita nelle Notìzie 1886, p. 156, in occasione del
ritrovamento di un gruppo di tombe doliari , nelle adiacenze della miniera Provvi-
denza (territorio di Allumiere), accennai al supposto di un antico centro abitato della
prima età del ferro, situato alla cima o alle falde della vicina altura di Monte-Ro-
vello; altura, che circuita tutto all'intorno da più basse colline, sorge come dal mezzo
di un triangolo equilatero, determinato dai noti sepolcreti della Possa, dalle tombe
del Carmpaccio, e dalle sepolture nel dolio presso la miniera Provvidenza.
Erami sopratutto di conferma in tal supposto la circostanza del ritrovamento di
certo strato terroso, frammisto a carboni , frammenti fittili del tipo di Villanova , e
gran copia di ossami di pecora, che già da vario tempo, facendosi alcuni lavori agri-
coli, era stato da me osservato sul fianco orientale dello stesso monte (cf. Notizie
1. e). Il quale strato , e per la sua composizione e per la sua giacitura , inclinato
come appariva in 45° sotto l'orizzontale, mostrava all'evidenza una formazione avven-
tizia, dovuta a scarico di immondizie e rifiuti di pasto , provenienti da sovrapposta
stazione abitata.
Parevami inoltre non inverosimile congettura , che in dipendenza dello stesso
centro abitato, fosse altresì un' antica fonderia di metalli , le cui traccie furono già
da me constatate in quelle vicinanze (Notizie 1885, ser. 4a. voi. I, p. 597; Bull.
List. 1885, p. 207).
Se non che, in suolo montuoso, quanto mai frastagliato da boschi, roveti o da
brughiere pressoché impenetrabili , sarebbe stato ben difficile poter riconoscere il
posto dei primitivi abituri, ove non si fosse dato il caso di un disboscamento , allo
scopo di porre a cultura la parte superiore del monte. Scomparsa quindi la fitta bo-
scaglia, che ne rivestiva la vetta, apparve una breve spianata, perfettamente orizzon-
tale, di forma ellissoide, lunga secondo l'asse maggiore m. 35,00 e larga, nel senso
dell'asse minore, m. 28,00. Non vi ha dubbio che siffatta spianata, quale essa trovasi ,
all' altezza di m. 365 sul livello del mare, è tutta di opera artificiale, essendoché tra
formazioni trachitiche, quali sono appunto i monti delle Allumiere, formazioni carat-
teristiche per la loro foggia di coni o cupole, non si riscontra esempio alcuno di monti
terminati a piattaforma.
La mano dell'uomo mozzando, per così dire, la sommità di quella prominenza,
dovette rimuovere ingenti massi rocciosi, che per quanto sembra, come in piccol nu-
mero tuttora si trovano, furono drizzati intorno al ciglio della spianata. E forse era
quivi il punto difensivo, specie di acropoli, intorno a cui scendendo lungo il declivio
del monte, erano sparsi i primitivi abituri.
Da questa più alta spianata, a più basso livello di circa m. 7,00, sottoposto a
guisa di scaglione, trovasi poi un secondo ripiano, la cui irregolare configurazione
misura m. 35 di lunghezza per m. 20 di larghezza. E qui pure il lavoro umano evi-
dentemente apparisce, dal taglio della roccia pressoché verticale tra questo ripiano e
l'altro superiore. Laonde dietro tali dati, bastantemente positivi per la ricognizione
del posto di antico centro abitato , nella speranza di poter rinvenire qualche fondo di
capanna, feci rimuovere gran tratto di suolo sopra ambedue le spianate testé descritte.
Ma le mie ricerche riuscirono del tutto vane; dappoiché, come seppi in appresso, oltre
quarant' anni or sono, quei terreni, già stati altra volta posti a cultura . e poscia
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abbandonati, nuovamente rimboschiivuio. Rinvenni per altro, in moltissimi punti, a .-•
profondità dalla superficie, un terriccio nerastro disseminato di carboni, frammenti di
roccia, calcinati, come se avessero servito ad uso di focolari, e gran copia di rottami
fittili del tipo di Yillanova, associati ai quali erano altri rottami di più grossolano
impasto,- appartenuti a larghi dischi di terra cotta, perforati da una moltiplicata di
fori circolari, del tutto simili a quelli già rinvenuti presso la miniera Provvidenza
{Notizie 1886. p. 15,;}.
\)r\ resto tra siffatta congerie, frammiste alla quale sptesfè'tì rinvenni anche osmi
di bove e di pecora, non comparve indizio alcuno che potesse dar luogo al supposto
di antiche e manomesse tumulazioni. Non una di quelle consuete urne di tufo, non
un solo di quei soliti lastroni calcari, onde si compongono le più povere tombe locali
foggiate a guisa di cassettoni. Escluso quindi il supposto di un'area cemeteriale, che
non potrebbe ammettersi, die a tale uopo fosse stato praticato ingente taglio nella
roccia, sorge spontanea l'idea che quivi stessero le abitazioni di quelle vetustissime
"enti che seppellivano i loro defunti nei vicini sepolcreti della Pozza, del ÒhWpàcói'o,
e° della miniera Provvidenza.
Le quali abitazioni non sembra peraltro fossero limitate alla parte superiore del
monte, essendoché in seguito, continuamente esplorando i nuovi lavori agricoli, che
man mano si estendono sino alle più basse falde del monte Rovello , in vari altri
punti ho bensì potuto constatare la stessa miscela di frammenti fittili e carboni, che
saltuariamente ad intervalli appariva a maggiore o minore profondità di suolo, come
ad indicare il posto delle primitive capanne.
Regione I. (Latuttn et Campania)
VII. PiOma — Nella città e nel suburbio avvennero le scoperte seguenti,
descritte dal prof. G-. Gatti.
Regione IL Presso la chiesa di santo Stefano Rotondo eseguendosi alcuni movi-
menti di terra, è tornata in luce un' antichissima condottila, che passa sotto gli
;:rchi dell'acquedotto Claudio. È costruita con grandi parallelepipedi di tufa, aventi
nel mezzo un foro circolare, pel quale correva l'acqua.
Nella già villa Casali, gli sterri eseguiti entro l'area occupata dall' antico edificio
privato, di cui fu detto nelle Notizie del mese precedente (p. 41(3), hanno fatto recu-
perare questi oggetti: frammento di incerto gruppo marmoreo; piccolo avanzo di un
gruppetto in terracotta; grosso puntale di ferro; un manico d'osso per coltello; uno
spillo d'ago con testina; alcune lucerne e monete assai commimi.
Regione IV. Presso il sito, ove la nuova via Cavour s'incontra con la via del-
l'Agnello, a circa sei metri di profondità dal piano stradale, si è trovato il pavi-
mento di un' antica strada, la quale sembra dirigersi verso la basilica di Costantino.
Ivi stesso si scorgono avanzi di un mmaglione, costruito a grandi massi rettangolari
di travertino, e perpendicolare all'asse dell'antica via.
Demolendosi nell' istesso luogo un casamento, e stato raccolto il seguente frammento
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. LI. 57
— 452 —
epigrafico, con caratteri degli ultimi tempi repubblicani, ed inciso su lastrone di tra-
vertino, con cornice:
IARCTvS^OER
VLEIAOL OS
VA
Regione VII. I lavori pel nuovo quartiere, che si viene costruendo nella già
villa Ludovisi, a poca distanza dalla porta Pinciana, hanno messo allo scoperto due
colonne di cipollino del diametro di ìu, 0,65, lunghe m. 4,92. Sono intiere, ma fuori
di posto, essendo collocate 1' ima presso l'altra orizzontalmente sul terreno. A lato di
esse giace un pezzo di grande cornicione marmoreo.
Regione Vili. Sulla piazza della Consolazione, ricostruendosi il casamento che
sta di fronte alla chiesa e sull'angolo con la via di s. Giovanni Decollato, è stato
ritrovato, alla profondità di tre metri dal livello stradale, un grande parallelepipedo
di travertino, rotto in vari pezzi, della lunghezza totale di m. 0,94X0,58X0,40. Vi
si legge il seguente avanzo d' iscrizione :
) /
^.DELPVS • REGVS • METADATI ■ F
T • SOCIETATIS • ERGO ■ QVAE • IAM
Q2ì
T • LEGATI ■ COIRAVERVNT
1ES-MAHEI-F
DFTATriP KAI <M AAAEA<PO£
OY TON AHMON TON
ZYMMAXON AYTOY
ENEKENTHZEIZAYTON
\NOYL TOY NAIMANOYZ
(DI/
PIO
Confrontando questo frammento epigrafico con altri analoghi, editi nel 6. I. Gr.
5880, 5881, 5882^,5 (= C. I. L. I, 587-589; VI, 372-374), è chiaro appartenere
esso alla serie di quelle iscrizioni, che dopo la guerra Mitridatica furono dedicate sul
Campidoglio dai legati di vari popoli dell'Asia, coi quali i Romani avevano conchiuso
trattati di alleanza. I caratteri dell' iscrizione convengono perfettamente all' età sillana.
Dal cavo per la fondazione del casamento predetto, proviene un frammento di
lastra marmorea, su cui si legge :
d
tis fé
e t s
tis l
M
D I A
CI T
• S •
ERO
S I B I-
VI S • LIBE R
IBERTABVS
quo ffQSTERIS QV
e o r u m
Regione IX. Dalla demolizione di una casa presso via Rua, proviene un piccolo
cippo marmoreo, mancanti' della parte inferiore. Nel listello rimangono soltanto le
lettere della dedicazione sepolcrale:
D _M_
Regione XIV. I lavori per la fondazione di un edificio scolastico, che il Comune
di Roma sta fabbricando in prossimità del monastero di s. Cecilia, hanno rimesso alla
luce un grande recipiente circolare di bronzo, in forma di caldaia, assai ben conser-
rato, né giammai sottoposto all'azione del fuoco. Il diametro è di m. 1,20 e l'altezza
di m. 0,47, verso la metà della quale si apre un foro circolare (diam. m. 0,085). Le
grosse lastre, che ne formano il corpo, sono tre, inchiodate l'ima sull'altra alle estre-
mità : il fondu sembra tutto di un solo pezzo. Sul! orlo superiore gira tutt' attorno
una lamina enea, larga m. 0,15, fermata anch' essa con chiodi, e ripiegata orizzon-
talmente, in modo da formare un bordo sporgente per m. 0,08 verso l'interno del
recipiente.
Via Appi a. In contrada Frattocchie, nella vigna dei fratelli Giuseppe ed
Antonio Vitali, al miglio dodicesimo della via Appia Nuova, facendosi le fondamenta
di una casa rurale, si scoprì nella prima metà di dicembre una statua marmorea alta
m. 1,94, con la testa distaccata per rottura del marmo, e colle braccia rotte. Rap-
presenta forse la Giulia di Tito sotto le sembianze di Venere, nel noto tipo della Ve-
nere Medicea, o Capitolina. A destra della statua restano sulla base i piedi di un
Amorino. Il lavoro non è eccellente, e mostra aver subito i danni dell'atmosfera.
Unitamente fu raccolto un frammento di scultura marmorea, cioè una base coi
piedi di una statua, ed un sosteguo, a cui la statua si doveva appoggiare.
Fu pure recuperato un pezzo di lastra di marmo, nella quale si legge il resto
epigrafico sepolcrale :
Aa
/E STO
\tITITI sic
In un mattone quivi pure trovato, si vede il bollo circolare:
OP • DOL EX PRAED
FAVST AVG N
pigna
cfr. Marini n. 114 a* nota 2.
Proseguite le indagini, si rinvenne il 29 dicembre un torso marmoreo molto dan-
neggiato dalle ingiurie del tempo, che probabilmente appartiene alla base ed agli
altri frammenti di statua superiormente descritti.
Via Portuense. In una vigna posta sulla collina di Monte Verde, contrada
Pozzo Pantaleo, ad un chilometro e mezzo dalla porta Portese, cavandosi alcuni tufi
per costruire una casa rustica, sono state ritrovate le seguenti iscrizioni, incise con
caratteri del terzo secolo volgente al quarto.
— 454 —
Lastra di marmo, di m. 0,45X0,34:
n m
AVRELIVS • NICE
TA • AVRELIAE • AELI
ANETI FILIAE • BENE
MERENTI • FECIT-
FOSSOR • VIDE ■ NE
FODIAS ■ DEVS-MA
GNV OCLV • ABET -VI sii
DE-ET TV-FILIOS-ABES
Simile, di m. 0,30X0,21 :
D M
restvtA Ale
theti con
ivgi beneme
renti fecit
Nella località medesima, fu rinvenuta l'epigrafe Amilo Iallaao cq. r. ec., che fu
edita nelle Noi. 1885, ser. 4a, voi. I, p. 702 e per errore fu attribuita alla ola Salarla,
ì'/a Pr e acni liia. Per la costruzione del primo tronco della ferrovia Koma-Solmona,
Menandosi una trincea alla progressiva 0700 da Roma, sono stati scoperti alcuni
pochi sepolcri, formati da tegoloni alla cappuccina; ed un piccolo sarcofago semplice
in terracotta, di m. 1,12X0,40X0,28. Questo era coperto con tegoloni quadrati, sui
quali è impresso il bollo di fabbrica, edito nel volume del Marini Iser. dollari n. 259.
Gli sterri hanno fatto conoscere, che i sepolcri erano in un' area recinta da maceria,
costruita con blocchi di tufa e senza calce.
Al settimo chilometro poi, in una cava di prestito, si sono rinvenuti avanzi di
mura reticolate; le quali dal lato interno dovevano essere rivestite d'intonaco dipinto
a vari colori, essendosene trovati parecchi frammenti in mezzo alle terre. Quivi si
raccolse : una grande anfora, che sui due manichi reca il bollo di fabbrica ALEXANDE ;
tre altre della medesima forma, frammentate, e piccoli avanzi di simili vasi vinarii,
tra' quali un pezzo di grande dolio, con tracce d'antica ncommessura per mezzo di
asticelle di piombo.
Un piccolo tratto dell' antica via Prenestina, lastricata con poligoni di selce egre-
giamente commessi fra loro, è stato osservato in una trincea al quarto chilometro da
Roma, a m. 1,60 dal piano di campagna.
Via Salarla. Continuandosi gli sterri nel gruppo di antichi sepolcri fuori la porta
Salaria, è stato ritrovato un cinerario di marmo, in forma di piccolo sarcofago (m. o.iio
X 0.30X0,20), contenente tre loculi, ognuno dei quali doveva esser chiuso dal proprio
coperchio. Sulla fronte, in ROHfl&pondenza dei tre loculi, veggonsi tre tabelle con cornice,
destinate ad incidervi i nomi dei sepolti, che però non vi furono giammai scritti.
Si è pm-e rinvenuta una grande cassa di piombo, assai guasta dal tempo, che
conservava tuttora gli avanzi di uno scheletro, senza veruu altro oggetto.
— 455 —
Oltre le iscrizioni sepolcrali già divulgate nelle Notizie di ottobre (p. 364 sq.),
si sono avuti dalle medesime escavazioni i seguenti bolli di mattoni:
a) o OPVS DOL EX /// 7AVS AVG EX FIG
PONT LAN FESTVS
palma
b) o EX PR AVRELI CAES ET FAVSTIN AVC
OPVS DOL EX FICL PONTI
L F P
Marini 122*
Marini ^■2■.^*
o OP DOL EX PR VMI QVAD ET AN Marini 131*
FA/S EX FI AP SILV (due copie)
testa di Itocuaria
con borsa e caduceo
d) o OP DOL EX PR AVGG NN FIG DOMIT Marini 230
IAN MAIOR LANI PISENTltf l'I'"' copie)
pigna
e) ^ Wh NI EX FIG FL OPERATE
///PET ET i?RON.
/') o
O • D • EX • PR • D • L • EX • OF • Q_F • A
L • ST • QVAD*. ET C C RVF
COS
Marini -Vii '
g) o QVINTILLO "E PRISCO COS OF EX
PR PLAVTI AQyiLltf
O D
Marini 522*
*)
«a*
P- AVRELI ABASCANTI
R
0
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lì
o
DOMITIORVM
m\
□
C- CASSI (SRl'i
ì
n)
CD
TI CLAVDI
HERMEROfS
Marini 694 'J
Marini 731
o) o
EX PR/c- • T • F ■ AMPLIAI
F • SAL
456
]>) O A-L-VESIA-MRI
q) a vi ce i a hi s cf. Marini 1341
TONJSEI • DE • FIGLN
»') 0 fj V 1 33 1 A
TONNAI DE FIGL
s) o SEX-VIMATI HIMERI
Via Nomentana. Fondandosi un nuovo edificio nell'area della già villa Patrizi,
sul lato destro della via Nomentana, si è rinvenuto fra le terre un antico orologio
solare marmoreo. È della consueta forma concava, e poggia su due mensole
ricavato nello stesso blocco di marmo. Manca soltanto lo gnomone, che era collo-
cato nel punto ove convergono le linee orarie.
In un frammento di lastra di marmo, trovato nello stesso luogo, si legge:
Dei mattoni con bolli di fabbrica, recuperati nelle medesime escavazioni, due
riproducono quelli editi nel volume del Marini, n. 74 e 471. Un terzo, circolare, reca
il marchio seguente:
o /ex P CAES~N FMARC
'anicetiani
Via T Unirti ito. I lavori per l'ampliamento del cimitero al Campo Verano
hanno restituito alla luce molti avanzi di fregi in terracotta, ornati con animali,
fogliami, mascheroncini ed altre decorazioni in rilievo. Si sono pure raccolte cinque
anterisse fittili, e frammenti di altre tre, parimenti decorate con piccole maschere,
sfingi ed altri ornati; una pala ed una ronca di ferro, ambedue con manico a car-
toccio ; ed un frammento di piccolo vaso italo-greco.
Vili. Santa Maria di Capila Vetere — Proseguiti gli scavi nel fondo
Petrara, di cui si disse nelle Notizie dello scorso ottobre (p. 405), secondo un nuovo
rapporto dell'ispettore comm. Gallozzi, si trovò un tronco di statua fittile, alto circa
un metro, rappresentante una donna ravvolta in un manto, priva della testa e del
braccio sinistro.
Si ebbero inoltre undici statue di tufo, di diverse grandezze, con fanciulli in
fasce sulle braccia, simili a quelle esistenti nel Museo Campano (cfr. V. Duhn, Bull.
Lisi. L876, p. 171 sq.). Per la maggior parte sono rotte in vari punti.
— 457 —
IX. C'ima — Rapporto dell' ing. degli scavi cav. L. Fulvio.
In un fondo posto alla falda occidentale del monte di Clima, un contadino ha
rinvenuto un cippo funerario, di forma rettangolare con zoccolo modinato nel piede,
e cornice nel capo superiore, su cui poggia una specie di imi vino, che ne forma la
cima. Esso è di misura massima di ni. 0,60 per 1,00 circa, ed è grosso m. 0,30.
Nella fronte è incisa la seguente epigrafe:
D I S ■ MAN IB
T- FLAVIO
CASTRENSI-
DORYPHORVSP
FIL PIISSIMO
Le lettere del primo rigo sono alte mill. 47. quelle del secondo mill. 42, le altre
mill. 36. Sulla faccia laterale sinistra è in bassorilievo un urceolo; dall'altra è una
patera. Nel centro e negli estremi dei pulvini sono scolpiti dei rosoni.
Oltre a ciò il medesimo contadino ha rinvenuto una cassa, di un solo blocco di
marmo bianco, che internamente misura m. 1.92 X 0,46 X 0,47, ed esternamente
m. 2,14X0,62X0,55. 11 coperchio, anche di marmo, è ridotto in frantumi. La faccia
esterna della cassa è decorata negli angoli da due pilastri di ordine coiinzio, nel
mezzo da due pilastri dorici, i quali reggono un frontone con anterisse agli estremi.
Nel fastigio sono due serpenti intrecciati ; e nello spazio racchiuso dai pilastri dorici,
è una porta a due valve, delle quali la destra è chiusa e la sinistra è semiaperta.
Le porte sono divise in tre riquadri; in quello del centro è un'olla colma a
ribocco, di cose che non si possono bene definire, forse frutti o fiori ; negli altri due
riquadri sono teste umane. Il resto dello spazio è decorato con baccellature serpeg-
gianti, disposte in senso verticale, e simmetriche rispetto al mezzo. La scultura non
è dell'epoca migliore.
X. Baia — Il sig. colonnello Giuseppe Novi fece conoscere al Ministero, che
un contadino gli mostrò un frammento di fistula acquarla in piombo, lungo m. 0,47,
di sezione ellittica, col diametro maggiore di mm. 88 ed il minore di min. 50.
Disse di averlo trovato presso il così detto tempio di Venere in Baia. Vi si legge
a lettere incavate questa epigrafe, di cui il medesimo colonnello trasmise un calco
cartaceo :
QViLIFLACCI
XI. Pozzuoli — Nella vigna del monastero di s. Gennaro dei padri Cappuc-
cini alla Solfatara, il sig. ispettore mons. Galante riconobbe una lapide marmorea,
lunga m. 1,12, alta m. 0,32, in cui si lesse l'epigrafe seguente, di cui il sig. ispet-
tore mandò pine il calco:
TITINIA-AAL- ATITINIVS-AA-L- TITINIA-A-AL
MYRTIS- ZYGES-MAIGR HERACLEA
— 458 —
In un frammento marmoreo, anche quivi esistente^ alto m. 0,23, largo m. 0,30,
è inciso in belle lettere :
XII. Capri — Antichità scoperte nel fondo « Occhio Marino >■• o
« Villa Giulia » . Rapporto del prof. A. Sogliano.
Il dott. Giuseppe Fischietti, in occasione di lavori agricoli, fece alcune scoperte
lo scorso mese di agosto in un suo fondo sulle pendici del colle di Tragara e Tuoro,
alla distanza di un chilometro dall'abitato di Capri. Questo fondo, che forma una
terrazza sul mare, è denominato Occhio Marino, ed anche Villa Giulia, denomina-
zione che non viene giustificata da altro, che dalla presenza di antichi ruderi in
questo sito.
I punti esplorati furono quattro ; due attigui fra loro, sull'orlo di un piccolo
burrone; due altri anche fra loro attigui, a pochissima distanza dai due primi, an-
dando verso oriente.
Nelle due fosse verso oriente, l'ima lunga m. 3,50 all' incirca, e larga m. 0,90,
l'altra lunga m. 4,00 e larga m. 0,80, si rinvennero alla profondità di m. 1,20, dei
pezzi in opera di pavimento in musaico bianco con fasce nere, e qualche avanzo di
fabbrica rivestito d'intonaco. Il musaico è abbastanza fino, come quello dei pavimenti
delle case pompeiane.
In uno poi dei due saggi eseguiti sull'orlo del burrone, alla profondità di m. 2. oh.
tomo alla luce un altro pavimento in musaico, insieme con ruderi di fabbrica intona-
cati ; però il musaico è fatto di dadi più grossi. Nell'altro saggio, praticato a ridosso
del precedente, in uno spazio di m. 2,70 per m. 1,10, non vennero fuori che piccoli
frammenti di marmi colorati (giallo antico, africano, listelli di rosso antico), e vari
pezzetti di intonaco dipinto e di cornicette di stucco. Fra questi ho notato anche un
frammento di tegola mammata.
Come si vede dalle dimensioni della fossa, il saggio di scavo è troppo poca cosa,
perchè se ne possa desumere l'importanza. Nondimeno i musaici, i frammenti di marmi
colorati e di intonaco dipinto, che ricorda assai da vicino quello di Pompei, sutvli-
bero certo promessa di trovamenti ulteriori.
Regione IV. {Samnium et Sabina)
Marmami
XIII. Cllieti — Varie volte fu detto in queste Notizie intorno alle scoperte
avvenute nella necropoli di Teale Mnrriiciiioncm. Per la storia delle scoperte medé-
sime, credo ora utile di riassumere una nota inserita dal prof. Biagio Lanzellotti nel
giornale di Chieti X Avvenire (anno II, n. 46, 9 settembre 1886).
Ricorda il sig. prof. Lanzellotti, che i primi indizii della necropoli si scoprirono
negli anni 1880-81, quando si costruiva la nuova strada provinciale sull'estremo
— 459 —
versante nord-est della collina di Chieti (cfr. Noi. 1881. ser. 3a, voi. TX, p. 406); e che
nel 1883, fabbricandosi nell'opposto punto dello stesso versante la nuova caserma mili-
tare, si riconobbe estendersi quivi il sepolcreto (ib. 1884, ser. 3a, voi. XIII, p. 235).
Essendosi ora abbassato lo spianato a nord-est della detta caserma, si recupera-
rono altri avanzi di suppellettile funebre, simili a quelli rinvenuti per lo innanzi, e
quindi tre oggetti, die sembrammo al prof. Lanzellotti degni di speciale considerazione.
Il primo è una stele rettangolare, un poco frammentata, alta m. 0,34, larga
m. 0,35, e profonda m. 0,12, dove è scolpita a bassorilievo, in mezzo a due pilastri,
una figura maschile, avvolta in ampio manto, con la sinistra poggiata sul petto.
Il secondo è un capitello ionico, alto m. 0,13, con principio di colonna, della
massima larghezza di m. 0,32, greggio nella parte posteriore e con due graziose volute
anteriormente, usato come cippo sepolcrale, essendosi rinvenuto sopra una tomba.
Il terzo è un altro capitello, di tipo pure corinzio, adoperato parimenti come
cippo di tomba.
Regione III. {Lucania et Brutti i)
XIV. Reggio di Calabria — Avanzi di edificio termale, scoperti in
Piazza delie Caserme. Rapporto del can. A. M. di Lorenzo.
Per restituire al Corso Marina la debita larghezza, troppo diminuita a causa
della ferrovia Keggio-Castrocucco, fu necessario demolire il bastione s. Matteo, ed in
tale demolizione si riconobbe un gruppo di fabbriche di ogni età, che erano rimaste
nascoste nel corpo di quel baluardo.
Conviene ora di rilevare, come nell'infimo livello di queste fabbriche si trovarono
allora le basi laterizie di un grande ambiente, che correva longitudinalmente circa
m. 25,00, nel senso quasi di greco a libeccio, tutto che non si vedesse traccia di
quest'ultima testata.
E fu intorno a quest'ultimo punto che si rinvenne il capitello bizantino, di cui
si disse nelle Notizie dello scorso novembre p. 440, 441.
Dentro di esso ambiente, fu pure incontrato il tratto di un fino pavimento mar-
moreo a quadretti e triangoli : e dentro e fuori l'ambiente medesimo numerosi pezzi
di stucchi dipinti ; colonne di granito frammentate ; finalmente sotto la ultima testata
di greco due piccoli acquedotti od emissari laterizii, provenienti da mezzodì.
Ora da questo lato appunto venne scoperta una parte di edificio termale, che
si innesta coll'ambiente prima riconosciuto, e che si estende accanto al Corso Marina
sotto la colmata della Piazza delle Caserme. Sicché da tutti gli accennati partico-
lari e da altri dati dovevasi congetturare, che tutto quell'ambiente formasse ima delle
grandi sale di esercizi corporali o di geniali convegni, accessorie dei bagni ; che
quivi presso, da ponente, vi fossero stati dei peristilii, rispondenti sulla rada ; che
finalmente l'indicato salone fosse stato convertito in chiesa nei tempi bizantini, e
questa poi demolita in tempi posteriori, per le opere militari tante volte quivi costruite
dal medio evo in qua.
La racla, a cui accenniamo, veniva formata dalla vicina punta di Calamirri {Cala-
mitium in carte del cinquecento), che protendevasi un miglio in mare, garantendo
Classe di sciexzi \ì . ?cr. -1\ Voi. II.
— 460 —
il nostro lido dal ponente-libeccio, da cui riceve le maggiori offese. Quella punta si
inabissò improvvisamente il 22 dicembre 1562 ; sicché sparì l'amena rada, ove nei
bei tempi della vetusta Reggio ferma vansi all'ancora tutti i legni, che veleggiavano
tra l'oriente e Roma, e del cui vago prospetto avrebbero t/atto buon partito per la
parte ginnica e geniale delle nostre terme i loro costruttori, riservando pei bagni la
linea interna aversa a sepientrtone et aquilone, giusta l'esigenza da Vitruvio notata
(V. X. 72).
Avremo occasione di vedere in seguito, in quali condizioni rimettessero questi
bagni sepolti sotto la successiva colmata di Piazza delle Caserme. Qui basti notare,
come la cinta medioevale della città, e particolarmente il bastione s. Matteo, avessero
cominciato dal celare ad ogni sguardo l'ipocausto in guisa, che cadendo ora queste
muraglie ce l'apersero inaspettatamente, ridonandocene una parte non solo in ottimo
stato di conservazione, ma anche sgombra da quel terriccio, che unitamente alle acque
suole penetrare in cotali vuoti sotterranei in luogo aperto.
Lasciando i particolari, che saranno resi più intelligibili quando, ampliati gli
sterri, sarà fatto il rilievo topografico del luogo , basti qui accennare che fu ricono-
sciuta una vasca ellittica, che ha m. 4,09 nel diametro maggiore e m. 2,10 nel
minore.
Degno di nota si è, che la vasca è tutta formata di lamina di bronzo, ricoperta
internamente nel fondo da uno strato di battuto di un buon decimetro di spessore,
ed all'intorno è girata da un muretto di laterizio, che sale tino a m. 0,87 di altezza.
Vi -si accedeva da una camera semicircolare, pavimentata a musaico, per mezzo di
tre gradini, in corrispondenza dei quali erano altri gradini, per scendere nel fondo
della vasca. Vi si poteva pure accedere da una cameretta quadrata laterale, dove
sono pure dei gradini di comunicazione, senza la corrispondenza dei gradini interni
del bagno.
Ma delle parti della fabbrica, meglio si dirà quando saranno ampliate le indagini.
Sicilia
Note del prof, A. Salinas intorno a varie antichità tirila provincia eli
Messina.
XV. Messina — Negli ultimi giorni dello scorso ottobre fui obbligato per
ragione di ufficio a fare un escursione nella provincia di Messina, dove trovai degne
di nota le seguenti cose.
In occasione dei lavori ferroviari! per la nuova linea Messina Genìa, in due posti
prossimi alla città di Messina, si suini trovate antiche necropoli del periodo classico.
La prima sotto il forte Gonzaga, in contrada Camma ri, e l'altra a mezzogiorno della
città, nella contrada detta Santa, all' entrata della Galleria dell' Angelo , di pro-
prietà della signora Gaterina Gardile.
1. In quest'ultima si è rinvenuto un grande sarcofago di lastroni di lava, e grossi
frammenti di un sarcofago di creta cotta : oggetti tutti che furono trasportati nel
Musco comunale di Messina.
— 4(31 —
Il sarco&go, del quale si diede un sommario annunzio nelle Notizie dello scorso
maggio (p. 17:!) sullo la rubrica Sialo, che è il nome della frazione comunale, ove
accadde la scoperta, è formato di lastroni di una roccia fcrachitica ricca di zooliti, e
proveniente dalla regione etnèa, come fece notare il eh. prof. Seguenza.
Uno dei lati lunghi è lavorato più rozzamente; ed in quello opposto si vedono
incavati alcuni segni a forma di 0, come lettere di richiamo, tanto nella fronte dei
due pilastri, che in un pezzo del coperchio.
Vicino al luogo dove fu trovato questo sarcofago, si vedono ancora, molti altri
sepolcri, i quali è a sperare che sieno esplorati con le dovute guarentigie.
2. Dall'altra necropoli di Caulinari venne al Museo predetto una buona quan-
tità di oggetti; ma è a deplorare, che degli scavi non fossero state avvisate le
autorità competenti, quando si sarebbe staio in tempo per seguirne il corso con
la dovuta vigilanza. E cosi è avvenuto, che molti mattoni iscritti furono consegnati
al Museo da qualche privato, il quale avendoli rotti, per conservare soltanto il lato
coll'impronta, impiastricciò in questa il foudo delle lettere con colore rosso.
La necropoli antica era a molti metri al di sotto della campagna, e si incon-
trava nei posti, in cui si scavavano profonde fondazioni di piloni.
Vi si trovò un sarcofago di lastroni di lava, simile a quello proveniente dall'al-
tra necropoli, e ricordato superiormente. Vi si scoprirono altri sarcofagi costruiti di
grossi mattoni, con bolli più o meno ben conservati. In quelli impiastricciati con colore,
come sopra ho detto, si leggono le iscrizioni:
«) MAMEPTINAN
'') AflOAAnNOS
e) NEIHI
d) EP.Q
Po le mie riserve su queste due ultime lezioni, non più verificabili pel colore
che copre i mattoni, e che non fa più vedere come fossero originalmente.
Per fortuna si hanno alcuni mattoni intieri, in buono stato. In uno di metri
0..'):; X 0,35, nel taglio di uno dei lati lunghi si ha l'iscrizione:
AnOAAQNOS
impressa in un rettangolo lungo m. 0,13, alto m. 0,02. Nel lato opposto è un bollo
stampato per traverso con le lettere :
PA
ossia Iì(qù), come si dimostrerà appresso.
In im altro mattone il nome AnOAAHNOS è ripetuto due volte.
Un grosso frammento di m. 0,10X0,34X0,21, con lato rotto, ha 1' impronta
rettangolare :
MAMEPTINAN
Il rettangolo in cui è impressa, misura ni. 0,11 in lunghezza e m. 0,023 in al-
tezza. Questa leggenda medesima si nota anche in un esemplare sconservato.
— 402 —
In un pezzetto di marmo sciupato, che misura m. 0,17X0,12, si legge :
///////////
IIN£ZH
C6NCHN sic
In pietra si ha un piccolo l'usto ili colonna; una base, ed un gentile capitello ionico
a volute angolari, con palmettine rivolte in su. Noterò inoltre un cranio bruciato,
ma ben conservato; un' olla sepolcrale di creta, con coperchio; una cassetta ellittica
di lamina di piombo ; uno specchio circolare di bronzo ; tre monete siracusane di
bronzo (testa di Pallade ; rov. ippocampo).
La ceramica non offre nulla di notevole. Vi sono vasetti ordinarli , tra i quali
numerosi i così detti lagrimatorì, talvolta con basetta circolare spezzata a tre foglie;
vasetti dipinti di fabbrica pugliese; un frammento di creta rossa, con figurine a ri-
lievo; vasi verniciati neri con strie rilevate; un manico di anfora, con appena qualche
vestigio di lettera.
Dal complesso di tutti questi pezzi, ed in ispecie dal frammento dell' iscrizione,
dei mattoni col nome dei Mamertini e dai vasi dipinti si rileva ad evidenza, come
quésta necropoli non possa essere anteriore al terzo secolo avanti Cristo.
Le epigrafi non sono prive di pregio, accertando o completando lezioni precedenti.
11 C I. Gr. (li. 5ii22 b) invece di AnOAAnNOS. aveva AOnAA; e l' Avorio
(Delle antiche fatture dì argilla che si trovano in Sicilia. Pai. 1829, tav. II, n. 10,
p. 59; cfr. C. I. Gr, n. 5622 e) aveva ricordato, come esistenti nel Museo messinese
mattoni con l'iscrizione IEPA. Il bollo MAMEPTINAN (a cui fa riscontro l'altro con
la forma italica MAMEP TINOYS, riprodotta nel C. I. Gr. n. 5(322 a, trovato anche
a Reggio di Calabria, ed edito nelle (Notizie del 1885, ser. 4a, voi. I, p. 502 /) era
pure noto, ed era stato riprodotto nel C. 1. Gr. nei numeri 5614, 5(579, sebbene in
questi ultimi numeri si dica impresso in vase.
XVI. Giardini di Taormina — Non mi sembra che sia da trascurare il
fatto seguente, benché si riferisca all'anno 1884.
Cavandosi le fondamenta per la casa del sig. Vincenzo Carnazza, vennero fuori
alcuni sepolcri, contenenti vasi dipinti. L'ispettore dei monumenti di Taormina e la
guardia Strazzeri ne davano avviso al R. Commissario degli scavi e dei Musei di Sicilia;
per hi quale cosa non mancai di recarmi sul posto, dove potei raccogliere i seguenti dati.
La casa Carnazza è nel centro di quella stretta e lunga fila di case, che forma
il moderno comune di Giardini, fra la chiesa delle Raccomandate e la casa Munici-
pale; ed è segnata col n. 107. Dei sepolcri quivi trovati nel lavoro delle fondazioni,
nessuno potei esaminare; mi si disse che fossero fatti di grandi mattoni coperti di lastroni
di tufo bianco di Siracusa, nei quali non i'u notata alcuna iscrizione. Gli oggetti rin-
venuti nei sepolcri e conservati dal] < proprietario, sono pyxis e tazze dipinte,
piccole, tutte dell'Italia meridionale. Sì trovò pure una testina muliebre di terracotta,
ed una. situla di bronzo con manichi, e col fondo guasto.
Sebbene gli oggetti rinvenuti non abbiano valore notevole, pure non sono da
disprezzare pei l'indizi ere logici che porgono.
— 463 —
Inflitti è eerto, che vasi di quella fabbrica e di quell'epoca non sono da riferire
alla necropoli dell'antica Nasso, che sorgeva a brevissima distanza, sul limitrofo Capo
Schisò, la quale fu distrutta da Dionisio nel 403 av. Cr., donde poi, secondo alcuni,
nacque la soprastante Tauromenio (').
Due supposizioni restano soltanto possibili; o che Tauromenio, la quale nell'età
romana sviluppò un vasto sepolcreto nella costa stessa del monte su cui sorge, abbia
nel periodo greco mandati a seppellire i suoi morti presso la spiaggia; o che in quella
spiaggia (sia sulla punta stessa del Capo Schisò, dove fu già Nasso, sia più virino
alla moderna Giardini) nascesse un nuovo villaggio, erede di quella Naxos, che La tra-
dizione disse essere stata la prima colonia ellenica in Sicilia.
Ad ogni modo è da notare, che Taormina, città ricca, e potente, massime nel
tempo romano, doveva avere il suo emporio, e questo forse doveva essere in posto vicinis-
simo alla città sovrastante, più che nella distrutta Xasso. donde tino ad oggi son ve-
nute fuori terrecotte di bello stile greco-antico, siccome può vedersi dalle teste, che
dalla mia collezione passarono nel Museo palermitano.
Ignorando l'importanza e lo sviluppo di questo nuovo stabilimento, non possiamo
affermare se ad esso sia da attribuire la coniazione di un'elegante monetina di argento
(diobolo), che ritrae i tipi di Nasso (Apollo e Sileno) accompagnati dall'iscrizione
NEOPOAI (v. Sallet, Die K&nstlefinschriften auf griechischen Munzen, Berlin 1871,
p. 35; Sambon Recherehes. Nap. 1870, p. 142), la quale moneta il prof. Holm cre-
derebbe coniata dai Nassi stabiliti a Mylae (Gesch. Sicil. Leipz. 1874, II, p. 432)
XVII. S. Fratello — A s. Agata di Militello ebbi dal sig. avv. Consentino
il calco di un'iscrizione sepolcrale, rinvenuta a s. Fratello, in una contrada, che è va-
riamente indicata coi nomi di Vetraria, s. Ma, -io, del Furiano e Lavanghe.
È scolpita in una lastra di marmo bianco, e vi si legge:
#IAOKAH
XAIPE
XVIII. Tripì — È generalmente creduto, che presso Tripi sorgesse l' antica
Abaceno (Afldxaivov, Apàxaiva), ritenuta come una delle più settentrionali città dei
Siculi (Holm, Gesch. Sicil. I, 72). Il Fazello (De Rebus Sieulis. Pan. 1560, p, 205)
d erisse, è vero, gli avanzi di antiche costruzioni che presso Tripi si osservavano; ma
non attribuì loro alcun nome. Soltanto dal Bonfiglio in poi si riconobbe, che Abaceno
aveva avuto la sua sale presso Tripi, così volendo le antiche testimonianze che la
ricordano come posta vicino Tindari, e sopra la foce del fiume Elicona (cf. Cluverio,
Sicilia antiqua. Leida 1609, p. 335 sg.).
Io era desideroso di verificare sul posto la verità di questa opinione, giovandomi
M Più lungi in altri tempi si sono rinvenuti grandi mattoni antichi, che formavano sepolcri,
secondo dice il contadino Moschella, che di quei pezzi indubbiamente antichi si servi, come di pas-
saporto per legittimare la sua fabbrica di plastica e di epigrafia dei Siculi. Quei sepolcri più vicini
a Nasso, potevano bene appartenere alla necropoli di questa città.
— 46.4 —
principalmente di alcune epigrafi greche rinvenutevi ; molto più ciré io non sapeva
d'altri, che avesse visitato quel posto ad oggetto di ricerche archeologiche, le quali
pare che si limitino a quelle fatte dal Fazello nel secolo XVI.
Le iscrizioni sono quattro ; le prime tre, scolpite in piccoli cippi di arenaria, furono
rinvenute alla Particella, nella regione Cardusa, e le ha date in dono al Museo nazio-
nale di Palermo il eh. prof. Todaro della E. Università di Eorna. Nella loro brevità
non sono prive di importanza, per la forma e per la novità di alcuni nomi.
Le pietre sono bene squadrate, e ben conservate nella parte superiore. Nell'estre-
mità inferiore sono rotte; forse perchè erano conficcate in qualche muratura. La loro
larghezza varia da m. 0,305 a m. 0,320, e lo spessore verso la base da m. 0,150 a
0,155; e però più che il piede attico di m. 0,308, può ammettersi per base di misura il
piede comune greco di m. 0,315 (Hultsch, Metrologie 1882, p. 497), che pare usato
in alcune fabbriche siciliane.
Ecco pertanto le epigrafi, che sono incise con molta precisione :
a) Cippo alto m. 0,42 :
NEMEPIS
TPANUNI
NYM*OAnPI
XPYZOXOE
XAIPE
b) id. alto m. 0,43 :
e) id. alto m. 0,45 :
#iAisTcm
OkTliKOi.
APIITEA
il) Un quarto cippo, da me donato al Museo, l'ebbi da Antonino Campo.
L'iscrizione è scolpita con forme alquanto irregolari; la pietra è rotta inferiormente,
e misura m. 0,265 in larghezza, m. 0,24 in altezza, e m. 0,14 in profondità. Vi si
legge:
AIOKÀE
XAIPE
Sono queste le prime iscrizioni abacenine, che vengono alla luce; ma esse, come
è naturale, non possono dare alcun argomento diretto nella questione topografica, la
quale invece credo di aver rischiarata, ed in modo indiscutibile, per mezzo delle mo-
nete; essendo che in poche ore di dimora a Tripi, mi riuscì di acquistare quattro mo-
nete di bronzo di Abaceno. E nota la grandissima rarità di queste. Basti dire che il
Museo di Napoli ne possiede soltanto due (compresa la raccolta Sautangelo). e due
sole dello stesso tipo ne ha la raccolta Pennisi.
Quelle da me acquistate, sono dei tipi disegnati nei numeri 3, 4, 5 della tav. II
delle mio Monete di Sicilia. Del n. 4 ebbi due esemplari, imo dei quali molto Mio:
quello del n. 5 mi fu donato dal sig. Benedetto Todaro.
'riattandosi di monete di bronzo e rarissime, è evidente che il trovarne tanti
— 465 —
esemplari in un posto è argomento più che valevole a dare la conferma, che a me
pareva ancor desiderabile all'opinione accettata su semplici indizi, che àbaceno sor-
gesse presso Tripi. E propriamente, a giudicare dalla grande abbondanza dei pezzi
laterizi, e da altri avanzi (tra i quali un rocchio di colonna di granito, avanti la
chiesetta abbandonata di s. Giovanni al Piano), la città antica si adagiava in una
valle, ad un miglio circa al disotto della moderna Tripi, dalla parte di tramontana,
nel posto che ora chiamasi il Piano.
La necropoli era dalla parte di greco, sotto il Pizzo della Cisterna, verso il monte
Cheti, nome che è molto notevole dal lato fonologico, essendo che si pronunzia con
un suono di y greca, estraneo al dialetto siciliano, e prova come gli abitanti di
quella regione, conservando a quel monte allungato il nome di ywiii o y;ul (tanto
usato nelle scritture medievali, con lo stesso valore e con la medesima origine del-
l'italiano cresta), ritenessero per tradizione il suono della y.
Da alcuni vasetti che il Museo di Palermo ebbe già dal sig. cav. li. Malato
Calvino, pare che la ceramica rinvenuta nella necropoli abacenica sia di fabbrica
pugliese.
Nel chiudere questo cenno sulle antichità di Tripi, mi corre l'obbligo di rendere
pubbliche grazie al sig. Vincenzo Merlo, barone di Tripi. per le agevolezze che mi
lui accordate con affettuosa premm-a.
XIX. Siracusa — Avanzi dell' antico muro di Ortigia, scoperti presso
In fonte Aretasa. Nota del comm. Fr. Sav. Cavallari.
Quasi nel centro del baluardo costruito nel tempo della dominazione spagnuola,
al nord della fonte Aretusa, volendo il Municipio siracusano sistemare la via che
— 4I3U —
prende nome da detta fonte, ha fatto cominciare uno sgombro di terra, per livellare
e porre in comunicazione l'abolito forte, con quel passaggio.
Cominciati tali lavori, apparve l'angolo di una torre, che doveva far parte delle
antiche mura di Ortigia, in difesa del lato del porto magno. L'angolo della torre ha
due lati, l'uno rivolto al nord e l'altro ad ovest. Esso fa fronte al porto grande, e pare
che segua lo allineamento delle muraglie e delle torri, che munivano questo lato di
Ortigia.
I pezzi che compongono la parte finora scoperta della torre, sono disposti in
cinque filari nel lato ovest, e quattro nel lato nord. In questo lato il filare supe-
riore è composto di tre pezzi; il primo lungo m. 0,62, il secondo m. 0,70, il terzo
ni. 0,72, alti ciascuno m. 0,41; ed in ognuno di essi vedesi inciso un delta greco
maiuscolo, simile a quello segnato col n. 3(3 dei segni delle mura di Castrimoenium,
pubblicati nel Bull, dell' I, istituto del 1885, dal prof. 0. Richter. Questa lettera è
alta cent. 14. Nei due filari sottostanti dello stesso prospetto, ognuno composto di tre
pezzi, dell'altezza costante di m. 0,39 ciascuno, vedesi impressa una crocetta profon-
damente incavata, simile a quella delle mura di Tindari, pubblicata dal Richter (o. e.
u. 1). Però queste di Siracusa hanno le estremità biforcate; e sono interamente simili
alla crocetta che vedesi nello esergo di non poche piccolissime monete d'oro e d'ar-
gento, molto arcaiche, colla testa di Aretusa e la leggenda SYRA. Tale rapporto con
i segni di scarpellino sulle mura di Siracusa è molto importante. Il quarto filare
non si è ancora scoperto. Dal lato occidentale si osservano cinque filari. Il superiore è
composto di tre pezzi, il primo dei quali, lungo m. 0,34, non ha alcun segno ; il se-
condo, lungo m. 0,6(3, riproduce il A; il terzo lungo m. 0,61 ha un primo segno, come
di B, che richiama alla mente quello inciso nei sotterranei del grande fossato nelle
Epipoli; quindi un A ed ultimo un S. Il secondo filare ha duepezzi, il primo lungo
ni. 1,05, il secondo m. 0,54, ed ambedue ripetono la crocetta colle punte biforcate.
Il terzo filare, con tre massi di m. 0,48, 0,39, 0,67, presenta pure tre volte la cro-
cetta medesima; nel quarto con due massi di m. 0,92 e m. 0,76, vedesi ripetuto un
rettangolo con un sostegno, simile ai segni che il Richter notò nelle mura di Alla-
gai e di Roma. Nel quinto filare, solamente in un grande pezzo, notasi una N.
Nell'angolo nord-est del baluardo, a sette metri dalla fonte Aretusa, riapparvero
.litri blocchi dell'antico muro coi segni I-C, 1.
Nella demolizione della prima cinta delle fortificazioni di Siracusa, rinvennesi
sgombrando la terra del forte, situato al secondo fossato, questo frammento di iscri-
zione greca, del quale il eh. comm. Cavallari trasmise un calco cartaceo. Vi si legge :
IAAIMoNI
oZoIYIoI
SIMoZ
THN
È scolpito in un masso squadratoci marmo duro e compatto di Taormina, alto
ni. 0,28, largo ni. 0,31, e dello spessore di ni. 0,23.
167
XX. Scicli — Il colimi. Antonio Penna donò recentemente al Museo di Sira-
cusa un tronco ili statua marmorea, alto m. 0,42, di buona arte, che fu rinvenuto
limiti anni fa nella marina di Scieli, e precisamente nella baia Sampieri.
Quivi nel 1822 un certo Luigi Giurato, volendo erigere una piccola eappella,
urlio scavare le fondamenta, incontrò \ ari ruderi di vecchie costruzioni, in mezzo ai
quali raccolse frammenti di utensili domestici, lucerne fittili, e pezzi di vasi di vetro
iridati. Scoprì poi un pavimento a musaico, ed il torso di stati a sopra ricordato.
che fu creduto appartenere ad un simulacro di Esculapio.
Sardinia
XXI. Sassari — Dal soprastante Nissardi, che por ragioni di servizio trova-
tasi nello scorso giugno in Sassari, fu così annunziata La scoperta di una stazione pre-
romana, avvenuta presso la città sopra ricordata.
- Il luogo del travamento è posto lungo la strada nazionale che conduce ad Osilo.
e precisamente sul lato destro di essa, a cinque chilometri da Sassari, nel punto
chiamato de sos Laccheddos, per la ragione che ivi esistono diversi scavi praticati nei
ciglioni delle roccie calcari, appellati comunemente ora Domos ile j"'"'- ed ora
Laccheddos.
- Diretto dalle precise indicazioni del 11. ispettore sig. avv. Tallero, riconobbi su-
bito la importanza della cosa, e mi diedi ad osservare lungo la scarpata del fosso
laterale destro della strada, come il punto più agevole, la quantità dei cocci, dei
ritinti di pasti, sporgenti da quella parete, frammisti ad una sostanza nericcia, evi-
dentemente sostanze organiche lentamente e naturalmente carbonizzate. Frutto di
queste osservazioni fu la scoperta di due cuspidi di freccia, l'ima formata di un pezzo
di agata bianca, perfettamente lavorata, l'altra formata di diaspro rosso, di alquanto
piii grossolana esecuzione ed appena guasta in qualche parte.
- < »ltre a questi due oggetti se ne raccolsero altri di non comune interesse, quali
sarebbero pezzi in terracotta, di forma lanceolata e più comunemente in forma di
lingue puntute, alcune intere, molte altre spezzate.
- Si raccolse in pari tempo gran quantità di valve di conchiglie mangerecci fram-
menti di ossa di diversi animali, e frammenti di stoviglie, nonché certa quantità di
scheggio di ossidiana e di selce.
* Tra i diversi pezzi di stoviglie varie, uno merita particolare attenzione, per la
decorazione che presenta nella sua parte convessa. Questo è un pezzo di vaso fittile,
che mostra qualche segno di accurata esecuzione, e che presenta una delle anse pra-
ticate nello spessore dello stesso vaso. La superficie esteriore è decorata da tanti or-
namenti spiraliformi, formati da tanti puntini incavati e distribuiti a meandro.
- Il poco tempo disponibile non permise di fare ulteriori ricerche ed osservazioni:
ma solo da un piccolo giro fatto attorno a quel punto, si constatò la opportunità di
ampie ed accurate indagini, che a suo tempo non si mancherà di far eseguire. »
Roma, 16 gennaio 1887.
Il Direttore £en. delle Antichità e Belle arti
PlORELLI
— 469 —
ENDICE TOPOGRAFICO PER L' ANNO 1886.
B
Aielli — Antichità scoperte in varie parti del
territorio in occasione dei lavori per la strada
ferrata 85.
Airola — Avanzi di edifici riconosciuti presso
le colline di Monteoliveto 434.
Albano-Laziale — Iscrizione latina trovata nel
giardino Buoncompagni-Ludovisi 57.
Allumiere — Tombe scoperte presso la miniera
Provvidenza 156; indizi di abitazioni an-
tichissime riconosciuti sulla cima di Monte
Rovello 450.
Altavilla-Silentina — Iscrizione latina appar-
tenente al territorio del comune 337.
Ameglia — Tomba scoperta nel terreno del
prof. Paci Ili.
Antemna — Avanzi di edifici di età romana ri-
messi in luce, sul colle di Antemnae lungo
la Salaria, nell'area occupata dal nuovo for-
tilizio 24.
Anzio — Sepolcri antichi trovati presso la base
del Molettone Panfìli 58; resti di edificio
romano riconosciuti presso la villa Sindici ib.
Aosta — Pavimento antico rinvenuto nella nuova
via che mette alla Stazione della strada fer-
rata 141 ; ruderi di antico aquedotto scoperti
nel vallone la Comba, presso il villaggio di
Porassan nel comune di Aosta ib.
Ariccia — Nuovi studi sul tesoretto di monete
medievali quivi scoperto (cfr. Notizie 1885
p. 428) 25.
Ascea — v. Velia.
Ascoli-Piceno — Iscrizione latina scoperta nei
materiali di fabbrica nel Duomo 48.
Astura — Anfore trovate nel mare poco lontano
dalla spiaggia 58.
A.tina — Pavimenti antichi e resti di costruzione
scoperti nella spianata di s. Marco 236.
Baia — Fistula acquarla iscritta trovata presso
il così detto Tempio di Venere 457.
Bastia-umbra — Epigrafi latine scoperte nel
predio le Scarse 206.
Bella — Iscrizione latina esistente in contrada
Pietra scritta 282.
Bertinoro — Simulacro di bronzo trovato nel
fondo Guarini nella villa s. Croce 79.
Bisenzio (comune di Capodimonte sul lago di
Bolsena) — Scoperta della necropoli bisen-
tinanel fondo la Palazzetta 143; id. nel fondo
.s. Bernardino 177 (tav. II, IH) ; id. nel fondo
la Polledrara 290; id. nel Merellio di
Magno 309.
Bitonto — Iscrizione latina esistente presso la
chiesa di s. Pietro di Castro 239.
Bogno — Tombe romane scoperte nel fondo Chio-
setto 4.
Bologna — Antichità ritrovate nella via nell'Indi-
pendenza 220, 247 ; nuovi scavi della necro-
poli felsinea nell'area dell'arsenale militare
76, 443; id. in contrada s. Polo 67, 340.
Bolsena — Tombe esplorate nel fondo Vietana
289.
Bonea — Resti di costruzioni antiche scoperti
in contrada s. Biagio 137.
Boscotrecase — Forno antico riconosciuto in
contrada di Carotenuto 131.
Brescia — Bronzo iscritto rinvenuto nel terri-
torio del comune 3.
Brindisi — Iscrizione latina scoperta tra la
piazza del Duomo e la piazza della Colonna
100; altre epigrafi trovate fra i materiali di
fabbriche nel giardino dei Cappuccini 278.
Bugnara — Tomba rimessa in luce nei lavori
della strada ferrata Roma-Sulmona, costruen-
dosi le pile del ponte sul Sagittario 135.
Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Ser. 4a, Voi. II.
59
470 —
Cabras — v. Tharros.
Cagliari — Epigrafi latine della necropoli ro-
mana di Cagliari, trovate presso il viale Prin-
cipe Umberto 104.
i ìampodigiotE — Antichità esistenti in varie parti
del territorio 430.
Cam isa — Vasi dipinti scoperti in tombe del-
l' agro canosino 87.
CanSANO — Antichità esistenti nel territorio del
comune 429.
C.VPODIMONTE — V. BlSENZl".
Capri — Antichità riconosciute nel fondo Occhio
Marino 458.
Caronno-Ghiringheli.o — Sepolture antiche
rimesse in luce nel podere Papa 5.
Casanova — Necropoli scoperta in contrada
Casanova nel territorio di Celano 83.
Castel di Sangro — Frammento di epigrafe se-
polcrale ritrovato in contrada Gampitelli 86.
Castelgandolfo — Bacino di fontana della villa
di Domiziano scoperto nella villa Barbe-
rini 230; avanzi di fabbriche appartenenti
al piccolo Teatro imperiale, rimessi in luce
nella villa medesima ib.
Castellammare di Veglia o della Bruca —
v. Velia.
Castello di Lunghezza — Sepolcri di età medie-
vale trovati nei lavori per la strada ferrata
Roma-Sulmona 55.
Castiglione della Pescaia — v. Vetulonia.
Celano — Tombe antiche riconosciute nelle con-,
trade Fonte battaglia, Pratolungo e Coppa
d'oro 85.
Cerveteri — Ripostiglio di fittili votivi scoperto
nel fondu Vignacela 38.
Ciiieti — Epigrafi latine trovate in s. Maria
Calvona 169; nuovi rinvenimenti l'atti nel-
l'area della necropoli teatina 458.
Chiusi — Pavimento in musaico con rappresen-
tanze di caccia trovato in Monte Venere T'J:
sarcofago |"dicr ili una tomba etnisca sco-
perta in Poggio Canterello 353.
ClvlDALE — Tomba longobardica rimessa in luce
presso la stazione della strada ferrata nel
l'i indo già Zurchi 176.
Cn [date Al. pimi - Avanzi di fabbriche ed iscri-
zione latina scoperte nella proprietà Vielmi 3.
Civita-Castellana — Pesti di edifìcio sacre, e
frammenti fittili scoperti in contrada Celle8.
Civita-Lavinia — Nuove esplorazioni degli an-
tichi fabbricati in contrada s. Lorenzo 26;
frammento di epigrafe greca trovato nel
podere s. Pietro ib.
Civitella d'Arna (frazione del comune di Pe-
rugia) — Tombe etrusche esistenti nel fondo
la Madonna 142 ; id. nel fondo Pepaia 287;
id. nel fondo Orto dell'osteria 411, 449,
Colonna (comune di Castiglìoni della Pescaia) —
v. Vetulonia.
Concordia-Sagittaria — Tombe ed iscrizioni
latine scoperte nel fondo Borriero 65, 107;
altri rinvenimenti avvenuti nel territorio con-
cordiese 110, 175.
Corchiano — Ipogei esplorati in via s. Antonio
152.
Cuma — Iscrizione latina trovata nel fondo Vo-
gelsang 332 ; altra epigrafe proveniente dal
territorio di Cuma 457.
C'urti — Statue di tufo rappresentanti donne con
bambini in fasce, scoperte nel fondo Patta-
relli 127.
E
Este — Avanzi di costruzioni antiche ed epigrafi
scoperte presso il castello marchionale 66,
339; frammenti di iscrizioni latine prove-
nienti dal Sobborgo del Cristo, e dalla con-
trada s. Stefano 67. 839.
F
Fabro — v. Monte s. Pietro A.q.uaeorti s.
Faenza — Pavimento a musaico scoperto nel
vicolo Pescherie 447.
Kermignano — v. Via Flaminia.
Fiesole — Sepolcro trovato sotto le mura del-
l'antica città 220; anfora iscritta rinvenuta
presso il teatro 221.
Firenze — Resti di fabbriche appartenenti al
Tempio di Iside scoperti in borgo de' Greci
177.
Forlì — Nuovi rinvenimenti fatti nella città 77.
:'. I!'; id. nella fornace Hoffmann fuori porta
lìavaldino 79, 286; id. fuori la barriera Vit-
torio Emanuele 79; id. a Villanova sulla via
verso Faenza 3] ; id. nel villaggio di Vec-
chiazzano 78; id. in villa Pieve Quinta ib.
Fossato-Calabro — Oggetti scoperti in contraila
Saline 64; id. in contraila Coccumélli 139.
FOSSOMBRONE — V. ISOLA DI Fami.
l'i uro — v. Via Flamini \.
ITI -
<;
GarbAGNATE milanese — Tombe gallo-romane
trovati nel fondo Poggi 112.
Gela - - Anfora dipinta proveniente dal territorio
di Gela 106.
Genzano di Basilicata — Sepolcro con lapide
i-rritta rinvenuto in contrada Pericoli 278.
Gerage (territorio locrese) — Tombe scoperte
in contrada Faraone 172; frammenti epigra-
fici provenienti dall'agro locrese 436.
Giardini di Taormina — Tombe antiche sco-
pi ite presso la casa Carnazza 462.
' 1 1 \ ESTRA (frazione del comune' di liipaeandida) —
Iscrizione latina rinvenuta nell'agro del co-
mune 278.
Gioia del Colle — Vasi dipinti provenienti da
tombe scoperte in contrada Santo Mola 97.
Girgenti — Sarcofago marmoreo trovato in con-
trada Meddolosa 173.
Gol ISEO v — Tomba con fibule di bronzo tro-
vata in contrada Lazzaretto presso Gola-
secca 113.
Gori imi Siculi — Tomba scoperta nella contrada
Statura 432.
Gurro — Tombe antiche trovate in contrada
Margugno 109.
Imola — Tombe arcaiche scoperte in contraila
Belvedere 118.
Isoi v di Fano (frazione del comune di Fossom-
brone) — Nuova statuetta di bronzo di stile
arcaico rinvenuta presso il torrente Tar-
rugo 8.
Marzabotto — Sepolcri etruschi scoperti nel
podere Rodella 77.
Messina — Scavi della necropoli mes ini
contrada Santo 173. 337, 160 3 id. in con-
trada Cammari 461.
Miglianico — Oggetti di suppellettile funebi
scavati nel ti rritoi io d 1 169.
Milano — Antichi bronzi scoperti nel giardino
dell'ospedale s. Antonino 5.
MoiANO — Nuove tombe riconosciute in contrada.
Vado degli Anfratti 136.
Monteleone di Calabria — Iscrizione latina
scoperta presso la frazione comunale Vena
Superiore 59.
Monteprandone — Urna iscritta scoperta in
contrada ('cntol/uchc 229.
Monte s. Pietro Aquaeorti s — Iscrizio ledi-
catoria ad Ercole trovata presso la chiesa >'<■
Muro lucano — Iscrizione latina esistente in
contrada Casale 281.
N
Napoli — Tombe antiche scoperte nella piazza
del municipio 332; tesoretto di 1 ite me-
dio.vali trovato nella piazza medesima 333;
sculture di stile egizio rinvenute nel pro-
lungamento della strada del Duomo 105;
antefisse fittili e resti di decorazione archi-
tettonica rimessi in luce presso il corso
Vittorio Emanuele nel luogo denominato /<■
Quattro Stagioni 131.
Negrar di Valpolicella — Tomba scoperta
presso lo stabile Palazzo 285.
Nereto — Mattoni con bolli trovati tra i mate-
riali di fabbriche nel paese 400.
Lingotto (frazione del comune di Torino) -
Resti di costruzioni trovati presso l'Oste
netta 285.
M
O
Orvieto — Scavi della necropoli volsiniese in
contrada Gannicella 6, 36, 120, 287, 356.
Ostia — Nuove esplorazioni nell'area compresa
fra. il teatro ed il Poro 25,56, 82, 126, 162.
Magione — Busto in agata rinvenuto nel fondo
la Rocca 447.
Manduria — Tombe con ricca suppellettile va-
scularia trovate entro l'antico recinto del
paese messapico 100.
Marsala — Esplorazione della grotta della Si-
billa, nella quale fu riconosciuto un monu-
mento cristiano 103.
Palermo — Vasi e lucerne fittili provenienti da
scavi nella piazza Montevergini 338.
Palli Monferrato — Tomba antica in con-
trada su Campu di su Multi mi 407.
Pentima (territorio dell'antica Corfinio) — Anti-
chità rinvenute in contrada Cisterna, de
472 —
Contra, Varranica 421; id. in contrada la
Civita, s. Giacomo e la Madonna delle
Grazie -122.
Perugia — Tombe etnische scoperte in contrada
Frontone 221 ; istromento del giuoco del
Cùttabos quivi trovato 314 ; altre tombe
esplorate nel fondo Braccio 410; sepolcri
rimessi in luce presso Monteluce nel podere
Bascaccino 411 ; urne iscritte provenienti
dalla contrada Monterone 447.
Pettorano — Tomba scoperta in contrada la
Conca 135; id. in contrada Valle larga 136;
antichità esistenti in varie parti del terri-
torio 431.
Pirri — Iscrizione Ialina trovata nel fondo sa
Biugia Manna 211.
Pompei — Scavi e scoperte nella regione V, isola
2» 59; id. nella regione Vili, isola 2a 58,
132, 166; id. nella via dei sepolcri 169; id.
fuori la città, nel fondo della vedova Paci-
fico 334.
Porassan — v. Aosta.
PoRCIAHO — Ruderi e titoli iscritti scoperti in
Porciano presso Celano 84.
Potenza — Iscrizione latina riconosciuta in un
muro nel palazzo del Liceo 282; altra iscri-
zione trovata fuori la città presso la locanda
Pappaciccio 283.
Pozzi oli — Avanzi di edifìcio termale ed oggetti
antichi scavati in via s. Francesco 128, 237;
frammenti di decorazioni architettoniche sco-
priti in via Resini 120; epigrafi latine pro-
venienti dalle tombe della via Campana 129,
332; frammento epigrafico recuperato presso
la via Domiziana 130; iscrizione raccolta
nella vigna del monistero di s. Gennaro 457.
Pratola-Peligna — Tombe antiche e lapidi
iscritte trovate presso la strada Popoli-Sul-
mona nella proprietà Centi 134.
Quinto Sole
Q
Vicentino.
k
Ravenna — Cippo iscritto scoperto presso la
chiesa ili S. Vitale 409; colonna di antico
edificio rimessa in luce presso la chiesa di
Giovanni Evangelista 286; tombe antiche
nel podrre Ortolani della frazione comunale
ili ì. Pietro in Vincoli 1 I'-'.
Reggio di Calabria — Avanzi di antiche fab-
briche, oggetti trovati e nuovi studi sull'ac-
quedotto reggino 59, 138, 241, 243, 436, 459.
Roccacasale — Antichità esistenti in varie parti
del territorio 422.
Rocca-Cinquemiglia (frazione del comune di Ca-
stel di Sangro) — Iscrizioni latine apparte-
nenti al territorio del paese 170.
Roma (Regione II) Scoperte nella villa già Ca-
sali al Celio 11, 121, 269, 416, 451.
Id. presso s. Stefano Rotondo 451.
Id. presso la Scala Santa al Laterano 417.
| Regioni LI-V) Scoperte in via Tasso, nell'area
già occupata dalla caserma degli equites
singulares 12, 48.
(Regione III) Scoperte presso il tratto intramn-
raneo della Labicana, nei terreni Reinach 121.
Id. nei terreni Field sul prolungamento di via
Buonarroti ib,
(Regione IV) Scoperte nel palazzo Field sull'an-
golo delle vie Merulana e delle Sette Sale 50.
Id. sull'angolo delle vie di s. Maria Maggiore
e dei Quattro Cantoni 121.
Id. sull'angolo di via del Boschetto e degli Zin-
gari 122.
LI. sull'angolo di via dei Serpenti e Cavour
122, 207.
Id. nella via dello Statuto tra la via Merulana
e la chiesa di s. Martino ai Monti ib.
Id. nella via Tor de' Conti 157.
LI. nella piazza dei Zingari ib.
LI. nell'angolo di via Cavour e Quattro Can-
toni ib.
LI. fra la via di s. Maria Maggiore e la piazza
dell' "Esquili no ib.
Id. nella via già Graziosa ora Cavour 207.
Id. presso la chiesa' di s. Martino ai Monti
207, 270.
Id. nella via Principe Amedeo 208.
LI. nella via dei Serpenti 270.
LI. nella via Clementina 417.
LI. nell'incontro della via Cavour e via del-
l' Agnello 451.
(Regioni IY-YI) Scoperte nella via s. Agata dei
Goti, presso l'orto del monistero dei ss. Do-
menico e Sisto 122.
(Regione V) Scoperte nell'area del panificio mi-
litare nella via Principe Amedeo 51.
Id. presso la chiesa dei ss. Pietro e Marcellino lo".
LI. fra le vie Merulana e Leopardi 229.
LI. presso la porta S. Lorenzo 271, 418.
LI. in via Macchiavelli ili.
— 473 —
Roma (Regione V) Scoperte nella già villa Giu-
stiniani, poi Lancellotti 272.
Iil. presso la chiesa di s. Bibiana 417.
(Regione VI) Scoperte presso il Ninfeo degli
orti Sallustiani 22, 230, 272.
LI. nella via Nazionale presso il nuovo palazzo
della Banca Nazionale 158, 208, 272, 361.
1.1. sull'angolo delle vie Quattro Fontane e
Palermo 230.
1.1. nella Salita del Grillo 328.
Iil. nella nuova via tra s. Nicola Tolentino e
Porta Pinciana 418.
i Regione VII) Scoperte nell'area della già villa
Ludovisi 122, 158, 231, 452.
Id. nella villetta già Strozzi in via Viminale 158.
LI. presso la via Frattina 230, 328.
1.1. in via delle Muratte ib.
Id. in via del Tritone 231.
(Regione VECE) Scoperte nel palazzo già Valen-
tini. ora della prefettura, nell'area del tempio
di Traiano 158.
Iil. sull'angolo delle vie della Consolazione e
di s. Giovanni Decollato 418.
Id. sulla piazza della Consolazione 452.
I Regione IX) Scoperte nel prolungamento della
via Nazionale, nel corso Vittorio Emanuele
presso il palazzo della Cancelleria 51.
Id. nelle vie del Malpasso e del Pellegrino 159.
Id. nell'interno del palazzo già Strozzi ib.
1.1. nella via Tomacelli 231.
Id. in via Giulia ib.
Id. presso il vicolo del Pavone 272.
Id. nella via Larga 273.
Id. nella via Rua e Portico di Ottavia 273, 453.
Id. in via Bandii Vecchi 273, 419.
Id. presso ponte Fabricio 273.
Id. nel palazzo già Vidoni, ora Bandirti 418.
(Regione X) Scoperte nell'angolo nord est del
Palatino fra «. Maria Liberatrice e s. Teo-
doro 51, 123.
(Regione XI) Scoperte nella piazza della Bocca
della Verità 80, 123.
Id. nelle pendici dell'Aventino presso s. Maria
in Cosmedin 274.
(Regione XIII) Scoperte nella pianura del Te-
staccio 22, 123, 159, 232.
1.1. sull'Aventino fra la chiesa di s. Maria del
Priorato, ed il bastione di Paolo HI 123.
(Regione XIV) Scoperte nell'area già occupata
dalla villa Sciar, -a al Gianicolo 52.
Id. nella demolizione del muraglione della Far-
nesina SO, 303.
ROMA (Regione XIV) Scoperte presso l'onte Rotto
123, 233, 271, 363.
[d. presso il Ponte Cestio L59.
Id. presso l'ospizio dì s. Maria in Cappella 362.
Id. presso il monistero .li s. Cecilia 153.
Id. nell'alveo del Tevere 123, 232, 231. 11:'.
(Prati di Castelli.) Scoperte nella nuova strada
sul bastione settentrionale di Castel s. An-
gelo 22.
Id. delle fondazioni della caserma ili fanteria
ad est di quella degli allievi carabinieri .V_'.
Id. tra le porte Castello ed Angelica 159.
(Suburbio) Scoperte di antichità nella ria Ap-
pio 234, 275, 453.
1.1. nella via Ardeatina 52.
1.1. nella via Latina 23, 159.
Id. nella via Nomehtana 23, 52, 80. 124, 160,
209, 231, 456.
LI. nella via Ostiense 25.
1.1. nella via Portucnse 81, 161, 102,235, 275,
364, 453.
Id. nella via Prenestina 81, 454.
II. nella via Salaria 23, 54, 160, 209, 235,
328, 364, 420, 454.
1.1. nella via Tiburtina 24, 54, 81, 126, 405. 456.
Rugge (comune di Lecce) — Tomba scopertami
fondo Viola con tessere di osso iscritte 2:10.
Ruoti — Iscrizione latina appartenente all'agro
del comune 282.
Ruvo — Vasi dipinti e titoli latini scoperti sotto
la chiesa di s. Sabino 89 ; tomba con vasi
dipinti esplorata sull'angolo occidentale della
strada che mena al convento di s. Angelo 93.
S
S. Benedetto dei Marsi — Avanzi di antica
strada e lapilli trovate nel territorio del-
l'antico Marruvium Marsorum 86.
S. Buono — Tomba con iscrizione trovata in con-
trada Vusico o Vusco 432.
S. Fei.e — Frammento epigrafico rinvenuto in
contrada Civita 278.
S. Fratello — Iscrizione greca scoperta in con-
trada Vetrana 163.
S. (ìinesio — Vasi ed elmo di bronzo trovati in
una tomba fuori porta dei Cappuccini 39.
S. Lazzaro — Sepolcro del tipo Villanova sco-
perto presso la fornace Bertelli 117.
S. Nicola Manfredi — Iscrizioni latine esistenti
nel castello baronale 434.
S. Nicolò Geurei — Ripostiglio di monete impe-
riali trovato nella regione Spignau 140.
— 474
S. Pietro in Vincoli — Tombe scoperte nel
podere Ortolani presso S. Pietro in Vincoli,
frazione del comune di Eavenna 142.
Santa Maria degli Angeli presso Assisi — Epi-
grafi latine trovate nel fondo del sig. Testa-
ferrata 205.
S. Maria di Capua Vetere — Tomba con vaso
dipinto scoperta in via s. Erasmo 331 : fit-
tili votivi scavati nel fondo Petrara 405, 456.
S. Maria di Falleri — Iscrizione latina trovata
iu'1 territorio della romana Falerii 121.
Santo — v. Messina.
S. Vito di Negraro — Epigrafe latina esistente
nella casa Quintarelli 219.
Sarzana — Epigrafi latine scoperte nell'area
dell'antica Limi 6, 35.
Sassari — Avanzi di età antichissima riconosciuti
in contrada de sos Laccheddos 467.
Scicli — Antichità provenienti dalla baia Sam-
pieri 467.
Selinunte — Nuovi scavi nell'acropoli selimin-
tina 104, 174; epigrafe greca scoperta piv .-<>
il così detto tempio di Messana 338.
Sermide — Tegola con bollo rinvenuta nel podere
L oc/Inno 4.
Settimo Torinese — Ripostiglio di monete con-
solari trovato in contrada la Cittadella 286.
Siderno — Tomba cristiana scoperta nel podere
de Moia 137.
Siracusa — Simulacro di leone scoperto presso
l' anfiteatro siracusano 26 ; antiche costru-
zioni riconosciute dentro e fuori dell'attuale
camposanto 139; avanzi dell'antico recinto,
di Ortigia 465.
Spoleto — Pesti di edificio romano trovati presso
il palazzo comunale 8, 326.
Strongoli — Nuove indagini nell'area dell'an-
tica Petelia in contrada le Pianette 171.
Sulmona — Tombe scoperte nella necropoli rico-
nosciuta nella Valle di Giallonardo 134,424;
id. nella necropoli fuori porta Napoli, nella
villa de Mortimi 133, 125; id. nella necro-
poli della via Zappannotte 425; monete fami-
liari di bronzo trovate in contrada s. Maria
di Roncisvalle 12!.
T
Talamona in Valtellina — Sepolcreto antico
riconosciuto nell'area del nuovo cimitero 4.
Taranto — Monete scoperte in contrada Mini-
tedoro 102; altre monete rinvenute in con-
trada Tesoro 279; torso di statua raccolto
presso l'ospedale 435; nuovi travamenti fatti
in contrada s. Lucia ib.
Termini Tmerese — Iscrizione scoperta fra i
materiali di fabbrica nel castello 337.
Terni ■ — Suppellettile funebre di tombe appar-
tenenti al sepolcreto antichissimo di Inte-
ramna Nahars, trovata presso \' Acciaieria
9,248; cippo iscritto rinvenuto nella strada
Cornelio Tacito 228; ruderi di monumento
sepolcrale riconosciuti presso la via di Nami,
nella proprietà Cinconi 10.
Terracina — Avanzi di antiche fabbriche sco-
perti nel giardino comunale 277.
Tharros — Scavi della necropoli di Tharros nel
comune di Cabras 27.
Tivoli — Avanzi del tempio di Ercole Vincitore
e monumenti iscritti del tempio .stesso tro-
vati nel sito denominato Villa di Mecenate
27G, 421.
Todi — Tomba con ricca suppellettile di oro sco-
perta in contrada la Peschiera 357.
Tolfa — Tomba antica in contrada le Coste del
Marano 157.
Toi.ve — Iscrizioni esistenti in contrada Moltone
283.
Toscanella — Tombe scoperte in contrada Cam-
po della Fiera 152.
Tram — Iscrizioni latine trovate tra i materiali
ili fabbriche nel Duomo, ed in s. Giacomo
vecchio 238.
Treppo (I rande — v. Vendoio.
Tripi — Epigrafi provenienti dall'agro di Tripi,
dove ebbe sede la città di Ahaceno 16 •"•.
Vasto — Antichità scoperte in varie parti del
territorio del comune 433.
Velia (comune di Ascea) — Oggetti antichi ed
epigrafi scoperte nei lavori per la strada fer-
rata presso Castellammare di Veglia o della
Bruca, sito dell'antica Velia 2Si>.
Vena Superiore — v. Monteleone di Calabria.
Vendoio — Iscrizione milliare della strada antica
di Concordia verso il Norico, scoperta in Ven-
doio comune di Treppo Grande, e conservata
nel museo di Udine 110.
Ventimiglia — Nuove epigrafi della necropoli
di Albium Intemelium scoperte nella pia-
nura di Nenia presso Ventimiglia 118,
111. 217.
— 475 —
Vk\ votene {Pandatavia Insula) — Lucerna cri-
stiana scoperta nel porto 238.
Verona — Nuovi scavi presso la cattedrale 213;
marmi iscritti rinvenuti nel letto dell'Adige
218.
Vetulonia — Nuove esplorazioni della necro-
poli di Vetulonia presso Colonna, frazione
del comune di Castiglioni della Pescaia 143.
Via Flaminia (Passaggio del Furio nel comune
di Fermio-nano) — Cereali bruciati scoperti
nel passaggio del Furio 225, 411 ; iscrizione
latina trovata pressi, l'antica Galleria della
strada medesima 227.
Vigentino — Anfore e resti di suppellettile fu-
nebre scoperti noi terreni Verazzi in Vigen-
tino, comune di Quinto Sole 112.
INDICE DELLE TAVOLE
Tav. I. Bronzi rinvenuti in una tomba in s. Gi-
nesio 39.
i II. Pianta topografica del sepolcreto esplo-
rato nella necropoli di Bisenzio nel co-
mune di Capodimonte 143, 177.
Tav. III. Oggetti di suppellettile funebre trovati
nelle tombe artichissime di Bisenzio 177.
AS Accademia nazionale dei
222 Lincei, Rome. Classe di
R645 scienze morali, storiche >
ser.4 critiche e filologiche
v«2 Memorie
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cmsxa a^m^ocb.;
Pubblicazioni della R. Accademia dei Lincei.
Serie 1* — Atti dell'Accademia pontificia dei Nuovi Lincei. Tomo I-XXIII.
Atti della Reale Accademia dui Lincei. Tomo XXIV-XXVI.
Serio 23 — Voi. I. (1873-74).
Voi. II. (1874-75).
Voi. III. (1875-7G). Parte la Transunti.
2a Memorie della Classe dì scienze fisiche,
matematiche e naturali.
3a Memorie della Classe dì scienze morali,
storiche e filologiche.
Voi. IV. V. VI. VII. Vili.
Serie 3* — Transunti. Voi. I-VIII. (1876-84).
Memorie della Classe di scienze fisiche, matematiche e naturali.
Voi. I. (1, 2). — IL (1, 2). — III-XIX.
Memorie della Classe di scienze inorali, storiche e filologiche.
Voi. I-XIII.
Serio 4a — Rendiconti Voi. I, II. ( 1884-86).
Memorie della Ola scienze .fisiche, matematiche e naturali.
Voi. I. II.
Memorie della Classe di scienze morali, storiche e filologiche
Voi. I. IL
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